Storia intellettuale degli ebrei italiani/Appendice

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TRADUZIONE DI ME‘ON HA-SHOALYM[modifica]

Parafrasi del testo ebraico[modifica]

Il poeta inizia rivolgendosi al "Luogo dei supplicanti, fine supremo di coloro che chiedono misericordia, la cui fonte di benedizione diffonde la vita" (I terzina), un'allusione al Terzo Tempio annunciato dal profeta Ezechiele, o Tempio Celeste, identificato con un'emanazione o manifestazione di Dio.

Il supplicante inizia con la dichiarazione della sua inadeguatezza ("la mia sorgente è come una goccia d'acqua nel Gange rispetto al fiume degli Antichi" – II terzina) e la paura che nasce sia dall'Altezza del Nome Divino – anzi, l'autore semplicemente "si avvicina alla porta dell'evocazione di Dio” – e alla scarsità del proprio valore ("polvere che soffia nelle tenebre, senza direzione").

L'anima e il corpo non devono combattersi, ma devono ricordare quanto sia precaria la vita, e quella punizione potrebbe arrivare a entrambi. Qui inizia una preghiera amorosa alla propria anima, in dodici terzine e caratterizzata da un’anafora che si ripete cinque volte: "Anima mia" (nafshy). L'autore esorta l'anima a fuggire dal campo in rovina in cui si aggira: "i tuoi remi sono inganno e menzogna" (usando una metafora acquatica frequente in tutte le opere di Rieti), "e tu attraversi un mare di acque amare" (notare l'allitterazione in w-ma‘avarekh ba-yam hem mey marym). L'anima è prigioniera del corpo materiale, discesa dall'alto per servire Dio e "bere la Sua acqua". Quando la coppa è piena, per svanire da quell'ombra effimera che è la vita terrena, deve tornare alle sue origini.

Questa esortazione all'anima si conclude con un appello all'azione, affinché "le ali già ripiegate del mio desiderio [ḥishqy, termine di ispirazione platonica che caratterizza il pensiero religioso reatino][1] non si svolgano in invano, e le loro piume non siano strappate da spiriti nemici". Infatti, una vita corrotta è seguita dal fuoco che brucia l'anima umana e dal passaggio dell'anima da un luogo sacro a uno profano. E così si ascolta l'appello finale, riconoscendo colui che ha creato la radice dell'esistenza. Questo ascolto risveglia l'anima, che ha attraversato un periodo di oscurità e vanità nel corpo umano.

Le inadeguatezze dell'autore sono innumerevoli: è orientato al bene, ma incapace di realizzarlo; ascolta la parola di Dio, ma poi la dimentica; si ribella come uno studente con il suo maestro; evita i rimproveri, apprezza il proprio istinto e ha un cuore dentro di sé che arde come fuoco.

Un elenco di peccati in forma poetica segue, in sei terzine, la formula liturgica, in cui si enunciano in ordine alfabetico le manchevolezze dell'umanità (Elohay hen eda‘ ky ashamty / bagadty gazalty wa-adabber / dofy we-gam harea‘ hare‘oty ecc.).

Il peccato è ormai così radicato da diventare un'abitudine che impedisce la percezione delle profanazioni, e così i pensieri si allontanano da Dio. Per questo l'autore si rivolge ancora una volta alla propria anima, invitandola a presentarsi davanti al Signore del mondo, al momento del giudizio, come vergine penitente. Quindi, per salvarsi, l'anima dovrà manifestare la stessa energia che ha già impiegato per gettare via i suoi tesori e sacrificare ai demoni, che sono solo ombre: i seni verginali, aggiunge il poeta, furono condotti in un luogo di mestruazioni e impurità .

Ma la radice, o essenza, del supplicante è stata minata dalla sua follia, tanto da impedirgli di contemplare la luce e di trovare la via insegnata da Dio: si rivolge così a Dio per redimere la sua anima, secondo l'antica promessa, e "la acqua di misericordia riversa" sul peccatore.

A questo punto inizia quella che potrebbe essere considerata la seconda parte del testo, l'evocazione di una serie di comportamenti proposti dall'autore per espiare i propri peccati (quattro terzine con l'anafora we-im, "e se"):[2] se il perdono è concesso tramite le lacrime, il poeta andrà in un luogo segreto e piangerà, lamentandosi come per la perdita di una persona cara; se la preghiera è sufficiente, offrirà un sacrificio di parole sul suo altare; se il dolore è ciò che è richiesto, il suo cuore si dissolverà all'enunciazione dei peccati; se la penitenza è necessaria, l'autore è pronto a pentirsi pubblicamente, lamentandosi, battendo le mani (segno di dolore e afflizione in età biblica), e strappandosi i capelli.

Chi bussa alla porta della divina misericordia forse otterrà grazia; forse Dio ricondurrà la sua anima sulla via e cesserà di rimanere nascosta, ma mostrerà di nuovo la luce della sua presenza. "Perdonami, O Signore, perdonami", esclama il poeta, "non volevo irritarTi, è il mio cuore che mi ha pervertito!"

Se il peccato è essenzialmente legato ai pensieri, l'autore ha preparato un testo (sefer) che serva come sacrificio di espiazione. Questo testo consiste nell'enunciazione di principi religiosi fondamentali (ispirati in parte a Maimonide) la cui funzione è chiaramente quella di purificare i pensieri pervertiti. Il primo principio è l'esistenza necessaria di Dio, seguita dalla Sua singolarità, immutabilità, eternità (assenza di principio), semplicità (assenza di parti) e incorporeità (assenza di corpo percepibile). Continua dicendo che gli attributi di Dio non aggiungono nulla alla Sua essenza e che il mondo è stato creato da Lui, per sapienza, dal nulla. In questo mondo, il primo posto è occupato dagli angeli, santi puri e fatti di sostanza incorruttibile. Sono disposti in dieci gradi, cantano le lodi di Dio e si godono la Sua contemplazione intellettuale, alcuni dei quali sono incaricati del giudizio delle cose terrene. Poiché Colui che era, è e sarà può solo essere temuto, non si può fare a meno di stupirsi e ringraziarLo della bellezza e della piacevolezza di quel mondo elevato.

Gli angeli sono seguiti da una fitta folla di anime, che ritornano in volo al luogo della loro origine e, in base alle loro azioni, incontrano o la pienezza della vita o l'oscurità e l'assenza di piacere.

Vengono poi i corpi celesti di imponente maestà, fatti di pura materia, di forma sferica, uniti come sono agli intelletti separati: i loro movimenti raccontano degli atti straordinari di Dio. Nella loro grande diversità sono, miracolosamente, diretti verso un unico obiettivo. Le loro dimensioni sono spaventose; movimenti astronomici come epicicli ed eccentrici devono essere oggetto di grande scienza. Sopra di loro ci sono le stelle fisse, con le loro proprietà e i loro aspetti astrologici, mentre il sole e la luna hanno il compito di indicare il tempo metereologico.

Segue la materia, pronta a ricevere le sue quattro forme dall'ultima sfera (allusione alle cause aristoteliche) e le qualità (un possibile riferimento alle categorie): ecco dunque gli elementi e le creature corruttibili, composte e con un temperamento, e suddivise in esseri minerali, vegetali, animali e razionali, ciascuno con la sua proporzione interna costitutiva. Solo le specie persistono, mentre gli individui riuniti sono destinati a morire, dopo che l'universo deviò dal suo corso (Rieti probabilmente allude qui alla mortalità del genere umano dopo il peccato di Adamo).

"Dato tutto questo", continua l'autore, rivolgendosi a Dio, "non possiamo negare la Tua scienza infinita. Hai reso il corpo un ricettacolo dell'anima, fatto di una sostanza semplice e intellettuale, che mi porta a conoscere le Tue vie; perché non è possibile dare alcuna definizione di Te (dimyon mashweh; letteralmente "immagine equivalente"), eppure questo non è nemmeno l'inizio delle lodi di Dio".

Dopo questa "purificazione" dei pensieri attraverso la descrizione degli elementi fondamentali del mondo celeste e di quello materiale, torniamo alla dichiarazione dei peccati e alle suppliche di perdono che rappresentano la terza e ultima parte del testo. Viene qui ricordato "il giorno del suono" (yom teru‘ah), esplicita allusione al suono dello shofar e quindi al Kippur, che culmina nel periodo della penitenza.

Il poeta prega Dio che rivolga verso di lui il Suo scettro d'oro e lo protegga all'ombra della Sua mano, perché il Suo vessillo è l'Amore: è pentito, e il suo cuore è stato riempito di Grazia. Dio può far scendere le benedizioni dal cielo e inviare il Redentore, che radunerà le persone durante la nostra vita e porrà fine alle loro sofferenze. Egli può sostenere il penitente proprio come ha guidato i figli d'Israele quando ha donato loro la fede degli eletti.

Questa preghiera al Signore prosegue con la richiesta di fornire all'anima nuovi strumenti per servirLo e, soprattutto, per evitare di indurre in tentazione chi parla; che le sue povere parole siano accolte; che anche la sua progenie – che il poeta spera di vedere fino alla quarta generazione – non manchi dei bisogni fondamentali: cibo, alloggio e scienza (hokhmah we-‘iyun, letteralmente, "scienza e indagine razionale" – un formulazione tipica di un autore come Rieti, che attribuisce un valore esistenziale alla conoscenza). Se il merito dei suoi figli non fosse sufficiente, potrebbe Dio considerare il merito dei suoi Padri? In ogni caso, il vero nemico è ancora l'istinto, che paragona a un fiume in piena o ad un orso in agguato. Così il poeta prega Dio di salvare la sua anima nel giorno in cui offre a Lui il suo dono. Qui Rieti usa alcune sofisticate allitterazioni: kishut kosht nikhsaf ly mi-kesef / emunah omen emeth amarym (un'offerta ben adornata, più ambita dell'argento / vera fede, parole di verità).

I versetti finali presentano un'anafora della parola yom (giorno) in riferimento al giorno del giudizio cui è destinato questo testo: è un giorno di afflizione (allusione al comando biblico in Levitico 23:27 relativo al giorno del Kippur, "Umilierete le anime vostre"), ma anche un giorno di espiazione (yom kippur) in cui Dio accetterà le preghiere offerte in sacrificio, e un giorno di fede (bitaḥon) in cui Dio ricostruirà la patria distrutta di Israele e, infine, un giorno in cui il penitente riscoprirà Dio, che gli permetterà di abbeverarsi alla sorgente zampillante della Sua dimora. Il cerchio di invocazione dell'acqua divina, dispensatrice di grazia e di misericordia, iniziato nei primi versetti, si chiude al penultimo verso, prima del finale appello a dare pace alla sua anima e della solenne dichiarazione d'amore per la Legge, che è "più preziosa dell'oro e dei diamanti".

IL TEMPIO di M. Moise di Riete, trasportato in vulgare Italiano, da M. Lazaro da Viterbo / מְעוֹן הַשּׁוֹאֲלִים[modifica]

Italiano Ebraico
Tempio d’ogni Orator fin’e desio
Di chi pietà ricerca, e gratie tante,
Fonte di vita benedetto, e pio.
מְעוֹן הַשּׁוֹאֲלִים תַּכְלִית חֵפֶץ
כָּל מְבַקֵּשׁ חֶסֶד וְרַחֲמִים
וּמַעְיַן בִּרְכָתְךָ חַיִּים יָפֵץ
Vengo hoggi humil col cor, dentro tremante,
Sò che’l mio rivo, è breve stilla al Gange,
Al gran fiume di quei che furo avante.
בָּאתִי הַיּוֹם מָךְ וּמֵעַי הוֹמִים
יוֹדֵעַ בִּי כִּי דֶלֶף לְגִיחוֹן
מוֹצָא מֵימַי אֶל נַחַל קְדוּמִים
Con viso chino, il corpo steso piange,
Senza vigor, e’l cor dirotto in tutto.
Forse perdoni Iddio, si strugge et ange?
מִתְנַפֵּל עַל פָּנִים שַׁח עַל גָּחוֹן
בִּכְנִיעוּת חַיִל וּשְׁבִירוּת הַלֵּב
אוּלַי תְּכַפֵּר אֵל אוּלַי תָּחןֹ
Contrito, afflitto, macro, e in viso asciutto,
Alto tremando, et ho sicuro molto,
Fronte impudica, e di Can viso brutto.
בְּבַעַת רֶתֶת וּמִעוּט חֵלֶב
בְּחִלְחוּל רַב וּבָטוּחַ אֲנִי
כִּי מֵצַח זוֹנָה לִי וּפְנֵי כֶלֶב
Surgomi con preghier, povero e stolto,
Ma per doppia cagion, l’alma diffida
In arido deserto, ov’io son colto.
וְאָקוּם בִּתְחִנָּה סָכָל עָנִי
וְנִשְׁמָתִי לִשְׁתַּיִם תְּבַהֵל
בְּמִדְבַּר צִמָּאוֹן מְקוֹם שָׁכְנִי
Pe’l santo alto tuo nome, ò luce fida,
E per lo basso mio stato di terra,
Ch’in tenebre ne và, senz’altra guida.
עַל עצֶֹם שֵׁם קָדְשָׁךְ אוֹר כִּי יָהֵל
עַל נְמִיכוּת עֶרְכִּי שֶׁהוּא אֵפֶר
הוֹלֵךְ בַּחשֶֹךְ וְאֵין מְנַהֵל
Scrivo in carta, e nel cor, che chiude e serra,
Di molte colpe mie, picciola parte,
E l’alti lodi tue, spiega e disserra.
וְאֶכְתּבֹ עַל לֵבָב גַּם עַל סֵפֶר
מֵרבֹ עֲווֹנוֹתַי מְעַט מִזְעָר
מֵרבֹ תְּהִלָּתָךְ אִמְרֵי שֶׁפֶר
Ma con timor m’appresso à ricordarte,
E qual cera il mio cor si sface e strugge
Ché l’error mio, non ha termin’in parte.
אַךְ בְּמוֹרָא אֶתְקָרֵב אֶל שַׁעַר
זִכְרָךְ וְלִבִּי כַּדּוֹנַג יִמַּס
כִּי רַב מִרְיִי לִגְבוּל לֹא יְשׁעַֹר
Ah trist’alma, ch’a torto grida, e rugge
Del corpo, et ei con lei và combattendo
Nel gran giudicio, ch’ambedue distrugge
אוֹי לַנֶּפֶשׁ עַל גּוּף תִּזְעַק חָמָס
וְגוּף בְּנֶפֶשׁ מֵרִיב וְנִלְחָם
יוֹם תֵּת הַדִּין וִהְיוֹתָם לָמַס
Non pensor prima mai, che non volendo
Ch’al fin la vita, ver me sia con lai,
Sotto tempo, fortuna, e caso horrendo.
לֹא זָכְרוּ מֵראֹשׁ כִּי עַל כָּרְחָם
סוֹף הַחַיִּים רִמָּה וְתוֹלֵעָה
עֵת וָפֶגַע יִקְרֵם וְנָס לֵחָם
Anima inpria che’l mal ne giunga, e guai,
Torna pentita, e scampa fuor dal suolo
Misero dove ancor’errando stai.
נַפְשִׁי פֶּן תִּדְבָּקַנִי הָרָעָה
שׁוּבִי שׁוּבִי הִמָּלְטִי מִתּוֹךְ
שְׂדֵה חֵרֶם אֲשֶׁר אַתְּ בּוֹ תוֹעָה
Anima i remi tuoi, son fraude e duolo
E varchi un mar, d’amara acqua, e d’orgoglio,
E l’Angelo di Dio, sententia il nolo.
נַפְשִׁי מְשׁוֹטַיִךְ מִרְמָה וָתךְֹ
וּמַעְבָּרֵךְ בַּיָּם הֵם מֵי מָרִים
וּמַלְאָךְ בִּשְׂפָתוֹ דִּינֵךְ יַחְתּךְֹ
Alma se post’hai nido in alto scoglio,
Qual Capria corri in van segue le peste,
Qual chi tramonti, chiama il suo cordoglio.
נַפְשִׁי שַׂמְתְּ כַּצּוּרִים בְּצוּרִים
קִנֵּךְ וּמְרוּצָתֵךְ גַּם כִּצְבִיָּה
רוֹדֶפֶת רִיק כְּקוֹרֵא בֶּהָרִים
Se preda sei da luogo alto, e celeste,
E son com’ombra i tuoi fugaci giorni,
Perché t’affondi in la corporea veste?
נַפְשִׁי אִם אַתְּ מִמָּרוֹם כִּשְׁבוּיָה
וּכְצֵל עוֹבֵר מִסְפַּר יְמֵי חֶלְדֵּךְ
מַה זֶּה תִּשְׁתַּקְּעִי תּוֹךְ גְּוִיָּה
Sei peregrina in terra, acciò t’adorni,
Tuo velo à server Dio, e ber sue acque,
Con l’urna piena, dunque a’lui si torni.
לָגוּר בָּאָרֶץ בָּאת לִלְבּוֹשׁ מַדֵּךְ
לַעֲבוֹר בּוֹ צרֶֹךְ לִשְׁתּוֹת מֵימָיו
שׁוּבִי אֵלָיו אָז עִם מְלֹאת כַּדֵּךְ
Sia grande, e vivi l’uomo, e da che nacque,
Appo’l gran Creator del tutto un’ombra,
E tutti con pietà, nutrir gli piacque.
נַפְשִׁי אַף יִגְדַּל אִישׁ יִרְבּוּ יָמָיו
אַיִן וְאֶפֶס הוּא לְמוּל יוֹצֵר
הַכּלֹ וּמְכַלְכְּלֵם בְּנִחוּמָיו
Alma, fin che’l Cortil di fuor s’ingombra,
A che ammantata, in le sue stanze entrare,
Non speri per viltà, che’l cor t’adombra.
נַפְשִׁי עֵת יִשָּׁמַע מִי בֶחָצֵר
לָמָּה תְהִי עוֹטְיָה מִלַּחֲסוֹת
בַּחֲדָרָיו וּדְחוּיָה מִקּצֶֹר
Anima eleva il cor, tempo è di fare,
Ché non sudin in vano i moti varij,
L’ale del mio desir sparse à volare.
נַפְשִׁי תְּנִי לֵבָב עֵת לַעֲשׂוֹת
פֶּן יִיגְעוּ לָרִיק בִּתְנוּעָתָם
כַּנְפֵי חִשְׁקִי אֵלֶּה הַפְּרוּשׂוֹת
O furie, ò spirti amari, lor contrarij,
Faransi incontra, ò sterperan lor vanni,
Corrompendole ancor, come avversarij.
פֶּן יִפְגְּעוּ מָרֵי נֶפֶשׁ אוֹתָם
יִמְרְטוּ נוֹצָתָם אוֹ אִם לֵילִין
מְחַיְּבִים הֶפְסֵד תְּכוּנָתָם
Alma non sai, com’arder con affanni,
Fan l’alma umana, in pene, in ira, in foco,
E sospinta in profan, da sacri scanni.
נַפְשִׁי הֲשָׁמַעַתְּ כֵּיצַד צוֹלִין
נִשְׁמַת אֱנוֹשׁ בְּאֵשׁ אַף וְחָרוֹן
אֵיךְ נִדְחֵית מִקּדֶֹשׁ לִמְקוֹם חֻלִּין
Pensa a l’ultimo segno, anima un poco,
Sappi chi à l’esser tuo, principio ha dato,
Ciò più ti sveglia, che chiamar non roco.
נַפְשִׁי שִׁמְעִי לָאוֹת הָאַחֲרוֹן
דְּעִי נוֹתֵן שׁרֶֹשׁ מְצִיאוּתֵךְ
זֶה יְעִירֵךְ מִקּוֹרֵא בְגָרוֹן
Ché pensando io ch’i giorni del tuo stato
Meco, passan in nebbie, e vane schieggie,
Corrotto ho le mie vie, da te guidate.
כִּי חָשַׁבְתִּי אֲנִי יְמֵי שִׁבְתֵּךְ
עִמִּי כָלוּ בְחשֶֹךְ וְהֶבֶל
שִׁחַתִּי דְרָכַי אַךְ לֹא בִלְתֵּךְ
Io mi vergogno, et à chi il tutto regge,
Dico mia colpa, e dal dritto sentiero,
Torcendo l’error mio, mai si corregge.
לָכֵן בּשְֹתִּי וְלִפְנֵי כָל סוֹבֵל
אמַֹר אָנָּא חָטָאתִי וְיָשָׁר
הֶעֱוֵיתִי וָאַגְדִּיל לְחַבֵּל
Il pregar mio Signor, com’è sincero,
Sì grave è l’error mio a perdonarsi,
Ch’al cor l’ho litigat’oggi, ancora intiero.
אֱלֹהַי אֵיךְ תְּפִלָּתִי תִכְשַׁר
הֵן עֲווֹנִי הוּא גָדוֹל מִנְּשׂוֹא
גַּם עוֹד הַיּוֹם תּוֹךְ לְבָבִי נִקְשַׁר
L’opre del van desir mio, che gonfiarsi,
Con l’onde sue, pur lodo, e mi compiaccio,
Disegno il bene, e per me non può farsi.
הֵן פְּעֻלּוֹת יִצְרִי הָרָע בְּשׂוֹא
יֶתֶר גַּלָּיו אֲנִי אֲשַׁבְּחֵם
אֶרְמזֹ אֶל טוֹב וְלֹא אוּכַל עָשׂה
L’aborrito da te, stringo et abbraccio
E quel che vieti in licito contesto,
Le tue parole intendo, e da me scaccio.
וְכָל שְׂנוּאִים לָךְ לִי אֶקָּחֵם
אֲשֶׁר אָסַרְתָּ אוֹתוֹ אֲטַהֵר
וּדְבָרֶיךָ אֶשְׁמַע וְאֶשְׁכָּחֵם
E ne precetti tuoi non son già presto,
Ma qual Scolar, contra al Dottor audace,
Corre il mio piede al mal veloce, e desto.
גַּם בְּמִצְווֹתֶיךָ לֹא אֶזָּהֵר
אֲבָל כְּמוֹ תַלְמִיד עַל רַב חוֹלֵק
וְרַגְלַי לְרָעָה רָצִים מַהֵר
Chi mi riprende, fuggo, e mi dispiace,
In aspro il viso mio come dur sasso,
Il cor dentro arde come ardente face.
וּדְבַר מוּסָר מִנֶּגְדִּי אֲסַלֵּק
וְאֶת פָּנַי כַּחַלָּמִישׁ שַׂמְתִּי
לִבִּי חַם בְּקִרְבִּי כְּאֵשׁ דּוֹלֵק
Io sò Signor mia colpa, e mai son lasso
Di mentir, di rubbar, di parlar male,
E fò ch’ognun vien dietro al mio mal passo.
אֱלֹהַי הֵן אֵדַע כִּי אָשַׁמְתִּי
בָּגַדְתִּי גָּזַלְתִּי וָאֲדַבֵּר
דּפִֹי וְגַם הָרֵעַ הֲרֵעוֹתִי
Il dir dei Correttor, fo rotto e frale,
Son empio, adulator, pien di lussuria,
Et à peccati l’accompagno eguale.
וִכּוּחַ מוֹכִיחִים עוֹד אֲשַׁבֵּר
זַדְתִּי זָנִיתִי וְגַם חֲנוּפָה
אֶל חַטָּאִים רַבִּים הֵן אֲחַבֵּר
Sempre erro, e son immondo, e con gran furia,
A carra il Genio rio, m’empie il cor tutto,
Et ogni mia parola è falsa e spuria.
טָעִיתִי טִמֵּאתִי וְכַסּוּפָה
מַרְכְּבוֹת יֵצֶר הָרָע בִּלְבָבִי
כִּזַּבְתִּי וּבְכַחַשׁ אָנִיד שָׂפָה
Ribellar, e schernir son bene instrutto,
E consume il mio ben, falso giurando,
Grand’e’l debito mio, senz’alcun frutto.
לַצְתִּי מָרַדְתִּי וְלִכְלוֹת טוּבִי
נִאַצְתִּי נִשְׁבַּעְתִּי שָׁוְא וְשֶׁקֶר
סַרְתִּי עָוִיתִי לָכֵן רַב חוֹבִי
Come inimico in infinito errando,
Tort’ho le strade mie, dur’in cervice,
E com’empio à disfar vò pur cercando.
פָּשַׁעְתִּי צָרַרְתִּי עַד אֵין חֵקֶר
קִלְקַלְתִּי דֶּרֶךְ קִשִּׁיתִי ערֶֹף
שַׁעְתִּי שִׁחַתִּי עַד לְבַקֵּר
Son d’immonditia già vaso infelice,
Lasciando i tuoi precetti, nome e regno,
Com’huom che l’alma sua rapir gli lice.
גַּם תִּעַבְתִּי עַצְמִי כִּכְלִי גֶרֶף
עָזַבְתִּי מִצְווֹתֶיךָ וְשִׁמְךָ
וּמַלְכוּתָךְ כְּאִישׁ נַפְשׁוֹ טוֹרֵף
E per uso opro il mal, nel popul degno,
E non m’accorgo lasso, s’io profano,
Tua legge, ò rompa di tua vigna il segno.
וְרַע דֶּרֶךְ הֶרְגֵּל תּוֹךְ עַמֶּךָ
אַעַשׂ וְלֹא אַרְגִּישׁ אִם אֲחַלֵּל
דָּתָךְ אוֹ אֶפְרץֹ גֶּדֶר כַּרְמְךָ
L’occasion per tutto cerco insano,
E la tentation sveglio al peccato,
Notte, e dì seco e’l cor, l’occhio, e la mano.
וּבְכָל מְקוֹם תּוֹאֲנָה אֶתְבּוֹלֵל
גַּם בִּמְסִבֵּי סַרְסוּרֵי חַטָּאָה
עֵינַי וְלִבִּי שָׁם יוֹמָם וָלֵיל
Il cor mio pensa ogni tempo onorato
Disunir me, da la tua faccia vera,
Con diversi pensier, dal dritto stato.
כֵּן בְּכָל עֵת נִכְבַּד לִבִּי נָטָה
לְהַפְסִיק דִּבּוּקָךְ מֶנִּי אֵלִי
בְּמַחֲשָׁבוֹת נָכְרִיּוֹת הַשִּׁטָּה
Dura isola, alma mia, mattina e sera
E monti erti gridando, ascendi, e monta,
Vergine sconsolata, in vesta nera.
לָכֵן נַפְשִׁי אֶל אִי נִגְזַר עֲלִי
וְְנַשְׁכִּימָה לְהַר עַז וְקָשֶׁה
וְכִבְתוּלָה חֲגוּרַת שַׂק אֱלִי
Che’il mio censor qual’usuraro ponta,
De la mia pueritia, i giorni gai,
E di mia gioventù numera e conta.
כִּי שַׂר מְמֻנֶּה עָלַי כְּנוֹשֶׁה
יְמֵי נְעוּרַי יִדְרשֹ חֶשְׁבּוֹן
עַל בְּחוּרוֹתַי לֹא יֶחֱשֶׁה
Deh trista anima mia, quando verrai
Al Signor in giuditio à tal trascorso,
Che dirai tu? o che avantaggio harai?
אוֹיָה נַפְשִׁי בְּבוֹא לִפְנֵי רִבּוֹן
הָעוֹלָמִים כָּל מַעֲשַׂי אֵלֶּה
מַה תַּעֲנִי מַה תָּשִׂימִי קוֹלְבּוֹן
Ché strugge l’ira sua, la carne e’l dorso,
Deh dimmi s’havrai ingegno a fuggir quella
Qual fù à celar il mal oprare incorso?
בְּבוֹא זַעְמוֹ עַד בָּשָׂר יְכַלֶּה
הֲתִמְצְאִי כחַֹ להְִנּצֵָל
כַּאֲשֶׁר מָצָאת בָּרַע לְהִפָּלֵא
Quando a privarti d’ogni cosa bella,
E d’ogni ornato, tue virtù s’unirno
Per imolar à i demoni, ombra fella.[3]
יוֹם נוֹעֲדוּ יַחְדָּו לְהִתְנַצֵּל
כּחֹוֹתַיִךְ עֶדְיָם וְכִתְרֵיהֶן
לִזְבּוֹחַ לַשֵּׁדִים שֶׁהֵם כַּצֵּל
E le cose più care in te perirno
A luoco immondo, trascinate l’hanno,
Quì le lor caste mamme espresse girno.
טּוֹבוֹת גַּם יְקָרוֹת מֵהֶן
לִמְקוֹם וֶסֶת וְטֻמְאָה נִגְרָרוֹת
שָׁמָּה עִסּוּ דַּדֵּי בְּתוּלֵיהֶן
Signor li miei travagli, pien d’affanno,
Han girato, e coperto, il capo mio.
E qual ecclisse, l’occhi ombrato m’hanno.
רִבּוֹנוֹ שֶׁל עוֹלָם מֵרבֹ צָרוֹת
אֲפָפוּנִי וְצָפוּ עַל ראֹשִׁי
חָשְׁכוּ עֵינַי כְּחֶשְׁכַת מְאוֹרוֹת
E per pazzia del mio principio rio,
Tornare à quella via non hò saputo,
Che dignaste mostrarne, ò Santo IDDIO.
וּמִסִּכְלוּת מִתְחַקֶּה עַל שָׁרְשִׁי
הֵן לֹא אֵדַע אפֶֹן הַחֲזָרָה
לַדֶּרֶךְ הוֹרֵיתָ אָז קְדוֹשִׁי
Ingenocchion dimando il tuo aiuto,
A liberar quest’alma stanca, e satia,
Com’hai promesso, al dì magno, e temuto.
אֶכְרַע אֶקּדֹ אֶשְׁאַל מִמְּךָ עֶזְרָה
הוֹסֵף שֵׁנִית לִקְנוֹת אֶת נֶפֶשׁ זאֹת
כְּהִבְטַחְתָּ עַם זוּ לְיוֹם נוֹרָא
Manda hor Michel, ch’in me, l’acque di gratia
Sparga, e torn’io à veder tua dolce essenza,
Lasso, se’l penso men, me n’empij e satia.
וּשְׁלַח נָא מִיכָאֵל לִי לְהַזּוֹת
מֵימֵי חֶסֶד וְיָשׁוּב נֶאֱלָח
אַחַר יֵאוּשׁ נָעָמְךָ לַחֲזוֹת
Se per pianger, perdoni, et hai clemenza,
Ecco ch’io piango in loco occulto, e cavo,
Com’huom per huom, si duol senza prudenza.
וְאִם בִּבְכִי וּבִזְעָקָה תִּסְלַח
אֶבְכֶּה בְּמִסְתָּרִים גַּם אֲקוֹנֵן
קִינַת אָדָם לְגֶבֶר לֹא יִצְלַח
Se per pregar io nel pregar m’aggravo,
Parando[4] il sacrificio del mio dire,
Su l’ara e del peccato temo, e pavo.
אִם בִּתְפִלָּה הִנְנִי מִתְחַנֵּן
קָרְבַּן אֲמָרַי אֶעֱרךְֹ עַל גַּג
מִזְבְּחִי זֶה וְעַל חֵטְא אֶתְאוֹנֵן
Se cor contrito ottien, ecco perire
Lo spirto, e’l cor gia liquefatto e lento
Mentre conta l’iniquo suo fallire.
אִם בְּשֵׁבֶר לֵבָב הֵן יִתְמוֹגָג
לִבִּי וְגַם רוּחִי עֵת יְפָרֵט
אֲשֶׁר הֵזִיד וְאֶת אֲשֶׁר שָׁגָג
Se penitentia vale, ecco io mi pento,
Gridando ohime, con batter palma à palma,
E pelarme per doglia, il capo, e’l mento.
אִם בִּתְשׁוּבָה הִנְנִי מִתְחָרֵט
אמַֹר אוֹי לִי וְעַל יָרֵךְ סוֹפֵק
וְכַף אֶל כַּף וּשְׂעָרִי אֲמָרֵט
Torno e confesso la mia grande salma,
Chiedo alle porte di pietà perdono
Con tutto il cor, gratia impetrando all’alma.
וְשָׁב וּמִתְוַדֶּה אַחַר דּוֹפֵק
דַּלְתוֹת רַחֲמִים וּסְלִיחָה דּוֹרֵשׁ
בְּכָל לֵבָב אוּלַי רָצוֹן יָפֵק
Aiutami da chi sviato sono,
E drizza l’alma mia à solco dritto,
Sempre qual arator perfetto, e bono.
עָזְרֵנִי אֵל מַדִּיחִי לְגָרֵשׁ
וּלְכַוֵּן אֶת נַפְשִׁי לִתְלָמֶיהָ
לַבְּקָרִים כְּבַבָּקָר חוֹרֵשׁ
L’alto tuo lume, non li sia interditto,
Né più celato, e sgrava ogni suo peso,
Dacci pene infernal, del gran conflitto.
וְאוֹר שְׁכִינָתָךְ בִּמְרוֹמֶיהָ
לא תוֹסִיף מִמֶּנִּי לְהִסָּתֵר
וְלֹא תִכָּרֵת הִיא מֵעַמֶּיהָ
Perdon perdon, per quell ch’io t’abbi offeso,
Deh[5] santo di Iacob, ch’io son sommerso,
E serva anco’l tuo servo, al ben difeso
סְלַח סְלַח אֵלִי הַתֵּר הַתֵּר
מְחלֹ מְחלֹ נָא קְדוֹשׁ יַעֲקבֹ
וְעַבְדְּךָ גַּם לְטוֹבָה הוֹתֵר
Ch’alletto stato son da cor perverso,
Non per spiacerti, ma l’aspide occulto,
Opra l’inganno suo torto, e traverso.
לִבִּי הִשִּׁיאַנִי וְלֵב עָקבֹ
אַךְ לֹא לְהַכְעִיסָךְ נִתְכַּוַּנְתִּי
שֶׁבָּעִסָּה עָקוֹב יַעְקבֹ שְׂאוֹר
Per l’error ch’in pensier Signor ho sculto,
Ho preparato in carta, et in parola
Vittime sacre, al tuo sacrato culto.
רִבּוֹנוֹ שֶׁל עוֹלָם הִתְבּוֹנַנְתִּי
עַל חֵטְא הַמַּחְשָׁבָה עוֹד לְיַחֵד
שַׁלְמֵי תּוֹדָה בְּסֵפֶר כּוֹנַנְתִּי
Dal nome di tua essenza, unica e sola,
Comincio, ordino et orno il mio poema,
Né tua necessità, si nega ò invola.
וּמִשֵּׁם עַצְמוּתָךְ הַמִּתְאַחֵד
אַתְחִיל אַכְתִּיר סֵדֶר מַהֲלָלִי
וְחִיּוּב יִחוּדָךְ לֹא אֲכַחֵד
Da quella intendo, e pigli il mio gran thema,
Ché lei semplice e sol, né in te si trova
Principio, ò senso, ò parte alcuna estrema.
אָכִין מֶנּוּ אֶקַּח בְּמִלּוּלִי
כִּי אֵין לְךָ שֵׁנִי וְלֹא שִׁנּוּי
רֵאשִׁית וְהַרְכָּבָה וְחוּשׁ בִּכְלִי
Né l’epiteto in te, cos’altra innova,
E con l’alto saper tuo senza pari,
Creasti il mondo, et ogni cosa nova.
וְאִם בָּא זִכְרְךָ יוֹם בְּכִנּוּי
לֹא לְתאַֹר נוֹסָף וּבְחָכְמָתָךְ
בָּרָאתָ מֵאַיִן עוֹלָם בָּנוּי
L’angeli eccelsi tuoi familiari
Con santa lode, tuo nome essaltando,
Nell’alto regno tuo, son primi e chiari.
בּוֹ מַלְאָכִים מְשָׁרְתֵי בֵיתָךְ
בִּקְדֻשָּׁה וּבְטָהֳרָה מְסֻגָּלִים
יוֹשְׁבִים רִאשׁוֹנָה מוּל מַלְכוּתָךְ
Compresi in dieci gradi, e ben pensando,
Altro non son, che semplice intelletto
Eterni sempre, senz’andar mancando.
וּבְמַדְרֵגוֹת עֶשֶׂר הֵם נִכְלָלִים
וּמְצִיאוּתָם שֵׂכֶל פָּשׁוּט וְזַךְ
וְעַד עוֹלָם נֶצַח אֵינָם כָּלִים
L’ammirande tue lodi, al tuo conspetto,
Cantan mai sempre, e te veder lor luce,
Dal mental’occhio, e san’esser tuo effetto.
וּמַתְמִידִים בְּנוֹרְאוֹת עֻזָּךְ
שִׁירוֹת וְתֻשְׁבָּחוֹת וְהֵם בְּאוֹר
וּבְעֵין מַדָּע כָּל אֶחָד יֶחֱזַךְ
Di quei per giudicar mandi alto duce,
Il mondo tutto, et ogni tuo creato,
Chi ben, chi mal, tuo detto al fin conduce.
מֵהֶם שְׁלוּחִים לָךְ אַדִּיר נָאוֹר
לָדִין עוֹלָם וּמִשְׁפַּט כָּל בִּרְיָה
אֲשֶׁר תְּבָרֵךְ גַּם אֲשֶׁר תָּארֹ
Di te che sempre sei, sarai, sei stato,
Chi non harà timor? e in ogni passo,
Con gran stupor d’ognun, sarai lodato.
לָכֵן הוֶֹה יִהְיֶה וְהָיָה
מִי לֹא יִרָאֲךָ וּבְכָל מִצְעָד
לְךָ יִתְמַהּ וְיִתֵּן הוֹדָיָה
Di bellezza, di fausto e dolce spasso
Empien tuoi servi, e luce son gradita,
E nutrimento al cor’afflitto e lasso.
לְיפִֹי נעַֹם עִם שָׂשׂוֹן נוֹעַד
שָׁם עִם אֵלֶּה וְאוֹר לְכָל עוֹבֵד
וְתֵת לֶחֶם לְבַב אֱנוֹשׁ יִסְעַד
Questi seguita poi turba infinita
D’humani spirti, e di là volan tutti,
Ivi tornan’a’sorte alla partita.
עִם אַחֲרוֹנֵיהֶם חַיִל כָּבֵד
שֶׁל נְשָׁמוֹת מִשָּׁם תְּעוּפֶינָה
וְשָׁם תָּשׁבְֹנָה אֶל מְקוֹם זֶבֶד
A l’opre lor, quì troveran per frutti,
Tesor di vita, e salute, e sovente
Cumuli oscuri di ben privi e brutti.
וְכֵן לְפָעֳלָם שָׁם תִּמְצֶאנָה
אוֹצְרוֹת יֶשַׁע וְגִנְזֵי חַיִּים
אוֹצְרוֹת חשֶֹךְ וְהֶעְדֵּר עֶדְנָה
L’alti corpi celesti, nostra mente
Empien con lor grandezza di stupore
Di corpo e di sostanza trasparente.
אַחַר הַגּוּפִים הַשְּׁמֵימִיִּים
הַמַּבְהִילִים נֶפֶשׁ בְּגֵאוּתָם
גִּשְׁמָם טָהוֹר וּבְעֶצֶם נְקִיִּים
Figura han circolar, e co’l splendore
Dell’alma san tua Gloria, e con gl’effetti,
Haranno l’opre del tuo gran valore.
דְּמוּת כַּדּוּר לָהֶם וּבְנַפְשׁוֹתָם
מַכִּירִים יְקָרָךְ וּמַגִּידִים
פִּלְאֵי מַעֲשֶׂיךָ בִּתְנוּעָתָם
In varie spetie, et uniti intelletti,
Seguita ognun sua via, con gran prudenza,
Dal dolce amato lor tratti, et alletti.
וּלְצוּרוֹת מִינִיּוֹת מִתְיַחֲדִים
כָּל אֶחָד לְעַצְמוֹ וּבְמַהֲלָךְ
מִתְחַיֵּב אֶל חֶשְׁקָם בַּנִּפְרָדִים
L’infinit’arte e tua gran providenza,
Chi potrà dir Signor, quand’à un fin solo,
Accordi ogni lor moto, e differenza.
לָכֵן צוּרִי מִי יְחַוֶּה גָּדְלָךְ
בְּכוֹנֶנְךָ כֻּלָּם עִם הָפְכְּהֶם
לְצַד תַּכְלִית אַחַת עִם רבֹ חֵילָךְ
La lor proportion unisce a volo
Co’l diametro longo il corpo magno,
Ove spaventa di Geometri il stolo.
וּלְאֶחָד נִקְשָׁרִים בְּעֶרְכֵיהֶם
עַל ארֶֹךְ קָטְרָם גּדֶֹל גּוּפָם
הַמַּבְעִית בִּמְדִידָה מֵבִין בָּהֶם
L’epiciclo à l’eccentrico compagno
I varij Poli, e l’altre cose belle
D’alta scienza, e non opra da ragno.
גַּלְגַּל הֶקֵּף אֲשֶׁר בְּהֶקֵּפָם
צֵאת הַמֶּרְכָּז חִלּוּף הַקְּטָבִים
הַמַּפְלִיגִים חָכְמָה בְּצֵרוּפָם
In questi fissi le lucenti stelle
Con lor proprietà stati, et aspetti,
E la reflession de lor fiammelle.
וּבְגַבּוֹתָם הֲמוֹן הַכּוֹכָבִים
וְסִדְרֵי מַצָּבָם וּסְגֻלָּתָם
וְשׁוּב נִיצוֹצֵיהֶם מִתְעָרְבִים
Ecco il Sole, e la Luna in via esperti
A girar sempre sopra ogni sapere,
Al variar de tempi segni certi.
שֶׁמֶשׁ יָרֵחַ עַל מְסִלּוֹתָם
מִתְעַגְּלִים נֶעֶלְמֵי בִינָה
לְאוֹת וּלְמוֹעֲדִים בִּתְקוּפָ)ו(תָם
Poi la materia, il ciel con suo piacere
Fa ch’a ricever quella atta diventi
Le quattro forme, e sue qualità vere.
אַחַר חמֶֹר אֲשֶׁר בַּהֲכָנָה
נִקְנֵית מִן הַגַּלְגַּל קִבֵּל צוּרוֹת
אַרְבַּע וְאֵיכֻיּוֹת הֵם לְמָנָה
Queste son prime forme, et elementi
Di ciò che nasce, ò more sotto il cielo
Uniti, e misti co’temperamenti.
הֵן הֵן הַיְסוֹדוֹת גַּם יְצִירוֹת
הַהוֹוֹת נִפְסָדוֹת בַּשְּׁפָלִים
בְּעֵרוּב וּבְמֶזֶג מִתְחַבְּרוֹת
Forma lor quantitate giust’a pelo
Inanimato pianta animal’huomo,
Ma terminati ben tra’l caldo e’l gelo.
וְכַמֻּיּוֹת נִלְקָחִים שְׁקוּלִים
דּוֹמֵם צוֹמֵחַ וְחַי וּמְדַבֵּר
הַיּוֹצְאִים מֵהֶם וּמֻגְבָּלִים
E per che ogni composto è frale, e domo,
E l’individuo per se poco dura
Ciascun passando qual caduco pomo
וְלִהְיוֹתוֹ נִתָּךְ כָּל מִתְחַבֵּר
וְאִי אֶפְשָׁר הִשָּׁאֲרוֹ בִּפְרָט
אֲבָל )ב(כְּדִין בְּנֵי חֲלוֹף עוֹבֵר
Quinci ben provedeo l’alma natura
Succedendo in le specie restorarlo
Poi ch’a durar la via, non fù sicura.
הִסְכִּים הַטֶּבַע בְּסֵדֶר נֶחֱרַט
וְחוֹזֵר חֲלִילָה נִמְשָׁךְ בְּמִין
אַחַר שֶׁדֶּרֶךְ הַקִּיּוּם יָרַט
Il saper tuo Signor, chì mai negarlo
Potrà ch’à darli termine non lice,
O l’esser tuo santissimo occultarlo?
לָכֵן אֱלֹהַי מִי לֹא יַאֲמִין
בְּחָכְמָתָךְ כִּי אֵין לָהּ קֵץ וּגְבוּל
וּמְצִיאוּתָךְ קָדוֹשׁ מִי זֶה יַטְמִין
Fatt’hai nostra materia suscitrice
D’anima rationale, e d’intelletto
Imisto, ma di lui albergatrice.
שַׂמְתָּ אֵל יוֹצֵר חמֶֹר בְּבֵית קִבּוּל
וְקוֹלֵט נֶפֶשׁ מֵעֶצֶם שִׂכְלִי
בְּלִי עֵרוּב וְהוּא לָהּ בֵּית זְבוּל
Da lui vien quella luce, che fà retto
Mio piede alle tue vie attento, e bono:
Dunque simil non hai Signor perfetto.
מִמֶּנָּה הַמַּשְׁלִים נֵר לְרַגְלִי
עַל פָּעֳלָךְ לִדְרָכִים לְדֵעָה
וְאִם דִּמְיוֹן מַשְׁוֶה אֵין לָךְ אֶצְלִי
Quest’è giorno cor mio d’horribil suono
Cor mio, ah figliuol vano, ah figliuol tristo
Che dà d’infamia pena, e non perdono.
לִבִּי לִבִּי יוֹם זֶה יוֹם תְּרוּעָה
אֶצְעַק הוֹי מְשֻׁלָּח הוֹי בֵּן מֵבִישׁ
מַלְקִין עַל לֹא טוֹבָה הַשְּׁמוּעָה
E si d’honor disprezzi il vero acquisto
Per il velen di neghittosa vita,
Scrivi à tuo libro pur ch’ancor sia visto.
כֵּן אִם תִּבְזֶה קִנְיַן רָאמוֹת גָּבִישׁ
לָתֵת רוֹשׁ הָרִשּׁוּל מוּל יְקָרָךְ
כְּתבֹ אַפִּנְקְסָךְ דִּין עֵסֶק בִּישׁ
E questa mia dottrina così ordita,
Principio è de sue lodi, né potrete
Dir l’alta gloria sua haver finita.
וְחָכְמוֹת סִדְרִי זֶה הַנֶּעֱרָךְ
רָאשֵׁי תְהִלּוֹת הֵן וְאַל תּאֹמַר
סִיַּמְתִּינְהוּ תֻּשְׁבַּחְתֵּיהּ דְּמָרָךְ
Signor del mondo à te drizzo con sete
Lo spirto, e l’alma, e pien d’affetto il core
Ligato quasi un bù con fune, ò rete.
רִבּוֹנוֹ שֶׁל עוֹלָם רוּחִי הַמַּר
אָכִין וְנִשְׁמָתִי עוֹד אֲיַשֵּׁר
וְכֵן לִבִּי הַלָּן כְּתוֹא מִכְמָר
E si t’è grato, e piace alto Signore
Tua verga d’or mi porgi con baldanza
Co’l nome tuo mio bon procuratore?
אִם טוֹב בְּעֵינֶיךָ וְאִם כָּשֵׁר
הוֹשֵׁט נָא לִי שַׁרְבִיט זְהָבְךָ
מֵליִץ ישֶֹר וּבְשִׁמְךָ אֶתְאַשֵּׁר
E come servo in te post’hò speranza
A te l’occhio alzo sempre, e’l vero santo
Canto, riponi in Dio la tua fidanza.
וּכְמוֹ עֶבֶד כֵּן אֶחֱסֶה בְּךָ
אֶשָּׂא עַיִן תָּמִיד לָךְ כָּאָמוּר
הַשְׁלֵךְ עַל ה’ יְהָבְךָ
L’ombra della tua man per ogni canto
Sia mia custodia, e’l suo vessillo amore,
E l’opra tua favor m’è gratia, e manto.
וּבְצֵל יָדָךְ נָא שִׂימֵנִי שָׁמוּר
כִּי מֶמְשַׁלְתָּךְ וְדִגְלָךְ אַהֲבָה
וּפָעֳלָךְ עָלַי חֶסֶד גָּמוּר
Trahe di travaglio fuor la pien d’errore
Anima mia pentita, trista, e satia
Di mia stoltitia ingrata al suo fattore.
הַצִּילָה מִטֵּרוּף הַשּׁוֹבֵבָה
נַפְשִׁי כִּי נִחַמְתִּי אַחֲרֵי שׁוּבִי
מִסִּכְלוּתִי וּכְפִירַת הַטּוֹבָה
Ché per pietà’l cor mio pien hai di gratia
E di me vede, ma qual prima in volto
Appar né più né men con sua disgratia.
כִּי חֲסָדִים חָנַנְתָּ אֶת לִבִּי
וְרַחֲמִים וּכְאָז מַרְאֵהוּ רַע
וְלֹא נוֹדַע כִּי בָאוּ אֶל קִרְבִּי
Deh Signor fà che successo da stolto
Non succeda al tuo servo, e vogli amarlo,
E da grande sentenza sia assolto.
אָנָּא אֱלֹהַי אַל נָא יֶאֱרַע
לִי בִּגְלַל זֶה כְּמִקְרֶה הַכְּסִיל
חֲמלֹ עָלַי וּגְזַר דִּינִי קְרַע
E l’opre mie non le rodi mai tarlo,
E gratia piova giù d’ogni pianeta
D’ogni Ciel, d’ogni segno à consolarlo.
וּמַעֲשַׂי לֹא יאֹכְלֵם חָסִיל
הוֹרֵד נְתִיבוֹת מֵחַדְרֵי תֵימָן
בִּרְכוֹת שָׁמַיִם מִכִּימָה וּכְסִיל
E manda al Popul tuo quel gran Profeta
Predichi a’i figli, il Redentor ne viene
A congregarli, e farli gente lieta.
וּשְׁלַח לְעַמְּךָ צִיר נֶאֱמָן
יְבַשֵּׂר לְבָנִים בִּיאַת גּוֹאֵל
וִיקַבֵּץ לְעֵינַי עַם לֹא אַלְמָן
Né me macchi mai stil de peccatori,
E di chi è morto per santificarte
Le cenere ricorda, e lor arene.
וּבְנִימוּסֵי חוֹטְאִים לֹא אֶתְגָּאֵל
וְהַמֵּתִים עַד סוֹד אֱלָהוּתָךְ
אֶת עֲפָרָם לִזְכּוֹר אֵל נָא הוֹאֵל
E come ci portaste in quella parte
Con l’ali tue à darci[6] eletta fede
Aiutan’hoggi in strada d’adorarte.
וּכְאָז נְשָׂאתָנוּ עַל אֶבְרָתָךְ
בְּתִתָּךְ לָנוּ אֱמוּנָה נִבְחֶרֶת
סְעָדֵנִי הַיּוֹם בִּנְתִיבָתָךְ
Novi instromenti l’alma mia richiede
Acciò ti servi, e torni à te pentita
Nascosa al mal si[7] sia per tua mercede.
וְחַדֵּשׁ לְנַפְשִׁי כְּלֵי שָׁרֵת
לַעֲבוֹד לָךְ וְלָשׁוּב בִּתְשׁוּבָה
לִהְיוֹת אָז בְּיוֹם רַע נִסְתֶּרֶת
Creasti me per tua gratia infinita,
E manco al dover mio qual huon mendico
L’arte è assai longa, e breve è nostra vita.
כִּי חֶסֶד בְּרָאתַנִי וּנְדָבָה
וְאֶגְרַע מֵחֻקִּי כְּדַל אֶבְיוֹן
הַיּוֹם קָצֵר וּמְלָאכָה מְרֻבָּה
Deh salva me da vergognoso intrico
Nella breve mia vita vana e stanca,
Non mi tentar Signor, ch’io te’l supplico.
פְּדֵנִי מֵחֶרְפָּה וּבִזָּיוֹן
בִּימֵי הֶבְלִי וְיוֹתֵר מֵהֵמָּה
אַל תְּבִיאֵנִי לִידֵי נִסָּיוֹן
Ben che’l domandi [e sia][8] di scienza manca
Quest’alma mia con l’occhi pien di pianto
Lava la macchia mia, e’l rosso imbianca.
וְגַם כִּי תִשְׁאַל וְלֹא מֵחָכְמָה
נִשְׁמָתִי זאֹת וּבְדִמְעֵי עֵינַי
מַרְאֵה שָׁנִי הַלְבֵּן וְסָר כִּתְמָהּ
Mentre il mio don mi passa innanzi alquanto,
E la mia oration da terra s’ode,
Con pietà, con perdon, piglia’l mio canto.
עֵת מִנְחָתִי תַּעֲברֹ עַל פָּנָי
ואְִמְרָתִי תְצַפְצֵף מֵעָפָר
רַחֵם וְשָׂא וְקַבֵּל הֶגְיוֹנָי
Nella tua legge di mirabil lode,
Ré mio sia’l mio consiglio, e di bon core
Il seme mio ti serva, e senza frode.
וּבְתוֹרָתָךְ מַלְכִּי מִלְכִּי יִשְׁפַּר
הַרְאֵנִי נִפְלָאוֹת וְאֶת זַרְעִי
יַעַבְדוּךָ בְּלֵב טוֹב מִשּׁוֹר פָּר
Né mai li manchi ò vivo Pastore,
Vitto, e vestito, e sapere, e scienza,
Et abbracci io’l mio quarto successore.
וְלֹא יֶחְסַר מֵהֶם אֵל חַי רוֹעִי
מָזוֹן וּלְבוּשׁ וְחָכְמָה וְעִיּוּן
וְיֶלֶד עַל בִּרְכַּי דּוֹר רְבִיעִי
Per Israel che piange à penitenza
Empite di pietade, e basti hormai
Tua casa empin d’offerte in tua presenza.
וּלְשָׁבֵי יִשְׂרָאֵל עֵת יִבְכָּיוּן
הִמָּלֵא רַחֲמִים וְתאֹמַר דַּי
וּכְאָז מִדֶּשֶׁן בֵּיתָךְ יִרְוָיוּן
E si’l merto de figli poco fai,
Unisci seco i meriti paterni,
Che’l nome tuo potente aperto l’hai.
וְאִם זְכוּת בָּנִים אֵינוֹ כְּדַאי
צָרֵף נָא עִמָּהֶם זְכוּת אָבוֹת
נִגְלֵיתָ אָז אֲלֵיהֶם בְּאֵל שַׁדַּי
E così tutti i cuori, e membri interni
Te crederanno da l’Orto à l’Occaso,
Gratioso Signor de beni eterni.
וּבְכֵן יַאֲמִינוּ הַלְּבָבוֹת
מִמִּזְרַח שֶׁמֶשׁ וְעַד מְבוֹאוֹ
בְּךָ צוּר עוֹלָמִים חוֹנֵן טוֹבוֹת
Dell’error suo ciascun ben persuaso,
Che torni à te Signor pietoso aspetta,
Che vedi il cuor d’ogni huom dentro al suo vaso.
וְיָשׁוּב וְיִנָּחֵם אִישׁ מֵחֶטְאוֹ
לְפָנֶיךָ אֵל רַחוּם וְחַנּוּן
רוֹאֶה לְבַב כָּל אִישׁ וּמַחְבּוֹאוֹ
Qual vengo hoggi io con mille canti in fretta
Chiedendo à te perdon vivo, e leale,
Temendo l’ira tua più che saetta.
כָּמוֹנִי הַיּוֹם בְּאֶלֶף רִנּוּן
מְבַקֵּשׁ סְלִיחָה חַי וְקַיָּם
יָרֵא זַעַמְךָ מִבָּרָק שָׁנוּן
Temo questo mio genio che m’assale
Come torrente turbido, e sonante,
Né può chetarsi, e’l mio pregar non vale.
יָרֵא כִּי יֵצֶר זֶה נָהָר בַּעְיָם
גָּדוֹל מֵהֶם וְהַשְׁקֵט לֹא יוּכַל
גַּם כִּי אַרְבֶּה תַּחֲנוּן כְּחוֹל הַיָּם
M’ha consumato in fin’à l’alma avante,
E sta qual’Orsa al guado ascosa, et erta
E tutti miei pensier misura inante.
אוֹי כִּי עַד הַנֶּפֶשׁ אוֹתִי אָכַל
וּכְדבֹ אוֹרֵב הוּא לִי בְּמִסְתָּרִים
וְגַם כָּל יְצוּרַי מָדַד וְכָל
Salva hoggi l’alma mia mentre l’offerta
Ornata, e vera, e più cara ch’argento
Con vera fede io t’offerisco, e certa.
גְּאַל נַפְשִׁי יוֹם תְּרוּמָה אָרִים
קִשּׁוּט קשְֹטְ נִכְסַף לִי מִכֶּסֶף
אֱמוּנָה אמֶֹן אֱמֶת אֲמָרִים
Dì d’afflizion di cuor, né mai più spento
Il mio sol sia, e la mia luna asperghi
Sette volte il suo lume in augumento.
יוֹם עִנּוּי לֵב וְעוֹד לֹא יֵאָסֵף
שִׁמְשִׁי וְגַם יְרֵחִי יְהִי נָכוֹן
אֶל עֵת שִׁבְעָתַיִם אוֹרָם תּוֹסֵף
Dì di perdon è sempre in[9] me alberghi
Mentre l’offerta pur conduco a fine
Di quest’orar, e come incenso emerghi.
יוֹם כִּפּוּר לִי וְלָנֶצַח תִּשְׁכּןֹ
בֵּין כְּתֵפַי בַּהֲבִיאִי קָרְבָּן
תְּפִלָּה זאֹת וְכִקְטרֶֹת תִּכּוֹן
Dì di speranza à murar le ruine
Delle città di tua provincia tutta
Et Israel ritorni al suo confine.
יוֹם בִּטָּחוֹן אֲשֶׁר תִּבְנֶה חָרְבַּן
עָרֵי אַדְמָתְךָ עַד הַקָּצֶה
וְיִשְׂרָאֵל שָׁבִים אֶל יִשּׁוּבָן
Dì che sete ho di te grande, et asciutta,
E fa ch’io veda, e bevi se ti piace
L’aqua del fonte in casa tua condutta.
יוֹם לָךְ אֶצְמָא וּתְפִלָּתִי רְצֵה
הַרְאֵנִי נָא וְהַשְׁקֵנִי הֲלוֹם
מֵי מַעְיָן אָז מִבֵּיתְךָ יֵצֵא
Grida anco à l’alma mia pace pace,
E tua legge intenda io ché più che gemme,
E più che l’oro è cara alta, e verace
אֱמרֹ גַּם לְנַפְשִׁי שָׁלוֹם שָׁלוֹם
וּבְסוֹד דָּתָךְ סֶלָה לֹא אֶכָּלֵם
יְקָרָה הִיא מִפַּז וְיַהֲלוֹם
Com’ognun canta per Gierusalemme.
וּכְדֵין מַתְלִין מַתְלָא בִּירוּשְׁלֶם
Shofar blower in synagogue.jpg
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Suono dello Shofar in Sinagoga durante Yom Kippur (illustrazione del XIX secolo)

Note[modifica]

  1. In materia, si veda A. Guetta, "The Crisis of Medieval Knowledge in the Work of the Fifteenth-Century Poet and Philosopher Moses da Rieti", in Renewing the Past, Reconfiguring Jewish Culture: From al-Andalus to the Haskalah, cur. Ross Brann e Adam Sutcliffe (Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2004), 59-68.
  2. Questo brano fu certamente ispirato da un poema religioso (una "richiesta" baqqashah) di Sa‘adiyah Gaon (X secolo). Si veda I. Davidson, S. Assaf e B. I. Joel, curr., Siddur R. Saadja Gaon (Gerusalemme: Mekize Nirdamim, 1941), 64-81.
  3. Nel testo: filla.
  4. Nel testo: Tarando.
  5. Nel testo: Del.
  6. Nel testo: darvi.
  7. Nel testo: ci.
  8. Proposta aggiunta nel testo.
  9. Nel testo: i.


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