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Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Conoscere l'alfabeto italiano e le lettere straniere
  • Conoscere la differenza tra vocale e consonante
  • Conoscere la definizione di sillaba, la differenza tra sillaba aperta e sillaba chiusa, la definizione di sillaba tonica

L'alfabeto[modifica]

L'alfabeto italiano[modifica]

Lettera Nome IPA
A, a a /a/
B, b bi /b/
C, c ci /k/ o /tʃ/
D, d di /d/
E, e e /e/ o /ɛ/
F, f effe /f/
G, g gi /ɡ/ o /dʒ/
H, h acca
I, i i /i/ o /j/
L, l elle /l/
M, m emme /m/
N, n enne /n/ o /ŋ/
O, o o /o/ o /ɔ/
P, p pi /p/
Q, q cu /k(w)/
R, r erre /r/ o /ɾ/
S, s esse /s/ o /z/
T, t ti /t/
U, u u /u/ o /w/
V, v vu o vi (*) /v/
Z, z zeta /ts/ o /dz/

(*) dipende dalla regione, o dalla persona.

Lettere straniere[modifica]

Oltre alle 21 lettere già indicate, nell'italiano moderno vengono usate anche altre cinque lettere considerate straniere perché compaiono in alcune parole di origine straniera entrate però nel lessico comune.

Lettera Nome
J, j i lunga, jota (*)
K, k cappa
W, w doppia vu
X, x ics
Y, y ipsilon, i greca

(*) La lettera J faceva parte dell'alfabeto italiano, ma fu rimossa nel secondo Ottocento. Il nome jota deriva da "jod", nome della lettera nell'alfabeto fenicio, il nome "i lunga" indica probabilmente il fatto che fosse usata in alcune parole dove adesso si usa una doppia i (come addii) oppure dovuto alla sua forma grafica di i allungata.

Le vocali[modifica]

Viewmag.png Definizione

In fonologia, una vocale è un fonema che ha come realizzazione prevalente un vocoide.

La parola vocale deriva dal latino vocalis, che significa "emettente voce" o "parlante".

A E I O U

  • a - Ancona
  • e - Enna
  • i - Irene
  • o - Olga
  • u - Umbria

Vocali accentate[modifica]

  • à
  • è
  • é
  • ì
  • ò
  • ó
  • ù

Le consonanti[modifica]

Viewmag.png Definizione

In fonologia, una consonante è un fono che ha come realizzazione prevalente un contoide.

La parola «consonante» proviene dal latino consonans (sottinteso littera, «lettera»), che significa letteralmente "suona con" o "suona insieme".

  • B - Bologna
  • C - Cagliari
  • D - Domodossola
  • F - Firenze
  • G - Gubbio
  • H - Hotel, (io) ho (in italiano non viene pronunciata)
  • L - Latina
  • M - Macerata
  • N - Nuoro
  • P - Perugia
  • Q - Quattro
  • R - Rovigo
  • S - Siena
  • T - Terni
  • V - Venezia
  • Z - Zattera

La sillaba[modifica]

Viewmag.png Definizione

La sillaba è un insieme di suoni che si pronuncia con una sola emissione di voce.

Sillabe aperte e chiuse[modifica]

Una sillaba è detta aperta quando termina per vocale (ba, co), chiusa quando termina per consonante (ban, cor).

Sillaba tonica[modifica]

La sillaba tonica è quella su cui cade l'accento o sulla quale deve essere appoggiata la voce per una corretta pronuncia: amico, facile, cit.

La sillaba tonica caratterizza la parola stessa, infatti abbiamo:

  • parole tronche quando la sillaba tonica è l'ultima,
  • parole piane quando la sillaba tonica è la penultima,
  • parole sdrucciole quando la sillaba tonica è la terzultima,
  • parole bisdrucciole quando la sillaba tonica è la quartultima.

Nella lingua italiana abbiamo in prevalenza parole piane.


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Conoscere le regole principali dell'ortografia italiana
  • Conoscere i diversi tipi di accento e la loro ortografia
  • Conoscere l'uso dell'apostrofo

Definizione[modifica]

Viewmag.png Definizione

L'ortografia è la parte della grammatica che si occupa della scrittura corretta delle parole. Il nome deriva dal greco orthòs (dritto, giusto) e graphein, scrivere.

In questo modulo verranno elencate le principali regole ortografiche dell'italiano.

Elisioni con c(h), g(h) e gl[modifica]

L'elisione nello scritto - indipendente dalla sua realizzazione fonetica - è soggetta a limitazioni relative a questioni d'opportunità ortografica quando si è in presenza dei fonemi /k/ (-ch', -c'), /tʃ/ (-c'), /ʎ/ (-gl'), ma per completezza anche di /ɡ/ (-gh', -g') e /dʒ/ (-g'). Non è semplice dare indicazioni di ordine generale, non coprendo la casistica concreta tutte le possibilità, tuttavia dagli esempi anche letterari, che verranno mostrati in seguito, si possono cogliere le seguenti indicazioni:

  1. l'elisione non muta il valore fonologico del fonema, cioè, per esempio, non muta da /k/ a /tʃ/;
  2. l'ortografia è generalmente quella che si adotterebbe se le parole fossero scritte in continuità.

Entrando nella specificità (ma non nei singoli casi per cui si rimanda alla pagina elisione) dei casi:

  • Con c dolce (ma anche con g dolce) l'elisione grafica è possibile solo con parole terminanti in -[c;g]e o -[c;g]i e soltanto davanti a parole inizianti per e- o per i-: c'è, c'entrare; c'impose, fec'io; fec'egli (Di là fec'egli rimbombar sul campo quest'alto grido), giac'egli (Il mio figliuol giac'egli per anco intero nelle tende); fugg'egli.
    Sono invece da considerarsi errate grafie come: *c'ha, *c'offrì, *quindic'anni, per indicare pronunce come: /ˈtʃ a/, /tʃ ofˈfri/, /kwindiˈtʃ anni/, perché sono già pronunce possibili anche con le grafie: ci ha, ci offrì, quindici anni.
  • Con c dura (ma anche con g dura) l'elisione grafica è praticamente sempre possibile con alcuni adattamenti grafici. Se le parole finiscono -[c;g]he o -[c;g]hi l'-h è obbligatoria davanti a parole che iniziano per e- o i-: anch'io, anch'egli; mentre può essere anch'essa tolta davanti alle altre vocali: (durerebbe anch'oggi (Cantù), è anc'oggi una straduccia tortuosa e buia Foscolo), o ad h-: Nepote ho io di là c'ha nome Alagia, buona da sé (Dante), la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? (Leopardi).
    Nessun problema danno invece le parole uscenti con altre vocali, che si elidono normalmente: poc'anzi, lung'Arno; possono invece sorgere seri dubbi quando si trovano di fronte a parole inizianti con e- o i-, in questi casi, decisamente rari, può ritenersi possibile l'aggiunta di una -h, come sembrano suggerire le grafie divise per lungh'essi, lungh'essa ecc.
  • Con -gli /ʎ/ in questo caso l'elisione grafica è possibile solo con i-: gl'italiani, gl'indicai, quegl'indici, begl'ingegni; non è invece ammessa davanti ad altre vocali *begl'occhi, la cui grafia deve sempre essere begli occhi, che ammette pure la pronuncia elisa /bɛʎˈʎ ɔkki/.

La lettera h[modifica]

In italiano la h è una lettera cosiddetta "muta", cioè priva di un valore fonologico. Gli usi oggi ortograficamente normati sono:

  1. come segno nei digrammi ch- e gh- per indicare C e G dura davanti a -e ed -i;
  2. come segno distintivo, di origine etimologica dal lat. hăbēre, nelle voci del verbo avere: ho, hai, ha e hanno, per distinguerle da: o (congiunzione), ai (preposizione articolata), a (preposizione), anno (sostantivo).
  3. nelle interiezioni, soprattutto primarie e monosillabiche. In questo caso non esiste una regola ferrea sul suo posizionamento, ma la consuetudine sembra comunque averlo codificato in base ad alcune sfumature:
    • all'inizio, quando sembra voler suggerire un suono aspirato, particolarmente nelle risate: ha ha (/ha ha/), he he (/hɛ hɛ/), ecc.
    • dopo la prima vocale nella maggior parte dei casi: ah, boh, eh ecc. ma anche ahi, ehi, ohi, ecc., e nei derivati ahimè, ohimè, ecc.
    • alla fine, per indicare la sfumatura esclamativa di alcune particelle grammaticali: mah, (raro cheh![1]), sostituendo nei troncamenti l'apostrofo finale: beh (be'), toh (to'), ecc.

È possibile trovare la h in vari contesti:

  • in alcuni cognomi italiani: Dahò, Dehò, De Bartholomaies, De Thomasis, Matthey, Pamphili, Rahò, Rhodio, Tha, Thei, Theodoli, Thieghi, Thiella, Thiglia, Tholosano, Thomatis, Thorel, Thovez;[2]
  • in alcuni toponimi italiani: Dho, Mathi, Noha, Proh, Rho, Santhià, Tharros, Thiene, Thiesi, Thurio, Vho;[2]
  • nei derivati da parole straniere: hockeista, hobbistica ecc., dove solitamente il suono aspirato iniziale si è perso con l'italianizzazione della pronunzia e quindi anche la h può essere omessa in una grafia completamente italianizzata.
  • in latinismi d'uso comune: habitat, herpes, homo, humus, ecc. e locuzioni latine: ad hoc, ad honorem, horror vacui, ecc.

Grafema i fonologico, diacritico e ortografico[modifica]

Nell'ortografia italiana la I può essere considerata la lettera più poliedrica, viste le funzioni fonologiche e grafiche assunte. Senza alcuna pretesa d'ufficialità, possiamo distinguerne 3 valori:

  1. fonologico, quando rappresenta la vocale i, o la semiconsonante j quando è seguita da un'altra vocale (e non rientra nel caso 2) e non è tonica.
  2. diacritico, quanto concorre a formare digrammi e trigrammi: ci- (/tʃ/), gi (/dʒ/), sci- (/ʃ/) davanti a -a, -o, -u, e gli (/ʎ/) davanti a -a, -e, -o, -u; talvolta però ha comunque valore fonologico (ove l'accento tonico cada sulla i): farmacìa /farmaˈtʃia/, bugìa /buˈdʒia/, scia /ˈʃia/
  3. ortografico, quando non è fonologicamente o diacriticamente motivata nei nessi cie (/tʃe/~/tʃɛ/), gie (/dʒe/~/dʒɛ/), scie (/ʃe/~/ʃɛ/), gnia (/ɲa/), ma comunque necessaria per la corretta scrittura della parola, cioè per la sua ortografia, per ragioni storiche, etimologiche o morfologiche.

Sotto l'aspetto ortografico il caso più interessante è soprattutto quest'ultimo, le cui problematiche vengono presentate nello specchietto sottostante.

Plurali femminili in -cie e -gie Le parole femminili in -cia e gia atone fanno il plurale in -cie e -gie se sono precedute da una lettera vocalica, altrimenti perdono la I.
Il fenomeno è fondamentalmente etimologico - la I rimane solo nei casi in cui era presente nell'etimo latino -, ma con la successiva semplificazione introdotta dalla regola empirica ora è diventato più un fatto d'ordine grammaticale, che non solamente etimologicamente motivato.
Voci verbali in -gniamo e -gniate Rispettivamente alla 4ª persona del presente indicativo (sogniamo), del congiuntivo) (spegniamo), e alla 5ª del congiuntivo (insigniate), quando il rispettivo tema verbale finisce in -gn- (sognare, spegnere, insignire).
La norma tradizionale prescrive il mantenimento della -i- per una questione di uniformità rispetto alle desinenze (-iamo; -iate) degli altri verbi, tuttavia anche le grafie senza (sognamo, spegnamo, insignate) sono largamente diffuse e presenti nella tradizione letteraria, e quindi accettate[3].
Alcuni verbi in -[c;g]iare In alcuni verbi in -ciare e in -giare, nelle scritture più ricercate o antiquate, la -i- può essere mantenuta, perché motivata etimologicamente[4], anche davanti alle desinenze inizianti per e-, dove invece di norma andrebbe tolta. Ciò riguarda le voci del futuro semplice (annuncierò ) e del condizionale presente (annuncierei), nei seguenti verbi:
annunciare, associare, commerciare, consociare, contagiare, cruciare, denunciare, dissociare, effigiare, elogiare, emaciare, enunciare, inficiare, officiare, plagiare, prestigiare, privilegiare, rinunciare, sfiduciare.[5]

Si tratta di grafie estremamente rare, antiquate e latineggianti (perché rifacentisi all'etimo), per cui oggi facilmente tacciabili di agrammaticità e dunque non consigliabili in scritti formali.

cieco e cielo Non si tratta di una I etimologica, derivando dagli etimi latini cæcus e cælum, ma di un residuo del passaggio dal latino al volgare (-æ- > -ie-), non assorbitosi graficamente così come avvenuto nella pronuncia, e come invece è avvenuto in altre parole (gielo > gelo). Nei derivati però tende a sparire, specie se fuori d'accento.

Entrambe le parole hanno inoltre un potenziale omografo: ceco (abitante della Repubblica Ceca) e celo (voce del verbo celare); questo probabilmente ha influito sul suo mantenimento.
Nei derivati, come già detto, la I tende a scomparire, ma tale tendenza varia caso per caso:

  • nelle parole composte, dove la composizione è evidente, si mantiene la grafia originale: sordocieco, moscacieca, grattacielo, capocielo, paracielo, mezzocielo, sopraccielo.
  • ciecamente è la grafia nettamente predominante, e quindi quella preferibile per l'avverbio di cieco; ma cecamente non è errato[6].
  • cecale, accecare, accecatore, †incelare sono le grafie considerate preferibili, tuttavia nei verbi viene ammesso -cie- nelle voci rizotoniche[7], in ossequio alla regola del dittongo mobile, pur non trattandosi di un reale dittongo.
effigie, specie, superficie La I è etimologica, derivando direttamente dagli etimi latini effigies, species, superficies; la norma ne prevede quindi il mantenimento (anche nei derivati: fattispecie, aviosuperficie, ecc.), pur, tuttavia, essendoci attestazioni letterarie anche di grafie come: effige, spece e superfice (le prime due addirittura usate da Dante in rima (Par XXXI. 77, XXXIII 131; I. 57)).

Si possono ricordare in questa categoria anche macie (macilento) e facie.

Suffissi -iere, -iera, -iero I non etimologica, di derivazione dal francese -ier dal latino -arius, fa parte integrante dei suffissi -iere (-iero), che designa principalmente professione, e -iera, che designa invece principalmente contenitore. Benché sia sempre preferibile e maggiormente usata la grafia con la -i-, per alcune parole sono presenti anche varianti senza: corrette ma poco comuni. Non essendo etimologica nelle parole derivate o alterate la -i- tende a scomparire, specie se l'accento si sposta.
  • arciere, artificiere, bilanciere, †bracciere, braciere, crociere, dolciere, fabbriciere, granciere, †grasciere, lanciere, paciere, pasticciere, ranciere, rosticciere, usciere, velacciere; archibugiere, †bramangiere, †foraggiere.
  • aranciera, arciera, cartucciera, crociera, dolciera, micciera, panciera, pesciera, torciera, vinacciera, archibugiera, formaggiera, gorgiera, raggiera.
  • conciero; orologiero, poggiero.

NB: si scrive senza i ingegnere anche se deriva dal suffisso -(i)ere

Parole in -ciente/-cienza La I è etimologica, derivante da parole con etimo in -cientis e -cientia, e quindi rimane anche in tutte le parole ottenute per derivazione, composizione e alterazione:
  • deficiente/deficienza
    (in)deficiente(mente)/-nza, immunodeficienza
  • sufficiente/sufficienza
    (auto/in)sufficiente(mente)/-nza, '
  • cosciente/coscienza
    (auto/in/sub)cosciente(mente)/-nza, coscienzioso(-(a)mente/-ità)/-ale(-ismo)
  • efficiente/efficienza
    (co/in)efficiente(mente)/-nza, efficientare/-ismo/-ista(-ico)
  • sciente/scienza nel senso di 'conoscenza'
    (ne/onni/pre/in)sciente(mente)/-nza
  • scienza
    (para/fanta/pseudo/neuro)scienza/-ifico(-(a)mente/-ità), scienziato, scientismo/-ista(-ico)/-izzazione/-ologia
  • prospiciente, proiciente, proficiente, calefaciente

NB: si scrivono senza i: beneficente/enza, magnificente/enza, maleficenza, munificente/enza, onorificenza.

società e igiene La I è etimologica, dal latino sociětatis e ygienem (a sua volta dal greco hygieinē), quindi rimane anche in tutte le parole, derivate, composte o alterate.
  • societario, socievole, socievolezza
  • (anti)igienico(-ità), igienista, igienizzare
Grafie antiquate Sono antiquate, perché hanno perso col tempo la -i- non etimologica, le seguenti grafie:
  • derivano da più antiche forme in -ggiere con adattamento del suffisso -iere > -iero, che nel corso del '900 hanno perso la -i- per probabile perdita della coscienza del suffisso originario:
    (caval)leggiero > (caval)leggero
    foraggiero > foraggero
    leggiero > leggero
    messaggiero > messaggero
    passeggiero > passeggero
    ruggiero > ruggero
  • deriva dal latino gĕlu con dittongazione da -ĕ- a -ie-:
    gielo > gelo

Sempre dal punto di vista ortografico può essere interessante segnalare che le parole terminanti in -io (atono) possono avere una grafia plurale alternativa in -î o -ii, la cui pronuncia però è sempre /i/ semplice.

Grafema n prima di b e p[modifica]

In italiano la nasale preconsonantica prima di una bilabiale (b o p) è sempre pronunciata /m/ - perché le nasali preconsonantiche sono omorganiche col fonema successivo - e quindi di regola rappresentato con la lettera m.

Tuttavia esiste un esiguo numero di parole che invece presentano i nessi grafici -nb- o -np- (pronunciati comunque /mb/ o /mp/[8]): panpepato, prunbianco, benpensante. Si tratta per lo più di univerbazione dove il processo di adattamento grafico non è ancora avvenuto perché trattasi di formazioni troppo recenti o poco usate, specie nell'ambito scritto, oppure perché è ancora avvertita dai parlanti la forma originaria di locuzione, ma coesistono di solito anche con grafie fonologicamente più corrette, pampepato, oppure staccate, ben pensante.

Lista di parole con -np- tratte dal Gradit:

benparlante, benpensante, benpensatismo, benportante, dorminpiedi, granpriorato, granpriore, monpulcianese, nonpertanto, nonpossa, panpepato, panperso, panplegia, panporcino, panpsichismo, sanperino*, sanpetronio, sanpierota, sanpietrino*, ecc.

Lista di parole con -nb-:

granbestia, nonbelligeranza* panbabilonismo, panbeozie, panbiscotto, prunbianco, sanbabilino, sanbernardo, sanboviano, ecc.

Grafemi q(u) e c(u)[modifica]

La q viene definita da Luca Serianni un grafema «sovrabbondante», avendo lo stesso valore fonetico di c, /k/, ma con forti limitazioni ortografiche nell'uso:

  • deve sempre essere sempre seguita da u (semiconsonantica /w/) più un'altra vocale (a, e, i, o), costituendo un nesso il cui valore fonologico è sempre /kw/ + vocale;
  • per indicarne il grado intenso si usa il nesso -cq(u)- (/kk(w)/): acqua;
  • come doppia -qq(u)- è ammessa solo in: soqquadro, beqquadro (o biqquadro) e derivati.

L'identità fonologica di q e c può creare diversi dubbi sull'ortografia delle parole, non essendoci una regola che permetta la predicibilità dell'uso di uno o dell'altro grafema, questo perché la q ha praticamente motivazione etimologica, cioè è presente laddove era presente pure in latino. Inoltre in italiano è molto più frequente la sequenza -qu+vocale- che non -cu+vocale-, sicché è molto semplice dare indicazioni su quando va usata la c dando per scontato che in tutti gli altri casi si usa la q:

scuola, cuore, cuoio e cuoco Tutti casi di dittongazione da -ŏ- (etimi schŏla, cŏr, cŏrium, cŏcus) in -uò- (/wɔ/). Ne esiste una variante popolare o poetica non dittongata: scola, core, coio e coco, ma il dittongo permane anche nei derivati, alterati e composti, anche se a volte tende a scomparire se sono fuori d'accento.
  • autoscuola, doposcuola, scuolabus, ecc.
  • batticuore, crepacuore, cuoriforme, malincuore, rubacuori, ecc.; (r)incuorare
  • capocuoco, sottocuoco, ecc.; (s)cuoce, ricuocere, ecc.
  • cuoiaceo, cuoiaio, cuoiame, cuoieria, scuoiatore, scuoiamento, scuoiatura, semicuoioecc.; discuoiare, incuoiare, scuoiare

I verbi derivati: (r)inc(u)orare; disc(u)oiare, inc(u)oiare, sc(u)oiare, tutti regolarmente coniugabili con -uo-, possono ammettere -o- semplice nelle voci rizoatone in ossequio alla regola del dittongo mobile[9].

Verbi in -cuotere e -cuocere Questi verbi solitamente lemmatizzati: scuotere, riscuotere, percuotere, ripercuotere; cuocere, scuocere, stracuocere, ecc.

presentano nella coniugazione dittongo -uo- nelle voci con -t- o -c- nella radice, ma può diventare -o- semplice se non colpito da accento.

cospicuo, (in) nocuo, perspicuo, proficuo, promiscuo, traspicuo e vacuo Sono parole provenienti dal latino il cui etimo terminava in -cuus; diversamente dagli altri esempi, stando alla fonologia normativa dell'italiano, non ci si trova di fronte a un dittongo /wo/, ma a uno iato /uo/.

E sempre di fronte a iato ci si trova nei suffissati in -ità (vacuità), /ui/, o in -amente (vacuamente), /ua/; e altri come: vacuometro, vacuoscopio, vacuostato, vacuista.

NB: Si scrivono con -quo finale: equo, iniquo, obliquo, ubiquo e le parole in -loquo (ventriloquo, ecc.)

vacuolo, circùito e derivati Si scrivono sempre con la C:
  • vacuolo (derivante da vacuo) e i suoi derivati:
    vacuoma, vacuolare, vacuolizzare, vacuolizzato, vacuolizzazione; vacuometro, vacuoscopio, vacuostato ecc.
  • e circùito e i suoi derivati:
    circuitale, circuitazione, circuiteria; cortocircuito, cortocircuitare, microcircuito, provacircuiti, ecc.
I verbi acuire, arcuare, circuire, evacuare e derivati Si scrivono con la C anche i presenti verbi che giungono dal latino praticamente inalterati (eccetto acuire da acuĕre) e i loro derivati
  • acuito, acuità, acuizione
  • arcuato, arcuatura
  • circuìto, circuitore, circuizione, circuimento
  • evacuato, evacuatore, evacuativo, evacuazione, evacuamento.
cui, lacuale, taccuino Si scrivono infine sempre con la c e non la q:
  • cui (/ˈkui/) pronome - da non confondere con qui (/kwi/)
  • lacuale (/lakuˈale/) aggettivo per 'del lago' - da non confondere con la quale (/la ˈkwale/)
  • taccuino unica parola con -cc- prima di u + vocale.

Grafemi -z- e -zz-[modifica]

Un'altra delle maggiori difficoltà ortografiche dell'italiano è la resa grafica della z intervocalica, che, come è già stato detto, in tale posizione è sempre di grado intenso ma può essere resa sia con la lettera scempia -z- che doppia -zz-.

Di seguito verrà presentato un quadro, il più completo possibile, di quando la zeta intervocalica è scritta scempia -z-, dando per scontato che in tutti gli altri casi sia invece doppia.

  1. la z è scempia, in mezzo o in fin di parola, nei seguenti nessi: zia, zie, zio, ziu, zoo, zoi, con le eccezioni dei seguenti derivati:
    • aggettivi in -zziano, derivanti da personaggi o luoghi:
      fantozziano, gozziano, guerrazziano, pestalozziano, rattazziano; milazziano
    • parole in -zziere/-zziera:
      arazziere, battezziere, biscazziere, capezziera, carrozziere, capezziera, corazziere, gavazziere, mazziere, razziera, tappezziere, strozziere, terrazziere
    • parole in -zzìo:
      frizzio, guazzio, scarozzio, schiamazzio, sghignazzio, sguazzio, singhiozzio, spennazzio, starnazzio, svolazzio
    • Derivati di cazzo, mazzo, razza:
      cazziare, cazziatone, cazziata; mazziare, mazziato; razziale, razzialmente,
    • Razzìa e pazzìa e loro derivati: razziare, razziatore, pazziare, pazzoide, ecc.
  2. in parole composte o prefissate in cui la seconda parola inizia per z-: capozona, rizappare, ecc.
  3. in diversi prefissiodi (nazi-, rizo- schizo-, azeo-, azo-, diazo-, idraz- orizo-, piezo-) e suffissoidi (-riza –mizide, -mizo –rriza –zigote –azina -zima) e nella radice di alcune parole, tra le più comuni: azimut, azalea, Azerbaigian, azero, azolla, azoto; bazar(-orio), bizantino; calaza, coniza, coriza; dazebao, gazebo; lazulite, lazurite, lazo; mazurca, mesozona, mezereo, monazite, Mozambico, mozarabico, mozartiano; nazareno, nazireato, nazireo, neozelandese; ozono; perizoma; rizoma; scazonte, sinizesi, sizigia, spinozismo; trapezista, trapezita; Venezuela.

Le lettere straniere[modifica]

Vengono considerate lettere straniere i grafemi j, k, w, x e y, poiché nell'attuale grafia dell'italiano tali lettere compaiono per lo più in parole di origine straniera. Vi è però da dire che j, k e x erano presenti anche nel latino, che in passato hanno fatto regolarmente parte dell'ortografia italiana e che anche attualmente sono usate nei toponimi e negli antroponimi italiani.

  • La lettera j è stata fino agli inizi del novecento regolarmente usata nella grafia italiana per indicare:
    1. la i semiconsonantica /j/ in posizione iniziale, Jugoslavia, o intervocalica, notajo, ma mai postconsonantica (*bjanco);
    2. il plurale maschile delle parole terminanti in -io: studiostudj.
Oggi la j sopravvive come iniziale in diversi toponimi, Jugoslavia, Jesolo ecc., o antroponimi Jacopo, Jolanda, ma sempre più spesso si trova rimpiazzata dalla i per grafie più moderne: Iugoslavia, Iacopo, ecc. Sopravvive, invece, ancora stabilmente nei nomi esotici, Jago, e nei cognomi, sia come iniziale che in mezzo: Scajola.
Nella maggior parte dei forestierismi acclimatati nell'italiano (di origine inglese: jazz, jeans, jeep ecc.; francese: abat-jour, déjà-vu ecc.; giapponese: judo ecc.) ha valore dʒ oppure ʒ. Ciò è alla base della doppia pronuncia odierna della parola junior: alla latina /ˈjunjor/ o semi-adattata all'inglese /ˈdʒunjor/, di cui solo la prima è quella caldeggiata e corretta essendo la seconda uno storpiamento dell'inglese /ˈdʒuːnɪər/.
  • La lettera k, con valore /k/, venne ereditata dal latino nella prima ortografia dell'italiano antico - così come testimoniano le prime testimonianze di volgare: i Placiti di Capua - per poi essere dimenticata fino alla seconda metà del '900, quando tornò in voga con valore iconico negativo nella pubblicistica dei movimenti di protesta, come espressione di «ostilità e disprezzo»[10], ad esempio kapitale, maskio, ecc.
    Oggi la k si trova solo nelle parole d'origine straniera: bikini, koala, o derivazioni, rockettaro, ma può essere sostituita da c (coala) o ch- (bichini, rocchettaro) per dar vita a grafie totalmente italianizzate in parole acclimatate.
  • La lettera w ha valore oscillante tra /v/ e /w/, (talvolta /u/); anche se nelle pronunce straniere originarie ha quasi sempre valore semiconsonantico, in italiano è decisamente netta la tendenza a trasformarla in consonante - anche graficamente sostituendolo con v -, ma la situazione varia caso per caso:
    • ci sono casi di pronuncia oscillante: kiwi /ˈkiwi/ o /ˈkivi/ (anche kivi)[11]; hawaiano /awaˈjano/ o /avaˈjano/[12];
    • in principio di parola ha quasi costantemente valore /v/: water /ˈvater/, walzer /ˈvaltser/, wafer /ˈvafer/, wattora /vatˈtora/, fanno eccezione le parole che sono ancora sentite come straniere: welfare /ˈwɛlfɛr/.
  • La lettera x ha valore biconsonantico /ks/ (talvolta [ɡz] in posizione intervocalica); si trova perlopiù in parole e locuzioni latine, nella particella latina ex, in parole d'origine inglese (mixer, texano), in voci dotte di derivazione greca e in diversi prefissi (auxo-, coxo-, maxi-, maxillo-, mixo-, extra-, toxo-, xanto-, xeno-, xero-, xifo-, xilo-, uxor-), nella toponomastica italiana (Arbatax, Cixerri e altri casi). Non mancano casi in cui è sostituita dal nesso -cs- (fucsi(n)a > fuxi(n)a, facsimile > faxsimile), ma anche casi in cui essa è sostituita da -s- (extra- > estra-) o -ss- (taxi(sta) > tassi(sta), saxofono(-ista) > sassofono(-ista), texano > tessano). Inoltre è presente anche in diversi cognomi (Craxi, Bixio, ecc.) e toponimi, tuttavia nell'Italia meridionale spesso può avere valore di fricativa /ʃ/, come nella lingua catalana.
  • La lettera y ha valore /i/ (ma in parole d'origine inglese può anche avere valore /ai/: bypassare); è presente in diverse parole d'origine inglese (authority, bye-bye, body, brandy, bypass, city, coyote, derby, floppy, gay, geyser, hippy, hobby, yoga, yogurt, lobby, pony, rally, rugby, sexy, spray, ecc), ed è in voga nei diminutivi: Mary, Tony, Bobby, ecc.
    Non mancano casi in cui viene sostituita da i: coyote > coiote, Paraguay > Paraguai, ecc.; e addirittura con ai: bypassare > baipassare, byroniano > baironiano.

L'accento grafico[modifica]

Gli accenti grafici attualmente presenti nell'ortografia italiana sono tre:

  • accento grave ( ` ) presente sui suoni vocalici più aperti à (/a/), è (/ɛ/) ò (/ɔ/), ma si trova normalmente pure su ì (/i/) e ù (/u/) anche se sono vocali "chiuse".
  • accento acuto ( ´ ) che segnala i suoni vocalici più chiusi, o meglio dal timbro più chiuso, é (/e/) e ó (/o/), e nelle grafie più ricercate í e ú.
  • il circonflesso (ˆ) oggi possibile solo sulla î e in determinate parole, è tipico di un tipo di grafia piuttosto ricercata o specialistica e non ha alcuna valenza prosodica; un tempo invece era possibile anche sulle altre vocali (â, ê, ô, û), ma perlopiù in ambito poetico e con finalità distintive o per indicare la contrazione di una parola.

In italiano, l'accento grafico può essere segnato soltanto sulla vocale su cui cade l'accento tonico della parola, e il suo uso può essere obbligatorio, così come accade in fin di parola, o opzionale, come avviene in mezzo alla parola generalmente per ragioni distintive. Fino a qualche decennio fa si usava soltanto l'accento grave ( ` ), perché, come spiega Migliorini, "gli stampatori del Cinquecento avevano seguito una norma ricalcata sul greco: accento acuto all'interno della parola, accento grave alla fine. Ma siccome nel corpo della parola l'accento non s'usava quasi mai, l'accento più frequente era il grave"[13]. Più di recente, invece, si è approfittato, grazie anche al progresso tecnico, dell'esistenza di entrambi i segni grafici, per indicare anche nella scrittura la differenza di timbro tra le vocali chiuse é (/e/) ed ó (/o/) e quelle aperte è (/ɛ/) ed ò (/ɔ/).

Sulle lettere e, o, perciò, la norma ortografica oggi in vigore (e codificata nel 1967 dall'UNI, Ente nazionale di unificazione) richiede di usare l'acuto se la vocale è chiusa (come in perché), il grave se la vocale è aperta (come in cioè).

Sulla a si usa invece solo l'accento grave, à (come in carità)

Sulla i e u si usa generalmente l'accento grave ì (come in partì), ù (come in virtù), anche se una corrente minoritaria sostiene e predilige l'uso dell'acuto í e ú. I fautori dell'acuto su i e u (come il fonetista Luciano Canepàri) giustificano la propria posizione con il fatto che le vocali i e u sono chiuse per loro natura[14]. A questo sistema s'attenne nell'Ottocento Carducci, e ancor oggi vi si attengono alcune case editrici, come l'Einaudi.

I sostenitori dell'uso più comune (più numerosi anche tra linguisti e filologi: Sensini, Camilli, Migliorini, Fiorelli, Serianni, ecc.) affermano invece l'inutilità di abbandonare il grave per l'acuto quando non ci sia nulla da distinguere, com'è il caso delle tre lettere a, i, u, ognuna delle quali simboleggia un solo suono vocalico.

« Importa servirsi della distinzione dove c'è da distinguere, e cioè solo per le vocali e, o, mentre in tutti gli altri casi è più semplice adoperare un accento unico. In nota: Con la terminologia moderna, si direbbe che l'accento grafico va adoperato per segnare le differenze fonologiche e non quelle fonetiche. »
(Migliorini, op. cit., pag. 33)

L'uso di ì, ù (col grave) è raccomandato anche dal prestigioso Dizionario d'ortografia e di pronunzia (DOP), e dalla già citata norma dell'UNI[15]. Anche sulle tastiere italiane delle macchine da scrivere e dei computer si trovano di regola solo ì e ù.

Gli accenti acuti su i e u possono pertanto considerarsi una raffinatezza ulteriore da riservare a quegli autori, già particolarmente raffinati per altri aspetti linguistico-stilistici.

Accento in fin di parola (obbligatorio)[modifica]

L'accento grafico è obbligatorio sulla vocale finale della parola:

  • sui polisillabi (cioè sulle parole di almeno due sillabe): città, cioè, perché, così, però, ahó, Perù;
  • sui monosillabi terminanti con due grafemi vocalici (a, e, i, o, u), sia dove questi rappresentano un dittongo ascendente, come in piè (/pjɛ/), più (/pju/), può (/pwɔ/), sia dove la lettera i è un puro segno diacritico, cioè muto, come in ciò (/tʃɔ/), già (/dʒa/), giù (/dʒu/). Solo qua e qui fanno apparente eccezione, non volendo mai l'accento[16].
  • su determinati monosillabi, con valore distintivo: (indicativo di dare), ("giorno"), ché ("poiché, affinché"), è (voce del verbo essere), e (avverbi di luogo), (negazione), (pronome), (affermazione), (bevanda).

Per quanto riguarda la scelta tra accento grave e acuto si ricorda che:

  1. In italiano la o tonica finale è praticamente sempre aperta, quindi di fatto si usa solo l'accento grave ò (parlò, canterò, oblò, però, perciò, ecc.); per questo motivo il carattere ó manca alle comuni tastiere italiane. Rarissime le eccezioni: l'interiezione romanesca ahó pronunciata [aˈo][17], ma si trova scritta anche ahò; le grafie metró e a gogó</ref>, rifacentisi alle pronunce francesi con /o/|o chiusa]] [meˈtro] e [a ɡoˈɡo] delle originali métro e à gogo, accanto alle forme metrò[18] e a gogò[19] con relativa pronuncia aperta[20].
  2. La é sui composti di che (affinché, benché, cosicché, finché, giacché, macché, nonché, perché, poiché, purché, sicché, ecc.); i composti di tre (ventitré, trentatré, centotré, ecc.); i composti di re (viceré, interré); i monosillabi ("e non") e (pronome personale); le terze persone singolari del passato remoto in (poté, credé) con l'eccezione di diè e stiè; altre parole come scimpanzé, nontiscordardimé, mercé, testé, (per fece e per fede), affé, autodafé, ecc.
  3. La è per la voce del verbo essere è e il suo composto cioè; per altre parole, soprattutto d'origine straniera o non recenti: ahimè (e ohimè), diè e stiè (antiquati o letterari per diede e stette), piè (=piede), e caffè, bebè, , evoè, coccodè, canapè, tupè, croscè, buffè, cabarè, gilè, relè, lacchè, ramiè, musmè, macramè, narghilè, Noè, Mosè, Giosuè, Salomè, ecc.

Accento all'interno della parola (opzionale)[modifica]

L'accento grafico è opzionale all'interno della parola, dove l'uso è motivato da ragioni d'ordine fonologico o distintive sugli omografi.

Sono principalmente ragioni fonologiche quando si vuole indicare al lettore la pronuncia della parola, grossomodo nei seguenti casi:

  • in parole insolite o inventate, in cognomi, neologismi, arcaismi, ecc., di cui si può ritenere opportuno indicare al lettore l'esatta pronuncia: si pensi a Pirandello nella novella La patente, che scrive "Chiàrchiaro" per indicare la pronuncia sdrucciola del cognome del protagonista;
  • in parole estremamente rare o tecnicismi, di cui si pensa che il lettore non conosca la corretta pronuncia, specie se non è piana;
  • in parole d'uso comune, di cui però si sbaglia spesso la pronuncia e dunque se ne vuole rimarcare quella corretta: ad es. la parola rubrìca, spesso pronunciata rùbrica;
  • in parole con più pronunce possibili, se se ne vuole suggerire al lettore una in particolare, ad es. frùscio o fruscìo[21].

Il circonflesso[modifica]

In italiano il circonflesso non dà alcuna indicazione fonologica (come invece può accadere in alcune ortografie dialettali), ma segnala semmai l'avvenuta contrazione della parola, ed è anche ormai quasi del tutto scomparsa la coscienza di questo fatto. L'uso del circonflesso all'interno dell'ortografia italiana comunque può essere così sintetizzato:

  1. Sulle î finali dei plurali delle parole in -io (vario > varî) per segnalare la contrazione della antica grafia con doppia -ii (varii /ˈvari/), oggi comunque rimpiazzata da -i, semplice perché più rispondente sotto il profilo fonologico. Oggi tale uso sopravvive solo nelle scritture ricercate, o per vezzo, o per fini disambiguanti (principi /ˈprintʃipi/ vs principî /prinˈtʃipi/), o nei linguaggi tecnici, sempre per esigenze di maggior chiarezza (condomini pl. di condomino, condominî pl. di condominio); è più comune però che, senza ricorrere a scritture ricercate, queste ambiguità vengano risolte dalle grafie prìncipi, princìpi, condòmini e condomìni.
  2. Nella lingua poetica segnala la contrazione di una parola per distinguerla dalle omografe: fûr per furono, côrre per cogliere, tôrre per togliere, ecc.
  3. Con uso estremamente raro, può distinguere su parole omografe e omofone quella usata più raramente (vôlta, come 'arco', volta come 'momento; turno'), tuttavia anche in questi casi si preferisce solitamente utilizzare l'accento normale (vòlta).

L'apostrofo[modifica]

In italiano l'attuale norma ortografica prevede l'uso dell'apostrofo in presenza di tre fenomeni linguistici:

  1. l'elisione, dove è obbligatorio,
  2. alcuni casi di troncamento,
  3. alcune forme di aferesi.

Come già detto con l'elisione l'uso dell'apostrofo è obbligatorio, e in alcuni casi è addirittura fondamentale per distinguerla dal troncamento e definire il genere delle parole, si pensi al caso di un artista maschile e un'artista femminile. In altri casi invece è fonte di alcuni dei più comuni errori ortografici per la sua erronea presenza, come "qual'è" o tal'è (la grafia corretta è sempre qual è e tal è[22]), oppure mancanza, come in "pover uomo" (la grafia corretta è pover'uomo), casi per cui comunque a volte vi sono divergenze di opinioni fra i linguisti.

L'uso, inoltre, soprattutto scolastico, di considerare come errore l'apostrofo in fin di rigo, è una norma destituita di qualsiasi fondamento grammaticale, trattandosi invece di una consuetudine puramente tipografica, oggi desueta, quella di andare a capo o con la parola intera o spezzandola secondo l'uso di sillabazione, in quanto ritenuta esteticamente sgradevole la presenza di un apostrofo isolato in fin di rigo. La diffusione di tale falso errore, una volta fortemente stigmatizzato nelle scuole dell'obbligo, va oggi ridimensionandosi grazie al fatto che nel linguaggio stampato si sono ricominciati ad ammettere "a capo" del tipo dell'/oro[23].

Nel troncamento oggi l'apostrofo viene usato soltanto in un ristretto numero di casi - in passato più numerosi -, dove tra l'altro può dirsi obbligatorio solo in una minima parte, essendo spesso ampiamente attestate anche grafie alternative.

  1. Apocope vocalica: si usa l'apostrofo per indicare la caduta della vocale finale di alcuni monosillabi uscenti per dittongo discendente, tra cui si annoverano i seguenti casi:
    • i quattro imperativi: da', fa', sta' e va', rispettivamente apocopi di dai, fai, 'stai e vai, scrivibili anche da, fa, sta e va; le prime grafie sono però caldeggiate dai linguisti essendo invece le ultime confondibili con le rispettive terze persone dell'indicativo presente. Si può ricordare come curiosamente questi quattro imperativi siano quelli degli unici quattro verbi (base) irregolari della prima coniugazione, e che grafie apostrofate (rifa', sfa', ecc.) sono caldeggiate anche per gli imperativi dei verbi derivati in luogo di quelle accentate (ridà, sfà, ecc.) per il medesimo motivo;
    • le forme letterarie e desuete delle preposizioni articolate: de', a', da', ne', co', su', pe', tra'/fra' e degli aggettivi que' e be', rispettivamente apocopi di dei, ai, dai, nei, coi, sui, pei, trai/frai e quei, bei, tutte varianti posizionali in uso che la norma prevede per quei casi in cui si userebbe l'articolo i.
  2. Apocope sillabica: si usa l'apostrofo per indicare la caduta della sillaba finale, quando lascia un troncamento uscente per vocale, tra cui annoveriamo i seguenti casi
    • l'imperativo di', apocope di dici scritto anche ; anche in questo caso viene caldeggiata la forma con l'apostrofo sia per questioni di omogeneità, sia per evitare confusione con indicante il giorno:
    • negli avverbi: po' e a mo' di, rispettivamente apocopi di poco e modo;
    • nelle interiezioni be', te', to', va', ve' rispettivamente apocopi di bene, tene (tieni), togli (col valore di prendi), varda (guarda) e vedi, tutte esclamazioni che si sono anche un po' distaccate dal loro valore originari, spesso iussivo, e per le quali spesso si preferiscono le grafie con la h: beh, teh, toh, vah, veh.

Nell'aferesi l'uso dell'apostrofo era diffuso, soprattutto nella lingua poetica, per segnalare la caduta della prima vocale di una parola, specialmente in concomitanza di una parola precedente che finisce per vocale e strettamente legate nella catena del parlato (un fenomeno simmetrico all'elisione). Oggi questa prassi è praticamente scomparsa, tranne in pochissime parole ('ndrangheta) nelle quali non è comunque obbligatorio; mentre invece è obbligatorio nell'indicazione degli anni in cifre.

  • Oggi sopravvive praticamente soltanto nelle forme contratte: 'sto, 'sta, 'sti 'ste, forme dialettali particolarmente enfatiche per la loro concisione, usate in luogo di questo ecc., per dare coloritura al discorso, ma in realtà derivanti dall'arcaica forma esto, ecc. Tali forme possono anche essere scritte semplicemente sto, sta, sti, ste.
  • Nella lingua poetica erano frequenti le aferesi delle particelle 'n e 'l per in e il: «e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle» (Dante Inf. I 38), e di altre parole.
  • L'apostrofo è invece obbligatorio quando si vogliono indicare in forma accorciata e in cifre gli anni, il '68 (il 1968), i secoli dopo il mille, il '400 (il 1400, il XV secolo), ovviamente solo se scritti in cifre arabe. Qualora vi sia concomitante anche un'elisione, si usa un solo apostrofo: la musica dell'800.

Note[modifica]

  1. Lemma «che»
  2. 2,0 2,1 Elenco tratto dal DOP
  3. Luca Serianni. Italiano. XI. 71g
  4. DOP, Terminazioni con varianti di forma: «-cero»
  5. Ricerca termini con *[cg]iero sul DOP
  6. DOP lemma «cieco»
  7. DOP lemma «accecare»
  8. Vedi pronuncia sul DOP delle parole italiane con «-n[bp]-»
  9. DOP, lemmi: incuorare, discuoiare, incuoiare, scuoiare
  10. Treccani lemma «k»
  11. DOP lemma «kiwi»
  12. DOP lemma «havaiano»
  13. Bruno Migliorini. La lingua italiana nel Novecento. Firenze 1990, p. 32
  14. Vedi questo articolo a proposito dell'accento grave su i e u.
  15. Copia archiviata, su ilsitopiperito.it. URL consultato il 26 febbraio 2010 (archiviato dall'url originale il 18 settembre 2010).; si veda il punto 4.1.
  16. Quà e quì erano grafie accettate fino al '700, ma l'accento fu ritenuto in seguito superfluo poiché, in presenza del grafema q, la u può avere soltanto valore semiconsonantico /w/ ed è quindi impossibilitata ad ospitare l'accento tonico, il quale non può che ricadere sulla vocale successiva, impedendo ogni ambiguità di pronuncia. Diverso è il caso dei monosillabi del tipo di piè, o del tipo di ciò, che senza il segnaccento si dovrebbero leggere /ˈpie/ (come il plurale femminile di pio), /ˈtʃio/ (come l'acronimo del Comitato Internazionale Olimpico), ecc.
  17. DOP lemma «ahó»
  18. Treccani, lemma «métro»
  19. Treccani, lemma «à gogo»
  20. DOP, lemma «métro»
  21. DOP lemma «fruscio»
  22. Esatta grafia di qual è Archiviato il 2 gennaio 2008 in Internet Archive. - sito dell'Accademia della Crusca
  23. Apostrofo in fin di rigo Archiviato il 6 maggio 2009 in Internet Archive. - sito dell'Accademia della Crusca


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Comprendere le funzioni della punteggiatura
  • Sapere distinguere i diversi segni di interpunteggiatura e saperli usare correttamente

In una pagina scritta, il flusso delle parole è scandito da particolari segni grafici, detti segni di punteggiatura o interpunzione. La loro funzione è di agevolare la lettura, evidenziando la struttura del testo e le sue parti, ma anche chiarendo le sfumature espressive di quello che c'è scritto. La punteggiatura fornisce infatti informazioni sul tono con cui una frase deve essere letta e inserisce pause di diversa intensità.

In questo modulo studieremo i vari segni di interpunzione della lingua italiana, analizzando le funzioni di ciascuno.

Punto[modifica]

Il punto (detto anche punto fermo) indica una pausa forte. Lo si incontra solitamente alla fine di una frase, e indica che quella frase è conclusa e che la successiva è una frase diversa. In genere, la parola che segue dopo il punto ha l'iniziale maiuscola.

Il punto però si può impiegare anche per marcare le abbreviazioni, come per esempio:

pag. (= pagina), ecc. (= eccetera), cfr. (= confronta)

A volte lo si trova anche nelle sigle, anche se questo uso è oggi poco frequente:

O.N.U. (oggi però si preferisce scrivere ONU, senza punti)

Se l'abbreviazione si trova alla fine della frase, il punto non si ripete.

Virgola[modifica]

La virgola indica una pausa di breve lunghezza. È il segno di punteggiatura più usato nella lingua italiana, quello più versatile da punto di vista espressivo e quello che ammette gli impieghi più vari.

Anzitutto viene usata negli elenchi:

Devi comprare: latte, olio, farina e uova.

oppure per collegare due frasi per asindeto, cioè senza la congiunzione e:

Camminaco sovrapensiero, non mi sono accorto di essere arrivato.

per isolare un inciso:

L'amico di Laura, un ragazzo poco simpatico, se n'è andato quasi subito.

per isolare il nome di una persona a cui ci si rivolge:

Marica, puoi venire qui per favore?

Punto e virgola[modifica]

Il punto e virgola indica una pausa di media lunghezza, più breve del punto ma più lunga della virgola. Viene usato all'interno di un periodo per dividere le frasi, nei casi in cui non ci sia un tale stacco logico da richiedere il punto.

I suoi modelli prediletti erano il Foscolo e il Giusti; li adorava veramente e li saccheggiava entrambi, perchè l’ingegno suo, entusiasta e satirico a un tempo, non era capace di crearsi una forma propria, aveva bisogno d’imitare. (Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico)

Talvolta si può trovare il punto e virgola, invece della virgola, in elenchi particolarmente complessi, i cui elementi sono frasi.

Poteva scegliere fra due vie: o salire da Pregassona il versante svizzero del Boglia, toccar l’Alpe della Bolla, attraversare il Pian Biscagno e il gran bosco dei faggi, uscirne sul ciglio del versante lombardo, al faggio della Madonnina, calare ad Albogasio Superiore e Oria; o prendere la comoda via di Gandria verso il lago, e poi il sentiero malvagio e rischioso che da Gandria, ultimo villaggio svizzero, taglia la costa ertissima, passa il confine a un centinaio di metri sopra il lago, porta alla cascina di Origa, cala nei burroni della Val Malghera e ne risale alla cascina di Rooch, vi trova la stradicciuola selciata che passa sopra il Niscioree e discende a Oria. (Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico)

Due punti[modifica]

I due punti indicano una pausa breve e vengono usati per introdurre un elenco

Devi comprare: latte, olio, farina e uova.

una citazione

Come disse Unamuno: «Chi impone la fede a un altro con la spada, quello che cerca di convincere è sé stesso».

un discorso diretto

Si alzò dal canapè all’entrar della Carlotta e disse placidamente: «Buona notte.» (Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico)

una spiegazione

Rimprovero, dolore, passione: tutto questo era nel suo richiamo. (Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico)

Punto esclamativo e punto interrogativo[modifica]

Questi due segni hanno una funzione marcatamente espressiva.

Il punto esclamativo indica che la frase deve essere letta con un'intonazione discendente, che può esprimere meraviglia:

Che gioia vederti!

dolore e rammarico:

Non sono riuscito ad arrivare in tempo!

oppure ancora un ordine perentorio:

Scendi subito!

Il punto interrogativo indica invece che la frase è una domanda diretta, che quindi deve essere letta con un tono ascendente:

Quando arriva la nonna?

Talvolta, soprattutto nei fumetti, si possono trovare insieme un punto esclamativo e uno interrogativo, per esprimere incredulità:

Mi stai dicendo che hai perso il biglietto?!

In genere, la parola che segue il punto esclamativo o il punto interrogativo ha l'iniziale maiuscola.

Punti di sospensione[modifica]

I punti di sospensione, che devono essere sempre tre e non di più, indicano che la frase è lasciata in sospeso, confidando nel fatto che il lettore sarà in grado di completarne il senso:

Pensavo che Andrea sarebbe arrivato in orario... (sottinteso: invece è in ritardo)

Talvolta si usa anche nelle citazione per indicare omissioni.

Parentesi e lineette[modifica]

Le parentesi servono per isolare un inciso all'interno di una frase, che ha lo scopo di fornire informazioni aggiuntive:

Cleopatra apparteneva all'antica famiglia dei Tolomei (o Lagidi) ed era quindi discendente del diadoco Tolomeo I Sotere.

Anche le lineette possono essere usati per isolare un inciso.

Se arriveremo in tempo - ma non credo che succederà - riusciremo a trovare dei posti liberi.

Le lineette inoltre possono introdurre un discorso diretto (in questo caso sostituiscono le virgolette):

- Buongiorno - salutò il professore.

Virgolette[modifica]

In italiano esistono due tipi di virgolette:

  • le virgolette basse «»
  • le virgolette alte “ ”

Entrambe possono essere usate per indicare un discorso diretto:

«Buongiorno» salutò il professore.

Oppure per marcare una citazione:

Come disse Unamuno: «Chi impone la fede a un altro con la spada, quello che cerca di convincere è sé stesso».

Per segnalare che una parola è usata in senso figurato:

È stato uno sciopero “a singhiozzo”.


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Comprendere la differenza tra parti variabili e invariabili del discorso
  • Conoscere quali sono le parti variabili del discorso
  • Comprendere la differenza tra radice e desinenza
  • Conoscere quali sono le parti invariabili del discorso

Fin dai tempi più antichi i grammatici hanno cercato di classificare le parole che utilizziamo per parlare, cercando di trovare alcune proprietà comuni. La classificazione tradizionale, quella più consolidata e insegnata nelle scuole, individua nove parti del discorso, che vengono a loro volta raccolte in due grandi gruppi: le parti variabili e le parti invariabili.[1]

La parte della grammatica che studia la classificazione e la struttura delle parole è detta morfologia.

Parti variabili del discorso[modifica]

Viewmag.png Definizione

Le parti variabili del discorso sono soggette a una flessione, cioè cambiano la loro forma.

La parti variabili del discorso sono cinque:

In particolare, nome, articolo, aggettivo e pronome subiscono trasformazioni dette declinazioni e che riguardano:

  • il genere: maschile o femminile (maestro - maestra, il - la, bello - bella, lui - lei);
  • il numero: singolare o plurale (maestro - maestri, il - i, bello - belli, lui - loro).

Le trasformazioni del verbo, invece, si dicono coniugazioni e riguardano:

  • il modo: indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, participio, gerundio, infinito;
  • il tempo: passato, presente, futuro;
  • la persona: prima/seconda/terza persona singolare, prima/seconda/terza persona plurale.

Infine, in tutte queste parole è possibile distinguere due parti: una che rimane invariata, e che viene detta radice, e una che cambia e che viene detta desinenza. Ecco alcuni esempi:

Radice Desinenza
maestr a → maestra (nome)
arriv iamo → arriviamo (verbo)
un o → uno (articolo)
bell i → belli (aggettivo)
ess e → esse (pronome)

Parti invariabili del discorso[modifica]

Viewmag.png Definizione

Le parti invariabili del discorso, al contrario di quelle variabili, non cambiano mai la loro forma e quindi sono sempre uguali.

Le parti invariabili del discorso sono quattro:

Schema riassuntivo[modifica]

Parti variabili del discorso Nome o sostantivo
Verbo
Articolo
Aggettivo
Pronome
Parti invariabili del discorso Avverbio
Congiunzione
Preposizione
Esclamazione o interiezione

Note[modifica]

  1. Maria G. Lo Duca, parti del discorso, in Enciclopedia dell'Italiano (2011). URL consultato il 2 novembre 2019.


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Comprendere che cos'è un nome
  • Riconoscere i vari tipi di nome

Funzioni del nome[modifica]

Viewmag.png Definizione

Il nome o sostantivo è la parte variabile del discorso che viene usata per indicare cose, persone, animali, idee, concetti, stati d'animo o fatti.

Il nome è la parte più vasta del discorso. I nomi possono essere classificati in base al significato, al genere, al numero e alla struttura.

Classificazione in base al significato[modifica]

Anzitutto i nomi possono essere divisi tra:

  • nomi comuni, indicano in modo generico una cosa, una persona o un animale, e si scrivono di norma con l'iniziale minuscola (albero, casa, uomo, impiegato, gatto);
  • nomi propri, indicano una cosa o una persona in maniera precisa e si scrivono sempre con l'iniziale maiuscola (Pietro, Adda, Torino, Rossi).

Un'ulteriore distinzione è quella tra

  • nomi concreti, indicano cose reali, percepibili attraverso i sensi (sasso, automobile, gallina);
  • nomi astratti, indicano idee o concetti che non hanno realtà fisica (amore, bellezza, libertà).

Infine è possibile distinguere tra

  • nomi individuali, indicano una sola cosa, persona o animale (nave, persona, pecora);
  • nomi collettivi, che sebbene siano al singolare indicano un gruppo di cose, persone o animali (flotta, folla, gregge).

I nomi collettivi possono inoltre definire un gruppo determinato dal punto di vista numerico (centinaio, decina) e ammetto anche il plurale (flotte, greggi).

Classificazione in base al genere[modifica]

In base al genere i nomi possono essere

  • maschili o
  • femminili.

Per i nomi di persona e animale il genere coincide con il loro sesso, per esempio:

dottore (maschile) / dottoressa (femminile)
scrittore (maschile) / scrittrice (femminile)
gatto (maschile) / gatta (femminile)

Nel caso dei nomi di cosa, invece, il genere maschile o femminile è puramente convenzionale e ha solo una funzione grammaticale, per concordare il nome con gli aggettivi che gli si riferiscono. Per esempio:

libro (maschile)
libertà (femminile)

Vengono definiti nomi mobili i nomi in cui il maschile e il femminile si distinguono in base alla variazione della desinenza o di un suffisso. Solitamente:

  • i nomi che al maschile terminano in -o formano il femminile con la desinenza -a (gatt-o / gatt-a);
  • i nomi che al maschile terminano in -a formano il femminile con il suffisso -essa (poet-a / poet-essa);
  • i nomi che al maschile terminano in -e formano il femminile
    • con la desinenza -a (infermier-e / infermier-a),
    • oppure con il suffisso -essa (princip-e / princip-essa);
  • i nomi che al maschile terminano in -tore formano il femminile
    • con il suffisso -trice (scrit-tore / scrit-trice),
    • oppure con il suffisso -tora (pas-tore / pas-tora),
    • oppure ancora accettano entrambe le forme (tradi-tore / tradi-trice o tradi-tora).

Ci sono però anche nomi mobili che non seguono nessuna di queste regole, per esempio:

dio (maschile) / dea (femminile)
gallo (maschile) / gallina (femminile)
re (maschile) / regina (femminile)

I nomi indipendenti, invece, hanno forme completamente diverse per il maschile e il femminile. Ne sono esempi:

padre (maschile) / madre (femminile)
fratello (maschile) / sorella (femminile)
uomo (maschile) / donna (femminile)
marito (maschile) / moglie (femminile)
montone (maschile) / pecora (femminile)
toro (maschile) / mucca (femminile)

I nomi di genere comune hanno un'unica forma per maschile e femminile, e per distinguere il genere è quindi necessario osservare l'articolo. Per esempio:

il nipote (maschile) / la nipote (femminile)
un insegnante (maschile) / un'insegnante (femminile)

I nomi di genere promiscuo, infine, hanno un'unica forma, che può essere maschile o femminile, indipendentemente dal sesso. Solitamente si comportano in questo modo i nomi comuni di animali:

la volpe (femminile)
il leopardo (maschile)

Per specificare il sesso, in questi casi, bisogna usare espressioni come la volpe maschio oppure il maschio della volpe.

Classificazione in base al numero[modifica]

In base al numero i nomi si distinguono in

  • singolari e
  • plurali.

Come per il maschile e il femminile, anche in questo caso i nomi formano il singolare e il plurale cambiando la desinenza o il suffisso, mentre la radice rimane invariata. Vengono distinten tre classi:

  • I classe: nomi che terminano in -a, formano il plurale
    • con la desinenza -i se sono di genere maschile (poet-a / poet-i),
    • oppure con la desinenza -e se sono di genere femminile (cas-a / cas-e);
  • II classe: nomi maschili e femminili che terminano in -o, formano il plurale con la desinenza -i (fratell-o / fratell-i);
  • III classe: nomi maschili e femminili che terminano in -e, formano il plurale con la desinenza -i (volp-e / volp-i).

Ci sono però nomi che hanno un'unica forma sia per il singolare sia per il plurale: sono detti nomi invariabili o indeclinabili. Per distinguerne il numero è quindi necessario osservare l'articolo. Alcuni esempi sono:

il re (singolare) / i re (plurale)
la città (singolare) / le città (plurale)
l'auto (singolare) / le auto (plurale)

I nomi difettivi, invece, mancano di una delle due forme, cioè hanno solo la forma singolare oppure solo quella plurale. In particolare sono usati solo al singolare i nomi non numerabili, ossia quelli che descrivono cose che non possono essere numerate. Rientrano in questa classificazione:

  • quasi tutti i nomi astratti (pietà, dolcezza), alcuni dei quali al plurale hanno un significato differente (dolcezze si usa per indicare i dolciumi);
  • i nomi di elementi chimici (rame, ferro, ossigeno);
  • i nomi di alcune malattie (morbillo, rosolia, tifo);
  • i nomi alcuni cibi o bevande (burro, pepe, latte).

Sono invece usati solo al plurale:

  • i nomi di oggetti composti da due elementi (le forbici, gli occhiali, i pantaloni);
  • alcuni nomi collettivi (le stoviglie, i viveri);
  • alcuni nomi derivati dal latino (le nozze, le esequie, le tenebre).

Altri sostantivi infine, detti nomi sovrabbondanti, hanno due forme per il singolare oppure due per il plurale. Tra i nomi sovrabbondanti che hanno due forme per il singolare ci sono:

lo sparviero (singolare, forma comune) e lo sparviere (singolare, forma letteraria) / gli sparvieri (plurale)
il destriero (singolare, forma comune) e il destriere (singolare, forma letteraria) / i destrieri (plurale)

Esempi di nomi sovrabbondanti con due forme per il plurale sono:

il braccio (singolare) / i bracci e le braccia (plurale)
il corno (singolare) / i corni e le corna (plurale)
il ginocchio (singolare) / i ginocchi e le ginocchia (plurale)

Spesso i due plurali hanno anche significati diversi: per esempio bracci si usa per espressioni come bracci di mare, mentre braccia sono le parti del corpo.

Classificazione in base alla struttura[modifica]

I nomi primitivi non derivano da nessun'altra parola, e sono costituiti soltanto dalla radice e dalla desinenza che ne precisa il genere e il numero. Per esempio:

cane, mano, acqua, carta, campo, fiore

I nomi derivati, come suggerisce il termine, derivano da quelli primitivi: sono infatti formati dalla radice di altri nomi. Ad esempio, sono derivati di carta i nomi:

cartone, cartoncino, cartiera, cartolaio, cartolina

A volte i nomi derivati si formano con l'aggiunta di un prefisso, davanti alla radice del nome (in-giustizia, dis-ordine), mentre altre volte si aggiunge un suffisso dopo la radice (cart-iera, fior-ista).

I nomi composti, invece, sono formati dall'unione di due parole, che possono essere due nomi, oppure un nome e un'altra parte del discorso, oppure ancora due parti del discorso che non sono nomi. Ecco alcuni esempi:

pescecane = pesce (nome) + cane (nome)
cassaforte = cassa (nome) + forte (aggettivo)
benessere = bene (avverbio) + essere (verbo)

Chiudiamo con i nomi alterati, che esprimono particolari qualità di un nome aggiungendo specifici suffissi alla sua radice. Ce ne sono quattro tipi:

  • diminutivi, esprimono piccolezza (libr-icino);
  • accrescitivi, esprimono grandezza (libr-one);
  • vezzeggiativi, esprimono piccolezza ma con un tono di gentilezza (libr-etto);
  • peggiorativi, esprimono bruttezza e disprezzo (libr-accio).

La tabella qui sotto elenca i suffissi usati per la formazioni dei vezzeggiativi:

Vezzeggiativo Suffissi
diminutivi -ello
-icciolo
-icello
-ino
accrescitivi -accione
-one
vezzeggiativi -acchiotto
-etto
-olo
-uccio
-uzzolo
peggiorativi -accio
-astro
-azzo
-iciattolo
-onzolo
-ucolo
-uncolo


Che cos'è l'articolo[modifica]

Viewmag.png Definizione

L'articolo è la parte variabile del discorso che precede il nome e precisa se si tratta di un oggetto individuato oppure di un oggetto indeterminato.

Insieme al nome, l'articolo forma un'unità inscindibile, detta sintagma o gruppo nominale. In alcuni casi l'articolo è inoltre indispensabile per distinguere il genere o il numero del nome, per esempio:

il docente / la docente (nome di genere comune)
la città / le città (nome invariabile)

Esistono tre tipi di articoli: determinativi, indeterminativi e partitivi.

Articoli determinativi[modifica]

L'articolo determinativo precisa che il nome indica una cosa, una persona o un animale determinato, che viene distinto rispetto a tutti gli altri e che quindi è noto sia a chi parla sia a chi ascolta. In italiano ci sono sei articoli determinativi, elencati nella tabella, che si accordano nel genere e nel numero con il nome che precedono.

Singolare Plurale
Maschile il i
lo gli
Femminile la le

In particolare

  • gli articoli lo e gli si usano con i nomi maschili che hanno per iniziale: vocale, i e u semiconsonantiche, s impura, x, y, z, e i gruppi pt, gn, ps, cn;
  • gli articoli il e i si usano con tutti i nomi maschili a esclusione di quelli che richiedono l'uso di lo/gli;
  • gli articoli la e le si usano con tutti i nomi femminili.

Inoltre, davanti a un nome che inizia per vocale, c'è l'elisione della vocale degli articoli lo e la. Per esempio:

l'albero (lo albero), l'istrice (lo istrice), l'orto (lo orto)
l'ancora (la ancora), l'ostrica (la ostrica), l'uva (la uva)

Articoli indeterminativi[modifica]

L'articolo indeterminativo precede un nome che indica una cosa, una persona o un animale non ben individuato, rimanendo su un piano generico. In italiano ci sono tre articoli indeterminativi, elencati nella tabella qui sotto. Tutti e tre hanno solo la forma singolare e si accordano nel genere con il nome che li segue.

Singolare
Maschile un
uno
Femminile una

In particolare:

  • l'articolo uno si usa con tutti i nomi maschili che hanno per iniziale: i semiconsonantica, s impura, x, y, z, e i gruppi pt, gn, ps, cn;
  • l'articolo un si usa con tutti i nomi maschili a esclusione di quelli che richiedono l'uso di uno;
  • l'articolo una si usa con tutti i nomi femminili.

Inoltre, davanti a un nome che inizia per vocale c'è l'elisione della vocale dell'articolo una, che diventa un':

un'automobile (una automobile), un'orca (una orca)

Articoli partitivi[modifica]

Gli articoli partitivi si usano per indicare una quantità non precisata.

Singolare Plurale
Maschile del dei
dello degli
Femminile della delle

È facile confondere l'articolo partitivo con la preposizione articolata. Per risolvere i dubbi basta sostituire del, dello, ecc. con l'espressione un po' di: se la frase continua ad avere un senso compiuto, è sicuramente un articolo partitivo. Per esempio:

Micaela è andata a comprare del latte (= Micaela è andata a comprare un po' di latte)
Questa è l'auto del signor Rossi (in questo caso del signor Rossi indica che l'auto appartiene al signor Rossi)


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Comprendere le funzioni degli aggettivi
  • Saper riconoscere un aggettivo qualificativo
  • Conoscere gli aggettivi determinativi e saperli riconoscere

Funzioni dell'aggettivo[modifica]

Viewmag.png Definizione

L'aggettivo è la parte variabile del discorso che accompagna il nome e lo qualifica o lo determina.

Gli aggettivi concordano nel genere e nel numero con il nome a cui si riferiscono e svolgono principalmente due funzioni:

  • la funzione predicativa, quando l'aggettivo è correlato al verbo essere (es.: Quel libro è mio; Marco è alto);
  • la funzione attributiva, quando modifica il significato di un nome (o un pronome) in un sintagma nominale (es.: Ho pranzato in un buon ristorante).

Sono inoltre classificati in due gruppi:

  • aggettivi qualificativi,
  • aggettivi determinativi o indicativi, a loro volta suddivisibili in varie sottoclassi.

Aggettivi qualificativi[modifica]

Gli aggettivi qualificativi specificano una qualità o una caratteristica del nome.

una quercia imponente
il bambino biondo
le rose rosse
cantanti stonati

In base alle desinenze, gli aggettivi qualificativi possono essere distini in tre classi, indicate nella tabella.

I classe II classe III classe
Singolare alt-o (maschile)
alt-a (femminile)
semplic-e
(maschile e femminile)
ipocrit-a
(maschile e femminile)
Plurale alt-o (maschile)
alt-a (femminile)
semplic-i
(maschile e femminile)
ipocrit-i
(maschile e femminile)

C'è poi una quarta classe di aggettivi invarianti, che non cambiano forma al variare del genere e del numero. In questa classe rientrano alcuni aggettivi di colore, per esempio:

l'occhio blu
gli occhi blu

I gradi dell'aggettivo qualificativo[modifica]

Gli aggettivi qualificativi possiedono diversi gradi, che ne indicano l'intensità.

Il grado positivo indica la qualità senza specificarne una misura. Per esempio:

La stanza è sporca.

Il grado comparativo stabilisce invece un confronto tra due o più elementi. Può essere:

  • comparativo di maggioranza, quando il primo elemento possiede una qualità in misura maggiore rispetto a un altro (es.: Stefano è più alto di Mattia);
  • comparativo di minoranza, quando il primo elemento possiede una qualità in misura minore rispetto a un altro (es.: Mattia è meno alto di Stefano);
  • comparativo di uguaglianza, quando i due elementi possiedono in misura uguale una stessa qualità (es.: Stefano è alto come Dario).

Il grado superlativo indica che il nome possiede una determinata qualità in misura massima. Si distinguono:

  • il superlativo relativo, quando un nome possiede una qualità al massimo grado all'interno di gruppo definito (es.: Giorgio è il più alto della squadra);
  • il superlativo assoluto, quando un possiede una qualità al massimo grado, oltre ogni confronto (es.: È un grattacielo altissimo).

Il superlativo relativo, in particolare, si forma con

Il superlativo assoluto si forma invece aggiungendo alla radice dell'aggettivo il suffisso -issimo:

bell-o / bell-issimo
grand-e / grand-issima

Fanno eccezione alcuni aggettivi che hanno il tema in -r, che formano il superlativo assoluto aggiungendo il suffisso -errimo. Ecco alcuni esempi:

celebre / celeberrimo
acre / accerrimo
salubre / saluberrimo
integro / integerrimo

Alcuni aggettivi qualificativi, infine, oltre alle forme regolari di comparativo e di superlativo, si usano anche forme speciali derivata da radici diverse da quelle del grado positivo. Queste forme, elencate nella tabella qui sotto, sono dette organiche.

Positivo Comparativo
di maggioranza
Superlativo relativo Superlativo assoluto
buono più buono
migliore
il più buono
il migliore
buonissimo
ottimo
cattivo più cattivo
peggiore
il più cattivo
il peggiore
cattivissimo
pessimo
grande più grande
maggiore
il più grande
il maggiore
grandissimo
massimo
piccolo più piccolo
minore
il più piccolo
il minore
piccolissimo
minimo
alto più alto
superiore
il più alto
il superiore
altissimo
supremo, sommo
basso più basso
inferiore
il più basso
l'inferiore
bassissimo
infimo/imo
esterno più esterno
esteriore
il più esterno
l'esteriore
estremo
interno più interno
interiore
il più interno
interiore
intimo

Aggettivi determinativi[modifica]

Gli aggettivi determinativi, come suggerisce il termine, contribuiscono a determinare meglio il nome. A loro volta possono essere classificati nelle sottocategorie che seguono.

Aggettivi possessivi[modifica]

Gli aggettivi possessivi specificano il possessore di un oggetto. Per esempio:

Prestami la tua matita.
Quelle scarpe sono sue.

In base alla radice viene specificata la persona a cui si riferiscono, mentre la desinenza concorda nel genere e nel numero con il nome a cui si riferiscono. Unica eccezione è loro, che rimane invariato. Si veda la tabella seguente.

Persona Singolare Plurale
I singolare Maschile mio miei
Femminile mia mie
II singolare Maschile tuo tuoi
Femminile tua tue
III singolare Maschile suo suoi
Femminile sua sue
I plurale Maschile nostro nostri
Femminile nostra nostre
II plurale Maschile vostro vostri
Femminile vostra vostre
III plurale loro loro

Quando il soggetto e il possessore sono la stessa persona, si può usare l'aggettivo proprio:

Ogni studente deve scrivere sul proprio quaderno.

L'aggettivo invariabile altrui si usa per indicare un possessore non bene identificato.

Devi rispettare le cose altrui.

Aggettivi numerali[modifica]

Gli aggettivi numerali indicano una quantità o una posizione precisa del nome a cui si riferiscono. Possono essere di tre tipi diversi.

Gli aggettivi numerali cardinali indicano la quantità numerica, per esempio due, dieci, ventidue ecc. Questi aggettivi non concordano nel genere e nel numero con il nome a cui si riferiscono.

Ho comprato tre mele e quattro arance.
I piazza sfilarono ventimila persone.

Gli aggettivi numerali ordinali indicano invece la posizione esatta di un elemento in una fila ordinata, per esempio primo, secondo, tredicesimo, centoventesimo, ecc. A differenza degli ordinali, i cardinali concordano nel genere e nel numero con il nome a cui si riferiscono.

Devi bussare alla terza porta a destra.
Complimenti, lei è il nostro milionesimo cliente.

Si considerano aggettivi numerali cardinali anche ultimo, penultimo, terzultimo ecc.

L'ultima stanza è occupata dal dottor Rossi.

Gli aggettivi numerali moltiplicativi indicano quante volte una quantità è più grande di un'altra. Sono esempi doppio, triplo, quadruplo e quintoplo, dopo di che si tente a usare le forme sei volte, sette volte ecc.

L'acrobata fece un doppio salto mortale.
Ha comprato una confezione doppia di biscotti.

Aggettivi dimostrativi[modifica]

Gli aggettivi dimostrativi indicano un oggetto mostrandone la posizione nello spazio, e più precisamente la lontananza o la vicinanza rispetto a chi parla e a chi ascolta. Sono tre: questo, codesto, quello. Gli aggettivi dimostrativi, inoltre, non sono mai preceduti dall'articolo.

L'aggettivo questo indica qualcuno o qualcosa che è vicino, nello spazio e nel tempo, a chi parla:

Dovresti leggere questo libro.
Questo maglione è mio.

L'aggettivo codesto, oggi poco utilizzato, indica qualcuno o qualcosa che è vicino, nello spazio e nel tempo, a chi ascolta:

Potresti passarmi codesto libro?

L'aggettivo quello indica indica qualcuno o qualcosa che è lontano, nello spazio e nel tempo, sia dchi parla sia da chi ascolta:

Dobbiamo prendere quella scala.
Domani andremo a quel nuovo centro commerciale.

Aggettivi identificativi[modifica]

Gli aggettivi identificativi indicano identità o uguaglianza tra persone o cose. Sono classificabili in questa categoria gli aggettivi stesso e medesimo.

Io e Marta abbiamo gli stessi amici.
Hanno solo scarpe del medesimo colore.

Aggettivi indefiniti[modifica]

Gli aggettivi indefiniti indicano una quantità o una qualità del nome, che però non viene precisata ma rimane, appunto, indefinita.

Tra gli aggettivi indefiniti che indicano una quantità ci sono: poco, alquanto, vario, parecchio, tanto, molto, troppo, altrettanto ecc.

In casa ho troppe scarpe.
Luca ha sempre avuto pochi amici.

Tra gli aggettivi indefiniti che indicano una totalità ci sono: tutto, nessuno, alcuno.

Mi piacciono tutti i tuoi disegni.

Tra gli aggettivi indefiniti che indicano una unità ci sono: ogni, qualche, ciascuno, certo, tale, altro.

Vado a scuola ogni giorno.

Tra gli aggettivi indefiniti che indicano una qualità indeterminata ci sono: qualunque, qualsiasi, qualsivoglia.

Mi va bene qualsiasi decisione.

Aggettivi interrogativi ed esclamativi[modifica]

Gli aggettivi interrogativi vengono usati nelle domande, dirette o indirette, per chiedere informazioni sul nome a cui si riferiscono. Rientrano in questa categoria: quale, che, quanto.

Quale colore preferisci?
Che città hai visitato questa estate?
Non mi ha mai detto quanti anni ha.

Gli stessi aggettivi possono essere usati anche per introdurre un'esclamazione. In questo caso si parla di aggettivi esclamativi.

Quale stupidaggine mi tocca sentire!
Che bel disegno!
Quanti soldi ha speso Bruno!


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Comprendere le funzioni del pronome
  • Conoscere le diverse tipologie di pronome
  • Comprendere la differenza tra aggettivo e pronome

Funzioni del pronome[modifica]

Viewmag.png Definizione

Il pronome o sostituente è la parte variabile del discorso che si usa per sostituire un nome, un verbo, un aggettivo o un'intera frase.

I pronomi possono svolgere

  • una funzione sostitutiva, quando sono usati per sostituire un elemento che è già presente nella frase (È un bel film, lo consiglio a tutti);
  • una funzione designativa, quando sostituiscono un elemento che non è esplicitato dalla frase, ma che fa parte della situazione (Tu non sei stato corretto).

In base al significato si possono distinguere: pronomi personali, pronomi possessivi, pronomi dimostrativi, pronomi interrogativi ed esclamativi, pronomi relativi, pronomi indefiniti.

I pronomi possessivi, dimostrativi, indefiniti, interrogativi ed esclamativi possono essere confusi con degli aggettivi. Per distinguerli basta prestare attenzione: se accompagnano un nome sono aggettivi, se invece sono isolati sostituiscono un nome. Ecco un esempio con un aggettivo e un pronome possessivo:

Sei venuto fin qui con la tua bicicletta. (tua è aggettivo perché si riferisce a bicicletta)
Questa bicicletta è di Marco, mentre la tua è dietro casa. (tua è pronome perché sostituisce il nome bicicletta)

Pronomi personali[modifica]

I pronomi personali indicano le persone che partecipano alla comunicazione, senza però specificare il nome. Le persone sono tre:

  • la prima persona, ovvero colui o colei che parla;
  • la seconda persona, ovvero colui o colei a cui si parla;
  • la terza persona, ovvero la persona o le persone di cui si parla.

La seguente tabella elenca tutti i pronomi personali, che possono essere distinti tra pronomi personali soggetto e pronomi personali complemento.

Persone Pronomi personali soggetto Pronomi personali complemento
Forma forte Forma debole
I persona singolare io me mi
II persona singolare tu te ti
III persona
singolare
maschile egli (lui), esso lui, sé, ciò lo, gli, ne, si
femminile ella (lei), essa lei, sé la, le, ne, si
I persona plurale noi noi ci
II persona plurale voi voi vi
III persona
plurale
maschile essi (loro) loro, sé li, ne, si
femminile esse (loro) loro, sé le, ne, si

Pronomi personali soggetto[modifica]

I pronomi personali soggetto svolgono la funzione di soggetto di un verbo. Per esempio:

Tu sei sempre distratto, non ascolti mai!
Che cosa fate voi stasera?

In italiano il loro uso è però limitato, dal momento che è possibile capire la persona dalla desinenza del verbo, e di conseguenza il soggetto può restare sottinteso. Per esempio:

Leggo sempre la sera prima di addormentarmi. (il soggetto è io, ma è facilmente intuibile dal verbo leggo)

Il pronome personale soggetto egli si usa per riferirsi a una persona di genere maschile, ma è poco usato nella lingua parlata e sempre più spesso è sostituito da lui:

Sono andato a casa di Paolo, ma egli non era in casa.
Sono andato a casa di Paolo, ma lui non era in casa.

In modo simile, il pronome personale soggetto ella si usa per riferirsi a una persona di genere femminile, ma è sempre meno utilizzato e spesso è sostituito da lei:

Ho raccontato tutto a Rebecca, ma ella non ha creduto a una sola parola.
Ho raccontato tutto a Rebecca, ma lei non ha creduto a una sola parola.

I pronomi personali soggetto esso e essa si usano invece per riferirsi a una cosa o a un animale:

Fece pulire il camino, da anni esso non veniva pulito.
Ho cambiato automobile, essa era ormai inutilizzabile.

I pronomi personali soggetto essi e esse, utilizzati sia per persone sia per animali sia per cose, sono spesso sostituiti da loro:

È inutile che insisti: essi non verranno.
È inutile che insisti: loro non verranno.

Pronomi personali complemento[modifica]

I pronomi personali complemento possono svolgere la funzione di complemento oggetto, complemento di termine o di altri complementi indiretti. Possono essere distinti in

  • forme forti o toniche, fornite di un loro accento: me, te, lui, lei, noi, voi, loro;
  • forme deboli o atone, dette anche particelle pronominali, che non hanno un accento ma devono appoggiarsi al verbo: mi, ti, lo, la, gli, le, ci, vi, li, le.

La differenza sarà più chiara con un esempio:

Hanno deciso di eleggere te presidente. (forma forte)
Hanno deciso di eleggerti presidente. (forma debole)

La forma debole può essere usata quando il pronome svolge la funzione di complemento oggetto (come nell'esempio) o complemento di termine.

A lui hanno suggerito di stare a casa. (forma forte)
Gli hanno suggerito di stare a casa. (forma debole)

La forma forte è obbligatoria quando il pronome è usato in un complemento indiretto preceduto da una preposizione:

Voglio venire con te.

Pronomi personali riflessivi[modifica]

Si dice che un verbo è alla forma riflessiva quando l'azione si riflette sul soggetto. Per esempio, nella frase

Tu ti lavi.

l'azione del verbo lavare viene svolta dal soggetto su se stesso. Il pronome ti è in questo caso un pronome personale riflessivo.

Per la prima e seconda persona, singolare e plurale, si usano le forme deboli mi, ti, ci, vi. Per esempio:

Voi vi lavate

Per la terza persona, sia al maschile sia al femminile, singolare e plurale, si usa il pronome si:

Egli si lava.
Esse si lavano.

Pronomi possessivi[modifica]

I pronomi possessivi sostituiscono un nome indicandone al tempo stesso il possessore. Per esempio:

La mia bicicletta è rossa, la tua blu.

Le forme dei pronomi possessivi e quelle degli aggettivi possessivi coincidono. Vale quindi la regola già ricordata: se accompagnano un nome sono aggettivi, se lo sostituiscono sono pronomi. Nella frase precedente, mia accompagna bicicletta, e quindi è un aggettivo; tua invece sostituisce bicicletta, in modo da non ripetere due volte la stessa parola, precisando però che ci si riferisce alla tua bicicletta.

Pronomi dimostrativi e identificativi[modifica]

I pronomi dimostrativi sostituiscono un nome, specificando l'identità o la posizione.

Tre pronomi dimostrativi corrispondono, nella forma, agli aggettivi dimostrativi questo, codesto, quello. Per esempio:

Quella (aggettivo) pianta è fiorita, mentre questa (pronome) è seccata.

Ci sono poi altre forme che possono essere solo pronomi:

  • questi indica una persona singolare maschile, vicina nello spazio e nel tempo a chi parla, e si usa solo con funzione di soggetto;
  • quegli indica una persona singolare maschile, lontana nello spazio e nel tempo a chi parla, e anch'essa si usa solo con funzione di soggetto;
  • costui, costei, costoro indicano persone, solitamente con un'accezione dispregiativa;
  • colui, colei, coloro si usano per lo più in correlazione con che per indicare persone (colui che, colei che, coloro che);
  • ciò è una forma invariabile che indica una o più cose vicine a chi parla, e corrisponde a espressioni come questa cosa, queste cose.

I pronomi identificativi stesso e medesimo corrispondono nella forma agli aggettivi identificativi, e sostituiscono un nome indicando identità.

Sei sempre lo stesso, non cambi mai.

Pronomi indefiniti[modifica]

I pronomi indefiniti sostituiscono un nome indicandone alcune qualità in modo generico.

Alcuni pronomi indefiniti hanno forme che coincidono con quelle degli aggettivi indefiniti, come: poco, tanto, parecchio, troppo, tutto, nessuno, altro, tale ecc.

In piazza non c'era nessuno spettatore. (aggettivo dimostrativo)
In piazza non c'era nessuno. (pronome dimostrativo)

Altre parole, invece, possono svolgere solo la funzione di pronome, come: uno/una, qualcuno/qualcuna, ognuno/ognuna, chiunque, altri, qualcosa, checché, alcunché, niente, nulla.

Chiunque ha il diritto di dire la propria opinione.

Pronomi interrogativi ed esclamativi[modifica]

I pronomi interrogativi introducono una domanda, diretta o indiretta. Sono quattro: chi?, che?, quale?, quanto?

Quanto costa?
Chi te lo ha detto?

Se usati per introdurre un'esclamazione, i pronomi interrogativi possono essere usati come pronomi esclamativi.

Quanti amici intorno a me!

Pronomi relativi[modifica]

I pronomi relativi sostituiscono un nome creando una relazione tra due frasi. Nell'esempio:

Sono andato da Maria, che è a casa ammalata.

il pronome relativo che si riferisce a Maria, che a sua volta è soggetto della frase successiva. In questo modo, il pronome evita una ripetizione e collega le due frasi (la seconda è subordinata alla prima).

Il più usato pronome relativo è che, un pronome invariabile che segue il nome a cui si riferisce e può essere usato solo come soggetto o complemento oggetto. Per esempio:

L'amico che (complemento oggetto) ho incontrato oggi è stato per tre anni in Cile.
Ti presenteremo Stefano, che (soggetto) ha trascorso tre anni in Cile.

Il pronome relativo più facile da riconoscere è invece il quale / la quale / i quali / le quali. È un pronome variabile nel genere e nel numero, e viene usato come soggetto (al posto di che) o come complemento indiretto.

Incontrai Giorgia, la quale mi disse che Maria era malata.
Non conosco il ragazzo del quale parlavate ieri

Il pronome cui è invariabile, è solitamente preceduto da una preposizione e svolge la funzione di complemento indiretto.

Questo è l'amico di cui parlavamo ieri.

Pronomi misti[modifica]

Si dicono misti o doppi i pronomi che nascono dalla fusione di due pronomi diversi, in genere un pronome dimostrativo o indefinito con uno relativo. Rientrano in questa classificazione:

  • chi, corrispondente a colui che, colei che ecc. (Chi ha qualcosa da dire, alzi la mano);
  • chiunque, corrispondente a qualunque che, ognuno che ecc. (Chiunque superi il limite di velocità sarà multato);
  • quanto, corrispondente a ciò che (Quanto mi dici non mi risulta);
  • quanti e quante, corrispondente a tutti quelli che, tutte quelle che (Invierò una lettera a quanti ne hanno fatto richiesta).


Funzioni[modifica]

Viewmag.png Definizione

Il verbo è la parte variabile del discorso che fornisce informazioni a proposito di un nome, che svolge la funzione di soggetto.

La funzione principale del verbo è dunque quella di predicare, cioè esprimono qualcosa a proposito di qualcos'altro. I verbi possono quindi essere usati per descrivere azioni compiute dal soggetto,

Mario corre.

o per indicare una proprietà del soggetto,

Lo specchio riflette.

o ancora per istituire una relazione tra due elementi.

Il sole illumina la stanza.

Persona e numero[modifica]

La maggior parte delle forme verbali indica in modo chiaro la persona e il numero del soggetto a cui si riferisce. Queste sono infatti riconoscibili dalle desinenze che si uniscono alla radice del verbo.

Le persone in particolare possono essere tre, ciascuna delle quali può essere singolare o plurale, come riportato nella tabella.

Persona Singolare Plurale
I persona: il soggetto è il parlante io noi
II persona: il soggetto è il destinatario del messaggio tu voi
III persona: il soggetto è l'argomento del messaggio egli, ella, esso, essa essi, esse

Il modo[modifica]

I modi verbali sono gruppi di forme delle coniugazioni verbali e possono cambiare in base al punto di vista del parlante, seguendo le sue sensazioni, emozioni, stati d'animo ecc. Ciascun modo è caratterizzato da precise variazioni della desinenza. Nella lingua italiana si distinguono sette modi verbali, riuniti in due gruppi: modi finiti e modi intefiniti.

Modi finiti[modifica]

I modi finiti sono così detti perché indicano sempre chi è il soggetto a cui si riferiscono.

L'indicativo è il modo della certezza.

Il congiuntivo è il modo del dubbio, e si usa per esprimere un'opinione, una speranza, una paura, un'ipotesi o una richiesta.

Il condizionale indica una possibilità che si può realizzare a condizione che ne avvenga un'altra.

L'imperativo è il modo che si usa per gli ordini, i suggerimenti e gli inviti.

Modi indefiniti[modifica]

I modi indefiniti, al contrario di quelli finiti, non danno nessuna indicazione a proposito del soggetto a cui si riferiscono.

L'infinito esprime il significato semplice del verbo, la semplice azione.

Il participio esprime il significato del verbo come una qualità del nome.

Il gerundio esprime il significato del verbo relazionandolo con l'informazione di un altro verbo di modo finito.

Il tempo[modifica]

Il tempo definisce il momento in cui avviene un'azione. Come per i modi, anche ciascun tempo è caratterizzato da particolari desinenze. In particolare, si possono individuare tre tempi fondamentali o assoluti:

  • il presente esprime contemporaneità, cioè l'azione avviene nello stesso momento in cui si parla;
  • il passato esprime anteriorità, cioè l'azione è avvenuta in un momento precedente a quello in cui si sta parlando;
  • il futuro esprime posteriorità, cioè l'azione non è ancora avvenuta ma si verificherà in un momento successivo rispetto a quello in cui si sta parlando.

Ciascuno dei tempi fondamentali si articola in vari tempi, con i quali è possibile esprimere diverse situazioni e diversi rapporti tra le azioni di cui si sta parlando.

In base alla forma, i tempi possono poi essere distinti in

  • tempi semplici, quando il verbo è composto da una sola parola;
  • tempi composti, quando il verbo è composto da più di una parola, e più precisamente dal verbo ausiliare essere o avere seguito da un participio passato del verbo.

La tabella qui sotto riassume i diversi modi e tempi dei verbi.

Modi Tempi
Semplici Composti
Finiti Indicativo Presente Passato prossimo
Imperfetto Trapassato prossimo
Passato remoto Trapassato remoto
Futuro Futuro anteriore
Congiuntivo Presente Passato
Imperfetto Trapassato
Condizionale Presente Passato
Imperativo Presente
Indefiniti Infinito Presente Passato
Participio Presente Passato
Gerundio Presente Passato

L'aspetto[modifica]

Oltre al tempo e al modo, il verbo fornisce anche altre informazioni, come la durata dell'azione, se è in corso o se si è conclusa o ancora se sta per svolgersi, in che modo si svolge. Queste informazioni costituiscono l'aspetto del verbo,[1] e nella lingua italiana sono espessi solo da due tempi verbali:

  • l'indicativo imperfetto esprime l'aspetto durativo dell'azione (correva sotto la pioggia)
  • il passato remoto esprime l'aspetto momentaneo dell'azione (corse sotto la pioggia)

Verbi come cercare, giacere, guardare sono detti verbi durativi perché già nel loro significato esprimono un evento che si svolge nell'arco di un periodo.

Verbi come trovare, cadere, sorgere sono invece verbi momentanei perché esprimono un evento che avviene in un momento esatto del tempo.

Genere del verbo[modifica]

Il genere esprime il modo in cui il verbo realizza i rapporti tra il soggetto e gli altri elementi della frase. In base al genere un verbo può essere transitivo o intransitivo.

Nei verbi transitivi l'azione passa direttamente dal soggetto a una persona, animale o cosa. Per esempio:

Mario mangia una mela. (l'azione mangia passa direttamente dal soggetto Mario all'oggetto una mela)

In altre parole, il verbo transitivo regge il complemento oggetto. Sono esempi di verbi transitivi: scrivere, prendere, visitare, bere, comprare ecc.

Nei verbi intransitivi l'azione si esaurisce nel soggetto e non passa direttamente a una persona, cosa o animale, ma al massimo può trovare completamento in un complemento indiretto. Per esempio:

Mario è andato dal fruttivendolo.

Forma del verbo[modifica]

Per forma o diatesi del verbo si intende il ruolo che il verbo attribuisce al soggetto. Si parla in questo caso di

  • forma attiva se il soggetto svolge l'azione (Mario mangia);
  • forma passiva se il soggetto subisce l'azione (La mela è mangiata);
  • forma riflessiva se l'azione si riflette sul soggetto, cioè il soggetto compie e subisce l'azione nello stesso tempo (Mario si lava = Mario lava se stesso).

La forma passiva è propria dei soli verbi transitivi, e si forma usando l'ausiliare essere. Per trasformare una frase dalla forma attiva alla passiva, l'oggetto deve diventare soggetto, mentre il soggetto diventa complemento d'agente o di causa efficiente. Ecco un esempio:

Il meccanico ripara il motore. (forma attiva)
Il motore è riparato dal meccanico. (forma passiva)

È inoltre possibile formare la forma passiva con

  • verbo viene + participio passato, ma solo per i tempi semplici (Il motore viene riparato dal meccanico);
  • verbo andare / stare / restare / finire + participio passato, ma anche qui solo per i tempi semplici (L'uomo finì ricoverato in ospedale);
  • con la particella si (si sentì una voce = una voce fu sentita)

La forma riflessiva è invece composta dalla particella si + verbo alla forma attiva. Si suddivide a sua volta in una forma riflessiva propria, quando l'azione si riflette sul soggetto e quindi la particella si ha la funzione di complemento oggetto:

Sonia si lava

una forma riflessiva apparente quando la particella si non svolge la funzione di complemento oggetto ma di complemento di termine:

Sonia si lava i capelli (= Sonia lava i capelli a se stessa)

una forma riflessiva reciproca quando ci sono due soggetti che compiono una stessa azione l'uno verso l'altro:

Il cane e il gatto si azzuffano

Verbi impersonali[modifica]

Sono impersonali quei verbi alla terza persona singolare che esprimono un'azione che non può essere attribuita a un determinato soggetto. Un tipico esempio di verbi impersonali sono quelli che esprimono fenomeni meteorologici, come:

nevica, piove, tuona, grandina

Vengono poi usati in forma impersonale

  • i verbi e le locuzioni verbali che esprimono una necessità, una convenienza o un'apparenza, preceduti dalla particella si (mi sembra, bisogna, si deve, è necessario, è importante ecc.);
  • i verbi credere, pensare, dire ecc. preceduti dalla particella si e seguiti dalla congiunzione che (si pensa, si crede ecc.).

Qualsiasi verbo può inoltre avere un'impressione impersonale, quando preceduto dalla particella si (si muore, si parte, si mangia ecc.)

Verbi di servizio[modifica]

I verbi di servizio, oltre ad avere un proprio significato autonomo, si uniscono ad altri verbi per formare un unico gruppo sintattico.

Verbi ausiliari[modifica]

I più importanti verbi di servizio sono i verbi ausiliari, che aiutano a formare le voci dei tempi composti degli altri verbi. Nella lingua italiana ce ne sono due: avere e essere.

L'ausiliare avere si usa per:

  • formare i tempi composti di tutti i verbi transitivi (io ho mangiato),
  • formare i tempi composti di alcuni verbi intransitivi (io ho dormito).

L'ausiliare essere si usa per:

  • formare il passivo di tutti i verbi transitivi (è stato mangiato),
  • formare i tempi composto della maggior parte dei verbi intransitivi (tu sei andato),
  • formare i tempi composti dei verbi riflessivi (si è lavato),
  • formare i tempi composti dei verbi impersonali (è nevicato, si è detto)

Verbi servili[modifica]

I verbi servili accompagnano un verbo all'infinito per arricchirne il significato. Nella lingua italiana sono tre:

  • il verbo dovere, che esprime una necessità o un dovere (devi tornare, devono studiare);
  • il verbo potere, che esprime una possibilità (puoi andare, puoi dormire);
  • il verbo volere, che esprime una intenzione o una volontà (voglio partire, vuole cantare).

I verbi servili formano un unico predicato con il verbo all'infinito che precedono.

Verbi fraseologici[modifica]

I verbi fraseologici sono verbi che si uniscono ad altri verbi all'infinito, mediante l'uso delle preposizioni a, di, per, da, in modo da fornire precisazioni di carattere temporale o aspettuale. Possono indicare

  • un'azione che comincia (inizia a piovere),
  • un'azione che sta per comincia (stavamo per mangiare),
  • un'azione che dura nel tempo (stanno leggendo),
  • un'azione che prosegue (continua a parlare),
  • un'azione che termina (ho smesso di fumare).

Le coniugazioni[modifica]

Si dice coniugazione l'insieme delle varie forme che un verbo può avere, in base al modo, al tempo e all'aspetto. Il verbo è composto da due parti:

  • la radice, la parte invariabile che trasmette il significato del verbo,
  • e la desinenza, la parte variabile che si modifica in base alla persona, al numero, al modo e al tempo.

Le tre coniugazioni[modifica]

Nella lingua italiana ci sono tre coniugazioni.

La maggior parte dei verbi formano le voci verbali unendo alla radice le desinenze della propria coniugazione. In questo caso di parla di verbi regolari.

Esistono però anche verbi irregolari, cioè dei verbi che presentano delle forme verbali differenti rispetto al modello dato per ciascuna coniugazione. Per un elenco dei principali verbi irregolari della lingua italiana, si veda questa voce di Wikipedia: Verbi irregolari italiani.

Essere e avere[modifica]

I verbi ausiliari essere e avere hanno una coniugazione propria, completamente diversa dalle altre. A questo proposito si vedano le tavole per la

La coniugazione della diatesi passiva e riflessiva[modifica]

Nella coniugazione passiva le forme verbali dei verbi transitivi hanno come ausiliare essere. La loro coniugazione segue quindi la coniugazione del verbo essere seguita dal participio passato del verbo. Per un esempio si veda la tavola della coniugazione passiva.

Nella diatesi riflessiva, invece, le forme verbali sono accompagnate dalle particelle pronominali mi, ti, ci, vi, si. Si veda a questo proposito la tavola della coniugazione riflessiva.

Verbi sovrabbondanti e difettivi[modifica]

Si dicono sovrabbondanti i verbi che appartengono a due diverse coniugazioni, come ad esempio: starnutire / starnutare, adempiere / adempire, dimagrire / dimagrare ecc.

Si dicono difettivi i verbi che mancano di alcune forme verbali, che sono ormai cadute in disuso. Ne sono esempi: vigere, incombere, ostare, vertere ecc.

Note[modifica]

  1. Aspetto verbale, in La grammatica italiana, 2012. URL consultato il 15 dicembre 2019.


L'indicativo è il modo della certezza. È composto da otto tempi, quattro semplici e quattro composti:

TEMPI SEMPLICI TEMPI COMPOSTI
Presente Passato prossimo
Imperfetto Trapassato prossimo
Passato remoto Trapassato remoto
Futuro semplice Futuro anteriore

Presente[modifica]

Indica un'azione che si sta svolgendo nel momento in cui si parla. Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati al presente:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Am-o Tem-o Part-o
2 sing. Tu Am-i Tem-i Part-i
3 sing. Egli Am-a Tem-e Part-e
1 plur Noi Am-iamo Tem-iamo Part-iamo
2 plur. Voi Am-ate Tem-ete Part-ite
3 plur Essi Am-ano Tem-ono Part-ono

Imperfetto[modifica]

Indica un'azione che perdura nel passato (es:Marco giocava a calcio) : l'azione di giocare a calcio si è protratta nel tempo. Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati all'imperfetto indicativo:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Am-a-vo Tem-e-vo Part-i-vo
2 sing. Tu Am-a-vi Tem-e-vi Part-i-vi
3 sing. Egli Am-a-va Tem-e-va Part-i-va
1 plur Noi Am-a-vamo Tem-e-vamo Part-i-vamo
2 plur. Voi Am-a-vate Tem-e-vate Part-i-vate
3 plur Essi Am-a-vano Tem-e-vano Part-i-vano

Passato remoto[modifica]

Indica un'azione terminata in un lontano passato e che non ha conseguenze sul presente. È poco usato nel Nord Italia per influenze dialettali. Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati al passato remoto:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Am-a-i Tem-e-i (ma anche tem-e-tti) Part-i-i
2 sing. Tu Am-a-sti Tem-e-sti Part-i-sti
3 sing. Egli Am-ò Tem-e-tte Part-ì
1 plur Noi Am-a-mmo Tem-e-mmo Part-i-mmo
2 plur. Voi Am-a-aste Tem-e-ste Part-i-ste
3 plur Essi Am-a-rono Tem-e-ttero Part-i-rono

Futuro semplice[modifica]

Indica semplicemente un'azione che avverrà in futuro. È usato anche per esprimere ipotesi: "Dove va Giuseppe?" "Andrà al supermercato..." (ma si può anche usare il futuro anteriore, quindi: "Starà andando al supermercato..."). Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati al futuro semplice:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Am-e-rò Tem-e-rò Part-i-rò
2 sing. Tu Am-e-rai Tem-e-rai Part-i-rai
3 sing. Egli Am-e-rà Tem-e-rà Part-i-rà
1 plur Noi Am-e-remo Tem-e-remo Part-i-remo
2 plur. Voi Am-e-rete Tem-e-rete Part-i-rete
3 plur Essi Am-e-ranno Tem-e-ranno Part-i-ranno

Passato prossimo[modifica]

Indica un'azione svoltasi in un passato piuttosto vicino al presente. È praticamente inutilizzato nel Sud Italia per motivi dialettali. Nel caso dei verbi transitivi (verbi seguiti da complemento oggetto) si forma nel seguente modo: ind.pers. di avere + part.pass. del verbo coniugato. Nel caso, invece, di verbi intransitivi,(verbi non seguiti da complemento oggetto) l'ausiliare avere viene sostituito dal verbo essere. Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati al passato prossimo:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Ho amato Ho temuto Sono partito
2 sing. Tu Hai amato Hai temuto Sei partito
3 sing. Egli Ha amato Ha temuto È partito
1 plur Noi Abbiamo amato Abbiamo temuto Siamo partiti
2 plur. Voi Avete amato Avete temuto Siete partiti
3 plur Essi Hanno amato Hanno temuto Sono partiti

Trapassato prossimo[modifica]

Ha la stessa funzione del passato prossimo ed esprime un'azione svoltasi prima di un qualunque tempo passato, infatti viene usato nelle subordinate: "Quando ero un bambino (proposizione principale), ero andato in vacanza in montagna (proposizione subordinata)". Con i verbi transitivi si forma così: imperf.ind. di avere + part. pass. del verbo coniugato. Nel caso, invece, di verbi intransitivi, l'ausiliare avere viene sostituito dal verbo essere (sempre coniugato all'imperfetto indicativo). Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati al trapassato prossimo:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Avevo amato Avevo temuto Ero partito
2 sing. Tu Avevi amato Avevi temuto Eri partito
3 sing. Egli Aveva amato Aveva temuto Era partito
1 plur Noi Avevamo amato Avevamo temuto Eravamo partiti
2 plur. Voi Avevate amato Avevate temuto Eravate partiti
3 plur Essi Avevano amato Avevano temuto Erano partiti

Trapassato remoto[modifica]

Ha la stessa funzione del passato remoto ed esprime un'azione svoltasi prima di un qualunque tempo passato, infatti viene usato nelle subordinate. "Starà andando al supermercato..." In italiano però questo tempo non è quasi mai usato e viene sostituito dal trapassato prossimo. Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati al trapassato remoto:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Ebbi amato Ebbi temuto Fui partito
2 sing. Tu Avesti amato Avesti temuto Fosti partito
3 sing. Egli Ebbe amato Ebbe temuto Fu partito
1 plur Noi Avemmo amato Avemmo temuto Fummo partiti
2 plur. Voi Aveste amato Aveste temuto Foste partiti
3 plur Essi Ebbero amato Ebbero temuto Furono partiti

Futuro anteriore[modifica]

Viene usato sia nelle subordinate in dipendenza da una principale con il futuro semplice ( "Quando ci cercherai noi saremo già partiti") sia per esprimere ipotesi: "Sarà andato al supermercato...". Con i verbi transitivi si forma così: futuro di avere + part. pass. del verbo coniugato. Nel caso, invece, di verbi intransitivi, l'ausiliare avere viene sostituito dal verbo essere (sempre coniugato al futuro). Di seguito tre verbi regolari (amare, temere, partire) coniugati al futuro anteriore:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Avrò amato Avrò temuto Sarò partito
2 sing. Tu Avrai amato Avrai temuto Sarai partito
3 sing. Egli Avrà amato Avrà temuto Sarà partito
1 plur Noi Avremo amato Avremo temuto Saremo partiti
2 plur. Voi Avrete amato Avrete temuto Sarete partiti
3 plur Essi Avranno amato Avranno temuto Saranno partiti


Già il nome – imperfetto – segnala l’aspetto più tipico di questo tempo verbale: “Imperfectum” significava in latino “non compiuto” e infatti anche l’imperfetto italiano esprime un’azione nel passato “non conclusa”, o meglio, un’azione passata nella quale le coordinate temporali (inizio-fine) restano incompiute, cioè inespresse, perché ritenute dal parlante non essenziali per il messaggio.

Si veda il seguente esempio:

Mio fratello Pietro nuotava vicino alla riva.

Il verbo all’imperfetto mette a fuoco solo l’azione del nuotare in un momento imprecisato del passato, ma non veicola nessun tipo di informazione che permetta di dedurre l’inizio o la fine di questa nuotata. Nell’esempio proposto il ricorso all’imperfetto libera, per così dire, l’azione del nuotare dalla referenza alle normali coordinate temporali, la dilata all’infinito, lasciando in primo piano solo un ragazzo che nuota, nuota, nuota in un momento rimasto indefinito.

Formulando la frase con il passato prossimo o con il passato remoto, si ottiene un effetto molto diverso:

Mio fratello Pietro ha nuotato/nuotò vicino alla riva.

In questo caso il tempo verbale non si limita a mettere a fuoco l’azione del nuotare in un momento del passato più o meno vicino, più o meno attuale per il parlante, ma veicola contemporaneamente l’informazione che ci fu un inizio ed una fine, un “prima” ed un “dopo” a questa nuotata. Il ricorso al passato prossimo o al passato remoto mette in prima piano l’azione del nuotare, ma allo stesso tempo la ancora saldamente ad un sistema temporale rigoroso. Se lo volesse, il parlante potrebbe inserire altre informazioni nella frase (per esempio che Pietro nuotò per tre ore ha nuotato fino alle dieci ecc.), ma ciò non sarebbe niente altro che un’aggiunta e una precisazione di qualcosa che c’è già, cioè della consapevolezza, espressa attraverso la scelta del passato prossimo (o del passato remoto), che il tempo in cui si muove Pietro è un tempo chiaramente definito, fatto di sequenze ordinate su un asse temporale.

Il “disinteresse” tipico dell’imperfetto per la definizione precisa del momento in cui si svolge l’azione è il motivo conduttore che unifica le varie sfumature e i diversi campi di applicazione di questo tempo verbale. In linea generale, si ricorre all’imperfetto per tutte quelle situazioni in cui non è importante o non si vogliono definire le coordinate temporali di un’azione nel passato. In particolare si distinguono vari tipi di imperfetto:

Imperfetto descrittivo[modifica]

Per le sue caratteristiche l’imperfetto è il tempo verbale che meglio permette di concentrare l’attenzione dell’ascoltatore lettore sull’oggetto da descrivere, senza distrarlo con informazioni relative alla sfera temporale e dunque estranee all’oggetto stesso. Perciò l’imperfetto è il tempo tipico delle descrizioni:

Era una notte buia e tempestosa, soffiava il vento e da lontano si avvertiva brontolare il tuono.
Era una ragazza sui vent’anni con una figura sottile stretta in un cappotto scuro; portava i capelli sciolti e mi veniva incontro con l’aria distratta di chi è immerso in altri pensieri.

Imperfetto iterativo[modifica]

È l’imperfetto che si usa per indicare il ripetersi di un’azione, come fatto occasionale o dovuto ad un’abitudine; spesso lo si trova accompagnato da un avverbio o da un’espressione temporale:

Il gatto, irrequieto, andava e veniva dalla cucina al salotto e quando mi passava davanti, mi rivolgeva dei lunghi miagolii accusatori.
Ogni mattina scendevamo al bar sotto casa per fare colazione. Ordinavamo sempre lo stesso, un macchiato tiepido ed un cornetto, che mangiavamo in piedi, leggendo il giornale.

Talvolta l’imperfetto serve per esprimere il ripetersi di un’azione ad intervalli regolari così ravvicinati, che l’azione alla fine risulta essere duratura ed ininterrotta:

Era da due mesi che la squadra locale non vinceva una partita.

Imperfetto onirico e ludico[modifica]

Proprio perché lascia inespresse le coordinate del tempo reale, l’imperfetto si rivela il tempo verbale più adatto per esprimere situazioni, come il sogno ed il gioco, fuori del tempo oggettivo e reale.

Si usa dunque l’imperfetto per raccontare un sogno:

Ho sognato che eravamo in una casa in campagna, dove abitava una donna anziana in compagnia di un cane.
Noi suonavamo alla porta, ma lei da dentro ci gridava di andarcene, perché tanto lei non apriva a nessuno.

E all’imperfetto ricorrono anche i bambini, quando organizzano un gioco:

Facciamo che io ero un cacciatore e tu eri una lepre, io cercavo di sparare, ma tu trovavi una buca e ti nascondevi, così io non ti vedevo più.

Imperfetto narrativo[modifica]

È una forma di imperfetto, usato soprattutto nel linguaggio giornalistico, che ha avuto una larga diffusione fra Ottocento e Novecento. Si veda il seguente esempio:

Il pensionato osservava dei movimenti sospetti nelle vicinanze della boutique, allertava la polizia che sorprendeva R.F., mentre tentava di forzare la saracinesca del negozio.

La funzione dell’imperfetto, qui, corrisponde in realtà a quella svolta da un passato prossimo o da un passato remoto, dal momento che si tratta di dar voce a una serie di azioni successive e cronologicamente ben identificabili. Ma l’uso dell’imperfetto serve in questo caso a drammatizzare la narrazione, dilatando la durata delle azioni davanti all’occhio del lettore-spettatore.

Si ricorre a questo tipo di imperfetto anche per descrivere una serie di eventi all’interno di una scrittura formale, come può essere, ad esempio, un rapporto della polizia teso a ricostruire la dinamica di un incidente o una denuncia di sinistro per l’assicurazione:

L’incidente si verificava alle ore 11.15 del giorno 21 maggio. La signora B.Z., domiciliata in Via Rossetti, si trovava a Trieste, all’incrocio fra Corso Italia e Via Imbriani, alla guida del veicolo targato VE 492800. Al momento di svoltare in Via Imbriani, il signor C.M., che conduceva il veicolo targato BE 2895 la superava senza preavviso da destra, costringendola a sterzare bruscamente per evitare lo scontro. Durante questa manovra la signora B.Z. sfiorava un motorino regolarmente posteggiato, provocandone la rottura dello specchietto laterale.

Come si è detto, l’uso dell’imperfetto narrativo è limitato per lo più al linguaggio giornalistico, ma lo si può trovare anche nelle narrazioni, specie di carattere storico, cui conferisce un valore leggermente più enfatico del presente storico:

Il trattato di Chaumont, firmato da Inghilterra, Russia, Austria e Prussia nel marzo del 1814, sanciva l’impegno delle potenze a conservare per vent’anni gli accordi che sarebbero usciti dai trattati di pace. La Quadruplice Alleanza (novembre 1815) riconfermava questo impegno. (da Gaeta, Villani, Petraccone, Storia contemporanea, Principato, 1993)

Imperfetto desiderativo[modifica]

È un imperfetto con valore di presente, al quale si ricorre per smorzare in modo garbato la perentorietà di una richiesta.

Signora, cercavo il catalogo della mostra sui Maya (= cerco il catalogo...).
Buongiorno, Signora. Che cosa desiderava? (= che cosa desidera?)

Talvolta è possibile ottenere lo stesso effetto ricorrendo, invece che all’imperfetto, al condizionale presente con valore desiderativo:

Volevo chiederti un favore Vorrei chiederti un favore

(= voglio chiederti un favore).

Imperfetto conativo[modifica]

Questo tipo di imperfetto esprime fatti del passato, ancora in una fase di progettazione:

Pensavo di uscire verso le cinque.
Filippo voleva andare in vacanza a Cuba con la sua ragazza.

Visto il carattere di aspettualità dell’imperfetto, cioè il suo non definire i confini temporali dell’azione, resta aperto il dubbio se poi le azioni espresse dall’imperfetto abbiano avuto luogo o no. Solo ulteriori informazioni aggiunte alle frasi (per esempio: “Pensavo di uscire verso le cinque, poi ha chiamato Elisa e abbiamo deciso di incontrarci in città”; “Filippo voleva andare in vacanza a Cuba con la sua ragazza, ma in luglio si sono lasciati e allora lui ha deciso di andare in Sardegna”) potrebbero permettere di capire con sicurezza che cos’è poi realmente accaduto.

Per le sue caratteristiche l’imperfetto può anche esprimere il rischio di accadimento di un’azione:

Per poco non lo investivo.
Ancora dieci minuti di lezione e mi addormentavo sul banco.

In questi casi l’azione non ha avuto luogo, ma l’uso dell’imperfetto, dilatandola, amplifica la sensazione di rischio imminente comunicato dalla frase.

Imperfetto irreale[modifica]

Nelle ipotetiche dell’irrealtà possono comparire nella lingua parlata due indicativi imperfetti al posto del congiuntivo trapassato e del condizionale passato:

Se finivo il lavoro, te lo dicevo (= Se avessi finito il lavoro, te l’avrei detto.)

Tale forma viene tollerata in quanto errore comune nel parlato quotidiano, è quindi fortemente sconsigliata.


Anche il passato remoto descrive un’azione conclusa avvenuta nel passato, o, per meglio dire, un’azione del passato che il parlante avverte come conclusa. Come già segnalato dallo stesso nome (remoto = lontanissimo nel tempo), si ricorre a questo tempo verbale per esprimere fatti avvenuti molto tempo addietro:

Nel 1988 Marina finì l’Università e poco dopo iniziò a lavorare.

Si ricordi che, a differenza del passato prossimo, il passato remoto è un tempo

  • che esprime sempre un fatto avvenuto nel passato rispetto a chi parla (mentre si è visto che almeno in
    un contesto informale il passato prossimo può riferirsi al presente futuro);
  • che serve per esprimere un passato privo di attualità psicologica per il parlante.

Si veda al proposito il seguente esempio:

Il 18 aprile 1993 i cittadini italiani approvarono il referendum che introduceva il sistema uninominale maggioritario al Senato.

Visto che si parla di un evento risalente a più di dieci anni fa, si potrebbe pensare che in questo esempio sia lecito solo l’uso del passato remoto. Siccome però il sistema di elezione in Italia fino al giorno d’oggi non è più cambiato e gli effetti della scelta del ’93 perdurano nel presente, si potrebbe esprimere questa frase anche con il passato prossimo (i cittadini italiani hanno approvato): il tempo verbale scelto segnalerebbe l’attualità che l’evento, pur lontano, tuttora ha per la persona che parla.

Ma la scelta del passato remoto nell’esempio proposto veicola un altro ordine di informazioni: il fatto è successo molto tempo fa; il parlante ha avuto il tempo, per così dire, di “metabolizzarlo”, di viverlo e di rifletterci su; adesso è pronto per archiviare psicologicamente l’evento del ‘93 sotto un’ipotetica rubrica “Eventi del passato”. La scelta del sistema uninominale è per il parlante un fatto definitivamente appartenente alla “storia”, senza più attualità psicologica nella sua vita attuale.


Il passato prossimo descrive un'azione conclusa avvenuta nel passato, o, per meglio dire, un'azione del passato che il parlante avverte come conclusa.

Quando però si parla di "passato", ci si può riferire a situazioni molto diverse: esiste un passato appena "successo" (stamattina, tre ore fa, stanotte ecc.) ed esiste un passato molto più lontano (dieci anni fa, cinquant'anni fa ecc.).

Il passato prossimo esprime un'azione avvenuta:

  • in un passato molto recente, come nella frase stamattina ho visto Federico;
  • in un passato più lontano, ma i cui effetti perdurano nel presente, sia in senso oggettivo, sia in senso psicologico. Si veda il seguente esempio: Anita si è trasferita a Roma all'inizio degli anni '80.

La scelta del passato prossimo in una frase come l'ultimo esempio può significare:

  • che Anita ha cambiato casa e vive ancor oggi a Roma (gli effetti perdurano oggettivamente nel presente);
  • oppure che il trasferimento di Anita a Roma ha una certa rilevanza psicologica per la persona che parla, la quale dunque sceglie di rappresentarlo come un fatto ancora "vicino" al presente (gli effetti perdurano psicologicamente nel presente);
  • oppure entrambe le cose; che Anita cioè vive tuttora a Roma e che a livello psicologico il parlante percepisce questo fatto come attuale.

Questo tempo verbale, però, non è legato sempre ed esclusivamente ad un contesto passato; nel registro familiare il passato prossimo può essere messo in relazione con un presente ed acquisire il valore di un futuro anteriore:

  • Vado in città non appena ho finito questo lavoro. questa frase è identica a Andrò in città non appena avrò finito questo lavoro.

In questo caso il passato prossimo non esprime più un'azione "passata", ma semplicemente un rapporto di anteriorità rispetto all'azione formulata con il presente indicativo ("prima finisco il lavoro e dopo vado in città").

Altri progetti[modifica]


L’uso dell’imperfetto, alternato al passato prossimo o al passato remoto, rappresenta un problema considerevole nell’apprendimento dell’italiano. In primo luogo, si consiglia di leggere le descrizioni relative ai tre tempi verbali, in modo da mettere a fuoco le caratteristiche di ognuno (vedi Caratteristiche di passato prossimo passato remoto imperfetto).

Per capire meglio l’applicazione di questi tempi verbali, conviene inoltre ricordare che qualsiasi tempo dà sempre due tipi di informazioni:

  • quando succede l’azione (il momento dell’azione);
  • come succede l’azione (l’aspetto dell’azione, il modo in cui si svolge).

Si considerino gli esempi seguenti:

1) Marina ha letto un libro.

Le informazioni trasmesse dall’uso, in questo caso, del passato prossimo sono:

  • In un momento nel passato, non troppo lontano dal presente, o comunque con un certo livello di attualità psicologica per il parlante, Marina ha letto un libro (momento dell’azione);
  • L’azione è conclusa, o meglio: la persona che ha espresso la frase avverte l’azione come un’azione conclusa (aspetto dell’azione).

La situazione cambia leggermente se la frase viene formulata con il passato remoto:

2) Marina lesse il libro.

In questo caso le informazioni trasmesse dall’uso del passato remoto sono:

  • In un momento nel passato, ben lontano in modo oggettivo e psicologico dal presente del parlante, Marina lesse un libro (momento dell’azione);
  • L’azione è conclusa, o meglio: la persona che ha espresso la frase avverte l’azione come un’azione conclusa (aspetto dell’azione).

Ricorrendo invece all’imperfetto:

3) Marina leggeva il libro,

il parlante fornisce le seguenti informazioni:

  • Il fatto è successo in un momento nel passato, che il parlante non ha ritenuto necessario precisare (momento dell’azione);
  • L’azione non è conclusa, o meglio: la persona che ha espresso la frase non ha sentito il bisogno di specificare quando quest’azione si è conclusa: ha preferito concentrarsi sull’azione in sé, per metterne piuttosto in evidenza la durata indefinita (aspetto dell’azione).

Nel caso dell’imperfetto viene messo in primo piano l’aspetto durativo dell’azione, con il passato prossimo o remoto viene messo in evidenza l’aspetto momentaneo e preciso dell’azione.

Quest’opposizione fra aspetto durativo ed aspetto momentaneo e preciso dell’azione è fondamentale al momento di scegliere il tempo verbale in base al contesto. Così,

  • nel caso si voglia esprimere un’azione conclusa, verificatasi in un arco di tempo preciso e ben identificabile, si userà il passato prossimo o il passato remoto (per le differenze, si vedano le informazioni relative ai due tempi):
Mario cucinò e Ilaria lesse il giornale.
Francesco ha chiamato il taxi ed Anna si è messa il cappotto.

Nel ricorso al passato remoto passato prossimo è già implicita l’informazione che in un punto preciso dell’asse temporale questa situazione cambierà e all’ascoltatore lettore si presenterà un altro scenario; negli esempi proposti magari Mario e Ilaria cominciarono a litigare e i vicini chiamarono la polizia, o Francesco ed Anna sono usciti e hanno visto gli amici al bar. Allo stesso modo, grazie alla scelta del passato remoto e del passato prossimo, il lettore ascoltatore ha la percezione che prima degli avvenimenti descritti nelle frasi la situazione era diversa, e per esempio Mario telefonò a suo fratello e Ilaria ruppe un bicchiere, mentre Francesco e Anna hanno parlato fra di loro.

Il ricorso al passato remoto passato prossimo crea insomma nel lettore ascoltatore un’aspettativa per gli scenari precedenti e successivi all’azione espressa; l’imperfetto, invece, la mette a tacere e concentra l’attenzione di chi legge o ascolta sull’azione in sé, colta nella sua durata.

  • Il passato prossimo o il passato remoto, per la loro capacità di metter a fuoco l’aspetto momentaneo dell’azione, sollecitando l’aspettativa per quanto accaduto “prima” e “dopo” alla stessa, sono i tempi verbali cui si ricorre, quando si vuole esprimere una sequenza più lunga di azioni, verificatesi una dopo l’altra:
Ha preso il bastone, s’è messo il cappello, ha salutato sua moglie e se n’è andato.
  • Nel caso che si vogliano esprimere due azioni di una certa durata contemporanee nel passato si dovrà usare per entrambe l’imperfetto:
Io cucinavo e Ilaria leggeva il giornale.

La scelta dell’imperfetto vuole comunicare all’ascoltatore lettore che per un certo periodo di tempo le due azioni si sono svolte parallelamente e non si sono interrotte; logicamente sappiamo che ad un dato momento le due azioni si saranno concluse, ma questa resta una questione al margine, assolutamente inessenziale per capire la situazione.

  • Nel caso si sovrappongano due azioni, di cui l’una dura nel tempo, e l’altra si presenta invece come azione nuova o improvvisa, si userà per la prima l’imperfetto e per la seconda il passato prossimo (o remoto):
Stavo facendo la doccia, quando qualcuno suonò alla porta.
Mentre parlavamo, abbiamo sentito un rumore.

Attenzione! spesso è possibile ricorrere per la stessa frase sia al passato prossimo remoto, sia all’imperfetto; in questo caso si esprimono però sfumature differenti. Si vedano i seguenti esempi:

A) Quando Mario è passato, ho chiamato Marina.
B) Quando Mario è passato, chiamavo Marina.
C) Quando Mario passava, chiamavo Marina.

Nell’esempio A) si tratta di due azioni successive: prima è passato Mario, poi ho chiamato Marina.

Nell’esempio B) l’azione espressa dal passato prossimo interrompe l’azione espressa in imperfetto: stavo telefonando a Marina, quand’ecco che improvvisamente passa Mario!

Nell’esempio C) le due azioni si svolgono parallelamente e per un certo periodo di tempo, conferendo al racconto il tono di un’abitudine: tutte le volte che Mario passava, io chiamavo Marina.

Come si vede, al di là delle regole, per un uso corretto dell’imperfetto, passato prossimo passato remoto resta fondamentale analizzare sempre la frase nel suo contesto, riflettendo sul tipo di informazione che si vuole comunicare e sull’effetto che si desidera provocare nel “pubblico”, cui è destinato il messaggio.

Note sull'uso[modifica]

L'uso dell'imperfetto, alternato al passato prossimo o al passato remoto, può rappresentare un problema considerevole nell'apprendimento dell'italiano, dal momento che questa opposizione non esiste nelle lingue germaniche. Il tedesco, ad esempio, conosce un'unica forma, il Präteritum, per tradurre l'imperfetto e il passato remoto italiani, fatto, questo, che crea non poche difficoltà a persone di madrelingua tedesca.

A questa prima osservazione si deve aggiungere la disomogeneità, presente a livello nazionale, nell'uso del passato prossimo e del passato remoto. Nel Nord Italia e in parte dell'Italia centrale, infatti, esiste una tendenza generalizzata a utilizzare sempre il passato prossimo, anche per descrivere quegli eventi, lontani nel tempo e senza relazioni con il presente, che secondo le grammatiche richiederebbero il passato remoto, come ad esempio "Trent'anni fa ho visitato i Musei Vaticani").

Il passato remoto resiste invece al Sud, dove però, almeno in alcune regioni (Sicilia, Campania, Calabria), lo si tende ad usare anche per quei fatti del passato recente, che dovrebbero esser espressi con il passato prossimo, come ad esempio "Stamattina feci la spesa".

Le informazioni fornite in questo libro riguardano l'uso del passato prossimo e del passato remoto nell'italiano letterario e nell'uso toscano.

Per quanto riguarda la lingua parlata, si tenga presente che:

  • esistono, come si è detto, differenze regionali nell'uso del passato prossimo e del passato remoto;
  • anche al Sud, dove pure il passato remoto è vivo a livello di parlato, si nota oggi una tendenza generalizzata a sostituirlo sempre di più con il passato prossimo.
Schedule.jpg Per verificare quello che hai imparato, passa agli esercizi.
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Mentre l'indicativo esprime ciò che (diciamo essere) nella realtà, il congiuntivo esprime ciò che (diciamo essere) nella nostra mente

Ad esempio:

  • un'opinione (una prospettiva soggettiva, legata all’opinione personale del parlante):
Penso che tu sia in gamba
Credo che abbia fatto un buon lavoro.
Pensarono che non avesse sentito la domanda.
  • una speranza:
Spero che oggi non piova.
Speriamo che sia arrivato sano e salvo!
Fosse la volta buona!
Se avessimo un po’ di denaro!
Che Dio ce la mandi buona!
  • una paura (qualcosa che non esiste, ma si teme che avvenga):
Ho paura che nascano dei problemi.
Non vorrei che la festa fosse già finita...
  • un'ipotesi, una realtà possibile (o impossibile):
Chiunque usi il bagno... (non sto dicendo che qualcuno lo usa in questo momento, ma immagino uno scenario in cui qualcuno lo usi)
Se nascessi un'altra volta, non lo rifarei. (non dico che sono nato, ma immagino un scenario - impossibile - in cui io rinascessi)
  • una richiesta (qualcosa che ancora non è stato fatto, ma che si chiede a qualcuno di fare):
Si accomodi.
Quelli che si sono prenotati, vengano domani alle 19:00.

Vi sono poi alcune congiunzioni (benché, sebbene, prima che ecc.) o espressioni che richiedono in ogni caso il congiuntivo: :Benché/sebbene non ne avesse voglia, andò a rispondere alla porta.

Taci prima che sia troppo tardi!.

Ma in generale la scelta tra indicativo e congiuntivo è dettata dal principio esposto sopra (nella mente di qualcuno o nella realtà):

Ti dico che sta per piovere! (la pioggia è presentata come un fatto certo nella realtà) / Sembra che stia per piovere (la pioggia un'impressione, un'ipotesi nella mente di qualcuno).
È logico che si studino i vocaboli di una lingua straniera (nessuno sta studiando i vocaboli in questo momento nella realtà: lo studio dei vocaboli esiste all'interno del sistema logico che io ho in mente).

Il congiuntivo si trova soprattutto nelle frasi secondarie (Sembrava che nessuno lo volesse), raramente nelle frasi principali (Volesse il cielo!). Nelle principali troviamo soprattutto l'indicativo (Nessuno lo voleva).

Il congiuntivo dispone di quattro tempi:

  1. Presente: (Pensano che) parli bene.
  2. Passato: (Pensano che) abbia parlato bene.
  3. Imperfetto: (Pensano che) parlasse bene.
  4. Trapassato: (Pensano che) avesse parlato bene.

Scegliere il tempo giusto[modifica]

È opportuno distinguere tre situazioni differenti:

I caso[modifica]

Quando nella frase reggente il verbo è al presente o al futuro o all’imperativo.

Se il rapporto fra le due frasi è di

  • Contemporaneità, allora si userà il congiuntivo presente:
Non credo (adesso) che venga (adesso o nell’immediato futuro)
Non crederai (adesso) che venga (adesso o nell’immediato futuro)
Non credere (adesso) che venga (adesso o nell’immediato futuro)!
  • Anteriorità, allora si userà il congiuntivo passato:
Non credo (adesso) che sia venuto (prima, due ore fa, ieri, una settimana fa ecc.).
Non crederai (adesso) che sia venuto (prima, due ore fa, ieri, una settimana fa ecc.).
Non credere (adesso) che sia venuto (prima, due ore fa, ieri, una settimana fa ecc.)!
  • Posteriorità, allora si userà il congiuntivo presente o l’indicativo futuro:
Non credo (adesso) che venga / che verrà (più tardi, rispetto all’azione espressa dalla principale).
Non crederai (adesso) che venga / che verrà (più tardi, rispetto all’azione espressa dalla principale)?
Non credere (adesso) che venga / che verrà (più tardi, rispetto all’azione espressa dalla principale)!

Può succedere che il rapporto di anteriorità fra la frase reggente e la frase secondaria sia molto marcato, cioè che la frase reggente si riferisca ad una situazione presente, mentre i fatti espressi nella frase secondaria risalgano a molto tempo fa; in questo caso è possibile trovare nella frase secondaria il congiuntivo imperfetto o trapassato:

Immagino (adesso) che lui non ne fosse al corrente (tanto tempo fa).
È probabile (adesso) che avessero discusso il problema già negli anni ‘70.

II caso[modifica]

Quando nella frase reggente il verbo è in un tempo storico, cioè al passato prossimo o al passato remoto o all’imperfetto o trapassato prossimo.

Se il rapporto fra le due frasi è di

  • Contemporaneità, allora si userà il congiuntivo imperfetto:
Non credevo (allora) che venisse (allora o nell’immediato futuro).
  • Anteriorità, allora si userà il congiuntivo trapassato:
Non credevo (allora) che fosse venuto (ancora prima, il giorno prima, una settimana prima ecc.).
  • Posteriorità, allora si userà il condizionale passato (!):
Non credevo (allora) che sarebbe venuto (più tardi, rispetto all’azione della frase principale).

Attenzione!

Dopo verbi che esprimono dubbio (p.e. dubitare, è possibile, può darsi...),
opinione in forma positiva (p.e. pensare, credere, ritenere...) o dopo verbi dichiarativi
(p.e. dire, sostenere, affermare...) l’uso del condizionale passato può introdurre una sfumatura di
incertezza più o meno forte; in questo caso non è possibile decidere con assoluta certezza se
l’azione espressa nella frase secondaria abbia avuto luogo o no.

Dubitava che in quella situazione lo avrebbero difeso ( = se veramente lo difesero, non lo sappiamo).
Poteva darsi che Paolo ci avrebbe chiamati dall’autostrada (= ma non si sa se alla fine Paolo chiamò dall’autostrada).
Pensarono che una tavola rotonda sull’argomento sarebbe stata la soluzione migliore ( = se la soluzione realmente fu la migliore, non lo sappiamo).
Affermai che Felice avrebbe finito il lavoro ( = se Felice veramente finì il lavoro, non lo si sa).

III caso[modifica]

Quando nella frase reggente il verbo è al condizionale.

Se nella frase reggente il verbo è al condizionale presente o passato (sarei contento che, desidererei che, avrebbe preferito che etc.), allora nella frase secondaria il verbo sarà in congiuntivo imperfetto (rapporto di contemporaneità fra le due frasi) o trapassato (rapporto di anteriorità fra le due frasi):

Vorrei (adesso) che venisse (adesso o nell’immediato futuro).
Vorrei (adesso) che fosse venuto (prima, due settimane fa, un anno fa etc.).
Avrei voluto (allora) che venisse (allora).
Avrei voluto (allora) che fosse venuto (ancora prima).

Attenzione!

Un verbo di opinione o dichiarativo al condizionale presente può avere il valore di
una forma debole di indicativo; in questo caso richiede nella frase secondaria il congiuntivo presente o passato (vedi le regole di caso I)

Scusi, Lei riterrebbe (= Lei ritiene) che questa sia una buona soluzione?
Direi (= dico) che abbia agito con intelligenza.

Congiunzioni che richiedono il congiuntivo[modifica]

L’impiego del congiuntivo nella frase secondaria può esser richiesto dalla presenza di determinate congiunzioni. Alcune congiunzioni vogliono obbligatoriamente il congiuntivo nella frase secondaria, altre invece alternano, a seconda dei casi, il congiuntivo e l’indicativo. Diamo alcuni esempi senza valore esaustivo, rimandando al dizionario, nel caso sussistano dubbi sul modo da usare.

Obbligatoriamente[modifica]

  • Finali (affinché, perché, ...):
Te lo spiego affinché tu sappia dove andare.
Uscì con il bambino perché Marcella avesse tempo di dedicarsi al lavoro.
  • Concessive (benché, sebbene, quantunque, nonostante che...):
Hai dimenticato di imbucare la lettera benché te l’abbia detto mille volte.
Quantunque non fosse del tutto convinto, accettò l’incarico.
Nonostante (che) sia maggiorenne, ragiona come un bambino.
Volle risentire la canzone, benché tutti protestassero.

N.B.: solo “anche se” richiede l’indicativo!

  • Condizionali (qualora, purché, nel caso in cui, a patto che, nell’eventualità che, nell’ipotesi che, se):
Nel caso in cui ci siano dei problemi, La preghiamo di contattarci.
Qualora avesse ulteriori domande, può rivolgersi al numero verde.
Nell’eventualità che faccia bel tempo, andremo in montagna.
Se fosse venuto, avrebbe chiamato.
Preparo la cena, a patto che tu vada a fare la spesa.

Attenzione: la frase condizionale esprimente un’ipotesi reale, si costruisce con l’indicativo:

(!) Se vieni, chiama.
  • Eccettuative (a meno che (non), salvo che (non), tranne che (non)...):
Ci incontreremo in piazza, a meno che non piova.
Una riunione di lunedì sarebbe la soluzione migliore, salvo che non arrivino i clienti cileni.
Andremo a Firenze la prossima settimana, tranne che non si cambi idea e si resti tutti a casa.

Attenzione! “Se non che” richiede invece l’indicativo:

È una persona intelligente, se non che ha poca voglia di lavorare.
  • Perché con valore causale, dove la causa abbia un valore fittizio:
Mangiava non perché avesse fame (causa fittizia = congiuntivo), ma perché si annoiava (causa reale = indicativo).
  • Prima che:

“Prima che il gallo canti” è il titolo di un romanzo di Cesare Pavese. Sii a casa prima che arrivino gli invitati.

Alternano il congiuntivo e l'indicativo[modifica]

  • Consecutive (cosicché, talché, in modo che, in maniera che, al punto che...): normalmente richiedono l’indicativo; si usa il congiuntivo quando la frase consecutiva esprime una possibilità o un’eventualità:
Uscirono dalla stanza, cosicché lui potesse finire in calma il lavoro.
La avvertiamo in modo che sia al corrente della questione.
Ti lascio un messaggio sulla segreteria telefonica, in maniera che tu mi possa raggiungere in città.
Spero che la situazione non degeneri al punto che si debbano prendere provvedimenti.
  • Interrogative indirette: si ricorre al congiuntivo, quando si vuole sottolineare la componente dubitativa:
Non ho la più pallida idea di dove sia e di che cosa stia facendo.
  • Modali (come, senza che, di modo che...): hanno il congiuntivo quando, anziché esprimere un fatto sicuro e reale, esprimono un dubbio o una possibilità; in tal caso le congiunzioni modali più usate sono “come se”, “comunque”, “quasi che”, “senza che” ecc.
Comunque vadano le cose, non abbiamo nulla da perdere.
Si comportava quasi che non avesse sentito i nostri ammonimenti.
Senza che Laura aprisse bocca, sapevamo che era successo qualcosa.
  • Comparative (più... che, più... di quanto, meno... di quanto, peggio... di come...): anche in questo caso, il ricorso al congiuntivo è legato ad una componente di dubbio o possibilità:
Mauro è più simpatico di quanto pensassi.
Il film era meglio di quanto dicessero.
Ha speso meno di quanto avesse calcolato.

Attenzione! Le comparative ipotetiche, cioè le frasi che stabiliscono un paragone in forma ipotetica con la frase reggente, hanno il verbo sempre al congiuntivo. Sono introdotte dalle congiunzioni “come (se)”, “quasi (che)”, “non altrimenti che se”:

Spende come se fosse il pozzo di San Patrizio.
Lo tratta quasi fosse suo figlio.
Il lavoro dell’apprendista risultò non altrimenti che se l’avesse fatto il capo in persona.
  • Attenzione!
Finché (non) + congiuntivo = fino al punto che (12)
Finché + indicativo = per tutto il tempo che (13)
(12) Aspettiamo finché (non) abbia finito di piovere.
(13) Finché leggo, non disturbarmi.

Frasi indipendenti[modifica]

  • Si ricorre al congiuntivo nelle frasi indipendenti per esprimere un desiderio (1), un augurio (2)
    o una maledizione (3):
    1. Che resti fra noi, mi raccomando!
    2. Che Dio ti ascolti!
    3. Che vada al diavolo!
    4. Che gli venga un colpo!
  • Se il desiderio viene avvertito come difficilmente o assolutamente irrealizzabile, si userà il congiuntivo
    imperfetto per una situazione presente (1) e il congiuntivo trapassato per una situazione al passato (1):
    1. Se fosse almeno estate!
    Oh, se solo avessi la lampada di Aladino!
    1. Se solo avessimo giocato alla lotteria!
    Non l’avessi mai detto! Franco incominciò a gridare che era ora di finirla con queste storie.
  • per esprimere una supposizione (1) o un dubbio (2) in forma interrogativa :
    1. Perché Pietro non arriva? Che abbia trovato code in autostrada?
    2. (7) Qui non c’è nessuno! Che Franco e Paola se ne siano già andati?
  • per esprimere una richiesta (1) o un ordine (2):
    1. Che mi chiamino verso le cinque!
    2. Non posso decidere su due piedi! Che mi mandino la copia della lettera!
    3. Che entri l’imputato!
  • in alcune frasi fatte:
    Caschi il mondo, non gli darò ragione!
    Si renderà conto dei suoi sbagli, che lo voglia o no.
    Mi comprerò quella macchina, costi quel che costi!
  • per dirigere un appello al lettore o all’ascoltatore nei testi di carattere letterario o scientifico:
    Si ricordino i sonetti di Petrarca.
    Si osservi che il fatto costituiva un’autentica novità nel panorama artistico del tempo.
    Si pensi solo alle più recenti scoperte in campo neurologico.

Frasi secondarie[modifica]

  • Il congiuntivo viene largamente impiegato in frasi secondarie introdotte da verbi che esprimono stati d’animo (sono contento che, mi dispiace che, mi rincresce che, mi vergogno che, ho paura che, temo che ecc.) o formulano un desiderio (mi auguro che, spero che, vorrei che, mi piacerebbe che, desidero che...) o un dubbio (dubito che, non so che, non sono sicuro che...) o un’opinione personale (credo che, penso che, ritengo che...):
Ci dispiace che sia ammalato.
Sono contento che la storia sia finita bene.
Ha paura che gli addossino la colpa di tutto.
Mi augurai che si comportasse in modo ragionevole.
Vorrebbe che lo aiutassimo.
Non sapevano che fosse americano.
Ritengo che la soluzione migliore sia parlare direttamente con l’interessato.
Credevamo che Laura avesse concluso la storia con quell’uomo!
  • N.B.: Se il soggetto della frase reggente e della secondaria è lo stesso, si preferisce optare per la forma implicita, cioè si userà, al posto della frase con il congiuntivo, una frase con “di” + verbo all’infinito:
Siamo contenti di andare in vacanza.
Mi auguro di poter venire.
Credeva di aver finito tutto.
  • È da notare che:
  • dopo verbi di percezione come “vedere” e “sentire”, i quali esprimono un dato di fatto e non un’interpretazione della realtà, si usa l’indicativo:
Vedo che hai cominciato a scrivere.
Sento che stanno arrivando.
  • dopo i verbi che esprimono paura o speranza si può trovare anche l’indicativo futuro:
Temo che arrivino tardi = Temo che arriveranno tardi.
Spera che ritrovino il cane = Spera che ritroveranno il cane.
  • dopo “credere”, “pensare”, “ritenere” si può tralasciare il “che”:
Penso sia troppo tardi.
Credo abbia già risposto.
Ritengo sia il progetto migliore.
  • Il verbo “pensare” usato nel senso di “rendersi conto di” richiede nella frase secondaria l’indicativo:
Lo vide e pensò che era invecchiato (= lo vide e si rese conto che era invecchiato).
  • Il verbo “credere” usato come affermazione di fede religiosa richiede coerentemente l’indicativo (e non il congiuntivo, che potrebbe far pensare ad un dubbio!):
Credo che Dio esiste.
  • Allo stesso modo espressioni come “sono sicuro che” “so che” richiedono l’indicativo (si esprime un dato di fatto certo e non una posizione personale!):
Sono sicuro che è passato per casa.
Sapevo che avevano già visto la lettera.

Per la concordanza dei tempi, si veda la sezione "Scegliere il tempo giusto".

Frasi relative[modifica]

Normalmente le frasi relative richiedono il modo indicativo. Ci sono però alcune eccezioni alla regola e in questo caso le frasi relative richiedono il modo congiuntivo.

  • A - la frase relativa esprime un desiderio (14), una richiesta (15) o una condizione (16):
(14) Desidererei conoscere persone che mi dicessero la verità.
(15) Cerchiamo un tecnico di computer che conosca perfettamente il programma.
(16) Si ammettono candidati che abbiano compiuto il 18° anno di età.
  • B – la frase precedente contiene un pronome indefinito negativo (p.e. niente, nessuno):
Non c’è niente che mi possa distogliere dal lavoro.
In questa classe non c’è nessuno che abbia studiato!
  • C – la frase precedente introduce una domanda:
In questa classe c’è qualcuno che sappia la risposta?
Hai una pastiglia che mi tolga questo terribile mal di testa?
  • D – la frase precedente contiene un superlativo relativo:
È la persona più divertente che abbiano mai conosciuto.
È la canzone più cretina che abbia mai sentito.
  • E – la frase precedente introduce un paragone completato nella frase relativa:
Sembrava un cane a cui avessero tolto il guinzaglio.
Pare un ragazzino che abbia rubato la marmellata.
  • F – la frase relativa esprime un’ipotesi:
Colui che lo facesse, tradirebbe la nostra fiducia.
Chiedo alle persone che conoscessero già la risposta di restare in silenzio.

(Nel secondo esempio si è usato il congiuntivo imperfetto: l’atteggiamento del parlante è caratterizzato
da una marcata insicurezza, egli dubita che ci sia qualcuno al corrente della risposta esatta.
In questa frase relativa è anche possibile ricorrere al congiuntivo presente
“Chiedo alle persone che conoscano la risposta di restare in silenzio”: il parlante rivelerebbe
con questa scelta una minore insicurezza.

L’uso dell’indicativo “Chiedo alle persone che conoscono la risposta di restare in silenzio” cambierebbe
invece la situazione: in questo caso la frase relativa non esprime più l’ipotesi fatta
dal parlante, ma un dato di fatto, cioè che sicuramente nel gruppo ci sono persone a conoscenza della risposta.)

Dopo verbi impersonali[modifica]

Il congiuntivo ricorre dopo frasi impersonali formate da

  • essere + sostantivo
  • essere + aggettivo
  • essere + avverbio
  • L’impersonalità della frase reggente è di fatto comunque espressione (stavolta indiretta) dell’opinione
    personale o dell’interpretazione soggettiva del parlante o di un gruppo:
È uno scandalo che nessuno ne parli.
(= per il parlante è uno scandalo; per la maggior parte della gente è uno scandalo).
Era importante che si parlasse di questo problema.
(= per il parlante era importante; per molte persone era importante).
È normale che uno saluti gentilmente
(= per il parlante è normale; è un’abitudine generale salutare gentilmente).
Era logico che fosse arrabbiato.
(= capivo perfettamente la sua rabbia; molte persone avrebbero capito la sua rabbia).
È meglio che tuo fratello finisca l’università.
(= per il parlante è meglio; molte persone sarebbero della stessa opinione).
  • Anche verbi impersonali come “basta che, bisogna che, può darsi che, etc.” richiedono nella frase
    secondaria il congiuntivo:
Basta che ci siano i Campionati di calcio perché non si incontri più nessuno in strada.
Bisogna che piova perché l’aria sia un po'più respirabile!
Può darsi che sia un film interessante, ma io non ho voglia di andarci.
  • Dopo “si dice” ed espressioni di valore affine, che riferiscono dicerie, voci, leggende,
    si usa il congiuntivo:
Si dice che abbia fatto degli investimenti azzardati.
Si sussurrava che Maria fosse la sua amante.
Si raccontava che avesse trovato un tesoro.

Periodo ipotetico[modifica]

  • Nelle frasi condizionali esprimenti una possibilità o una situazione irreale si usa coerentemente
    il congiuntivo, e non l’indicativo che farebbe pensare ad una sicurezza inesistente.
    Nelle frasi condizionali della possibilità si userà il congiuntivo imperfetto (e il condizionale presente
    nella frase principale) (10), nelle condizionali dell’irrealtà si userà invece il congiuntivo trapassato
    (e il condizionale passato nella principale) (11):
(10) Se avessimo il suo indirizzo, gli scriveremmo.
(11) Se fosse arrivato in tempo, non avrebbe perso il treno.
  • Osservazioni:
Nelle condizionali dell’irrealtà possono comparire nella lingua parlata due indicativi imperfetti al posto del congiuntivo trapassato e del condizionale passato:
Se avessi studiato di più, non mi avrebbero bocciato all’esame.
= Se studiavo di più, non mi bocciavano all’esame.
  • È possibile anche trovare un congiuntivo trapassato nella frase condizionale, associato ad un condizionale presente nella principale. Questa situazione si verifica qualora esista una discrepanza temporale fra l’azione della principale e quella della secondaria:
Se l’avessi visto (= quella volta), te lo direi (= adesso).
Se l’avessi visto (= quella volta), te lo avrei detto (= quella volta)

Vedi anche la pagina "Periodo ipotetico".

Discorso indiretto[modifica]

A differenza del tedesco, in italiano non si usa il congiuntivo nel discorso diretto, ma l’indicativo:

Gigi afferma: “Mia sorella non sa niente di questa storia”.Gigi afferma che sua sorella non sa niente di questa storia.
Ha raccontato: “Voglio andare in Francia”.Ha raccontato che voleva andare in Francia.

Si ricorrerà al congiuntivo solo per riformulare nel discorso indiretto l’imperativo presente del discorso diretto.
In questo caso, se il discorso diretto è stato introdotto da un tempo al presente o
al futuro (dice, racconta, spiegherà, sosterrà ecc.), si userà il congiuntivo presente nel discorso indiretto:

Gli dice: “Mangia educatamente!"Gli dice che mangi educatamente.

Se invece il discorso diretto è stato introdotto da un tempo storico, cioè da un passato prossimo,
da un passato remoto, da un imperfetto o da un trapassato prossimo (ha detto, raccontò, sosteneva, aveva replicato ecc.),
si userà il congiuntivo imperfetto nel discorso indiretto:

Gli ha detto: "Mangia educatamente!"Gli ha detto che mangiasse educatamente.

Altre situazioni d'uso[modifica]

  • Frasi secondarie introdotte da chiunque qualunque dovunque comunque richiedono il congiuntivo:
Chiunque ve l’abbia detto, ha mentito.
Non mi farai cambiare idea, qualunque cosa tu faccia.
Ti seguirò dovunque tu vada.
Comunque sia, non prenderò nessuna decisione.
  • Si userà il congiuntivo nella secondaria, se si verificano contemporaneamente le seguenti condizioni:
1) la frase secondaria è introdotta da “che” “il fatto che”;
2) la frase secondaria precede la frase principale.
Il fatto che non abbia telefonato, è significativo.
Che non fosse vero, l’abbiamo scoperto più tardi.
  • Nelle interrogative indirette è possibile (ma non obbligatorio) ricorrere al congiuntivo. Il congiuntivo sottolinea l’incertezza del parlante:
Sapete che aspetto abbia? Sapete che aspetto ha?
  • Ha valore concessivo e si costruisce dunque con il congiuntivo anche la struttura
Per + aggettivo (o participio) + essere sembrare parere (17)
Per + avverbio + (qualsiasi) verbo (18)
Per + infinito + che + (qualsiasi) verbo (19)
(17) Per ricco che sia, non riuscirà mai a mascherare la sua ignoranza.
(18) Per tardi che arrivasse, la trovava sempre sveglia.
(18) Per bene che vada, dovremo pagare una multa.
(19) Per lavorare che facesse, arrivava a stento alla fine del mese.

Tempi verbali-Congiuntivo presente[modifica]

Il modo congiuntivo in italiano ha quattro tempi: presente, imperfetto, passato trapassato. Di seguito la coniugazione del congiuntivo presente di tre verbi regolari (amare, temere e partire).

		Amare	        Temere	        Partire
				
1 sing.		Che io ami	Che io tema	Che io parta
2 sing.		Che tu ami	Che tu tema	Che tu parta
3 sing.		Che egli ami	Che egli tema	Che egli parta
1 plur.		Che noi amiamo	Che noi temiamo	Che noi partiamo
2 plur.		Che voi amiate	Che voi temiate	Che voi partiate
3 plur.		Che essi amino	Che essi temano	Che essi partano

Tempi verbali-Congiuntivo imperfetto[modifica]

		Amare	          Temere	        Partire
				
1 sing.		Che io amassi	  Che io temessi	Che io partissi
2 sing.		Che tu amassi	  Che tu temessi	Che tu partissi
3 sing.		Che egli amasse	  Che egli temesse	Che egli partisse
1 plur.		Che noi amassimo  Che noi temessimo	Che noi partissimo
2 plur.		Che voi amaste	  Che voi temeste	Che voi partiste
3 plur.		Che essi amassero Che essi temessero	Che essi partissero
Schedule.jpg Per verificare quello che hai imparato, passa agli esercizi.
1rightarrow.png


Il condizionale è il modo verbale che si usa per indicare un'azione che può avvenire solo a determinate condizioni.

Rimarrei volentieri, se ne avessi il tempo.

Tempi[modifica]

Il condizionale ha due tempi, uno semplice e uno composto:

TEMPI SEMPLICI TEMPI COMPOSTI
Presente Passato

Di seguito le tre forme regolari del presente:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. Io Am-erei Tem-erei Part-irei
2 sing. Tu Am-eresti Tem-eresti Part-iresti
3 sing. Egli Am-erebbe Tem-erebbe Part-irebbe
1 plur Noi Am-eremmo Tem-eremmo Part-iremmo
2 plur. Voi Am-ereste Tem-ereste Part-ireste
3 plur Essi Am-erebbero Tem-erebbero Part-irebbero

Frasi principali[modifica]

Il caso più comune di uso del condizionale in una frase principale è come apòdosi del periodo ipotetico, in particolare per esprimere azioni poco probabili o del tutto impossibili. Il presente si usa per indicare un evento che può avvenire nel presente:

Se ti sbrigassi, prenderesti il treno delle cinque.

Il passato, invece, esprime un'azione che si sarebbe potuta verificare nel passato, ma solo a patto èerò che se ne fosse verificata un'altra:

Se avessimo telefonato all'agenzia, ci avrebbero dato le informazioni necessarie.

Può essere inoltre usato per esprimere

  • un dubbio
    Dovrei andarci o no?
  • una supposizione
    A quest'ora dovrebbe essere a casa.
  • una notizia non verificata, di cui il parlante non si prende la responsabilità
    Secondo Luca, quel gatto sarebbe di Stefania.
  • un desiderio
    Mi sarebbe piaciuta una moto nuova.
  • un'opinione
    Sarebbe stato meglio che tu mi avessi avvisato.
  • una richiesta cortese
    Compreresti una torta, per favore?

Frasi subordinate[modifica]

Il condizionale si usa per esprimere le stesse funzioni anche nelle subordinate:

Non so cosa farei al posto tuo. (dubbio)
Luca mi ha detto che quel gatto dovrebbe essere di Stefania. (notizia non verificata)

Viene inoltre usato per esprimere un'azione futura quando il verbo della principale è al passato:

Avevo previsto che saresti arrivata fin qui.


L'imperativo nella lingua italiana è presente solo al tempo presente. È il modo che si usa per esprimere

  • un comando o un ordine,
    Chiudi quella finestra!
  • un invito,
    Prendete pure un'altra fetta di torta.
  • un suggerimento,
    Passa tra un'ora, troverai Luca a casa.
  • un'istruzione,
    Ritagliate la sagoma e poi incollatela sul vetro.
  • una preghiera.
    Torna presto, mi manchi!

Tempi e coniugazione[modifica]

Il modo imperativo, come già ricordato, ha solo il tempo presente e la seconda persona singolare e plurale.[1] Le altre persone sono sostituite con il congiuntivo presente, in funzione esortativa:

Am-are Tem-ere Part-ire
1 sing. - - -
2 sing. Am-a tu Tem-i tu Part-i tu
3 sing. Am-i egli Tem-a egli Part-a egli
1 plur Am-iamo noi Tem-iamo noi Part-iamo noi
2 plur. Am-ate voi Tem-ete voi Part-ite voi
3 plur Am-ino essi Tem-ano essi Part-ano essi

Al posto della prima persona singolare, quando ci si rivolge a se stessi, è possibile usare la prima persona singolare del congiuntivo presente con funzione esortativa:

Partiamo allora, visto che dobbiamo.

In alcuni verbi (come essere, avere, volere, sapere) il congiuntivo presente sostituisce anche le forme della seconda persona singolare, che diversamente sarebbero assenti.

Sii più scaltro la prossima volta!
Abbiate il coraggio delle vostre azioni!

I verbi stare, andare, fare e dare hanno due forme:

  • una forma piena: stai, vai, fai, dai
  • e una forma con troncamento, con la caduta dell'ultima vocale e l'uso dell'apostrofo: sta', va', fa', da'

L'infinito in funzione di imperativo e l'imperativo negativo[modifica]

Anche l'infinito può essere usato per esprimere ordini, comandi o istruzioni, e può quindi avere la funzione di imperativo impersonale. Per esempio:

Camminare! Non c'è niente da vedere!
Forza, correre!

L'infinito può essere usato anche per formare l'imperativo negativo. In questo caso ci si rivolge alla seconda persona singolare utilizzando l'infinito del verbo preceduto da non. Per esempio:

Non correre con le forbici in mano, potresti farti male.
Non parlare mentre mangi!

Per le altre persone (prima plurale, terza singolare e plurale) si usa invece il congiuntivo esortativo, preceduto da non:

Non andate da quella parte!
Non vengano mai più a casa mia!

Note[modifica]

  1. Imperativo, in La grammatica italiana, 2012. URL consultato il 27 dicembre 2019.


Informazioni preliminari[modifica]

L’infinito ha due forme: presente (o semplice) (a) e passata (o composta) (b). Nelle forme composte con essere (c) e in quelle passive (d) si deve modificare l’uscita del participio passato (genere e numero) che accompagna l’infinito propriamente detto:

a) Questo pomeriggio penso di restare all’università.
b) Temo di aver dimenticato il libro a casa.
c) Franca dice di essersi svegliata prestissimo.
d) Credono di esser stati imbrogliati.

L’infinito ha un doppio carattere, nominale e verbale, quindi può esser usato sia in funzione di sostantivo (e), sia in funzione di verbo (f):

e) Il suo hobby preferito è collezionare farfalle (= la collezione di farfalle).
f) Ha paura di non farcela (= ha paura che non ce la farà).

Tempi[modifica]

L'infinito ha due tempi: presente e passato.

Infinito presente

L'infinito presente indica contemporaneità (1) o posteriorità (2) di azione con la frase reggente:

1) Credo di avere la febbre (credo adesso di avere la febbre adesso).
2) Penso di andare al cinema stasera (penso adesso di andare al cinema più tardi).
Infinito passato
  • Indica anteriorità di azione rispetto alla frase reggente:
Dice di essersi raffreddato alla festa di ieri sera.
  • All’infinito passato gli ausiliari “essere” e “avere” normalmente perdono la “e” finale:
Racconta di aver passato le vacanze in Austria.
Pensiamo di esser stati fortunati.
  • L’infinito passato è obbligatorio con la congiunzione temporale “dopo”:
Dopo aver studiato, farò una pausa.
Dopo essersi lavato, preparò la colazione.

I pronomi[modifica]

  • Nell’infinito la posizione dei pronomi atoni (mi, ti, gli, lo...) e dei pronomi riflessivi è enclitica,
    cioè questi pronomi vengono uniti all’infinito, che perde la “e” finale.
Credo di capirti.
Che libro interessante! Comincerò a leggerlo.
Penso di incontrarmi con Amelia.
  • Con i verbi modali “potere dovere volere sapere solere” si possono collocare i pronomi atoni e i pronomi
    riflessivi davanti o dopo il gruppo verbale:
Mi vuole dire = Vuole dirmi
Si voleva lavare = Voleva lavarsi
  • Lo stesso succede con i verbi “andare a venire a mandare a cominciare a”:
Mi viene a trovare = Viene a trovarmi
Le comincia a piacere = Comincia a piacerle
Lo mando a chiamare = Mando a chiamarlo
  • Se l’infinito dipende da un verbo di percezione (vedere, guardare, osservare, sentire, ascoltare),
    il pronome atono si trova davanti al verbo di percezione e non unito all’infinito:
Li ho visti correre.
La sentivo chiacchierare tranquillamente.
  • Però si unisce il pronome all’infinito quando il pronome dipende esclusivamente dal verbo
    all’infinito (g) e non dal verbo di percezione (h):
Ho sentito (h) Mario suonare (g) la chitarra.
Ho sentito Mario suonarla (“la chitarra” dipende da “suonare” e non da “sentire”!).
L’ho sentito suonarla (“Mario” dipende da “sentire” e non da “suonare”!)
Ho visto (h) Francesco e Marta mangiare (g) una pizza.
Ho visto Francesco e Marta mangiarla (“la pizza” dipende da “ “mangiare” e non da “vedere”!)
Li ho visti mangiarla (“Francesco e Marta” dipendono da “vedere” e non da “mangiare”!)
  • Anche nelle costruzioni con “fare + infinito” o “lasciare + infinito” il pronome precede rispettivamente
    “fare” e “lasciare” (tranne ovviamente nei casi in cui debba trovarsi per regola grammaticale in
    posizione enclitica; es.: imperativo 2° persona).

In questo tipo di costruzioni non si può unire il pronome all’infinito:

Dov’è il pacco? Lo faccio spedire subito.
Lasciagli provare la bicicletta!
I capelli, me li faccio tagliare a spazzola.

Proposizioni dipendenti[modifica]

  • L’infinito con valore verbale ricorre soprattutto nelle proposizioni dipendenti.
    L’uso dell’infinito permette di abbreviare ed alleggerire il periodo, sostituendo frasi secondarie di tipo causale,
    consecutivo, condizionale, interrogativa indiretta, temporale ecc.
Normalmente la frase reggente e la frase secondaria hanno lo stesso soggetto:
Maja ha deciso di prenotare subito un volo (= Maja ha deciso che lei prenotava subito un volo).
Mi chiedo dove trovare una baby sitter (= io mi chiedo dove io possa trovare...).
Si è ammalato per aver lavorato troppo (= lui si è ammalato perché lui ha lavorato...).

Nelle proposizioni dipendenti l’infinito può esser preceduto o no da una preposizione.

  • Troviamo l’infinito senza preposizione
  • Dopo verbi di percezione (vedere, guardare, osservare, sentire, ascoltare). In questo caso l’infinito <br /sostituisce una frase relativa:
L’ho visto arrivare
La sentirono parlare
  • Dopo verbi che esprimono desiderio (preferire, desiderare, intendere), se il soggetto della reggente <br /e quello della secondaria sono uguali:
Preferisco aspettare.
Davvero intendi rinunciare a quel lavoro?
  • Dopo i verbi modali (potere volere dovere sapere solere):
Potremmo finire il lavoro e andarcene a casa.
Dovevo ripetere gli ultimi temi della lezione.
Soleva cenare sempre al ristorante sotto casa.
  • Dopo le espressioni con “fare” o “lasciare”:
Mi sono fatta costruire una scaffalatura su misura.
Lascialo andare a scuola da solo, altrimenti non diventerà mai indipendente!
  • Nelle interrogative indirette introdotte da pronomi interrogativi (chi, dove, che cosa, quando, perché...),
    se il soggetto della reggente e quello della secondaria sono uguali:
Mi sono chiesto dove parcheggiare la macchina.
Si domandavano chi invitare.
  • Dopo “essere” + aggettivo avverbio:
È difficile sapere che succederà.
È meglio partire verso sera.
  • Dopo molti verbi impersonali:
Bisogna telefonare a Giovanni.
Non occorre gridare, basta chiedere.
Mi piace giocare a tennis.
  • Quando l’infinito richiede preposizione abbiamo a disposizione
di – a – da - per – senza

Considerata l’ampiezza del tema, si consiglia di consultare un vocabolario nel caso ci siano dei dubbi
sulla preposizione da scegliere dopo un verbo o un aggettivo. Richiamiamo ad ogni modo l’attenzione sui seguenti casi:

  • Dopo i verbi di movimento (andare, salire, uscire, passare...) e dopo verbi che esprimono la permanenza o
    l’indecisione (restare, rimanere, indugiare, tardare...) si usa la preposizione “a”:
Vado a comprare le sigarette.
Passiamo da te domani a vedere le foto.
Resto a casa a leggere.
Hanno indugiato molto a prendere una decisione.
  • Se però si vuole sottolineare lo scopo dell’azione, con gli stessi verbi bisogna utilizzare la
    preposizione “per”:
Passiamo da te domani per vedere le foto (il nostro scopo è: vedere le foto).
Resto a casa per mettere un po’ d’ordine (il mio scopo è: riordinare).
  • La costruzione sostantivo + „da“ + infinito può esprimere un’idea di dovere (13),
    un consiglio (14) o uno scopo (15):
13) Quest’auto è da lavare: è sporchissima!(= è un'auto che si deve lavare)
14) È veramente un film da vedere (= è un film che si deve vedere, che è consigliabile vedere).
15) Ho una macchina da scrivere.
  • Dopo “che cosa qualcosa niente poco molto” ci vuole la preposizione “da”:
Che cosa c’è da mangiare?
Hai poco da protestare: io non ho niente da rimproverarmi.

Proposizioni indipendenti[modifica]

  • Al posto dell’imperativo per esprimere un ordine (8) o un consiglio (9) in forma impersonale:
8) Mantenere le distanze di sicurezza
9) Leggere attentamente le avvertenze
  • Per esprimere un divieto in forma negativa e impersonale:
Non parlare al conducente
Non fumare
  • Per esprimere dubbio (10) o contrarietà (11) nelle frasi interrogative; per esprimere desiderio
    nelle frasi esclamative (12):
10) Che fare in una situazione simile?
11) Che dire di un comportamento così sfacciato?
12) Ah, rivivere ancora una volta la spensieratezza dell’infanzia!
  • È da ricordare che l’infinito negativo risolve anche la forma dell’imperativo negativo
    della 2° persona singolare:
Mauro, non chiamare a casa perché non ci sarà nessuno!

Uso nominale e verbale[modifica]

Funzione nominale
  • Soprattutto l’infinito presente può esser usato in funzione nominale, cioè come se fosse un normale sostantivo; in questo caso l’infinito può avere il valore di soggetto (3), di oggetto (4) o, se introdotto da una preposizione adeguata, di complemento indiretto (5):
3) Fumare danneggia la salute (= il fumo...).
4) Detesto guidare nell’ora di punta ( = detesto la guida...).
5) L’arte del ricevere (= del ricevimento)
  • L’infinito con valore nominale può esser introdotto dall’articolo (6) o dalla preposizione + articolo (7):
6) Il suonare continuo dei cellulari mi innervosisce.
7) Con il litigare non otterrai niente.
  • In alcuni casi la funzione nominale dell’infinito ha avuto tale fortuna da dar origine a un sostantivo vero e proprio, con un suo genere e la possibilità di formare il plurale:
il potere i poteri; il volere i voleri; l’essere gli esseri...
Funzione verbale

Usato con funzione verbale, l'infinito può trovarsi

  • nelle proposizioni indipendenti (A)
  • nelle proposizioni dipendenti (B)

Usi particolari[modifica]

  • La costruzione perifrastica stare per + infinito
Si può usare l’infinito dopo il verbo stare + la preposizione per allo scopo di esprimere l’imminenza di un’azione:
Sbrigati, il treno sta per partire!
  • L’infinito narrativo o descrittivo:
Ecco + infinito
A + infinito

Per conferire vivacità ad una narrazione si può sostituire il verbo in un modo finito con “ecco” + infinito,
oppure ricorrendo alla preposizione “a” + infinito. L’infinito di queste costruzioni si chiama “infinito narrativo (o descrittivo)”:

Noi lì a tormentarci e a chiederci dove fosse Francesco, quand’eccolo uscire dal bar della piazza con la sua ultima conquista
(= Mentre noi ci tormentavamo e ci chiedevamo... Francesco improvvisamente uscì dal bar...).
  • “Ecco” + infinito marca l’inizio improvviso di un fatto o di un’azione:
Stavano aspettando da giorni sue notizie ed ecco arrivare una lettera con un timbro postale sconosciuto
(ecco arrivare = improvvisamente arrivò).
  • “A” + infinito sottolinea la durata o l’intensità o la ripetitività di un fatto o di un’azione:
Noi ormai eravamo stanchissimi, ma lui a insistere che la trattoria doveva essere vicina
(a insistere = insisteva tutto il tempo, continuamente).
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Informazioni preliminari[modifica]

Il gerundio è un modo che esprime il significato del verbo relazionandolo con l'informazione di un altro verbo di modo finito. Esso possiede due forme: presente (o semplice) e passata (o composta). Il gerundio presente è una forma invariabile; nelle forme composte con essere e in quelle passive si deve modificare l'uscita del participio passato (genere e numero) che accompagna il gerundio propriamente detto. Ecco una tabella che mostra ciò che è appena stato detto:

Proposizione Tipo di gerundio
Avendo tempo, faccio un salto in città. gerundio presente o semplice
Avendo avuto il raffreddore, si è indebolita. gerundio passato o composto
Essendo andata a letto, Maria non aveva voglia di rispondere al telefono. gerundio passato con verbo essere
Essendo stati visti, i due ladri cercarono di scappare. gerundio passato passivo

Il gerundio permette di collegare due frasi principali o una frase reggente e una secondaria:

  • Se n'è andato via sorridendo (= è andato via e sorrideva): si tratta di un gerundio che collega due frasi principali
  • Mangiando, leggeva il giornale (= mentre mangiava, leggeva il giornale): si tratta di un gerundio che collega una frase reggente con una frase secondaria.

Tempi[modifica]

Il gerundio presente di solito indica contemporaneità di azione con la frase reggente: può avere un carattere temporale, come in una frase precedente, ma anche modale, causale, condizionale o concessivo:

Proposizione Forma espicita Valore
Leggendo il testo, Maria mi spiegava i vocaboli più difficili. Mentre Maria leggeva, mi spiegava i vocaboli più difficili. temporale
Puoi risolvere il problema andando da Francesco, che sa tutto di computer Puoi risolvere il problema con una visita a Francesco, il quale sa tutto di computer modale
Non parlando l'inglese, ha difficoltà a trovare lavoro. Siccome non parla l'inglese, ha difficoltà a trovare lavoro. causale
Chiedendo troppo non otterrai niente. Se chiedi troppo non otterrai niente. ipotetico

Quando il gerundio è preceduto da "pur", la frase può avere valore concessivo, come nella seguente frase:

  • Pur volendole bene, la trattava male. che in forma esplicita sarebbe Anche se le voleva bene, la trattava male.

Il gerundio passato non è molto comune e lo si usa soprattutto nella lingua scritta; esprime un’azione anteriore a quella espressa nella frase reggente; ha un valore causale o temporale, vediamo un paio di esempi:

Frase Avendo mangiato poco, cominciavo ad avere una gran fame.
Analisi Gerundio composto con valore causale, che sta per siccome avevo mangiato poco...
Frase Essendo già in città, si ricordò che le aveva promesso di chiamarla.
Analisi Gerundio composto con valore temporale, che sta per Quando era già in città...

Soggetti[modifica]

Normalmente la frase reggente e la frase subordinata con il gerundio hanno lo stesso soggetto. È la situazione che si presenta con maggior frequenza:

Frase Avendo fame, sono andato in cucina a prepararmi un panino.
Analisi Il soggetto del gerundio avendo e del verbo sono andato è lo stesso e cioè la forma personale io (io avevo fame; io sono andato in cucina).

Il soggetto può restare inespresso se c’è una forma impersonale nel gerundio, come nella frase Piovendo, decidemmo di restare a casa.

Se la frase reggente e la subordinata con il gerundio hanno un soggetto diverso, nella frase con il gerundio il soggetto deve essere espresso; in questo caso è posposto al verbo. Questo tipo di gerundio si chiama gerundio assoluto ed ha di solito un valore causale, vediamone un esempio:

Frase Abbiamo ritenuto inopportuna una discussione, essendo Franco troppo irritato.
Analisi Il soggetto della proposizione principale è la forma personale noi, mentre il soggetto della subordinata è Franco. I due soggetti nelle due proposizioni sono diversi, perciò il soggetto del gerundio va espresso.

Pronomi[modifica]

Nel gerundio la posizione dei pronomi atoni (come mi, ti, gli, lo...) e dei pronomi riflessivi è enclitica, cioè questi pronomi vengono collocati alla fine del verbo, vediamo alcuni esempi:

  • Avendogli detto tutto, mi sentivo meglio.
  • Vedendola, si dimenticò tutto.
  • Essendosi addormentato, non sentì Laura che rientrava a casa.

Nelle costruzioni perifrastiche con i verbi "stare", "andare", "venire" si possono collocare i pronomi atoni e i pronomi riflessivi davanti o dopo il gruppo verbale, come nelle seguenti frasi:

  • Mi viene dicendo = Viene dicendomi
  • Si sta svegliando = Sta svegliandosi
  • La va chiamando = Va chiamandolo

Usi particolari[modifica]

Il gerundio ha delle costruzioni particolari di tipo perifrastico con i verbi stare, andare, venire.

Si può usare il gerundio dopo i verbi stare, andare, venire per dare un'intonazione particolare all'azione.

La costruzione stare + gerundio mette in forte evidenza il carattere contingente e durativo dell'azione in corso, di seguito alcuni esempi:

Frase Forma esplicita
Non vado al telefono perché sto mangiando. proprio in questo momento mangio; continuerò a mangiare per un certo tempo.
Non sono andato al telefono perché stavo mangiando. proprio in quel momento mangiavo; ho continuato a mangiare per un certo tempo

Nota: non si usa questa costruzione con i verbi "essere" e "stare", ad esempio: La sua applicazione è limitata ai tempi semplici di stare.

La struttura andare + gerundio si pone in forte evidenza il carattere progressivo dell'azione, ecco alcuni esempi:

  • Il malato va migliorando, in forma esplicita Il malato a poco a poco migliora.

In altri contesti andare + gerundio serve a mettere in luce la ripetitività di un'azione:

  • Va raccontando a tutti che diventerà ricco, in forma esplicita racconta tutto il tempo che diventerà ricco.

Talvolta questo tipo di costruzione esprime anche una sfumatura di scetticismo presente in chi parla, come nella frase precedente:

  • Va raccontando a tutti che diventerà ricco, in forma esplicita racconta così da tempo, ma io non ci credo molto, che diventerà ricco

La costruzione venire + gerundio ha un valore simile ad andare + gerundio con valore progressivo:

  • L'appetito vien mangiando, in forma esplicita L'appetito viene a poco a poco.

Il participio ha due tempi.

  • Presente (o semplice): È una persona affascinante.
  • Passato (o composto): Ho cercato il libro.

Ha un carattere polivalente, perché può esser usato sia in funzione di sostantivo (a)
o aggettivo (b), sia in funzione di verbo (c):

a) Gli amanti della buona tavola si riuniranno a Ferrara il prossimo lunedì.
b) Ecco comparire l’oggetto sconosciuto!
c) Lo hanno visto ieri.

Participio presente[modifica]

Può esser usato come sostantivo, come aggettivo o come verbo.

  • Come sostantivo ha singolare e plurale:
Il cantante ha avuto uno strepitoso successo.
I cantanti hanno avuto uno strepitoso successo.
  • Quando il participio svolge la funzione di aggettivo si comporta come gli aggettivi a due desinenze, cioè con singolare in -e e plurale in -i (f), ed ha comparativo (g) e superlativo (h):
f) Ho visto un film interessante / ho visto dei film interessanti.
g) Questo film è più interessante di quello di ieri.
h) Ho visto un film interessantissimo.
  • Quando il participio presente ha valore verbale, ha sempre un significato attivo:
Una novella emozionante (= che emoziona)
  • Il participio presente con valore verbale è relativamente raro: al suo posto nella lingua parlata si preferisce usare una frase relativa. Tuttavia persiste in alcune formulazioni della lingua scritta e in particolare nella lingua burocratico giuridica:
I vigili del fuoco hanno rinvenuto una tanica contenente (= che conteneva) residui tossici.
Si nominerà la persona facente funzione di direttore (= che svolge la funzione di direttore).
È stato firmato il documento comprovante (= che comprova) l’accordo fra le due imprese.

Participio passato[modifica]

Può esser usato come sostantivo (p. e.: lo sconosciuto, l’offerta...), come aggettivo
(p.e.: amato, conosciuto....) o come verbo.

  • Con funzione aggettivale si comporta come gli aggettivi a quattro uscite (amato/a; amati/e) ed ha
    comparativo (i) e superlativo (l):
i) Il cane è più amato del gatto.
l) Il cane è un animale amatissimo.
  • Il participio passato con valore verbale ha sempre un significato passivo nei verbi transitivi e
    un significato attivo nei verbi intransitivi:
Il libro letto (= che è stato letto)
Il passeggero appena arrivato (= che è arrivato)

Con valore verbale il participio composto serve

  • a formare i tempi composti e in unione con l’ausiliare “essere” la forma passiva;
  • a esprimere frasi in forma implicita

Nelle frasi in forma implicita[modifica]

  • Con il participio passato si possono sostituire frasi con valore temporale (1), causale (2),
    concessivo (3), relativo (4). In questo caso l’azione espressa
    dal participio passato è anteriore all’azione espressa nella reggente:
1) Riposatosi un poco, si sentì meglio (= dopo che si fu riposato...).
2) Resosi conto che lo avevano scoperto, cercò di fuggire (= siccome si era reso conto...).
3) Anche se irritato, finge indifferenza (= nonostante sia irritato...).
4) Il concerto offerto ha suscitato l’entusiasmo della critica (= il concerto che è stato offerto...).
  • Davanti al participio passato spesso si trovano congiunzioni come appena una volta se anche se pur benché,
    in modo da identificare più facilmente il tipo di frase secondaria espressa con il participio:
Appena arrivata a casa, chiamò l’amica. (Appena = frase temporale!)
Benché spaventato, cercò di reagire. (Benché = frase concessiva!)
Una volta conclusa la cena, Maria iniziò a sparecchiare. (Una volta = frase temporale!)
  • Normalmente la principale e la secondaria devono avere lo stesso soggetto.
Nel caso di frasi di tipo temporale o causale ci possono essere soggetti diversi, ma in questo caso il
soggetto della secondaria deve essere espresso subito dopo il participio passato;
l’uscita del participio passato deve concordarsi con il soggetto della secondaria:
Svegliatasi Paola, sua madre l’interrogò.
Sfumato l’affare, Marco e Filippo decisero di far visita ad un altro cliente.

Usi particolari[modifica]

Una costruzione tipica dello stile narrativo è costituita da "participio passato + che + indicativo", questa costruzione ha valore temporale:

  • Mangiato che ebbe, decise di uscire a fare una passeggiata (= Dopo che ebbe mangiato...).
  • Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso nell’erba un povero burattino mezzo morto
    (Collodi, Pinocchio) (= Dopo che sarai arrivato...).
  • Giunto che fu al paese, cercò subito un alloggio per la notte (Dopo esser arrivato al paese,...)

Pronomi[modifica]

  • Nel participio la posizione dei pronomi atoni (mi, ti, gli, lo...) e dei pronomi riflessivi è enclitica,
    cioè questi pronomi vengono uniti alla fine del participio:
Cercò la lettera dappertutto; trovatala dentro un libro, iniziò a leggerne le prime righe.
Addormentatosi sul pavimento, si svegliò tutto indolenzito.
  • Si ricordi che se i pronomi “lo, la, li, le” precedono i tempi composti, è obbligatoria la concordanza
    del participio passato con i suddetti pronomi:
Li ho visti ieri al cinema.
Le lasagne le ho finite a pranzo.
  • Nel caso del pronome “ne” con valore partitivo, la concordanza del participio avviene con il sostantivo
    cui “ne” si riferisce:
La torta era squisita, ne ho mangiate due fette.
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Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Comprendere la funzione dell'avverbio
  • Conoscere e riconoscere i diversi tipi di avverbio
  • Riconoscere una locuzione avverbiale

Funzione dell'avverbio[modifica]

Viewmag.png Definizione

L'avverbio o modificante è la parte invariabile del discorso che si aggiunge a una parola per modificarne il significato.

L'avverbio principalmente si usa con i verbi:

Cecilia corre velocemente.

Tuttavia, gli avverbi possono modificare anche il significato di

  • un nome (La quasi totalità dei rifiuti viene riciclata),
  • un aggettivo (Il tuo quadro è molto bello),
  • un altro avverbio (Hai corso troppo lentamente),
  • una frase (Non hai detto la verità).

Classificazione degli avverbi[modifica]

Gli avverbi vengono distinti in qualificativi e determinativi. Questi ultimi prevedono poi ulteriori sottoclassi.

Avverbi qualificativi o di modo[modifica]

Gli avverbi qualificativi, detti anche avverbi di modo, indicano il modo in cui è compiuta un'azione:

Cammina lentamente.
Parlava piano.

Possono inoltre specificare come deve essere intesa una qualità espressa da un aggettivo o di un altro avverbio.

Era un ragazzo così educato!

Rientrano tra gli avverbi qualificativi:

  • la maggior parte degli avverbi in -mente: rapidamente, velocemente, lentamente, correttamente, malamente, ecc.
  • gli avverbi in -oni: balzelloni, carponi, bocconi, penzoloni, ecc.
  • alcuni avverbi di origine latina: bene, male, volentieri, cioè, così, insieme, invano, ecc.
  • alcuni aggettivi usati con funzione avverbiale: piano, forte, giusto, ecc.

Avverbi determinativi[modifica]

Gli avverbi determinativi, come suggerisce il termine, determinano il significato di una parola precisandone la situazione. A loro volta possono essere suddivisi in altre sottoclassi.

Gli avverbi di tempo precisano il momento temporale in cui avviene un'azione. Rientrano in questo gruppo: mai, ora, oggi, domani, ieri, adesso, subito, allora, talora, tavolta, sempre, sovente, già, prima, dopo, recentemente, precedentemente, ecc.

Devi tornare subito a casa.

Gli avverbi di luogo precisano il luogo in cui si è verificata un'azione. I più comuni sono: qui, qua, lì, là, laggiù, quassù, sopra, sotto, avanti, indietro, giù, via, altrove, accanto, lontano, dappertutto, ecc.

Abbiamo parcheggiato laggiù.

Rientrano tra gli avverbi di luogo anche le particelle ci, vi e ne:

Non voglio venire in centro, ci sono andato ieri.
Me ne sono andato di mia spontanea volontà.

Gli avverbi di quantità indicano una quantità non definita, come: poco, molto, troppo, alquanto, parecchio, assai, abbastanza, almeno, appena, affatto, talmente, minimamente, quasi, ecc.

Sono sfinita, ho lavorato troppo.

Gli avverbi di valutazione esprimono un giudizio che può essere di affermazione (certo, certamente, sicuramente, appunto, davvero, ecc.), di negazione (non, neppure, neanche, mica, ecc.) o di dubbio (forse, probabilmente, magari, ecc.).

Certamente verrò alla cena. (avverbio di affermazione)
Luca non è una persona affidabile. (avverbio di negazione)
Forse avrei dovuto essere più cauto. (avverbio di dubbio)

Gli avverbi interrogativi introducono una domanda. Tra quelli più usati ci sono: come?, dove?, quando?, quanto?, perché?

Perché sei andato a casa di Lucia?

Gradi dell'avverbio[modifica]

La maggior parte degli avverbi di modo, luogo e tempo (come gli aggettivi qualificativi) prevedono dei gradi, con i quali esprimono l'intensità del loro significato.

Il grado positivo si limita a modificare il significato di una parola, senza precisarne la misura (vicino).

Il grado comparativo esprime un confronto e può essere:

  • di maggioranza (più vicino)
  • di minoranza (meno vicino)
  • di uguaglianza (vicino come)

Il grado superlativo esprime il significato nella sua massima misura. Si distinguono:

  • il superlativo assoluto (vicinissimo)
  • il superlativo relativo (il più vicino possibile)

La tabella seguente riporta alcuni avverbi che presentano forme particolari.

Grado positivo Comparativo di maggioranza Superlativo
male peggio pessimamente / malissimo
bene meglio ottimamente / benissimo
molto più moltissimo
poco meno minimamente / pochissimo
grandemente maggiormente massimamente / sommamente

Locuzioni avverbiali[modifica]

Talvolta possono essere utilizzati dei gruppi di parole con funzione di avverbio. In questo caso si parla di locuzioni avverbiali. Per esempio:

Siamo passati di là.
Ne ho trovati a bizzeffe.

A loro volta, le locuzioni avverbiali possono essere così classificate:

  • locuzioni avverbiali di modo (alla svelta, di corsa, a rotta di collo, così così, in un batter d'occhi, di buon grado, a più non posso);
  • locuzioni avverbiali di luogo (di qui, di là, per di qua, nei dintorni, nei pressi, nei paraggi);
  • locuzioni avverbiali di tempo (una volta, di buon'ora, per sempre, di quando in quando, d'ora in avanti);
  • locuzioni avverbiali di quantità (press'a poco, a bizzeffe, all'incirca, fin troppo, né più né meno);
  • locuzioni avverbiali di affermazione (senza dubbio, di certo), negazione (neanche per idea) e dubbio (quasi quasi);
  • locuzioni avverbiali interrogative (da dove? per quanto?).


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  • Comprendere la funzione delle congiunzioni
  • Conoscere le principali congiunzioni coordinanti
  • Conoscere le principali congiunzioni subordinanti
  • Conoscere la differenza tra congiunzioni semplici, congiunzioni composte e locuzioni congiuntive

Funzioni della congiunzione[modifica]

Viewmag.png Definizione

La congiunzione è la parte invariabile del discorso che collega due parole di una proposizione oppure due proposizioni di un periodo.

La congiunzione collega due elementi di una frase, secondo precisi rapporti. Per esempio:

Marta ha comprato latte e zucchero.
Luca è rimasto a casa perché pioveva.

In base al tipo di rapporto che esprimono, cioè in base alla loro funzione, le congiunzioni si distinguono in coordinanti e subordinanti.

Congiunzioni coordinanti[modifica]

Le congiunzioni coordinanti collegano due parole oppure due proposizioni ponendole sullo stesso livello. Vengono classificate in base al tipo di legame logico che stabiliscono.

Classificazione Congiunzioni Esempi
copulative: collegano due parole o due frasi tramite un semplice accostamento copulative positive: e
copulative negative: né, neanche, nemmeno
Ho incontrato Sergio e Lucrezia al cinema.
Non conosco Mario, lo voglio incontrare.
disgiuntive: collegano due parole o due frasi che vengono poste in alternativa o, oppure, altrimenti Puoi prendere il té oppure la cioccolata
avversative: le due parole o le due frasi vengono collegate da un rapporto di contrapposizione ma, però, tuttavia, eppure, anzi È una storia triste ma vera.
conclusive: la seconda parola o frase è la conclusione della prima quindi, dunque, perciò, allora, pertanto Luca ha una gamba rotta, quindi non ha potuto giocare la partita.
dichiarative: introducono una parola o una frase che hanno lo scopo di precisare qualcosa che è stato detto precedentemente cioè, ossia, infatti È successo tre giorni fa, cioè mercoledì.
correlative: mettono in corrispondenza reciproca due parole né... né, sia... sia, o... o Non mi piace l'uno l'altro.

Congiunzioni subordinanti[modifica]

Le congiunzioni subordinanti si usano per collegare due proposizioni di uno stesso periodo, che però non sono allo stesso livello. Una delle due dipende infatti dall'altra, in un rapporto di subordinazione (questo argomento viene approfondito nel modulo sulla Sintassi del periodo). In base al tipo di subordinazione che introducono, possono essere classificate come nella tabella qui sotto. Si noti che alcune congiunzioni possono rientrare in più tipologie, a seconda dei diversi legami logici che creano.

Classificazione Congiunzioni Esempi
finali: introducono lo scopo di quello che si è detto in precedenza perché, affinché, ché Ho insistito perché se ne andasse.
causali: introducono la causa di quello che si è detto in precedenza perché, poiché, giacché, sicché, ché, siccome Sono arrivato tardi perché ho perso l'autobus.
consecutive: introducono una frase che esprime una conseguenza della frase precedente (tanto)... che, (così)... che, Ha tanto insistito che me ne sono andato.
temporali: introducono una frase che fornisce informazioni sul tempo quando, mentre, finché, appena Quando ero bambino, qui c'era un parco
dichiarative: introducono una dichiarazione che, come Il presidente del Consiglio ha annunciato che non ci saranno nuove tasse.
concessive: introducono un elemento, nonostante il quale si è verificato qualcos'altro sebbene, nonostante, benché Sebbene stesse cominciando a piovere, sei uscito senza ombrello.
condizionali: introducono una condizione, in base alla quale si verifica o puoi verificarsi un fatto se, qualora, purché Se dovessi tornare, la mia porta sarà sempre chiusa.
modali: introducono il modo in cui è compiuta un'azione come, quasi Bisognerà fare come dice il capo.
avversative: creano un rapporto di contrapposizione mentre, laddove, quando Stefano è alto, mentre suo fratello Giorgio è basso.
comparative: introducono una comparazione o un paragone (così)... come, (meglio)... che, (più)... che, (meno)... che, (piuttosto)... che Non fa così freddo come avevano detto al notiziario.
interrogative: introducono un dubbio o una domanda indiretta se, come, perché, quando Mi sono sempre chiesto perché Rachele abbia cambiato scuola.
eccettuative: introducono un'eccezione fuorché, eccetto che, tranne che Ha fatto di tutto, tranne che finire i compiti.
limitative: specificano che quello che si sta dicendo è valido solo in un ambito ristretto che, per quanto Per quanto ne sappiamo, Federico è ancora a Trento.
esclusive: introducono un'esclusione senza Se n'è andato senza salutare.

Congiunzioni semplici, congiunzioni composte e locuzioni congiuntive[modifica]

Oltre che per la loro funzione, le congiunzioni possono essere classificate anche in base alla loro forma.

Si parla di congiunzioni semplici quando sono formate da una sola parola. Per esempio: e, o, né, però, ma, poi, quando, se ecc.

Le congiunzioni composte, invece, sono formate dall'unione di due o più parole. Per esempio: eppure (e + pure), giacché (già + che), neanche (né + anche), nondimeno (non + di + meno), ecc.

Ci sono poi le locuzioni congiuntive, cioè gruppi di parole che vengono usati con la funzione di congiunzione. Tra queste ci sono: dal momento che, in quanto, anche se, ecc.


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Conoscere la definizione di preposizione
  • Sapere distinguere tra preposizioni proprie, improprie e locuzioni prepositive

Classificazione delle preposizioni[modifica]

Viewmag.png Definizione

La preposizione è la parte invariabile del discorso che crea un legame tra due parole della stessa frase.

In base alla forma, le preposizioni sono classificate in:

  • preposizioni proprie, a loro volta distinte in
    • semplici,
    • articolate,
  • preposizioni improprie.

A queste si aggiungono le locuzioni prepositive, cioè espressioni composte da due o più parole e usate con la funzione di preposizioni.

Preposizioni proprie[modifica]

Le preposizioni proprie sono dette così perché possono svolgere solo la funzione di preposizione.

Preposizioni semplici[modifica]

Si dicono preposizioni semplici le preposizioni composte da un'unica parola. Sono sette: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

Preposizioni articolate[modifica]

Le preposizioni articolate si formano dall'unione tra una preposizione semplice e un articolo. Lo schema qui sotto ne mostra la formazione.

di a da in con su
il del al dal nel col sul
lo dello allo dallo nello collo sullo
la della alla dalla nella colla sulla
i dei ai dai nei coi sui
gli degli agli dagli negli cogli sugli
le delle alle dalle nelle colle sulle

Le forme col, collo ecc. stanno però cadendo in disuso e vengono spesso sostituiti da con il, con lo ecc.

Le preposizione articolate formate da per + articolo sono invece cadute in disuso. Non esistono preposizioni con tra e fra.

Preposizioni improprie[modifica]

Si dicono preposizioni improprie le parole che vengono usate come preposizioni, ma che possono avere anche altre funzioni: possono per esempio essere avverbi, aggettivi o verbi.

Tra gli avverbi che possono svolgere la funzione di preposizione ci sono: davanti, dietro, avanti, dentro, oltre, fuori, sopra, presso, prima, dopo, circa, intorno, ecc. Per esempio:

Il pallone è finito sopra il tetto. (sopra è una preposizione, stabilisce una relazione tra il verbo è finito e il tetto)
Vai sopra. (sopra qui è invece un avverbio, perché precisa il significato del verbo)

Tra gli aggettivi che possono svolgere la funzione di preposizione ci sono: lungo, salvo, secondo, ecc. Per esempio

È rotolato lungo il marciapiede. (lungo è una preposizione, mette in relazione il verbo è rotolato con il marciapiede)
È un salto lungo. (lungo è invece un aggettivo, descrive come è il salto)

Tra i verbi al participio presente o passato che possono svolgere la funzione di preposizione ci sono: durante, mediante, nonostante, escluso, dato, ecc.

L'ho incontrato durante la fiera. (durante svolge la funzione di preposizione, perché mette in relazione ho incontrato e la fiera).
Il contratto varrà vita natural durante. (durante qui è un verbo al participio presente)

Locuzioni prepositive[modifica]

Le locuzioni prepositive sono gruppi di due o più parole che vengono usate sempre insieme e che hanno un valore di preposizione. Ecco alcuni esempio: di fronte, di fianco, a causa di, in mezzo a, al di là, a proposito di, in base a, a favore di, ecc.


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  • Comprendere che cos'è una esclamazione o interiezione
  • Conoscere la differenza tra interiezione propria e impropria
  • Saper riconoscere una locuzione interiettiva

Funzioni delle esclamazioni o interiezioni[modifica]

Viewmag.png Definizione

L'esclamazione o interiezione è la parte invariabile del discorso che viene usata per esprimere emozioni e sensazioni.

L'interiezione o esclamazione non ha una vera funzione sintattica, ma serve a dare una intonazione emotiva al discorso (paura, sorpresa, ira, noia, ecc.). Si veda per esempio la frase:

Ahimè, il mio è stato un errore gravissimo.

L'interiezione ahimè sottolinea lo stato d'animo di chi pronuncia la frase, ma la parola rimane isolata, non entra in relazione con nessun'altra parte della frase. Una interiezione, da sola, può infatti costituire da sé una frase. Talvolta, per sottolineare la sensazione o lo stato d'animo da esprimere, le esclamazioni possono essere accompagnate da punti interrogativi o esclamativi:

Eh? Ne sei proprio sicuro?
Oh! Mi stai ascoltando?
Cosa?! Quello che dici non mi risulta. (punto esclamativo e interrogativo esprimono stupore e incredulità)

Le interiezioni si distinguono in proprie e improprie. A queste si aggiungono le locuzioni interiettive.

Interiezioni proprie[modifica]

Si dicono esclamazioni o interiezioni proprie quelle parole che possono avere solo la funzione di interiezione.

Alcune interiezioni proprie sono: ah, eh, oh, uh, ahi, ehi, bah, mah, ehm, olà, uff, uffa, ahimè, ohimè, ahinoi, puh, puah, ecc.

Interiezioni improprie[modifica]

Le esclamazioni o interiezioni improprie sono invece nomi, aggettivi, verbi o avverbi che possono essere utilizzati anche come interiezioni.

Alcuni esempi sono: accidenti!, caspita!, accipicchia!, evviva!, suvvia!, su!, ottimo!, coraggio!, bravo!, forza!, ecc.

Locuzioni interiettive o esclamative[modifica]

In alcuni casi, gruppi di parole vengono usati con funzione interiettiva. In questo caso si parla di locuzioni interiettive o esclamative.

Tra le locuzioni interiettive più usata in italiano ci sono: santo cielo!, per carità!, per amor di Dio!, al fuoco!, porca miseria!, povero me!, ecc.


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  • Comprendere che cos'è una frase
  • Comprendere che cos'è una frase minima
  • Comprendere il significato di soggetto, predicato e complemento (o espansione)
  • Comprendere che cos'è un sintagma

La sintassi è la parte della grammatica che studia come le diverse parti del discorso si uniscono per formare frasi. Nei moduli che seguono ci si soffermerà sulla sintassi della frase semplice, che studia le funzioni delle parole all'interno delle frasi. In un successivo modulo si inizierà invece lo studio della sintassi del periodo, che si occupa di come le frasi si uniscono tra di loro per formare frasi complesse o periodi.

Che cos'è una frase[modifica]

Viewmag.png Definizione

La frase è un insieme di parole che sono organizzate attorno a un verbo, in modo da formare un'espressione autonoma e di senso compiuto.

In particolare si parla di frase semplice o proposizione quando tutte le parole che la compongono ruotano attorno a un solo verbo. Si osservino gli esempi seguenti, in cui è sottolineato il verbo:

Stefano corre.
Nonostante una foratura e la pista scivolosa, il pilota vinse il gran premio con un vantaggio di tre secondi.

La frase complessa o periodo è invece formata da parole che si organizzano attorno a più verbi. Una frase complessa risulterà quindi composta da più proposizioni, collegate tra di loro:

Sul fiume andavano e venivano, o danzavano all’àncora, barche, barchette, prahos malesi, bughisi, bornesi, macassaresi, grandi giong giavanesi colle vele dipinte, giunche cinesi di forme barocche e pesanti e piccole navi olandesi e inglesi; alcuni in attesa di un carico e altri del vento propizio che permettesse loro di prendere il largo. (Emilio Salgari, I pirati della Malesia, 1896)

La frase minima e le espansioni[modifica]

Si dice frase minima la frase nella sua forma base, composta cioè dai suoi due elementi formentali:

  • il soggetto, inteso come "ciò di cui parla la frase",
  • e il predicato, inteso come "ciò che si dice del soggetto".

Sono esempi di frasi minime:

Soggetto Predicato
Il cane abbaia.
La luna sorge.
Tu ridi.

La frase minima fornisce solo pochissime informazioni, ma è possibile arricchirla attraverso altri elementi detti espansioni o complementi. In questo modo, soggetto e predicato costituiscono il nucleo attorno a cui si organizzano gli altri elementi. Se prendiamo per esempio la frase minima

Il cane abbaia.

è possibile espanderla aggiungendo altre informazioni:

Il cane di Luca abbaia sempre al postino.

Gli elementi di Luca, sempre e al postino sono tutti complementi.

Come si vedrà più avanti, è possibile dividere i complementi in


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  • Comprendere la funzione del soggetto
  • Saper individuare il soggetto di una frase

Funzioni del soggetto[modifica]

Viewmag.png Definizione

Il soggetto è ciò di cui parla la frase, cioè la persona, l'animale o la cosa a cui si riferisce il predicato.

Soggetto e predicato concordano nel genere, nel numero e nella persona. Il soggetto può indicare:

  • la persona, l'animale o la cosa che compiono l'azione espressa dal predicato (Carlotta corre);
  • la persona, l'animale o la cosa che subiscono l'azione espressa dal predicato (Il ladro è inseguito);
  • la persona, l'animale o la cosa a cui viene attribuita la qualità espressa dal predicato (Lorenzo è biondo).

Riconoscere il soggetto[modifica]

Generalmente il soggetto è un nome, proprio o comune; i nomi comuni sono spesso è preceduti da un articolo. Per esempio:

Franco taglia la siepe
Il cane abbaia

Spesso però il soggetto è un pronome:

Egli canta.
Nessuno interviene.

Anche altre parti del discorso (verbi, aggettivi, avverbi ecc.) possono svolgere la funzione di soggetto. In questo caso però si parla di verbi, aggettivi o avverbi sostantivati, cioè adottano la funzione del nome e vengono generalmente preceduti da un articolo. Per esempio:

Il verde mi piace. (aggettivo)
Il mangiare è una necessità. (verbo)
Il perché non mi è chiaro. (congiunzione)
Un oh giunse dal fondo della sala. (esclamazione)

Altra caratteristica importante da tenere presente è che il soggetto non è mai introdotto da una preposizione. Può invece essere preceduto da un articolo determinativo o indeterminativo:

Il postino è in ritardo.
Un'automobile sfrecciava.

da un aggettivo dimostrativo:

Questa torta è proprio deliziosa.

da un aggettivo interrogativo:

Quale casa è?

Posizione del soggetto[modifica]

La posizione del soggetto all'interno della frase può variare. Molte volte lo si trova all'inizio, per esempio:

Marina è andata al cinema ieri pomeriggio.

Tuttavia, il soggetto può facilmente essere spostato in un'altra posizione, per esempio:

Ieri pomeriggio Marina è andata al cinema.

In tutti gli esempi precedenti il soggetto precedeva il predicato; talvolta però può verificarsi il contrario. Si veda ad esempio questa frase, in cui il soggetto segue il predicato:

È arrivata la primavera.

Soggetto sottinteso[modifica]

Talvolta il soggetto può restare sottinteso: in questo caso si parla di frasi ellittiche.

Il soggetto può non essere espresso quando è un pronome personale e quindi facilmente riconoscibile dalla coniugazione del verbo:

Leggo. (soggetto sottinteso: io)
Ieri siete andati da Dario? (soggetto sottinteso: voi)

Quando in una frase ci sono più predicati con lo stesso soggetto, il soggetto non viene ripetuto, ma viene esplicitato una volta sola. Si veda per esempio:

Jessica era in ritardo perché era stata rallentata dal traffico, così andò direttamente in ufficio.

In questa frase Jessica è il soggetto dei tre predicati era in ritardo, era stata rallentata e andò.

Il soggetto non si ripete nelle risposte, quando è già espresso nelle domande. In questo esempio

«Perché ti ha telefonato Mario?» «Voleva invitarmi a una festa per domenica sera»

il soggetto della domanda, Mario, è lo stesso della risposta e quindi non viene ripetuto.


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  • Comprendere le funzioni del predicato
  • Comprendere la differenza tra predicato verbale e predicato nominale

Funzioni del predicato[modifica]

Viewmag.png Definizione

Il predicato è "ciò che viene detto" di qualcosa o qualcuno, cioè la parte della frase che fornisce informazioni sul soggetto.

Il predicato è sempre un verbo di senso compiuto, che può quindi essere solo oppure può essere accompagnato da altre parole, che ne completano il significato.

Ci sono due tipi di predicato: il predicato verbale e il predicato nominale.

Predicato verbale[modifica]

Il predicato verbale è composto da un verbo predicativo, cioè un verbo che può essere usato anche da solo perché di senso compiuto. Sono esempi di predicato verbale:

Il cane abbaia.
Io e Gianni siamo andati a una festa a casa di Marta.

I verbi servili potere, dovere e volere costituiscono un solo predicato con i verbi che li seguono:

Federica vuole andare al cinema stasera.

Lo stesso vale per i verbi fraseologici, come stare per, iniziare a, smettere di ecc.

Inizia a piovere proprio ora.

Predicato nominale[modifica]

Il predicato nominale è composto da una voce del verbo essere (detta copula) e da un aggettivo o un nome (che costituiscono la parte nominale o nome del predicato). Sono esempi di predicato nominale:

Guido è professore.
I bambini sono stanchi.

La copula concorda nel genere e nella persona con il soggetto:

Luca è alto.
Noi siamo annoiati.

Anche la parte nominale concorda nel genere e nel numero con il soggetto:

Il ghiaccio è freddo.
Noi tutti siamo preoccupati.

Attenzione: quando il verbo essere è ausiliare di un verbo predicativo, non deve essere confuso con la copula del predicato nominale. Si vedano gli esempi:

Luca è arrivato con due ore di ritardo.
È piovuto tutta la mattina.

Lo stesso vale per i verbi alla diatesi passiva:

La collana è stata rubata da un ladro.

Inoltre, il verbo essere ha sempre la funzione di predicato verbale quando ha il significato di stare, esistere, trovarsi, rimanere, appartenere:

Martina è a casa.

Oltre a essere, anche altri verbi possono svolgere la funzione di copula di un predicato nominale. Sono detti verbi copulativi e i principali sono:

  • sembrare, parere, diventare
    La maestra sembra stanca.
    La pianta è diventata marrone.
  • i verbi che indicano un modo di essere, come nascere, morire, restare, rimanere
    Rimase povero per tutta la vita.
  • i verbi appellativi usati al passivo, come chiamare, dire
    Michelangelo Merisi era detto Caravaggio.
  • i verbi elettivi al passivo, come eleggere, nominare
    Il dottor Bianchi è stato eletto senatore.
  • i verbi estimativi al passivo, come giudicare, stimare, credere
    Il mio vicino è considerato strano da tutti.

Frasi nominali[modifica]

Una frase nominale è una frase in cui il predicato può essere sottinteso. In alcuni casi, il predicato può infatti essere dedotto dal contesto:

«Da dove vieni?» «Da scuola» (nella risposta è sottinteso il verbo vengo)

Casi tipici di frasi nominali si trovano nei titoli di articoli giornalistici e negli slogan pubblicitari, che puntano sulla brevità e sull'incisività della frase per trasmettere il messaggio in modo più efficace:

Allerta maltempo in Nord Italia (esempio di titolo giornalistico)
Il respiro naturale della tua casa (esempio di slogan)

Le frasi nominali si incontrano, infine, sotto ai cartelli e nei messaggi di avviso o divieto:

Pavimento bagnato
Attenti al cane
Pericolo attraversamento animali


Archives (2).png Obiettivi di apprendimento

  • Comprendere cos'è un complemento diretto
  • Saper riconoscere il complemento oggetto
  • Saper riconoscere i complementi predicativi

I complementi diretti sono espansioni che si collegano direttamente al predicato, senza bisogno di nessun altro elemento linguistico.

Nella grammatica italiana ci sono tre complementi diretti: il complemento oggetto, il complemento predicativo del soggetto e il complemento predicativo dell'oggetto.

Complemento oggetto[modifica]

Il complemento oggetto, detto anche espansione diretta, precisa l'oggetto dell'azione o dell'esperienza espressa dal verbo, unendosi direttamente al verbo senza l'aiuto di alcuna preposizione.

Ho mangiato la pasta
Hai ritirato i soldi?
L'hai preso!

Solo i verbi transitivi, però, reggono il complemento oggetto perché sono gli unici che permettono il passaggio diretto dell'azione del predicato dal soggetto all'oggetto. Per esempio:

Il nonno ha comprato lo yogurt.

I verbi intransitivi, viceversa, non accettano mai il complemento oggetto.

Complemento predicativo del soggetto[modifica]

Il complemento predicativo del soggetto è un nome o un aggettivo che si riferisce al soggetto, con cui concorda morfologicamente, ma che dipende dal predicato verbale.

È stato soprannominato secchione per il suo interesse nello studio
Sono stato giudicato colpevole di crimine che non ho commesso
Alessandro venne soprannominato il grande.

Il predicativo del soggetto si incontra con le forme passive dei verbi

  • appellativi (chiamare, soprannominare, ecc.),
  • elettivi (eleggere, nominare, ecc.),
  • estimativi (stimare, giudicare, ecc.),
  • effettivi (rendere, far diventare, ecc.).

Complemento predicativo dell'oggetto[modifica]

Il complemento predicativo dell'oggetto è invece un nome o un aggettivo che si riferisce all'oggetto, con cui concorda morfologicamente, ma che dipende dal predicato verbale.

Considero Alessandro inaffidabile.
Hai reso felice Marta.
I parlamentari elessero Enrico De Nicola presidente.

Il predicativo dell'oggetto si incontra con gli stessi verbi che hanno il predicativo del soggetto, però in forma attiva.


I complementi indiretti sono così chiamati perché dipendono da altri elementi della frase (soggetto, predicato, complementi diretti o altri complementi), senza i quali non hanno un senso compiuto. In genere sono inoltre introdotti da preposizioni.

Nella tabella sono elencati i principali complementi diretti.

Complemento Funzione
Complemento di specificazione Specifica a chi appartiene qualcosa.
  • La spada di Re Artù si chiamava Excalibur.
  • Questa è la casa di mia nonna.
Complemento di termine Specifica a chi (o a che cosa) viene dato qualcosa.
  • L'ha dato a me, non a te.
  • Cosa ti ha regalato?
Complemento di argomento Indica l'argomento di cui si parla.
  • Non si parla di politica a tavola.
  • Una lezione sul cancro.
  • Abbiamo parlato della politica dello stato d'Israele.
Complemento di luogo Specifica meglio il luogo dell'azione. Si divide in complemento di stato in luogo, moto a luogo, moto da luogo e moto per luogo.
Complemento di stato in luogo Specifica dove si svolge un'azione non di moto.
  • È a scuola.
  • Riposa sul divano.
  • Si trova nella classe.
Complemento di moto a luogo Definisce la destinazione di un'azione di moto.
  • Vorrei andare in America.
  • Sono tornato a Milano.
  • Corri a casa!
Complemento di moto a luogo circoscritto Indica movimento all'interno di un ambiente circoscritto.
  • Camminava per la stanza.
  • Andava in giro per la città.
  • Stavo camminando lungo il corridoio.
Complemento di moto da luogo Indica da dove giunge qualcuno o qualcosa.
  • Da dove vieni?
  • È giunto da Parma.
  • Parte domani da Londra.
Complemento di moto per luogo Specifica per dove passa un'azione di moto.
  • Passo per casa.
  • Sono passato per Roma.
  • Entra per la porta.
Complemento di tempo Specifica meglio la tempistica dell'azione. Si divide in complemento di tempo determinato e complemento di tempo continuato.
Complemento di tempo determinato Indica il momento preciso in cui si svolge l'azione.
  • Ieri ho visto tua madre.
  • Chiamami per le dieci.
  • Mi sono alzato presto stamattina.
Complemento di tempo continuato Specifica per quanto tempo è durata l'azione.
  • Sono stanco, è da tre ore che studio.
  • Sono rimasto a casa una settimana.
  • Carlo si è innamorato di Marisa sin dall'inizio.
Complemento di quantità Specifica meglio una quantità. Si divide in complemento di peso, misura, abbondanza, privazione, estensione, distanza, stima e prezzo.
Complemento di peso Specifica il peso di qualcosa.
  • Questo sacco pesa due tonnellate!
  • Deve pesare al massimo un paio di chili.
  • No, ne pesa almeno venti!
Complemento di misura Precisa l'altezza, la larghezza o la lunghezza di qualcosa.
  • Sarà lungo al massimo 15 centimetri.
  • Però è largo 8 cm!
  • E alto quasi due metri.
Complemento di abbondanza Specifica cosa è presente in abbondanza.
  • Il pavimento era pieno di peli di cane
  • È una persona ricca d'ingegno.
  • Questo progetto non abbonda di originalità.
Complemento di privazione Risponde alla domanda: "senza che cosa?"
  • Sono senza soldi.
Complemento di distanza Indica quanto dista un luogo da un altro.
  • Casa mia è a cento metri da qui.
  • Troverai il bivio per Rho tra un paio di chilometri.
  • Il rifugio è lontano tre chilometri.
Complemento di prezzo Indica il prezzo di qualcosa.
  • Quella macchina mi è costata un occhio' della testa.
  • Credimi, ti hanno fregato: hai pagato troppo.
  • L'ho comprato a soli venti euro!
Complemento d'agente Specifica da chi viene compiuta l'azione.
  • È stato ucciso da un assassino.
  • La limousine è guidata dall'autista.
Complemento di causa efficiente Specifica da che cosa viene compiuta l'azione.
  • È stato colpito da una scarica elettrica.
  • Sono stato colpito dalla tua prestazione.
Complemento di causa Indica la causa dell'azione.
  • Per colpa tua non possiamo farlo.
  • Sarai sospeso per quello che hai fatto.
  • Sto soffrendo per il freddo.
Complemento di fine Specifica lo scopo per cui l'azione è compiuta.
  • È morto per la causa.
  • La sala da pranzo.
Complemento di denominazione Specifica il nome di un luogo.
  • La città di Roma
  • L'isola di Cipro
Complemento di età Indica l'età di qualcuno.
  • Come può uno insegnare a settant'anni?
  • Ho un amico di trent'anni.
  • È un uomo sui vent'anni.
Complemento di limitazione Indica a che ambito si limita l'affermazione.
  • Nessuno mi può battere agli scacchi!
  • È molto bravo in matematica.
Complemento di origine Indica l'origine dell'azione (a differenza del complemento di moto da luogo, non indica movimento)
  • Il fiume nasce dalla fonte.
  • Da due anni quell'uomo che discende da un'antica famiglia aristocratica turca viene dal suo paese fino a qui.
  • Quei sigari provengono da Cuba.
Complemento di mezzo Indica il mezzo col quale l'azione è compiuta.
  • Sono venuto con l'autobus.
  • Mi ha colpito con una freccia.
  • L'ha disegnato con una matita.
Complemento di modo Specifica il modo in cui è svolta l'azione.
  • Viene a scuola con allegria.
  • Si avvicinò a passi lenti.
  • Mi guardò in silenzio.
Complemento di paragone Indica il secondo termine di un paragone.
  • Sono più alto di te.
  • Sei meno simpatica di me.
  • Non sono intelligenti 'quanto me.
Complemento di colpa Indica di cosa si è colpevoli e/o accusati.
  • Sono stato accusato di un crimine che non ho commesso.
  • Come osi accusarmi di vigliaccheria?
  • È stato processato per omicidio.
Complemento di pena Indica la pena o la punizione inflitta.
  • Ci ha puniti con una verifica a sorpresa.
  • L'hanno condannato alla pena capitale.
  • Ti multò di venti euro.
Complemento di qualità Indica una caratteristica (non per forza positiva).
  • Una bella ragazza dagli occhi verdi.
  • Una coperta a pois.
  • Un anello di gran valore.
Complemento di rapporto Indica con chi si ha rapporti.
  • Con me è sempre gentile.
  • Che differenza c'è tra cammelli e dromedari?
  • Domani c'è il grande incontro: Germania contro Italia.
Complemento di compagnia Indica in compagnia di chi si svolge l'azione.
  • Camminava con suo nonno.
  • Ho visto Giulia, insieme a te, ieri.
  • Venne al ballo con Margherita.
Complemento di unione Specifica con cosa viene fatta l'azione.
  • Esci col tuo portafoglio!
  • Non può entrare con la bici, qui.
  • Camminava per la strada con il suo lettore-CD in mano.
Complemento di vantaggio Indica a vantaggio di chi è l'azione compiuta.
  • Ma io l'ho fatto per te!
  • Ho comprato una torta al festeggiato.
  • Ti preparo un caffè.
Complemento di svantaggio Indica a discapito di chi e/o cosa va l'azione.
  • Il fumo è pericoloso per i polmoni.
  • Agiranno contro la mafia.
  • Questa legge andrà a discapito di mio padre.
Complemento distributivo Indica la proporzione numerica fra cose e/o persone.
  • Costa 5 euro a testa.
  • Il costo della frutta è aumentato del settantacinque per cento.
  • Si è preso venti torte su ventuno!
Complemento partitivo Specifica un insieme nel quale si trova il termine reggente.
  • So che alcuni di loro sono tornati.
  • Tra di noi si nasconde una talpa.


Oltre ai complementi, ci sono altri elementi che possono espandere il significato della frase semplice: sono l'attributo e l'apposizione.

Attributo[modifica]

L'attributo è un aggettivo che precisa una qualità o una determinazione di un nome. Può riferirsi a vari elementi della frase, per esempio:

Un cavallo bianco correva sul prato. (attributo del soggetto)
Jennifer è un'ottima nuotatrice. (attributo del predicato nominale)
La bambina colse una mela rossa. (attributo del complemento oggetto)
Conosci l'orario dell'ultimo autobus? (attributo del complemento di specificazione)

Qualsiasi aggettivo può svolgere la funzione di attributo. Ecco alcuni esempi:

Questa mela ha uno strano sapore. (aggettivo dimostrativo e aggettivo qualificativo)
Hanno rubato la sua auto. (aggettivo possessivo)
Non ha incontrato nessun ostacolo sul cammino. (aggettivo indefinito)

Talvolta, inoltre, anche l'avverbio può avere una funzione attributiva:

Il giorno dopo era tardi.
Era andata nella camera accanto.

Apposizione[modifica]

L'apposizione è un nome che contribuisce a determinare un altro nome. Per esempio:

Lo zio Fabio è partito per le vacanze.
Abbiamo parlato con la professoressa Rossi.

Anche l'apposizione, come l'attributo, può riferirsi a diversi elementi della frase:

Il dottor Verdi riceve al lunedì mattina. (apposizione del soggetto)
È andata in vacanza con il marito Stefano. (apposizione al complemento di compagnia)

Se composta da un solo nome, si parla di apposizione semplice. A volte però il nome che svolge la funzione di apposizione può essere determinato da uno più attributi: in questo caso si parla di apposizione composta. Per esempio:

Mia sorella Silvana è tornata dal mare.
È venuto a trovarci la nostra cara amica Claudia.

L'apposizione composta può essere accompagnata anche da un complemento di specificazione:

Mario, il fratello di Stefania, è partito per le vacanze.

L'apposizione, in alcuni casi, non si collega direttamente al nome ma può essere introdotta dalla preposizione da:

Marica da grande vuole diventare un archeologo.

oppure da espressioni quali come, in qualità di, in veste di ecc.:

Daniele, in qualità di medico, mi ha sconsigliato quel farmaco.

oppure ancora da espressioni colloquiali come quel furbo di, quel delinquente di, quel genio di ecc.:

La finestra è stata rotta da quello scavezzacollo di Nino.


La sintassi del periodo studia la sintassi della frase complessa, cioè quella frase con più verbi, formata, quindi, da più frasi semplici, chiamata, appunto, periodo. Il periodo è un pensiero compiuto formato da una o più proposizioni collegate, armonicamente, fra loro.

Che cos'è il periodo?[modifica]

Per comunicare con gli altri, non sempre basta una frase semplice: di solito facciamo ricorso a più proposizioni che, legate insieme, formano i periodi o frasi complesse.

Un periodo è formato da tante proposizioni quanti sono i verbi che lo compongono.

Quindi, il periodo è un pensiero compiuto, formato da una o più proposizioni (o frasi semplici), organicamente collegate tra loro, separato dal resto del discorso con un segno di punteggiatura forte (punto, punto interrogativo, punto esclamativo).

Struttura del periodo[modifica]

Quando è composto da più frasi semplici, il periodo è una struttura complessa, nella quale ogni proposizione svolge una propria funzione ed è collegata alle altre secondo un ordine preciso. In primo luogo, in ogni periodo c'è sempre una proposizione pienamente autonoma, che potrebbe sussistere anche da sola. La proposizione che possiede queste caratteristiche è l'elemento essenziale del periodo stesso, perciò viene definita principale.

Ogni animale costituisce un pezzetto di natura, purché la sua natura rimanga libera.

Questo periodo è formato da due proposizioni: solo una delle due frasi semplici può stare da sola, perché ha un significato compiuto: Ogni animale costituisce un pezzetto di natura.

La seconda proposizione, invece, non può stare da sola. Infatti se diciamo: purché la sua natura rimanga libera, sentiamo che manca qualcosa, che è necessaria un'altra frase a cui appoggiarsi, affinché il pensiero sia completato.

La proposizione principale quindi non dipende da altre frasi, ha senso compiuto, ha un verbo di modo finito e può stare da sola, e per questo motivo viene detta anche indipendente.

Le frasi che si appoggiano a un'altra frase prendono il nome di coordinate o subordinate, a seconda del rapporto che instaurano con essa.

Proposizione principale[modifica]

La proposizione principale è la proposizione che ha senso compiuto: può stare da sola (quindi la possiamo isolare dal periodo), ed è quindi autonoma, indipendente. Per esempio:

La mela è rossa.
Sono andato al cinema ieri sera.

In base allo scopo con cui vengono usate, si distinguono vari tipi di proposizione indipendente, che vengono elencati nella tabella.

Proposizione Funzione
Proposizioni informative Forniscono informazioni su un fatto o un evento, oppure esprimono un giudizio.
  • Sei un maleducato.
  • Il ragno è un artropode.
Proposizioni volitive Esprimono un ordine, un invito o un esortazione.
  • Vada fuori da casa mia!
  • Non perdere tempo
Proposizioni desiderative Esprimono un desiderio o un rimpianto.
  • Avessi comprato quella casa!
Proposizioni interrogative Pongono una domanda.
  • Perché sei già tornato?
Proposizioni esclamative Esprimo stupore o gioia.
  • Hai avuto un'idea magnifica!
Proposizioni dubitative Esprimono un dubbio o un'incertezza sotto forma di domanda, senza rivolgersi a un interlocutore in particolare.
  • Che ci posso fare?
  • Chi potrà rimediare a questo danno?

Proposizioni coordinate e subordinate[modifica]

Le proposizioni dipendenti, che non hanno un significato autonomo, possono collegarsi alla principale per coordinazione (o paratassi) oppure per subordinazione (o ipotassi).

Le proposizioni coordinate si collegano alla principale per giustapposizione (asindeto):

Ho incontrato Stefania, mi ha fatto piacere rivederla.

oppure tramite una congiunzione coordinante:

Non avevo più niente nel frigorifero e ho dovuto pranzare in trattoria.

Le proposizioni subordinate (dette anche dipendenti o secondarie) si collegano mediante una congiunzione subordinante:

Non posso venire a casa tua perché devo andare a cena da Paolo.

Non tutte le coordinate e le subordinate, però, sono collegate alla principale: talvolta, infatti, possono collegarsi ad altre subordinate o ad altre coordinate, che come la principale svolgono la funzione di proposizioni reggenti. Vediamo l'esempio:

Questa torta non mi piace perché è troppo dolce e ha troppa panna.

In questo periodo la frase e ha troppa panna è coordinata alla subordinata perché è troppo dolce, che è quindi la sua reggente.

I gradi di subordinazione[modifica]

Le proposizioni subordinate, quindi, possono essere rette anche da proposizioni che non sono la principale. Questo fa sì che si possano individuare diversi gradi di subordinazione:

  • una subordinata di primo grado dipende dalla proposizione principale,
  • una subordinata di secondo grado dipende da una subordinata di primo grado,
  • una subordinata di terzo grado dipende da una subordinata di secondo grado,

e così via.

Proposizioni incidentali o parentetiche[modifica]

La proposizione incidentale o parentetica è un particolare tipo di proposizione che si inserisce in un periodo senza specifici legami sintattici con le altre proposizioni, per aggiungere precisazioni o commenti a quello che si sta dicendo. Di solito viene marcata da due vigole o da due lineette, una all'inizio e una alla fine:

La casa di Diego, se non ricordo male, si trova in fondo alla via.
Il ragno - come è noto - cattura le prede servendosi della ragnatela.

L'incidentale non è una proposizione indipendente, perché, anche se autonoma, non ha alcun significato al di fuori del contesto in cui è inserita. Allo stesso modo, però, non è nemmeno una proposizione subordinata, visto che non dipende da nessuna reggente. È piuttosto un elemento accessorio, che aggiunge informazioni, ma privo di un collegamento con altre parti della frase.


Si parla di coordinazione o paratassi quando due o più frasi sono collegate tra loro in modo da essere messe sullo stesso piano. Una proposizione può coordinarsi sia alla proposizione principale, sia a un'altra coordinata sia a una subordinata.

Forme di coordinazione[modifica]

Si può creare una coordinazione tra due o più proposizioni in tre diversi modi: per asindeto, mediante una congiunzione coordinante o per polisindeto.

La coordinazione per asindeto si realizza mediante segni di punteggiatura deboli come la virgola (,) e i due punti (:).

Arrivò tardi, l'autobus era già partito.
Eri stato avvertito: non lo dovevi fare.

La coordinazione mediante congiunzione coordinante si realizza, come dice il nome, ricorrendo a una congiunzione coordinante.

Il gatto era scappato ma l'abbiamo ritrovato poche ore dopo.
Questa torta mi piace e ne prenderò un'altra fetta.

La coordinazione per polisindeto avviene ripetendo la stessa congiunzione coordinante.

E chiacchiera e si muove e interrompe di continuo.
Né gli voglio parlare né lo voglio vedere.

Tipi di proposizioni coordinate[modifica]

In base alla congiunzione coordinante che le introduce, le proposizioni coordinate si possono suddividere in vari tipi, che sono elencati nella tabella.

Proposizione coordinata Caratteristiche
Proposizioni copulative Sono introdotte da congiunzioni copulative (e, né, neanche, nemmeno):
  • Sono andata in centro e ho preso un gelato.
Proposizioni disgiuntive La coordinata esclude quello che viene detto dalla principale, e viceversa. Sono introdotte da congiunzioni disgiuntive (o, oppure, altrimenti):
  • Prendo questo autobus o aspetto il successivo?
Proposizioni avversative Esprimono un significato avverso a quello della reggente. Sono introdotte da congiunzioni avversative (ma, però, tuttavia, eppure, anzi):
  • Vorrei restare ma non posso.
Proposizioni dichiarative
o esplicative
La coordinata, introdotta da congiunzioni dichiarative (cioè, ossia, infatti), specifica e spiega i concetti espressi nella reggente:
  • L'anatra è un palmipede, cioè ha i piedi palmati.
Proposizioni conclusive La coordinata esprime la conclusione di quanto detto nella reggente. È introdotta da una congiunzione conclusiva (quindi, dunque, perciò, allora, pertanto):
  • Ho preso un brutto raffreddore, quindi salterò l'allenamento di oggi.
Proposizioni correlative Sono introdotte da congiunzioni correlative (né... né, sia... sia, o... o ), e mettono in correlazione due frasi:
  • O finisci i compiti o domani prenderai un brutto voto.


Si dice subordinazione o ipotassi quando due o più proposizione sono collegate tra di loro in modo da essere poste su piani diversi. La proposizione subordinata, in particolare, si pone su un piano inferiore rispetto alla proposizione principale o alla reggente, da cui dipende per avere senso. In questo modo, la subordinazione può creare periodi molto complessi, in cui è possibile riconoscere una struttura gerarchica tra le frasi che lo compongono.

Forme di proposizioni subordinate[modifica]

Possono esserci due forme di subordinate: la forma esplicita e la forma implicita.

Le proposizioni subordinate in forma esplicita hanno un verbo al modo finito (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo). Possono essere introdotte dalle congiunzioni subordinanti:

Non parteciperò perché non sono d'accordo.

Possono essere introdotte anche da pronomi relativi, pronomi misti o da avverbi che hanno la funzione di pronomi relativi:

Ho letto il libro di cui mi ha parlato Claudia.

Infine, possono essere introdotte da aggettivi, avverbi e pronomi interrogativi:

Non ricordo più qual è l'autore di quel libro.

Le proposizioni subordinate in forma implicita hanno invece un verbo al modo indefinito (infinito, participio, gerundio). Possono essere introdotte dalle preposizioni per, a, di, da:

Per visitare la mostra devi acquistare un biglietto.

Possono essere precedute anche dalle congiunzioni perché, quando, pure, sebbene, se:

Pur conoscendo le conseguenze, ha deciso di procedere.

Ma possono anche collegarsi direttamente alla reggente:

Giocando a calcio, mi sono stortato una caviglia.

È quasi sempre possibile trasformare una frase implicita in una frase esplicita. Per farlo si deve coniugare il verbo dal modo indefinito a un modo finito, e concordarlo con il soggetto. Per esempio:

Ho capito di avere sbagliato.
Ho capito che ho sbagliato.

Tipi di proposizioni subordinate[modifica]

In base alla loro funzione, le subordinate vengono distinte in tre gruppi: subordinate sostantive, subordinate avverbiali e subordinate relative.

Subordinate sostantive[modifica]

Le proposizioni subordinate sostantive svolgono nel periodo le stesse funzioni del soggetto e del complemento oggetto nella frase semplice.

Proposizione subordinata Funzione
Proposizione soggettiva Svolge la funzione di soggetto della reggente.
  • Sembra che tu sia triste.
Proposizione oggettiva Svolge la funzione di complemento oggetto della reggente.
  • Vorrei che tu fossi qui.
Proposizione dichiarativa Spiega o chiarisce un elemento della reggente.
  • Su questo punto siamo d'accordo, che non acquisteremo un nuovo furgone.
Proposizione interrogativa diretta Esprime una domanda in forma indiretta.
  • Voleva sapere quanto manca all'ora di cena.

Subordinate avverbiali[modifica]

Le proposizioni subordinate avverbiali aggiungono informazioni, fornendo espansioni o determinazioni rispetto a quello che si dice nella principale. La loro classificazione riprende quella dei complementi indiretti.

Proposizione subordinata Funzione
Proposizione finale Indica lo scopo dell'azione espressa dalla reggente.
  • Mi sono impegnato perché tutto fosse sistemato.
Proposizione causale Indica la causa dell'azione espressa dalla reggente.
  • Ho preso un brutto voto perché non ho studiato.
Proposizione consecutiva Indica una conseguenza di quello che viene detto nella reggente.
  • Era così stanca che si è subito addormentata.
Proposizione condizionale Esprime una condizione per la quale si potrà avverare ciò che viene detto nella reggente.
  • Se pioverà, il concerto verrà rimandato.
Proposizione modale Indica il modo in cui viene svolta l'azione della reggente.
  • Facciamo come dice il manuale.
Proposizione strumentale Indica il mezzo con il quale si realizza l'azione espressa nella reggente. È solo implicita: il verbo è al gerundio o all'infinito preceduto dall'articolo e retto da con o introdotto da locuzioni come a furia di, a forza di, ecc.
  • Viaggiando, si conosce il mondo
  • Con il viaggiare, si conosce il mondo
Proposizione temporale Specifica quando è avvenuta l'azione espressa dalla reggente.
  • Quando sono uscito, non pioveva.
Proposizione avversativa Indica una circorstanza contraria a quella espressa dalla reggente.
  • Invece di lamentarti, aiutami!
Proposizione concessiva Esprime la circostanza nonostante la quale si realizza l'azione della reggente.
  • Nonostante piova a dirotto, sono riuscito a non bagnarmi.
Proposizione comparativa Esprime un confronto con quanto dice la reggente.
  • È più difficile di quanto temessi.
Proposizione eccettuativa Esprime una circostanza eccetto la quale è vero ciò che viene detto nella principale.
  • Ha fatto di tutto, tranne che studiare.
Proposizione esclusiva Esclude un fatto o un evento da ciò che viene detto dalla reggente.
  • Ha fatto tutto senza dirmi niente.
Proposizione limitativa Limita il significato della reggente a un ambito ben preciso.
  • Per quando ne sappiamo, i dinosauri si estinsero 65 milioni di anni fa.

Subordinate relative[modifica]

Le proposizioni subordinate aggettive o relative precisano le caratteristiche di uno nome all'interno della reggente, utilizzando un pronome relativo. Per questo motivo svolgono una funzione simile all'attributo e all'apposizione.

Proposizione subordinata Funzione
Proposizione relativa propria Precisa le caratteristiche di un nome della reggente, che viene richiamato con un pronome relativo.
  • Ho letto il libro di cui mi ha parlato Claudia.
Proposizioni relative improprie La proposizione relativa in alcuni casi può assumere sfumature particolari e assumere le funzioni di altre proposizioni. In questo caso viene definita proposizione relativa impropria.
Proposizione relativa-temporale Fornisce informazioni sul momento in cui si verifica l'evento espresso dalla reggente.
  • L'ho visto che andava al supermercato.
Proposizione relativa-causale Indica la causa di quanto espresso dalla reggente.
  • Non concordo con Massimo, che è sempre così sprezzante.
Proposizione relativa-finale Indica lo scopo di quanto espresso dalla reggente.
  • Hanno preso un gatto che prenderà i topi del granaio.
Proposizione relativa-consecutiva Indica una conseguenza di quanto espresso dalla reggente.
  • Mi piacerebbe abitare in una casa che fosse vicina alla scuola.
Proposizione relativa-concessiva Indica una circostanza nonostante la quale si realizza l'azione della reggente.
  • Io, che sono andato con un'ora di anticipo, non sono riuscito a entrare alla convention.


Un periodo ipotetico è costituito da un'ipotesi (la frase subordinata condizionale, o meglio detta protasi) e da una conseguenza (la frase principale, o meglio detta apodosi).

L'ipotesi può avere diversi livelli di "credibilità", perciò abbiamo tre periodi ipotetici:

  1. periodo ipotetico della realtà
  2. periodo ipotetico della possibilità
  3. periodo ipotetico dell'irrealtà

Periodo ipotetico della realtà[modifica]

Nel periodo ipotetico della realtà l'ipotesi può esser presentata come un fatto reale e sicuro: in questo caso si avrà il modo indicativo (presente o futuro) sia nella frase condizionale sia nella principale.

  • Se avrò tempo, verrò a trovarti.
  • Se non c'è lezione, possiamo andare al parco.

Talvolta nella frase principale si trova l'imperativo:

  • Signora, se comincia a piovere, ritiri le sedie dal balcone.
  • Se hai fame, scaldati le lasagne.

Periodo ipotetico della possibilità[modifica]

Nel periodo ipotetico della possibilità l'ipotesi può esser presentata come un fatto possibile: in questo caso si userà nella frase condizionale il congiuntivo imperfetto (e non l'indicativo che farebbe pensare ad una sicurezza inesistente); nella frase principale si userà il condizionale presente:

  • Se leggessi l'articolo, ti faresti un'idea più chiara del problema.
  • Se concludessero per tempo la conferenza, potrei prendere il treno delle cinque.

Periodo ipotetico dell'irrealtà[modifica]

Nel periodo ipotetico dell'irrealtà l'ipotesi può esser presentata come un fatto irreale, perché già successo, ma in altro modo da quello auspicato nella frase condizionale: in questo caso si userà nella frase condizionale il congiuntivo trapassato e nella frase principale il condizionale passato:

  • Se avessimo telefonato all'agenzia, ci avrebbero dato le informazioni necessarie.

Nelle ipotetiche dell'irrealtà possono comparire nella lingua parlata due indicativi imperfetti al posto del congiuntivo trapassato e del condizionale passato:

  • Se partiva, ti chiamava = Se fosse partito, ti avrebbe chiamato.

È possibile anche trovare un congiuntivo trapassato nella frase condizionale, associato ad un condizionale presente (e non passato) nella principale. Questa situazione si verifica qualora esista una discrepanza temporale fra l'azione della principale e quella della secondaria:

  • Se l'avessi visto (= quella volta), te lo direi (= adesso).
  • Se l'avessi visto (= quella volta), te l'avrei detto (= quella volta).

Nuvola apps edu miscellaneous (no words).svg Regola

Regola pratica: dopo il "se" che introduce una frase condizionale, non compaiono mai:

  • il modo condizionale
  • il congiuntivo presente

Attenzione: non bisogna però confondere il "se" che introduce la frase condizionale con il "se" dal valore dubitativo, con cui, invece, è possibile usare il congiuntivo, anche presente:

  • Non so se conosca già i nuovi vicini.
  • Non sapevamo se fosse a casa.


Il discorso diretto e il discorso indiretto sono due tecniche espressive che vengono utilizzate per riportare le parole di un'altra persona in un testo, sia esso scritto o orale.

Discorso diretto[modifica]

Il discorso diretto, come suggerisce il nome, riporta direttamente le parole di una persona, così come sono state pronunciate. Affinché sia immediatamente riconoscibile da chi legge, la frase riportata viene preceduta da due punti e racchiusa tra virgolette.

La mamma disse: «Torna a casa subito e non fermarti per strada».

La scelta tra virgolette alte “ ” e basse «» può dipendere da ragioni stilistiche, ma non solo. Se in un discorso diretto si prevede di riportare delle parole tra virgolette, è opportuno usare le virgolette basse per racchiudere la frase e le virgolette alte per le parole. Un esempio renderà tutto più chiaro:

La professoressa ci rimproverò con ironia: «Avete finito con questi discorsi “culturali”?»

In alcuni casi, è possibile segnalare l'inizio di un discorso con trattino al posto delle virgolette:

Il tassista chiese: - Dove vuole che la porti?

Discorso indiretto[modifica]

Nel discorso indiretto le parole di una persona non sono riportate tali e quali, ma vengono riferite da un narratore che le riformula. Per esempio:

La mamma mi disse che sarei dovuta tornare a casa subito, senza fermarmi lungo la strada.

Il narratore non interrompe il testo, ma inserisce le parole altrui riformulandole e, all'occorrenza, sintetizzandole. Dal punto di vista sintattico, il discorso indiretto può essere una proposizione subordinata oggettiva, una dichiarativa o una interrogativa indiretta.

Il professore disse che avrebbe messo una nota a tutta la classe. (proposizione subordinata oggettiva esplicita)
Mi chiese di tornare il giorno dopo. (proposizione subordinata interrogativa indiretta implicita)

Talvolta può essere anche una finale o una causale o un altro tipo di subordinata:

Lo implorarono di non andarsene. (proposizione subordinata finale)

L'evoluzione dell'italiano come lingua[modifica]

Confrontare con la → Grammatica della lingua toscana, di Leon Battista Alberti, che illustra la lingua quattrocentesca, ed eventualmente altri testi che illustrano la lingua nei vari momenti storici.

La questione della lingua[modifica]

Vedi la pagina "La questione della lingua" nel libro di Storia della letteratura italiana.


Coniugazione del verbo ausiliare essere: tavola riassuntiva.

Modi finiti[modifica]

INDICATIVO
Presente Passato prossimo
io sono
tu sei
egli è
noi siamo
voi siete
essi sono
io sono stato
tu sei stato
egli è stato
noi siamo stati
voi siete stati
essi sono stati
Imperfetto Trapassato prossimo
io ero
tu eri
egli era
noi eravamo
voi eravate
essi erano
io ero stato
tu eri stato
egli era stato
noi eravamo stati
voi eravate stati
essi erano stati
Passato remoto Trapassato remoto
io fui
tu fosti
egli fu
noi fummo
voi foste
essi furono
io fui stato
tu fosti stato
egli fu stato
noi fummo stati
voi foste stati
essi furono stati
Futuro Futuro anteriore
io sarò
tu sarai
egli sarà
noi saremo
voi sarete
essi saranno
io sarò stato
tu sarai stato
egli sarà stato
noi saremo stati
voi sarete stati
essi saranno stati
CONGIUNTIVO
Presente Passato
che io sia
che tu sia
che egli sia
che noi siamo
che voi siate
che essi siano
che io sia stato
che tu sia stato
che egli sia stato
che noi siamo stati
che voi siate stati
che essi siano stati
Imperfetto Trapassato
che io fossi
che tu fossi
che egli fosse
che noi fossimo
che voi foste
che essi fossero
che io fossi stato
che tu fossi stato
che egli fosse stato
che noi fossimo stati
che voi foste stati
che essi fossero stati
CONDIZIONALE
Presente Passato
io sarei
tu saresti
egli sarebbe
noi saremmo
voi sareste
essi sarebbero
io sarei stato
tu saresti stato
egli sarebbe stato
noi saremmo stati
voi sareste stati
essi sarebbero stati
IMPERATIVO
Presente

sii tu


siate voi

Modi indefiniti[modifica]

INFINITO
Presente Passato
essere essere stato
PARTICIPIO
Presente Passato
(ente) stato
GERUNDIO
Presente Passato
essendo essendo stato


Coniugazione del verbo ausiliare essere: tavola riassuntiva.

Modi finiti[modifica]

INDICATIVO
Presente Passato prossimo
io ho
tu hai
egli ha
noi abbiamo
voi avete
essi hanno
io ho avuto
tu hai avuto
egli ha avuto
noi abbiamo avuto
voi avete avuto
essi hanno avuto
Imperfetto Trapassato prossimo
io avevo
tu avevi
egli aveva
noi avevamo
voi avevate
essi avevano
io avevo avuto
tu avevi avuto
egli aveva avuto
noi avevamo avuto
voi avevate avuto
essi avevano avuto
Passato remoto Trapassato remoto
io ebbi
tu avesti
egli ebbe
noi avemmo
voi aveste
essi ebbero
io ebbi avuto
tu avesti avuto
egli ebbe avuto
noi avemmo avuto
voi aveste avuto
essi ebbero avuto
Futuro Futuro anteriore
io avrò
tu avrai
egli avrà
noi avremo
voi avrete
essi avranno
io avrò avuto
tu avrai avuto
egli avrà avuto
noi avremo avuto
voi avrete avuto
essi avranno avuto
CONGIUNTIVO
Presente Passato
che io abbia
che tu abbia
che egli abbia
che noi abbiamo
che voi abbiate
che essi abbiano
che io abbia avuto
che tu abbia avuto
che egli abbia avuto
che noi abbiamo avuto
che voi abbiate avuto
che essi abbiano avuto
Imperfetto Trapassato
che io avessi
che tu avessi
che egli avesse
che noi avessimo
che voi aveste
che essi avessero
che io avessi avuto
che tu avessi avuto
che egli avesse avuto
che noi avessimo avuto
che voi aveste avuto
che essi avessero avuto
CONDIZIONALE
Presente Passato
io avrei
tu avresti
egli avrebbe
noi avremmo
voi avreste
essi avrebbero
io avrei avuto
tu avresti avuto
egli avrebbe avuto
noi avremmo avuto
voi avreste avuto
essi avrebbero avuto
IMPERATIVO
Presente

abbi tu


abbiate voi

Modi indefiniti[modifica]

INFINITO
Presente Passato
avere avere avuto
PARTICIPIO
Presente Passato
avente avuto
GERUNDIO
Presente Passato
avendo avendo avuto


La prima coniugazione comprende tutti i verbi che all'infinito hanno la desinenza -are.

Come esempio è preso il verbo parlare, radice parl-. In grassetto sono evidenziate le desinenze.

Modi finiti[modifica]

INDICATIVO
Presente Passato prossimo
io parl-o
tu parl-i
egli parl-a
noi parl-iamo
voi parl-ate
essi parl-ano
io ho parlato
tu hai parlato
egli ha parlato
noi abbiamo parlato
voi avete parlato
essi hanno parlato
Imperfetto Trapassato prossimo
io parl-avo
tu parl-avi
egli parl-ava
noi parl-avamo
voi parl-avate
essi parl-avano
io avevo parlato
tu avevi parlato
egli aveva parlato
noi avevamo parlato
voi avevate parlato
essi avevano parlato
Passato remoto Trapassato remoto
io parl-ai
tu parl-asti
egli parl-ò
noi parl-ammo
voi parl-aste
essi parl-arono
io ebbi parlato
tu avesti parlato
egli ebbe parlato
noi avemmo parlato
voi aveste parlato
essi ebbero parlato
Futuro Futuro anteriore
io parl-erò
tu parl-erai
egli parl-erà
noi parl-eremo
voi parl-erete
essi parl-eranno
io avrò parlato
tu avrai parlato
egli avrà parlato
noi avremo parlato
voi avrete parlato
essi avranno parlato
CONGIUNTIVO
Presente Passato
che io parl-i
che tu parl-i
che egli parl-i
che noi parl-iamo
che voi parl-iate
che essi parl-ino
che io abbia parlato
che tu abbia parlato
che egli abbia parlato
che noi abbiamo parlato
che voi abbiate parlato
che essi abbiano parlato
Imperfetto Trapassato
che io parl-assi
che tu parl-assi
che egli parl-asse
che noi parl-assimo
che voi parl-aste
che essi parl-assero
che io avessi parlato
che tu avessi parlato
che egli avesse parlato
che noi avessimo parlato
che voi aveste parlato
che essi avessero parlato
CONDIZIONALE
Presente Passato
io parl-erei
tu parl-eresti
egli parl-erebbe
noi parl-eremmo
voi parl-ereste
essi parl-erebbero
io avrei parlato
tu avresti parlato
egli avrebbe parlato
noi avremmo parlato
voi avreste parlato
essi avrebbero parlato
IMPERATIVO
Presente

parl-a tu


parl-ate voi

Modi indefiniti[modifica]

INFINITO
Presente Passato
parl-are avere parlato
PARTICIPIO
Presente Passato
parl-ante parlato
GERUNDIO
Presente Passato
parl-ando avendo parlato


La seconda coniugazione comprende tutti i verbi che all'infinito hanno la desinenza -ere.

Come esempio è preso il verbo temere, radice tem-. In grassetto sono evidenziate le desinenze.

Modi finiti[modifica]

INDICATIVO
Presente Passato prossimo
io tem-o
tu tem-i
egli tem-e
noi tem-iamo
voi tem-ete
essi tem-ono
io ho temuto
tu hai temuto
egli ha temuto
noi abbiamo temuto
voi avete temuto
essi hanno temuto
Imperfetto Trapassato prossimo
io tem-evo
tu tem-evi
egli tem-eva
noi tem-evamo
voi tem-evate
essi tem-evano
io avevo temuto
tu avevi temuto
egli aveva temuto
noi avevamo temuto
voi avevate temuto
essi avevano temuto
Passato remoto Trapassato remoto
io tem-ei/etti
tu tem-esti
egli tem-é/temette
noi tem-emmo
voi tem-este
essi tem-erono/ettero
io ebbi temuto
tu avesti temuto
egli ebbe temuto
noi avemmo temuto
voi aveste temuto
essi ebbero temuto
Futuro Futuro anteriore
io tem-erò
tu tem-erai
egli tem-erà
noi tem-eremo
voi tem-erete
essi tem-eranno
io avrò temuto
tu avrai temuto
egli avrà temuto
noi avremo temuto
voi avrete temuto
essi avranno temuto
CONGIUNTIVO
Presente Passato
che io tem-a
che tu tem-a
che egli tem-a
che noi tem-iamo
che voi tem-iate
che essi tem-ano
che io abbia temuto
che tu abbia temuto
che egli abbia temuto
che noi abbiamo temuto
che voi abbiate temuto
che essi abbiano temuto
Imperfetto Trapassato
che io tem-essi
che tu tem-essi
che egli tem-esse
che noi tem-essimo
che voi tem-este
che essi tem-essero
che io avessi temuto
che tu avessi temuto
che egli avesse temuto
che noi avessimo temuto
che voi aveste temuto
che essi avessero temuto
CONDIZIONALE
Presente Passato
io tem-erei
tu tem-eresti
egli tem-erebbe
noi tem-eremmo
voi tem-ereste
essi tem-erebbero
io avrei temuto
tu avresti temuto
egli avrebbe temuto
noi avremmo temuto
voi avreste temuto
essi avrebbero temuto
IMPERATIVO
Presente

tem-i tu


tem-ete voi

Modi indefiniti[modifica]

INFINITO
Presente Passato
tem-ere avere temuto
PARTICIPIO
Presente Passato
tem-ente temuto
GERUNDIO
Presente Passato
tem-endo avendo temuto


La terza coniugazione comprende tutti i verbi che all'infinito hanno la desinenza -ire.

Come esempio è preso il verbo servire, radice serv-. In grassetto sono evidenziate le desinenze.

Modi finiti[modifica]

INDICATIVO
Presente Passato prossimo
io serv-o
tu serv-i
egli serv-e
noi serv-iamo
voi serv-ite
essi serv-ono
io ho servito
tu hai servito
egli ha servito
noi abbiamo servito
voi avete servito
essi hanno servito
Imperfetto Trapassato prossimo
io serv-ivo
tu serv-ivi
egli serv-iva
noi serv-ivamo
voi serv-ivate
essi serv-ivano
io avevo servito
tu avevi servito
egli aveva servito
noi avevamo servito
voi avevate servito
essi avevano servito
Passato remoto Trapassato remoto
io serv-ii
tu serv-isti
egli serv-ì
noi serv-immo
voi serv-iste
essi serv-irono
io ebbi servito
tu avesti servito
egli ebbe servito
noi avemmo servito
voi aveste servito
essi ebbero servito
Futuro Futuro anteriore
io serv-irò
tu serv-irai
egli serv-irà
noi serv-iremo
voi serv-irete
essi serv-iranno
io avrò servito
tu avrai servito
egli avrà servito
noi avremo servito
voi avrete servito
essi avranno servito
CONGIUNTIVO
Presente Passato
che io serv-a
che tu serv-a
che egli serv-a
che noi serv-iamo
che voi serv-iate
che essi serv-ano
che io abbia servito
che tu abbia servito
che egli abbia servito
che noi abbiamo servito
che voi abbiate servito
che essi abbiano servito
Imperfetto Trapassato
che io serv-issi
che tu serv-issi
che egli serv-isse
che noi serv-issimo
che voi serv-iste
che essi serv-issero
che io avessi servito
che tu avessi servito
che egli avesse servito
che noi avessimo servito
che voi aveste servito
che essi avessero servito
CONDIZIONALE
Presente Passato
io serv-irei
tu serv-iresti
egli serv-irebbe
noi serv-iremmo
voi serv-ireste
essi serv-irebbero
io avrei servito
tu avresti servito
egli avrebbe servito
noi avremmo servito
voi avreste servito
essi avrebbero servito
IMPERATIVO
Presente

serv-i tu


serv-ite voi

Modi indefiniti[modifica]

INFINITO
Presente Passato
serv-ire avere servito
PARTICIPIO
Presente Passato
serv-ente servito
GERUNDIO
Presente Passato
serv-endo avendo servito


Coniugazione del verbo amare alla diatesi passiva.

Modi finiti[modifica]

INDICATIVO
Presente Passato prossimo
io sono amato
tu sei amato
egli è amato
noi siamo amati
voi siete amati
essi sono amati
io sono stato amato
tu sei stato amato
egli è stato amato
noi siamo stati amati
voi siete stati amati
essi sono stati amati
Imperfetto Trapassato prossimo
io ero amato
tu eri amato
egli era amato
noi eravamo amati
voi eravate amati
essi erano amati
io ero stato amato
tu eri stato amato
egli era stato amato
noi eravamo stati amati
voi eravate stati amati
essi erano stati amati
Passato remoto Trapassato remoto
io fui amato
tu fosti amato
egli fu amato
noi fummo amati
voi foste amati
essi furono amati
io fui stato amato
tu fosti stato amato
egli fu stato amato
noi fummo stati amati
voi foste stati amati
essi furono stati amati
Futuro Futuro anteriore
io sarò amato
tu sarai amato
egli sarà amato
noi saremo amati
voi sarete amati
essi saranno amati
io sarò stato amato
tu sarai stato amato
egli sarà stato amato
noi saremo stati amati
voi sarete stati amati
essi saranno stati amati
CONGIUNTIVO
Presente Passato
che io sia amato
che tu sia amato
che egli sia amato
che noi siamo amati
che voi siate amati
che essi siano amati
che io sia stato amato
che tu sia stato amato
che egli sia stato amato
che noi siamo stati amati
che voi siate stati amati
che essi siano stati amati
Imperfetto Trapassato
che io fossi amato
che tu fossi amato
che egli fosse amato
che noi fossimo amati
che voi foste amati
che essi fossero amati
che io fossi stato amato
che tu fossi stato amato
che egli fosse stato amato
che noi fossimo stati amati
che voi foste stati amati
che essi fossero stati amati
CONDIZIONALE
Presente Passato
io sarei amato
tu saresti amato
egli sarebbe amato
noi saremmo amati
voi sareste amati
essi sarebbero amati
io sarei stato amato
tu saresti stato amato
egli sarebbe stato amato
noi saremmo stati amati
voi sareste stati amati
essi sarebbero stati amati
IMPERATIVO
Presente

sii amato tu


siate amati voi

Modi indefiniti[modifica]

INFINITO
Presente Passato
essere amato essere stato amato
PARTICIPIO
Presente Passato
essente amato stato amato
GERUNDIO
Presente Passato
essendo amato essendo stato amato


Coniugazione del verbo lavarsi, esempio mi di verbo riflessivo.

Modi finiti[modifica]

INDICATIVO
Presente Passato prossimo
io mi lavo
tu ti lavi
egli si lava
noi ci laviamo
voi vi lavate
essi si lavano
io mi sono lavato
tu ti sei lavato
egli si è lavato
noi ci siamo lavati
voi vi siete lavati
essi si sono lavati
Imperfetto Trapassato prossimo
io mi lavavo
tu ti lavavi
egli si lavava
noi ci lavavamo
voi vi lavavate
essi si lavavano
io mi ero lavato
tu ti eri lavato
egli si era lavato
noi ci eravamo lavati
voi vi eravate lavati
essi si erano lavati
Passato remoto Trapassato remoto
io mi lavai
tu ti lavasti
egli si lavò
noi ci lavammo
voi vi lavaste
essi si lavarono
io mi fui lavato
tu ti fosti lavato
egli si fu lavato
noi ci fummo lavati
voi vi foste lavati
essi si furono lavati
Futuro Futuro anteriore
io mi laverò
tu ti laverai
egli si laverà
noi ci laveremo
voi vi laverete
essi si laveranno
io mi sarò lavato
tu ti sarai lavato
egli si sarà lavato
noi ci saremo lavati
voi vi sarete lavati
essi si saranno lavati
CONGIUNTIVO
Presente Passato
che io mi lavi
che tu ti lavi
che egli si lavi
che noi ci laviamo
che voi vi laviate
che essi si lavino
che io mi sia lavato
che tu ti sia lavato
che egli si sia lavato
che noi ci siamo lavati
che voi vi siate lavati
che essi si siano lavati
Imperfetto Trapassato
che io mi lavassi
che tu ti lavassi
che egli si lavasse
che noi ci lavassimo
che voi vi lavaste
che essi si lavassero
che io mi fossi lavato
che tu ti fossi lavato
che egli si fosse lavato
che noi ci fossimo lavati
che voi vi foste lavati
che essi si fossero lavati
CONDIZIONALE
Presente Passato
io mi laverei
tu ti laveresti
egli si laverebbe
noi ci laveremmo
voi vi lavereste
essi si laverebbero
io mi sarei lavato
tu ti saresti lavato
egli si sarebbe lavato
noi ci saremmo lavati
voi vi sareste lavati
essi si sarebbero lavati
IMPERATIVO
Presente

lavati tu


lavatevi voi

Modi indefiniti[modifica]

INFINITO
Presente Passato
lavarsi essersi lavato
PARTICIPIO
Presente Passato
lavantesi lavatosi
GERUNDIO
Presente Passato
lavandosi essendosi lavato