Lamento di Philip Roth/Introduzione
Introduzione
[modifica | modifica sorgente]Nel 1973, all'età di quarant'anni, dopo aver pubblicato sette libri, Philip Roth si prese un momento di pausa, a riflettere e intervistare se stesso sull'argomento della forma della sua carriera fino a quel momento. Per uno scrittore che aveva affermato che "the art of impersonation is the fundamental novelistic gift", impersonare il proprio intervistatore gli venne abbastanza naturale.[1] Ponendosi una domanda sulla sua alternanza tra il "serio" e lo "spericolato", Roth si concesse una lunga risposta che, dopo aver preso in considerazione le sue prime battaglie con i critici ebrei sulla sua pubblicazione di debutto Goodbye, Columbus (1959), alla fine cita il saggio del 1939 di Philip Rahv "Paleface and Redskin", che postulava due tipi polarizzati di scrittore americano.[2] Gli scrittori Paleface ("Viso pallido"), come T.S. Eliot e Henry James, erano figure raffinate, colte, della costa orientale, che mostravano un interesse del vecchio mondo per le preoccupazioni morali. I Redskins ("Pellerossa"), come Walt Whitman e Mark Twain, erano gli scrittori della frontiera e della grande città: scrittori emozionali, vernacolari, energici che riflettevano la vitalità del nuovo mondo e lo spirito di curiosità dell'esploratore. Dopo aver introdotto la dicotomia di Rahv, Roth rivendica l'appartenenza a una nuova categoria ibrida di scrittori americani, il "redface" ("facciarossa"), che è una combinazione di paleface e redskin, pur rimanendo "fundamentally ill at ease in, and at odds with, both worlds". È significativo che Roth non prosegua affermando di scrivere come una combinazione di paleface e redskin (non c'è alcuna affermazione sui modi in cui è stato influenzato, ad esempio, sia da James che da Twain), ma piuttosto è l'alternanza tra modalità opposte, l'imbarazzante incertezza su quale percorso scegliere, che viene enfatizzata:
Questo "self-conscious and deliberate zigzag" ha continuato a definire la carriera di Roth fino ai giorni nostri, creando un corpus di opere tanto variegato e fertile quanto quello di qualsiasi scrittore nella memoria recente. C'è un altro scrittore di narrativa che è stato così tante cose per così tanti lettori? In un momento o nell'altro, Roth è stato visto come il cronista attento dei ricchi sobborghi ebrei americani; il celebre autore di bestseller sulla trasgressione sessuale; il custode della fiamma dell'umorismo ebraico; lo scrittore ebreo che odia se stesso, desideroso di trascinare il suo popolo nel fango per vendere qualche copia in più dei suoi libri; il satirico politicamente incisivo nella tradizione di Swift e Orwell; il narratore egocentrico di racconti psicoanalitici del sé; il campione del lavoro e delle tradizioni degli scrittori dell'Europa orientale dietro la cortina di ferro; il postmodernista giocoso, che confonde i confini tra finzione e realtà; il bardo nostalgico di Newark, New Jersey; e l'indiscusso Grande Romanziere Americano, che scrive opere che condensano e commentano interi decenni di esperienza americana. Come possiamo dare un senso a una simile carriera?
In un'altra intervista, undici anni dopo, nel 1984 (questa volta con Hermione Lee come intervistatrice), Roth parlò delle azioni di Nathan Zuckerman in The Anatomy Lesson (1984) – in cui decide di diventare un medico e impersona spontaneamente un pornografo che pubblica una rivista chiamata, abbastanza appropriatamente, Lickety Split – in termini che sembrano richiamare la sua precedente visione di se stesso come un redface:
Più avanti nella stessa intervista, Lee chiese a Roth della sua alternanza tra narrazione in prima e terza persona nei romanzi di Zuckerman Bound; la spiegazione di Roth descrive ancora una volta un atto di equilibrio, un movimento tra due poli:
Alternando prospettive interiori ed esteriori, tra l'estremo voluto di una professione nobile e l'estremo voluto di una sordida, tra viso pallido e pellerossa, Roth ha fatto carriera su tali cambiamenti, e in questo mio wikilibro sosterrò che tale è stata la caratteristica distintiva della scrittura rothiana dai suoi inizi fino all'inizio del secolo attuale.
Nell'introduzione alla sua monografia del 2006 sull'opera di Roth, Ross Posnock incita ad una comprensione di Roth che vada molto oltre quella di uno scrittore ebreo-americano con una manciata di ambientazioni e preoccupazioni ormai familiari. Posnock sostiene che Roth "is a writer usually regarded as a wholly known quantity, confined to a particular region (New Jersey), a particular aesthetic tradition (American literary realism and naturalism), and, above all, a particular ethnicity (third-generation American Jew)". Posnock sostiene che vedere Roth solo in questi termini è ingiusto nei confronti di uno scrittore che "long ago slipped the bonds of particularism not least by exemplifying that the local cannot be thought apart from the worldly.... In contrast to the pigeonholing critics who would anchor him to his historical coordinates", Posnock mira a collocare la scrittura di Roth nei contesti molto più ampi e sciolti della letteratura mondiale:
Affermare che Roth non è "semplicemente" uno scrittore ebreo-americano è da tempo una delle attività preferite dai critici accademici riguardo all'opera di Roth.[3] Ma questo approccio di "categoria" conserva ancora la sua familiarità e potenza, specialmente nella stampa popolare, anche se la famosa ditta Bellow, Malamud e Roth è ora trascorsa. Il sentimento di Posnock sembra essere condiviso da altri autori di recenti lunghi studi sull'opera di Roth. Insieme a Posnock, Mark Shechner, Debra Shostak, Elaine B. Safer e David Brauner hanno tutti recentemente scritto libri su Roth che fanno i conti con una carriera durata più di cinquant'anni. Oltre al semplice fatto che Roth ha scritto più di trenta libri, il che rende particolarmente difficile riassumere rapidamente il tipo di scrittore che è, i suoi scritti finali sono stati quasi universalmente salutati come più ambiziosi, di più ampia portata e più interessati all'"umano" che all'"ebraico". Nessuno di questi nuovi studi, infatti, prende l'ebraismo di Roth, o il suo trattamento dei temi ebraici, come oggetto principale della loro indagine. Piuttosto, ognuno prende un concetto diverso, ampio, un po' vago, unificante, come base del suo studio. Posnock lega insieme le opere di Roth attraverso un'esplorazione del suo interesse per l'immaturità e la provocazione. Shostak vede un'intensa preoccupazione per i vari aspetti della soggettività come l'elemento comune della lunga carriera di Roth.[4] Sia Safer che Brauner limitano la loro attenzione ai libri di Roth da The Ghost Writer (1979), con Safer che sostiene che la comicità di Roth, usata per commentare la cultura e la società, è la caratteristica unificante della sua carriera.[5] Brauner usa il paradosso, "both as a rhetorical device of which Roth is particularly fond, and also as an organising intellectual and ideological principle that inflects all of his work", come filo conduttore del suo studio.[6] Shechner, ancora più ampio nella sua tesi, si permette solo questo a titolo di spiegazione dei metodi di Roth: “Roth does what he does because he does what he does”.[7]
Ciò non significa che questi studi recenti siano vaghi o poco focalizzati nel loro impegno con le opere di Roth; al contrario, queste cinque opere, così come una serie di nuove raccolte di saggi su Roth, hanno contribuito in modo sostanziale a una nuova profondità e ampiezza di critica seria su Roth. Piuttosto, i concetti generali attorno ai quali sono organizzati questi studi (immaturità, soggettività, comicità, paradosso, caparbietà) suggeriscono che non è più il caso di parlare di Roth come di una "wholly known quantity". Questi sono termini con cui discutere di uno scrittore interessato a temi che riguardano tutti noi. Ma oltre a un riconoscimento dell'universalità di Roth, questo è anche, sospetto, un segno della straordinaria varietà che si può trovare nell'opera di Roth e della straordinaria difficoltà (o forse persino inappropriatezza) di un tentativo di unificare il tutto. Tentando di unificare la narrativa sotto una di queste intestazioni generali, spesso la conclusione è che tale unità è impossibile da affermare.
Vorrei suggerire che persino alcuni dei migliori lavori critici su Roth hanno teso a trascurare i modi in cui la carriera di Roth frustra la maggior parte dei tentativi di imporre unità. Si considerino, ad esempio, le recenti monografie di Shostak e Posnock. Entrambi affrontano l'intera carriera di Roth con la volontà di ripensare le ipotesi comuni sulle opere familiari e la capacità di individuare sia i dettagli trascurati sia i fili più ampi che attraversano la narrativa. Ma sebbene, come notato sopra, entrambe le opere prendano concetti ampi come centrali nei loro sforzi per rendere giustizia alla molteplicità di preoccupazioni di Roth, i loro approcci tendono a concentrarsi su due lati rothiani diversi, forse opposti.
L'argomentazione centrale di Shostak è che Roth ha una manciata di preoccupazioni caratteristiche, tutte incentrate sull'enigma della soggettività. Questo Roth, rivolgendosi verso l'interno per concentrarsi su "masculinity, embodiment, Jewish American identity, storytelling as an act of both fictive imagination and quasi-autobiographical disclosure, and the position of the subject within American history, can provide an index into the shifting ideologies of the time, both social and literary".[8] Ma nonostante le sue ripetute esplorazioni di tali argomenti, Roth non ha mai "risolto" nessuno dei suoi problemi autoimposti. Piuttosto, sostiene Shostak, prendendo spunto da The Counterlife (1986), i libri di Roth sono una serie di "controtesti", ognuno dei quali testa una serie di situazioni speculative per esplorare le numerose implicazioni dell'individualità. L'attenzione di Shostak, nell'ampliare la portata degli studi di Roth da una visione tradizionale che lo vedrebbe come "semplicemente" uno scrittore ebreo, o "semplicemente" uno scrittore comico, è quella di esaminare i modi in cui Roth ha reso la soggettività umana, il modo in cui abitiamo noi stessi, la sua preoccupazione più significativa e duratura. "Roth has chosen to explore the process of how one comes to rest at a position, how one thinks about what one really thinks, by tracing the journeys of imagined selves through a series of subject-positions".[9] Questo è il Roth che ha detto: "Updike and Bellow hold their flashlights out into the world, reveal the world as it is now. I dig a hole and shine my flashlight into the hole".[10]
Posnock, al contrario, presenta un Roth che ha illuminato il mondo con la sua torcia, o almeno la biblioteca, fin dai suoi primi scritti. In uno studio che si distingue per la sua ampia gamma di punti di riferimento, Posnock sostiene che Roth, piuttosto che il figlio nativo della Newark ebraica, in realtà risiede nella "repubblica della cultura", uno spazio definito dalle sue letture anziché dalle sue origini geografiche o addirittura biografiche.[11] Prendendo in prestito il concetto di "the appropriation game" di Ellison (un concetto che, sottolinea Posnock, ha origine in Goethe ed Emerson), Posnock vede questo, piuttosto che l'assimilazione, come la chiave del movimento di Roth dalle circostanze particolari delle sue origini al terreno universale della letteratura mondiale:
La biblioteca da cui Roth ha attinto, insiste Posnock, è molto più ampia e idiosincratica di quanto spesso si affermi. Insieme a nomi familiari come Henry James e Milan Kundera, Posnock lega Roth a una tradizione distintiva che include Montaigne, Emerson, Witold Gombrowicz, Robert Musil, William James, Dostoevskij ed Ellison. Ciò che accomuna tutti questi scrittori a Roth è l'attrazione per gli aspetti del concetto ampiamente definito di immaturità: resistenza alle nozioni borghesi di età adulta civilizzata, rifiuto della fede in una realtà trasparentemente statica e comprensibile, volontà di trasformare ed essere trasformati e uno spirito di provocazione generalmente anarchico. Incluso in questa definizione di immaturità è il concetto stesso di appropriazione, che rifiuta i confini assunti delle circostanze biografiche in favore di un approccio che prende promiscuamente da qualsiasi cosa l'individuo scelga: "Roth negotiates his identity as an American citizen and writer through a freewheeling approach to culture that rewrites heritage not as a passive inheritance but as an assemblage produced by the act of seizing or appropriating from the past and present".[12] Posnock chiarisce questo approccio attraverso una serie di studi di casi di vasta portata. Ad esempio, invece di concentrarsi semplicemente sulla nota influenza di Henry James sui primi anni di carriera di Roth, Posnock sostiene che, nell'ultimo capitolo di American Pastoral, Roth si appropria e rivede un momento cruciale di The Golden Bowl per i propri scopi, illuminando Swede Levov attraverso un implicito paragone con Maggie Verver.[13] Questo è un Roth puntato verso l'esterno, appollaiato, come uno dei suoi primi protagonisti, Neil Klugman, su un seggiolone in una grande biblioteca, che vaga attraverso una "repubblica della cultura", il cui ingresso è concesso a chiunque sia abbastanza curioso da trascorrere la maggior parte del suo tempo a leggere.[14]
Mentre Shostak tende a concentrarsi sui modi in cui Roth si rivolge verso l'interno nel suo interesse per la creazione della soggettività, e Posnock tende a concentrarsi sulla traiettoria esterna di Roth verso l'appropriazione di modelli e discorsi letterari, spero di dimostrare che il mio approccio richiede una modulazione tra le due direzioni. L'intensa e duratura autocoscienza di Roth ha garantito un focus sulla formazione dell'identità, sia nei modi in cui il sé è costruito e compreso, sia nei modi in cui il sé è influenzato dal mondo "là fuori", dalla cultura, ma anche dalla storia, da altre persone. Questa distinzione interno/esterno, o interiore/esteriore, è utile per discutere la carriera di Roth, soprattutto perché ha teso verso un rifiuto di scegliere l'uno rispetto all'altro. La tempesta di critiche che accolse il suo debutto si incentrò proprio su questa distinzione: Roth fu accusato di aver tradito il suo popolo scrivendo di loro in un modo che, sebbene forse accettabile quando si parlava all'interno della comunità, equivaleva a "informare" quando si diffondeva al mondo in generale, al di fuori della comunità.[15] Il lavoro di Roth negli anni ’70 e nei primi anni ’80 lo mostra, da un lato, apparentemente rivolto verso l'interiore, concentrandosi sulle prove e sugli effetti comici di un sé definito psicoanaliticamente, mentre, dall'altro, si rivolgeva verso l'esteriore per descrivere e utilizzare una cultura decisamente non sua, quella dell'Europa orientale. Il lavoro di Roth della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90 sembrava di nuovo riflettere una svolta verso l'interno, con quattro libri di preoccupazioni variamente autobiografiche. Poco dopo, tuttavia, Roth fu visto apparentemente cambiare rotta, spostando la sua attenzione direttamente verso l'esterno, sugli effetti della storia americana nella sua trilogia di fine anni ’90. Il commento di Roth di cui sopra, a proposito del puntare la torcia in un buco, sembra indicare che egli vede la sua vocazione principalmente come rivolta verso l'interno. Tuttavia, dovremmo tenere a mente la risposta dello scrittore americano David Plante, a cui Roth ha indirizzato quelle osservazioni, quando consideriamo la forma della carriera di Roth nel suo complesso: "What I keep forgetting about you, and shouldn’t, is that when you talk about yourself digging a hole and shining a flashlight into it you’re talking just to try it on for five minutes to see what it looks like".[16] Se c'è una costante nella carriera di Roth, che tutto sommato copre mezzo secolo, è che non ha mai smesso di "provare" tali posizioni per se stesso, puntando sia verso l'interno che verso l'esterno.
Ci sono alcune ipotesi basilari che guideranno il mio approccio alla carriera di Roth. In primo luogo, la lunga processione della narrativa di Roth mostra, come prevedibile, una varietà di preoccupazioni: ovviamente gli interessi e gli approcci di Roth sono cambiati nel corso degli anni, il prodotto di uno scrittore intensamente curioso e spesso impetuoso che ha tratto grande piacere dal cambiare rotta da un libro all'altro, spesso a volte cercando di frustrare quei lettori che lo vorrebbero etichettare come un certo tipo di scrittore.[17] Pertanto ho ritenuto necessario suddividere la carriera di Roth in gruppi di libri, postulando "fasi" di preoccupazione rothiana, cercando al contempo di non perdere di vista l'insieme cumulativo. A volte queste fasi si sovrappongono, riflettendo l'interazione disordinata delle preoccupazioni primarie di uno scrittore, poiché sono adattate alle esigenze dei singoli libri. Ad esempio, Portnoy's Complaint (1969) rappresenta sia il culmine dei primi tentativi di Roth nel definire se stesso attraverso la cultura alta e bassa, sia l'inizio di un periodo di intensa fascinazione per i processi e gli usi letterari della psicoanalisi, una preoccupazione che sarebbe durata per quasi due decenni.
In secondo luogo, l'autocoscienza di Roth, aggravata (forse generata) dal controllo definitorio che ha sofferto per i suoi primi lavori, rende preferibile un approccio cronologico. Roth ha parlato della "exuberance of being a literary orphan", la libertà che ha sentito nello scrivere il suo primo libro: "Not as yet informed that he is a realistic writer, or a Jewish writer, or an academic writer, or a controversial writer, he is not tempted either to satisfy the expectation or to subvert it".[18] Qui si sottintende che, da quando scrisse Goodbye, Columbus, Roth ha sempre sentito la tentazione di soddisfare e/o sovvertire le aspettative che hanno circondato la sua carriera. Roth è sempre stato acutamente consapevole di come sono stati accolti i suoi libri, della forma della sua carriera fino alla fine e, come mostra la trilogia iniziale di Zuckerman, è in sintonia con il modo in cui la vita e la carriera di uno scrittore creano una narrazione avvincente. Una tale narrazione è anche implicita nello sviluppo definito delle sue preoccupazioni, legate ai punti cronologici della sua carriera. Nei primi libri, è più interessato alla definizione iniziale del sé, specialmente attraverso le prime esperienze della cultura. Nel periodo intermedio, le preoccupazioni diventano più consapevolmente intellettuali, mentre persegue argomenti che lo interessano come autore affermato, come insegnante e come adulto. Il periodo successivo sembra più interessato a guardare indietro alla sua carriera di scrittore fino al momento presente e a valutare la cultura che lo ha plasmato come scrittore e come americano.
In terzo luogo, la narrativa di Roth mostra uno scrittore particolarmente aperto alla cultura che lo circonda. L'interazione tra lo scrittore di narrativa e la sua cultura contemporanea è un argomento centrale delle prime incursioni di Roth nella critica letteraria da giovane autore. La sua osservazione spesso citata secondo cui "the American writer in the middle of the twentieth century has his hands full in trying to understand, describe, and then make credible much of American reality", sebbene i suoi significati siano stati contestati, implica certamente che Roth pensi che parte del lavoro di uno scrittore americano sia affrontare la realtà che lo circonda.[19] Solo il suo Portnoy's Complaint, per fare un esempio ovvio, contiene allusioni letterarie, sia alte che basse, riferimenti alla canzone popolare, ai film di Hollywood, all'età d'oro della radio, al baseball e ai suoi miti, alla politica presidenziale, alla pubblicità, ai titoli dei tabloid e allo scandalo dei quiz televisivi, per nominare solo alcuni degli artefatti culturali che trovano la loro strada nel monologo di Portnoy. Per proseguire dalla concezione di Posnock su Roth come promiscuo, cosmopolita, appropriatore, penso che sia necessario – quando si scrive di Roth – rimanere aperti a connessioni culturali inaspettate. Mentre scrivo cronologicamente della carriera di Roth, apporto alla discussione alcuni discorsi che ritengo possano mostrare la scrittura di Roth sotto una nuova luce. Questi includono la progressione del pensiero liberale dalla sinistra socialista alla destra antistalinista, i costi dell'abbraccio della serietà da parte dei New York Intellectuals, la produzione di Broadway di The Diary of Anne Frank, la pratica psicoterapeutica della terapia narrativa e molti altri.
Ognuno dei miei Capitoli seguirà una svolta verso l'interno o verso l'esterno di Roth, ricordando sempre che, naturalmente, mentre si rivolge verso l'interno, molto spesso si rivolge anche verso l'esterno, e viceversa. I primi due Capitoli esaminano la carriera iniziale di Roth, mostrando che, mentre Roth si affermava, lui, spesso attraverso il crogiolo delle controversie, lavorava per definire se stesso come scrittore americano, spesso rivedendo la definizione man mano che andava avanti. I tentativi iniziali di definizione fatti da Roth mostrano uno scrittore reso acutamente consapevole dei suoi lettori e delle loro aspettative per la sua narrativa. Nel Capitolo 1, osservo come, in Goodbye, Columbus, mentre apparentemente interpreta il ruolo dell'outsider (colui che violerebbe il codice del gruppo etnico attraverso la fedeltà alle più ampie reclute della letteratura), Roth in realtà mette in atto e sembra anticipare il dibattito interno della comunità ebraica americana che sarebbe venuto a galla con la pubblicazione del libro. Con un approccio bifronte simile, nel Capitolo 2, esaminerò come Portnoy's Complaint, che apparentemente rompe con la precedente ardente ricerca di Roth di serietà letteraria in cambio della selvaggia "nuova sensibilità" degli anni ’60, tende a interessarsi proprio del "assimilation-by-culture trail" — l'espressione di Jonathan Freedman per la strada intellettuale che molti intellettuali ebrei avevano tentato di seguire per entrare in America — come un percorso verso la formazione dell'identità.[20] Entrambi i Capitoli fanno spesso riferimento al lavoro dei New York Intellectuals, sia come barometro culturale dei tempi sia come una sorta di indicazione basilare del modo in cui gli ebrei americani si sono fatti strada nel mainstream delle lettere americane.
I Capitoli 3 e 4 riguardano il periodo che seguì il cataclismatico successo popolare di Portnoy's Complaint, che segna l'ingresso di Roth nella cultura americana mainstream e gli garantisce anche il capitale culturale per passare dalle sue definizioni iniziali di sé agli interessi più autocoscienti e intellettuali di un autore affermato. Il Capitolo 3 vede Roth volgersi verso l'esterno per affrontare modelli al di fuori della sua esperienza immediata, sotto forma di Franz Kafka e Anna Frank. Caratteristicamente, queste mosse appropriative consentono a Roth di definire ulteriormente se stesso e le sue personalità. Nel Capitolo 4, seguo quello che potrebbe essere definito il periodo psicoanalitico di Roth, poiché un fascino per i modi freudiani di concepire, gestire e parlare del sé si rivela centrale per il lavoro del periodo di quindici anni che inizia con Portnoy's Complaint. Con l'avanzare del periodo, descrivo in dettaglio come una crescente frustrazione per i limiti di una mentalità psicoanalitica porti Roth a introdurre una visione radicalmente diversa del sé in The Counterlife, il libro che David Brauner ha definito "the beginning of Roth’s second coming".[21]
Gli ultimi due capitoli seguono il lavoro rothiano dalla sua autobiografia The Facts (1988) alla sua trilogia americana, che culmina in The Human Stain (2000). Sempre più affermato come uno degli autori più significativi della seconda metà del ventesimo secolo, Roth inizia a guardare indietro, valutando, facendo il punto e rivedendo la sua storia e quella della sua cultura. Ciò comporta sia movimenti interiori che esteriori. Il Capitolo 5 esamina le quattro opere "autobiografiche" di Roth che iniziano con The Facts. Sebbene in molti sensi questa sia una svolta interiore, una rivalutazione di sé a fine carriera apparentemente provocata da una serie di spaventi medici quasi fatali, cerco di mostrare come scrivere di sé in modo così esplicito porti Roth a una considerazione di come la scrittura influenzi gli altri — una considerazione etica con radici che risalgono all'inizio della sua carriera. Il Capitolo 6 riguarda i tre libri più citati come responsabili della "career resurgence" di Roth alla fine degli anni Novanta, American Pastoral (1997), I Married a Communist (1998) e The Human Stain (2000). Mentre Roth sembra voltarsi di nuovo in modo riconoscibile verso l'esterno, il Capitolo sostiene che la trilogia condivide molte preoccupazioni con i primi lavori di Roth, dimostrando che questo nuovo Roth è molto simile al vecchio. In definitiva, spero di dimostrare che lo "zigzag autocosciente e deliberato" di Roth ha prodotto un corpus di opere che è allo stesso tempo notevolmente diversificato e inconfondibilmente suo.
Note
[modifica | modifica sorgente]| Per approfondire, vedi Serie letteratura moderna, Serie delle interpretazioni, Serie dei sentimenti e Identità e letteratura nell'ebraismo del XX secolo. |
- ↑ Philip Roth, “Interview with The Paris Review”, in Reading Myself and Others, (New York: Vintage, 2001), 123.
- ↑ Philip Rahv, “Paleface and Redskin,” in Image and Idea: Twenty Essays on Literary Themes, Revised and Enlarged (London: Weidenfeld and NicoIson, 1957), 1-6.
- ↑ John N. McDaniel, nella sua monografia del 1974, sosteneva che Roth era essenzialmente un umanista, piuttosto che uno scrittore ebreo: “As a writer who is a Jew, Roth asks for a literary rather than a narrowly religious evaluation of his fiction; as a social realist, he takes as his domain the society that he has seen and known— which includes but is not limited to Jewish life.” John N. McDaniel, The Fiction o f Philip Roth (Haddonfield, N.J.: Haddonfield House, 1974), 34. Nella sua monografia del 1978, Bernard F. Rodgers Jr. fa osservazioni simili: “So much of the commentary on [Roth’s] fiction has continued to be preoccupied with determining the nature and extent of his relationship to Jewish-American religious and literary traditions that other elements in his work, which are just as important, have been consistently ignored or obscured.” Bernard F. Rodgers Jr., Philip Roth (Boston: Twayne Publishers, 1978), 7-8.
- ↑ Debra Shostak, Philip Roth—Countertexts, Counterlives (Columbia: University of South Carolina Press, 2004).
- ↑ Elaine B. Safer, Mocking the Age: The Later Novels of Philip Roth (Albany: State University o f New York Press, 2006).
- ↑ David Brauner, Philip Roth (Manchester. Manchester University Press, 2007), 8.
- ↑ Mark Shechner, Up Society’s Ass, Copper: Rereading Philip Roth (Madison: University o f Wisconsin Press, 2003), 4. La frase di Shechner deriva dalla giustificazione di Louis Smilesburger per il suo lavoro col Mossad in Operation Shylock di Roth. Immaginando cosa dovrà dire nel caso di un trionfo palestinese, Smilesburger “‘will offer no stirring rhetoric when I am asked by the court to speak my last words but will tell my judges only this: «I did what I did to you because I did what I did to you». And if that is not the truth, it’s as close as I know how to come to it.’” Philip Roth, Operation Shylock (London: Vintage, 1994), 351. I riferimenti successivi saranno indicati tra parentesi nel testo.
- ↑ Shostak, Countertexts, Counterlives, viii.
- ↑ Ibid., 7.
- ↑ David Plante, “Conversations with Philip,” New York Times, 1 January 1984, 3.
- ↑ Posnock, Philip Roth’s Rude Truth, xiii.
- ↑ Ibid., 90,91-2.
- ↑ Ibid., 114-6.
- ↑ Le mie caratterizzazioni qui – dello studio di Shostak come postulante un Roth rivolto verso l'interno e di quello di Posnock come postulante un Roth rivolto verso l'esterno – dovrebbero essere temperate da alcune avvertenze. Shostak, nonostante la sua attenzione predominante sui problemi della soggettività, si confronta con i modi in cui Roth si è rivolto verso l'esterno per includere la storia nel suo lavoro successivo, sostenendo che questo periodo "suggests that subjectivity is not just a narrative construct but also, inextricably, a historical product". Shostak, Countertexts, Counterlives, 18. Posnock, nonostante dimostri che Roth è aperto a un'ampia varietà di influenze esterne e discorsi non familiari, tende a concentrarsi eccessivamente sull'intertestualità letteraria, tralasciando gli intrecci di Roth con Richard Nixon (in Our Gang e in una serie di saggi degli anni Settanta), Praga (in The Professor of Desire e The Prague Orgy), Israele (in Portnoy’s Complaint, The Counterlife e Operation Shylock) e Londra (in The Counterlife e Deception), per citare solo alcune delle svolte esteriori più notevoli di Roth.
- ↑ “Informing. There was the charge so many o f the correspondents had made, even when they did not want to make it openly to me, or to themselves. I had informed on the Jews. I had told the Gentiles what apparently it would otherwise have been possible to keep secret from them: that the perils of human nature afflict the members of our minority.” Philip Roth, “Writing About Jews,” in Reading Myself and Others, 204. Pubblicato originalmente in Commentary (Dec. 1963): 446-52.
- ↑ Plante, “Conversations with Philip”, 3.
- ↑ Quando by Hermione Lee gli chiese se scrivesse tenendo in mente un lettore rothiano, rispose: “No. I occasionally have an anti-Roth reader in mind. I think, ‘How he is going to hate this! That can be just the encouragement I need.” Roth, “Interview with The Paris Review”, 121.
- ↑ Philip Roth, “The Story of Three Stories,” in Reading Myself and Others, 213.
- ↑ Philip Roth, “Writing American Fiction,” in Reading Myself and Others, 167. I riferimenti successivi saranno annotati tra parentesi nel testo. Ristampato da Commentary 31 (March 1961), 223-33. Esamino questo saggio più approfonditamente nel Capitolo 2.
- ↑ Jonathan Freedman, The Temple of Culture: Assimilation and Anti-Semitism in Literary Anglo-America (Oxford: Oxford University Press, 2000), 8.
- ↑ Brauner, Philip Roth, 3.
