Arte poetica e rappresentazione/Capitolo 14
Pensieri (in)conclusivi
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Un aspetto della vita poetica francese è cambiato dalla metà del diciannovesimo secolo, poiché era già stato alterato vent'anni dopo la morte di Baudelaire dalla pubblicazione delle Opere postume del poeta [OEuvres posthumes]. Questa pubblicazione fu opera di Eugène Crépet, che includeva un'ampia biografia nonché numerosi documenti e lettere.
Nel 1953 vennero completate le Œuvres complètes in un'edizione iniziata da Jacques Crépet, figlio di Eugène, e terminata da Claude Pichois, in colabrazione con Jean Ziegler. I diciannove volumi di questa insostituibile edizione critica e annotata, pubblicata da Louis Conard (il cui successore fu Jacques Lambert), iniziarono con Les Fleurs du Mal (1922) che, come le altre opere di Baudelaire, i cui diritti appartenevano dal 1867 a Michel Lévy e poi a Calmann Lévy, erano ormai entrati nel pubblico dominio. (Da qui le edizioni più o meno meticolose dei Fleurs apparse nel 1917, una delle quali fu curata da Apollinaire). Mentre lavorava alla sua grande edizione, Jacques Crépet, in collaborazione con Georges Blin, diede alla Librairie José Corti un'edizione molto più erudita dei Fleurs nel 1942 e, nel settembre 1949, un'edizione dei Journaux intimes, un titolo tradizionale e fuorviante che include Mon coeur mis à nu, Fusées e il Carnet (quest'ultimo, peraltro, senza titolo).
Il 1949 è anche una data tanto importante quanto ridicola. Fu il 31 maggio di quell'anno che, dopo una lunga procedura, la Corte d'appello annullò il verdetto del 20 agosto 1857 che aveva ordinato la soppressione di sei delle più belle poesie dei Fleurs du Mal. Queste poesie erano state comunque riprodotte clandestinamente già più volte. Baudelaire divenne così uno scrittore politicamente corretto. La condanna era stata inetta, ma comprensibile, data la moralità ipocrita dell'epoca. Furono i giudici del 1857 a essere condannati da questa riabilitazione.
Possiamo essere grati che Baudelaire sia diventato autore universitario solo verso la metà del ventesimo secolo. Prima di allora, gli era stata dedicata solo una tesi di dottorato: L’Esthétique de Baudelaire di André Ferran, pubblicata da Hachette nel 1933, accompagnata dalla tesi complementare, l’ancor più utile edizione annotata del Salon de 1845, pubblicata nel 1933 a Tolosa dalle Editions de l’Archer. Il periodo prima e dopo la Seconda guerra mondiale, sebbene abbia visto gli incontri a Pontigny,[1] fu immune dalla malattia delle conferenze e non istituzionalizzò l’opera di Baudelaire sottoponendola agli esami universitari. Ciò non impedì a buoni e grandi scrittori di interpretare Baudelaire, che stava diventando un classico suo malgrado. Basti pensare al debito che Marcel Proust, Gide (in particolare in La Porte étroite) e più tardi Marcel Raymond, Albert Béguin e Jean-Paul Sartre gli devono.
Fu un segno dei tempi che Jacques Schiffrin, quando creò la "Bibliothèque de la Pléiade",[2] che passò presto sotto l’egida della Gallimard Press, dedicasse il primo volume ad apparire (la cui stampa fu completata il 10 settembre 1931) alle poesie di Baudelaire, curato da Yves-Gérard Le Dantec. Un secondo volume, il numero sette della raccolta, con lo stesso curatore, uscì alla fine del 1932 (la cui stampa fu completata il 1° ottobre 1932). Le Dantec era un grande appassionato di poesia, da Marceline Desbordes-Valmore a Pierre Louÿs. Ma non era un filologo. Di conseguenza, egli incluse nel secondo volume un testo apocrifo, "Les Années de Bruxelles", scritto da Pascal Pia, in un momento in cui l’Institut de France, al quale il visconte di Spoelberch de Lovenjoul aveva lasciato in eredità la sua collezione,[3] non aveva ancora dato il permesso alla pubblicazione degli appunti tratti da Pauvre Belgique! di Baudelaire.
All'inizio degli anni Cinquanta, quando i circoli del libro fiorivano, le due case editrici Gallimard e Hachette si unirono per creare il "club del miglior libro" ["le Club du Meilleur Livre"], con l'obiettivo di rivaleggiare con il "Club del libro francese" ["le Club Français du Livre"]. Samuel de Sacy, che dirigeva la collana detta "Nombre d'or", affidò a Claude Pichois il compito di organizzare la pubblicazione dell'opera completa di Baudelaire in due volumi. La nuova disposizione del materiale che adottò fu il frutto delle seguenti riflessioni.
Fin da quando Michel Lévy aveva pubblicato le Œuvres complètes, gli scritti di Baudelaire erano stati divisi in categorie: Les Fleurs du Mal, Petits Poèmes en prose, Les Paradis artificiels, L’Art romantique, Curiosités esthétiques. Quest'ultimo titolo, su cui Baudelaire aveva riflettuto, comprende gli studi sull'arte e ha quindi unità e autenticità, il che non è il caso de L’Art romantique, titolo sconosciuto a Baudelaire, che comprende a sua volta pezzi sull'arte, un saggio intitolato Morale du joujou, lo studio di Richard Wagner e infine la critica letteraria; si tratta quindi di un'opera composita. Nella sua grande edizione delle opere complete, J. Crépet aveva conservato questi due titoli, come fece Le Dantec nella Pléiade, con alcune modifiche.
Era giunto il momento, quindi, di abbandonare le categorie precedenti e ricominciare da capo. I testi avrebbero dovuto essere disposti nell'ordine cronologico in cui erano stati pubblicati, anzi, in cui erano stati scritti. Al posto dell'unità artificiale creata dal loro genere, ci sarebbe stata la vera unità del tempo della loro creazione, tanto più convincente in quanto Baudelaire aveva nuovamente messo in discussione la nozione stessa di genere: basti pensare alle diverse forme assunte dalla sua poesia in versi e alla frontiera mobile che separa la poesia in versi da quella in prosa.
I due volumi del Club du Meilleur Livre uscirono nel 1955, ciascuno con una tiratura di 6 500 copie. Sono ormai estremamente rari, il che dimostra quanto fosse interessante questa nuova presentazione, come l'idea di S. de Sacy di far precedere ogni sezione cronologica da un'introduzione che era stata richiesta a grandi scrittori o buoni critici.
Fu Pierre Jean Jouve a scrivere la prefazione per i poemi in prosa e Yves Bonnefoy a scrivere quella per i Fleurs du Mal. Un'altra sezione fu affidata a Marcel A. Ruff, la cui tesi, L'Esprit du mal et l'esthétique baudelairienne, la prima tesi importante dopo la Seconda guerra mondiale, era stata pubblicata da Armand Colin quello stesso anno, il 1955. Era una tesi nel primo significato del termine, in quanto trascinava Baudelaire nel clan dei giansenisti.[4]
È altamente significativo che Bonnefoy, la cui raccolta di poesie Du mouvement et de l’immobilité de Douve era apparsa nel 1953, sia stata associata a questa edizione. La nuova poesia francese ha così dato la sua sanzione alla nuova presentazione delle opere di Baudelaire.
Verso la fine degli anni Cinquanta, il Baudelaire della Pléiade appariva un po' superato dagli eventi, persino obsoleto. Per questo motivo, la Gallimard Press chiese a Pichois di migliorare i due volumi, che erano stati uniti in un unico volume. Nel 1961, questa edizione uscì sotto la doppia firma di Y.-G. Le Dantec e C. Pichois. Seguirono nuove tirature corrette & migliorate. Ma alla morte di Le Dantec, era tempo di un nuovo inizio — che avvenne. Sfortunatamente, la disposizione cronologica del Club du Meilleur Livre fu accantonata a favore di un'organizzazione basata sul genere. Questa era un'edizione completamente nuova, tutti i testi furono stabiliti dagli originali e le note concepite in risposta alle esigenze di lettori esigenti.
I due volumi apparvero nel 1975 e nel 1976, costituendo un'edizione veramente seria, ma che era ancora solo in parte erudita. Sono stati ristampati frequentemente, ogni volta con miglioramenti nei dettagli, perché è una delle virtù di questa raccolta che l'editore è autorizzato ad apportare le correzioni necessarie e alcune modifiche e chiarimenti, a condizione che la composizione tipografica non venga disturbata. Per fare un semplice esempio: gli appunti presi da Baudelaire su Les Liaisons dangereuses[5] sono rimasti al posto loro assegnato nel 1976, ma, dopo quella data, poiché il manoscritto, che era andato perduto dal 1903, è stato riscoperto, il testo è stato reso conforme al manoscritto. Le annotazioni indicano chiaramente che Baudelaire non prese questi appunti in due fasi, prima nel 1856-7, e poi quando era a Bruxelles. Invece, appartengono interamente alla fine del suo soggiorno in Belgio. Solo quando verrà intrapresa una composizione completamente nuova del secondo volume sarà possibile collocare questi frammenti alla fine della sezione intitolata "Critique littéraire". Questa edizione è veramente seria, ma poiché l'editore vuole che rimanga redditizia, non può quindi essere completamente erudita. Per meritare questa descrizione, avrebbe bisogno di più varianti e annotazioni. La grave accusa che le muoverei è che per colpa di un pedante, che ha insistito nel seguire ciecamente il codice o la politica della raccolta, il titolo Les Fleurs du mal [sic] è sistematicamente stampato in quel modo, sebbene nella nota esplicativa (OC i 797 in tutte le tirature) sia chiaramente indicato che nelle sue lettere Baudelaire scrive più spesso Mal con la "M" maiuscola e fleurs con la "f" minuscola. Mal indica chiaramente la dimensione metafisica della raccolta: fleurs non avrebbe quasi alcun significato (si pensi al significato etimologico, antologia) se Baudelaire non lo avesse collegato a Mal attraverso un potente ossimoro. Mi dispiace che numerosi critici, ignorando la precisazione a pagina 797, moltiplichino Les Fleurs du mal...
Jacques Dupont e Claude Pichois hanno notato che tutte le precedenti edizioni accademiche avevano fornito le varianti sotto forma di note allegate al testo della seconda o meglio dell'ultima edizione dei Fleurs du Mal (1861). Questa presentazione ha un grave svantaggio: ogni volta che c'è un caso che offre una certa complessità, diventa difficile seguire la successione delle modifiche apportate dall'autore al testo. Inoltre, nonostante l'esistenza di concordanze per tutte e tre le edizioni dei Fleurs du Mal, è stato difficile farsi un'idea precisa dell'aspetto iniziale della raccolta, come si può vedere nell'edizione originale del 1857, la cui organizzazione e il cui formato tipografico erano stati oggetto di scrupolosa cura da parte di Baudelaire e del suo editore, Poulet-Malassis.
La nuova edizione "diplomatica" dei Fleurs si propone di restituire alla raccolta la sua "storicità", poiché essa è venuta alla luce lentamente nell’arco di vent’anni, prima di raggiungere la sua forma definitiva nel 1861. Nessuno sa quale sarebbe stato l’aspetto finale che Baudelaire le avrebbe dato, se avesse potuto portare a termine con successo la terza edizione dei Fleurs: l’edizione postuma del 1868 deve, per questo motivo, essere considerata priva di valore filologico. Con questa nuova edizione, il lettore potrà ormai seguire la serie delle pubblicazioni pre-originali (quelle apparse su periodici o giornali prima della loro pubblicazione nel volume) precedenti o successive alla prima edizione del 1857, e consultare, riprodotte in facsimile, le due edizioni successive dei Fleurs, come anche le poesie pubblicate da Baudelaire dopo l’edizione del 1861 (su riviste e persino su giornali, o nel volume intitolato Épaves. Aggiungerei che per ogni poesia, presentata nel luogo che Baudelaire le assegnò definitivamente nell'edizione del 1861, ci saranno riproduzioni in facsimile di tutti gli stati della poesia attualmente noti (manoscritto, pubblicazioni pre-originali, bozze corrette per l'edizione del 1857 e così via). Sarà la prima volta che un lettore potrà vedere, per ogni poesia dei Fleurs, ciò che ci è pervenuto delle tappe attraverso cui Baudelaire è riuscito a giungere al testo definitivo. D'ora in poi avremo, per la prima volta, una presentazione dinamica e in evoluzione delle modifiche a volte numerose e complesse che le poesie hanno subito. Alcuni di questi documenti, finora sconosciuti o inaccessibili, sono stati consultati in diverse collezioni private o pubbliche in tutto il mondo. Ci permettono di apprezzare la bellezza della grafia di Baudelaire e il suo senso di come la poesia dovesse apparire sulla pagina.
Questi tre volumi di documenti facsimilari sono accompagnati da un volume di varianti e annotazioni trascritte. Le trascrizioni consentono al lettore di rintracciare facilmente i cambiamenti che compaiono, mediante un confronto sistematico e metodico delle versioni successive. Le annotazioni mirano a produrre chiarimenti utili, di natura filologica, storica e lessicografica (perché esiste una lingua ottocentesca che a volte, anzi spesso, è diversa dal francese contemporaneo), e cercano di far luce sulla genesi di ogni poesia, attraverso discussioni sistematiche delle ipotesi che la critica baudelaireana ha proposto in merito alla datazione, ipotesi spesso molto diverse e persino contraddittorie. In questa prospettiva genetica, vengono spesso sollevate questioni di "fonti" e "intertestualità" e quindi di riscrittura e vengono avanzate un certo numero di nuove ipotesi.
Di conseguenza, questa nuova edizione dovrebbe deliziare gli amanti della poesia e convincerli, in conformità con i desideri di Baudelaire, che quando si tratta di arte nessuna attenzione ai dettagli è priva di utilità.
Per completare questo panorama filologico, bibliografico e letterario, è opportuno segnalare l'esistenza di periodici e collane interamente dedicati a Baudelaire. Il primo è apparso negli Stati Uniti: il numero iniziale del Bulletin baudelairien è datato 31 agosto 1965. Fu creato da W. T. Bandy, James S. Patty e Raymond P. Poggenburg, alla Vanderbilt University, ed è all'origine del W. T. Bandy Center for Baudelaire Studies di quell'università. Fu seguito da Etudes baudelairiennes, creato nel 1969 da Marc Eigeldinger, Robert Kopp (che lasciò il team poco dopo) e Claude Pichois, e fu pubblicato dalle Editions de La Baconnière a Neuchâtel (Svizzera). Questi studi si interruppero dopo la pubblicazione del volume xiii (1991), Le Soleil de la Poésie. Gautier, Baudelaire, Rimbaud, di Marc Eigeldinger. È particolarmente opportuno richiamare l'attenzione su uno dei suoi volumi, l'edizione critica prodotta da Michèle Stäuble-Lipman Wulf della versione di Baudelaire di Un mangeur d'opium, in cui il testo di De Quincey appare di fronte a quello di Baudelaire (vol. vi–vii, 1976). L’Année Baudelaire, pubblicata da Klincksieck, subentrò a Etudes baudelairiennes nel 1995 e, dopo il quasi crollo di quella casa editrice, fu pubblicata da Champion; è curata da Claude Pichois, John E. Jackson e Jean-Paul Avice, insieme a un comitato editoriale composto da baudelaireani provenienti da tutto il mondo.
Due splendide tesi hanno reso onore alle università francesi negli ultimi dieci anni, quella di Jérôme Thélot, Baudelaire. Violence et Poésie (Parigi: Gallimard, 1993) e quella di Patrick Labarthe, Baudelaire et la tradition de l’allégorie (Ginevra: Droz, 1999).
J. Thélot si chiede cosa possa fare la poesia oggi, di fronte alle passioni della storia e all'aridità metafisica dell'epoca attuale, quando le società occidentali, perdendo fiducia nei propri testimoni, sembrano allontanarsi dalla poesia. Che bisogno c'è della poesia, e cosa la legittima, quando Baudelaire stesso ha finalmente perso la capacità di parlare, rivelando che perdere la parola è l'esperienza moderna par excellence?
Ora, Baudelaire non solo solleva questa questione, ma incarica anche ogni lettore di rispondere, di riprenderla da dove le sue poesie la lasciano, e di vedere, come fece Baudelaire, che una risposta che finisce in afasia, personale o collettiva, riceve a sua volta risposta da un'altra risposta, quella dell'amore. Perché c'è sicuramente violenza nel linguaggio, ma la poesia che accompagna tale violenza può almeno conoscere questa verità, trasformando la poesia in uno studio delle sue stesse condizioni. E più precisamente c'è un omicidio nel cuore delle parole, e tuttavia la poesia che cresce da quel fatto può anche rivelarlo, rendendo così la poesia, come un dramma sacrificale, un atto di compassione per la vittima delle parole.
Il libro di Thélot, in cui legge, nell’ordine, Le Spleen de Paris, Pauvre Belgique!, la poesia a Sainte-Beuve e la strana storia raccontata a Nadar, "Clergeon en enfer", e infine Les Fleurs du Mal, e che trae ispirazione dalle opere di Yves Bonnefoy e di René Girard, è dedicato alla passione di Baudelaire: alla sua denuncia – in cui l’etica è più forte dell’estetica – della violenza nella poesia, per liberare finalmente il linguaggio, al di là delle poesie.
Prendendo atto sia della proposta di Walter Benjamin di accrescere la percezione dell’allegoria, sia dell’appello di Jean Prévost a studiare la "retorica profonda" di Baudelaire, Patrick Labarthe ha scelto un approccio storico. Il suo libro esplora quelle grandi tradizioni di allegoria attraverso la cui influenza il poeta avrebbe potuto formarsi, ripristinando i dialoghi che, in diversi momenti della sua opera, ha portato avanti con le grandi voci del suo tempo o del passato. Tracciare le diverse tradizioni allegoriche che hanno lasciato il segno su Baudelaire, e mostrare le convergenze e le trasformazioni in un’opera in cui l’analogia è generalizzata, poteva, tuttavia, avvenire solo in congiunzione con i vari sistemi poetici da lui concepiti. Questo libro, quindi, passa dalla tradizione cristiana dell’allegoria (negli scritti di Chateaubriand e nella tradizione oratoria del XVII secolo, ad esempio) ai modi in cui i pensatori da Winckelmann a Jouffroy concepirono il simbolo, e alle figure del paganesimo (in particolare in Gautier) o alla tradizione del bestiario.[6] Alla fine del suo studio, Labarthe suggerisce di vedere una sorta di dialettica tra l’immagine permanente delle “corrispondenze” del Baudelaire critico – che è ciò che lo collega a un’intera comprensione romantica dell’analogia – e il rifiuto di questa immagine da parte del Baudelaire poeta attraverso una rappresentazione della realtà molto più frammentaria: una rappresentazione che viene realizzata per mezzo dell’allegoria, che d’ora in poi appare come il modo di pensiero fondamentale di Baudelaire.
Ci sono molti studi documentari e interpretativi che si potrebbero menzionare, ma è compito delle bibliografie elencarli. Ho detto all'inizio di questo breve Capitolo conclusivo, che la vita poetica francese era cambiata dalla metà del diciannovesimo secolo. Ciò è confermato dal fatto che se Victor Hugo è ancora il più popolare (in senso etimologico) degli scrittori francesi, agli occhi delle classi colte è Baudelaire ad avere la meglio sul suo più anziano. Hugo – così scrisse Valéry a Pierre Louÿs il 28 dicembre 1914 – "è di un'abbondanza completamente diversa da Baudelaire, e tuttavia è Baudelaire che ha avuto una progenie".[7] Con Hugo vediamo lo sbiadimento, anzi la scomparsa, della poesia come retorica. Baudelaire ha beneficiato dell'immagine di Mallarmé della poesia come suggerimento e della poesia di Rimbaud come aggressione. Possiamo essere grati a loro, e persino a Hugo, che sono serviti da trampolino di lancio per Baudelaire.
Galleria delle opere
[modifica | modifica sorgente]| Per approfondire, vedi Opere di Baudelaire su Commons. |
- Pubblicazioni & Edizioni
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Correspondance générale, 1947
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Curiosités esthétiques, 1868
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Notice sur Pierre Dupont, 1851
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Petits poëmes en prose (Ed. Conard), 1926
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Théophile Gautier, 1859
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Œuvres posthumes, I (Ed. Conard), 1939
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Œuvres posthumes, II (Ed. Conard), 1952
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Œuvres posthumes, III (Ed. Conard), 1952
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Bibliothèque de la Pléiade, Œuvres complètes, volume I
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Bibliothèque de la Pléiade, Œuvres complètes, volume I
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Bibliothèque de la Pléiade, Œuvres complètes, volume I
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Baudelaire, Œuvres complètes, volume I, page de titre
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Champfleury-Baudelaire-Toubin: Le Salut public, 1970
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Les paradis artificiels, opium et haschisch (1860)
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La Belgique toute nue, Charles Baudelaire, 1941
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Illustrazione da "La Fanfarlo"
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La Fanfarlo, 1918 (scansione)
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Biografia di Baudelaire (1915)
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Fleurs du Mal - 3a ediz. (1869).JPG
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Fleurs du mal, annotata da Baudelaire (1857)
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Illustration de l'ouvrage de Charles Baudelaire «Les Fleurs du Mal», Paris, Charles Meunier, 1900
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Les Fleurs du mal. Volume 1 (1916)
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Illustrazione per «Les Fleurs du Mal», di Jens Lund (1916)
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"Les Fleurs du mal", illustrazione di Émile Bernard (1916)
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Raffigurazione di una donna sdraiata in lingerie circondata da oggetti orientali, un posacenere e il libro aperto "Fleurs du Mal" – immagine di Alberto Vargas (1920)
Note
[modifica | modifica sorgente]| Per approfondire, vedi Bibliografia di Charles Baudelaire (fr), Bibliografia di Charles Baudelaire (en) e Charles Baudelaire su Wikisource (fr). |
- ↑ Questi incontri, che si tenevano d'estate presso l'abbazia cistercense di Pontigny, nel dipartimento dell'Yonne, erano famosi per le discussioni su argomenti letterari e filosofici, e vi partecipavano personalità di spicco come, ad esempio, André Gide, Paul Desjardins, Jacques Rivière, Dorothy Bussy e Lytton Strachey. Dopo la seconda guerra mondiale, questi incontri continuarono a Cérisyla-Salle.
- ↑ Creata nel 1931 da Jacques Schiffrin, originario dell'Azerbaijan, la raccolta di testi annotati nota come Bibliothèque de la Pléiade è oggi l'edizione di riferimento francese standard per le opere letterarie.
- ↑ Charles de Spoelberch de Lovenjoul (1836–1907) fu un bibliofilo e collezionista di libri che lasciò la sua vasta collezione di libri e manoscritti all'Institut de France, quel "protettore delle arti, delle lettere e delle scienze", che era stato creato nel 1795.
- ↑ Un ramo della teologia cristiana fondato dal teologo fiammingo Cornelius Jansen (1585–1638). Sottolineava il peccato originale, la depravazione umana e la necessità della grazia divina per la salvezza dal peccato.
- ↑ Romanzo epistolare del 1782 di Pierre Choderlos de Laclos. Baudelaire scrisse una serie di appunti suggestivi su questo libro, ma non completò mai il suo articolo progettato.
- ↑ François-René, visconte di Chateaubriand (1768–1848), uno scrittore preromantico le cui opere aprirono la strada ai romantici e il cui stile retorico gli valse il soprannome di "Incantatore". È autore, tra le altre opere, di Le Génie du christianisme. Johann Joachim Winckelmann (1717–68) fu uno storico dell'arte e archeologo tedesco. Théophile Gautier (1811–72), in gioventù ardente sostenitore del romanticismo, divenne uno dei principali fautori del movimento dell'arte per l'arte.
- ↑ Gide, Louÿs, Valéry, Correspondance à trois voix, curr. P. Fawcett & P. Mercier (Parigi: Gallimard, 2004), p. 1068.
