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1. Origini del termine "femminismo" e questioni storiografiche

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1.1 Concetto ed etimologia del termine "femminismo"

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Il femminismo è un insieme articolato di idee, teorie, analisi critiche e pratiche, sia individuali che collettive, sviluppatesi nel corso della storia con l'obbiettivo di identificare, denunciare e superare le disuguaglianze e le ingiustizie basate sul genere. Si fonda sulla critica alle strutture di potere e alle costruzioni culturali che, storicamente e socialmente, hanno relegato le donne in una posizione di subordinazione rispetto agli uomini.

Nel contesto occidentale, i termini “femminismo” e “femminista” sono utilizzati per descrivere sia le teorie che promuovono l'uguaglianza e/o la valorizzazione delle differenze e dell’autonomia delle donne, sia le organizzazioni che si mobilitano per il conseguimento di tali obiettivi, sia i soggetti che si identificano con questi principi e azioni.[1]

1.1.1. Origine e sviluppo del termine

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Dal punto di vista etimologico, la genesi del termine presenta una progressione semantica significativa. Nella lingua inglese, il termine feminism presente nell'Appendice della revised edition del Webster's American Dictionary of the English Language del 1841, indica le qualità associate al genere femminile in senso descrittivo e biologico (the qualities of females), un significato ripreso anche nell'edizione del 1857 de A New English and Italian Pronouncing and Explanatory Dictionary di John Millhouse.[2][3]

Hubertine Auclert in un ritratto di Ritratto di Charles Gallot

A partire dal 1875 il termine viene utilizzato nel linguaggio medico per descrivere la comparsa di caratteri sessuali secondari femminili in individui di sesso maschile. In Francia, nella tesi medica di Ferdinand-Valère Fanneau de La Cour, Du féminisme et de l’infantilisme chez les tuberculeux, si riferisce al processo di femminilizzazione osservabile nei corpi di uomini affetti da tubercolosi.[4]

Nel 1872 Alexandre Dumas figlio utilizza il termine féministes in senso dispregiativo nel suo pamphlet L’homme-femme: réponse à M. Henri d’Ideville, riferendosi agli uomini che sostenevano i diritti delle donne, attribuendo loro una connotazione di scarsa virilità.[5]

Dieci anni dopo, nel 1882, Hubertine Auclert, sostenitrice del suffragio femminile (1848-1914) e fondatrice nel 1876 della società Le droit des femmes, in una lettera di pretesta inviata al prefetto usa il termine féministes per indicare "i sostenitori dell'emancipazione delle donne", tra i quali si annovera.

Karen Offen nei suoi studi sull'origine di "féminisme" e "féministe" evidenzia come, a partire dal 1892, questi termini entrino nell'uso comune in Francia, Svizzera e Belgio, in concomitanza con l'emergere dei movimenti suffragisti, acquistando un significato politico-sociale.[6]

Nel contesto italiano, fino agli anni novanta dell'Ottocento "emancipazionismo" risulta essere il termine predominante.[7] "Femminismo" comincia a diffondersi a partire dal 1896, per poi affermarsi nei primi anni del Novecento, utilizzato da molte delle stesse attiviste per autodefinirsi.[8][9]

Nel 1897 l'articolo di Anna Kuliscioff, Il feminismo, pubblicato nella rivista Critica sociale, evidenzia come negli ambienti e soprattutto nella stampa socialista, esso sia già diventato motivo di differenziazione politica, in quanto ritenuto un fenomeno "borghese" estraneo alla lotta di classe.[10] La lotta per i diritti civili e politici delle donne, e in particolare la questione della parità salariale e della tutela delle lavoratrici, sono definiti "questione femminile", che potrà essere risolta solo con l'abbattimento del capitalismo.[11]

1.1.2. Il termine come stigma

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Carolyne Fayolle nel suo studio Des corps “monstres”. Historique du stigmate féministe. Rhétoriques antiféministes, ha sostenuto che la "minaccia della confusione di genere e la sua dimensione patologica" sarebbero al centro della nascita del termine "femminismo", come anche evidenziato dal suo uso in contesto medico. Fin dalla Rivoluzione francese, nota la studiosa, sarebbero state oggetto di stigma le donne - come Olympe de Gouges - che non si adeguavano ai ruoli di genere socialmente assegnati e coloro che sostenevano i diritti femminili, associati a una condizione di anormalità, "mostro metà uomo e metà donna", o patologicizzati in forme di disturbo fisico o psicologico.[12]

1.2. "Femminismo" ed "emancipazionismo" nella storiografia italiana

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Numerose studiose che si sono occupate della storia del primo movimento per i diritti delle donne in Italia hanno distinto i termini "femminismo" ed "emancipazionismo", attribuendo loro significati, valenze e collocazioni storiche differenti.[13]

Franca Pieroni Bortolotti, pioniera della storia delle donne in Italia e attenta al rapporto tra emancipazione femminile e storia politica generale, ai legami tra movimento delle donne e partiti politici, ha operato una distinzione tra l'emancipazionismo ottocentesco, fondato su istanze egualitarie di matrice mazziniana, repubblicana e radicale prima, operaista e socialista poi, e il femminismo del primo Novecento, da lei interpretato come una forma di regressione per l'abbandono delle rivendicazioni paritarie.[14][15]

Annarita Buttafuoco, concentrata maggiormente sulla storia interna delle associazioni femminili, sui loro rapporti, sull'autonomia organizzativa e sui progetti politici, ha invece evidenziato la portata innovativa della nascita di un vero e proprio movimento delle donne, visibile e strutturato nel contesto politico italiano. A differenza di Pieroni Bortolotti, non ha letto in chiave involutiva il passaggio tra Ottocento e Novecento, sottolineando piuttosto una cesura significativa nei momenti bellici, in particolare con la guerra di Libia e la prima guerra mondiale.[16] Quanto alla terminologia, Buttafuoco ha tuttavia preferito il termine “emancipazionismo” per designare il movimento a cavallo dei due secoli, riservando "femminismo" a quello maturato negli anni settanta del Novecento.[17]

Franca Pieroni Bortolotti, pioniera degli studi sul primo femminismo in Italia

Perry Willson ha osservato come questa "confusione terminologica" che connota la storiografia italiana si accompagni spesso ad un giudizio di valore negativo nei confronti del movimento delle donne dell'età liberale, definito prevalentemente con il termine "emancipazionismo" o "associazionismo femminile", anche se "femminismo" era un termine già in voga all'inizio del Novecento, come testimoniano autorevoli fonti dell'epoca. Ricorda ad esempio come Carmela Baricelli, direttrice de L'Alleanza, uno dei settimanali più radicali del periodo, nel 1908 definisse il suo giornale "femminile e femminista", così come l'Unione femminile chiamasse il proprio "femminismo pratico" e le cattoliche "femminismo cristiano".[18]

Secondo Willson, la reticenza nell’uso del termine femminismo per il periodo prebellico si spiega con la sua progressiva impopolarità nella storia italiana: osteggiato dal fascismo - che però nella fase iniziale vide l’adesione di numerose militanti del movimento - il femminismo fu stigmatizzato anche dalla sinistra, sia nei primi decenni del Novecento che nel secondo dopoguerra, come "femminismo borghese". Nel periodo del neofemminismo degli anni settanta, le nuove generazioni di donne contrapposero il termine "liberazione" a quello di "emancipazione", associato alle organizzazioni femminili di massa del dopoguerra, come l'UDI e il CiF, da cui intendevano prendere le distanze.[19]

Willson segnala tuttavia come nel corso del secondo decennio del XXI secolo si sia registrata una crescente preferenza, da parte della storiografia, per il termine "femminismo", in particolare negli studi sul movimento delle donne durante la prima guerra mondiale e in relazione a contesti internazionali. La questione terminologica, tuttavia, rimane a suo parere una questione aperta e oggetto di riflessione nel dibattito storiografico italiano.[20]

2. Premesse storiche del femminismo: dalla Querelle des femmes all’età dei Lumi

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2.1. La querelle des femmes

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La consapevolezza delle asimmetrie di potere tra donne e uomini e la messa in discussione della cultura patriarcale si manifestarono in forme diverse e con livelli variabili di articolazione ben prima dell’emergere del femminismo come movimento politico strutturato nel XIX secolo e della stessa coniazione del termine “femminismo”.

Uno dei primi ambiti in cui si sviluppò una riflessione sistematica sulla condizione femminile fu la cosiddetta Querelle des femmes (lett.: disputa sulle donne), una lunga controversia culturale che attraversò l’Europa tra la fine del XIV e il XVIII secolo. In questo contesto, intellettuali di entrambi i sessi si confrontarono in un dibattito che anticipò molti temi ripresi in seguito dal pensiero femminista moderno, come l’eguaglianza dei sessi, il diritto all’istruzione, la critica degli stereotipi misogini e la valorizzazione dell’esperienza storica femminile.

Le Livre de la Cité des dames
Le Livre de la Cité des dames

Una delle prime espressioni compiute di questa disputa si trova nell’opera di Christine de Pisan, che nella sua La città delle dame (1405) immagina una città ideale costruita e abitata da donne illustri del passato. L’autrice costruisce una narrazione alternativa alla tradizione misogina della letteratura medievale, confutando sistematicamente i pregiudizi maschili sulla natura femminile e rivendicando la dignità, l’intelligenza e la capacità morale delle donne.[21]

La querelle diede luogo a una vasta produzione letteraria e filosofica, articolata in due principali filoni: da un lato, gli scritti misogini, che reiteravano la rappresentazione della donna come essere inferiore, irrazionale e pericoloso; dall’altro, gli scritti “in difesa delle donne” (pro femina), che ne esaltavano le virtù, ne difendevano le capacità intellettuali e morali, e ne rivendicavano la piena umanità.[22]

Nel corpus misogino, ricorrevano argomentazioni che riflettevano i principali stereotipi culturali dell’epoca: la lussuria, contrapposta all’ideale della castità femminile; il desiderio di potere, visto come trasgressione dei ruoli sociali prescritti; la condanna della parola femminile, vista come perniciosa loquacità o strumento di seduzione, con riferimenti al mito di Eva; il corpo, considerato strumento di seduzione e vanità; e infine la conoscenza, bollata come indice di superbia e disordine quando perseguita dalle donne.[23]

Durante il Rinascimento, alle donne colte veniva spesso attribuito lo status di virago, termine che designava eccezioni alla presunta inferiorità del sesso femminile. Tali eccezioni, paradossalmente, servivano a confermare la regola: le qualità intellettuali erano ammesse solo in quanto considerate “maschili” e quindi incompatibili con la femminilità “naturale”.[24]

2.1.1. Contributi delle autrici italiane tra XVI e XVII secolo

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Tra XVI e XVII secolo, il dibattito sulla condizione femminile conobbe in Italia un notevole sviluppo grazie al contributo di intellettuali che elaborarono risposte articolate alla tradizione misogina. Lucrezia Marinella con La nobiltà et l'eccellenza delle donne (1600), Moderata Fonte con Il merito delle donne (1600) e Arcangela Tarabotti con Che le donne siano della spetie degli huomini" (1651), intervennero nel dibattito per affermare le capacità intellettuali, la dignità morale e la piena umanità delle donne.[25][26]

Queste autrici operavano spesso da posizioni di marginalità culturale e sociale, come nel caso Tarabotti che scriveva dal convento in cui era stata forzatamente rinchiusa. Tale condizione di isolamento rese i loro scritti particolarmente significativi, trasformando i luoghi di reclusione in spazi di riflessione e produzione intellettuale.[27][28]

La storica Margaret King ha definito questo contesto come una "cella foderata di libri" ("book-lined cell"), evidenziando come queste donne fossero capaci di sovvertire i limiti imposti, trasformando la clausura in una forma alternativa di autorità intellettuale.[29]

2.2. Illuminismo e diritti delle donne

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Esecuzione di Olympe de Gouges.

Nel XVIII secolo l'affermazione dell'Illuminismo e dei suoi ideali di ragione, uguaglianza e diritti naturali, offrì un terreno fertile per nuove rivendicazioni femminili. L'enfasi illuminista sulla razionalità e sull'universalità dei diritti fornì inedite basi teoriche per contestare la subordinazione femminile. Tuttavia l'applicazione concreta di questi principi restò contraddittoria: molti pensatori illuministi, pur proclamando l'uguaglianza, continuarono a sostenere l'inferiorità del sesso femminile, spesso appellandosi alla natura "emotiva" femminile, e negarono alle donne pari accesso all'educazione, alla cittadinanza e ai diritti politici.[30]

Un esempio emblematico di questa ambiguità è rappresentato da Jean-Jacques Rousseau che nel suo Émile (1762), pur proponendo innovazioni pedagogiche, affermò che l'educazione femminile dovesse essere finalizzata alla subordinazione domestica, preparando le donne a essere compagne e madri, non soggetti autonomi. Durante la Rivoluzione francese Olympe de Gouges redasse la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne (1791), nella quale rivendicò l'estensione dei diritti civili e politici alle donne. Tuttavia, la Convenzione rigettò le sue proposte nell'aprile 1793, negando alle donne lo status di cittadine.[31]

Nonostante le resistenze alcune intellettuali svilupparono una critica radicale alla discriminazione di genere. Mary Wollstonecraft, nella Vindication of the Rights of Woman (1792), offrì una delle prime e più radicali difese dell'uguaglianza intellettuale tra i sessi e rivendicò l'importanza dell'educazione come strumento di emancipazione femminile.[32]

2.3. Il dibattito sull'istruzione femminile

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Elena Cornaro Piscopia

In Italia il dibattito sull'istruzione femminile registrò posizioni diversificate. Mentre nel 1723 Giovanni Antonio Volpi si espresse contro l'ammissione delle donne nell'Accademia dei Ricovrati di Padova, Giovanni Niccolò Bandiera, nel suo Trattato degli studi delle donne (1740), sostenne l'uguaglianza spirituale tra i sessi.

Rispetto alla Francia e alla Gran Bretagna, l'Italia offrì in alcuni contesti maggiori spazi di riconoscimento alle donne colte: le accademie letterarie come l'Arcadia, ammisero diverse donne tra i propri membri e ne favorirono la partecipazione al dibattito intellettuale. Germaine de Staël, nel suo romanzo Corinne ou l'Italie (1807), celebrò la poetessa arcadica Corilla Olimpica come emblema di un'Italia femminile e colta.[33]

In ambito accademico si registrarono esempi di eccellenza femminile: nel 1678 Elena Cornaro Piscopia fu la prima donna conseguì una laurea presso l'Università di Padova, considerata la prima laurea al mondo attribuita ad una donna. Pochi decenni più tardi, nel 1732, Laura Bassi divenne docente di fisica newtoniana presso l'Università di Bologna.[34]

Accanto alla presenza femminile nelle accademie, i salotti letterari si affermarono come spazi fondamentali per la circolazione delle idee illuministe e per l'affermazione di una cultura femminile. In questi ambienti le donne partecipavano attivamente a discussioni filosofiche, scientifiche e letterarie, contribuendo alla formazione di un'opinione pubblica più ampia.

2.4. Pioniere del giornalismo femminile

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Negli ultimi decenni del Settecento nacquero in Italia i primi periodici rivolti al pubblico femminile o redatti da donne, come Il Giornale delle dame e delle mode di Francia pubblicato a Milano dal 1786 al 1794 e il quindicinale La donna galante ed erudita (1786-1788), stampato a Venezia sotto la direzione di Gioseffa Cornoldi.[35]

Figura centrale fu Elisabetta Caminer che intraprese la carriera di editrice, diventando una delle prime donne a dirigere una rivista in Italia. Dopo una prima fase di collaborazione con il padre, assunse la direzione autonoma del Giornale Enciclopedico (1773), considerato uno dei periodici più innovativi e aggiornati della cultura settecentesca.[36]

Ritratto immaginario di Eleonora de Fonseca Pimentel

2.5. La Repubblica napoletana del 1799 e il protagonismo femminile

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L’esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, ispirata ai principi dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, vide la partecipazione attiva di diverse figure femminili. La più nota fu Eleonora de Fonseca Pimentel, giornalista e intellettuale, che utilizzò il Monitore Napoletano per promuovere i valori repubblicani di libertà e uguaglianza.[37]

La sua impiccagione nella piazza del mercato di Napoli il 20 agosto 1799, insieme ad altri rivoluzionari, segnò la fine della breve esperienza repubblicana e rappresentò uno dei momenti più simbolici del coinvolgimento politico femminile nell’età delle rivoluzioni.[38]

Nonostante i limiti sociali e l’esclusione politica, queste figure incarnarono un nuovo protagonismo femminile nello spazio pubblico, anticipando molte delle tematiche e delle forme di partecipazione che sarebbero diventate centrali nel lungo Ottocento e nei movimenti risorgimentali.

  1. Offen, p. 492
  2. (EN) Feminism, in Webster's American Dictionary of the English Language (revised edition), 1841, p. 963.
  3. (ENIT) John Millhouse, Ferdinando Bracciforti, New English and Italian pronouncing and explanatory dictionary, 2ª ed., London, J. Millhouse, Trübner, 1857.
  4. Fayolle, p. 2
  5. Offen, p. 494
  6. Offen, p. 495
  7. Willson, p. 212
  8. Willson, p. 211
  9. Emma Scaramuzza, Di madri, di figlie e di sorelle: amicizia e impegno politico in Lombardia nel “lungo Ottocento”, in Politica e Amicizia. Relazioni, conflitti e differenze di genere (1860-1915), Milano, Franco Angeli, 2010, p. 88 n..
  10. Anna Kuliscioff, Il feminismo, in Critica sociale, 16 giugno 1897, pp. 185-187.
  11. Willson, pp. 213-215
  12. Fayolle, pp. 1-5
  13. Willson, pp. 210, 223-224
  14. Franca Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile in Italia, 1848-1892, Torino, Einaudi, 1975, pp. 17-18.
  15. Gagliani, pp. 64-65
  16. Gagliani, p. 65
  17. Willson, p. 218
  18. Willson, pp. 212-213
  19. Willson, pp. 216-217, 221
  20. Willson, pp. 221-228
  21. Kelly, p. 4
  22. Kelly, p. 6
  23. (EN) Margaret L. King, Albert Rabil, The other Voice in Early Modern Europe: Introduction to the series, in Rebecca Messbarger, Paula Findlen (a cura di), The contest for knowledge : debates over women's learning in Eighteenth-century Italy, Chicago, University of Chicago Press, 2005, pp. xxiv-xxix.
  24. Kelly, p. 8
  25. Messbarger, pp. 2-7
  26. (EN) Diana Maury Robin, Encyclopedia of Women in the Renaissance: Italy, France, and England, ABC-CLIO, 2007, pp. 213-216, ISBN 9781851097722.
  27. Messbarger, p. 7
  28. Gabriella Zarri e Arcangela Tarabotti, Introduzione, in Meredith Kennedy Ray, Lynn Lara Westwater (a cura di), Introduzione, Lettere familiari e di complimento, Torino, Rosenberg & Sellier, 2005, ISBN 9788870118988.
  29. (EN) Margaret L. King, Book-Lined Cells: Women and Humanism in the Early Italian Renaissance, in Albert Rabil Jr. (a cura di), Renaissance Humanism, Volume 1: Foundations, Forms, and Legacy, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1988, pp. 434-454.
  30. Tiziana Bernardi, Le donne nella società dei Lumi, su treccani.it, Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco (2014). URL consultato il 5 maggio 2025.
  31. (EN) Joan Wallach Scott, French Feminists and the Rights of 'Man': Olympe de Gouges's Declarations, in History Workshop, vol. 28, 1989, pp. 1-21.
  32. (EN) Karen M. Offen, European feminisms, 1700-1950 : a political history, Stanford University Press, Stanford, CA, ©2000, 2000, OCLC 43167893.
  33. Green, pp. 90-91
  34. Green, p. 91
  35. Gioseffa Cornoldi Caminer, « La donna galante ed erudita ». Giornale dedicato al bel sesso, a cura di Cesare De Michelis, Venezia, Marsilio, 1983.
  36. Cesare De Michelis, Caminer, Elisabetta, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 17, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani.
  37. Annarita Buttafuoco, Eleonora Fonseca Pimentel: una donna nella Rivoluzione, in DWF, n. 3, 1977, pp. 51-92.
  38. Maria Rosaria Pelizzari, Eleonora de Fonseca Pimentel: morire per la rivoluzione, in Storia delle donne: concepire, generare, nascere, n. 4, Firenze University Press, 2008, pp. 103-121.

Bibliografia

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  • (FR) Caroline Fayolle, Des corps « monstres ». Historique du stigmate féministe, in Glad! Revue sur le langage, le genre, les sexualités, n. 4, 2018, pp. 1-5, DOI:10.4000/glad.1034.
  • Dianella Gagliani, Itinerari della ricerca storica. Questioni di cittadinanza e di politica, in Anna Rossi-Doria (a cura di), Annarita Buttafuoco. Ritratto di una storica, Roma, Jouvence, 2001, pp. 55-76.
  • (EN) Karen Green, A History of Women’s Political Thought in Europe, 1700–1800, Cambridge, Cambridge University Press, 2014, OCLC 917154498.
  • (EN) Joan Kelly, Early Feminist Theory and the "Querelle des Femmes", 1400-1789, in The University of Chicago Press, vol. 8, n. 1, 1982, pp. 4-28.
  • (EN) Rebecca Messbarger, The Italian Enlightenment Reform of the Querelle des Femmes, in Rebecca Messbarger, Paula Findlen (a cura di), The contest for knowledge : debates over women's learning in Eighteenth-century Italy, Chicago, University of Chicago Press, 2005, pp. 1-22, OCLC 55887354.
  • (FR) Karen Offen, Sur l'origine des mots "féminisme" et "féministe", in Revue d'histoire moderne et contemporaine, vol. 34, n. 3, 1987, pp. 492-496.
  • Perry Willson, Confusione terminologica: "femminismo” ed “emancipazionismo” nell’Italia liberale, in Italia Contemporanea, n. 290, 2019, pp. 209-229.