Utente:Deborahpiperno/Sandbox
7. Il regime fascista
[modifica | modifica sorgente]Il regime fascista promosse una visione tradizionale della donna, enfatizzando il suo ruolo di madre e custode della famiglia. Attraverso la propaganda e le politiche statali, cercò di confinare le donne nella sfera domestica, esaltando la maternità come dovere civico e nazionale. Questa visione si tradusse in una serie di normative e di politiche volte a rafforzare l'autorità patriarcale e a limitare significativamente l'emancipazione e i diritti delle donne in campo giuridico, dell'istruzione, del lavoro.[1]
7.1. Istruzione, lavoro, diritti, politica demografica
[modifica | modifica sorgente]Istruzione
[modifica | modifica sorgente]La Riforma Gentile del 1923 abolì la varietà di scuole esistenti e le scuole tecniche, aumentò le tasse per l'iscrizione, in particolare per le ragazze, con il proposito di allontanare dall'istruzione la popolazione femminile e gli strati sociali meni abbienti. Istituì i licei per sole donne, di durata triennale, privi di formazione professionalizzante e di sbocco universitario, indirizzando le studentesse ad attività considerate “femminili” e al buon governo della casa.[2]
Con il Regio Decreto n. 1054 del 6 maggio 1923 escluse le donne dai ruoli direttivi, vietando loro di ricoprire la carica di preside negli istituti di primo e secondo grado.[3]
Il successivo Regio Decreto n. 2480 del 9 dicembre 1926 (art. 11) escluse le donne dai concorsi per l’abilitazione all’insegnamento di materie come lettere e filosofia nei licei, nonché di alcune discipline negli istituti tecnici e nelle scuole medie.[4]
Lavoro
[modifica | modifica sorgente]Il regime fascista scoraggiò l'occupazione femminile, promuovendo l'idea che il lavoro delle donne sottraesse opportunità agli uomini e che il loro posto fosse la cura della casa e dei figli. La propaganda individuò nell’emancipazione e nel lavoro femminile la causa principale del declino della natalità.[5]
La legge Sacchi del 1919, che aveva aperto alle donne l'accesso a determinate professioni, pur escludendole da quelle che comportavano l'esercizio di poteri pubblici giurisdizionali o la difesa dello Stato, non fu formalmente abrogata, ma l'accesso femminile a ruoli pubblici subì ulteriori limitazioni.
Il Regio Decreto Legge 28 novembre 1933, n. 1554, intitolato Disposizioni circa l'assunzione e la promozione degli impiegati nelle Amministrazioni dello Stato e negli Enti parastatali autorizzò le amministrazioni dello Stato ad escludere o a stabilire dei limiti di assunzione di personale femminile.[6]
Nel 1938 un nuovo Regio Decreto vietò ai datori di lavoro pubblici e privati di assumere più del 10% di donne, tranne per i lavori considerati per loro particolarmente "adatti".[7]
Diritti civili e politici
[modifica | modifica sorgente]Diritto di famiglia e diritto penale
[modifica | modifica sorgente]Il diritto di famiglia durante il fascismo consolidò la subordinazione legale della donna all'uomo. La patria potestà, esercitata sui figli fino alla maggiore età, era esclusivamente maschile, e la madre poteva esercitarla solo in caso di impedimento del padre.[8]
L'art. 44 del Codice civile entrato in vigore nel 1942 stabiliva che il marito era il capofamiglia, e che la moglie doveva seguirne la condizione civile: "ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza”.[9]
Il Codice Penale del 1930 introdusse norme discriminatorie, come l'articolo 587, che trattava l'adulterio in modo diverso a seconda del sesso, prevedendo una riduzione della pena per chi uccideva una donna per motivi d'onore.[10][11][12] Le pene per l'aborto e la contraccezione vennero inasprite, considerate crimini contro "l'integrità e la sanità della stirpe". Riduzioni della pena venero previste per "causa di onore" (art. 551), applicabile nel caso in cui l’interruzione di gravidanza fosse compiuta per “[…] salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto".[13]
Diritto di voto
[modifica | modifica sorgente]Durante il regime fascista la questione del diritto di voto alle donne in Italia fu affrontata in modo ambiguo e strumentale. Nel giugno 1919 il programma dei Fasci di Combattimento prevedeva il diritto di voto per tutte le donne maggiorenni, con pari opportunità di accesso alle cariche pubbliche. In un suo discorso del 1923, lo stesso Mussolini, mentre presiedeva all’apertura a Roma del IX Congresso dell’Alleanza internazionale Pro-Suffragio, affermò che il governo fascista si impegnava "a concedere il voto a parecchie categorie di donne, cominciando dal campo amministrativo."[14]
Tale impegno trovò realizzazione nella concessione del voto amministrativo previsto dalla legge del 22 novembre 1925, n. 2125, che conteneva tuttavia, restrizioni significative: potevano votare solo le donne che avevano compiuto 25 anni, erano state decorate con medaglie al valore militare o al valore civile, esercitavano la patria podestà, possedevano la licenza elementare, o erano madri o vedove di caduti in guerra.[15] Nel 1926 la riforma podestarile con la quale venne disposta la nomina governativa dei sindaci, abolì di fatto le elezioni amministrative, rendendo inefficace il diritto di voto appena concesso.[16][17]
Politiche demografiche e controllo della natalità
[modifica | modifica sorgente]La “battaglia demografica” attuata dal regime per aumentare la natalità prese avvio qualche anno dopo la presa del potere, quando i dati demografici forniti dall’Istituto Centrale delle statistiche, posto sotto il diretto controllo del governo nel 1926, evidenziarono un forte calo del tasso di natalità, sceso nel corso di quarant'anni - specie nelle città del nord - dal 39 per 1000 al 27 per 1000. [18][19]

Le motivazioni che sostenevano questa politica erano legate al convincimento che la “potenza politica e quindi economica e morale" di una nazione risiedesse nella sua condizione demografica, come espresso nello slogan fascista «la forza sta nel numero», e alle ambizioni nazionaliste e imperialiste del regime.[20]
Con l’obiettivo, dichiarato nel 1927, di raggiungere i 60 milioni di abitanti, il fascismo adottò politiche pronataliste, utilizzando un misto di incentivi e misure repressive. Il matrimonio e la nascita di figli, da dimensione privata e sentimentale divennero partecipazione ad un’opera patriottica; la maternità venne privata del significato sociale che fino ad allora le femministe le avevano attribuito, per diventare mero atto riproduttivo.[21][22]
Una delle prime misure adottate fu la tassa sul celibato (Regio decreto-legge n. 2132 del 19 dicembre 1926), motivata da Mussolini nel famoso Discorso dell’Ascensione del 26 maggio 1927, con il proposito di voler dare una “frustata demografica alla Nazione”.[23][24]
Ad essa si accompagnarono e seguirono molte altre misure: incentivi finanziari (prestiti matrimoniali alle giovani coppie, con parte del prestito cancellata alla nascita di ogni figlio; esenzioni fiscali, come quella riservata agli uomini con più di sei figli, messa in atto verso la fine degli anni trenta; premi e riconoscimenti alle “madri prolifere”; leggi finalizzate a limitare l’occupazione femminile e a rafforzare il ruolo domestico delle donne (Regio Decreto Legge n. 2357 del 1927); adozioni di politiche di controllo della natalità, come la messa al bando della contraccezione e la criminalizzazione dell'aborto.[25]
Negli anni trenta l’alleanza con la Chiesa e il ricorso a mezzi coercitivi attraverso l’intervento delle forze di polizia e dei prefetti, come nel caso delle prostitute, la richiesta di natalità rivolta alle famiglie, e in primis alle donne, assunse il ruolo di strumento di moralizzazione della società, di riaffermazione del sentimento religioso e di ristabilimento dell’ordine nei rapporti tra i sessi. [26]
Nonostante questa politica, i tassi di natalità accelerarono la loro discesa e dal 29.9 di nati per mille abitanti del periodo 1921-1925 si passò al 19,9 del periodo 1941-1945. [27][28]
7.2. La stampa femminile fascista
[modifica | modifica sorgente]
Durante il fascismo sorsero numerose riviste scritte e dirette esclusivamente o prevalentemente da donne e rivolte ad un pubblico femminile, che si aggiunsero ad altre già esistenti nell'ambito del variegato movimento delle donne.
Inizialmente non furono osteggiate, né vennero assoggettate alle direttive del Partito.[29] A partire dalla metà degli anni Venti, tuttavia, la contrapposizione tra l'ideologia fascista e le aspirazioni femministe diventò insanabile.
Il regime condannò il "femminismo" come innaturale, definendolo polemicamente "démodé", sorpassato, e promosse un modello di donna confinata alla sfera domestica. Questo portò le donne attive nell'editoria a una difficile convivenza con il regime, spesso accettando ruoli subalterni. Le voci dissenzienti furono progressivamente escluse.
Alcuni periodici in particolare, come Il Giornale della Donna (1919-1935) e La donna fascista (1935-1943) che ne rappresentò la continuazione, divennero degli organi di propaganda della politica fascista nei confronti delle donne, promovendo l'esaltazione delle gesta del duce e della figura della madre prolifica e dedita alla famiglia, pilastro della nazione.
Nonostante il contesto repressivo, alcune tematiche legate al lavoro femminile sopravvissero nella stampa, sebbene la maternità e la famiglia diventassero i temi centrali, a scapito delle rivendicazioni emancipazioniste.[30]
Tra le principali riviste femminili del ventennio fascista vi furono Vita femminile (1919-1943), l'Almanacco della donna italiana (1920-1943),[31] Rassegna femminile italiana (1925-1930), Il Giornale della donna (1919-1935), dal 1929 organo dei Fasci femminili, che diventò nel 1935 La donna fascista (1935-1943).
7.3. Organizzazioni femminili fasciste
[modifica | modifica sorgente]Le organizzazioni femminili fasciste svolsero un ruolo significativo nella diffusione dei valori del regime, nell'organizzazione di attività sociali e assistenziali e nella propaganda volta a plasmare l'identità femminile in linea con le direttive del partito.
I Fasci Femminili (FF) fondati nel 1921 da Elisa Mayer Rizzoli con l'obiettivo di mobilitare le donne a sostegno del fascismo, affidando loro compiti di propaganda e assistenza sociale, nei primi anni di vita ebbero poco seguito. Il primo congresso della sezione milanese nel 1923 attribuì questo insuccesso alla preferenza espressa dalle donne per l'iscrizione diretta al partito e alla resistenza delle organizzazioni maschili fasciste.[32] Una forte competizione veniva anche dalle organizzazioni cattoliche femminili, in rapida crescita, numericamente superiori come numero di iscritte: nel 1925 l’Unione femminile cattolica contava 160 mila membri, contro le 40 mila iscritte dei Fasci femminili.[33]

Inizialmente dotati di una struttura piuttosto flessibile e con alcune istanze di autonomia, i Fasci furono progressivamente centralizzati, posti sotto il diretto controllo del PNF e inquadrati come sua sezione ufficiale. Il loro compito divenne coinvolgere le donne nella promozione dell'ideologia fascista, attraverso attività assistenziali, educative e propagandistiche, senza però poter esercitare un ruolo politico autonomo.
La loro trasformazione in movimento di massa iniziò alla fine degli anni venti. Nel 1929 le fiduciarie vennero nominate direttamente da Roma e nel 1930 Il Giornale della Donna (poi La Donna Fascista), diretto da Paola Benedettini Alferazzi, ex leader del movimento suffragista moderato, divenne l'organo ufficiale dei Fasci femminili.[34] Nel 1932, sotto Achille Starace, ogni sezione locale del partito fu obbligata ad avere un Fascio Femminile.
Nel 1934 i FF assunsero la gestione delle Massaie Rurali, volte a promuovere la formazione e l'inquadramento delle donne in ambito agricolo e domestico, raggiungendo 2,5 milioni di iscritte nel 1942.[35]
La Sezione operaie e lavoranti a domicilio (SOLD), fondata nel 1938 e anch'essa guidata dai Fasci femminili con il compito di «promuovere la propaganda fascista ed educativa presso le operaie, assecondando il miglioramento delle loro capacità professionali e domestiche». crebbe da circa 310.000 membri nel 1938 a oltre 860.000 nel 1942, spinta dall'economia di guerra.[36]
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale i Fasci Femminili, nelle loro diverse articolazioni, contavano circa 3.180.000 tesserate.[37]
L'ANFAL (Associazione nazionale fascista artiste e laureate), fondata a Roma nel 1926 e riconosciuta dal Sindacato nazionale fascista professionisti e artisti grazie a Giuseppe Bottai, divenne la principale organizzazione culturale femminile del periodo. Promosse eventi, convegni e mostre, valorizzando il lavoro delle associate e diffondendo la cultura fascista, curando anche la pubblicazione di biografie di donne illustri sotto l'egida dell'Accademia d'Italia.[38]
Note
[modifica | modifica sorgente]- ↑ De Grazia, pp.19
- ↑ Alessandra Pescarolo, Studio o lavoro? Una questione di genere e di classe, in Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Roma, Viella, 2020.
- ↑ Regio Decreto 6 maggio 1923, n. 1054 (PDF), su edscuola.it. URL consultato il 5 maggio 2025.
- ↑ Sassano, p. 256
- ↑ De Grazia, p. 82
- ↑ Regio Decreto Legge 28 novembre 1933, n. 1554 "Norme sull'assunzione delle donne nelle Amministrazioni dello Stato", su gazzettaufficiale.it. URL consultato il 17 maggio 2025.
- ↑ Regio Decreto Legge 5 settembre 1938 - XVI - n.1514. Disciplina dell’assunzione di personale femminile agli impieghi pubblici e privati, su bibliolab.it, 17 maggio 2025.
- ↑ Elena Vellati, il nuovo diritto di famiglia e il ruolo della donna, su novecento.org, agosto 2017. URL consultato il 16-03-2025.
- ↑ 19 maggio 1975: La riforma del diritto di famiglia, su rivistailmulino.it. URL consultato il 17 maggio 2025.
- ↑ Franco Mencarelli, Adulterio, su treccani.it. URL consultato il 5 maggio 2025.
- ↑ De Grazia, p. 41
- ↑ Maria Mantello, Fascismo, sottomissione della donna e blocco sociale, su micromega.net, 6 settembre 2022. URL consultato il 5 maggio 2025.
- ↑ L'interruzione volontaria di gravidanza: da reato a diritto, su dirittoconsenso.it, 28 novembre 2022. URL consultato il 17 maggio 2025.
- ↑ De Grazia, p. 62
- ↑ Loredana Garlati, Uomini che decidono per le donne. Il suffragio femminile nel dibattito parlamentare dell‘Italia post unitaria (1861-1920), in Revista europea de historia de las ideas políticas y de las instituciones públicas, n. 9, 2015, p. 45.
- ↑ Stefano Malpassi, «Ecco il guaio!» Brevi note su donne e cittadinanza nel regime fascista, a partire dalla discussione parlamentare per l’«Ammissione delle donne all’elettorato amministrativo» (l. 22 novembre 1925, n. 2125), su geniusreview.eu. URL consultato il 5 maggio 2025.
- ↑ De Grazia, pp.62-63
- ↑ De Grazia, pp. 70-71
- ↑ Detragiache, pp. 693-694
- ↑ De Grazia, pp. 71-72
- ↑ De Grazia, pp. 73-75
- ↑ Pierre Miltza, Serge Berstein, Storia del fascismo : da piazza San Sepolcro a piazzale Loreto, Cap. III: Lo stato fascista e la sua evoluzione (1927-1940), Milano, Rizzoli, 2019.
- ↑ De Grazia, p. 73
- ↑ Discorso del 26 maggio 1927 pronunciato alla Camera dei Deputati, che sarà ricordato come il "Discorso dell' Ascensione", su storiologia.it. URL consultato il 30 aprile 2025.
- ↑ De Grazia, p. 75
- ↑ De Grazia, p. 72
- ↑ De Grazia, p. 76
- ↑ Detragiache, p. 694
- ↑ Stefania Bartoloni, Dalla crisi del movimento delle donne alle origini del Fascismo. L'"Almanacco della Donna Italiana" e la "Rassegna femminile italiana", in Anna Maria Crispino (a cura di), Esperienza storica femminile nell'età moderna e contemporanea, Roma, UDI, 1988, p. 125.
- ↑ Dittrich-Johansen, pp. 230-233
- ↑ Elisa Turrini, L’“Almanacco della donna italiana”: uno sguardo al femminile nel ventennio fascista, in Storia e Futuro, n. 31, 2013.
- ↑ De Grazia, pp. 59-60
- ↑ De Grazia, p. 321
- ↑ De Grazia, p. 323
- ↑ De Grazia, p. 151
- ↑ De Grazia, pp. 242-243
- ↑ Sassano, p. 272
- ↑ De Grazia, pp. 337-338
Bibliografia
[modifica | modifica sorgente]- Victoria de Grazia, Le donne nel regime fascista, Venezia, Marsilio, 2023, ISBN 9788829721092.
- (FR) Denise Detragiache, Un aspect de la politique démographique de l'Italie fasciste : la répression de l'avortement, in Mélanges de l’école française de Rome, vol. 92, n. 2, 1980, pp. 691-735.
- Helga Dittrich-Johansen, Dal privato al pubblico: Maternità e lavoro nelle riviste femminili dell'epoca fascista, in Studi storici, vol. 35, n. 1, 1994, pp. 207-243.
- Laura Pisano, Donne del giornalismo italiano : da Eleonora Fonseca Pimentel a Ilaria Alpi : dizionario storico bio-bibliografico : secoli XVIII-XX, Milano, Angeli, 2004, OCLC 799290565.
- Roberta Sassano, Camicette Nere: le donne nel Ventennio fascista, in El Futuro del Pasado, n. 6, 2015, pp. 253-280.