Vai al contenuto

Connessioni/Capitolo 9

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Indice del libro
Ingrandisci
La scultura Der sterbende Häftling ("Il prigioniero morente") di Françoise Salmon al memoriale del Campo di concentramento di Neuengamme

Il fondamento filosofico dell'Olocausto

[modifica | modifica sorgente]
Per approfondire, vedi The Holocaust (en.template).

Tra le spiegazioni su ciò che ha portato all'Olocausto, si trova in primo piano, e a ragione, la storia dell'antisemitismo cristiano. Tale storia è una condizione necessaria per lo sterminio degli ebrei d'Europa. È una condizione che siamo fin troppo pronti a sottolineare, poiché siamo fin troppo pronti ad accusare la religione di tutto il male che si è abbattuto sul mondo. Siamo molto meno inclini a esaminare la condizione filosoficamente necessaria per lo sterminio degli ebrei. I grandi filosofi della tradizione occidentale sono sempre stati considerati una fonte di saggezza e illuminazione, il fondamento stesso della civiltà occidentale. Siamo quindi molto più riluttanti a esaminare il fondamento stesso della nostra comprensione, anche se crolla sotto i nostri piedi. Ka-tzetnik 135633 ribadisce questo punto in una scena del suo romanzo Sunrise over Hell (Alba sull'inferno), che alcuni ritengono il primo romanzo sull'Olocausto. In questo sconvolgente racconto, Harry Preleshnik, un internato di Auschwitz modellato sull'autore, scopre il cadavere del suo amico Marcel Safran. Scrive Ka-tzetnik: "Prone before his eyes, he saw the value of all humanity’s teachings, ethics and beliefs, from the dawn of mankind to this day... He bent, stretched out his hand and caressed the head of the Twentieth Century".[1] "Il valore di tutti gli insegnamenti dell'umanità" è incarnato nella tradizione ontologica della filosofia occidentale, che, a differenza del cristianesimo, cancella ogni principio limitante.

Lo stoico del I secolo Seneca (4 AEV – 65 EV) insegnava che chiunque volesse sottomettere il mondo a sé stesso avrebbe dovuto sottomettersi alla ragione (cfr. Epistulae morales 37:4). Questo, in effetti, è il progetto ontologico: governare la realtà attraverso la ragione e quindi appropriarsi di tutto ciò che è al di fuori di sé per sé. Come avrebbe affermato Baruch Spinoza (1632–77) secoli dopo, poiché abbiamo la ragione, "non abbiamo bisogno di alcuna rivelazione privilegiata delle intenzioni di Dio".[2] La conoscenza è la chiave per l'appropriazione divina della realtà da parte della ragione. "Conoscere", dice Emmanuel Levinas, "non è semplicemente registrare, ma sempre comprendere",[3] dal latino prehendere, "prendere" o "afferrare". In quanto comprensione, il progetto della conoscenza è "acquisizione" o "possesso", i significati del nome Kayin o Caino, che possedette suo fratello Abele nel modo più assoluto nell'atto dell'omicidio, attraverso il quale l'alterità dell'altro, suo fratello, svanì nel modo più radicale. La conoscenza riduce il bene e il male a concetti, nient'altro che la comprensione e, in ultima analisi, la volontà dell'ego conoscente. La conoscenza, quindi, è potere, e il potere è l'unica realtà. La parola ebraica per "conoscenza" è daat, che significa "unire" in un'identità, cosicché, una volta ridotte le categorie a un concetto umano insito nel sé percettivo, e non a un comandamento divino dall'aldilà, non vi è distinzione tra bene e male. Da qui l'avvertimento biblico: Nel giorno in cui mangerai del frutto dall'albero della conoscenza del bene e del male, certamente morirai (Genesi 2:17).

Non solo morirai – quel che è peggio, ucciderai, come nel caso di Caino. Con Caino vediamo il primo posizionamento dell'ego pensante al centro di tutte le cose, la prima affermazione di "Sento, penso, io, io, io, dunque io sono", la frase per la quale è famoso René Descartes (1596-1650), il padre della filosofia moderna.[4] Io penso, dunque sono. Io penso, dunque sono. E no che sono stato creato, comandato o altrimenti scelto, dunque sono. Moriamo – e uccidiamo – il giorno in cui mangiamo dall'Albero della Conoscenza del Bene e del Male perché in quel giorno trasformiamo il bene e il male in un'identità autodeterminata, in un vano tentativo di diventare "come dio", il dio egocentrico dello Stesso, che, in quanto arbitro speculativo del bene e del male secondo la sua ragione autoproclamata, è al di là di ogni rapporto pattizio, al di là del bene e del male. Ecco perché moriamo – moriamo come morì l’anima di Caino, per omicidio – quando mangiamo il frutto della filosofia ontologica speculativa che per millenni ha plasmato la coscienza dell’Occidente, da cui è nato l’Olocausto.

Se "il mondo rimase in silenzio", come afferma il titolo originale del memoir di Elie Wiesel, Un di velt hot geshvign,[5] è perché il mondo assunse una silenziosa indifferenza stoica verso il massacro in carne e ossa degli ebrei. Dopotutto, la carne è il nemico e la prigione dell'anima, come insegnava Platone (Fedone, 80a-81a). Con la ragione come assoluto del filosofo, la necessità logica è assoluta, e con la necessità logica arriva la necessità naturale, così che tutte le cose sono intrappolate in un'ineluttabile catena di causa ed effetto. Una volta che l'ego pensante si situa al centro della realtà, la sofferenza fisica, sia in sé che nell'altro, diventa una questione di indifferenza ragionata. "Che cosa è nobile?" si chiede Seneca. "Sopportare con soddisfazione le avversità, accettando qualsiasi cosa accada come se l'avessimo voluta per noi stessi" (Naturalium Quaestionum Libros 3:4). Poiché tutto ciò che è, è necessariamente così, diceva Marco Aurelio (121-180), "essere scontenti di qualsiasi cosa accada" degrada l'anima (Meditazioni 2:16). Spinoza, l'ebreo che era un filosofo ma la cui filosofia era tutt'altro che ebraica, diceva: non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere - "Non ridere, non piangere, non maledire nulla, ma comprendere".[6] Da qui la consolazione della filosofia, che raccomanda, riguardo all'Olocausto, di non piangere, ma comprendere. Non c'è da stupirsi che Yehiel De-Nur una volta mi abbia detto accigliato: "Philosophy – it is a shabby word".

L'indifferenza filosofica verso la sofferenza dell'altro essere umano deriva dall'indifferenza dell'Essere stesso, il cui dio è, nella migliore delle ipotesi, il Motore Immobile. Il Motore Immobile non è mosso da nulla, né dalla sofferenza né dalla gioia, né dalla giustizia né dalla trasgressione, e men che meno dalla preghiera. Inteso in termini di perfezione, e non di santità, il dio ontologico dei filosofi non ha bisogno di nulla, come afferma Aristotele: non ama né ha bisogno di amore (cfr. Etica Eudemia, VII, 1244b; cfr. anche Metafisica, 1071b-1072b). Né ha un nome: non gridiamo "Padre!" al Primo Principio. Il Logos non è il Creatore che ci chiama alla gioia, che è scosso dalla preghiera, che nel Suo amore per noi ci comanda di amare gli altri, o che soffre per ogni nostro tradimento dell'altro essere umano. Collassando dio, mondo e umanità nelle categorie del pensiero, la tradizione ontologica speculativa colloca dio nel sé e il sé in un isolamento che alla fine si rivelerebbe fonte di puro orrore.

Fin dall'inizio, quindi, la filosofia occidentale non solo si è opposta al pensiero ebraico, ma ha anche generato un modo di pensare che avrebbe aperto la strada ad Auschwitz. Emil Fackenheim spiega:

« At its apex, the God of Aristotle is... the prime mover of the universe and the ultimate cause of what order there is in it. Even so, however, he is not beyond the universe but only the highest part of it. All this is in sharp contrast to the God of the Tenach, who makes His first appearance as Creator of heaven and earth. He does not create earth alone while dwelling Himself in heaven. He rather creates heaven – heaven fully as much as earth. And yet, though infinitely above the world and the humanity that is part of it, He creates man – him alone – in His very own image! The God of Aristotle does no such thing. »
(Emil L. Fackenheim, What Is Judaism? (New York: Macmillan, 1987), 108–109)

Il dio di Aristotele non comanda nulla e non stipula alcun patto o alleanza. Non chiede nulla e non esige nulla, perché non ha bisogno di nulla. Semplicemente "è", senza significato o importanza. La filosofia ellenistica che abbraccia un tale dio è sempre stata ostile al Dio di Abramo, come anche ai figli di Abramo, che sono i Suoi testimoni. Dice Fackenheim: "Having created heaven and earth, the God of Abraham, as it were, Himself walks in the garden".[7] Il che significa: Colui che è infinitamente aldilà di tutto ciò che esiste, è immediatamente presente in tutto ciò che esiste, rendendo l’aldilà e l’interiore sinonimi. Solo così inteso può Egli essere inteso come il Creatore, che nel costante movimento della creazione entra in relazione, sia come Re che come Padre, con l'essere umano creato a Sua immagine e somiglianza.

L'eclissi di luce dell'Illuminismo

[modifica | modifica sorgente]

Nelle Scritture sta scritto: "Il comandamento è la lampada e la Torah è la luce" (Proverbi 6:23), e l'Illuminismo fu proprio l'eclissi della Luce della Torah. Quando ci sforziamo di identificare gli elementi della civiltà occidentale e della cultura tedesca che hanno contribuito all'Olocausto, l'ultimo posto a cui guardiamo è l'Illuminismo tedesco. Dopotutto, da quell'Illuminismo abbiamo i principi del governo democratico, dei diritti civili, della ricerca scientifica, dell'istruzione organizzata, del progresso tecnologico e altro ancora. Come poteva, allora, l'Illuminismo, un movimento che sembra aver glorificato "l'uomo" e portato così tanto di "progressista", avere qualcosa a che fare con l'Olocausto?

Immanuel Kant offre questa breve definizione di Illuminismo: "L'Illuminismo è la liberazione dell'uomo dalla tutela che egli stesso si è imposto. La tutela è l'incapacità dell'uomo di usare il proprio intelletto senza la guida di un altro. Questa tutela è imposta a se stesso quando la sua causa non risiede nella mancanza di ragione, ma nella mancanza di risolutezza e coraggio".[8] Nell'affermazione di Kant troviamo la nozione di coraggio come coraggio di trascendere, attraverso la risolutezza, qualsiasi legge che possa essere imposta dall'alto. Cos'è la tutela nella sua forma peggiore, da un punto di vista kantiano? È proprio ciò che è più essenziale per il pensiero e l'identità ebraica: la Torah. Pertanto, afferma Fackenheim, "if the belief in the creation of the world, the reality of biblical miracles, the valid law based on revelation at Sinai, is the foundation of Judaism, then one must say that modern Enlightenment has undermined its foundations".[9] E qual è la più urgente delle leggi rivelate sul Monte Sinai? È il divieto di omicidio. L'eclissi della Luce della Torah che caratterizza l'Illuminismo porta in ultima analisi all'indebolimento del divieto di omicidio, entrato nel mondo attraverso gli ebrei.

I filosofi dell'Illuminismo erano noti per essere i paladini dei diritti umani e della tolleranza, ma raramente riservavano la stessa considerazione agli ebrei e all'ebraismo. Questo atteggiamento non era il risultato di una ricaduta in pregiudizi culturali perenni; no, era una caratteristica distintiva della prospettiva filosofica dell'Illuminismo stesso. Era una visione che giustificava e legittimava il loro antisemitismo filosofico, poiché gli ebrei rappresentavano tutto ciò che riguardava la mentalità non illuminata a cui l'Illuminismo si opponeva. Ricordiamo l'insistenza di Kant sul fatto che "l'eutanasia dell'ebraismo è la pura religione morale".[10] L'eutanasia dell'ebraismo richiede l'eliminazione del Dio di Abramo e dei suoi testimoni perenni: gli ebrei. Nel 1834 Heinrich Heine, egli stesso figlio dell'Illuminismo, scrisse:

« The German revolution will not be milder and gentler because it was preceded by Kant’s Critique, by Fichte’s transcendental idealism, and even by the philosophy of nature. These doctrines have developed revolutionary forces that wait only for the day when they can erupt and fill the world with terror and admiration. There will be Kantians forthcoming who will hear nothing of piety in the visible world, and with sword and axe will mercilessly churn the soil of our European life, to exterminate the very last roots of the past. Armed Fichteans will enter the lists, whose fanaticism of will can be curbed neither by fear nor by self-interest... But the most terrible of all would be natural philosophers..., [who] can call up the demoniac energies of ancient Germanic pantheism... A play will be performed in Germany that will make the French Revolution seem like a harmless idyll in comparison. »
(Heinrich Heine, "The German Revolution" in Words of Prose, trad. E. B. Ashton (New York: L. B. Fischer, 1943), 51–53)

Purtroppo, Heine si dimostrò un profeta. L'Olocausto non avvenne a causa di una rottura con "these doctrines" dell'Illuminismo, come le chiama Heine, ma, in parte, proprio perché i nazisti erano così profondamente versati nella storia intellettuale e culturale tedesca emersa dall'Illuminismo. Hans Sluga definisce Johann Gottleib Fichte (1762-1814) "the first National Socialist philosopher".[11] I fichtiani a cui Heine si riferisce sono armati della nozione fichtiana secondo cui "the real destiny of the human race... is in freedom to make itself what it really is originally".[12] Qui non si tratta di una creazione dell'essere umano a immagine divina. Ciò che abbiamo, in una parola, è idolatria. Afferma Fackenheim: "The new idolator of Nazi Germany is not enlightened, but he is most decidedly... a bastard child of the Age of Enlightenment".[13] L’idolatra nazista può essere un figlio illegittimo dell’Età dell’Illuminismo, ma ne è la conseguenza logica.

La critica kantiana deduce tutto dall'io pensante e quindi, come comprese Franz Rosenzweig, "riduce il mondo al sé percettivo".[14] Lungi dal glorificare l'essere umano, tuttavia, la riduzione del mondo al sé percettivo è radicalmente disumanizzante. "Alla svolta copernicana di Copernico, che fece dell'uomo un granello di polvere nel tutto", afferma Rosenzweig, "corrisponde la svolta copernicana di Kant, che, a titolo di compensazione, lo pose sul trono del mondo, molto più precisamente di quanto Kant pensasse. A quella mostruosa degradazione dell'uomo, che gli costò la sua umanità, questa correzione senza misura andò, parimenti, a costo della sua umanità".[15] Insistendo sulla creazione di se stesso a propria immagine, l'essere umano perde la sua immagine umana. Alla fine tenta di rimodellare e quindi disumanizza l’altro essere umano assolvendosi da ogni legge tranne quella che ha origine dal sé. Contrariamente a quanto definito dal comandamento divino, l'essere umano è "determinabile", dice Kant, "solo attraverso leggi che egli stesso si dà attraverso la ragione".[16] Dio perde significato non solo come Legislatore e Redentore, ma anche come Maestro e Padre. Una volta che Dio è superfluo, lo è altrettanto ogni essere umano.

Dopo Kant, abbiamo Hegel. I suoi scritti, come ha osservato Paul Lawrence Rose, "conform to the basic Kantian idealist and moralist critique of Judaism. Judaism is seen as the epitome of an unfree psyche".[17] Similmente a Kant, Hegel sostiene che la religione rivelata sia in ultima analisi soppiantata dalla conoscenza assoluta della ragione. Con Hegel, il sé percettivo che si è appropriato del mondo si appropria della divinità. E così, la sequenza di pensiero che colloca il sé al centro marginalizza sia Dio che il prossimo. L'altro essere umano non interpella chi sono nella mia responsabilità per un altro, ma piuttosto minaccia chi sono nel mio essere-per-me stesso: l'altro essere umano diventa una minaccia alla mia libertà e autonomia. Per gli hegeliani di sinistra come Feuerbach e Marx, afferma Fackenheim, "‘l'identità della natura divina e dell'umano’ diventa l'appropriazione della natura divina da parte dell'umano" attraverso lo spirito.[18]

Poi, con l'avvento di Nietzsche, Dio è ciò a cui si aspira in un'auto-apoteosi nell’Übermensch,[19] e gli altri esseri umani sono meri Untermenschen. Con questa svolta nella storia della filosofia speculativa, con l'identificazione del pensiero con l'essere, la divinità viene interiorizzata e infine sostituita, nelle parole di Fackenheim, "da un'umanità potenzialmente infinita nella sua moderna ‘libertà’".[20] Infinita nella sua "libertà moderna", l'"umanità" è libera da ogni principio limitante e quindi elimina l'Uno Infinito, cosicché gli esseri umani sono liberi di fare tutto ciò che desiderano e immaginano, perdendo quindi la loro umanità. Il Dio di Abramo è morto, come dichiarò Nietzsche.[21] E nasce il dio del nazionalsocialismo.

Alla riunione del giugno 1939 dell'Associazione Nazionalsocialista dei Docenti Universitari, il suo presidente Walter Schultze (1894–1979) dichiarò davanti all'assemblea: "Ciò che i grandi pensatori dell'idealismo tedesco sognavano, e ciò che in definitiva era il nocciolo del loro desiderio di libertà, finalmente prende vita, assume realtà... Mai l'idea tedesca di libertà è stata concepita con maggiore vita e maggior vigore che ai nostri giorni".[22] Schultze comprese il legame tra la tradizione filosofica tedesca e il nazionalsocialismo. Infatti, nel 1940, quasi la metà dei filosofi tedeschi erano membri del Partito Nazista.[23] Nel 1923, Hermann Schwarz si distinse diventando il primo filosofo a sostenere pubblicamente i nazisti. Era accompagnato da Bruno Bauch (1877–1942), Max Wundt, Hans Heyse (1891–1976) e Nicolai Hartmann (1882–1950), tutti idealisti kantiani; poi c'erano il noto hegeliano Theodor Haering (1884-1964) e i nietzschiani Alfred Bäumler (1887-1968) ed Ernst Krieck (1882-1947). Il più rinomato di tutti, naturalmente, fu Martin Heidegger. Il pensiero che iniziò con l'idealismo kantiano e culminò nei campi di concentramento deve mirare all'eliminazione del pensiero ebraico eteronomo e dell'ebraismo da cui esso scaturisce, poiché entrambi abbracciano l'autorità assoluta del Santo. La testimonianza ebraica al cuore dell'ebraismo è ciò di cui Heidegger si lamentava quando si lamentava della "ebraicizzazione" della mente tedesca.[24] E così, il filosofo si unì al Partito che avrebbe provveduto a una soluzione finale al problema dell'ebraicizzazione.

Il filosofo nazista

[modifica | modifica sorgente]

Nel suo studio Heidegger: The Introduction of Nazism into Philosophy, Emmanuel Faye dimostra che "la questione del rapporto tra Heidegger e il nazionalsocialismo non è quella del rapporto tra l'impegno personale di un uomo temporaneamente smarrito e un'opera filosofica che rimane quasi inalterata, ma piuttosto quella di un'introduzione deliberata dei fondamenti del nazismo e dell'hitlerismo nella filosofia e nei suoi insegnamenti".[25] Mentre il nazionalsocialismo estendeva la sua portata in ogni ambito della politica, della cultura, dell'istruzione e dell'impegno intellettuale, la filosofia è "l'area in cui il pericolo si è dimostrato maggiore, perché affrontando la filosofia, il nazismo ha tentato di sovvertire le basi del pensiero e dello spirito".[26] Il filosofo più influente e più pericoloso del ventesimo secolo, Martin Heidegger, ha stabilito il legame tra l'identificazione del pensiero con l'essere e della determinazione con l'autenticità.

Con Heidegger la speculazione interna del soggetto pensante assume la forma di una volontà di potenza interiore. "L'espressione ‘volontà di potenza’", afferma, "designa il carattere fondamentale dell'ente; ogni ente che è, in quanto è, è volontà di potenza".[27] Pertanto Heidegger considera l’Entschlossenheit, ovvero la "determinazione" che alimenta la volontà, come la caratteristica distintiva dell’autenticità dell'ente (ma senza elaborare perché si dovrebbe voler essere autentici, qualunque cosa ciò significhi). E la determinazione è qualcosa che riguarda solo il sé. "Il Dasein è il suo stesso sé", insiste Heidegger, "nell'isolamento originario della determinazione silenziosa".[28] E la determinazione è silenziosa: nulla qui del pensiero relazionale orientato verso "il bisogno di un altro", come Rosenzweig descrive il "pensiero parlante" che è il pensiero ebraico.[29] È silenziosa, separata da qualsiasi relazione con l'altro, dal divieto di omicidio rivelato e pronunciato attraverso il volto dell'altro. Cieca al volto e al suo divieto, la risolutezza di Heidegger fa il gioco dei suoi compatrioti nazisti nel progetto di sterminio degli ebrei in quanto testimoni millenari dell'ebraismo. E lo sapeva.

Nel 1922, Heidegger proclamò che ciò che lo aveva attratto alla filosofia era "the full-blown antireligious attitude of the German Geist ripened from German Idealism".[30] L'atteggiamento antireligioso è necessariamente un atteggiamento antisemita, anti-Dio di Abramo, anti-rivelazione, anti-comandamento divino – in definitiva, anti-proibizione dello sterminio. Nell’Einführung in die Metaphysik sostiene che "it was not German Idealism that collapsed; it was the era that was not strong enough to match the stature, the breadth, and the originality of that spiritual world".[31] Nel nazionalsocialismo e nel suo progetto di sterminio, Heidegger vide la realizzazione storica dell'idea originaria, che era un passaggio verso l'autenticità definita dalla determinazione interiore del pensatore speculativo. Fervente sostenitore della legislazione antiebraica dell'aprile 1933,[32] si iscrisse al Partito Nazista il 1° maggio 1933. Come Rettore dell'Università di Friburgo, dove il 10 maggio 1933 gli studenti dell'Università bruciarono i libri "ebraici",[33] Heidegger abbracciò con tutto il cuore il Partito Nazista. Nel suo famigerato "Discorso del Rettore", pronunciato il 27 maggio 1933, esaltò la "magnificence and greatness of the new movement"[34] e dichiarò che "all abilities of will and thought, all strengths of the heart, and all capabilities of the body must unfold through battle, heightened in battle, and presented as battle",[35] dove qualsiasi ascoltatore tedesco contemporaneo avrebbe immediatamente associato la parola battaglia, o Kampf, al Mein Kampf, il "testo sacro" che fornì il fondamento ideologico dell'Olocausto.

Solo tre settimane prima del famigerato discorso, il giornale nazista Der Alamanne affermò:

« We know that Martin Heidegger, with his lofty consciousness and responsibility, his care for the destiny and the future of the German man, was at the very core of our magnificent movement. We also know that he never made any mystery about his German convictions and that for many years he has supported in the most effective way the party of Adolf Hitler and his struggle for being and power, that he has constantly proved ready for sacrifice for the holy cause of Germany, and that no National Socialist has ever knocked at his door in vain. »
(Citato in Faye, Heidegger, 31)

Faye sottolinea che "if the rectoral address is the best known of those given by Heidegger, it is far from being the only one. From May 1933 to the end of November 1934 – that is, in the course of four academic semesters – Heidegger gave more than twenty lectures and speeches in which ‘philosophy’ was radically put at the service of Nazism".[36] In effetti, il nazismo dipese dalla filosofia per il suo successo.

Nel 1936 Karl Löwith, allievo ebreo di Heidegger, espresse al suo maestro la preoccupazione che ci fosse una "partnership" essenziale tra il nazionalsocialismo e la filosofia di Heidegger. "Heidegger fu d'accordo con me [su questo]", dice Löwith, "senza riserve e chiariva che il suo concetto di ‘storicità’ era la base del suo ‘impegno’ politico. Inoltre, non lasciò dubbi sulla sua fede in Hitler".[37] Heidegger stesso comprese che il suo nazismo era un tratto centrale del suo pensiero ontologico. Fu un modo di pensare che lo condusse alla nozione di Seinsverlassenheit,[38] che è un "abbandono dell'essere", sordo "alle urla dei bambini e al silenzio dei Muselmänner".[39]

Una caratteristica centrale del pensiero heideggeriano che caratterizza l'ideologia nazista è l'eliminazione dell'altro essere umano dalla sua preoccupazione. "Das Dasein existiert umwillen seiner", dichiara Heidegger: "Il Dasein esiste per se stesso".[40] Mentre l'insegnamento ebraico sostiene che gli altri sono figli di Dio affidati alle mie cure, per l'Heidegger nazista, gli altri sono das Man o "il Loro", che minaccia la mia autenticità.[41] Questa esistenza per il solo bene di sé diventa un'esistenza per il bene del proprio Volk e del proprio Führer. Heidegger comprese che l'"uomo nuovo" nato dalla rivoluzione antisemita nazista sarebbe emerso solo attraverso la volontà di potenza esaltata dal Volk e dal Führer. Egli vide nel nazismo la “nuova svelatezza dell’Essere” che finalmente si libera dai comandamenti divini sposati dagli ebrei, da ogni rivelazione di valori, da ogni residuo di “onto-teologia”.[42] Di fronte all’onto-teologia "inautentica" si erge l’autentica "ontologia esistenziale". "L’ontologia esistenziale", spiega Heidegger, "ha come unico obiettivo l’esplicitazione della struttura trascendentale primordiale del Dasein nell’uomo", che, a sua volta, "si manifesta come bisogno di comprensione dell’Essere",[43] e non, per esempio, come bisogno di responsabilità per l’altra persona o per Dio.

Comprensione va intesa alla lettera: è l'"afferrare" o "catturare" l'Essere, esemplificato nella nozione nazista di Lebensraum, che costituiva il programma di espansione della Germania. Qui il Volk si appropria dell'altro, sia fisicamente che filosoficamente. E l'"altro" include Dio. Nel 1936 Julius Streicher affermò che "chi combatte gli ebrei combatte il diavolo" e "chi domina il diavolo conquista il cielo".[44] Qui abbiamo l'oggetto metafisico di conquista dei nazisti, al di là di Parigi o Mosca: è la conquista del cielo. Il "bene" che Heidegger e i suoi seguaci nazisti cercavano non ha nulla a che fare con un bene morale. No, è un bene ontologico, una buona condizione per il futuro del Reich millenario, al di là del bene e del male, con il suo corollario di bene sociale, politico e culturale. La preoccupazione etica per l'altro essere umano, così come professata dagli ebrei, diventa non solo superflua, ma anche dannosa. Afferma Heidegger: "If one takes the expression ‘concern’... in the sense of an ethical and ideological evaluation of ‘human life’ rather than as the designation of the structural unity of the inherently finite transcendence of Dasein, then everything falls into confusion and no comprehension of the problematic which guides the analytic of Dasein is possible".[45] La "valutazione etica della ‘vita umana’" richiede la capacità di lasciarsi turbare il pensiero dalla preoccupazione per l'altro, la capacità di ascoltare il grido della vittima. L'"analitica del Dasein" è possibile solo quando diventiamo sordi a quel grido. Qui sta l'orrore della filosofia di Heidegger. Qui sta il contributo della filosofia all'Olocausto.

Diametralmente opposto all'essere-per-sé che caratterizza l'ontologia heideggeriana è l'essere-per-l'altro al centro dell'insegnamento ebraico – ciò che Heidegger deprecava come pensiero "ebraizzato". Il Sein-zum-Tod, o "essere-per-la-morte", che Heidegger considera così centrale per l'esistenza autentica è una preoccupazione per la mia morte.[46] La morte che riguarda l'ebreo è la morte dell’altro essere umano, la vedova, l'orfano e lo straniero, che non interessano a Heidegger. Ciò che deve essere opposto al male dell'ontologia di Heidegger non è l'autonomia del sé, ma la santità dell'altro, non le massime universali della ragione, ma gli intransigenti comandamenti di Dio – dall’alto.

La tradizione speculativa occidentale che culmina nell'ontologia di Heidegger realizza il suo obiettivo ultimo nella cancellazione delle categorie verticali e "logocentriche" che ci permetterebbero di parlare di qualcosa di sacro o di malvagio, cosicché ciò che è "lì" è semplicemente "lì". Una volta persa la dimensione dell'altezza, ci rimangono solo le lotte di potere della cultura e della politica che sono arrivate a determinare chi e cosa siamo e che hanno lasciato l'anima completamente alienata. Nella misura in cui l'ebraismo insiste su una dimensione di altezza e santità, il pensiero speculativo ontologico non può che essere antisemita, antigiudaico e antisionista. Alla cancellazione ontologica degli assoluti si contrappone l'insistenza ebraica su assoluti che non sono né culturalmente né politicamente determinati, ma sono comandati dall'Altissimo. Questa altezza, e non la nostra determinazione o la nostra volontà di potenza, è ciò che apre la verità, il significato e il bene nella vita. "Sotto lo sguardo livellatore del filosofo dell’Essere", scrive Jürgen Habermas (n. 1929), "anche lo sterminio degli ebrei appare come un evento, in cui tutto può essere sostituito a piacere con qualsiasi altra cosa".[47] Con la perdita della dimensione dell’altezza, perdiamo il carattere assoluto del divieto di omicidio.

Speculazione e sterminio

[modifica | modifica sorgente]

Mentre le categorie che definiscono il pensiero ebraico sono creazione, rivelazione e redenzione, le categorie di pensiero che plasmano la tradizione ontologica occidentale sono causalità, deduzione e perfezione. Le categorie di creazione e rivelazione richiedono la realizzazione di una relazione con qualcosa – o qualcuno – che è più di tutto ciò che esiste, una nozione totalmente estranea al pensiero speculativo per il quale la ragione è l'alta corte della verità e l'arbitro della realtà. La ragione, come abbiamo visto, è la categoria chiave nella determinazione dell'autonomia del soggetto pensante; inteso in termini di autorità della ragione, l'essere autonomo è un essere autolegislatore, come ha sostenuto Kant.[48] Con l'essere autonomo, non c'è "esserci" per il bene di un altro, perché non c'è un altro; infatti, Michael Mack ha dimostrato che per Kant e Hegel "l’autonomia qui denota il rifiuto del sé di impegnarsi con l'altro"[49] attraverso la riduzione di ogni cosa all'ego pensante. Con l'avanzare della tradizione filosofica speculativa nell'era moderna, la radicale alterità di Dio svanisce. Con questa scomparsa dell'alterità radicale del divino avviene anche la scomparsa della connessione radicale con l'altro essere umano, e quindi l'anima viene abbandonata a un isolamento radicale, in cui soffoca.

L'apice della tradizione speculativa lo vediamo quarant'anni prima dell'inizio di Auschwitz nelle celebri parole di Kurtz in punto di morte nel romanzo Heart of Darkness di Joseph Conrad (1857-1924): "L'orrore! L'orrore!"[50] L'orrore non sta nel fatto che ci sia così tanto male nel mondo, ma piuttosto nel fatto che non ci sia alcun male, alcun bene, alcun significato: esiste semplicemente ciò che è, neutrale, privo di valore e indifferente. Riflettendo su questo orrore che accompagna la moderna desolazione dell'anima, Martin Buber scrive:

« When man is for once overcome by the horror of alienation and the world fills him with anxiety, he looks up and sees a picture. Then he sees that the I is contained in the world, and that there really is no I, and thus the world cannot harm the I, and he calms down; or he sees that the world is contained in the I, and that there really is no world, and thus the world cannot harm the I, and he calms down. And when man is overcome again by the horror of alienation and the I fills him with anxiety, he looks up and sees a picture; and whichever he sees, it does not matter, either the empty I is stuffed full of world or it is submerged in the flood of the world, and he calms down. But the moment will come, and it is near, when man, overcome by horror, looks up and in a flash sees both pictures at once. And he is seized by a deeper horror. »
(Martin Buber, I and Thou, trad. (EN)Walter Kaufmann cit. 1970, 121–122)

Questa è l'eredità del pensiero speculativo. Il tempo di cui parla Buber, in cui sia la sostanza del mondo sia la sacralità dell'anima svaniscono con la cancellazione del bene e del male – il tempo dell'orrore più profondo – non è mai stato più profondo che nel tempo dell'Olocausto.

Solo la luce del volto del nostro prossimo può penetrare nel cuore delle tenebre e liberarci dall'orrore di ciò che Levinas chiama il "c'è (there is)", dall'Es dell'"essere impersonale",[51] in cui nulla è vero e tutto è permesso, un mondo di indifferenza, dominio e sfruttamento, che si trasforma in un anti-mondo di sterminio, che inizia ma non finisce mai con gli ebrei. Chiusi nel nostro isolamento, ci allontaniamo dal divieto di omicidio che è fondamentale per le relazioni umane, e con questo allontanamento perdiamo la relazione con l'Altissimo. Perché l'anima non può vivere senza il divieto divino. Al tempo dell'assalto sistematico all'anima da parte dei nazisti, scopriamo uno sforzo calcolato per cancellare il divieto attraverso l'eradicazione degli ebrei, la cui testimonianza al mondo significa il divieto. Il divieto divino contro l'omicidio è la manifestazione più fondamentale dell'incursione dell'eterno nel tempo.

Il tempo accade dove accade la responsabilità. Poiché la nostra responsabilità verso l'altro essere umano è infinita, il tempo dischiude l'eterno. Solo nella nostra relazione con l'altro essere umano – che trascende le coordinate dello spazio e del tempo – abbiamo tempo, perché solo nella relazione con l'altra persona l'eterno prende forma. Misurato a partire dal sesto giorno della Creazione, Rosh HaShanah ראש השנה‎ è l'anniversario non della Creazione, ma dell'avvento della relazione umana, quando la dimensione del tempo è entrata in questo reame. Quel giorno il mostro e infanticida nazista Josef Mengele (1911-1969) – prodotto concreto delle astrazioni ontologiche della tradizione speculativa – avrebbe condotto massicce selezioni ad Auschwitz. Mengele, osserva Fackenheim, "era solito vantarsi di essere lui, e non Dio, a decidere quale ebreo dovesse vivere e quale dovesse morire. Ad Auschwitz un ebreo non poteva essere al di fuori del tempo",[52] perché l'Angelo della Morte nazista aveva usurpato l'eterno. Questa usurpazione umana del Trono Divino del Giudizio è proprio ciò che sta alla base del progetto della tradizione speculativa occidentale che ha contribuito ad aprire la strada allo sterminio del popolo ebraico.

Avendo escluso Dio dalla questione, la filosofia speculativa si spinge fino all'omicidio e/o al suicidio. Rosenzweig sostiene che, in definitiva, la tradizione speculativa occidentale può raccomandare solo il suicidio.[53] Certo, dopo Auschwitz, il suicidio sembra essere l'unica opzione che la filosofia potesse raccomandare a Tadeusz Borowski (1922-1951), Piotr Rawicz (1919-1982), Paul Célan (1920-1970), Jean Améry (1912-1978), Primo Levi (1919-1987), Jerzy Kozinski (1933-1991) e altri sopravvissuti che non riuscirono a sopravvivere alle implicazioni filosofiche dell'Evento. Nelle parole di Primo Levi, si arriva a questo: "Vorrei essere [credente], ma non ci riesco... C'è Auschwitz, e quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione a questo dilemma. Continuo a cercare, ma non la trovo".[54] Il "non ridere, non piangere, non maledire nulla, ma comprendere..." di Spinoza non fu di alcun aiuto a Levi.

Questo movimento omicida è il risultato dell'identificazione ontologica del pensiero con l'essere da parte della filosofia speculativa. Nel Talmud è scritto che il cuore non può contenere contemporaneamente l'ego e la Shekhinah, poiché i due sono antitetici (Pesachim 66b). Di fronte al cogito moderno, l'"io penso", abbiamo la nozione ebraica di bitul hayesh, che è l'"annullamento del sé", un movimento che produce un "‘vaso’ in cui la verità può entrare", come dice Rabbi Yitzchak Ginsburgh.[55] In questo movimento il male viene smascherato: è l'ego. Fackenheim riconosce la menzogna di questo male, lamentandosi che "il riduzionismo soggettivista è diventato un moderno – forse il moderno – stile di vita",[56] aggiungendo che questo riduzionismo "scambia l'allontanamento da Dio per la naturale e inevitabile condizione umana".[57] Si tratta di più di un errore, tuttavia: è una mossa che conduce al male radicale dello sterminio, incomprensibile alla filosofia che lo genera: il male di Auschwitz. Hannah Arendt (1906-1975) sostiene che "è insito in tutta la nostra tradizione filosofica il fatto che non possiamo concepire un ‘male radicale’". Incapace di pensare il male radicale dello sterminio, scrive Arendt, l'unica cosa che il pensiero speculativo può dire è che "il male radicale è emerso in connessione con un sistema in cui tutti gli uomini sono diventati ugualmente superflui".[58] Arendt ci apre gli occhi non solo sull'inadeguatezza e il conseguente fallimento dell'eredità della filosofia speculativa, ma ci conduce anche alla consapevolezza di un certo male insito in tale pensiero.

Con lo sviluppo della tradizione filosofica speculativa, coloro che furono i testimoni millenari della rivelazione sul Monte Sinai divennero oggetto di un odio filosofico radicale, ben prima dell'avvento di Heidegger. Heidegger, tuttavia, fa chiarezza, non solo nel suo pensiero ontologico, ma in quella che Fackenheim definisce la sua "decisione ontica di grande conseguenza",[59] ovvero nella sua decisione di allinearsi al nazionalsocialismo. E così, la parola del Führer materiale diventa il principio ontologico ultimo, come affermò lo stesso Heidegger, dichiarando: "Il Führer stesso e lui solo è la realtà tedesca presente e futura e la sua legge".[60] Afferma Fackenheim:

« The scandal would be minor, if at issue were merely Heidegger’s personal behavior. The indisputable and undisputed fact is, however, that when he endorsed in advance the Führer’s actions as German “reality” and “law,” he did so not, like countless others, impelled by personal fear, opportunism, or the hysteria of the time, but rather deliberately and with the weight of his philosophy behind it»
(Fackenheim, To Mend the World, 169)

Il peso della filosofia di Heidegger dietro il suo pensiero sterminazionista nei confronti degli ebrei non risiede nel suo specifico appello a quello sterminio, ma nella sua adozione delle categorie di pensiero necessarie per quello sterminio.

Nella loro condizione di eletti, gli ebrei devono essere eliminati come un popolo "testimone" a parte. Più che un compito spiacevole, è una necessità logica. La filosofia speculativa e l'Illuminismo offrirono agli ebrei questa non-scelta: assimilarsi o morire, che, giunti a una soluzione finale, i nazisti ridussero semplicemente a morire. Ed è una soluzione filosofica, come osserva correttamente Fackenheim quando afferma:

« If der Nationalsozialismus was the acting out of a Weltanschauung, and if antisemitism was the “granite-like” core of it, then neither the Führer nor his “decent” followers could be satisfied with a Halbheit that would have Geschlossenheit but stop short of confirming its truth. The “solution” of the “problem” posed by the Jewish “poisoners” of the world, in that case, had to have Ganzheit, i.e. be “final,” and remain so to the end. »
(Emil L. Fackenheim, "Holocaust and Weltanschauung: Philosophical Reflections on Why They Did It", Holocaust and Genocide Studies 3 (1988): 206)

Il sistema filosofico esige una risoluzione sistematica e una conclusione logica. E deve essere totale. La filosofia moderna richiede la QED della finalità; non possono esserci Halbheit o mezze misure. Pertanto, la determinazione dei nazisti era senza misura, infinita come l'Infinito che cercavano di eliminare con lo sterminio degli ebrei.

Ciò che iniziò come un attacco filosofico alla Torah portò all'attacco ideologico non solo al corpo di Israele, ma all'anima stessa dell'ebreo: perseguendo questa logica fino in fondo, i nazisti dovettero uccidere le anime ebraiche prima di uccidere i corpi ebrei. Era l'unico modo per essere filosoficamente coerenti. Nella misura in cui la testimonianza ebraica è radicata nella Torah, essa afferma l'eteronomia umana che risiede nella dipendenza umana dal Santo. Considerando la scintilla divina in ogni essere umano derivante da un unico Dio, l'ebraismo rappresenta una visione di Dio, del mondo e dell'umanità diametralmente opposta alla Weltanschauung nazista. Né la Weltanschauung nazista è riducibile a mero razzismo, come abbiamo visto. "Il razzista", afferma Fackenheim, "vuole mantenere le sue vittime in uno stato permanente di soggezione. L'antisemita, proiettando il suo odio sull'ebreo, mira all'omicidio".[61] Sia per gli ideologi nazisti che per i filosofi moderni, l'ebreo rappresenta la minaccia definitiva alla libertà autonoma, insistendo come fa sul fatto che la libertà non risiede nella ragione e nella determinazione autonome, ma nell'adesione eteronoma alla Torah. O l'ebreo è malvagio o la tradizione ontologica è malvagia. E coloro che hanno la volontà e il potere di agire in base alle implicazioni filosofiche lo faranno. In effetti, lo hanno fatto.

I nazisti sono spesso paragonati ad Amalek. Fackenheim ne suggerisce il motivo: "Qual è la criminalità dell'Amalek rabbinico? Attacca i più deboli perché sono i più deboli... Prende di mira Israele perché Israele è stato scelto da Dio per un'alleanza, e il suo obiettivo è distruggere l'alleanza mentre distrugge Israele".[62] E, al centro dell'Alleanza della Torah, c'è un insegnamento fondamentale sul valore dell'altro essere umano, a cominciare dai più deboli, da coloro che non hanno nessuno a cui rivolgersi, dalla vedova e dall'orfano, dal mendicante e dallo straniero. Presentandoci davanti a loro, ci troviamo di fronte a un giudizio. E Amalek aborrisce di essere giudicato, al punto da ergersi a giudice supremo – e carnefice. Questa usurpazione di Dio richiede l'uccisione di Dio.

Paul Celan, 1945
Paul Celan, 1945
Jean Améry, 1951
Jean Améry, 1951
Per approfondire, vedi Serie delle interpretazioni, Serie misticismo ebraico, Serie maimonidea, Serie letteratura moderna e Serie dei sentimenti.
  1. Ka-tzetnik 135633, Sunrise over Hell, trad. Nina De-Nur (London: W. H. Allen, 1977), 111. Publ. (IT) Alba sull'inferno, Milano, Rizzoli, 1978. Per una discussione più approfondita di Ka-tzetnik, cfr. il Capitolo 3.
  2. Cfr. anche (EN)Benedict de Spinoza, Ethics, trad. Edwin Curley (New York: Penguin, 2005), viii.
  3. Emmanuel Levinas, Totality and Infinity, trad. Alphonso Lingis (Pittsburgh: Duquesne University Press, 1969), 82.
  4. René Descartes, Meditations on First Philosophy, 3a ed., trad. (EN)Donald A. Cress (Indianapolis, IN: Hackett, 1993), 19–20.
  5. Elie Wiesel, Un di velt hot geshvign (Buenos Aires: Tsentṛ al-farband fun Poulishe Yidn in Argentina, 1956).
  6. Benedictus Spinoza, Tractatus Politicus, in Opera, Vol. 2, 3a ed. (The Hague: Martinus Nijhoff, 1914), 4.
  7. Emil L. Fackenheim, God’s Presence in History: Jewish Affirmations and Philosophical Reflections (New York: Harper & Row, 1970), 40.
  8. Citato in Emil L. Fackenheim, Quest for Past and Future: Essays in Jewish Theology (Bloomington: Indiana University Press, 1968), 132–133.
  9. Emil L. Fackenheim, Jewish Philosophers and Jewish Philosophy, ed. Michael L. Morgan (Bloomington: Indiana University Press, 1996), 48.
  10. Immanuel Kant, Conflict of the Faculties, trad. Mary J. Gregor (New York: Abaris, 1979), 95.
  11. Hans Sluga, Heidegger’s Crisis: Philosophy and Politics in Nazi Germany (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1993), 29.
  12. Johann Gottlieb Fichte, Addresses to the German Nation, cur. George Armstrong Kelly (New York: Harper & Row, 1968), 40; corsivo aggiunto.
  13. Emil L. Fackenheim, Encounters Between Judaism and Modern Philosophy (New York: Basic Books, 1993), 187.
  14. Si veda l'introduzione di Nahum Glatzer a Franz Rosenzweig, Understanding the Sick and the Healthy, trad. Nahum Glatzer (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1999), 24.
  15. Franz Rosenzweig, Franz Rosenzweig’s “The New Thinking” trad. & cur. Alan Udoff e Barbara E. Galli (Syracuse, NY: Syracuse University Press, 1999), 96.
  16. Immanuel Kant, The Critique of Practical Reason, trad. Lewis White Beck (New York: Macmillan, 1985), 101.
  17. Paul Lawrence Rose, German Question/Jewish Question: Revolutionary Antisemitism from Kant to Wagner (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1990), 109.
  18. Fackenheim, Encounters Between Judaism and Modern Philosophy, 135 - mia trad.
  19. Questo è il significato dell’affermazione di Nietzsche secondo cui “nell’uomo creatura e creatore sono uniti”; cfr. Friedrich Nietzsche, Beyond Good and Evil, trad. Walter Kaufmann (New York: Vintage Books, 1966), 154.
  20. Fackenheim, Encounters Between Judaism and Modern Philosophy, 191.
  21. La famosa dichiarazione di Nietzsche sulla morte di Dio appare nella sezione 125 de La gaia scienza; cfr. Friedrich Nietzsche, The Gay Science, trad. (EN)Walter Kaufmann (New York: Vintage Books, 1974).
  22. Citato in George L. Mosse, Nazi Culture (New York: Grosset & Dunlop, 1966), 316.
  23. Sluga, Heidegger’s Crisis, 7.
  24. Riportato in Die Zeit, 29 dicembre 1989; cfr. Theodore Kisiel, "Heidegger’s Apology: Biography and Philosophy and Ideology", in Tom Rockmore e Joseph Margolis, eds., The Heidegger Case: On Philosophy and Politics (Philadelphia: Temple University Press, 1992), 12.
  25. Emmanuel Faye, Heidegger: The Introduction of Nazism into Philosophy, trad. (EN)Michael B. Smith (New Haven, CT: Yale University Press, 2009), xv - mia trad.
  26. Ibid., 3.
  27. Martin Heidegger, Nietzsche, Vol. 1, trad. (EN)D. Krell (San Francisco: Harper & Row, 1979), 18 - mia trad.
  28. Martin Heidegger, Sein und Zeit (Tübingen: Max Niemeyer, 1963), 322.
  29. Rosenzweig, Franz Rosenzweig’s “The New Thinking”, 87.
  30. Cfr. Kisiel, "Heidegger’s Apology", 34.
  31. Citato in (EN)Victor Farías, Heidegger and Nazism, trad. Paul Burrell (Philadelphia: Temple University Press, 1989), 219.
  32. Faye, Heidegger, 42.
  33. Ibid., 52.
  34. (EN)Martin Heidegger, "The Self-Assertion of the German University", in Guenther Neske e Emil Kettering, eds., Martin Heidegger and National Socialism, trad. Lisa Harries (New York: Paragon, 1990), 13.
  35. Ibid., 12.
  36. Ibid., 64–65.
  37. Karl Löwith, "Last Meeting with Heidegger", in Neske e Kettering, Martin Heidegger and National Socialism, 158.
  38. Cfr. per esempio, Martin Heidegger, Beiträge zur Philosophie, in Gesamtausgabe, Vol. 65 (Frankfurt am Main: Vittorio Klostermann, 2003), 110.
  39. Emil L. Fackenheim, To Mend the World: Foundations of Post-Holocaust Jewish Thought (New York: Schocken Books, 1989), 190.
  40. Martin Heidegger, Vom Wesen des Grundes, 5th ed. (Frankfurt am Main: Klostermann, 1965), 38.
  41. Cfr. per esempio, Heidegger, Sein und Zeit, 254.
  42. “Onto-teologia” si riferisce a un appello inautentico a un dio esterno all’essere per giustificare l’essere, quando il nostro stesso essere, il nostro Dasein, può essere giustificato solo dalla nostra volontà di potenza, e non dalla volontà di alcun dio.
  43. Martin Heidegger, Kant and the Problem of Metaphysics, trad. (EN)J. S. Churchill (Bloomington: Indiana University Press, 1962), 244.
  44. Citato in Fackenheim, Jewish Philosophers and Jewish Philosophy, 122 - mia trad.
  45. Heidegger, Kant and the Problem of Metaphysics, 245.
  46. Heidegger, Sein und Zeit, 118.
  47. Citato in Neske e Kettering, Martin Heidegger and National Socialism, xxxi.
  48. Cfr. Immanuel Kant, Grounding for the Metaphysics of Morals, trad. James W. Ellington, 3a ed. (Indianapolis, IN: Hackett, 1993), 52.
  49. Michael Mack, German Idealism and the Jew: The Inner Anti-Semitism of Philosophy and German Jewish Responses (Chicago: University of Chicago Press, 2003), 16.
  50. Joseph Conrad, Heart of Darkness (New York: Penguin Books, 1983), 111.
  51. Emmanuel Levinas, Ethics and Infinity, trad. Richard A. Cohen (Pittsburgh, PA: Duquesne University Press, 1985), 85.
  52. Fackenheim, Jewish Philosophers and Jewish Philosophy, 95.
  53. Cfr. Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, 4. Schopenhauer, naturalmente, è famoso per aver offerto questa raccomandazione; cfr. Arthur Schopenhauer, Parerga and Paralipomena: Short Philosophical Essays, Vol. 2, a cura di E. F. J. Payne (Oxford, OH: Oxford Press, 2001), 306–311. E ne I demoni il personaggio di Dostoevskij, Kirilov, lo capì molto bene: "Dio è indispensabile e quindi deve esistere... Ma so che Dio non esiste e non può esistere... Non riesci davvero a capire che questa da sola è una ragione sufficiente per spararsi?" Cfr. F. M. Dostoevskij, I demoni, 634.
  54. Ferdinando Camon, Conversazione con Primo Levi.
  55. Yitzchak Ginsburgh, The Alef-Beit: Jewish Thought Revealed Through the Hebrew Letters (Northvale, NJ: Jason Aronson, 1991), 72.
  56. Fackenheim, Quest for Past and Future, 236.
  57. Ibid., 242.
  58. Hannah Arendt, The Origins of Totalitarianism (New York: Harcourt Brace & Company, 1979), 459.
  59. Fackenheim, To Mend the World, 166.
  60. Dal Freiburger Studentenzeitung, 3 novembre 1933; cfr. Neske e Kettering, Martin Heidegger and National Socialism, 45.
  61. Fackenheim, Encounters Between Judaism and Modern Philosophy, 205.
  62. Fackenheim, What Is Judaism?, 178.