Filosofia presocratica e socratica/I Naturalisti antichi

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Con il termine naturalisti antichi identifichiamo i filosofi della scuola di Mileto, che si dedicano alla ricerca di un principio fisico come origine e sostanza delle cose.

Indice

[modifica] La scuola di Mileto

La fiorente società che si sviluppa nel VI secolo in Ionia, nell'Asia Minore, ha come principali centri Mileto, Efeso, Samo e Chio. Nate dopo la seconda colonizzazione greca nel Mediterraneo, queste colonie erano diventate importanti centri di scambio e di circolazione e di contatto con l'Oriente: fu in questa situazione di vivacità intellettuale che, come abbiamo visto, che si sviluppò una "nuova cultura, liberata da credenze magiche, mitiche e religiose"[1], destinata ad essere la culla della filosofia.

[modifica] La ricerca del principio

L'osservazione della natura porta i primi filosofi a confrontarsi con il problema della realtà primaria. Di fronte alla realtà del mondo che con empiricamente conosciamo come una molteplicità di cose che nascono e muoiono, i naturalisti sono convinti che esiste una realtà unica ed eterna che si opponga al divenire (il nascere e il corrompersi delle cose) e le dia ragione.

Questa sostanza (da substantia = che sta sotto le cose), denominata inizialmente physis (= realtà prima, originaria e fondamentale[2]) e poi arché (= principio), è: fonte o scaturigine delle cose, foce o loro termine ultimo e loro permanente sostegno.

[modifica] Talete

Talete è per tradizione l'iniziatore della filosofia greca e il fondatore della scuola ionica. Le date di nascita e di morte ci restano sconosciute, ma sappiamo che l'apice della sua attività è stato verso l'anno 585 a. C., quando riuscì a prevedere una eclissi.

Non risulta aver scritto nulla, e il suo pensiero è arrivato a noi tramite le parole di Aristotele, il quale riporta che Talete fu l'iniziatore della filosofia della physis, in quanto fu il primo a ricondurre tutta la realtà a un principio originario, che lui identificò con l'acqua.

Le ragioni di tale congettura secondo Aristotele risiedono nel fatto che "il nutrimento d'ogni cosa è umido, e persino si genera e vive nell'umido [...] ed anche perché i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l'acqua è [...] il principio della loro natura". Reale afferma che "il principio è l'acqua, perché tutto viene dall'acqua, sorregge la propria vita con l'acqua, finisce nell'acqua".[3].

Attenzione però, l'acqua di Talete non è il liquido che beviamo ma un vero e proprio dio, un elemento divinizzato perché si supponeva governasse il mondo. È una nuova concezione di Dio, capita con la ragione e destinata a soppiantare la vecchia religione pubblica. È inoltre un dio che pervade tutto, implicando che ogni cosa abbia un'anima (panpsichismo), come il magnete che manifesta la sua anima attirando il ferro.

[modifica] Anassimandro

Anassimandro, molto probabilmente discepolo di Talete, fu il primo ad introdurre il termine arché nella ricerca del principio, che egli identificò nell'apeiron. Questo non è un principio naturale, come l'acqua, ma è di un'altra natura "infinita". Il termine stesso apeiron, a-peiron, significa che è privo di peras, ovvero i limiti esterni ed interni. Nella prima accezione, l'apeiron è l'infinito quantitativo, spaziale, mentre nell'altra accezione è l'infinito qualitativo, senza limitazioni di qualità.

L'apeiron è quindi l'infinito e l'illimitato che contiene tutte le cose e dal quale esse si generano. Come afferma Aristotele parlando di Anassimandro, l'infinito abbraccia e regge ogni cosa, cioè comprende ed è sostegno di tutto le cose: è quindi il principio. Inoltre, sempre Aristotele riporta che "(l'infinito) appare come il divino, perché è immortale e indistruttibile"[4]: come l'acqua di Talete, l'infinito di Anassimandro erano considerati il divino, in quanto possedevano la principale caratteristiche della divinità greca, l'immortalità.

Anassimandro fornisce inoltre la descrizioni di come le cose derivano da questa sostanza primordiale che è l'apeiron. Egli ritiene che questo infinito sia in continuo movimento e da esso avvenga una separazione delle coppie di opposti (caldo/freddo, umido/secco, ...); in virtù di ciò si generano infiniti mondi, nei quali le coppi di opposti sono in lotta e danno pertanto origine al divenire.

Ora, un frammento ritenuto autentico di Anassimandro riporta: "Donde le cose traggono la loro nascita, ivi si compie la loro dissoluzione secondo necessità; infatti reciprocamente pagano il fio e la colpa dell'ingiustizia"[5]. Il filosofo collega quindi il nascere e il dissolversi ad una ingiustizia, una colpa, che richiede una espiazione[6]. Tale colpa è doppia: da un lato, quella di aver in qualche modo "corrotto" la perfezione dell'apeiron separandosi da esso e dando origine agli opposti; dall'altra quella di aver tentato, nella continua lotta del divenire, di sopraffare il loro opposto, tentando quindi di assumere le prerogative di unico dominatore dell'apeiron.

[modifica] Anassimene

Anassimene di Mileto, forse discepolo di Anassimandro, raggiunse l'apice della sua attività nel 546-545. In un certo senso, corregge la teoria del maestro: il principio, l'arché, è sì infinito in quantità e qualità, ma non è indeterminato: è l'aria.

Nell'aria Anassimene vede la forza in incessante movimento che anima il mondo: nella sua concezione, il cosmo intero è un unico essere vivente che respira, e l'aria è il suo respiro e la sua anima[7].

Alcuni studiosi ipotizzano invece una possibile derivazione della teoria di Anassimandro dall'osservazione della natura, poiché dall'aria, infinita e illimitata all'occhio umano, scende la pioggia (l'acqua) e i fulmini (il fuoco) e ad esso salgono i vapori e le altre esalazioni[8].

Anassimandro spiega anche come la realtà derivi dall'aria attraverso il processo di condensazione e di rarefazione (la rarefazione dà origine al fuoco, la condensazione all'acqua e alla terra); allo stesso modo il freddo è la materia "che si contrae" mentre il caldo è la materia "dilata e allentata" (Plutarco).

L'importanza di Anassimandro sta nell'aver spiegato razionalmente come da una differenza di quantità del principio originale possa derivare una realtà di volta in volta diversa in qualità. La sua teoria è in perfetta armonia con il principio[9], fornisce una causa che faccia derivare dall'arché tutte le cose senza fare ricorso a concezioni orfiche.

[modifica] Note

  1. Abbagnano, pag. 34
  2. Reale, pag. 73
  3. Reale, pag. 74
  4. DK A 15
  5. DK 12 B 1
  6. Reale, pag. 81
  7. Abbagnano, pag. 37
  8. Reale, pag. 86
  9. Reale, pag. 88


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