Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Medio Oriente: differenze tra le versioni

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Come si è detto, interessi vari hanno congiurato a trasformare in campo di battaglia il Medio Oriente. Le spese per le forze armate locali sono ingentissime, e non sempre lo stato se le potrebbe permettere. Vi sono casi come l'Egitto -che qui non è incluso, essendo geograficamente parte dell'Africa- che ha molti più uomini che mezzi, e l'Arabia Saudita, potente ma con una situazione inversa. Israele è l'unica potenza nucleare della regione, mentre l'Iran è alla ricerca di un deterrente strategico per compiti sia difensivi che offensivi; l'atteggiamento della Comunità internazionale è decisamente eclettico: condanna dei programmi iraniani, ma silenzio su quelli israeliani, apprensione per l'acquisto siriano e iraniano di nuovi missili antiaerei russi, ma indifferenza per i programmi per armi balistiche egiziani, israeliani, e sauditi. Il tutto, con un'opinione pubblica araba e musulmana in generale (l'Iran è musulmano, ma non è arabo) sempre più insofferente, specie in momenti critici come la guerra del 2003, quando la Giordania traballava pericolosamente di fronte alle proteste popolari. Nell'insieme un concentrato di splendori e miserie, il Medio Oriente. Qui ci interessa particolarmente perché è ricco di forze armate ben equipaggiate, e con numerosi conflitti consegnati, nel bene e nel male, alla Storia (e altri purtroppo ancora in corso). La disamina sarà quindi particolarmente significativa, paragonabile a quella dell'Europa occidentale, anche se gran parte dei sistemi d'arma impiegati non è autoctona, e spesso, nemmeno significativamente diversa rispetto ai loro cugini in servizio in altre parti del mondo. Infatti, a parte Israele, Egitto e Iran, in genere le capacità tecniche sono ben poca cosa, e spesso non si riesce nemmeno a mantenere armi e attrezzature comprate all'estero. Tuttavia, i pochi programmi autarchici sono molto interessanti, un compendio di tecnologie orientali e occidentali variamente incrociate e assortite, spesso 'migliorate', almeno per quanto possibile.
 
Un capitolo a parte è il mercato degli armamenti, spesso fondamentale per mantenere 'a galla' le industrie europee e russe. Si pensi all'IDEX, tenuto negli Emirati Arabi, una delle fiere degli armamenti più importanti a livello mondiale. Tra l'altro Dubai, realtà ricchissima per la politica finanziaria ed edilizia (ma l'80% degli abitanti è manovalanza senza diritti immigrata negli scorsi anni) è un importante cliente dell'industria italiana; Abu Dhabi, che per la sua ricchezza si basa su di una risorsa più solida (galleggia letteralmente sul petrolio), è invece più vicino alla Francia. Entrambi sono anche buoni clienti degli americani. Altre nazioni, come l'Arabia e l'Oman, sono ancora debitori del retaggio della passata influenza britannica, anche se si tratta di un fenomano in via di attenuazione, mentre l'Iran, come l'Arabia, è stato cliente di equipaggiamenti stranieri scelti tra i più costosi, e senza badare a spese.
 
Sono sopratutto le guerre arabo-israeliane che rappresentano la maggior parte della letteratura; ingiustamente sottovalutata è invece il conflitto del 1980-88, attualmente noto coem Guerra Irak-Iran, ma spesso, all'epoca dei fatti, noto giustamente come Guerra del Golfo. Poi i mass-media si sono appropriati del concetto e lo hanno prontamente impiegato in occasione del coinvolgimento dei Paesi occidentali, così che la Prima guerra del Golfo è quella del 1991, e la seconda quella del 2003. Nel Golfo, non meno che ai confini israeliani, sono state impiegate molte armi di nuova concezione, e tattiche d'impiego innovative: dai missili antiradar russi, al misconosciuto impiego dei caccia Tomcat e i relativi missili Phoenix, agli F-117, missili Scud e Tomahawk. L'elenco di tutti gli argomenti d'interesse è troppo lungo per essere trattato qui, se ne riparla nelle relative pagine. Attualmente, la principale attenzione è posta dalla guerra urbana e guerriglia varia, un conflitto endemico che l'incapacità politica sta trasformando in una continua strage su base etnica-religiosa. Sperando che, infine, non vi siano altri conflitti su larga scala, come il più volte minacciato intervento contro l'Iran.
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