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Mona Seif nel 2011.

Mona Seif (12 marzo 1986) è un'attivista egiziana dei i diritti umani.

Mona Seif nasce il 12 marzo 1986 a Il cairo, in Egitto; in una famiglia di attivisti e la politica é stata un argomento di discussione costante durante la sua infanzia. Figlia di Ahmed Seif e Laila Soueif. Mona Seif é un'attivista egiziana per i diritti umani nota per la sua partecipazione ai movimenti dissidenti durante e dopo la rivoluzione egiziana (tra il 25 gennaio e il 5 febbraio 2011), per il suo uso creativo dei social media nelle campagne e per il suo lavoro per porre fine ai processi militari per i manifestanti civili. É una studentessa laureata in biologia,che studia il gene del cancro al seno BRCA1.

Suo padre, Ahmed Seif , morto nel 2014, era un avvocato per i diritti umani e leader dell'opposizione che ha trascorso cinque anni in prigione durante il regime di Mubarak. Durante la sua detenzione, è stato torturato. Sua madre, Laila Soueif , è anche un'attivista e una professoressa di matematica. Ha aiutato a organizzare manifestazioni contro il regime di Mubarak nei decenni precedenti alla sua caduta. Sua madre è "conosciuta per le strade come sfacciata e coraggiosa e in numerose occasioni ha affrontato poliziotti armati di manganello con nient'altro che la sua voce sarcastica, tagliente e tonante e gli occhi d'acciaio".

Il fratello di Seif, Alaa Abd El-Fattah, ha co-creato l'aggregatore di blog egiziano Manalaa e nel 2005 ha iniziato a documentare gli abusi del regime di Mubarak. Alaa è stato arrestato durante una manifestazione nel 2006 e imprigionato per 45 giorni, durante i quali Mona e sua moglie Manal hanno contribuito a organizzare una campagna online per liberarlo. Anche la sorella minore di Seif, Sanaa Seif, è stata un'attivista dell'opposizione e una manifestante.

Nel 2010, Seif ha partecipato alle proteste contro la brutalità della polizia e la tortura in seguito alla morte di Khaled Saeed sotto custodia della polizia. Nel 2011 Mona si è attivamente coinvolta nel movimento di opposizione, sensibilizzando l'opinione pubblica e prendendo parte nelle manifestazioni in piazza Tahrir. Tra il 25 gennaio e il 5 febbraio, anche la sua famiglia e molti membri della loro famiglia allargata si unirono alle proteste che alla fine hanno fatto cadere il regime di Hosni Mubarak[1]. Seif ha attirato l'attenzione internazionale quando è andata sui social media a raccontare della sua esperienza durante la protesta a piazza Tahrir.

Dopo Murabak

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Seif è una delle fondatrici del gruppo No to Military Trials for Civilians, un gruppo che spinge per il rilascio delle persone detenute durante la rivoluzione. Seif ha scritto sul suo blog Ma3t a proposito della polizia militare durante la repressione dei manifestanti di Tahrir, chiedendo alle persone di farsi avanti con le loro storie. Ha criticato le azioni dell'organo di governo ad interim dell'Egitto, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CFSA), affermando, riguardo al rilascio dei manifestanti senza piena esenzione: "Il fatto che abbiano sospeso le sentenze non dà loro l'orgoglio che meritano come rivoluzionari che non hanno fatto nulla di male. Seif stima che i tribunali militari abbiano condannato 7.000 civili dall'estromissione di Hosni Mubarak nel febbraio 2011. Nota che c'è stato un cambiamento nell'approccio dello SCAF da marzo e che i manifestanti, invece di ricevere delle condanne di 3-5 anni, ora stanno venendo sospesi. Lei ipotizza che questo potrebbe essere un tentativo di fermare le marce regolari e potrebbe anche essere dovuto alla pressione esercitata dai gruppi internazionali per i diritti umani.

Seif ha continuato a criticare le tattiche del CSFA "Abbiamo le prove che i militari stanno prendendo di mira i protestanti. [...] Hanno selezionato figure note della protesta di Tahrir. Selezionavano persone conosciute, le torturavano e le picchiavano...e se leggi o ascolti le testimonianze di coloro che sono stati rilasciati, che sono poche, abbiamo ancora molte persone detenute illegalmente. E si vede che non solo vengono torturati o picchiati, ma c'è un elemento dell'esercito che cerca di spezzare lo spirito rivoluzionario."

Parte del progetto di Seif prevede di chiedere ai detenuti che sono stati rilasciati di registrare cosa è successo a loro. In alcuni casi afferma di essere riuscita a ottenere le loro testimonianze subito dopo il loro rilascio e di aver così registrato segni di lividi e ustioni. È opinione di Seif che in questi casi l'unico modo per combatterli sia tramite Internet.

Nel 2012, è stata finalista per il Premio Front Line per i difensori dei diritti umani a rischio[2], che alla fine è andato al blogger siriano Razan Ghazzawi.

Controversia

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Quando nell'aprile 2013 fu annunciato che Seif era finalista per il Premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani presentato da Human Rights Watch, sia lei che HRW furono criticate per quella che alcuni consideravano una ferma posizione filo-palestinese. Le accuse specifiche, mosse dal filo-sionista UN WATCH, erano di aver twittato a sostegno della violenza sotto forma di attacchi al gasdotto Egitto-Israele-Giordania. Le accuse sono state esaminate e respinte nel dettaglio da Scott Long, che ha negato che 3 tweet, sui 93.000 esaminati, mostrassero qualsiasi prova di sostegno alla violenza.

  1. Hosni Mubarak, su treccani.it.
  2. Mona Seif, su arabianbusiness.com, Arabian business.