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L'invenzione della scienza

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L'INVENZIONE DELLA SCIENZA
ovvero
LA LAGUNA ARISTOTELICA

Autore: Monozigote

I edizione 2015
Aristotele in computer graphics
Aristotele in computer graphics


Quei pensatori che ponderavano i misteri della natura erano una volta noti come "filosofi naturali". Per secoli non esistette un termine separato, specifico per i pochi individui che praticavano la scienza (scientia, "conoscenza") nel senso di escogitare sperimenti e spiegazioni testabili e predizioni per poter capire la realtà pratica, la realtà funzionale. Nel 1833 William Whewell, professore di mineralogia, creò il termine "scientist" (scienziato) - per analogia con "artist" (artista) - ad un congresso della neonata British Association for the Advancement of Science, per identificare pensatori empirici che usassero tutti i propri sensi e si sporcassero veramente le mani nello sforzo di comprendere la natura. "Scienza" presto venne a significare una metodologia, un modo sistematico di osservare, studiare e spiegare il mondo. Ma in realtà il "metodo scientifico" fu per la prima volta esercitato da Aristotele, le cui opere di storia naturale - incluso il suo grandioso trattato di zoologia comparativa, la Storia degli animali - devono obbligatoriamente essere esaminate per meglio capire il genio aristotelico nella sua modalità scientifica, appunto.[1] Sicuramente Aristotele è maggiormente famoso per la sua Fisica e Politica, ma i suoi scritti più voluminosi sono quelli biologici. E numerosi biologi lo celebrano come il vero primo pensatore scientifico, nel senso moderno: il primo ad osservare, descrivere e tentare di classificare la biologia sistematicamente, in tutta la sua meraviglia e le miriadi di sue forme.[2]

Dopo la morte di Platone nel 348 p.e.v.,[3] Aristotele lasciò Atene per andare nell'Anatolia occidentale, dove iniziò ricerche sul campo, basando i suoi studi biologici susseguenti su deduzioni fondate sull'osservazione. Nella Fisica, aveva sostenuto che i principi di cambiamento erano teleologici, che tutte le cose nella natura si muovevano ad ottenere la perfezione dei rispettivi potenziali. La teologia è ancora là, nella Storia degli animali e negli altri scritti biologici, ma la novità sta nell'approccio empirico basato su dati ottenuti da molte fonti: non solo le proprie osservazioni e dissezioni, ma anche le relazioni di scrittori precedenti ed informazioni riportate da agricoltori, pescatori, marinai e viaggiatori. Nonostante il suo interesse nei principi del cambiamento e la sua consapevolezza della trasformazione, mutazione e deformità, la sua accettazione della "fissità della specie" significava che "Aristotele non fece mai il salto evolutivo."[2]

Il punto cieco di Aristotele fu esageratamente ingrandito dai cristiani europei nel Medioevo. L'insistenza medievale sulla creazione divina e le specie immutabili eclissò la metodologia biologica innovativa di Aristotele, portando gli scienziati moderni a rifiutare o travisare le sue contribuzioni importanti. Gli studenti odierni del regno animale e vegetale, arricchiti dall'abbondanza sempre crescente di evidenza fossile e informati dalle teorie scientifiche di estinzione ed evoluzione, cercano di capire come si sia sviluppata ciascuna specie e poi sia svanita o evoluta nel corso degli eoni a diventare ciò che sono nel tempo e luogo presenti. Ma Aristotele si avvicinò di molto ad esprimere un principio evolutivo nel suo "linguaggio dinamico" sui quadrupedi in Parti di animali ed la sua "versione della selezione naturale" radicale.[2] Ma le rocce e la terra che contiene la prova di forme di vita evoluta ed estinta, essendo oggetti inanimati, non avevano posto nella tipologia aristotelica degli esseri viventi.[4]

La laguna lesbica

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Laguna greca
Laguna greca

In Atene, Aristotele avrebbe infine fondato la Scuola Peripatetica di Filosofia (gr. Περιπατητική Σχολή, Peripatetiké Skolé), in cui camminare e pensare - meditare nel passeggiare - erano strettamente intrecciati. Ma prima di questo, la maggior parte delle sue camminate avvenne intorno a Kolpos Kalloni (Καλλονή), una vasta laguna nell'entroterra collegata col Mar Egeo sulla verde isola di Lesbo. Sarebbe quindi interessante ripercorrere qui il suo tragitto da Atene ad Assos sulla costa turca, e da lì attraverso lo stretto fino a Lesbo dove la calma laguna ricca di sostanze nutritive ospitava un'abbondanza di pesce d'acqua dolce e salata, anguille, molluschi ed altre creature marine, con le coste paludose piene di uccelli, rane e insetti. La vita che fioriva in questo bacino fu un grande vantaggio per la decisione di Aristotele di favorire l'osservazione piuttosto che la speculazione astratta proposta da Platone, e ispirò la sua importante impresa di catalogare, descrivere e spiegare il mondo biologico come lo vedeva.[5]

È facile immaginarsi che la laguna di Lesbo, e la bella immagine di Platone raffigurante i greci raggruppati intorno al Mar Egeo "come rane o formiche intorno allo stagno", non erano distanti nella mente di Aristotele quando applicava le sue abilità tassonomiche ed esplicative agli esseri umani, gli animali più politici. I concetti aristotelici di comportamento sociale vantaggioso anticipano la sociobiologia moderna. "La Politica è inevitabilmente scienza politica scritta da un biologo", afferma uno scienziato.[2] Ma la storia della scienza deve andare un po' indietro, a prima di Aristotele, per comprendere il suo processo mentale e "fisico". Bisogna andare alle scoperte e interpretazioni greche dei reperti pietrificati di creature da tempo estinte che una volta popolavano il mondo mediterraneo. Questo complesso di "indizi" non costituisce naturalmente una scienza formale, ma i numerosi resoconti antichi di fossili vegetali ed animali dimostrano veramente un'osservazione e misurazione molto attente, e tentativi razionali di interpretare l'evidenza come essa si accumula nel tempo - tutti ingredienti cruciali di ricerca scientifica. Un rompicapo paleontologico risolto dagli antichi è quello della presenza di conchiglie fossilizzate e scheletri di pesci sulle montagne e nei deserti lontani dal mare. Poiché questi fossili marini somigliavano a specie conosciute e viventi, la spiegazione non richiedeva l'intervento di forze soprannaturali o divine, o i difficili concetti di estinzione o evoluzione. C'era solo bisogno di una visione della terra sommersa in passato dall'oceano per spiegare come le creature marine potessero trovarsi incagliate così tanto tempo fa da trasformarsi in pietre. Nel sesto secolo p.e.v. il filosofo naturale Senofane fu il primo ad articolare l'idea che le impronte di conchiglie, pesci e alghe osservate su rocce dell'Italia, di Malta e sull'isola egea di Paro erano rimaste intrappolate dal fango che si era rappreso nel passato remoto. Xanto Lidio (quinto secolo p.e.v.) giunse alla stessa conclusione per spiegare i molluschi bivalvi e altre conchiglie trovate nell'entroterra, in Asia Minore, Armenia ed Iran. Arrivati al tempo di Erodoto, questa comprensione di conchiglie e pesci arenati a causa di mari recedenti era divenuta conoscenza generale.[6]

Fossili? Quali fossili?

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Fossili greci di Elephas creticus
Fossili greci di Elephas creticus

Aristotele conosceva gli scritti di Senofane, Xanto ed Erodoto, e aveva esaminato e sezionato grandi quantità di pesci e creature marine. Come Platone, aveva concepito il ciclo delle trasgressioni marine e le formazioni di terre emergenti che avevano modellato la Terra nel corso dei millenni. Le conchiglie fossili incastrate nella pietra appaiono ovunque nel mondo greco; le si riscontravano tipicamente nelle cave. Molti edifici greci venivano costruiti con blocchi di "calcare conchiglioso" altamente fossilifero e denso di riconoscibili brachiopodi, crinoidi, spugne, molluschi e coralli. Inoltre, pesci fossili sono comuni a Lesbo. Tuttavia, Aristotele "non cita mai neanche un solo fossile nelle sue opere, o qualcosa di simile ad un fossile."[2] (In Parti di animali, Aristotele allude alla pietrificazione dovuta a esalazioni essicanti provenienti dalla terra, ma sembra trattare tale fenomeno come un mito. Dopo la morte dell'animale, scrive, "non rimane niente eccetto la configurazione, come gli animali nelle favole popolari che sono trasformati in sassi.") Aristotele non solo trascura i pesci fossili ma ignora anche le piante fossili, gli alberi e i femori, le scapole, le costole, i teschi, le vertebre, le zanne e denti di atavici elefanti estinti, di rinoceronti e altri animali del Miocene fino al Pleistocene. Questi fossili vennero continuamente alla luce in tutta la regione del Mediterraneo, in Grecia, Italia e Nordafrica, in molte isole dell Egeo, e in Asia Minore occidentale. Lo sappiamo perché circa un centinaio di resoconti scritti da più di trenta autori greci e latini dell'antichità affermano come i reperti pietrificati di creature ignote furono rivelate dall'erosione, da tempeste, alluvioni, terremoti e scavi. Tali scoperte furono causa di grande meraviglia, con molta gente che veniva ad ammirare le ossa e a misurare le capienze dei teschi di bestie mai viste vive. Speculando su come potessero apparire in vita e su come fossero morte en masse, la gente identificava queste creature come i giganti, i mostri o gli eroi descritti nei miti e nelle leggende. Fonti greche affermano che i fossili venivano esibiti nei templi o in situ in tutto il Mediterraneo. Per esempio, secondo Euagon di Samo, storico del quinto secolo p.e.v., uno poteva vedere sull'isola le ossa di creature titaniche chiamate Neadi; i mostri erano stati distrutti molto tempo addietro ed intrappolati sotto la roccia da terremoti. Aristotele cita Euagon in merito alle terribili Neadi ma non menziona i loro resti a Samo.[7]

Si deve comunque notare che Aristotele usò le proprie esperienze e quelle di altri studiosi, spesso mettendone in discussione il ragionamento. A differenza di Tucidide e di Platone, però, Aristotele valorizzava la conoscenza popolare. Analizzava i miti e le leggende locali, raccoglieva le tradizioni orali, e sollecitava materiali dalla gente ordinaria, cercando elementi di verità. Ciò rende la sua omissione di fossili marini e mammiferi alquanto più sorprendente. "È inverosimile che non ne abbia saputo nulla", dice un biologo, affermando però che "Aristotele non sapeva che in ere passate la terra pullulasse di creature ora estinte".[2] La scusa è comunque deboluccia. In tutto il Mediterraneo, gente ordinaria e altri scrittori stavano interpretando i reperti fossili quale prova che in epoche remote la terra fosse popolata da creature gigantesche che non esistevano più.[8]

Mammut
Mammut

Vari storici moderni di paleontologia sottovalutano l'opportunità che Aristotele aveva di sentire, vedere e toccare ossa pietrificate gigantesche. Tra l'altro, Aristotele ebbe modo di vedere (e quindi apprezzare) in un piccolo museo di Lesbo la megafauna composta non solo da giraffe, "elefanti nani" e grandi tartarughe, ma anche specie enormi di mastodonte e mammut, le cui zanne, scapole e femori rimpicciolivano quei greci che li trovavano. Nel 560 p.e.v. circa, per esempio, gli spartani rinvennero uno scheletro colossale in un pozzo di fabbro scavato in Tegea. Erodoto ne riporta le dimensioni, che combaciano con quelle di un mastodente o di un mammut, fossili comuni in quella regione. Le ossa vennero reputate i resti di Oreste e trasportate a Sparta con grande fanfara. Cimone fece una spedizione a Sciro per recuperare le grandi ossa del leggendario re ateniese Teseo, che furono poi poste in un sacrario ad Atene. Altre città cercarono di ottenere fossili parimenti impressionanti da onorare come ossa dei propri eroi fondatori. Nel frattempo, nel tempio di Tegea, i greci potevano ammirare l'enorme zanna ricurva di un mammut lanoso, che si diceva appartenesse al gigantesco "Cinghiale calidonio" del corrispondente mito, e in Olimpia ci si poteva stupire davanti alle scapole dell'eroe locale Pelope, scapole tre volte più grandi di una scapola umana. Almeno due grandi depositi fossili, quello di Megalopoli e della Calcidica, erano così ricolme di ossa disarticolate di megafauna dell'Era glaciale che si diceva fossero campi di battaglia dove gli dei avevano distrutto moltitudini di giganti e mostri.[9]

L'evidenza paleontologica ed archeologica moderna conferma i ritrovamenti fossili antichi. Nel 1988 archeologi tedeschi scoprirono un femore fossile molto grande tra le dediche votive del sesto secolo p.e.v. presso l'altare del Tempio di Hera a Samo. Archeologi americani recuperarono un femore di pari dimensioni di un rinoceronte lanoso dell'Era glaciale presso l'antica acropoli di Nichoria nella Grecia meridionale; era stata portata là dai giacimenti di Megalopoli. Un dente di mammut fu ritrovato tra le rovine della scuola medica di Ippocrate a Coo. Un vaso greco del sesto secolo p.e.v. raffigura un teschio mostruoso che emerge da una falesia marina vicino a Troia. Aristotele aveva viaggiato ad Asso; i resti di megafauna nella regione erano abbondanti. Lesbo annoverava tracce di fossili di macairodonti, giraffe, rinoceronti, mastodonti e mammut rinvenuti nel suolo argilloso alcuni chilometri a sud della laguna aristotelica.[10]

"Historia plantarum" di Teofrasto
"Historia plantarum" di Teofrasto

Il silenzio di Aristotele su tutto questo è sconcertante, ma ancor più sorprendente è il suo non prender nota dei fossili vegetali che abbondavano a Lesbo. Come potè trscurare la vasta foresta pietrificata sparsa per tutta l'isola? Sulle colline alcuni chilometri a ovest della laguna, c'è una foresta pietrificata del Miocene. Ci sono grandi tronchi di palma e alberi di sequoia, molti ancora dritti, con pigne e radici. Forse una spiegazione del silenzio aristotelico riguardo ai fossili delle piante la si può trovare prendendo in considerazione un amico e successore di Aristotele, il botanico Teofrasto (ca. 372-287 p.e.v.). Nato a Lesbo, Teofrasto era cresciuto nel bel mezzo della foresta pietrificata ed i suoi scritti descrivono zanne fossili screziate scavate dalla terra, canne pietrificate dell'India, la mineralizzazione di oggetti organici, e pesci incorporati in rocce vicino al Mar Nero. Alcune delle sue opere sopravvivono - scrisse Storia delle piante (Περὶ Φυτῶν Ιστορίας) ed il trattato Sulle rocce - ma altre sono frammentarie. Forse la risposta la si trova nei testi mancanti? Forse Aristotele lasciò da parte i fossili perché il suo amico Teofrasto aveva già esaminato sia i fossili vegetali che quelli animali in scritti non sopravvissuti? Tale fu l'impressione di Diogene Laerzio, biografo del terzo secolo dell'era volgare. Ma un supporto ancor più forte per tale nozione lo si trova in precedenza, nel primo secolo. Secondo Plinio, Teofrasto scrisse in merito a "rocce a forma di ossa che si trovano nella terra" in un trattato in due volumi intitolato Sulla pietrificazione, perduto dopo il tempo di Plinio.[11]

C'è chi asserisce che la fede di Aristotele nell'eterna immutabilità delle forme di vita organica lo portarono a scartare le evidenze fossili. Ma la questione necessita di un esame più approfondito, specialmente da parte di moderni storici di biologia evolutiva. Cosa fu che fece negare ad Aristotele un posto nella sua visione del mondo ai reperti organici fossilizzati di creature sconosciute di sorprendenti dimensioni, che trascurò senza fare commenti? Il sistema di Aristotele si basava su specie viventi correnti, senza posto per anomalie, "errori della natura", forme non più esistenti o creature che si opponevano alla categorizzazione, come i tipi bizzarrti di mostri marini visti da pescatori e marinai. Aristotele chiamava mostruose tali rarità, non pertinenti alle sue ricerche perché violavano i principi di "ordine e fine". Non era l'unico filosofo naturale che ignorasse la "scienza popolare" dei fossili. Sebbene le interpretazioni popolari di ossa pietrificate fossero basate sull'osservazione e producessero concetti coerenti che anticipavano le teorie moderne di "tempo profondo", geomorfologia ed estinzione per catastrofe, le intuizioni venivano spesso espresse in termini mitologici, che i filosofi naturali tendevano ad evitare.[12]

Scienza e conoscenza popolare

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Aristotele, Historia animalium et al., Costantinopoli, XII sec. (Biblioteca Medicea Laurenziana, pluteo 87.4)
Aristotele, Historia animalium et al., Costantinopoli, XII sec. (Biblioteca Medicea Laurenziana, pluteo 87.4)

L'unico scienziato moderno che riconoscesse il significato importante delle scoperte fossili dell'antichità da tempo dimenticate, fu il padre della paleontologia francese, Georges Cuvier (1769-1832), che le studiò mentre sviluppava le sue teorie innovative sull'evoluzione e l'estinzione. Per il resto, tuttavia, il tesoro di conoscenza empirica popolare dei fossili conservata nella letteratura classica è stata rifiutata come banalità superstiziosa. Dopo tutto - uno si scusa - Aristotele stesso, con la sua curiosità insaziabile e immensa conoscenza di tutto ciò che esisteva sotto il sole mediterraneo, non disse nulla dei fossili. Ma in realtà il suo silenzio rimane un mistero, che ancora nessuno ha risolto... Una lacuna nella laguna?

Ciò però nulla detrae dalla grande importanza dell'impresa scientifica aristotelica. I predecessori di Aristotele "vedevano il mondo come se si trovassero sull'Olimpo... e la speculazione integrava quello che non riuscivano a vedere."[2] Ma Aristotele scese giù fino al piano. Progettò un robusto "programma di ricerca" in cui "osservò, annotò, applicò le sue cause alle sue osservazioni e le unì insieme nei suoi libri che compresero il suo Grande Corso di Zoologia."[2]

Aristotele non si rese conto di quanto vasta sarebbe diventata la scienza che egli fondò. Ma paragonando il quadro complesso della sua scienza al nostro, possiamo solo ora renderci conto delle sue intenzioni e successi più chiaramente di qualsiasi altra epoca, e forse è perché abbiamo finalmente compreso Aristotele che abbiamo infine raggiunto colui che "inventò la scienza partendo da zero." Dobbiamo renderci conto persino delle sue più strambe idee sbagliate in modo da capire esattamente come e perché questo geniale scienziato, metodico, rigoroso e accorto abbia preso delle emerite cantonate. E presumiamo quindi che, se ne avesse avuto tempo e spazio, Aristotele stesso si sarebbe certamente corretto. Da solo.[2]

  1. J. Barthélemy-Saint Hilaire, Histoire des Animaux D'Aristote (3 voll.), Parigi: Librairie Hachette, 1883.
  2. 2,0 2,1 2,2 2,3 2,4 2,5 2,6 2,7 2,8 Un interessante analisi (che citerò frequentemente) di questo campo aristotelico viene fatta dal biologo evoluzionista Armand Marie Leroi, The Lagoon: How Aristotle Invented Science, Bloomsbury, 2014.
  3. Questo testo usa il sistema con locuzione era volgare (abbreviata in "e.v."), contrapposta a prima dell'era volgare (o anche abbreviata in "p.e.v."), che indica il posizionamento temporale di una data relativamente al calendario gregoriano (o giuliano, se specificato). Sono indicati con tale locuzione gli anni 1 e successivi, e con p.e.v. gli anni precedenti. La locuzione deriva da Aera Vulgaris, usata per la prima volta nel 1615 da Giovanni Keplero, volendo indicare il concetto di "era secondo l'uso comune". Da notare che questa terminologia è stata adottata in diverse culture non-cristiane, da molti studiosi di studi religiosi e di altri settori accademici per non specificare il riferimento a Cristo, dal momento che la datazione sarebbe scorretta (Cristo sarebbe nato circa 7 anni prima, sotto Erode, della data convenzionale) e da altri che desiderano utilizzare termini non-cristiani: con questa annotazione infatti, non si fanno esplicitamente uso del titolo religioso per Gesù (Cristo), che è utilizzato nella notazione "avanti Cristo" e "dopo Cristo". Quindi, per fare un esempio, 50 e.v. significa 50 anni dopo il convenzionale anno zero dell'era cristiana, posizionato 754-753 anni dopo la leggendaria fondazione di Roma secondo il computo ab Urbe condita e quello del calendario giuliano. Cfr. History of the World Christian Movement.URL consultato 3 luglio 2015
  4. Intervista a Wolfgang Kullmann: Aristotele filosofo della natura; Induzione, ragione e intuizione intellettuale in Aristotele.
  5. (EN)Complete Works of Aristotle, Volume 1: trad. riveduta e curata da Jonathan Barnes, Princeton University Press, 1984.
  6. Jonathan Lear, Aristotle: the desire to understand, Cambridge University Press, 1988, pp. 101-138 & passim.
  7. Adrienne Mayor, The First Fossil Hunters: Dinosaurs, Mammoths, and Myth in Greek and Roman Times, Princeton University Press, 2011, pp. 58-61.
  8. Stuart, A. J., "Mammalian extinctions in the Late Pleistocene of northern Eurasia and North America", Biological Reviews (Wiley) 66 (4), 1991, pp. 453–562.
  9. Martin, P. S.; Steadman, D. W.,"Prehistoric extinctions on islands and continents", in MacPhee, R. D. E., Extinctions in near time: causes, contexts and consequences. Advances in Vertebrate Paleontology 2, New York: Kluwer/Plenum, 1999, pp. 17–56.
  10. Gary Haynes, "Introduction to the Volume", in Haynes, Gary, Megafaunal Extinctions at the End of the Pleistocene, Springer. 2009, pp. 1–20.
  11. William Fortenbaugh (et al.) a cura di, Theophrastus of Eresus. Sources for his life, writings, thought and influence, Leiden, Brill, 1992 (due volumi).
  12. (EN)"I fossili a Lesbo", sito geologico informativo di fossiel.net