Utente:Epìdosis/Viaggi dall'Europa all'Asia

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Introduzione[modifica]

L'idea medievale dell'Asia consiste di "un coacervo di segni e di impronte che rinviano ad eventi biblici, a rivelazioni di profeti, a miti pagani e a leggende cristiane".[1] Lo spazio geografico, che risale alle antiche mappe tolemaiche, si fa simbolo della volontà divina; la dimensione temporale, scandita dalle tappe della rivelazione cristiana, è caratterizzata da una "sincronia assoluta", nella quale alla geografia antica si sovrappongono i luoghi degli eventi biblici e quelli della mitologia greca; la flora e la fauna sono popolate da ogni genere di creature mostruose.[1]

Contesto storico[modifica]

I viaggi di Frate Giuliano di Ungheria nell'Europa orientale (1235 e 1238)

In pieno Medioevo l'Europa cristiana, profondamente divisa a causa della lotta tra il papa Gregorio IX e l'imperatore Federico II, non percepì come imminente il pericolo costituito dalla travolgente espansione verso ovest dell'Impero mongolo, il cui esercito forte di 150mila uomini era giunto nel 1236 sulle sponde del Volga.[2]

Molto grave era la situazione l'Europa orientale, priva di barriere naturali nonché di una salda unità statale, eccezion fatta per il regno d'Ungheria; in particolare, "la frantumazione etnica, linguistica e politica dei territori tra Urali e Carpazi costituiva il terreno ideale per l'irruzione di una forza armata omogenea, disciplinata e ben guidata".[3]

In quest'epoca l'Asia suscitava scarsissimo interesse, a parte che per la recente Lettera del Prete Gianni.[4][5]

Solo nel 1238 frate Giuliano d'Ungheria, addentratosi nei territori dell'Europa orientale già conquistati dai mongoli, riportò in una relazione (il testo che rese di uso comune la denominazione di "Tartari" per i Mongoli) il pericolo incombente per l'intera Europa, ma l'Ungheria non ottenne alcun sostegno dagli altri regni europei.[6]

Invasione mongola dell'Europa[modifica]

Miniatura nel manoscritto di Hedwig (1451) che mostra i mongoli che portano su una lancia la testa di Enrico II il Pio, il comandante dei cristiani sconfitto e ucciso nella battaglia di Wahlstadt (9 aprile 1241)

L'invasione, guidata da Batu, ebbe effettivamente inizio alla fine del 1236, con effetti devastanti: il 4 marzo 1238 il Gran principe Jurij II Vladimir-Suzdal' fu ucciso nella battaglia del fiume Sit; il 6 dicembre 1240 Kiev, principale città del mondo russo, fu semi-distrutta; nel febbraio 1241 una delle due colonne dell'esercito mongolo entrò in Polonia e, sconfitto un esercito polacco a Chmielnik il 18 marzo 1241, bruciò Cracovia e sbaragliò un altro esercito di polacchi, crociati tedeschi e Cavalieri Teutonici a Wahlstadt il 9 aprile; allo stesso tempo l'altra colonna dell'esercito mongolo, entrata in Ungheria su tre colonne, circondò e distrusse l'esercito ungherese feudale a Mohi l'11 aprile, e riunitasi colla prima colonna, che aveva devastato la Moravia, passò il Danubio, prese Buda e, penetrata in Austria, giunse fino ad incendiare Cattaro.[7]

L'invasione mongola fu per l'Europa un fulmine a ciel sereno, giunto improvvisamente e altrettanto improvvisamente conclusesi: la morte del Gran Khan Ögödei (1229-1241), avvenuta l'11 dicembre 1241, costrinse i principi mongoli a tornare in patria per prendere parte al quriltai per l'elezione del suo successore, cosicché l'esercito mongolo evacuò rapidamente tutti i territori ad ovest del Volga entrò la fine del 1242.[8]

L'impressione sull'Europa, non solo quella orientale, fu enorme. Grande diffusione ebbe il Carmen miserabile (o Epistola super destructione Regni Hungariae facta) di maestro Ruggero di Puglia, scritto prima della fine di giugno del 1244, primo testo redatto da un testimone oculare delle usanze mongole ad avere diffusione internazionale in Europa.[9]

Ambasciate papali presso i mongoli[modifica]

Nel frattempo il nuovo papa Innocenzo IV (1243-1254), preoccupato oltre che per la lotta con Federico II anche per la recente invasione mongola, all'inizio del 1245 decise di mandare dei legati presso i mongoli con tre scopi ufficiali: l'unione alla Chiesa cattolica delle chiese orientali, trattata nell'enciclica Cum simus super del 25 marzo; l'esposizione della dottrina cristiana ai mongoli, contenuta nella bolla Dei patris immensa del 5 marzo; la protesta contro le atrocità commesse dai mongoli nei confronti dei cristiani e la proposta di una pace colla cristianità, esposte nella bolla Cum non solo homines del 13 marzo; i legati erano inoltre incaricati di raccogliere quante più informazioni possibili sui mongoli, in particolare sulle loro tattiche militari.[10]

A portare questi messaggi furono due ambasciate, l'una domenicana e l'altra francescana.

L'ambasciata del domenicano Ascelino da Cremona giunse presso al campo di Baiju, sugli altipiani del Karabakh, nel maggio 1247; il frate, però, essendo poco diplomatico rischiò seriamente la condanna a morte, evitata solo grazie all'intervento del legato imperiale Eljigidei, grazie al quale poté tornare a Lione (maggio 1248). Il resoconto di questa ambasciata fu scritto dal suo compagno di viaggio, Simone di San Quintino.[11]

Mappa dei viaggi in Asia di Giovanni da Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruck e Marco Polo

Maggiore importanza ebbe l'ambasciata del francescano Giovanni da Pian del Carpine, partito da Lione il 16 aprile 1245; accompagnato, a partire da Breslavia, da frate Benedetto di Polonia, giunse all'accampamento di Batu sul Volga e di lì, dopo che le due bolle papali furono state tradotte in persiano, fu inviato fino alla corte mongola di Karakorum, dove (a differenza di Ascelino) accettò di recarsi; giunto il 22 luglio 1246 alla residenza imperiale, assistette alle ultime fasi del quriltai che portò all'elezione del nuovo Gran Khan Güyük (1246-1248), con cui ebbe numerosi incontri, e dopo circa quattro mesi ripartì per Lione (13 novembre 1246), dove giunse un anno dopo (18 novembre 1247).[12][13]

La risposta alle bolle del papa che Güyük consegnò a Giovanni da Pian del Carpine fu deludente (ingiungeva al papa e ai principi cristiani di recargli personalmente omaggio e contestava l'unica verità della fede cattolica), ma grande importanza ebbe il resoconto lasciato da Giovanni, la Historia Mongalorum, primo resoconto di un viaggiatore europeo in Asia.[14]

Giovanni da Pian del Carpine[modifica]

Cenni biografici[modifica]

Giovanni, nato a Pian del Carpine attorno al 1190, fu uno dei primi discepoli di San Francesco di Assisi. Nel 1221 fu scelto, per la sua conoscenza della lingua "lombardica" oltre al latino, per far parte di una spedizione di ventisette frati inviati a diffondere l'ordine in Germania; dopo due anni di predicazione itinerante in varie città nel 1223 fu nominato custode della Sassonia e grazie a questa posizione promosse l'espansione dell'ordine nel resto della Germania; a partire dal 1228, anno in cui divenne ministro provinciale della Germania, organizzò un'ulteriore espansione in tutti i paesi circostanti (Boemia, Ungheria, Polonia, Dacia e Norvegia). Nel 1230 fu sollevato dall'incarico in Germania e inviato come ministro in Spagna, poi dal 1232 al 1239 ritornò come ministro provinciale della Sassonia; nulla si sa di certo degli anni dal 1239 al 1245.[15]

Da questa biografia emergono "la conoscenza di molti paesi d'Europa e di molte lingue, l'esperienza di uomini e cose, la dottrina e la prudenza" che caratterizzavano Giovanni, figura preminente nell'ordine francescano dell'epoca: queste furono le caratteristiche che nel 1245 indussero Innocenzo IV a sceglierlo per la missione presso i mongoli, nonostante la corpulenza e l'età avanzata che avrebbero certamente potuto ostacolarlo in un viaggio del genere, fino a quel momento mai tentato.[16]

L'Asia prima dell’Historia Mongalorum[modifica]

Secondo le parole di Claudio Leonardi, all'epoca di Giovanni da Pian del Carpine l'uomo europeo aveva per l'Asia "un sentimento ancora una volta ambiguo, in cui l'ammirazione stupefatta per un mondo diverso si compone con il terrore della morte e della fine": l'Asia era "un mondo diverso e lontano", totalmente diverso dall'Europa, avvolto "in una sorta di immobilità meravigliosa".[17]

Questa meraviglia si trasforma in terrore "appena questo Oriente si muove", dato che tutte le precedenti invasioni dell'Europa (Germani, Avari, Unni ed Ungari) erano venute da est.[18] I mongoli, terribili guerrieri e spietati dominatori, erano considerati come gli strumenti di Dio per punire i peccati dei cristiani.[19]

Struttura dell’Historia Mongalorum[modifica]

L’Historia Mongalorum si compone, nella sua redazione definitiva, di un prologo e di nove capitoli: I, sul territorio dei mongoli; II, sui mongoli; III, sulla religione dei mongoli; IV, sui costumi dei mongoli; V, sulla forma di governo dei mongoli; VI, sulle tattiche militari dei mongoli; VII, sulle terre conquistate dai mongoli; VIII, su come fare guerra ai mongoli; IX, resoconto dell'itinerario compiuto da Giovanni.

Da questa organizzazione si può notare come l'opera di Giovanni sia principalmente un trattato e solo secondariamente (nell'ultimo capitolo) un itinerarium.[20] Nei primi quattro capitoli sono pressoché assenti cenni sia storici (solo tre episodi) sia autobiografici.[21] Il quinto capitolo, quasi altrettanto lungo, è invece interamente occupato dalle imprese di Gengis Khan e dei suoi discendenti, compresi i combattimenti contro numerosi popoli mostruosi situati a sud della Mongolia.[22] I capitoli dal sesto all'ottavo, dedicati all'arte bellica dei mongoli, sono secondo Claudio Leonardi forse la parte più interessante dell'opera, in quanto al modello trattatistico si sovrappone il modello morale, dato che "Giovanni si sente coinvolto in prima persona nella difesa dell'Europa come chi solo conosce i segreti del popolo invasore".[23] Infine l'ultimo capitolo, quasi un terzo dell'opera, aggiunto da Giovanni in un secondo momento, totalmente autobiografico, è "elemento indispensabile all'insieme del racconto".[24]

Visione dei mongoli nell’Historia Mongalorum[modifica]

Guglielmo di Rubruck[modifica]

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Marco Polo[modifica]

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Odorico da Pordenone[modifica]

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John Mandeville[modifica]

Contesto e diffusione dell'opera[modifica]

I due emisferi dell'Erdapfel di Martin Behaim I due emisferi dell'Erdapfel di Martin Behaim
I due emisferi dell'Erdapfel di Martin Behaim

Nell'Europa tardo-medievale e proto-moderna ebbe un'enorme diffusione un libro che presentava sotto forma di relazione di viaggio sia una dettagliata descrizione della Terrasanta sia numerose leggende sull'Asia con esaustività enciclopedica:[25] i Viaggi di «John Mandeville, cavaliere [...] nato in Inghilterra, nella città di St Albans», la cui identità risulta tuttora enigmatica.[26] Di questo libro sono note oltre 300 copie manoscritte in tutte le principali lingue europee, un numero decisamente superiore ai 70 manoscritti del Milione di Marco Polo: esso fu il "resoconto sull'Oriente più vastamente diffuso nel tardo Medioevo e all'inizio dell'età moderna".[27]

Quasi certamente i Viaggi furono scritti originariamente in anglo-normanno, ma dopo breve tempo furono tradotti in francese parigino (1371), in latino, in tedesco (1393) e in inglese (attorno al 1400 sono datate tre versioni: la Cotton, la Egerton e la Defective Version); entro la fine del Quattrocento i Viaggi erano stati tradotti in tutte le principali lingue europee, compresi irlandese e ceco, e ne erano state realizzate anche una versione con immagini e una versione in versi; numerosissime furono anche le edizioni a stampa (i Viaggi, uno dei primi libri secolari ad essere stampato, prima del 1500 ebbero addirittura 8 edizioni in Germania, 7 in Francia, 4 in latino, 2 in olandese e 2 in inglese; tra il 1500 e il 1520 si aggiunsero quelle in spagnolo e ceco), tanto che la versione inglese fu ripubblicata addirittura una volta ogni 13 anni circa dal 1568 (o prima) al 1710.[28]

L'opera di Mandeville fu letta "dall'Ariosto e dal Tasso, come da Cervantes, da Rabelais e da Montaigne, nonché da Shakespeare e da tutti i maggiori autori inglesi fino a William Morris", ma si diffuse soprattutto tra i più poveri, entrando a far parte della cultura popolare europea preindustriale.[29] Questa cultura popolare è caratterizzata da quello che Michail Bachtin definì "realismo grottesco", quel realismo che trasferisce «tutto ciò che è alto, spirituale, ideale ed astratto, sul piano materiale e corporeo, sul piano della terra e del corpo nella loro indissolubile unità», unità che viene superata attraverso il gusto del grottesco.[30]

Secondo Moseley l'idea rivoluzionaria di Mandeville è che "la Natura che vige nell'Europa Occidentale vige anche nel resto del mondo": ciò dissolve i confini netti tra lo Stesso e l'Altro, dato che quest'ultimo viene considerato come logico (a suo modo) e quindi conoscibile quanto lo Stesso.[31] In questo modo Mandeville rimosse un ostacolo fino a quel momento insormontabile per gli Europei, il timore di trovare paesi totalmente incomprensibili: si cominciarono ad intraprendere viaggi di esplorazione nella convinzione che fosse possibile cogliere una logica di qualunque paese straniero ed è innegabile che molti dei primi esploratori (come il principe Enrico del Portogallo e Cristoforo Colombo, e in seguito anche Walter Raleigh e Martin Frobisher[32]) furono direttamente influenzati da Mandeville.[31]

L'autorità di Mandeville, anche dal punto di vista geografico (i Viaggi furono inoltre una fonte diretta per il primo mappamondo, l'Erdapfel di Martin Behaim, ed in generale nella cartografia medievale godette dello stesso rispetto del Milione.[33]), rimase indiscussa fino al tardo Cinquecento.[34]

Fonti dell'opera[modifica]

Ritratto di fantasia di John Mandeville (1459)

Le fonti del viaggio fittizio di Mandeville sono estremamente varie e vengono maneggiate dall'autore con piena autonomia: la letteratura odeporica del XIII e del XIV secolo (Giovanni da Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruck, Marco Polo e Odorico da Pordenone[35]), a cui Mandeville poté avere accesso grazie alla raccolta di Jean le Long d'Ypres, ebbe un ruolo di primo piano nella seconda parte del libro, mentre il nerbo della prima furono i resoconti dei crociati e dei pellegrini in Terrasanta.[36]

Mandeville, infatti, creò un'opera non classificabile secondo i canoni dell'epoca: unì guide e manuali ai resoconti dei pellegrini e dei viaggiatori, il pellegrinaggio in Terrasanta ai viaggi (per scopi missionari o commerciali) in Asia.[37] Essendo il fine quello di intrattenere i lettori, Mandeville rinunciò ad alcuni elementi: alle caratteristiche più marcatamente letterarie (non cita le sue fonti ed insiste sulla sua affidabilità in quanto testimone oculare di ciò che riporta, pur ammettendo che la sua memoria potrebbe essere a volte fallace); alla realtà quotidiana (facendo attenzione a non eccedere mai in affermazioni che avrebbero potuto essere sentite come false: prende le distanze da alcune notizie inverosimili, riportandole solo per sentito dire o affermando espressamente di non ritenerle veritiere); [38]

Per la prima parte Mandeville si basò principalmente sull’Itinerarius di Guglielmo di Boldensele, integrato da qualche altra fonte precedente, mentre per la seconda parte impiegò principalmente l’Itinerarius di Odorico da Pordenone,[39] a volte contaminato dai Fleurs des Histors d'Orient del monaco armeno Aitone di Corico e più raramente da Guglielmo di Pian del Carpine.[40] Non si può escludere che Mandeville stesso abbia visitato la Terrasanta.[41]

Questa solida impalcatura di fonti permise a Mandeville di fornire un sostrato realistico al suo mondo fantastico, ispirato non solo a importanti enciclopedie medievali quali in primo luogo lo Speculum Maius di Vincenzo di Beauvais (che conteneva nella prima e nella terza parte la geografia dell'antichità pagana, nonché i bestiari e le leggende riguardanti Alessandro Magno) e in secondo luogo il Tresor di Brunetto Latini, ma anche ad opere ampiamente diffuse tra il popolo quali i romanzi di Alessandro, la Epistola Alexandri ad Aristotelem e la Lettera del Prete Gianni (che figurava un utopico regno asiatico retto da un tollerante sovrano-capo religioso[4]);[42] a tutti questi testi si aggiungono infine il Vecchio e il Nuovo Testamento (la Bibbia è l'unico testo che Mandeville cita direttamente, in latino[43]), non di rado integrati dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine.[44] In pratica si trattava di «tutte le conoscenze geografiche del medioevo, empiriche e leggendarie, erudite e poetiche, escatologiche e utopiche».[45]

Il fatto che Mandeville incorpori dei brani dalle sue fonti senza citarle era un atteggiamento comune nel Medioevo e non era sentito come plagio; questa sensibilità si sviluppò solo nei secoli successivi e contribuì ad intaccare la popolarità di Mandeville.[46]

Pensiero[modifica]

Il mondo di Mandeville ha come caratteristica fondante l'«abbassamento delle cose alte» teorizzato da Bachtin: ogni concetto ideale, a partire da quello del corpo umano, viene mescolato al "basso", deformato, profanato, quasi ad anticipare Rabelais.[47]

Quest'opera dunque presenta sia tratti medievali sia tratti anti-medievali: da un lato i tratti tipici dei resoconti dei pellegrinaggi, il gusto enciclopedico, la teratologia, dall'altro l'insistenza sulla dimensione corporea tanto vituperata all'epoca e soprattutto il rivoluzionario relativismo (e la conseguente tolleranza nei confronti dell'alterità).[48] Mandeville si mostra «aperto e tollerante, un vero cittadino del mondo, privo di pregiudizi verso la gente d'ogni razza che incontra, e anzi sempre pronto a comprendere e ad imparare»;[43][nota 1] non corrisponde al modello eroico del cavaliere medievale, visto che pur essendo cavaliere non ha mai combattuto per «incapacità e insufficienza».[49]

Relativizzazione dell'Europa cattolica[modifica]

L'opera di Mandeville per i canoni medievali era profondamente trasgressiva: il termine «"trasgressione" denota il movimento di attraversare il limite tra ciò che ci è noto o familiare, lo Stesso, e ciò che è conosciuto o non vuole essere conosciuto, l'Altro», quindi già di per sé raccontare un viaggio è trasgressione.[50] Il lettore è spinto ad attraversare il limite tra la "conoscenza microspaziale occidentale" e la "speculazione macrospaziale".[51] Il limite tra Stesso e Altro, infatti, non è impermeabile, bensì un luogo di scambio reciproco: in particolare, l'Altro non è semplicemente l'Anti-Stesso, il contrario del mondo europeo (come accadeva in molti testi medievali, ad esempio la Chanson de Roland), bensì qualcosa di più complesso e variegato, e non è necessariamente negativo e ostile;[52] pur non essendo indipendente dallo Stesso, l'Altro dimostra di essere autonomo e di avere una propria forza, oltre a portare un'efficace critica allo Stesso, alla cristianità, di cui viene spesso messa a nudo la decadenza morale.[53][nota 2]

Mandeville in questo modo disintegra quella visione medievale che cristallizzava lo Stesso come Bene assoluto e relegava l'Altro, in quanto Anti-Stesso, alla posizione opposta, quella di Male assoluto: in questa nuova prospettiva lo Stesso e l'Altro hanno sia pregi sia difetti, in entrambi vengono apprezzate alcune sfaccettature del Vero/Buono e ad entrambi non vengono risparmiati rimproveri. Dalla ricomposizione di questo quadro si può avere una corretta visione della natura umana, che parimenti trascende e racchiude sia lo Stesso sia l'Altro.[54][nota 3]

A questo proposito si può notare come Mandeville, anche a causa dell'oggettivo problema della mancanza di vocaboli per descrivere alcuni aspetti dell'esotica Asia,[55] accentui sempre non le differenze, bensì le somiglianze tra l'Altro e lo Stesso: si ha un decisivo "spostamento epistemologico" verso "un'episteme della curiositas nuova e più sicura di sé", una curiositas che spinge Mandeville a mettere in discussione la consolidata visione del mondo propugnata dallo Stesso e a confrontarsi spontaneamente coll'Altro, non più visto come abominio o minaccia (perché secondo Mandeville la natura è stata creata da Dio e quindi non può essere in sé malvagia[56]).[57]

L'opera di Mandeville compie una rivoluzione: portando all'estremo le stravaganze e le mostruosità dell'Oriente mette radicalmente in discussione il primato dell'Europa cattolica, la relativizza usando la ragione e, proprio portando al parossismo la deformità dei corpi, ne dimostra l'importanza e giunge così a restaurare l'uomo nella sua integralità sia a livello individuale (corpo e anima) sia a livello collettivo (la cultura europee e le culture diverse dalla medesima). Sono queste di una nuova visione dell'uomo: l'Umanesimo.

Critiche all'Europa cattolica[modifica]

Tutta l'opera di Mandeville rappresenta una critica indiretta ma decisa alla decadenza morale dell'Europa cattolica, indegna di possedere la Terrasanta per i suoi peccati[nota 2] più volte sottolineati, e non meno coerente e razionale di molte altre chiese cristiane (come ortodossi e nestoriani) nonché religioni (in particolare l'islam, presentato come molto simile al cristianesimo, diventa un vero e proprio modello per i cristiani[nota 4]).[58]

Tutta la descrizione della Terrasanta è permeata da un marcato accento sulla spiritualità, visibile nell'insistenza sul valore delle reliquie non in quanto oggetti bensì in quanto segni delle vite vissute dai santi e nel frequente rilievo della distanza tra i tempi biblici (ogni luogo evoca un episodio biblico) e l'attuale decadenza.[59][nota 2]

La spiccata impronta morale di Mandeville "riflette lo spirito riformatore della sua epoca".[60] Mandeville ribadisce che la cristianità occidentale possiede la vera fede e la vera chiesa, ma al tempo stesso afferma con vigore che essa è inferiore nel praticarla (questa parziale apertura agli "infedeli" è dovuta certamente alla filosofia scolastica, secondo la quale in ogni essere umano c'era una "religione naturale"), e fornisce numerosi esempi di popoli orientali ad essa superiori da questo punto di vista.[61][nota 5]

Mandeville si spinge fino a contraddire espressamente la bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII, che affermava nulla salus extra ecclesiam, affermando che "noi non sappiamo chi Dio ama, né chi Dio odia".[62][nota 1]

In alcuni brani, inoltre, Mandeville dipinge nei popoli orientali una caricatura dell'Europa, accentuando in particolare quel senso del dolore della vita che nei decenni precedenti aveva trovato espressione sia nell'ortodossia cattolica (il De Miseria Humanae Conditionis di papa Innocenzo III, il memento mori, le danze macabre, i flagellanti) sia nell'eresia catara.[63][nota 5][nota 6]

Mandeville, attingendo al Romanzo di Alessandro, immagina anche una società utopica, l'isola di Bragman,[nota 7] che, essendo posta in mezzo a popoli mostruosi, appare a maggior ragione come una sorta di paradiso; si può inoltre notare che questa perfetta società cristiana primordiale si trova ai margini del mondo cristiano, mentre al centro del mondo cristiano (la Terrasanta) ci sono i musulmani. Questi protocristiani colla loro "fede naturale" sono degni della salvezza tanto quanto i cristiani europei, decaduti in Terrasanta e invischiati nei loro rituali complessi e nel culto delle reliquie.[64][nota 1]

Mandeville, in conclusione, desiderava certamente che i cristiani riconquistassero la Terrasanta e convertissero gli altri popoli del mondo, ma riteneva innanzitutto necessaria una riforma del cristianesimo improntata innanzitutto a una semplificazione dei riti e alla valorizzazione delle virtù più genuine, una riforma che rifuggisse ogni estremismo autodistruttivo e che non prescindesse dalla conoscenza del passato, senza il quale il valore delle reliquie non può essere compreso.[65]

Centralità dell'Europa cattolica[modifica]

D'altro canto, però, non si può ignorare che il già citato presupposto del primato dell'Europa cattolica viene dato come presupposto: la descrizione degli altri popoli, infatti, calca sempre sulle loro caratteristiche da "proto-cristiani", sulla possibilità di convertirli facilmente, un concetto che ebbe larga influenza sull'immaginario degli esploratori europei, tra cui Colombo.[66]

Mandeville sceglie l'Europa cattolica come Stesso con cui confrontare l'Altro e pone come confine dello Stesso i Greci Ortodossi, simili solo per alcuni aspetti collo Stesso: porre questo confine che separa l'Europa dal resto del resto del mondo, presente per la prima volta, è già un giudizio di merito.[67][nota 8] Per ottenere un Altro assoluto da contrapporre allo Stesso Mandeville dà spazio, seppur brevemente, a una sorta di enclopedia delle razze mostruose che popolano l'Oriente (la fonte principale è Plinio): ciò mostra agli Europei la loro presunta superiorità e soddisfa il loro desiderio di meraviglie.[68]

Notevole è il tentativo di Mandeville di mostrare la notevole vicinanza al cristianesimo dell'islam, che su di esso viene in molti punti appiattito.[69][nota 9] Qui si nota l'influenza del dibattito che attraversava la cristianità riguardo alla possibile salvezza dei non-cristiani.[70] L'insistita rappresentazione dell'islam come forma imperfetta di cristianesimo mostra come la visione di Mandeville fosse comunque centrata sull'indiscubitibilità del cristianesimo come verità assoluta, pietra di confronto delle altre religioni.[71] La scelta di assimilare l'islam all'interno del cristianesimo "tende ad ignorare le divergenze significative e a giudicare l'Oriente in base ai propri valori culturali": in questo modo la diversità dell'islam, che avrebbe potuto minacciare il cristianesimo, viene eliminata, e l'islam stesso diventa un modello di devozione per i cristiani.[72][nota 4]

Anche le religioni indiane vengono dipinte come forme di cristianesimo decaduto, lodevoli per la loro devozione ma al tempo stesso manchevoli nell'oggetto della loro devozione: anche in questo caso l'Altro viene sostanzialmente appiattito sullo Stesso: Mandeville minimizza la differenza tra Stesso e Altro ma ne sottolinea l'esistenza.[73][nota 5]

Il popolo considerato più negativamente da Mandeville sono gli ebrei, per i quali viene esclusa (a differenza che per gli altri popoli, musulmani o asiatici) la possibilità di una salvifica conversione al cristianesimo: questa posizione dipende certamente dall'antisemitismo europeo e forse è influenzata anche dal fastidio per la prossimità geografica degli ebrei all'Europa e dal netto rifiuto opposto dagli ebrei alla verità cristiana.[74] Gli ebrei sono immediatamente dipinti come assassini di Cristo, insistendo sulla loro crudeltà nei suoi confronti; complottano per avvelenare tutti i cristiani, secondo una diceria comune nell'Europa coeva; al tempo dell'Anticristo saranno suoi alleati contro i cristiani ...[75] In conclusione, gli ebrei rappresentano per Mandeville l'opposto sia dei cristiani europei sia dei popoli potenzialmente cristiani, quindi non ne viene esaltata alcuna qualità positiva:[76] il male assoluto dell'Altro ebreo, come quello delle razze mostruose, era necessario come contrappeso all'identità dello Stesso cristiano, che altrimenti sarebbe stato indebolito dalla sua somiglianza coll'Altro musulmano e asiatico.[77]

In conclusione l'opera di Mandeville consolida il primato dell'Europa cattolica, rispetto alla quale gli altri popoli sono simili ma imperfetti, auspicando che queste imperfezioni vengano rimosse dalla conversione all'unica vera fede cattolica: fu questo concetto a far pensare a Colombo e ad altri colonizzatori europei di poter facilmente convertire al cristianesimo le popolazioni indigene da loro incontrate, essendo queste naturalmente predisposte a perfezionare la loro fede imperfetta.[78][nota 10]

Note[modifica]

Annotazioni
  1. 1,0 1,1 1,2 Da notare questa riflessione in netto contrasto col pensiero della Chiesa dell'epoca, secondo la quale non c'era salvezza al di fuori del cattolicesimo:

    (IT)
    « Benché tutta questa gente non segua gli articoli di fede che seguiamo noi, tuttavia, data la loro naturale buona fede e le loro buone intenzioni, sono convinto che Dio li ama e ne accoglierà le opere di buon grado, come fece con Giobbe, che era pagano, e tuttavia venne eletto suo fedele servitore. Anche se al mondo vi sono tante diverse religioni, io credo che Dio ami tutti quelli che amano lui, servendolo umilmente con lealtà, disprezzando la gloria di questo mondo, come fa quella gente e come fede pure Giobbe.
    Disse infatti il Signore per bocca del profeta Osea: «Ponam eis multiplices leges meas»; e poi ancora in un altro punto: «Qui totum orbem subdit suis legibus». E anche nel Vangelo nostro Signore dice: «Alias oves habeo, quae non sunt ex hoc ovili», il che significa ch'egli ha anche altri servi oltre a quelli che sono di religione cristiana.
    Con questo si accorda la visione avuta da San Pietro a Giaffa, quando l'angelo discese dal cielo e gli mise davanti diverse bestie, come serpenti e altri animali che strisciano sulla terra, e in grande quantità, e gli ordinò di prendere e mangiare. San Pietro rispose dicendo: «Io non mangio mai animali immondi». Al che l'angelo replicò: «Non dicas immunda quae Deus mundavit». Questo per significare che non bisogna disprezzare alcun essere terrestre per la sua diversa religione, perché noi non sappiamo chi Dio ama, né chi Dio odia. Per questo motivo, quando si recita il De profundis, lo si recita per tutti quanti insieme ai cristiani, pro animabus omnium defunctorum pro quibus sit orandum. Per questo dico che questa gente, tanto onesta e fedele, è amata da Dio. È tra gente simile ch'egli sceglie i suoi profedi, e così ha sempre fatto. »

    (EN)
    « And aƚƚ be it þat theyse folk han not the articles of oure feytℏ as wee han, natℏeles for hire gode feytℏ natureƚƚ & for hire gode entent I trowe fully þat god louetℏ hem & þat god taketℏ hire seruyse to gree, rigℏt as he did of IOB þat was a paynem & held him for his trewe seruant. And þerfore aƚƚ be it þat þere ben many dyuerse lawes in the world, ȝit I trowe þat god louetℏ alweys hem þat louen him & seruen him mekely in troutℏe And namely hem þat dispysen the veyn glorie of this world, as þis folk don & as job did also.
    And þerfore seyde oure lord be the moutℏ of OZEE the propℏete: "PONAM EIS MULTIPLICES LEGES MEAS." And also in another place: "QUI TOTUM ORBEM SUBDIT SUIS LEGIBUS." And also oure lord seytℏ in the gospeƚƚ: "ALIAS OUES HABEO, QUE NON SUNT EX HOC OUILI." Þat is to seyne þat he hadde otℏere seruauntes þan þo þat ben vnder cristene lawe.
    And to þat acordetℏ the avisioun þat seynt PETER saugℏ at IAFF, How the aungel cam from heuene & brougℏte before him dyuerse bestes as serpentes & oþer crepynge bestes of the ertℏe & of oþer also gret plentee, and bad him take & ete. And seynt PETER answerde: I ete neuer, quod he, of vnclene bestes. And þanne seyde the aungeƚƚ: "NON DICAS INMUNDA QUE DEUS MUNDAUIT." And þat was in tokene þat noman scholde haue in despite non ertℏely man for here dyuerse lawes, For wee knowe not whom god louetℏ ne whom god hatetℏ. And for þat ensample whan men seyn DE PROFUNDIS: þei seyn it in comoun & in generaƚƚ, with the cristene: "PRO ANIMABUS OMNIUM DEFUNCTORUM PRO QUIBUS SIT ORANDUM." And þerfore seye I of this folk þat ben so trewe & so feythfuƚƚ, þat god louetℏ hem, For he hatℏ amonges hem many of the prophetes & aƚƚwey hatℏ had. »
    (cap. XXXII ["Cotton Text"])

  2. 2,0 2,1 2,2 Verso l'inizio della descrizione di Gerusalemme:

    (IT)
    « Da quelle parti [i dintorni di Gerusalemme] vivevano allora molti uomini santi e molti santi eremiti, di cui parla il libro delle vite dei Padri, eppure ora quelle terre sono nelle mani dei pagani e dei saraceni. Ma, quando Dio onnipotente lo vorrà, quelle terre perdute dai cristiani per i loro peccati, verranno da loro riconquistate con l'aiuto di Dio. »

    (EN)
    « And þere was in þat tyme many gode holy men & holy heremytes of whom the book of fadres lyfes speketℏ & þei ben now in paynemes & sarazines hondes, But whan god aƚƚ myghty wole rigℏt als the londes weren lost þorgℏ synne of cristene men, so schuƚƚ þei ben wonnen aȝen be cristen men þorgℏ help of god. »
    (cap. X ["Cotton Text"])

    Durante l'intera descrizione della Terrasanta (capp. X-XIV) i frequentissimi richiami biblici e le precisissime descrizioni dei luoghi santi (spesso le distanze sono indicate addirittura in passi e sono numerati i gradini delle scale) si accompagnano a martellanti citazioni di chiese cristiane del tutto o in parte distrutte o perlomeno abbandonate dagli ecclesiastici che vi vivevano, a sottolineare il declino del cristianesimo nella regione.
  3. Nonostante i frequentissimi riferimenti alla fede cristiana cattolica, filo rosso che si snoda lungo tutto il percorso in Egitto e in Palestina, non mancano critiche al cattolicesimo in favore di altre confessioni cristiane. Ad esempio, in favore degli ortodossi:

    (IT)
    « Benché i greci siano cristiani, la loro dottrina [ortodossa] si differenzia dalla nostra [cattolica]. Essi infatti sostengono che lo Spirito Santo non procede dal Figlio, ma soltanto dal Padre; e non ubbidiscono alla chiesa di Roma né al papa, affermando che il loro patriarca ha tanto potere dall'altra parte del mare quanto il papa ne ha da questa. Perciò papa Giovanni XXII mandò loro diverse lettere per spiegare come la fede cristiana dovesse essere una sola, e come essi dovessero sottomettersi al papa, vicario di Dio sulla terra, al quale Dio aveva dato il potere di legare e di assolvere, e al quale dunque bisognava sottostare. Ed essi gli mandarono diverse risposte, dicendogli fra l'altro: «Potentiam tuam summam circa tuos subiectos firmiter credimus. Superbiam tuam summam tolerare non possumus. Avaritiam tuam summam satiare non intendimus. Dominus tecum; quia Dominus nobiscum est». Il che vuol dire: «Sappiamo bene che il tuo potere è grande sui tuoi sudditi, ma noi non possiamo tollerare la tua grande superbia. Non intendiamo saziare la tua somma avarizia. Che Dio sia con te, come Dio è con noi». E da loro non ebbe altra risposta. »

    (EN)
    « And ȝif aƚƚ it so be þat men of Grece ben cristene ȝit þei varien from oure feith For þei seyn þat the holy gost may not come of the sone but aƚƚ only of the fadir. And þei are not obedyent to the chirche of Rome ne to the pope And þei seyn þat here Patriark hath as meche power ouer the see as the Pope hath on this syde the see. And þerfore Pope Joℏn the .xxij. sende lettres to hem how cristene feith scholde ben aƚƚ on & þat þei scholde ben obedyent to the Pope þat is goddes vicarie on erthe to whom god ȝaf his pleyn powere for to bynde & to assoille & þerfore þei scholde ben obedyent to him. And þei senten aȝen dyuerse answeres & amonges othere þei seyden þus: "POTENCIAM TUAM SUMMAM CIRCA TUOS SUBIECTOS FIRMITER CREDIMUS SUPERBIAM TUAM SUMMAM TOLERARE NON POSSUMUS AUARICIAM TUAM SUMMAM SACIARE NON INTENDIMUS. DOMINUS TECUM QUIA DOMINUS NOBISCUM EST". Þat is to seye: Wee trowe wel þat thi power is gret vpon thi subgettes. Wee may not suffre thin high pryde Wee ben not in purpos to fulfille thi gret couetyse. lord be with þe for oure lord is with vs. fare weƚƚ. And oþer answere mygℏte he not haue of hem. »
    (cap. III ["Cotton Text"])

    Particolarmente interessante un ragionamento presente, in questa forma estesa, solo nel manoscritto Egerton:

    (IT)
    « Il popolo che vive in quel paese è chiamato Numidi, e sono cristiani. Ma sono di colore nero; e considerano questa caratteristica molto bella, e più sono neri più pensano di essere belli. E dicono che se dovessero dipingere un angelo e un demone, dipingerebbero l'angelo nero e il demone bianco. »

    (EN)
    « Þe folk þat wones in þat cuntree er called Numidianes, and þai are cristned. Bot þai er blakk of colour; and þat þai hald a grete bewtee, and ay þe blakker þai er þe fairer þam think þam. And þai say þat, and þai schuld paynt ane aungell and a fende, þai wald paynt þe aungell black and þe fende qwhite. »
    (cap. VII ["Egerton Text"])

    La conclusione di questo ragionamento sarebbe apparsa mostruosa ad un europeo dell'epoca, ma Mandeville mostra come questo modo di procedere ["più sono neri più pensano di essere belli", per cui si ha "l'angelo nero e il demone bianco"] sia perfettamente logico: di conseguenza, l'europeo capisce come l'Altro non ragioni in modo differente dallo Stesso, bensì semplicemente parta da premesse differenti.
  4. 4,0 4,1 Molto significativo il brano in cui il sultano rimprovera i peccati dei cristiani e per contro Mandeville sottolinea la devozione dei musulmani:

    (IT)
    « A questo proposito, vi devo raccontare che cosa mi disse un giorno il sultano in camera sua. Prima fece uscire tutti quanti, signori o no, perché voleva parlarmi in privato. Poi sull'istante mi domandò come si comportavano i cristiani dalle nostre parti. Io gli risposi: «Molto bene, grazie a Dio».
    Ed egli a me: «Non è affatto vero! Voi cristiani neppure pensate al modo indegno in cui servite Dio! Dovreste essere d'esempio agli altri nell'agir bene, e invece insegnate ad agir male. Così la gente nei giorni di festa, invece d'andare in chiesa a servire Iddio, se ne va nelle taverne, e là si dà notte e giorno agli stravizi, mangiando e bevendo come gente senza ragione, che non sanno quando smettere. I cristiani poi si sforzano in tutte le maniere possibili per ostacolarsi e truffarsi l'uno con l'altro. Sono inoltre così tronfi che non sanno mai come vestirsi: ora indossano abiti lunghi, ora corti, ora stretti, ora larghi, a volte con la spada, a volte col pugnale, in tutte le possibili maniere. Dovrebbero essere semplici, umili, sinceri e caritatevoli come lo fu Gesù in cui credono, e invece sono tutto il contrario, sempre inclini al male e ad agir male. Sono così avidi che, per un po' di soldi, venderebbero le loro figlie, le loro sorelle e le loro stesse mogli come meretrici. Ognuno si prende la moglie dell'altro, nessuno mantiene la parola data, e tutti infrangono continuamente la legge data loro da Gesù Cristo per la loro salvezza. Così per i loro peccati hanno perduto tutto questo paese, che ora è nostro. A causa dei loro peccati, il loro Dio l'ha passato nelle nostre mani, non tanto per la nostra forza, quanto per i loro stessi errori. Noi sappiamo bene, con assoluta certezza, che se servirete Dio, Dio poi vi aiuterà, e quando lui sarà dalla vostra parte, nessuno potrà mettervisi contro. Sappiamo dalle nostre profezie che i cristiani si riprenderanno questa terra dalle nostre mani, non appena serviranno Dio con maggiore devozione; ma finché essi condurranno una vita disonesta e impura (come fanno ora), noi non avremo di loro alcun timore, perché il loro Dio non li aiuterà in alcun modo».
    [...] Ah, che ignominia per la nostra fede e la nostra dottrina, farci riprendere e biasimare per i nostri peccati da gente estranea alla nostra religione: gente che dovrebbe essere convertita a Gesù Cristo e alla sua dottrina per mezzo del nostro buon esempio e della dedizione della nostra vita a Dio, e che invece, a causa del nostro modo di vivere malvagio e sciagurato, molto lontano ed estraneo alla santità della vera fede, deve ammonirci e deplorarci come infami e iniqui peccatori. E bisogna riconoscere che i saraceni sono devoti e fedeli, che seguono rigorosamente i comandamenti del Corano, il libro sacro mandato loro da Dio attraverso Maometto, il suo messaggero, al quale, dicono, lo stesso angelo San Gabriele rivelò più volte il volere di Dio. »

    (EN)
    « And þerfore I schaƚƚ teƚƚ ȝou what the Soudan tolde me vpon a day in his chambre. He leet voyden out of his chambre aƚƚ maner of men, lordes & oþere, for he wolde speke with me in conseiƚƚ. And þere he asked me how the cristene men gouerned hem in oure contree, and I seyde him right wel, thonked be god.
    & he seyde me treulycℏ nay, for ȝee cristene men ne reccℏe right nogℏt how vntrewly to serue god; ȝee scholde ȝeuen ensample to the lewed peple for to do wel & ȝee ȝeuen hem ensample to don euyƚƚ. for the comownes vpon festyfuƚƚ dayes whan þei scholden gon to chirche to serue god, þan gon þei to tauernes & ben þere in glotony aƚƚ þe day & aƚƚ nygℏt & eten & drynken as bestes þat haue no resoun & wite not whan þei haue ynow. And also the cristene men enforcen hem in aƚƚ maneres þat þei mowen for to fighten & for to desceyuen þat on þat other, And þerewithaƚƚ þei ben so proude þat þei knowen not how to ben clothed, now long, now schort, now streyt, now large, now swerded, now daggered & in aƚƚ manere gyses. Þei scholden ben symple meke & trewe & fuƚƚ of almesdede as Ihesu was in whom þei trowe, but þei ben aƚƚ the contrarie & euere enclyned to the euyƚƚ & to don euyƚƚ. And þei ben so coueytous þat for a lytyƚƚ syluer þei sellen here dougℏtres, here sustres & here owne wyfes to putten hem to leccherie, And on withdrawetℏ the wif of anotℏer & non of hem holdetℏ feytℏ to anotℏer, but þei defoulen here lawe þat Ihesu crist betook hem to kepe for here saluacioun. And þus for here synnes han þei lost aƚƚ this lond þat wee holden. For for hire synnes here god hatℏ taken hem in to oure hondes, nogℏt only be strengtℏe of oureself, but for here synnes. For wee knowen wel in verry sotℏ þat whan ȝee seruen god god wil helpe ȝou, And whan he is with ȝou noman may ben aȝenst ȝou. And þat knowe we wel be oure prophecyes, þat cristene men schuƚƚ wynnen aȝen this lond out of oure hondes whan þei seruen god more deuoutly. But als longe as þei ben of foul & of vnclene lyvynge as þei ben now wee haue no drede of hem in no kynde, for here god wil not helpen hem in no wise.
    [...] Allas, þat it is gret sclaundre to oure feitℏ & to oure lawe, whan folk þat ben withouten lawe schuƚƚ repreuen vs & vndernemen vs of oure synnes, And þei þat scholden ben conuerted to crist & to the lawe of Ihesu be oure gode ensamples & be oure acceptable lif to god, & so conuerted to the lawe of Ihesu crist, ben þorgℏ oure wykkedness & euyƚƚ lyuynge fer fro vs & straungeres fro the holy & verry beleeve schuƚƚ þus appelen vs & holden vs for wykkede lyueres & cursede. And treuly þei sey sotℏ, For the sarazines ben gode & feytℏfuƚƚ, For þei kepen entierly the commandement of the holy book ALKARON þat god sente hem be his messager Machomet, to the whiche, as þei seyn, Seynt Gabrieƚƚ the aungel often tyme tolde the wille of god. »
    (cap. XV ["Cotton Text"])

  5. 5,0 5,1 5,2 In India, raccontando di una processione in onore di un idolo:

    (IT)
    « Davanti al carro vanno per prime in processione tutte le ragazze del luogo, perfettamente ordinate a due a due. Dopo le ragazze vanno i pellegrini. Alcuni fra questi si buttano a terra sotto le ruote del carro, lasciandosi travolgere in modo da morire al più presto. Alcuni tuttavia rimangono con braccia o gambe spezzate, oppure con i fianchi rotti. E fanno tutto questo per amore del loro dio, con totale abnegazione. Sono convinti che quanto più sono i dolori e i triboli sofferti per amore del loro dio, tanto più sarà la gloria che godranno in un altro mondo. Insomma, io credo che dei tanti dolori e patimenti da loro sofferti per amore del loro idolo, neppure la decima parte verrebbe sopportata da un cristiano per amore di nostro Signore Gesù Cristo. »

    (EN)
    « And before the chare gon first in processioun aƚƚ the maydenes of the contree .ij. & .ij. togydere fuƚƚ ordynatly, And after the maydenes gon the pilgrymes And summe of hem fallen doun vnder the wheles of the chare & lat the chare gon ouer hem, so þat þei ben dede anon. And summe han here armes or here lymes aƚƚ tobroken & somme the sydes, & aƚƚ this don þei for loue of hire god in gret devocioun. And hem thinketℏ þat the more peyne & the more tribulacioun þat þei suffren for loue of here god, the more ioye þei schuƚƚ haue in another world And schortly to seye ȝou, þei suffren so grete peynes & so harde martyrdomes for loue of here ydole þat a cristene man I trowe durst not taken vpon him the tentℏe part the peyne for loue of oure lord Ihesu crist. »
    (cap. XIX ["Cotton Text"])

  6. (IT)
    « Vicino c'è un'altra isola dove le donne fanno un gran lutto quando nascono i loro bambini; e quando muoiono, fanno grandi festeggiamenti, baldorie e gozzoviglie, e poi li gettano in un gran fuoco ardente. Quelle che amano davvero i loro mariti, se i loro mariti muoiono, si gettano anch'esse nel fuoco con i loro bambini e si lasciano bruciare. Dicono che il fuoco le purificherà da ogni macchia e da ogni vizio, ed esse raggiungeranno ripulite e terse i loro mariti nell'altro mondo, conducendo con sé anche i figli. Il motivo per cui piangono quando i bambini nascono è che, venendo al mondo, quelli vengono alla fatica, al dolore e agli affanni. Fanno invece festa e allegria alla loro morte perché dicono che allora vanno in paradiso, dove scorrono fiumi di latte e miele, dove si vive in letizia e in abbondanza di beni, senza dolore e senza fatica. »

    (EN)
    « After þat is anoþer yle where þat wommen maken gret sorwe whan hire children ben yborn And whan þei dyen þei maken gret feste & gret ioye & reueƚƚ & þanne þei casten hem into a gret fuyr brennynge. And þo þat louen wel hire husbondes, ȝif hire husbondes ben dede, þei casten hem also in the fuyr with hire children & brennen hem. And þei seyn þat the fuyr schaƚƚ clensen hem of aƚƚ filtℏes & of aƚƚ vices And þei schuƚƚ gon pured & clene into anoþer world to hire husbondes, & þei schuƚƚ leden hire children with hem. And the cause whi þat þei wepen whan hire children ben born is þis: for whan þei comen into this world, þei comen to labour, sorwe and heuyness. And whi þei maken ioye and gladnesse at hire dyenge is because þat as þei seyn þanne þei gon to paradys, where the ryueres rennen mylk & hony, where þat men seen hem in ioye & in habundance of godes, withouten sorwe & labour. »
    (cap. XXXI ["Cotton Text"])

  7. (IT)
    « Oltre quell'isola ce n'è un'altra, grande, bella e prospera, nella quale la gente è buona e onesta, e vive secondo le proprie convinzioni e la propria buona fede. Benché non si battezzino e non abbiano una vera religione, tuttavia la loro legge naturale è colma di virtù, ed essi rifuggono da ogni vizio, ogni malizia e ogni peccato. Non sono affatto superbi, né avari, né invidiosi, né accidiosi, né golosi, né lussuriosi. Non fanno agli altri quello che non vogliono che sia fatto a loro, e dunque adempiono tutti e dieci i comandamenti di Dio, senza curarsi di averi e di ricchezze. Non mentono mai, e non giurano in nessuna occasione, ma dicono semplicemente sì e no: sostengono che chi giura vuole ingannare il prossimo, e perciò tutto quello che fanno, lo fanno senza giuramenti.
    Quell'isola viene chiamata da alcuni isola di Bragman, e da altri terra della Fede. Il suo territorio è attraversato da un grande fiume che si chiama Thebe. In genere tutte le popolazioni di quelle zone e delle regioni dei dintorni sono più leali di quelle di qualsiasi altro paese, e sono più oneste delle altre in tutto.
    In quell'isola non ci sono ladri, né assassini, né prostitute, né mendicanti, nessuno è mai morto ammazzato in quel paese. La gente è casta e conduce vita morigerata, come dei religiosi, e ogni giorni fa digiuno. Essendo così onesti e leali e pieni di buone qualità, quelli non sono mai stati colpiti da tempeste, tuoni, lampi, grandine, né da pestilenze, guerre, fame, né da alcuno degli altri triboli da cui tante volte siamo stati colpiti noi per i nostri peccati. Pare proprio che Dio li ami, e sia soddisfatto della loro fede e delle loro buone opere.
    Ed essi credono fermamente in Dio, creatore di tutte le cose, e lo venerano. Non danno alcuna importanza alle cose terrene, e sono perciò retti in tutto. Vivono in modo così regolare, così sobrio nel mangiare e nel bere, da mantenersi in vita molto a lungo. I più muoiono senza malattia, quando vien meno la natura, semplicemente di vecchiaia. »

    (EN)
    « AND beȝonde þat yle is anoþer yle gret & gode and plentifous where þat ben gode folk & trewe and of gode lyuynge after hire beleve and of gode feytℏ. And aƚƚ be it þat þei ben not cristned ne haue no perfyt lawe, ȝit natheles of kyndely lawe þei ben fuƚƚ of aƚƚ vertue & þei eschewen aƚƚ vices & aƚƚ malices & aƚƚ synnes. For þei ben not proude ne coueytous ne envyous ne wratℏfuƚƚ ne glotouns ne leccherous Ne þei don to no man oþer wise þan þei wolde þat oþer men diden to hem. And in this poynt þei fuƚƚfillen the .x. commandementes of god, And ȝif no charge of aveer ne of ricchess And þei lye not ne þei swere not for non occasioun, but þei seyn symply ȜE and NAY, For þei seyn he þat sweretℏ wil disceyue his neygℏbore; And þerfore aƚƚ þat þei don þei don it withouten otℏ.
    And men clepen þat yle the yle of BRAGMAN, And somme men clepen it the lond of feytℏ. And þorgℏ þat lond rennetℏ a gret ryuere þat is clept THEBE. And in generaƚƚ aƚƚ the men of þo yles & of aƚƚ the marches þereabouten ben more trewe þan in ony othere contrees þereabouten & more rigℏtfuƚƚ þan oþere in aƚƚ thinges.
    In þat yle is no thef ne mordrere ne comoun womman ne pore beggere ne neuere was man slayn in þat contree. And þei ben so chast & leden so gode lif as þat þei weren religious men, And þei fasten aƚƚ dayes. And because þei ben so trewe & so rightfuƚƚ & so fuƚƚ of aƚƚ gode condiciouns þei weren neuere greued with tempestes ne with thonder ne with leyt ne with hayl ne with pestylence ne with werre ne with hunger ne with non oþer tribulacioun, as wee ben many tymes amonges vs for oure synnes. Wherfore it semetℏ wel þat god louetℏ hem & is plesed with hire creance for hire gode dedes.
    Þei beleven wel in god þat made aƚƚ thinges & him þei worschipen. And þei preysen non erthely ricchess, And so þei ben aƚƚ rigℏtfuƚƚ And þei lyuen fuƚƚ ordynatly & so sobrely in mete & drynk, þat þei lyuen rigℏt longe. And the most part of hem dyen withouten sykness whan nature fayletℏ hem for elde. »
    (cap. XXXII ["Cotton Text"])

  8. Qui la distinzione:

    (IT)
    « Benché non riguardino il tragitto da percorrere, queste cose hanno attinenza con ciò che ho promesso almeno in parte di indicarvi, cioè i costumi e gli usi e le diversità dei vari paesi. Siccome quaesto è il primo paese che si differenzia da noi per religione e fede, e si discosta dalle convinzioni che abbiamo qui dalle nostre parti, io l'ho qui descritto proprio per farvi conoscere la differenza fra le credenze nostre e le loro. Fa infatti un gran piacere sentir parlare di cose insolite di paesi diversi. »

    (EN)
    « AND aƚƚ be it þat þeise thinges touchen not to .o. way neuertheles þei touchen to þat þat I haue hight ȝou to schewe ȝou a partie of custumes & maneres & dyuersitees of contrees. And for this is the firste contree þat is discordant in feyth & in beleeue & varieth from oure feyth on this half the see, þerefore I haue sett it here, þat ȝee may knowe the dyuersitee þat is betwene oure feyth & theires. For many men han gret likyng to here speke of straunge thinges of dyuerse contreyes. »
    (cap. IV ["Cotton Text"])

  9. In particolare:

    (IT)
    « Secondo loro, infatti, se realmente Gesù Cristo fosse stato crocifisso, Dio avrebbe agito ingiustamente, perché avrebbe tollerato che un innocente fosse posto in croce, senza colpa. Su questo punto dicono che noi sbagliamo, facendo torto all'immensa giustizia di Dio.
    In questo la loro fede manca. Per il resto essi riconoscono che le opere di Gesù Cristo sono buone, che le sue parole, le sue azioni, la sua dottrina e i suoi vangeli sono veri, come sono veri i suoi miracoli; riconoscono che altrettanto buona è la beata Vergine Maria, santamente illibata sia prima che dopo la nascita di Gesù Cristo; riconoscono infine che tutti quelli che credono in Dio fermamente saranno salvati. Siccome sono così vicini alla nostra fede, potrebbero essere facilmente convertiti alla dottrina cristiana, se si andasse da loro a predicare, indicando chiamente l'insegnamento di Gesù Cristo e illustrando le varie profezie. [...] Sicché essi hanno molti punti in comune con la nostra fede, pur senza la perfezione di fede e di dottrina di noi cristiani. »

    (EN)
    « And þei seyn ȝit þat, & he had ben crucyfyed, þat god had don aȝen his rightwisness for to suffre Ihesu crist þat was Innocent to ben put vpon the cros withouten gylt. And in this article þei seyn þat wee faylen & þat the gret rigℏtwisness of god ne myℏte not suffre so gret a wrong.
    And in this fayletℏ here feytℏ, For þei knoulechen wel þat the werkes of Ihesu crist ben gode & his wordes & his dedes & his doctryne be his gospelles weren trewe & his meracles also trewe & the blessede virgine Marie is good & holy mayden before & after the birtℏe of Ihesu crist, And þat aƚƚ þo þat beleuen perfectely in god schul ben saued. And be cause þat þei gon so ny oure feytℏ þei ben lyghtly conuerted to cristene lawe whan men preche hem And schewen hem distynctly the lawe of Ihesu crist & whan <men> tellen hem of the prophecyes. [...] so þat þei han many gode articƚes of oure feytℏ, aƚƚ be it þat þei haue no parfite lawe & feytℏ as cristene men han. »
    (cap. XV ["Cotton Text"])

  10. (IT)
    « Dovete comunque sapere che in tutti quei paesi e in tutte quelle isole, fra tutte quelle diverse popolazioni di cui vi ho parlato, pur con tutte le loro diverse fedi e religioni, non c'è nessuno, salvo pochissimi, che non possegga dentro di sé un po' di religione e d'intelletto, e che non segua certi articoli della nostra fede o certi punti validi del nostro credo. Anch'essi credono in Dio che ha dato forma a tutte le cose ed ha creato il mondo, e lo chiamano Dio della natura, secondo quanto dice il profeta: «Et metuent eum omnes fines terrae». E altrove: «Omnes gentes servient ei»; che significa: «Tutte le genti lo serviranno».
    Di queste cose però essi non sanno parlare propriamente, perché nessuno gliele insegna, e possono soltanto arguirle col loro ingegno naturale. »

    (EN)
    « And ȝee schuƚƚ vndirstonde þat of aƚƚ þeise contrees & of aƚƚ þeise yles & of aƚƚ the dyuerse folk þat I haue spoken of before & of dyuerse lawes & of dyuerse beleeves þat þei han, ȝit is þere non of hem alle but þat þei han sum resoun within hem & understondynge, but ȝif it be the fewere, & þat han certeyn Articƚes of oure feitℏ & summe gode poyntes of oure beleeve. And þat þei beleeven in god þat formede aƚƚ þing & made the world And clepen him god of nature, after þat the prophete seytℏ: "ET METUENT EUM OMNES FINES TERRE," And also in anoþer place: "OMNES GENTES SERUIENT EI," Þat is to seyne: Alle folk schul seruen him.
    But ȝit þei cone not speken perfytly, for þere is no man to techen hem, but only þat þei cone deuyse be hire natureƚƚ wytt. »
    (cap. XXXIV ["Cotton Text"])

Fonti
  1. 1,0 1,1 Brilli, p. 30.
  2. Petech, pp. 18-20.
  3. Petech, pp. 21-23.
  4. 4,0 4,1 Vedi Roccaforte.
  5. Petech, pp. 23-25.
  6. Petech, pp. 25-26.
  7. Petech, pp. 27-28.
  8. Petech, p. 28.
  9. Vedi Babinger.
  10. Petech, pp. 31-33.
  11. Petech, pp. 33-34.
  12. Petech, pp. 35-37.
  13. Menestò, pp. 56-60.
  14. Petech, p. 37.
  15. Menestò, pp. 50-52.
  16. Menestò, p. 53-55.
  17. Leonardi, p. 70.
  18. Leonardi, pp. 70-71.
  19. Leonardi, pp. 72-73.
  20. Leonardi, p. 75.
  21. Leonardi, pp. 75-76.
  22. Leonardi, pp. 76-77.
  23. Leonardi, pp. 77-78.
  24. Leonardi, p. 78.
  25. Brilli, p. 33.
  26. Moseley 2015, pp. 1-2.
  27. Moseley 2015, p. 2.
  28. Moseley 2015, pp. 2-3.
  29. Barisone, pp. XII-XIII.
  30. Barisone, p. XIV.
  31. 31,0 31,1 Moseley 2015, p. 5.
  32. Moseley 2015, pp. 10-11.
  33. Moseley 1981, pp. 89-90.
  34. Moseley 2015, pp. 9-10.
  35. Barisone, pp. XVIII-XIX.
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Bibliografia[modifica]

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Giovanni da Pian del Carpine
  • Giovanni di Pian di Carpine, Storia dei Mongoli, a cura di Enrico Menestò et al., Fondazione Centro italiano di studi sull'alto medioevo, 2006 [1989], ISBN 88-7988-435-2.
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  • Kathryn A. Montalbano, Misunderstanding the Mongols: Intercultural Communication in Three Thirteenth Franciscan Travel Accounts, in A Journal of History, L, nº 4, 2015, pp. 588-610, DOI:10.1353/lac.2015.0020.
Guglielmo di Rubruck
  • Guglielmo di Rubruc, Viaggio nell'Impero dei Mongoli, Marietti, 2007 [2002], ISBN 978-88-211-6511-5.
    • Gian Luca Potestà, Introduzione, in Viaggio nell'Impero dei Mongoli, Marietti, 2007 [2002], pp. IX-XXXV, ISBN 978-88-211-6511-5.
Odorico da Pordenone
John Mandeville

Testi tratti da: testo originale online presso il sito della University of Michigan ("Cotton Text"; "Egerton Text"); traduzione italiana e numerazione dei capitoli da Barisone 1982 (trad. "Cotton Text"); vedi anche Zambrini 1870 (manoscritti italiani del XV secolo)