Vai al contenuto

Maschere umbre della commedia dell'arte

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.

Non esiste memoria di maschere legate a quel periodo in Umbria ne orale ne tantomeno scritta anche perché la Commedia dell'Arte è stata per tutto il Seicento una «questione morale» che ha messo in discussione l'esistenza stessa dei protagonisti del fenomeno.[1] Se anche il tempo della festa era visto come furto al tempo del Signore, nessuna giustificazione avevano uomini il cui tempo era interamente dedicato ad attività «frutto del reiterato esercizio di gioco».

Gli attori della Commedia dell'Arte avevano certamente non solo ingegno e disposizione naturale, ma anche cultura; perché molti di questi iniziarono poi a scrivere commedie e se in queste, non troveremo la grandezza letteraria di un Prospero né quella di un Amleto potremmo rilevare, per esempio, che la mancata stampa di un testo come “La Lucilla costante” di Fiorillo (1632) ha impedito ai più, di prendere visione della nascita di un personaggio come quello di Policinella (Pulcinella) che, sul piano della fama nella scena mondiale, occupa certamente, almeno quantitativamente parlando, un posto non dissimile dal più austero principe di Danimarca.

[2]Da una filastrocca risalente al XVI-XVII secolo, che è stata la nenia di molti bambini, tramandata oralmente di generazione in generazione anche se in forme diverse in una vasta area che va da Deruta, Monte Castello di Vibio, Bastardo (Giano dell'Umbria)|Bastardo, Todi, Massa Martana, Acquasparta, Avigliano Umbro, Montecastrilli, San Gemini, Amelia (Italia)|Amelia, Terni, Narni e non solo, sono nate le quattro maschere alle quali sono state accostate le forme d'arte di quel periodo storico della Commedia dell'arte, un fenomeno tutto italiano poi divenuto di riferimento culturale in gran parte dell'Europa.

La filastrocca

[modifica | modifica sorgente]

[3]«Chi è morto? Nasotorto. E chi l'ha sotterrato? Nasoacciaccato. E chi ha suonato la campanella? Quel birbone di Chicchirichella. E chi è la più bramata e mai convinta? La figlia della Florinda. E chi è, chi è? La bella Rosalinda…».

Quei nomi sono stati usati frequentemente dalla fantasia popolare come soprannomi, in particolare quello di Chicchirichella.

A differenza della maschere della Commedia dell'Arte, 'Nasotorto', Nasoacciaccato, Chicchirichella e Rosalind'a', maschere ai modi della Commedia dell'Arte, hanno un padre, una madre, una zia e tantissimi padrini e madrine che hanno permesso la loro nascita e che sono stati trascritti nell'anagrafe del Comune di Avigliano Umbro in data 1 febbraio 2015 con una solenne cerimonia pubblica. Nascono nei rioni di Avigliano Umbro. Nasotorto in quello della Madonna delle Grazie, Nasoacciaccato in quello di Sant'Egidio, Chicchirichella in quello del Castelluzzo e Rosalinda in quello di Pian dell'Ara.

La maschera umbra di Nasotorto

Suo padre ha origini ternane, la madre invece era di Dunarobba, i nonni da parte del padre di Antrodoco e di L'Aquila, da parte della madre di Casteltodino e Collepizzuto - Sangemini. È un possidente avaro ed ipocondriaco. Il suo modo di fare è machiavellico, convinto che al mondo esistano solo due tipologie di persone: gli ingenui che lui sfrutta e compatisce e i bugiardi che invece evita. Vive da solo perché non è mai riuscito ad avere relazioni sentimentali tali da portarlo al matrimonio, è dunque un tipo asociale e sdegnoso. I rapporti che costruisce sono sempre e solo mediati dal denaro e anche quando ne riesce a mantenere un rapporto, quello che lo rassicura è la dominanza, la stessa probabilità di gestire gli affetti lo fa con la stessa inflessibile oculatezza con cui amministra il denaro. È lui che ha sempre l'ultima parola ed è lui che sempre decide. Per la sua avarizia rinuncia anche a riscaldarsi e forse per questo è anche perennemente raffreddato, un grosso fazzoletto bianco, che spesso usa per il suo vero o presunto raffreddore lo distingue vezzosamente. È la rappresentazione del padre/orco,dell'autorità, della legge, delle consuetudini sociali.

La maschera umbra di Nasoacciaccato

Nasoacciaccato

[modifica | modifica sorgente]

Suo padre è di Massa Martana, la madre di Sismano, i nonni da parte del padre da Villa San Faustino-Acquasparta e Bastardo, da parte della madre da Pesciano e Farnetta. È un imponderabile, uno spirito libero e furbo che non ama di essere vincolato da obblighi di alcun tipo. Ama girovagare con il suo bastone al quale è appeso un fagotto, dove sono tutti i suoi averi, alla ricerca di qualcuno da imbrogliare. È un affabulatore, arguto e dotato di una grande intelligenza e per questo capace di farsi ben volere dagli altri, ma anche falsificatore e litigioso, non gestisce facilmente le sue emozioni. È spesso in compagnia di Chicchirichella, suo amico, ma anche rivale in amore, quasi sempre nei pressi di un'osteria. Il suo amore è Rosalinda anche per il fatto che questa potrà essere l'erede di Nasotorto. È l'archetipo dell'eroe imbroglione, frequente nelle fiabe e nelle leggende popolari di tutto il mondo.

Chicchirichella

[modifica | modifica sorgente]
La maschera umbra di Chicchirichella

Suo padre è di Narni, la madre da Santa Restituta, i nonni da parte del padre da Taizzano e Orte, da parte della madre da Amelia-Guardea e Montecastrilli. Esuberante e creativo, eccentrico e divertente, la sua condizione è la vita libera. Vive a fatica di stratagemmi e della sua musica che scrive, quando ha l'ispirazione, con una piuma che tiene infilata nel suo cappello e che compone con il suo inseparabile liuto. La sua intelligenza non la usa appieno perché non si applica, è pigro e infantile e rifiuta ogni tipo di norma e di vincolo. Vive di libere emozioni in una dimensione bohemienne. È innamorato di Rosalinda che si contende con il suo amico Nasoacciaccato che sovente incontra all'osteria dove la sera riesce quasi sempre ad ubriacarsi. È l'archetipo del vagabondo che evita ogni tipo di impegno, è l'eterno Peter Pan che non riesce a prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie responsabilità sacrificando ogni progetto di vita e quindi anche la possibilità di instaurare un rapporto affettivo stabile.

La maschera umbra di Rosalinda

Il padre è di Todi, la madre di Toscolano, i nonni da parte del padre di Monte Castello di Vibio e Deruta-Foligno, da parte di madre di Castel dell'Aquila e Melezzole. Rosalinda è affascinante, gentile ma anche scaltra e adescatrice. Consapevole del suo fascino è capace di pilotare un gioco d'amore sempre a proprio favore. Lontana parente di Nasotorto spera alla sua eredità. È però perennemente indecisa fra i suoi due pretendenti: Chicchirichella e Nasoacciaccato perché con il suo carattere “moderno” di donna evoluta, non ama molto perdere la sua libertà anche se probabilmente dovrà cedere per le consuetudini sociali. È comunque un personaggio forte e positivo che utilizza le potenti armi del mondo femminile come il pettegolezzo con cui intreccia con le donne del paese una vera rete sociale. Nei momenti in cui la libertà di espressione è limitata da inflessibili usanze morali, il ventaglio, che porta sempre con sé, diventa un vero e proprio strumento di divulgazione e comunicazione. È l'archetipo della principessa o della seduttrice, sensibile, abile nel costruire relazioni d'amore e rapporti con gli altri anche perché capace di ispirare emozioni.

Le quattro Maschere Umbre alla maniera della Commedia dell'Arte parlano un dialetto che è un insieme di lingue che vanno dall'Alta Valle del Tevere alla Conca Ternana e che è frutto di una accurata ricerca nell'area dove sono collocate geograficamente per nascita e parentele. Non esistono dizionari ne punti di riferimento consolidati, se non la memoria e l'uso quotidiano dei "parlanti" per questo “dialetto”. La principale ricchezza di una lingua sono i modi di dire (accezione qui usata genericamente, comprensiva anche di locuzioni, frasi idiomatiche, massime, sentenze, proverbi, motti), che possono riprendere parole simili (a volte uguali) alla lingua italiana, molte parole sono scomparse e sono sconosciute ai più; tanti modi di dire che esprimevano la saggezza popolare, condensata in brevi frasi, non si utilizzano più e sono anch'essi sconosciuti; si è indebolita la trasmissione naturale di saperi e di saggezza tra le diverse generazioni e il dialetto evolvendosi, si è “impoverito”. Ma con una accurata ricerca, soprattutto confrontandosi con le persone più anziane, le “Maschere Umbre” hanno recuperato moltissimo di questo modo di parlare. Per sua natura, un lavoro del genere non può essere completo; è come scavare in una miniera inesauribile. Vanno apportate correzioni, aggiornamenti e integrazioni, in un lavoro di ricerca che non trova fine.

È il 1593 quando la compagnia dei Comici Gelosi arriva a Milano per fare delle rappresentazioni teatrali. L'arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Borromeo, affida a Monsignor Audoeno l'incarico di esaminare i testi che la compagnia metterà in scena, ma scopre che gli attori non usano testi, poiché compongono direttamente sul palco la loro commedia. Il censore potrebbe sostenere che questa scelta è stata fatta dagli attori che non avendo nulla di scritto da far esaminare diventano praticamente incontrollabili; per questo motivo si avrebbe ragione di impedirne la rappresentazione. Adriano Valerini, capocomico dei Gelosi, prima che Monsignor Audoeno muova le sue opposizioni, asserisce che se i censori non sanno far altro che agire sul testo, questo è un loro limite e non dei Comici, che di fatto ostacola gli attori per lavorare in tutta tranquillità.[4]

In questa vicenda è praticamente delineata la sostanza della Commedia dell'Arte. Lo scena non è un testo, ma un intreccio di azioni al quale l'attore dà corpo, la commedia esiste in quanto messa in scena e il cardine vitale della Commedia è formato dai lazzi. Quei lazzi che anche le Maschere Umbre alla maniera della Commedia dell'Arte usano, molti dei quali legati al contesto del periodo in cui loro nascono, il XXI secolo, come per esempio il “rallenty”, effetto applicato nel montaggio video; ma anche tradizionali come quelli acrobatici, muti, di equivoco, di travestimento, di fame, di furbizia, erotici, di paura e tanti altri.

Le Maschere Umbre nei modi della Commedia dell'Arte sono legate al cibo, che naturalmente è a sua volta legato al territorio dove queste vivono e agiscono.

Rosalinda è infatti ghiotta di nociata una specie di torrone che troviamo a Massa Martana, tutti mangiano il maiale e Nasotorto è appassionato del cigotto di Grutti, Nasacciaccato ama i manfricoli conditi con pecorino e salsicce, mentre Chicchirichela non disdegna un bel piatto di fave cottore cucinate con una croccante “barbazza” (guanciale di maiale). Ma anche le ciriole e i pampepati, la bruschetta e la panzanella o alla domenica le tagliatelle al ragù contadino seguite da un bel pollo allo spiedo. Il vino va bene tutto, ma un buon Sagrantino di Montefalco o un biondo Grechetto fanno sicuramente la differenza. Buongustai che passano, per necessità, da un pasto frugale ad uno da gran gourmet.

Il dolce i Chicchirichella ispirato al cappello di Chicchirichella

A Montecastrilli sono invece nati I chicchirichella, un dolce ispirato alla maschera di Chicchirichella che ricorda il suo cappello.

  1. Da "Commedie dei Comici dell'Arte" - Laura Falavolti pag.14-15- Classici U.T.E.T.(1982)
  2. Carnevale, presentate in Provincia prime maschere dell’Umbria - Notizie dall'Umbria in tempo reale
  3. Tutto è iniziato da una FILASTROCCA del XVI Secolo
  4. Episodio raccontato da Ferdinando Taviani, Il segreto delle compagnie italiane note poi come Commedia dell'Arte, in F.Taviani - M.Schino Il segreto della Commedia dell'Arte. La memoria delle compagnie italiane del XVI, XVII e XVIII secolo - Firenze, La Casa Usher, 1992 (1982) pp. 383-383.

Libri correlati

[modifica | modifica sorgente]