Storia del femminismo italiano/4. La questione femminile nel periodo post-unitario
4. La questione femminile nel periodo post-unitario
[modifica | modifica sorgente]Nel periodo post-unitario le donne continuarono a vivere in una posizione subalterna. Nonostante le speranze di emancipazione da loro maturate durante il Risorgimento, la realtà del nuovo stato non portò a significativi cambiamenti. La partecipazione femminile alla politica rimase limitata. La legge elettorale del nuovo Regno escluse le donne dal suffragio, confinandole nella sfera privata e domestica, sebbene si registrasse una crescita della presenza femminile in ambito lavorativo, culturale ed educativo.[1][2]
4.1. Condizione giuridica
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Con l'entrata in vigore del Codice civile del 1865, noto come Codice Pisanelli, si consolidò una visione patriarcale della società. Ispirato al modello napoleonico, il codice subordinava legalmente le donne agli uomini, assimilando le mogli ai minori in termini di capacità giuridica.[3]
Nonostante alcune disposizioni prevedessero la parità tra i sessi, come l'uguaglianza nell'eredità tra figli e figlie e la possibilità per le donne adulte non sposate di possedere beni, stipulare contratti, fare testamento, il nuovo Codice imponeva restrizioni significative. Le donne sposate necessitavano dell'autorizzazione maritale per compiere atti giuridici rilevanti, come la gestione dei propri beni, la stipula di contratti o la partecipazione a procedimenti legali. Inoltre, erano escluse dall'accesso a cariche pubbliche, dall'esercizio della professione forense, dal diritto di voto e dall'eleggibilità, equiparate in questo alle categorie degli analfabeti, dei vagabondi e dei detenuti.[4] Tale condizione non prevedeva eccezioni legate al possesso di particolari requisiti, anche economici, ma dipendeva solo dal sesso di appartenenza, avvalorando l'idea di un’inferiorità femminile legata alla condizione biologica e alla natura.
Il codice prevedeva anche l'obbligo per le mogli di adottare il cognome e la cittadinanza del marito e di seguirlo nella residenza da lui scelta. In caso di disaccordo tra coniugi sulle decisioni riguardanti i figli, prevaleva l'autorità paterna.[5] Le madri potevano intervenire solo in situazioni eccezionali, come l'abbandono, l'emigrazione o l'imprigionamento del padre.
In alcune regioni precedentemente sotto dominazione austriaca, come il Lombardo-Veneto, le donne avevano goduto di maggiori diritti patrimoniali prima dell'unificazione. L'introduzione del Codice Pisanelli rappresentò quindi un regresso nella condizione giuridica femminile in questi territori.[6]
Nonostante alcune iniziative legislative, come la rivoluzionaria proposta di legge avanzata dal deputato Salvatore Morelli nel 1867 volta a parificare i diritti civili e politici tra uomini e donne, abolendo la "schiavitù domestica", la società dell'epoca mostrò scarso interesse per la parità di genere.[7] Accolta con favore solo nei circuiti legati alla democrazia risorgimentale e al libero pensiero, tale richiesta trovò nel settimanale La Donna uno spazio di dialogo con settori di donne più moderate.
4.2. Istruzione
[modifica | modifica sorgente]4.2.1. La legge Casati (1859)
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La Legge Casati, emanata dal Regno di Sardegna e poi estesa al Regno d'Italia, definì la struttura dell'istruzione su tre livelli: primaria (inferiore e superiore, ciascuna della durata di due anni, e la cui gestione era affidata ai comuni), secondaria (ginnasio, di cinque anni, e liceo, di tre anni) e secondaria tecnica (tre anni), superiore (università).
Al fine di combattere l'analfabetismo diffuso nel paese, per la prima volta la Legge Casati istituì l'obbligo e la gratuità della frequenza per i bambini dai sei agli otto anni, senza tuttavia definire le sanzioni per i trasgressori. Le scuole elementari vennero separate per sesso e i curricola differenziati: nei corsi superiori delle scuole elementari maschili venivano insegnati i primi elementi di geometria e il disegno lineare; nelle scuole femminili i "lavori donneschi" (cucito, maglia, ecc.).[8]
Furono create le "Scuole Normali" per la formazione dei maestri e delle maestre, con corsi triennali e preparazione differenziata. L'accesso era previsto a 16 anni per i maschi e a 15 per le femmine, creando un vuoto di istruzione di diversi anni dopo la fine della frequenza elementare.[9]
Non venne previsto un sistema organico di istruzione secondaria femminile equiparabile al ginnasio e al liceo maschile o alle scuole tecniche maschili.
Sebbene la Legge Casati non lo vietasse, l'accesso all'istruzione secondaria e superiore per le donne rimase per molto tempo una questione aperta, gestita con discrezionalità: a Roma e a Vicenza venne rifiutata l’iscrizione di due ragazze, mentre altre iscrizioni vennero accettate a Bologna, Torino, Cuneo e Napoli.[10] Per molti anni restò legata a iniziative private, ad istituti religiosi, orfanotrofi e opere di carità, con programmi spesso focalizzati sull'educazione domestica e sulle "arti di ornamento" (musica, ricamo, lingue), o affidata all'attivismo di Società di Mutuo Soccorso, di singole attiviste o filantrope.[11]
4.2.2. Analfabetismo e promozione delle scuole femminili
[modifica | modifica sorgente]All'epoca dell'Unità d'Italia, l'analfabetismo femminile era diffuso, con tassi particolarmente elevati nel Mezzogiorno e nelle isole. Nel 1861, solo circa il 16% delle donne italiane sapeva leggere e scrivere, con percentuali ancora più basse in regioni come la Sardegna, dove l'analfabetismo femminile superava il 95%.[12]
Nei decenni successivi si registrarono progressi nell'istruzione femminile, soprattutto nelle aree urbane del Nord. Le mazziniane promossero l'educazione delle donne attraverso la fondazione di scuole e l'introduzione dei giardini froebeliani, basati su un approccio educativo non confessionale e partecipativo. Ernesta Galletti Stoppa, che operò a Lugo di Romagna, favorì la nascita di un fondo per l’istruzione delle analfabete, di una Cassa di maternità per sussidio al parto e nel 1878 di un istituto privato di educazione d'impostazione froebeliana.[13]

Claudia Antona Traversi, collaboratrice di riviste come Cornelia, fece costruire un asilo froebeliano presso la sua villa vicino Pavia; la poetessa e giornalista Olimpia Saccati, fondò un asilo infantile; Ernesta Napollon aprì delle scuole serali e domenicali dedicate alla preparazione professionale femminile. Anche Annamaria Mozzoni, sin dal 1866, progettò la creazione di un istituto femminile internazionale.[14]
Nel 1871 il tasso di analfabetismo femminile scese al 78,94%, rispetto all'84% del 1861. La Legge Coppino del 1877 elevò l'obbligo scolastico da due a tre anni, ma le ragazze continuarono a incontrare ostacoli nell'accesso all'istruzione, soprattutto nelle aree rurali e meridionali. Le famiglie di ceto medio spesso esitavano a mandare le figlie a scuola, temendo il contatto con bambine di estrazione sociale inferiore.[4]
In questo periodo si svilupparono scuole professionali femminili, come la Scuola civica genovese, che formarono le allieve in mestieri tradizionali e moderni. [15] Soprattutto nella Laguna veneta nacquero diverse "scuole di merletto", dove la produzione e il numero di lavoratrici crebbero rapidamente. Un'iniziativa significativa fu il sostegno all'apertura a Roma nel 1876 di una grande Scuola professionale femminile laica, con un'ampia offerta formativa concentrata su cucito, ricamo, merletti, le "industrie femminili" più diffuse.[16]
Tuttavia, molte di queste iniziative non riuscirono a espandersi su larga scala, a causa della fragilità del mercato del lavoro e della crisi economica sopraggiunta negli anni settanta.[17]
4.3. Lavoro femminile
[modifica | modifica sorgente]L'impoverimento familiare spinse molte donne, in particolare quelle nubili o con famiglie impossibilitate a mantenerle, a cercare occupazione soprattutto nei campi, nel servizio domestico, nella sartoria e nell'industria tessile, specie nella lavorazione della seta. Le donne erano largamente impiegate anche nelle manifatture statali dei tabacchi, nella produzione di carta, candele e lana. Nel 1880 in queste industrie rappresentavano il 64,5% della forza lavoro.[18]

Consistente era anche l'impiego delle donne nell'agricoltura, il settore nel quale nel corso di quarant'anni, dal 1861 al 1901, si concentrò - quasi in misura invariata - la percentuale maggiore di occupati: nel 1861 il 59,6% rispetto al 29,6 dell'industria, nel 1901 il 59,4% contro il 24,1%.[19]
Il censimento della popolazione del 1871 rilevò che il 35,5% di popolazione agricola era di sesso femminile.[20] Nel mondo rurale, lo status delle donne all'interno della famiglia, di stampo fortemente patriarcale, era improntato a una condizione di debolezza e di sottomissione, rafforzata dall'uso imposto, con il matrimonio, di abbandonare la propria famiglia per quella del marito.[21]
Nel secondo Ottocento, tuttavia, la crisi agraria e l’aumento demografico sconvolsero l’equilibrio delle famiglie contadine, spingendo soprattutto le donne a migrare stagionalmente nelle aree risicole del Nord Italia. Oltre ad affrontare condizioni molto dure nei campi, le mondine erano esposte anche a fatiche fisiche e a rischi di natura sessuale.[22]
Il lavoro a domicilio divenne una forma di occupazione diffusa, sebbene precaria e mal retribuita. Le merlettaie, ad esempio, aumentarono di numero, specialmente nella Laguna veneta, rimanendo tuttavia per lo più analfabete e prive di tutele. L'intervento statale nel settore dell'istruzione professionale femminile fu limitato e privo di un piano organico.
Nonostante le difficoltà, alcune donne riuscirono a emergere nel panorama lavorativo e culturale. Ida Baccini, ad esempio, dopo una breve esperienza matrimoniale, si dedicò all'insegnamento e divenne direttrice del popolare giornale femminile Cordelia, contribuendo alla diffusione della cultura tra le giovani, anche se all'interno di un orizzonte di pensiero molto tradizionale.[23]
4.3.1. Maestre
[modifica | modifica sorgente]Nonostante le difficoltà, l'istruzione di massa offrì nuove opportunità professionali alle donne, in particolare nel campo dell'insegnamento primario, particolarmente vicino alle aspettative del ceto medio: se nel 1861 vi erano tra gli allievi iscritti alla Scuola Normale 2847 maschi e 2795 femmine, nel 1898 il numero di maschi registrati era 1323, quello delle femmine ammontava a circa 20.000.[24]

La figura femminile della maestra, svincolata da ambienti esclusivamente domestici, contribuì ad operare un cambiamento sul piano dell'immaginario collettivo e favorì la formazione di una rete di donne legate fra loro da compiti e interessi connessi con il lavoro intellettuale.
Per molte donne l’insegnamento rappresentò un’importante opportunità di riscatto personale e sociale. Nelle aree più marginali le condizioni erano particolarmente dure: isolamento geografico, miseria diffusa e diffidenza da parte delle comunità locali segnavano il quotidiano delle maestre. Spesso giovanissime, alcune addirittura prive di titoli adeguati, erano assunte come sotto-maestre con salari molto bassi[25].
Una condanna per la mancanza di tutele per le donne e la denuncia della solitudine patita delle maestre in contesti ostili si può rinvenire nella lettera-testamento della giovane maestra toscana Italia Donati che nel 1886, dopo essere stata falsamente accusata di avere avuto una relazione con un prete e di essere rimasta incinta, abbandonata alla mercé del pregiudizio locale, venne emarginata e perseguitata al punto da togliersi la vita.
L’ostilità delle amministrazioni locali e la mancanza di tutele rendevano il ruolo delle insegnanti ancora più difficile, ma nonostante le avversità, molte di loro cercarono di portare avanti il proprio compito con dedizione e senso di missione.
Le nuove opportunità di lavoro consentirono ad alcune donne di ottenere ruoli di rappresentanza in ambito nazionale e internazionale, in precedenza di pertinenza maschile, contribuendo alla visibilità femminile nella sfera pubblica: Erminia Fuà Fusinato, rappresentò il comune di Roma al cinquecentesimo anniversario della nascita di Petrarca e Aurelia Folliero de Luna venne inviata all'Esposizione universale di Parigi per raccogliere informazioni sull’istruzione agraria.[4]
Note
[modifica | modifica sorgente]- ↑ Gazzetta 2018, p. 43
- ↑ Filippini 2006, pp. 83-84
- ↑ Gazzetta 2018, pp. 19-20
- ↑ 4,0 4,1 4,2 Simonetta Soldani, L'Italia al femminile. L'Unificazione, su treccani.it, 2011. URL consultato il 5 giugno 2025.
- ↑ Codice civile del Regno d'Italia. Registrato Corte dei Conti il 30 giugno 1865, su bibliolab.it. URL consultato il 18 maggio 2025.
- ↑ Gazzetta 2018, pp. 51-52
- ↑ Gazzetta 2018, p. 75
- ↑ Manacorda, pp. 19-20
- ↑ Manacorda, pp. 19-20
- ↑ Graziella Gaballo, Donne a scuola. L’istituzione femminile nell’italia post-unitaria, in Quaderno di storia contemporanea, n. 60, 2016, pp. 124-125.
- ↑ Manacorda, pp. 25-26
- ↑ Gazzetta 2018, pp. 56-57
- ↑ Gazzetta 2021, p. 57-58
- ↑ Gazzetta 2021, p. 59
- ↑ Simonetta Soldani, Il libro e la matassa. Scuole per "lavori donneschi" nell'Italia da costruire, in L’educazione delle donne. Scuole e modelli di vita femminile nell’Italia dell’Ottocento, Milano, Franco Angeli, 1989, pp. 87-130
- ↑ Soldani 1989, pp. 101-104
- ↑ Soldani 1989, pp. 87-130
- ↑ Pescarolo 2019, pp. 67-68
- ↑ Daniele Marchesini, L'analfabetismo femminile nell'Italia dell'Ottocento, a cura di Simonetta Soldani, Milano, Franco Angeli, 1989, p. 47.
- ↑ Pescarolo 2019, p. 43
- ↑ Pescarolo 2019, p. 45
- ↑ Pescarolo 2019, p. 47
- ↑ Gazzetta 2018, p. 94
- ↑ Antonio Santoni Rugiu (a cura di), Storia della scuola e storia d'Italia. Dall'Unità ad oggi, Bari, De Donato, 1982, p. 15.
- ↑ Pamela Giorgi, Raffaella Calgaro, Scuole di confine: vita da maestra nelle periferie del nascente stato italiano, in Formazione & Insegnamento, vol. 18, n. 1, 2020, pp. 35-36.
Bibliografia
[modifica | modifica sorgente]- Nadia Maria Filippini, Donne sulla scena pubblica: società e politica in Veneto tra Sette e Ottocento, Milano, Franco Angeli, 2006, OCLC 1159091459.
- Liviana Gazzetta, Orizzonti Nuovi. Storia Del Primo Femminismo in Italia (1865-1925), Roma, Viella, 2018, OCLC 1322967821.
- Liviana Gazzetta, Relazioni e rispecchiamenti. Un decennio di femminismo italiano in prospettiva internazionale (1868-1877), in Laura Fournier-Finocchiaro, Liviana Gazzetta, Barbara Meazzi (a cura di), Voix et parcours du féminisme dans les revues de femmes (1870-1970), Laboratoire italien. Politique et société, 2021, OCLC 9164987389.
- Mario Alighiero Manacorda, Istruzione ed emancipazione della donna nel Risorgimento. Riletture e considerazioni, in Simonetta Soldani (a cura di), L'educazione delle donne, Milano, Franco Angeli, 1989, pp. 1-33.
- Alessandra Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Viella, 2019, OCLC 1105615269.
- Simonetta Soldani, Il libro e la matassa. Scuole per "lavori donneschi" nell'Italia da costruire, in L’educazione delle donne. Scuole e modelli di vita femminile nell’Italia dell’Ottocento, Milano, Franco Angeli, 1989, pp. 87-130, OCLC 25054443.
