Thomas Bernhard/Nipote di Wittgenstein

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Thomas Bernhard

IL NIPOTE DI WITTGENSTEIN
Un'amicizia

Ludwig Wittgenstein, Trinity College, 1929


Incipit:[1]

Duecento amici verranno al mio funerale
e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba


Nel millenovecentosessantasette, nel Padiglione Hermann dell’Altura Baumgartner, una suora che vi svolgeva con solerzia infaticabile il suo lavoro di infermiera mi depose sul letto Perturbamento, il libro fresco di stampa che avevo scritto un anno prima a Bruxelles in rue de la Croix 60, ma io non ebbi neanche la forza di prendere in mano quel libro essendomi appena svegliato, erano passati solo pochi minuti, da un'anestesia totale durata parecchie ore che mi era stata praticata dagli stessi medici che mi avevano aperto il collo in modo da poter estrarre dalla gabbia toracica un tumore della grandezza di un pugno. Ricordo che c'era la Guerra dei Sei Giorni e che in conseguenza del massiccio trattamento cortisonico al quale ero stato sottoposto mi era venuta la faccia da luna piena, come auspicato dai medici; e questi medici durante la loro visita quotidiana commentavano la mia faccia da luna piena in un modo e con parole di una tale comicità da fare ridere perfino me, che pure, stando alle loro stesse dichiarazioni, non avevo davanti che qualche settimana, nella migliore delle ipotesi qualche mese di vita. Nel Padiglione Hermann c'erano al pianoterra solo sette camere, e dentro queste camere tredici o quattordici pazienti che altro non aspettavano se non la morte. Ciabattavano su e giù per il corridoio avvolti nelle vestaglie di proprietà del reparto, e un giorno sparivano per sempre. Una volta la settimana compariva nel Padiglione Hermann il celebre professor Salzer, il luminare per eccellenza nel campo della chirurgia polmonare, sempre in guanti bianchi e con un'andatura che incuteva un immenso rispetto, accompagnato fin dentro alla sala operatoria, lui così alto ed elegante, da un nugolo di suore che gli frullavano intorno in un silenzio quasi perfetto. Questo celebre professor Salzer, da cui si facevano operare i pazienti di prima categoria che puntavano tutto sulla sua celebrità (al contrario di me, che mi ero fatto operare dal primario del mio reparto, un tipo tarchiato, figlio di contadini del Waldviertel), era uno zio del mio amico Paul, il quale a sua volta era nipote di quel filosofo il cui Tractatus logico-philosophicus è ben noto in tutto il mondo scientifico e più ancora in tutto il mondo pseudoscientifico, e proprio nel periodo in cui io ero ricoverato nel Padiglione Hermann il mio amico Paul era ricoverato, duecento metri più in là, nel Padiglione Ludwig, il quale però, a differenza del Padiglione Hermann, non apparteneva al reparto di pneumologia e dunque alla cosiddetta Altura Baumgartner, bensì al manicomio Am Steinhof. Sul Wilhelminenberg, con la sua immensa estensione a ovest di Vienna, da decenni diviso in due parti, una, che era la mia zona, destinata appunto ai malati di polmoni e chiamata per brevità Altura Baumgartner, e una destinata invece ai malati di mente e nota in tutto il mondo come Am Steinhof, la più piccola come Altura Baumgartner, la più grande come Am Steinhof, ogni padiglione ha un nome proprio maschile. Era già grottesco il pensiero del mio amico Paul a due passi da me, nel Padiglione Ludwig. Quando vedevo il professor Salzer che puntava diritto, senza guardare né a destra né a sinistra, verso la sala operatoria, non potevo fare a meno di pensare che il mio amico Paul parlava continuamente di questo suo zio definendolo ora un genio ora un assassino, e guardando il professore che entrava nella sala operatoria oppure ne usciva, ecco, sta entrando un genio oppure un assassino, pensavo, ecco, sta uscendo un assassino oppure un genio. La rinomanza medica di cui egli godeva mi affascinava moltissimo. Avevo visto molti medici anche prima di soggiornare nel Padiglione Hermann, che è tuttora riservato alla chirurgia polmonare e si è specializzato nella cosiddetta chirurgia del cancro ai polmoni, e tutti questi medici, ai quali in definitiva mi ero abituato, li avevo altresì studiati, ma il professor Salzer, fin dal primo momento in cui l'ho visto, aveva messo in ombra tutti gli altri medici. Sotto nessun aspetto ero riuscito a capire in che cosa consistesse la sua straordinarietà, di lui sapevo soltanto da una parte che guardarlo e ammirarlo era la stessa cosa, dall'altra le voci che circolavano sul suo conto. A quanto pare il professor Salzer, a detta anche del mio amico Paul, è stato per molti anni un taumaturgo, si dice che pazienti privi ormai di qualsiasi speranza siano sopravvissuti per decenni all'intervento Salzer, mentre altri pazienti, come il mio amico Paul non si stancava di ripetere, gli siano morti, a quanto si dice, sotto i ferri imbizzarriti a causa di un repentino e inatteso il mutamento delle condizioni meteorologiche. Ma tant'è. Il professor Salzer, che è stato in effetti una celebrità mondiale e inoltre zio del mio amico Paul, proprio per questo non ha avuto il permesso di operarmi, perché il fascino che esercitava su di me era mostruoso e perché la sua incomparabile, mondiale celebrità nient'altro mi aveva messo addosso se non un inguaribile spavento, ragione per cui, tenendo conto altresì di ciò che avevo sentito dire dal mio amico Paul a proposito di suo zio, il professor Salzer, alla fine avevo optato per il piccolo, insignificante primario del Waldviertel e non per il luminare del primo distretto. E in effetti, durante le prime settimane del mio soggiorno nel Padiglione Hermann, avevo avuto più volte occasione di constatare che a non sopravvivere all'intervento chirurgico erano proprio i pazienti che aveva operato il professor Salzer, forse fu un periodo sfortunato per la celebrità mondiale, durante il quale com'è ovvio mi è venuta tutt'a un tratto paura di lui e ho dunque optato per il primario del Waldviertel, ciò che è stato sicuramente, come oggi mi rendo conto, la mia fortuna. Ma queste non sono altro che inutili elucubrazioni. Mentre io almeno una volta la settimana vedevo il professor Salzer, sia pure all'inizio solo attraverso una fessura della porta, il mio amico Paul, di cui in definitiva il professor Salzer era lo zio, non lo ha visto nemmeno una volta, mai lo ha visto in tutti i mesi che ha trascorso nel Padiglione Ludwig, benché, come so, il professor Salzer fosse al corrente che suo nipote era ricoverato nel Padiglione Ludwig e, così pensavo a quell'epoca, per lui, per il professor Salzer, sarebbe stato di sicuro uno scherzo fare quei quattro passi dal Padiglione Hermann al Padiglione Ludwig. Le ragioni che hanno trattenuto il professor Salzer dal recarsi a far visita a suo nipote Paul io non le conosco, può darsi che siano state ragioni veramente gravi, come pure non è escluso che solo pigrizia e quieto vivere gli abbiano impedito di andare a trovare suo nipote Paul, il quale, al contrario di me, che per la prima volta mi trovavo nel Padiglione Hermann, era stato più volte ricoverato nel Padiglione Ludwig. Negli ultimi vent'anni della sua vita, almeno due volte l'anno si era dovuto procedere al trasporto del mio amico Paul, sempre di punto in bianco e ogni volta in circostanze quanto mai atroci, nel manicomio Am Steinhof, a intervalli sempre più brevi col passare degli anni, anche, con notevole frequenza, nel cosiddetto Ospedale Wagner-Jauregg vicino a Linz, dove egli veniva ricoverato ogni volta che la crisi lo aveva sorpreso nell'Alta Austria, dalle parti del Traunsee dove era nato e cresciuto e dove, sino alla fine dei suoi giorni, ha usufruito di un diritto di domicilio in una vecchia casa di contadini appartenente da sempre alla famiglia Wittgenstein. La sua malattia mentale, che può essere definita soltanto una cosiddetta malattia mentale, si era manifestata già molto tempo addietro, quando Paul aveva circa trentacinque anni. Non che di questa malattia lui stesso abbia detto gran che, ma partendo da tutto ciò che io so del mio amico non è difficile farsi un'idea di come si è sviluppata questa sua cosiddetta malattia mentale. Questa cosiddetta malattia mentale, che non è mai stata classificata con esattezza, era presente in Paul sin dall'infanzia. Già il neonato Paul era stato partorito come un malato mentale, con quella cosiddetta malattia mentale che lo ha poi dominato vita natural durante. Con questa sua cosiddetta malattia mentale Paul è vissuto fino alla morte con la massima naturalezza, così come gli altri vivono senza una simile malattia mentale. In relazione a questa sua cosiddetta malattia mentale, ci sono state testimonianze quanto mai deprimenti della sprovvedutezza dei medici e della scienza medica nel suo insieme. Questa sprovvedutezza dei medici e della loro scienza ha dato di questa cosiddetta malattia mentale di Paul le più diverse e allarmanti definizioni, ma mai quella giusta, naturalmente, perché nella sua dissennatezza la scienza medica non è stata in grado di farlo, e tutte le definizioni che di continuo la scienza medica ha dato riguardo a questa malattia mentale del mio amico si sono rivelate sbagliate o addirittura assurde, e di continuo una definizione smentiva l'altra nella maniera più vergognosa e al tempo stesso più deprimente. I cosiddetti psichiatri definivano la malattia del mio amico ora in un modo ora in un altro, senza mai avere il coraggio di ammettere che per questa, come per tutte le altre malattie, non esiste una definizione giusta, ma sempre e soltanto definizioni sbagliate, sempre e soltanto definizioni fuorvianti, perché gli psichiatri in definitiva, come tutti gli altri medici del resto, usano di continuo le loro definizioni cliniche sbagliate per rendersi più facile la vita, e insomma, da delinquenti quali sono, per dormire tra due guanciali. Ogni momento dicevano la parola maniaco e ogni momento la parola depressivo, e immancabilmente si trattava della parola sbagliata. Ogni momento (come tutti gli altri medici) cercavano riparo in un nuovo termine scientifico per proteggere e tutelare se stessi (ma non certo i pazienti!) Come tutti gli altri medici, anche gli psichiatri che avevano in cura Paul si trinceravano dietro il latino che a poco a poco diventava un baluardo invalicabile e impenetrabile che essi erigevano, come da secoli i loro predecessori, tra sé e i pazienti con l'intento esclusivo di camuffare la propria incompetenza e avvolgere in cortine fumogene la propria cialtroneria. Come muraglia in effetti invisibile ma più che mai impenetrabile, essi mettevano il latino tra sé e le loro vittime già all'inizio del trattamento, i cui metodi, come sappiamo, sono sempre e comunque disumani, criminosi e micidiali. Lo psichiatra è il più incompetente di tutti i medici e in ogni caso è più attirato dallo stupro che dalla scienza. Di niente in vita mia ho avuto più paura che di cadere in mano agli psichiatri, al cui confronto tutti gli altri medici, che pure in ultima analisi altro non portano se non sciagure, sono comunque assai meno pericolosi, perché nella nostra società gli psichiatri si sentono ancora molto solidali tra loro e quindi investiti di una sorta di immunità, e siccome io ho avuto l'opportunità di studiare per moltissimi anni i metodi terapeutici da loro adottati con totale assenza di scrupoli sul mio amico Paul, il timore che già prima nutrivo nei loro confronti è diventato un timore ancora più intenso. Gli psichiatri sono i veri e propri demoni della nostra epoca. In una maniera che più sfacciatamente inattaccabile non si può immaginare, senza legge né coscienza alcuna, essi coltivano i loro biechi affari tra il rusco e il brusco nel vero senso di questa espressione. Quando ormai io ero in grado di alzarmi dal letto e di raggiungere la finestra, e poi perfino il corridoio e, in compagnia di tutti gli altri candidati alla morte che si reggevano in piedi, di camminare su e giù da un capo all'altro del padiglione, un giorno finalmente uscii fuori, uscii dal Padiglione Hermann e subito tentai di raggiungere il Padiglione Ludwig. Ma poiché avevo presunto troppo dalle mie forze, già prima di arrivare al Padiglione Ernst mi dovetti fermare. Fui costretto a sedere sulla panchina avvitata al muro che si trovava lì, per tranquillizzarmi e riposare un poco perché altrimenti non sarei neanche riuscito a tornare da solo al Padiglione Hermann. Se i pazienti stanno in un letto per settimane o addirittura per mesi interi, quando poi finalmente sono in grado di alzarsi, è normale che sopravvalutino le loro forze e semplicemente facciano dei programmi troppo ambiziosi, ma una tale idiozia può riportarli indietro di parecchie settimane, e infatti molti pazienti a causa di un simile sconsiderato comportamento sono andati a cercarsi quella morte che grazie a un intervento chirurgico erano in precedenza riusciti a eludere. Benché io sia un malato abituale e per tutta la vita abbia avuto a che fare con malattie più o meno gravi o addirittura gravissime, e sempre, in ultima analisi, con cosiddette malattie incurabili, più volte, tuttavia, sono ricaduto nel dilettantismo riguardo alle malattie e ho commesso diverse imperdonabili sciocchezze. All'inizio soltanto qualche passo, quattro o cinque, poi dieci o undici, poi ancora tredici o quattordici, infine venti o trenta, è così che il malato dovrebbe comportarsi, non già alzarsi subito e uscir fuori e camminare, tutto ciò è perlopiù veramente micidiale. Ma il malato che per mesi interi è stato rinchiuso in una stanza d'ospedale, ad altro non anela in tutti quei mesi che a uscir fuori, e a un certo punto non se la sente più di aspettare il momento in cui avrà il permesso di lasciare la sua stanza di malato né, com'è ovvio, si accontenta dei quattro passi che riesce a fare in corridoio, no, quel malato esce, va all'aria aperta e in tal modo si uccide con le sue stesse mani. Ne muoiono in tanti perché usciti troppo presto e non perché l'arte medica abbia fallito. Tutto si può rimproverare ai medici, ma in fondo, com'è ovvio, per neghittosi che siano, e incoscienti, e perfino ottusi, essi non vogliono far altro che migliorare le condizioni dei loro pazienti, ma il paziente a sua volta deve collaborare, non può mandare in malora gli sforzi dei medici alzandosi dal letto troppo presto (oppure troppo tardi!) o uscendo troppo presto e andando troppo lontano. Io allora ero andato decisamente troppo lontano, già il Padiglione Ernst era troppo distante. Giunto al Padiglione Franz, sarei dovuto tornare indietro. Ma volevo a tutti i costi vedere il mio amico. Stremato e ansimante per la fatica, mi misi a sedere sulla panchina davanti al Padiglione Ernst e guardai attraverso i tronchi degli alberi il Padiglione Ludwig. Forse, così avevo pensato, essendo io un malato di polmoni e non un malato di mente, non mi avrebbero neanche fatto entrare nel Padiglione Ludwig. Ai malati di polmoni era rigorosamente vietato abbandonare il loro settore per recarsi nel settore dei malati di mente, e viceversa. È vero che alte cancellate si ergevano a separare i due settori l'uno dall'altro, ma queste cancellate erano in gran parte talmente arrugginite da non essere più abbastanza fitte, dappertutto c'erano grandi buchi attraverso i quali si poteva quanto meno sgusciare da un settore all'altro, e io ricordo che ogni giorno dei malati di mente si trovavano nel settore dei malati di polmoni e, viceversa, dei malati di polmoni si trovavano nel settore dei malati di mente, ma allora, quando provai per la prima volta a raggiungere il Padiglione Ludwig venendo dal Padiglione Hermann, allora non sapevo ancora niente di questo traffico quotidiano da un settore all'altro. I malati di mente che vedevo ogni giorno nel settore cosiddetto di pneumologia mi diventarono in seguito familiari, ogni sera dovevano essere catturati uno per uno dai guardiani, ficcati nelle camicie di forza, cacciati via con i manganelli dal settore di pneumologia e fatti rientrare, come io stesso avevo visto coi miei occhi, nel settore dei malati di mente, e tutto questo non succedeva mai senza urla pietose che mi perseguitavano fin dentro i miei sogni nel cuore della notte. I malati di polmoni lasciavano il loro settore per dirigersi verso il settore dei malati di mente per pura e semplice curiosità, perché ogni giorno speravano in un evento sensazionale che potesse distrarli dalla atrocità del loro quotidiano, un quotidiano che era fatto di noia mortale e di pensieri di morte ch'erano sempre gli stessi. E in effetti non mi sbagliavo, ricavavo un certo tornaconto ogni volta che lasciavo il settore di pneumologia per recarmi dai malati di mente, che dappertutto, da qualsiasi parte si trovassero e io li vedessi, facevano i loro numeri. Non è escluso che in futuro, in un altro scritto, io provi a dare una descrizione dello stato in cui si trovavano, e di cui sono stato testimone, i malati di mente di quel reparto. Adesso ero seduto sulla panchina del Padiglione Ernst e pensavo che avrei dovuto aspettare un'intera settimana prima di poter fare un secondo tentativo di raggiungere il Padiglione Ludwig, essendo chiaro che oggi come oggi non potevo far altro che tornare indietro nel Padiglione Herrmann. Dalla panchina su cui ero seduto osservavo i piccoli scoiattoli che qua e là, nell'immenso parco, che dal punto in cui mi trovavo appariva addirittura sterminato, saltellavano su e giù per gli alberi e soprattutto sembravano dominati da un'unica passione: afferrare i fazzoletti di carta che i malati di polmoni gettavano dappertutto e di cui il terreno era cosparso, per poi ritornare sugli alberi correndo a precipizio. Con i loro fazzoletti di carta tra i denti, gli scoiattoli correvano dappertutto, da ogni angolo e in ogni direzione, fino a quando all'ora del crepuscolo non si riusciva a scorgere nient'altro che bianchi puntolini danzanti, i fazzoletti di carta che gli scoiattoli tenevano stretti tra i denti. Io ero lì seduto e mi godevo lo spettacolo al quale naturalmente agganciavo i pensieri che da questa osservazione nascevano spontanei. Era giugno, le finestre del padiglione erano aperte, e i pazienti, seguendo uno schema ritmico abbozzato e infine orchestrato con autentico genio contrappuntistico, tossivano fuori dalla finestra nella sera che stava calando. Io, poiché non volevo esasperare le infermiere mettendo a dura prova la loro pazienza, mi alzai dalla panchina e feci ritorno al Padiglione Hermann. Da che ho fatto l'operazione, pensavo, in effetti respiro meglio, anzi respiro benissimo, sento che il cuore è libero, eppure le mie prospettive non erano allegre, la parola cortisone e la terapia che a questa parola è legata incupivano i miei pensieri. Non me la sento comunque di sostenere che ero senza speranza dal mattino alla sera. Certo, mi svegliavo al mattino senza speranza e subito mi sforzavo di sottrarmi a questa disperazione e ad essa in effetti mi sottraevo fin verso mezzogiorno. Nel pomeriggio la disperazione ritornava, verso sera scompariva di nuovo, e di notte, quando mi svegliavo, era di nuovo lì più spietata che mai. Poiché i medici si erano comportati con i pazienti che io avevo visto morire esattamente come si comportavano con me, poiché avevano scambiato con loro le stesse parole e dunque gli stessi discorsi, e inoltre avevano scherzato con loro nello stesso modo, la mia strada, pensavo, non sarà molto diversa da quella percorsa da quei poveretti che la morte ha portato via. Nel Padiglione Hermann i pazienti morivano senza dare nell'occhio, senza un grido, senza un'invocazione di aiuto, la maggior parte delle volte senza fare rumore. Di primo mattino si vedeva in corridoio il loro letto vuoto che subito veniva ricoperto con lenzuola fresche per il prossimo paziente. Le infermiere sorridevano quando noi passavamo accanto a loro, il nostro sapere non le turbava affatto. Perché, mi domandavo talvolta, perché io mi rifiuto di andare oltre lungo il cammino che mi è stato assegnato, perché non mi adeguo a questo cammino come tutti gli altri? A che scopo, al risveglio, a che scopo la fatica di non voler morire? Naturalmente ancora oggi mi chiedo spesso se non sarebbe stato meglio che mi fossi arreso, perché in tal caso avrei percorso il mio cammino in un tempo brevissimo, sarei morto nel giro di poche settimane, di questo sono certo al cento per cento. E invece non sono morto e sono vissuto e vivo tuttora. Il fatto che il mio amico Paul si trovasse nel Padiglione Ludwig nello stesso periodo in cui io mi trovavo nel Padiglione Hermann lo ritenni di buon auspicio, sebbene nei primi tempi della mia degenza nel Padiglione Hermann lui non sapesse affatto che io mi trovavo nel Padiglione Hermann, ma poi un giorno la cosa gli fu svelata da quella chiacchierona di Irina, la nostra comune amica che veniva in visita ora da me ora da lui...


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  • Wittgensteins Neffe. Eine Freundschaft - Traduzione dal tedesco di Renata Colorni, Adelphi Edizioni, 1989.
  1. La struttura originale del testo è stata rispettata.
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