Storia della definizione geografica del Friuli

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Descrizioni dei confini del Friuli[modifica]

Nel '200[modifica]

Una delle prime delimitazioni geografiche del Friuli si ritrova in una sentenza, citatissima, del legato pontificio Ugo da Ostia, il quale nel 1221 fu chiamato a dirimere una controversia tra il Patriarca ed i Trevisani. Il legato stabilì che al Patriarca appartenevano

(IT)
« tutti i luoghi, castelli, corti, ville e villaggi […] dal fiume Livenza fino al ducato di Merania e dai monti fino al mare in tutto il Friuli. »

(LA)
« omnia loca, castra, curias, villas, et vicos […] ab Aqua Liquentia usque ad ducatum Meraniae et a montibus usque ad mare per totum Forumjuli[1]»
(Ugo da Ostia)

Nel '500[modifica]

Con il secolo XVI i documenti contenenti notizie di tale natura si moltiplicano. Ad esempio tra il 1502 ed il 1503 Marco Antonio Sabellico e Marino Sanudo fissavano i limiti del Friuli al Livenza ed al Timavo[2]. Nello stesso secolo i Luogotenenti della Patria del Friuli, nelle loro relazioni inviate a Venezia, citavano occasionalmente i confini del Friuli. Ad esempio, nel 1529 Giovanni Basadona scriveva che:

« La Patria de la plaga orientale comintia a San Zuan del Carso miglia zinque de là da Monfalcon. Da occidente il territorio de Sacil inclusive. Da septentrione a mezo il ponte de la Ponteba miglia sette de là da la Schiusa. Da ostro il mare[3]»
Mappa del Friuli realizzata dal Guadagnino, stampata a Venezia nel 1553

A margine di una carta del Friuli stampata a Venezia nel 1553 compariva un testo esplicativo intitolato La vera descritione del Friuli, nel quale si leggeva che:

« La patria antedetta confina da Levante con l’Istria e Iapidia al presente detta Carso, da ponente con il territorio Tervisano, Belunese da Settentrione con l’alpe de Alemagna e, da Meggio giorno con la parte del mare Adriatico quale è tra il porto del fiume Timavo, e Livenza. »

La stessa Descritione continua poi citando le città e le fortezze del Friuli, tra cui Udine, Gruaro, Pordenone, Concordia, Monfalcone, Gorizia e Gradisca. Nel 1544 a Venezia venivano pubblicati i Commentarii dei Fatti d’Aquileia di Giovanni Candido. L’autore non fornisce un’esplicita e dettagliata delimitazione geografica del Friuli, ma ne individua, nel primo capitolo, alcuni limiti approssimativi. Egli colloca il confine orientale del Friuli al fiume Timavo. A settentrione il limite sarebbe stato rappresentato dalle Alpi, ma la Val Canale era probabilmente considerata esclusa dal Friuli. Ad occidente Candido comprende nel territorio friulano anche alcune località ad Ovest del Livenza. A Sud il Friuli sarebbe arrivato fino al mare[4]. Sempre cinquecenteschi sono i versi di Erasmo di Valvasone, che così tracciava i limiti geografici del Friuli:

« Siede la Patria mia tra il monte e il mare: Quasi teatro ch’abbia fatto l’arte Non la natura, ai riguardanti appare, E il Tagliamento l’interseca e parte. S’apre un bel piano ove si possa entrare Fra il meriggio e l’occaso, e in quella parte Quanto aperto ne lascia il mare, e il monte, Chiude Livenza con perpetuo fonte[5] »

Nel 1585 il Luogotenente Pietro Gritti nella sua relazione inviata a Venezia scriveva che il Friuli si estendeva:

« dal fiume Timavo nel levante verso l'Istria, e ‘l Carso fino al fiume Livenza verso il Trivigiano in ponente[6]»

Il suo successore Stefano Viaro nel 1599 era più preciso nella sua descrizione, in quanto sosteneva che il Friuli:

« ha sette confini. Verso ponente il suo confin è a Termine, il secondo verso ostro, confina alla Trinità, e dal detto capo della Livenza fino dove entra in mare termina la Patria, il terzo confina verso levante, fino a San Giovanni di Capo di Ponte, il quarto confina a Tolmino, il quinto alla Porta Plezziana, il sesto alla Ponteba, et il settimo confina con il monte di Sezis, dove scatturisce la Piave, e di lì poi va a Termine, et là finisce la Patria[7]»

Nel '600[modifica]

Pochi anni più tardi l’umanista Partenopeo individua i confini del Friuli rifacendosi ad alcuni limiti amministrativi di età romana:

« Questa Regione del Friuli […] dall’Oriente hà per termine il fiume Risano, che già fu detto Formione, il quale divide da questo lato l’Istria dal Friuli. Dall’Occidente hà per termine il fiume Limino. Avvertendo però, che se bene il termine è stato così da Moderni diviso per cognitione de i luoghi, che si contengono nella Marca Trevigiana; nondimeno l’antico, et vero confine della Patria del Friuli s’intende il fiume detto Sile […]. Dal Borea hà per confini gli alti monti Iapidi; che dividono l’Italia dalla Germania; et da mezo giorno hà il mare Adriatico[8]»

Nel '700[modifica]

Carta topografica di tutto il territorio del Friuli Goriziano ed Udinese, G.A. Capellaris 1798

Alla Fine del Settecento Pietro Maniago, in un suo poemetto, descriveva in modo allusivo i confini del Friuli:

« […] in questo suolo, Che da Giulio si noma, il cui confine Segna due fiumi [Livenza e Timavo], e l’alpe chiude e ‘l mare[9]»

Nel 1798 fu edita la Carta topografica di tutto il territorio del Friuli Goriziano ed Udinese opera del goriziano Giovanni Antonio Capellaris, una delle mappe più precise dell'epoca ove vengono delineati con esattezza i confini del Friuli.[10]

Considerazioni[modifica]

Dalle descrizioni appena citate emergono una serie di considerazioni interessanti. In primo luogo è bene osservare che i confini non seguono mai criteri linguistici, etnici o definiti in base a qualunque altra caratteristica culturale. Essi, tuttavia, non sono neppure di carattere strettamente amministrativo, in quanto queste descrizioni dei confini del Friuli sembrano non prendere in considerazione le divisioni politico-amministrative posteriori al 1420[11]. Infine, se è vero che vi è una certa costanza nel prendere come punti di riferimento il Livenza, il Timavo, le Alpi ed il mare, si registrano alcune oscillazioni del confine orientale e di quello occidentale. Alcune volte il Friuli viene esteso oltre questi confini. Ad esempio Flavio Biondo e Leandro Alberti estendono il Friuli ad occidente fino al Lemene, mentre il Biondo ne sospinge il limite orientale fino al fiume Risano in Istria[12]. Entrambi gli autori, tuttavia, scrivevano senza conoscenza diretta del territorio e trattavano del Friuli in opere non ad esso specificamente dedicate. Le loro delimitazioni del Friuli, pertanto, non sembrano meritare ulteriore attenzione.

L’interpretazione di un goriziano della fine del Seicento era tutto sommato coerente con le precedenti. Infatti, secondo Gaspare Brumatti de Jacomino e Sigisberg la Contea di Gorizia comprendeva territori che facevano parte del Friuli (la parte occidentale della Contea, Gorizia inclusa) e terre del Cragno:

« Io lo [il Contado di Gorizia] giudico un misto di parte del Cragno, e parte del Friuli, e così parte Schiavo, parte Forlano, medio frà il residuo dell’uno, e dell’altro, poiché à Levante, Tramontana, e Mezzogiorno, confina con il Cragno [...] et a Ponente, confina col Friuli, e pur da quella parte, è circondato da esso, né si può per mio sentimento, dire, che il Cragno si stenda sin à dove questo Contado s’interna nel Friuli, con tutto assai più à dentro d’esso, [né] per contrario, che il Friuli giunga sin dove, à drittura, et attorno, penetra nel Cragno; ma piuttosto, che da dove comincia nel Cragno, à drittura, et attorno, sino à Gorizia sij parte del Cragno, e da dove principia dal Friuli sin pure à Gorizia, sij parte del Friuli, come mostra d’aver inteso anche il Moisesso nella situazione, che ci fà di Gorizia nella parte di Levante, sui fini della Patria e dell’Italia in detta Historia dell’ultima Guerra nel Friuli: lib 1 Can. 2 e si raccoglie anche dall’uso delle lingue, appunto da Gorizia verso il Cragno, à drittura, et attorno, Schiava, e da Gorizia verso il Friuli, precisamente Forlana[13]»

Sempre in relazione ai confini, va, infine, segnalata l’opera di Girolamo da Porcia, il quale nel Cinquecento aveva redatto una Descrizione della Patria del Friuli. A proposito di Gorizia il da Porcia scrive che essa:

« per essere di là del Lisonzo, però solamente mezo miglio, è riputata fuori d’Italia; ma i più la tengono in Friuli, ed è spiritualmente sotto Aquileia[14]»

Nell'800 e primi del '900[modifica]

L’opera del periodo prerisorgimentale in cui è più ampiamente affrontata la questione dei confini è il Notizie delle cose del Friuli di Gian Giuseppe Liruti. L’autore approfondisce l’argomento in modo a tratti moderno, nel senso che egli fornisce una descrizione diacronica dei confini del Friuli, evidenziandone gli spostamenti nel corso dei secoli. Ma l’aspetto potenzialmente più moderno dell’analisi di Liruti risiede nel fatto che egli opera una distinzione tra confini geografici e politici del Friuli, dedicando a ciascuno di essi un capitolo separato. Per quanto riguarda i confini politici del Friuli, Liruti osserva che essi «si andarono cangiando, secondo che si andava cangiando la maniera del governo»[15]. Tuttavia, la modernità dell’approccio di Liruti rimane solo potenziale, in quanto ciò che differenzia i due capitoli non è il criterio differente cui fanno riferimento per definire i confini. Infatti il capitolo dedicato ai confini geografici in realtà tratta dei confini amministrativi in epoca preromana e romana, mentre quello riguardante i confini politici è dedicato ai confini ed agli organi amministrativi della tarda antichità e del Medioevo. Secondo Liruti in epoca preromana, quando il Friuli era dominato dai Veneti:

« questa provincia fu compresa nell’antichissima Venezia […] aveva essa a levante in confine Geografico, che mai ad essa sino al giorno d’oggi si mutò, per poco con l’Istria, e quasi interamente con la Giapidia, o sieno i monti, che ora chiamiamo del Carso; a mezzodì ebbe pure, come sempre, il Mare Adriatico; a settentrione quello dell’Alpi; ed all’occaso con Padova quello de’ Galli[16]»

Se al tempo dei Romani i confini del Friuli rimasero immutati, con i Longobardi furono:

« alterati i confini da due parti, dal Settentrione, e dall’Occidente; né mi è avvenuto di sapere, quando la variazione avvenisse verso Settentrione, inoltrandosi questo confine non poco dentro dell’Alpi. […] Non solo verso Settentrione nell’Alpe i nostri confini erano accresciuti, ma anche verso Occidente oltre la Livenza si aggiunse al Friuli non poco particolare Territorio[17]»

Con la conquista del Friuli da parte dei Franchi il Ducato del Friuli, trasformato in Marca, avrebbe finito con l’includere anche parte della Carinzia e dell’Istria[18].

Non deve sorprendere che il periodo in cui i confini del Friuli sono stati definiti in modo più chiaro e senza che sorgessero dubbi sul loro tracciato sia proprio quello precedente al 1866. La ragione di ciò è del tutto estranea alle Guerre di Indipendenza italiane, ma va ricercata nel fatto che, prima della coniazione del termine Venezia Giulia da parte del linguista Graziadio Isaia Ascoli, esistevano nell’area nord-orientale d’Italia una serie di regioni storico-amministrative ben individuabili. Una di queste era il Friuli, i cui confini venivano individuati in modo del tutto simile da una pluralità di autori. Il primo di essi, Giuseppe Girardi, che scriveva animato da evidentissimo patriottismo, lamenta il fatto che dopo la conclusione dell’epopea napoleonica il Friuli amministrativo fosse limitato ad Est dal Judrio:

« Si attende però dalla Sovrana Sapienza che vengano rettificate quelle linee ove dai privati riguardi, anziché dal pubblico bene, fossero state parzialmente dirette[19]»

A Pacifico Valussi, invece, va senz’altro attribuita la responsabilità dell’applicazione al Friuli del concetto di "regione naturale" o "provincia naturale". Egli, segnalando l'importanza degli studi statistici, annota:

« E quando trattasi d'una naturale Provincia, la quale forma un tutto da sé, sotto molti aspetti diverso da tutto ciò che lo circonda, come è il caso del Friuli, la statistica deve essere la più completa possibile e discendere alle più minute particolarità"[20]»

Egli riprese il concetto di "provincia naturale" in più occasioni, ad esempio nel redigere le considerazioni relative ai confini ed alla popolazione del Friuli contenute nel rapporto della Camera di Commercio del Friuli[21] stampato per il governo austriaco. In relazione alla delimitazione geografica del Friuli Valussi scrisse che:

« Questa è una statistica approssimativa della popolazione della Provincia naturale; cioè della Provincia amministrativa, colla giunta del Distretto di Portogruaro e della parte del Circolo di Gorizia che sta dentro i confini del Friuli [corsivo nell’originale][22]»

Nel 1883 Valussi mise per iscritto una delle prime citazioni della definizione del Goriziano come Friuli «al di là dal clap» [23]. È interessante notare come tale espressione, utilizzata nell’Ottocento con finalità di rivendicazione irredentista, avrebbe perso completamente tale accezione nel secolo successivo. Giulio Andrea Pirona, nel 1855, riprendeva la definizione classica del Friuli in un passo che è probabilmente l’ultimo scritto in latino a questo proposito:

« Forijulii Regio plagam Italiae septentrionalis ad orientem tenens, intra certos fines, tum soli figura tum aeris temperie, ideoque et specie adeo est varia, ut quam maxime naturalis philosophiae cultorum studiis commendanda videatur. Aquilonem versus circumscripta Alpibus Juliis seu Carnicis in semiorbem procurrentibus, in grande panditur amphitheatrum, cuius latera ad occidentem Mons Caballus cum Liquentia flumine, ad ortum Montes Japidici cum Timavo novem capitibus exurgente perstringunt, ad Meridiem Adriaticus sinus adlambit[24]»

Ippolito Nievo, quando nel 1857 a Milano pubblicava Il Conte Pecoraio, scriveva che il Friuli:

« comprende, ne’ suoi confini naturali: la regione fra Livenza e Tagliamento con S. Vito, Pordenone e Portogruaro; il pedemonte e la pianura fra il Tagliamento, l’Isonzo e il mare, con Udine, Cividale, S. Daniele, Gemona, Palmanova e Latisana; la montagna superiore a tutte queste fiumane, soprannominata la Cargna; le vallate fra Tagliamento ed Isonzo, nelle quali son chiusi i comuni slavi del Friuli, divisi nelle due popolazioni disparatissime per indole, dialetto e costumi, di Resia e di S. Pietro; parte della Contea di Gorizia colla città di questo nome che parla una varietà del friulano; finalmente il così detto Territorio fra Isonzo, il Carso Triestino ed il mare, con Gradisca, Monfalcone, Aquileia e Grado, già appartenente alla Repubblica di Venezia ed ora con tutta la Contea di Gorizia aggregata al Regno Illirico. I distretti alpini del Cadore e del Comelico stettero altre volte col Friuli. »

In breve, Nievo intendeva per Friuli la terra tra la Livenza ed il Carso, tra le Alpi Carniche ed il Mare. È interessante notare come Nievo, per definire il confine orientale, adotti criteri diversi tra loro e contraddittori: egli include esplicitamente i comuni sloveni dell’attuale Udinese, ma esclude quelli slavi della Contea di Gorizia, della quale considera friulana solo la parte neolatina. Il goriziano Comelli, scrivendo dei confini del Friuli Orientale, li individuava tra nel Timavo e nell’Aussa, includendo però le valli dell’Isonzo e del Vipacco. In tal modo il Friuli Orientale veniva fatto quasi coincidere con la Contea di Gorizia[25]. Un’opinione del tutto analoga è rintracciabile nelle opere di Prospero Antonini, storico friulano di sentimenti patriottici italiani[26]. Nella seconda metà dell’Ottocento egli aveva pubblicato due opere nelle quali forniva una delimitazione geografica piuttosto precisa del Friuli:

« I suoi [del Friuli] limiti appariscono segnati dalla natura, comeché da un lato il monte Cavallo onde ha origine la Livenza si stacchi dalle alpi Carniche a guisa di contrafforte, e dal lato opposto le ultime giogaie delle Giulie sovrastino tra Monfalcone e Duino alla fonte del Timavo. […] Il Friuli naturale, dedotto il Distretto di Portogruaro, ora compreso nella provincia di Venezia, abbraccia nella sua totalità la provincia di Udine propriamente detta, e la Contea di Gorizia quasi per intero, ed eccettuati i territori carsici di Duino, Comeno, Sesana che, posti al di là del Timavo, geograficamente spettano alla penisola Istriana[27]»

Pochi anni più tardi lo stesso autore ribadiva che:

« La regione geografica del Friuli misura in superficie circa 9155 chilometri quadrati. Ne fanno parte, oltre tutta la provincia di Udine, undici distretti della Contea di Gorizia [riportati in nota: di Gorizia città, di Gorizia circondario, di Aidussina, di Canale, di Gradisca, di Cervignano, di Cormonsio, di Monfalcone, di Tolmino, di Plezzo e di Chirchina; i distretti goriziani di Sesana e di Coma appartengono geograficamente alla Carsia, ossia all’Istria montana, perché posti al di là del Timavo; l’isola di Grado poi fu sempre considerata come parte non del Friuli bensì del Veneto estuario e del Dogado, il quale estendevasi alle foci dell’Isonzo e Capodargine] e quasi per intero il distretto di Portogruaro oggi appartenente alla provincia di Venezia[28]»

Per quanto riguarda il confine settentrionale del Friuli, va ricordato che esso si configurava come uno dei più stabili d’Europa, essendo rimasto immutato già dall’epoca dello stato patriarcale friulano. Inoltre al di là del confine settentrionale del Friuli non erano insediati gruppi che, per le loro caratteristiche linguistiche, potessero far sorgere delle rivendicazioni irredentiste. Per questi motivi ad esso non si dedica particolare attenzione. Ci è stato possibile ritrovare solo un passo significativo dedicato a tale confine. Valussi scrisse, infatti, che:

« Pontebba, o meglio il fiume Fella che divide in due il paese portante questo nome, segna il confine fra il Friuli e la Carinzia, fra Italiani e Tedeschi, in modo marcatissimo[29]»

È interessante notare che, come Valussi riteneva evidente che la Val Canale non facesse parte del Friuli, vi sono indizi che cent’anni più tardi si sarebbe ritenuto evidente l’opposto.

Nel corso del tardo Ottocento le descrizioni dei confini del Friuli avevano abitualmente un valore politico ben preciso: l’affermare l’unità del Friuli Occidentale ed Orientale era un argomento portato per rafforzare le rivendicazioni irredentiste. All’epoca parlare dei confini del Friuli significava parlare dei confini d’Italia e la ricerca di una legittimazione storica dei primi era funzionale alla rivendicazione politica dei secondi:

« Che le Alpi Giulie siano state sempre confine d’Italia e del Friuli da questo lato ce lo dice la storia[30]»

Proprio perché funzionale alle rivendicazioni irredentiste, la definizione dei confini del Friuli si concentra più su quello conteso –cioè quello orientale- che sugli altri. Un tempestivo esempio di ciò venne dato dalla Congregazione Provinciale di Udine che, nel 1866, chiese che tutto il Friuli, compreso quello Orientale, venisse incluso nel Regno d’Italia. A sostegno della sua richiesta espose quali fossero i confini del Friuli:

« Questa linea sarebbe quella che comprende tutto l’antico Friuli, lungo la cima dei monti Predile, Terglou, Cucco ec., lasciando al Friuli tutta la sua valle dell’Isonzo, e degli affluenti suoi che sono l’Idria, ed il Vipaco fino al villaggio di questo nome, e fino al Prewald, poi tirando una linea possibilmente retta dal Monte Nanos o Monte Re alla foce del Timavo di qua di Duino[31]»

Una delle definizioni più puntuali dei confini del Friuli è contenuta nelle prime pagine del Compendio di Storia Friulana pubblicato da Francesco di Manzano nel 1876. Egli sostiene che:

« [la Regione Friulana] è confinata al Nord dalle alpi carniche e giulie; all’Est dalle valli dell’Isonzo e del fiume Vipaco, dai poggi della Carsia inferiore e dalle fonti del Timavo; al Sud ha confine il mare Adriatico; all’Ovest la valle superiore del Piave e i monti che inferiormente ne circoscrivono il bacino, e la Livenza dalle sorgenti al mare. […] Ne fanno parte oltre i 17 distretti della Provincia di Udine (Udine, S. Daniele, Spilimbergo, Maniago, Sacile, Pordenone, S. Vito, Codroipo, Latisana, Palma, Cividale, S. Pietro, Moggio, Ampezzo, Tolmezzo, Gemona, Tarcento), gli 11 della contea di Gorizia (Gorizia, Aidussina, Canale, Gradisca, Cervignano, Cormons, Monfalcone, Tolmino, Plezzo e Chirchina, Sesana e Comen), e quasi per intero il distretto di Portogruaro, che oggidì appartiene alla provincia di Venezia[32]»

La definizione del di Manzano è, quindi, squisitamente storico-amministrativa, nel senso che il Friuli sarebbe la somma della Contea del Friuli e della Contea di Gorizia. Il criterio linguistico che pochi anni prima aveva spinto Ippolito Nievo ad escludere dal Friuli le aree slovenofone della Contea di Gorizia sembra non essere presente in di Manzano. In relazione al criterio linguistico nella definizione del Friuli, Micelli ha segnalato che dopo il 1873 –anno di pubblicazione dei Saggi Ladini dell’Ascoli, si sarebbe registrata in Giulio Andrea Pirona una tendenza a prenderlo in considerazione per definire i confini della Provincia di Udine[33]. In effetti dopo tale data si annoverano alcune citazioni dei confini del Friuli dal Livenza all’Isonzo. Per citare solo due esempi provenienti proprio dalla zona più direttamente interessata, il goriziano, troviamo che nei versi di Giuseppe Ferdinando Del Torre si legge:

« […] dall’Alpe al mar, Dal Livenze allis spondis dal Lusinz [34]»

Ancora, nel 1903, nell’introdurre il proprio volumetto intitolato Idrografia del Friuli Orientale il goriziano Paolo de Bizzaro, riteneva che sarebbe stato più proprio limitare il nome di Friuli Orientale alla sola parte pianeggiante del Goriziano:

« Il paese trà le Alpi Carniche e Giulie a Settentrione, gli estremi declivî del Carso a Levante, il fiume Iudrio a Ponente ed il bel mar Adriatico a Mezzogiorno, che da alcuni si disegna [sic!] col nome di Friuli orientale, non corrisponde perfettamente a questo appellativo, che denota solamente la pianura, mentre la nostra provincia comprende anche la regione montuosa [sic!]. »

Il di Manzano dedicò uno specifico scritto alla questione de «i confini del Friuli e la sua nazionalità». In tale articolo egli cercava di dimostrare come, dal punto di vista storico, i confini orientali del Friuli (cioè d’Italia) fossero sempre stati ben definiti ed avessero incluso il Goriziano. Secondo l’autore i limiti territoriali del Friuli sarebbero rimasti praticamente invariati già dal primo millennio a.C.:}}

« a’ tempi dell’antica nazione italiaca de’ Veneti […] i confini del nostro Friuli, per lunga serie di secoli anteriori la dominazione romana, furono sempre: a settentrione, al sommità delle Alpi; a levante ed agreco, le Alpi ed il Timavo; a mezzodì, l’Adriatico, ma quale che fosse il confine dalla parte di ponente non ci è dato di poter rilevare […] anche i Gallo-Carni […] presero possesso delle Alpi storicamente chiamate Venete cui essi tennero sempre, nel lungo tempo che qui si stanziarono, siccome confini naturali della Provincia nostra […] sappiamo che ai tempi di Giulio Cesare e di Augusto il territorio Aquileiese (cioè il nostro Friuli) avea i seguenti confini: a settentrione le Alpi, a oriente il Timavo, a occidente il Tagliamento, a mezzodì l’Adriatico. […] Avvenuta poscia nel 586 l’invasione dei Longobardi, questi istituirono allora in Ducato Forogiuliese il nostro Friuli, i di cui confini estenderonsi nel piano dalla Livenza all’Isonzo e dall’Adriatico al Monte Croce nella Carnia: ne’ monti abbracciarono il Norico Mediterraneo (che ora fa parte della Carintia) piegando anche verso l’Adriatico fino al Medalino, monte dell’Istria bagnato da quel mare. L’allargamento de’ confini a settentrione e a mezzodì fatto con la fondazione del Ducato Forogiuliese, non tolse al Friuli i naturali ed antichissimi confini di cui parlammo […] nel 592 comincia una nuova era per la Provincia nostra, sì riguardo ai confini e sì in parte riguardo agli usi e ai costumi; e ciò avvenne a motivo della separazione fatta da Ottone il Grande della Marca Veronese e Friulana dal Regno d’Italia […]. Cangiamento questo sommamente notevole, perché se non tolse la nazionalità ai popoli friulani, ne modificò alquanto però i costumi e gli usi, e mutò nei nuovi confini politici i confini naturali del Friuli, che per immemorabili secoli segnarono sempre anche i limiti d’Italia da questo lato, protraendo quelli della Germania, e poi dell’Austria, sul suolo Friulano, che con varie alterazioni durarono e durano tuttora. E qui, quantunque […sia ] probabile che a questo tempo i duchi suddetti [di Baviera e di Carintia] prendessero ad occupare i paesi dell’Isonzo, pure le grandi concessioni e donazioni fatte dagl’Imperatori e Re di Germania ai Patriarchi e al Patriarcato d’Aquileja […] valgono a comprovare quasi completamente esteso nel Friuli orientale il dominio dei Patriarchi e quindi la nazionalità friulana nei secoli XI e XII. […] E diciamo inoltre che fino alla metà del secolo XII pochi e non importanti cangiamenti alterarono i confini del Friuli[35]»

Un chiaro intento irredentista è reperibile anche in una delle prime guide turistiche del Friuli mai pubblicate. In essa spazio è dedicato, oltre alle località della Provincia di Udine, anche a Concordia, a Portogruaro ed al Goriziano. Di esso Valentinis scrive:

« Ancora soggetto all’Austria è il Friuli orientale (contea di Gorizia e Gradisca) in cui vivono 76.514 italiani, parlanti il friulano o il veneto. Il Friuli redento forma la Provincia di Udine […][36]»

Accanto alle definizioni di carattere storico, che assegnavano al Friuli i territori compresi in unità amministrative più o meno antiche, esisteva anche una tendenza ad individuare dei confini orografici del Friuli. L’accento era posto in particolar modo sulle Alpi, che si voleva costituissero il confine naturale d’Italia. Così ad esempio Antonini, attualizzando un passo dell’opera di Tito Livio, considerava:

« le Alpi il confine insuperabile tra l’Italia e le genti barbare (Antonini 1873: 25), »

e l’irredentista triestino Giuseppe Caprin disse che esse:

« serrando il nostro paese ne determinano fisicamente il confine. Si disegnano sull’orizzonte come fossero schierate in fila. Sembra che, nascondendoci ogni altro lembo di paese, vogliano obbligarci a non guardare che il nostro (Caprin 1895), »

mentre il goriziano Seppenhofer condivideva l’idea di Antonini nel considerare le Alpi una:

« maestosa barriera messa da Dio per dividere i popoli latini dalla altre schiatte nordiche (Seppenhofer 1895: 20). »

Una delle definizioni geografiche più dettagliate del confine orientale del Friuli viene da un opuscolo goriziano del 1901, nel quale si sosteneva che:

« i suoi confini, anche politici, verso il Cragno, sotto tutti i dominii che ha dovuto subire, sono presso a poco rimasti sempre li stessi; cioè il vertice delle Alpi Giulie, ossia lo spartiacqua tra la vale [sic!] dell’Isonzo, del Vipacco e del Timavo, e quella della Sava [corsivo nell’originale] (Latini e Slavi… 1901: 7). »

Dalla I guerra mondiale[modifica]

Nella fase che inizia con la Prima guerra mondiale la definizione geografica del Friuli inizia a prospettarsi come gravida di possibili conseguenze pratiche, e non più solo come una forma di rivendicazione territoriale. Infatti, poiché l’annessione della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca al Regno d’Italia diveniva possibile, la delimitazione dei confini del Friuli poteva avere delle conseguenze amministrative. Dei confini del Friuli era ovviamente possibile dare delle definizioni in base a criteri diversi. Possiamo individuare tre criteri principali: geografico-naturale, linguistico, storico. Il primo criterio, che pareva essere invocato nelle fasi precedenti, era formulato in base a criteri fondati sulle scienze naturali, soprattutto la geografia. Il secondo criterio, che non fu mai invocato con particolare convinzione per delineare i confini del Friuli, era basato su un tratto culturale importante quale la lingua. Il terzo, che era ed è quello maggiormente utilizzato, tendeva a presentare come confini del Friuli quelli delle unità amministrative del passato. Il ricorso ad uno dei tre criteri appena citati non escludeva il contemporaneo utilizzo anche degli altri in funzione di supporto. In generale, anzi, si può facilmente comprendere come il confine risulti tanto più legittimato e chiaro quanto più l’applicazione dei tre criteri da risultati uguali. Pier Silverio Leicht fornì una definizione esclusivamente storica dei confini del Friuli. Egli, innanzi tutto, distingue tra lo stato patriarcale (che comprendeva, oltre alla Contea del Friuli, per alcuni periodi anche Trieste, Carniola ed Istria) e la Contea del Friuli. Di quest’ultima egli scrisse che:

« Il suo confine occidentale è segnato dal fiume Livenza che la divide dalla Trivigiana. Questo limite fu stabilmente fissato nel 1221 […] Il confine settentrionale segue il crinale dei monti che separano il bacino del Tagliamento da quelli del Piave e della Gail […]. Verso oriente la contea Friulana confina in primo luogo colla contea di Gorizia. Quali fossero, storicamente, i veri rapporti del patriarcato coi conti Goriziani non è chiaro. I conti riconobbero, nel 1150 e nel 1202, che la signoria di Gorizia e quella di Mosburg (in Carinzia) erano feudi della chiesa Aquileiese ed ammisero la reversione alla chiesa stessa in caso di estinzione della loro famiglia; nelle successive investiture, però, tale punto non è chiaramente definito e, di fatto, dalla seconda metà del secolo XIII essi si comportano come principi affatto indipendenti. La contea estese, per successive usurpazioni, il suo dominio, occupando successivamente Lucinico e Cormons dal lato occidentale, e dal lato orientale Vipacco, che erano patriarcali. Altri tentativi dei conti per estendere il loro possesso nell'alta valle dell'Isonzo furono respinti, così che i possessi comitali rimasero limitati ad occidente dal fiumiciattolo Judri, e più giù dal territorio di Aquileia, e ad occidente dall'Isonzo, oltre il quale si stendeva il territorio patriarcale di Monfalcone, mentre a nord confinava col territorio, pure appartenente alla chiesa Aquileiese, di Tolmino. I possessi patriarcali confinavano poi nell'alta valle dell’Isonzo con quelli delle chiese di Bressanone e di Frisinga, e ad oriente di Monfalcone con possessi della casa d’Austria nella Carniola. A mezzodì poi, il territorio della contea Friulana era limitato, verso il mare, dai possessi Veneziani dell’estuario di Grado (Leicht 1917: XIX-XXI). »

Pochi anni più tardi Leicht, al fine di sostenere la tesi della necessaria unità del Friuli Orientale ed Occidentale, faceva coincidere confini storici e glottologici. Sostenendo tale coincidenza Leicht voleva evidentemente rafforzare l’idea della chiarezza e della legittimità di tali confini:

« quando si rappresentano i limiti della parlata Friulana, quali si trovano nei tempi più prossimi a noi, coi confini del patriarcato Aquileiese, si vedrà che essi coincidono quasi perfettamente. Dalle porte di Monfalcone sino alla Livenza si parla il Friulano, come dal passo di Montecroce sino alla pianura di Aquileia (Leicht 1920: 6). »

Anche Giradini, sebbene il suo pensiero avesse conosciuto una svolta conservatrice e nazionalista, concorda con la definizione storica di un Friuli dal Livenza al Timavo. Nel 1923 egli, infatti, dalle pagine de Il Giornale di Udine dichiarava che:

« Io non consento affatto a considerare il Friuli come una provincia facente parte di una regione presieduta da Trieste: questo […] sarebbe un arbitrio rispetto alla geografia ed una invenzione rispetto alla storia […]. Il Friuli non è la Venezia né da una parte né dall’altra, il Friuli è il Friuli: il Forum Julii raccolto nel nucleo suo primo e infrangibile, che dovrebbe andare dal Livenza, al virgiliano Timavo (Girardini 1923 in Nazzi 1990: 20). »

In un certo senso ‘storica’ è anche la definizione che l’irredentista Carlo Battisti dà della Venezia Giulia. Tuttavia il punto cronologico che egli assume quale riferimento per individuare i confini di tale area è diverso da quelli invocati dagli autori appena citati. Infatti Battisti nel 1920 sostiene che la Venezia Giulia includeva tutti i territori appena conquistati dall’Italia (Val Canale, Contea di Gorizia, Marca dell’Istria, Trieste), nonché Fiume (Battisti 1920: 1). La Venezia Giulia definita in questo modo aveva delle ampie aree di sovrapposizione con il Friuli così come concepito da molti autori contemporanei a Battisti.

Altre definizioni del Friuli tendono a propendere per una descrizione dei confini del Friuli in termini più orografici, come ad esempio quella di Chiurlo, secondo cui:

« Le Alpi, che […] tendono ad abbracciare da tre lati un’ampia pianura, troncata fra oriente e mezzogiorno dal mare, segnano i limiti della regione friulana; ché dai lati ove resta aperta, a oriente sorge, aspro contratto spugnoso, il Carso, a occidente il corso del Livenza […] (Chiurlo 1922: 5). »

Anche lo scarno riferimento di Tellini ai confini era di carattere geografico, nel senso che non ricorreva a motivazioni storiche ma solo idrografiche. Egli, infatti, nel 1924 pubblicava, per i tipi di Trevisini di Milano, una serie di tre eserciziari friulani per le scuole elementari, intitolati:

« Dal Peralba ad Aquileia e dal Livenza all’Isonzo (Michelutti 1989: s.p.n.). »

Se il cenno di Tellini ai confini ci può sembrare di tono neutro e quello di Girardini incentrato su un tema –quello della distinzione tra Friuli e Veneto- che all’epoca non aveva la rilevanza che avrebbe assunto in futuro, altri testi dell’epoca testimoniano, invece, quanta e di che natura fosse l’importanza della questione dei confini del Friuli in quei decenni. Infatti essa era rilevante in quanto era in stretta connessione con il problema dei confini esterni d’Italia. Ciò significa che la maggior parte delle volte l’attenzione era concentrata, come si vedrà tra poco, sul confine orientale del Friuli, percepito come una barriera politica, culturale, linguistica, folkloristica e quant’altro. Sul confine occidentale si trovano invece solo alcuni cenni nei documenti che riguardano le richieste di costituzione del Friuli in Regione. Ad esempio nel 1915 Girardini, per presentare il Friuli agli italiani, ne tracciava i confini nel modo seguente, operando una commistione di criteri geografici e storici:

« Le Alpi Carniche, le Giulie che ne formano la ramificazione meridionale, i brulli e rocciosi monti che dalle Carniche si staccano e si protendono verso nord–est e che si chiamano i monti del Carso, chiudono la regione detta anticamente dei Carni, poi aquileiese e nel Medioevo terra Fori Julii, ora Friuli, che ha per naturali suoi limiti al nord dette Alpi, ad est la valle del Vipacco e le fonti del Timavo, a sud l’Adriatico, ad ovest la valle superiore del Piave, i monti che inferiormente ne circoscrivono il bacino ed il Livenza dalle sorgenti al mar […] (Girardini 1915). »

Nel 1919 il Commissario governativo per la Provincia di Udine aveva scritto a Girardini una memoria in cui gli esponeva le proprie opinioni sul futuro assetto amministrativo del ‘Friuli redento’. In tale memoria, inedita a parte brevi stralci, sono contenute alcune considerazioni iniziali sul

« Friuli fra il Timavo e il Livenza (Preziosi 1987: 123), »

che doveva essere riunito in una sola Provincia.

Dopo la II guerra mondiale[modifica]

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la definizione del territorio della regione di cui si chiedeva la costituzione era ovviamente un argomento inevitabile all’interno dell’Associazione per l’Autonomia Regionale Friulana. Prima ancora di definire che cosa fosse il Friuli, l’Associazione per l’Autonomia Regionale Friulana nel suo statuto specifica da che cosa esso si distingue:

« il Friuli costituisce un’entità regionale assolutamente distinta dalle limitrofe regioni veneta e giuliana (Comelli 1983: 141-142). »

Tessitori e l’Associazione per l’Autonomia Regionale Friulana chiedevano la creazione di una regione che comprendesse i territori delle Province di Udine e Gorizia, nonché del cosiddetto Mandamento di Portogruaro (Comelli 1983: 141). Più nel dettaglio, già nel 1945 si dice che:

« [L’Associazione per l’Autonomia Regionale Friulana] vuol ottenere, insieme con l’auspicatissimo decentramento amministrativo, il riconoscimento della qualità di regione del Friuli, che non deve costituire più una semplice provincia: il Friuli dalla Mauria a Grado, da Sacile a Gorizia (D’Aronco 1988: 11). »

Il Comitato di Studio sulla Regione del Friuli, nella sua monografia pubblicata nel 1946, auspicava che la regione fosse costituita entro i confini:

« delineati dal corso dei due fiumi Livenza e Timavo, comprendendo così le intere province di Udine e Gorizia, con più il distretto di Portogruaro, che attualmente è parte della provincia di Venezia (Coloni 1982: 168). »

Nello statuto del Movimento Popolare Friulano, redatto nel 1947, emerge, come si è accennato in precedenza, il richiamo ai {{quote|confini naturali del Friuli. Essi vengono identificati con i confini

« storici della Patria del Friuli: il Livenza a ovest (includendo quindi il cosiddetto mandamento di Portogruaro, appartenente alla Provincia di Venezia) e il Timavo a est” (Di Giusto 1997: 457-458). Il leader del Movimento Popolare Friulano, D’Aronco, già dal 1946 mostra di condividere l’idea che il Friuli sia nettamente distinto dal Veneto e dalla Venezia Giulia: »
« La realtà della Regione friulana è sancita dalla storia. Il Friuli non è né Venezia Euganea né Venezia Giulia, ma una regione a sé stante (D’Aronco 1988: 19), »

e scegli e i consueti quattro elementi del paesaggio come confini del Friuli:

« […] i monti e il mare, la Livenza e il Timavo (D’Aronco 1988: 19). »

Va ricordato che la possibilità di includere il Portogruarese nella Regione Friulana era stata discussa anche dall’Assemblea Costituente, per essere ben presto esclusa (D’Aronco 1983: 72). Anche la Società Filologica Friulana condivideva la delimitazione territoriale del Friuli proposta dagli altri movimenti regionalisti. Ciò è reso esplicito, tra l’altro, nell’ordine del giorno del congresso del 29 settembre del 1946, in cui i soci:

« […] auspicano la ricostituzione integrale della Patria del Friuli con i territori di Udine, di Gorizia con Grado e Monfalcone, di Pordenone incluso il territorio di Portogruaro (Comelli 1983: 149). »

Se questo è il brano più significativo –in quanto collega la delimitazione geografica del Friuli alla questione della costituzione della Regione- esistono numerosi altri passi che esplicitano la posizione della Società Filologica Friulana a proposito dei confini del Friuli. Ad esempio nel 1947 in un suo documento del 1947 si parla del

« Friuli […] dal Timavo alla Livenza (di Caporiacco 2001: 80). »

e, in un ordine del giorno del 1949 ci si riferisce ai friulani

« […] dalle Alpi alla Laguna, dal Timavo alla Livenza […] (di Caporiacco 2001: 83). »

D’altro canto anche un antiautonomista radicale come Linussa, in un suo articolo comparso sul Messaggero Veneto del 23 gennaio 1947, individua nel Livenza e nel Timavo i confini del Friuli (Luzzi Conti 1987: 276).

Note[modifica]

  1. Pier Silverio Leicht, I diplomi imperiali concessi ai patriarchi d’Aquileja, pag. 157, Pagine Friulane, a. VII (1894), n. 10, Udine 1888-1894
  2. Rienzo Pellegrini, Tra lingua e letteratura. Per una storia degli usi scritti del friulano, pag.101, Casamassima, Udine 1987
  3. Rienzo Pellegrini, Tra lingua e letteratura. Per una storia degli usi scritti del friulano, pag.101, Casamassima, Udine 1987
  4. Commentarii di Giovan Candido giureconsulto dei Fatti d’Aquileia, Pradamano, 1926, pagg. 1-2
  5. Girardi G. (1841), Storia fisica del Friuli, San Vito, Pascali, pagg. 52-53
  6. Rienzo Pellegrini, Tra lingua e letteratura. Per una storia degli usi scritti del friulano, pag.101, Casamassima, Udine 1987
  7. Rienzo Pellegrini, Tra lingua e letteratura. Per una storia degli usi scritti del friulano, pag.101-102, Casamassima, Udine 1987
  8. Partenopeo H. (1604), Descrittione della nobilissima Patria del Friuli, Con l’origine de i popoli, delle Città, delle Castella, et di molti altri luoghi, che in essa si ritrovano, Udine, Gio. Battista Natolini, pag. 1.
  9. Maniago P. (1797), Il Friuli. Poemetto del Conte Pietro Maniago pubblicato compiendo la reggenza di Udine l’Eccellentissimo Signore Angelo I.° Giustinian, Venezia, Tipografia Curti Q. Giacomo, pag. 2
  10. Giovanni Antonio Capellaris, Carta topografica di tutto il territorio del Friuli goriziano ed udinese fra i confini della Carintia, del Cragno, del Triestino, del Trevisano, del Bellunese, colle strade e poste (Venezia, 1798)
  11. Rienzo Pellegrini, Tra lingua e letteratura. Per una storia degli usi scritti del friulano, pag.101, Casamassima, Udine 1987
  12. Rienzo Pellegrini, Tra lingua e letteratura. Per una storia degli usi scritti del friulano, pag.101-103, Casamassima, Udine 1987
  13. Brumatti de Jacomino e Sigisberg G. (1682), L’aquila leone di Gorizia ossia il Contado Principato goriziano uno degli incliti immediati stati del S. R. I., ms
  14. Rienzo Pellegrini, Tra lingua e letteratura. Per una storia degli usi scritti del friulano, pag.105, Casamassima, Udine 1987
  15. Liruti G. G. (1776-1777), Notizie delle cose del Friuli, Udine, Fratelli Gallici, vol. I, pag. 46.
  16. Liruti G. G. (1776-1777), Notizie delle cose del Friuli, Udine, Fratelli Gallici, vol. I, pagg. 35-36
  17. Liruti G. G. (1776-1777), Notizie delle cose del Friuli, Udine, Fratelli Gallici, vol. I, pagg. 37-38
  18. Liruti G. G. (1776-1777), Notizie delle cose del Friuli, Udine, Fratelli Gallici, vol. I, pagg. 63-64
  19. Girardi G. (1841), Storia fisica del Friuli, San Vito, Pascali, pagg. 51-52
  20. Valussi citato in: Micelli F. (1997), Della storia naturale alla geografia del Risorgimento. Riflessionisull’attività scientifica di Giulia Andrea Pirona, in: Vecchiet R. (cur.), Giulio Andrea Pirona 1822-1895. Atti del Convegno di studi nel centenario della morte, s.l., Comitato per le celebrazioni di Giulio Andrea Pirona, pp. 11-23, pag. 15
  21. Carli P., P. Valussi (1853), Rapporto della Camera di Commercio e d’Industria della Provincia del Friuli all’Eccelso I. R. Ministero del commercio, dell’industria e delle pubbliche costruzioni sullo stato dell’industria e del commercio della propria provincia negli anni 851 e 1852, Udine, Tipografia Trombetti-Murero
  22. Carli P., P. Valussi (1853), Rapporto della Camera di Commercio e d’Industria della Provincia del Friuli all’Eccelso I. R. Ministero del commercio, dell’industria e delle pubbliche costruzioni sullo stato dell’industria e del commercio della propria provincia negli anni 851 e 1852, Udine, Tipografia Trombetti-Murero, pag. 24
  23. Valussi P. (1967), Dalla memoria d’un vecchio giornalista dell’epoca del Risorgimento italiano, Udine, Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Udine, pag. 194
  24. Pirona citato in: Micelli F. (1997), Della storia naturale alla geografia del Risorgimento. Riflessionisull’attività scientifica di Giulia Andrea Pirona, in: Vecchiet R. (cur.), Giulio Andrea Pirona 1822-1895. Atti del Convegno di studi nel centenario della morte, s.l., Comitato per le celebrazioni di Giulio Andrea Pirona, pp. 11-23, pag. 16
  25. Comelli F. (1989), Il Friûl Orientâl, in: Friûl di Soreli Jevât, Udine, Società Filologica Friulana, s.p.n.
  26. Marchetti G. (1974), Friuli. Uomini e tempi, Udine, Società Filologica Friulana, pag. 575
  27. Antonini P. (1865), Il Friuli Orientale, Milano, Vallardi, pagg. 533-534
  28. Antonini P. (1873), Del Friuli ed in particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità politica di questa regione, Venezia, Naratovich, pag. 2
  29. Carli P., P. Valussi (1853), Rapporto della Camera di Commercio e d’Industria della Provincia del Friuli all’Eccelso I. R. Ministero del commercio, dell’industria e delle pubbliche costruzioni sullo stato dell’industria e del commercio della propria provincia negli anni 851 e 1852, Udine, Tipografia Trombetti-Murero, pag. 31.
  30. di Manzano F. (1894), Cenni storici sui confini del Friuli e la sua nazionalità, Pagine Friulane, a. VII, n. 3, pp. 42-43, pag. 42.
  31. Antonini P. (1873), Del Friuli ed in particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità politica di questa regione, Venezia, Naratovich, pag. 489
  32. di Manzano F. (1876), Compendio di storia friulana, Udine, Tipografia di Gio. Batt. Doretti e Soci, pag. 5
  33. Micelli F. (1997), Della storia naturale alla geografia del Risorgimento. Riflessionisull’attività scientifica di Giulia Andrea Pirona, in: Vecchiet R. (cur.), Giulio Andrea Pirona 1822-1895. Atti del Convegno di studi nel centenario della morte, s.l., Comitato per le celebrazioni di Giulio Andrea Pirona, pp. 11-23, pag. 19
  34. del Torre G. F. (1892), Il Contadinel. Lunari par l’an bisest 1892, Gorizia, Seitz, pag. 52
  35. di Manzano F. (1894), Cenni storici sui confini del Friuli e la sua nazionalità, Pagine Friulane, a. VII, n. 3, pagg. 42-43
  36. Valentinis G. (1903), In Friuli, Udine, Fratelli Tosolini Editori, pag. 6