Storia del femminismo italiano/8. La Resistenza e il Dopoguerra
8. La Resistenza e il Dopoguerra
[modifica | modifica sorgente]8.1. Resistenza e partecipazione femminile
[modifica | modifica sorgente]La partecipazione femminile alla Resistenza fu un fenomeno complesso e multiforme, a lungo marginalizzato nella storiografia tradizionale e solo a partire dalla metà degli anni settanta del Novecento oggetto di una più sistematica ricostruzione e riconoscimento storiografico [1].
Forme e motivazioni della partecipazione femminile

Le donne parteciparono attivamente alla Resistenza in diverse forme.
Le staffette rappresentarono un elemento cruciale per il sistema di comunicazione e il trasporto di informazioni, persone e materiali, sfruttando la loro minore sospettabilità e agilità di movimento.
Numerose donne fornirono rifugio sicuro, assistenza medica essenziale, viveri e indumenti ai combattenti partigiani, spesso assumendosi rischi personali significativi.
Sebbene meno numerosa, una parte significativa prese parte ai combattimenti nelle formazioni partigiane, superando in alcuni casi le resistenze interne al movimento per la loro piena integrazione.
Molte delle interviste e della memorialistica raccolta sulle esperienze delle partigiane hanno evidenziato come la loro motivazione derivasse da una scelta interiore e non da obblighi esterni e che il contributo dato le condusse ad una crescente consapevolezza del proprio ruolo come cittadine.[2]
Per molte la scelta di aderire alla lotta antifascista fu spesso vissuta come una rottura con i ruoli tradizionali imposti dal regime e dalla cultura patriarcale; l'esperienza condivisa nella lotta, il confronto con altre donne e la solidarietà sviluppatasi all'interno dei gruppi di resistenza favorirono la crescita personale, la messa in discussione degli schemi culturali preesistenti, portando a una nuova coscienza politica e a un forte senso di "sorellanza" e di solidarietà con le altre compagne, fondamentale per affrontare le sfide e i pregiudizi, sia esterni che interni al movimento.[3]
Ada Gobetti, partigiana, fondatrice dei Gruppi di difesa della donna, ha individuato come caratteristica della Resistenza femminile il suo "carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dall’iniziativa spontanea di molte”.[2]
Resistenza civile e maternage
Il concetto di resistenza civile è molto più ampio rispetto alla semplice opposizione armata a un occupante o a un regime. Si manifesta come un insieme variegato di strategie - tra cui azioni di disobbedienza, diffusione di propaganda e informazione clandestina, organizzazione di reti di supporto e di protezione fondamentali per la sopravvivenza - messe in atto dalla popolazione non combattente per affrontare e contrastare le condizioni imposte dalla guerra o dall'occupazione militare.
Il concetto di "maternage di massa", introdotto dalla storica Anna Bravo, descrive l'assunzione da parte delle donne di compiti tradizionalmente femminili in un contesto pubblico e politico. Durante il periodo del conflitto mondiale, in cui la guerra non rimase confinata nei fronti militari, ma interessò tutta la popolazione civile, secondo Bravo l'attività delle donne assunse una dimensione inedita, estendendosi oltre i confini familiari per divenire una pratica di cura e sostegno vitale per l'intera comunità, favorendo la sopravvivenza collettiva, la riorganizzazione sociale e la rielaborazione dell'identità femminile.
I Gruppi di Difesa della Donna
[modifica | modifica sorgente]I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) nacquero a Milano e Torino nel novembre 1943, promossi da donne militanti di diversi partiti antifascisti, con l'obiettivo di mobilitare le donne nella lotta contro l'occupazione nazista e il regime fascista.
Si configurano come un'organizzazione di massa, accessibile a donne di ogni estrazione sociale e fede politica. Si occuparono di assistenza, fornendo supporto alle famiglie dei partigiani e dei prigionieri, raccogliendo e distribuendo viveri e indumenti per i combattenti e la popolazione; di supporto logistico e operativo, agendo come "staffette" per il trasporto di armi, messaggi e stampa clandestina, partecipando ad azioni armate, a sabotaggi nelle fabbriche e coordinando scioperi e manifestazioni per le condizioni di vita. Furono attivi nella propaganda e nell'attività di sensibilizzazione, diffondendo materiale antifascista, reclutando nuove adesioni e pubblicando il periodico clandestino Noi Donne che dopo la Liberazione diverrà organo dell'Unione Donne Italiane.[4][5]
8.2. Donne partigiane e diritto al voto (1945-1946)
[modifica | modifica sorgente]Secondo l’ANPI, circa 35 000 donne partigiane combattenti presero parte attiva alla Resistenza, con ulteriori 70 000 coinvolte nei Gruppi di Difesa della Donna (GDD).
4 653 partigiane furono arrestate, oltre 2 750 deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate, 1 070 caddero in combattimento. Diciannove furono decorate con la Medaglia d’Oro al Valor Militare, diciassette con la medaglia d'argento.[3][6]
Il Decreto legislativo luogotenenziale 21 agosto 1945, n. 518 che stabiliva i criteri di riconoscimento legale di chi aveva combattuto durante la Resistenza, pur consentendo in via formale l'attribuzione di qualifica di partigiana, non consentì l'accesso automatico ai benefici militari e previdenziali per chi, come la maggioranza delle partigiane, non aveva svolto ruoli armati.[7]
Diritto di voto e di eleggibilità
[modifica | modifica sorgente]Nell’ottobre 1944 i gruppi femminili, in particolare l’UDI, presentarono un promemoria a Ivanoe Bonomi, sottolineando il contributo delle donne alla lotta di liberazione e chiedendo il diritto di voto e di essere elette .
Il decreto luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945 estese alle donne il diritto di voto attivo, ma non quello all’eleggibilità. L’eleggibilità – il diritto di essere candidate – fu poi sancita dal successivo decreto n. 74 del 10 marzo 1946, in vista delle elezioni per la Costituente.
Il 2 giugno 1946 votarono per la prima volta oltre 12 milioni di donne sia nel referendum sulla forma istituzionale sia nell’elezione dell’Assemblea Costituente.
Presenza femminile nell’Assemblea Costituente
[modifica | modifica sorgente]Su 556 deputati eletti, 21 erano donne, pari al 2,6% (9 Comuniste, 9 Democristiane, 2 Socialiste, 1 del Fronte dell'Uomo Qualunque). Tra queste, cinque (Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Lina Merlin e Teresa Noce) furono elette nella “Commissione dei 75” incaricata di redigere la bozza costituzionale.[8]
Tuttavia, la partecipazione femminile alla vita pubblica nel dopoguerra fu inizialmente limitata. Il ruolo pubblico delle donne si concentrò su attività assistenziali e di propaganda, legate a ruoli tradizionali legati alla cura e alla ricostruzione materiale e morale del Paese. La memoria collettiva faticò a integrare pienamente la figura della donna combattente, e le stesse istituzioni politiche mantennero una certa resistenza a valorizzarne il ruolo.[9]
In questo contesto si colloca anche la testimonianza di Lucia Bianciotto, candidata alla Costituente, che ricordò l’assenza di sostegno da parte del proprio partito durante la campagna elettorale, a conferma delle persistenti difficoltà di accesso alla rappresentanza politica.[7]
Nonostante queste limitazioni, le donne continuarono a mobilitarsi per i propri diritti. Emblematico fu lo sciopero femminile del 14 luglio 1945 a Torino, promosso dall’UDI per ottenere la parità dell’indennità di contingenza con gli uomini. La protesta, organizzata e condotta esclusivamente da donne, ottenne un risultato positivo a livello locale, segnando un precedente importante nella lotta per l’uguaglianza salariale.[8]
8.3. Costituzione e diritti delle donne (1948)
[modifica | modifica sorgente]L’approvazione della Costituzione nel 1948 segnò una svolta giuridica fondamentale: l’articolo 3 sancì l’uguaglianza tra uomini e donne, almeno sul piano formale.
Alcune deputate, come Teresa Noce, continuarono a battersi anche nel nuovo Parlamento repubblicano: nel 1948 Noce promosse una legge a tutela delle lavoratrici madri e nel 1950, insieme a Maria Federici, sostenne provvedimenti per la parità salariale.
Nonostante questi risultati, la piena emancipazione femminile incontrò forti ostacoli. Le aspettative di una piena parità e di un reale inserimento nella vita pubblica vennero in gran parte disattese, le riforme legislative furono lente e incomplete. Le donne furono spesso ricondotte ai ruoli tradizionali di madri e mogli, le loro rivendicazioni di genere subordinate alla "priorità" della ricostruzione e della lotta di classe.
Anche nei partiti antifascisti le donne si scontrarono con una cultura politica restia a riconoscere o a svalutare il loro contributo alla Resistenza, ridotto a mero "supporto"; raramente si trovarono ad occupare posizioni decisionali. Molte ex partigiane denunciarono una sorta di “doppio tradimento”, da parte delle istituzioni e dei compagni di lotta, che mal tolleravano una partecipazione femminile piena e paritaria nel nuovo assetto democratico.
Questa delusione delle loro aspettative di trasformazione profonda della società è stata anche definita la "tristezza della Liberazione".
Note
[modifica | modifica sorgente]- ↑ Anna Maria Bruzzone, Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, La Pietra, Milano, 1976.
- ↑ 2,0 2,1 Miriam Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, Rizzoli, Milano, 2022.
- ↑ 3,0 3,1 Benedetta Tobagi, La Resistenza delle Donne, Einaudi, Torino, 2022.
- ↑ Gabriella Bonansea, Donne nella resistenza, in Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2001, p. 272.
- ↑ Laura Orlandini, La democrazia delle donne : i Gruppi di difesa della donna nella costruzione della Repubblica (1943-1945), Roma, BraDypUs, 2018, ISBN 978-88-98392-72-8.
- ↑ Donatella Alfonso, Ci chiamavano libertà. Partigiane e resistenti in Liguria 1943-1945, Genova, De Ferrari, 2012.
- ↑ 7,0 7,1 Bianca Guidetti Serra, Compagne, cit., p.360.
- ↑ 8,0 8,1 Miriam Mafai, Pane nero, cit.
- ↑ Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico» 1940-45, Einaudi, Torino, 2021.
