Abulafia e i segreti della Torah/Parabola della Perla 4: differenze tra le versioni

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Come vedremo nell'[[Abulafia e i segreti della Torah/Appendice A|Appendice A]], Abulafia concepisce l'emergere delle lingue come correlato alle permutazioni di lettere, che descrive come i movimenti di due ruote concentriche che consentono di estrarre tutte le possibili combinazioni di due lettere dalle ventidue consonanti ebraiche. Quindi, la lingua è percepita come emergente in modo naturale, semanticamente parlando. I suoi turni sono diversificati per due cause principali: l'emergere degli [[w:allofono|allofoni]] (che differiscono leggermente dalle ventidue consonanti naturali) e dei suoni ideali (che i linguisti chiamerebbero [[w:fonologia|fonemici]], dati i diversi fattori climatologici),<ref>Cfr. Idel, ''Language, Torah, and Hermeneutics'', 3–4.</ref> e in secondo luogo, a causa della diverse combinazioni di lettere che producono le lingue convenzionali<ref>Idel, 8–11. Riproduco qui l'astuta nota di Warren Zev Harvey: "In his ''Hebrew: The Eternal Language'' (1957), ‘Hebrew—the Mother of Languages’, 18–19, William Chomsky recalls romantically the old view, held by Jews and Christians until the eighteenth century, that ‘all the languages of mankind [...] derived from Hebrew,’ etc. Cf. Noam Chomsky, ‘Morphophonemics of Modern Hebrew’ (1951). I think that the most likely explanation for the mystical and unempirical nature of Chomsky’s theory of ‘universal language’ is that it is a modern version of the ancient view about Hebrew." William è il padre di Noam Chomsky.</ref> e che generano diversità, incomprensioni e dispersioni tra le nazioni. In un certo senso, il passaggio tra il linguaggio naturale – inteso da Abulafia come un discorso semplice sonoro – o ''[[w:Protolingua|Ursprache]]'', che è tuttavia ancora presente e i linguaggi convenzionali che trasmettono informazioni contaminate dall'immaginazione, è prefigurativo della teoria linguistica del potenziale innato di apprendimento della lingua e la possibilità di parlare molte lingue, teoria proposta da [[w:Noam Chomsky|Noam Chomsky]].
 
Le note di apertura su ''una'' Torah e le norme legali possono essere intese sia come identiche alla religione universale, sia come diverse da essa; ogni lettura costituisce una comprensione completamente diversa del testo. La prima può essere descritta come una visione più universalistica de "la Torah" e la seconda come "una Torah" più particolaristica. Ritengo che la seconda interpretazione sia quella più plausibile, se ammettiamo la formulazione piuttosto bizzarra di "una Torah". Preciso che la necessità di prendere in considerazione l'assenza della forma definitiva non è un'interpretazione esagerata, ma segue la chiara affermazione di Abulafia in cui assume che vi siano singole lettere che alludono da un lato ad un senso esoterico,<ref>Idel, ''Language, Torah, and Hermeneutics'', 114–17.</ref> e la distinzione tra l'universale e il particolare Torah di cui sopra, dall'altro. L'accuratezza della legge costituisce la vicinanza o la distanza dalla fonte divina che ha promulgato la religione universale/Torah, e cercherò di rafforzare questa interpretazione più avanti in questo mio studio.
 
I tre gradi o valori menzionati nel paragrafo '''[a]''' sono la [[Torah]], la [[w:lingua ebraica|lingua ebraica]] e la [[w:alfabeto ebraico|scrittura ebraica]] (cioè le forme visive delle lettere ebraiche). Inutile dire che queste virtù sono in relazione tra loro, come è stato esplicitamente menzionato in precedenza in questa Sezione, poiché trattano di una forma di articolazione linguistica. Sono spesso descritti in opposizione alle lingue e alle religioni dei [[Ebrei e Gentili|gentili]] e come opposizione tra intelletto e immaginazione.<ref>Cfr. Idel, 19; la citazione da ''Ševaʿ Netivot ha-Torah'', 14, discussa ''supra''; e Wolfson, ''Abraham Abulafia'', 58–59. Sulle tre virtù, cfr. ''Oṣar ʿEden Ganuz'', 1:3, 183, 188.</ref> Sembra, tuttavia, che solo la scrittura o la fonetica siano esplicitamente descritte nell'ultima frase come continuamente in possesso della nazione, mentre tutti e tre possono effettivamente essere persi, come si può dedurre dalla frase conclusiva del paragrafo '''[a2]'''. Non vedo alcun modo per risolvere questa contraddizione se non attraverso il presupposto che ci sia un insegnamento esoterico che presuppone che anche la lingua ebraica originale sia stata dimenticata, come menziona espressamente Abulafia altrove nello stesso libro.<ref>Cfr. Idel, ''Language, Torah, and Hermeneutics'', 13 e 23–24; si veda anche Hames, ''Like Angels on Jacob’s Ladder'', 135, nota 25. In ''Or ha-Śekhel'', invece, Abulafia afferma che il linguaggio universale è conosciuto ancor oggi, ma è incomprensibile ai suoi attuali parlanti. Cfr. Idel, ''Language, Torah, and Hermeneutics'', 20. A mio parere, Abulafia propose punti di vista contraddittori come parte del suo esoterismo politico, che è un importante problema metodologico per comprendere i suoi segreti nascosti che non ha attirato sufficiente attenzione nellaricerca su questo argomento.</ref>
 
In ogni caso, in una dichiarazione piuttosto chiara, Abulafia elenca la scrittura ebraica come una delle altre settanta scritture, in questo caso senza distinguerle.<ref>''Sefer ha-Melammed'', 24:
{{Lingua ebraica|שארז"ל בשעים כתבים ישהלבק" העובלמו [...] וכתב עברי תיא האח תהמכתיבות}}
Su Maimonide in merito alla lingua ebraica quale lingua regolare, cfr. Kellner, ''Maimonides’s Confrontation with Mysticism'', 155–78, e Stern, "Maimonides on Language and the Science of Language."</ref> In generale, il presupposto di base della consonanza tra la società superiore formata da una data religione e la lingua da essa parlata è logicamente difficile dal punto di vista storico: se qualcuno cercasse di utilizzare questo nesso per dimostrare la superiorità dell'ebraico, si imbatterebbe nelle difficili condizioni dell'esilio, come Abulafia riconosce apertamente. Inoltre, il modo in cui è formulato nel contesto della parabola al paragrafo '''[2]''', "che è noto" e concordato che gli ebrei antecedono le altre nazioni, è tramite il verbo ''hitparsem'', che è legato al sostantivo ''mefursamot'' (le cose che sono conosciute e ampiamente accettate) e che è una forma inferiore di cognizione sia nella nomenclatura maimonidea sia, in alcuni casi, negli scritti di Abulafia, dove è esplicitamente collegata all'immaginazione.<ref>Cfr. ''Ḥayyei ha-Nefeš'', 9.</ref>
 
Il cabalista ricorre anche a un detto esistente la cui storia nel pensiero ebraico medievale è un ''desideratum''. Il suo approccio considera le ''intelligibilia'' come superiori alle ''sensibilia'', e quest'ultime come superiori alle cose accettate solo a forza di un ampio consenso. In generale, si può presumere che i tre doni rappresentino una modificazione inferiore della modalità intellettuale che costituisce una particolare religione storica, mentre il livello intellettuale è inteso come strato nascosto.
 
Sottolineo che la necessità di assumere un registro esoterico non è una mia imposizione soggettiva: è esplicitamente affermato dallo stesso Abulafia nel paragrafo '''[a2]'''. In un modo che ricorda il figlio della parabola che non riceverà istruzioni, leggiamo nel suo commento sui segreti della ''[[Guida dei perplessi]]'' di Maimonide sugli ebrei "che si allontanano da una precedente tradizione che possedevano, menzionata nella seguente citazione: ‘E tutto questo [il racconto del carro] lo conoscerete dalle lettere.<ref>Cfr. ''Sitrei Torah'', 146:
{{Lingua ebraica|והאותיות האלה הטביעו ת והאלוהיות המציו רו ת בכ לעו הלם}}</ref> Nessun'altra nazione ha una tradizione come questa, e anche la nostra nazione è distante da essa, essendosi rapidamente allontanata dal sentiero. Questo è il motivo per cui il nostro esilio si è prolungato."<ref>''Sitrei Torah'', Ms. Paris, BN 774, fol. 162a, 158:
{{Lingua ebraica|וז הולכ ו תמו ךאו התיות תיבנ ה,ו כי אי ן לאו מה קבלהכזו, ואפילו אומתינו רחקה ממנה וסרו מה ר ן מ דהר ך על כן ראךגלו י תונ}} Cfr. anche Idel, ''Language, Torah, and Hermeneutics'', 25, 101–9, 184, nota 205, e Wolfson, ''Abraham Abulafia'', 61. Questa affermazione sulla continuazione dell'esilio a causa dell'oblio di una tradizione esoterica contraddice il suo punto di vista, come anche la sua fonte, la ''Guida'' di Maimonide.</ref> Qui, lo stato di esilio è esplicitamente correlato all'annullamento o alla deviazione da una tradizione legata alle lettere – cioè quella scritta – che ribadisce il nesso tra società e lingua citata prima.
 
Questo allontanamento da un tipo di tradizione che è concepito come essenziale e tuttavia sconosciuto nel presente, ricorda l'allontanamento nel brano da ''Or ha-Śekhel'' tradotto sopra; in entrambi i casi, viene utilizzato lo stesso identico verbo ebraico: ''nitraḥaqah'' ("allontanata"). Ciò può essere interpretato non solo sul secondo livello o livello nazionale, ma anche sul livello personale o terzo livello, il che significa, tornando alla corretta comprensione della funzione del linguaggio, che una persona può ancora oggi sfuggire all'esilio, anche se sarà su base individuale. Nel suo ''Sitrei Torah'', Abulafia esprime la stessa idea che nel presente (cioè durante i secoli di esilio), la nazione ebraica è ignara di un tipo specifico di sapienza che è la chiave della possibilità di profezia e che lui considerava il settimo e più alto livello di interpretazione favorevole alla profezia.<ref>Cur. Gross, 34–35. Vorrei sottolineare che secondo Abulafia, i metodi inferiori di interpretazione, e i loro corrispondenti gruppi umani, non vengono superati quando qualcuno avanza a uno superiore, poiché la moltitudine, i Midrashisti e i filosofi, non scompaiono quando qualcuno raggiunge il livello più alto e profetico.</ref>
 
Il contesto della parabola ha un parallelo molto significativo, e finora inosservato, che si verifica in una lunga discussione trovata nel libro successivo di Abulafia, ''Oṣar Eden Ganuz'', dove la parabola non è affatto menzionata.<ref>''Oṣar ʿEden Ganuz'', 1:10, 185–93.</ref> La differenza fondamentale tra i due contesti può essere vista nelle formulazioni più particolariste trovate nel libro successivo rispetto a quella più universalistica trovata in ''Or ha-Śekhel''. Va detto che in quest'ultimo libro, Abulafia non fa riferimento a nessun nome biblico nella narrazione storica, sebbene si possano discernere accenni a Mosè ed Elia. Né si riferisce esplicitamente al cristianesimo o all'islam in questa versione.<ref>Si veda tuttavia Wolfson, "Textual Flesh, Incarnation, and the Imaginal Body", 204. Va detto che nella discussione parallela in ''Oṣar ʿEden Ganuz'', 1:9, 183, sono esplicitamente menzionati i nomi dei tre fondatori delle tre religioni monoteistiche.</ref> Scelse inoltre di non menzionare alcun evento storico specifico, sebbene il peccato del Vitello d'oro sia forse almeno accennato, come è stato giustamente sottolineato da Harvey Hames.<ref>Hames, ''Like the Angels on Jacob’s Ladder'', 69.</ref> Questa riluttanza può essere parte di un tentativo di de-enfatizzare la versione popolare della narrativa escatologica, che gravita intorno a personalità ed eventi esterni; in breve, il cabalista ha tentato di ridurre le specificità della seconda narrazione.
 
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== Note ==
{{Vedi anche|Il Nome di Dio nell'Ebraismo|Rivelazione e Cabala|Serie maimonidea}}
<div style="height: 240px; overflow: auto; padding: 3px; border:1px solid #AAAAAA; reflist4" > <references/> </div>
 
{{Avanzamento|50100%|89 settembre 2021}}
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