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5. L'associazionismo femminile e la nascita di un movimento politico

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Negli ultimi decenni del XIX secolo, la crescente consapevolezza dei diritti delle donne, l'aumentato accesso agli studi e al mondo del lavoro, la nascita dei primi partiti di massa, favorirono la nascita delle prime associazioni di rivendicazione dei diritti politici e civili femminili, come il diritto di voto, l'istruzione e il miglioramento delle condizioni di vita delle lavoratrici.

5.1. Forme dell'associazionismo femminile post-unitario

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L'associazionismo femminile, visibile su larga scala nella seconda metà dell'Ottocento e giunto al suo culmine in età giolittiana, fu caratterizzato da grande eterogeneità: Sibilla Aleramo osservò che esso assomigliava a una "torre di Babele" per la molteplicità di idee e orientamenti.[1] Vi coesistevano posizioni laiche, socialiste, cattoliche e borghesi; vi erano gruppi autonomi e gruppi legati a partiti politici.

Argentina Altobelli

La maggior parte delle donne proveniva da classi sociali elevate; tra le socialiste, molte appartenevano al ceto medio e svolgevano il mestiere di maestre, mentre erano rare le donne provenienti da contesti rurali o che svolgevano attività di coinvolgimento delle donne contadine. Costituì un'eccezione Argentina Altobelli, che nel 1905 venne nominata segretaria nazionale di Federterra.[2]

Tra le peculiarità del movimento emancipazionista spiccava la significativa presenza di donne di origine straniera o appartenenti a minoranze religiose (protestanti, ebree), spesso di alta formazione culturale.[3]

Fiorenza Taricone nei suoi studi ha cercato di definire le matrici teoriche di questo "arcipelago disomogeneo". Pur riconoscendo che esso agì spesso trasversalmente e sostenendo temi comuni all'interesse femminile, in primis la tutela della maternità, ne ha proposto una classificazione sulla base delle principali "tendenze" individuate al suo interno: il richiamo ai diritti inalienabili di uguaglianza sanciti dalla Rivoluzione Francese; l'accento maggiormente posto sulle libertà, ispirato alla tradizione liberale di John Stuart Mill, rappresentato dalla figura di Anna Maria Mozzoni; il mazzinianesimo, ritenuto l'humus da cui avrebbe preso vita il primo associazionismo di stampo "risorgimentale"; l'associazionismo "di area", cattolico o ispirato alle teorie socialiste; l'associazionismo "pro suffragio" centrato sulla richiesta del voto amministrativo e politico; l'associazionismo nazionalista, confluito in gran parte nel fascismo, di cui fu rappresentante Teresa Labriola.[4]

I vari organismi associativi che fiorirono soprattutto a cavallo dei due secoli scelsero come parte della propria designazione alcuni termini ricorrenti ma vari - Alleanza, Assistenza, Associazione, Ausilio, Comitato, Federazione, Lega, Società, Unione - indice di un'impegno riversato su campi, attività e obbiettivi variegati, dalla gestione di case benefiche per derelitti e associazioni contro l'accattonaggio, alla difesa di particolari gruppi professionali, dalla lotta all'alcolismo, all'istituzione di società per l'istruzione e l’educazione delle donne e ai comitati pro-voto.[5]

Sul finire del secolo, una prima importante differenziazione all'interno del movimento venne operata dalle donne socialiste che presero le distanze dal cosiddetto "femminismo borghese" in nome della lotta di classe. Un'anticipazione di questa posizione si ebbe nel confronto/scontro che, sul finire dell'Ottocento, interessò due grandi figure del movimento, Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff.

All'inizio del Novecento alcuni eventi misero in luce la frammentarietà del movimento e le diverse visioni presenti al suo interno: il primo Congresso delle Donne italiane e le guerre coloniali.[6]

Secondo la storica britannica Perry Willson, mentre negli ultimi decenni dell'Ottocento avrebbe prevalso la corrente laica e progressista, nel nuovo secolo, specie in seguito all’appoggio fornito dalla maggioranza del movimento, comprese alcune femministe di spicco, all'impresa coloniale libica, la corrente più moderata e conservatrice si sarebbe imposta sull'intero del movimento.[7]

5.2. Le pioniere: Anna Maria Mozzoni

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Anna Maria Mozzoni (1837-1920)

Anna Maria Mozzoni, cresciuta in una famiglia di tradizione risorgimentale nella Lombardia asburgica, fu testimone della perdita dei diritti civili delle donne dopo l'Unità d'Italia, sancita dal Codice Pisanelli.

A partire dagli anni sessanta dell'Ottocento pubblicò diversi scritti sulla condizione femminile e nel 1870 tradusse The Subjection of Women di John Stuart Mill. In un contesto dominato dal discorso "maternalista" che legava i diritti delle donne al loro ruolo di madri dei futuri cittadini, Mozzoni si distinse per una visione radicale, di ispirazione illuminista: rivendicava diritti pari per tutti gli esseri umani e vedeva il lavoro salariato come strumento di emancipazione femminile.[8]

5.3. La nascita del femminismo come movimento politico

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Secondo Annarita Buttafuoco, il 10 dicembre 1880 segna una data fondamentale nella storia delle donne in Italia: la fondazione a Milano della Lega promotrice degli interessi femminili da parte di Anna Maria Mozzoni, che rappresenta per la storica l'evento che segna il passaggio del femminismo da complesso di idee a movimento politico.[9]

Prima organizzazione italiana apertamente femminista, la Lega promosse campagne per il suffragio femminile, la parità salariale e il riconoscimento della paternità. Nel 1881, in un contesto di crescente industrializzazione e di aumento dell’occupazione femminile nelle fabbriche e nelle professioni, si affiancò all'Unione delle lavoranti, composta da salariate come le sigaraie milanesi, per sostenere le donne lavoratrici e le loro condizioni di lavoro.[10][11]

Su modello della Lega, scioltasi nei primi anni novanta, dal 1893 nacquero in varie città italiane, come Milano, Torino, Firenze, Roma, le Leghe per la tutela degli interessi femminili, che posero al centro la tutela delle lavoratrici, l'istruzione e la protezione della maternità. Sebbene spesso politicamente miste, molte aderenti provenivano dall'area socialista. Le leghe, che ebbero come riferimento una rivista, Vita femminile (1895-1897), furono sciolte nel 1898 durante la repressione seguita ai moti popolari.[12] Alcune vennero poi ricostituite.[13]

Queste esperienze segnarono l'inizio di un processo di visibilità e crescita del movimento femminista italiano che avrebbe raggiunto il suo culmine nel primo decennio del Novecento.[11]

5.4. Il rapporto tra femminismo e socialismo. Mozzoni e Kuliscioff

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Il Partito Socialista Italiano, di ispirazione marxista, venne fondato a Genova nel 1892, al culmine di un processo di unificazione del preesistente e variegato movimento operaio e socialista. Si riconoscevano in quest'area politica diverse esponenti del movimento emancipazionista. Anna Maria Mozzoni, la maggior esponente italiana del femminismo liberale ed egualitario, aveva in precedenza aderito al Partito Operaio e partecipato alla nascita del Partito dei lavoratori italiani; Anna Kuliscioff fu una figura chiave nella vita politica e culturale del PSI. Contribuirono al movimento socialista anche le attiviste Paolina Schiff, Carlotta Clerici, Linda Malnati, Teresa Labriola.[14]

Il legame tra movimento femminile e socialismo, tuttavia, fu complesso: da un lato i socialisti si dichiaravano ufficialmente a favore dell’«emancipazione femminile» e offrirono alle donne uno spazio di militanza, dall’altro tendenzialmente subordinarono la "questione femminile" alla più ampia "questione sociale".[15]

Anna Kuliscioff, 1908

Anna Maria Mozzoni riteneva un diritto inalienabile l'eguaglianza giuridica e politica tra i sessi, ponendo il suffragio femminile come priorità da conquistare per tutte le donne, indipendentemente dalla loro classe sociale. Nel 1877 presentò una mozione al Parlamento italiano per il diritto di voto alle donne, e nel 1906 reiterò la richiesta.[16] Nel 1880 fondò a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili, la prima organizzazione femminista italiana. Pur vicina al socialismo, Mozzoni mantenne una visione autonoma, contestando l’idea, sostenuta dai dirigenti del Partito, che la "questione della donna" fosse da ritenersi esclusivamente una questione economica, che si sarebbe risolta "con la risoluzione di quella".[17]

Una visione, quest'ultima, condivisa invece da Anna Kuliscioff, rivoluzionaria russa emigrata in Europa, medica e militante, figura di spicco del Partito Socialista. Sebbene riconoscesse l'importanza dell’emancipazione e del suffragio femminile, Kuliscioff diffidò delle rivendicazioni "borghesi" del femminismo, accusate di ignorare le differenze di classe.[18]

Nel 1910, tuttavia, in quella che venne definita “la disputa in famiglia” avviata con il compagno di vita Filippo Turati, Kuliscioff si oppose alla posizione del PSI  che privilegiava il suffragio maschile temendo che il voto femminile potesse favorire le forze conservatrici. Nel maggio 1912 ottenne che il partito si impegnasse a sostenere il voto femminile con un emendamento che fu poi respinto dalla Camera, spingendola a commentare: “Ormai l’italiano per essere cittadino non ha che una sola precauzione da prendere: nascere maschio".[19][20]

Kuliscioff si concentrò principalmente sulla tutela del lavoro femminile, battendosi per migliori condizioni di lavoro, parità salariale e tutele per la maternità. Contribuì all'elaborazione della legge Carcano del 1902 per la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, vedendo nella legislazione protettiva un passo necessario verso l'emancipazione.

Mozzoni fin dalla fine degli anni Novanta, in polemica con Kuliscioff, criticò i contenuti di questa proposta, ritenendo che tali misure - da cui la legge successivamente approvata escluse la parità salariale - potessero rafforzare stereotipi di fragilità femminile, contribuendo a relegare nuovamente le donne al ruolo domestico.[21][22]

5.5. L'affermarsi della stampa emancipazionista

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Nella seconda metà dell'Ottocento la stampa periodica assunse un ruolo centrale come veicolo delle istanze emancipazioniste e come strumento di connessione per le donne impegnate nel nascente movimento associativo.

Jean-Honoré Fragonard, La lettrice, ca 1770-1772

Il raggiungimento dell'unificazione non portò a un immediato cambiamento nel rapporto tra donne e giornali. Ostacoli significativi ne limitarono la diffusione, come l'alto tasso di analfabetismo femminile, particolarmente elevato nel Sud, e la percezione negativa, di anomalia o trasgressione, provata da molte donne italiane all'idea di comprare o leggere periodici emancipazionisti.[23]

Nonostante queste difficoltà, la seconda metà dell' Ottocento vide la nascita di importanti testate emancipazioniste, animate dall'obiettivo di ridefinire il ruolo delle donne nella società e di promuovere una maggiore consapevolezza sulla necessità di riforme. Queste riviste, pur operando spesso con risorse economiche e contenuti culturali limitati, si proponevano di risvegliare nelle lettrici la coscienza di poter essere portatrici di un cambiamento. La loro tiratura rimase circoscritta ad un'élite femminile della classe medio-alta, già sensibile alle tematiche dell'emancipazione.[24]

Esse, tuttavia, nella loro fase pionieristica, svolsero un ruolo fondamentale nel preparare il terreno per la nascita di un vero e proprio movimento politico delle donne in Italia[24].

Le prime importanti riviste emancipazioniste includono La voce delle donne (1865) diretta da Giovanna Bertola Garcea e La Missione della Donna (1874), fondata ad Alba da Olimpia Saccati. Quest'ultimo quindicinale aderiva alle posizioni più radicali del femminismo dell'epoca, focalizzandosi su parità salariale e diritto di voto.[25]

Nel 1881 pubblicò il suo primo numero a Firenze Cordelia, diretta da Anna Franchi, seconda donna ad entrare nell'Associazione giornalisti milanesi e firmataria del primo manifesto a favore del voto femminile.[26] Nel 1887 uscì la Rassegna degli interessi femminili, diretta da Fanny Zampini Salazar. Questi periodici segnarono una svolta nella storia della stampa femminile, favorendo la nascita della figura della giornalista-attivista femminista, come Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff. Quest’ultima fu collaboratrice, direttrice e fondatrice di numerosi giornali di ispirazione socialista, nonché la prima donna ammessa all'Associazione giornalisti milanesi. Nel caso di Anna Maria Mozzoni, la sua attività giornalistica fu costantemente intrecciata alla militanza per i diritti delle donne e la promozione dell'uguaglianza sociale tra i sessi. [25]

Un aspetto centrale del dibattito nella stampa femminile del secondo Ottocento fu la ricerca di una nuova identità femminile, oscillante tra quelle che alcune studiose del movimento avrebbero individuato come le due tendenze principali: la tendenza all'uguaglianza, rappresentata principalmente da Anna Maria Mozzoni, che promuoveva un modello di donna in cui l'identità di genere non influenzava la definizione della cittadinanza, concepita come categoria neutra con uguali diritti e doveri per uomini e donne, e la tendenza alla differenza, che valorizzava l'identità di genere e le qualità tradizionalmente associate al mondo femminile (sensibilità, altruismo, senso del sacrificio), auspicando un'evoluzione della società verso questi valori e sottolineando la specificità dell'esperienza e dell'identità femminile.[27]

5.5.1. La Donna (1868-1891)

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Nata in un contesto post-risorgimentale, La Donna, fondata a Padova nel 1868 da Gualberta Alaide Beccari che la diresse fino alla sua chiusura nel 1891, si ispirava ai principi mazziniani, promuovendo l'ideale della "madre-cittadina": una donna emancipata attraverso l'istruzione e l'indipendenza economica, deputata all'educazione dei nuovi cittadini e al rinnovamento morale dello Stato italiano. Il sottotitolo della rivista, Periodico morale e istruttivo, rifletteva questa missione educativa e civile.

Considerata il primo periodico italiano interamente redatto da donne, La Donna rappresentò un punto di riferimento per il movimento emancipazionista femminile dell'epoca.​[28] Sin da subito mostrò un'apertura internazionale, citando le suffragette inglesi e traducendo periodici francesi. Beccari faceva parte della rete transnazionale del mazzinianesimo femminile che contestava il modello tradizionale italiano, e creò una rete di corrispondenti internazionali, preoccupata della percezione dell'Italia all'estero.

La rivista trattava una vasta gamma di argomenti, tra cui l'istruzione femminile, sostenendo l'accesso delle donne all'istruzione superiore e universitaria; i diritti civili e politici, promuovendo la parità salariale, l'accesso a tutte le professioni e il diritto di voto per le donne; le riforme sociali, opponendosi alla prostituzione di stato, considerata una forma di schiavitù legata a povertà e celibato, e sostenendo l'introduzione del divorzio e l'abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole.​[29]

Tra le collaboratrici più attive vi fu Anna Maria Mozzoni, che utilizzò la rivista come piattaforma per le sue battaglie contro la regolamentazione della prostituzione e per l'emancipazione femminile.

La rivista era espressione anche di opinioni divergenti. Beccari, ad esempio, sosteneva che l'emancipazione consistesse nel recupero di un'uguaglianza originaria basata sulla complementarità dei sessi. Ernesta Napollon Margarita, in contrasto con la direttrice e Mozzoni, riteneva invece prioritaria una seria formazione per rendere le donne consapevoli dei loro doveri di madri e cittadine. Elena Ballio inizialmente attribuiva parte della responsabilità dell'inferiorità femminile alle donne stesse, per poi riconoscere nell'istruzione la chiave della rigenerazione. Prevaleva nella rivista il timore che un'emancipazione "assoluta" portasse alla perdita della femminilità e dei valori ad essa associati, con un'identificazione col maschile.[30]

Dal punto di vista della strutturazione e dei contenuti, il quindicinale si distinse per la sua struttura innovativa, basata su corrispondenze epistolari tra la direttrice e le lettrici, creando un dialogo attivo e partecipativo. Oltre agli articoli di approfondimento, pubblicava racconti, poesie, resoconti di interventi parlamentari e notizie su iniziative femminili, contribuendo alla formazione di una coscienza collettiva tra le donne italiane.

Nel corso degli anni, la rivista seguì la Beccari nei suoi trasferimenti a Venezia e Bologna, adattandosi ai cambiamenti sociali e politici del tempo. Tuttavia, a causa delle difficoltà economiche, delle condizioni di salute della direttrice e dell'evoluzione del movimento femminile verso posizioni più moderate o socialiste, La Donna cessò le pubblicazioni nel 1891, lasciando un'impronta significativa nel panorama culturale italiano per il contributo dato alla diffusione delle idee emancipazioniste e come esempio pionieristico di giornalismo femminile.[31]

  1. Annarita Buttafuoco, Cronache femminili: temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall'Unità al fascismo, Università di Siena, Dipartimento di studi storico-sociali e filosofici, 1988, p. 89
  2. Willson, p. 25
  3. Liviana Gazzetta, Presenze protestanti nel primo femminismo italiano: Protagoniste ed esperienze tra '800 e '900, in Revue d'histoire du protestantisme, 4/3, 2019, pp. 423-442
  4. Fiorenza Taricone, Donne in movimento e associazionismo femminile nel primo Novecento. Relazione per il Convegno Cammini di donne da Genova al mondo - dal mondo a Genova, Genova 22-23 ottobre 2004, 2004, pp. 1-4.
  5. Fiorenza Taricone, Donne in movimento e associazionismo femminile nel primo Novecento. Relazione per il Convegno Cammini di donne da Genova al mondo - dal mondo a Genova, Genova 22-23 ottobre 2004, 2004, pp. 5-6
  6. Willson, p. 42
  7. Willson, p. 26
  8. Simonetta Soldani, Mozzoni, Marianna, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 77, 2012
  9. Annarita Buttafuoco, Questioni di cittadinanza: donne e diritti sociali nell’Italia liberale, Siena, Protagon, 1997, p. 47
  10. Pieroni Bortolotti 1975, pp. 191-193
  11. 11,0 11,1 Willson, p. 24
  12. Rosanna de Longis, Scienza come politica: "Vita femminile" (1895-1897), in Nuova DWF, vol. 21, 1982, pp. 35-51.
  13. Suffragette italiane verso la cittadinanza (1861-1946), Fondazione Anna Kuliscioff ; Unione femminile nazionale, 2016, pp. 5-8
  14. Fabrizio Montanari, Femminismo socialista tra Ottocento e Novecento, su 24emilia.com, 23 dicembre 2024. URL consultato l'11 maggio 2025.
  15. Willson, p. 28
  16. Simonetta Soldani, Mozzoni, Marianna, su treccani.it. URL consultato l'11 maggio 2025.
  17. Anna Maria Mozzoni, Care sorelle del lavoro, in Differenze, n. 1, 1976, pp. 18-19
  18. Maria Casalini, Femminismo e socialismo in Anna Kuliscioff. 1890-1907, in Italia contemporanea, n. 143, 1981, p. 23
  19. Marta Ajò, La donna nel socialismo italiano, 1892-1978, Kien Publishing International, 2022, pp. 62-65
  20. Anna Kuliscioff, Scritti, prefazione di Walter Galbusera, Milano, Fondazione Anna Kuliscioff, 2015, p. 12
  21. Paolo Passaniti, Lavoro e cittadinanza femminile : Anna Kuliscioff e la prima legge sul lavoro delle donne, Milano, Franco Angeli, 2016, p. 72
  22. Pieroni Bortolotti 1975, p. 258
  23. Pisano 2004, p. 22
  24. 24,0 24,1 Buttafuoco 1989, p. 366
  25. 25,0 25,1 Pisano 2004, p. 22
  26. Pisano 2004, p. 24
  27. Buttafuoco 1989, p. 365
  28. Gazzetta 2021, p. 25
  29. Gazzetta 2021, p. 31
  30. Buttafuoco 1989, p. 378-379
  31. Francesca Forzan, 'La donna' e la lotta ai pregiudizi di fine ‘800, su ilbolive.unipd.it, 13 settembre 2018. URL consultato il 19 maggio 2025.

Bibliografia

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  • Franca Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile in Italia, 1848-1892, Torino, Einaudi, 1975.
  • Annarita Buttafuoco, Cronache femminili : temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall'Unità al Fascismo, Arezzo, Università degli studi di Siena, 1988, OCLC 848669348.
  • Annarita Buttafuoco, “In servitù regine”. Educazione ed emancipazione nella stampa politica femminile,, in Simonetta Soldani (a cura di), L’educazione delle donne. Scuole e modelli di vita femminile nell’Italia dell’Ottocento, Milano, Angeli, 1989, OCLC 466323667.
  • Liviana Gazzetta, Relazioni e rispecchiamenti. Un decennio di femminismo italiano in prospettiva internazionale (1868-1877), in Laura Fournier-Finocchiaro, Liviana Gazzetta, Barbara Meazzi (a cura di), Voix et parcours du féminisme dans les revues de femmes (1870-1970), Laboratoire italien. Politique et société, 2021, OCLC 9164987389.
  • Laura Pisano, Donne del giornalismo italiano : da Eleonora Fonseca Pimentel a Ilaria Alpi : dizionario storico bio-bibliografico : secoli XVIII-XX, Milano, Angeli, 2004, OCLC 799290565.
  • (EN) Perry Willson, Women in Twentieth-Century Italy, Houndmills, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2010, OCLC 474868220.