Utente:Stefanomencarelli/sandbox

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Varie[modifica]

Harpoon Lanzara, Leonardo, RiD Apr 2004[modifica]

Questo missile multiruolo venne usato come arma aria-superficie, per ovviare a sistemi più sofisticati ma dalla gestazione più lunga. Concepito attorno al '65 come arma aeroportata per distruggere i sottomarini sovietici, che all'epoca erano costretti ad emergere una mezz'oretta per tirare i loro missili nucleari, da qui il loro nome (arpione) quasi a significare come i loro obiettivi fossero questi minacciosi 'cetacei'. Oramai ne sono stati prodotti oltre 7.000, pari a circa il 45% del mercato mondiale, con oltre 20 nazioni e ancor più forze armate che l'hanno utilizzato.Il progetto ebbe un via formale nel '68, dopo due anni l'ammiraglio Zumwalt deide però disposizione, come capo delle Operazioni navali, di ampliarne l'impiego anche come mezzo antinave da parte di sottomarini e navi di superficie, data l'esperienza dell'affondamento dell'Eilat dell'ottobre del '67; la MDD, finalista assieme alla GD per il concorso, nel giugno del '71 ebbe il via libera per il suo progetto, e il primo missile volò come AGM-84A il 17 ottobre 1972, circa 5 anni dopo l'affondamento dell'Eilat israeliano; il 15 novembre, sorprendentemente, ebbe luogo anche il primo tiro dell'UGM-84A, da sottomarini, e il primi attacco simulato venne eseguito contro la nave Ingersoll (un vecchio cacciatorpediniere) già il 20 dicembre, con un pop-up e attacco finale a pelo d'acqua. Dopo circa 10 anni di richieste per un'arma antinave in risposta a quelle sovietiche, la via sembrava tracciata. La gittata di 90 km venne imposta dopo la firma del contratto, per cui fu possibile e necessario sostituire al volo il razzo (che lo faceva assomigliare ad un Exocet) con un motore Teledyne J402-CA-400. Nel '74 vi fu la prima campagna tiri con ben 31 centri su 36 lanci, ma nemmeno questo risultato (5 missili a segno su ogni sei lanciati o l'86%), parve piacere e si vollero altre modifiche che arrivarono a ben 11 su 12, ovvero il 93%; raggiungendo così la stessa affidabilità dimostrata poco tempo prima dall'Exocet, ma oramai i missili erano già entrati in servizio operativo. L'Harpoon era capace di avvicinarsi a pelo d'acqua e di attivare il radar entro i 10-15 km dal bersaglio, lasciandogli così poco più di 30 secondi per reagire. La versione RGM-84A divenne operativa nel '77 a bordo della USS Downes, che è una fregata classe Knox opportunamente adattata; l'AGM-84A aria-superficie, che pure era stato sviluppato prima, divenne invece un'arma in servizio dal '79 con i P-3 Orion, e poi numerosi altri tipi, persino i B-52 dell'USAF. Infine toccò all'UGM-84A, nel 1981. Curiosamente il missile Harpoon per navi, l'ultimo ad essere richiesto, fu il primo ad entrare in linea, grossomodo in simultanea con l'Otomat e con il missile Exocet. I B-52 ne sono stati tra i più eminenti utilizzatori, i G, e in seguito, gli H, ne hanno avuti fino a 12 durante gli anni '80, per colpire rapidamente tutti gli oceani del globo; a metà anni '80 ne vennero modificati 30 (B-52G) e poi toccherà, negli anni '90 (radiati i 'G') a tutti i tipi B-52H.

La testata dell'Harpoon pesa circa 227 kg ma nonostante fosse la più pesante dei missili SSN occidentali, eccetto il TASM apparso successivamente, essa era stata considerata relativamente poco potente. Eppure, il 24 marzo 1986 nelle battaglie contro la Libia gli A-6E non ebbero problemi, dopo il decollo dalla USS America, tirando due AGM-86C contro la corvetta Shakara, affondandola, mentre sei giorni dopo l'USS Yorktown mise KO un'altra nave analoga con un missile RGM-84A e un RGM-84C, e il 25 marzo un altro A-6E della USS Saratoga colpì con un AGM-84C una 'Nanuckha'; gli Harpoon vennero usati anche dagli iraniani con successo contro le navi irakene, incluse le 'Osa', ma fecero più notizia gli scontri in cui la USS Simpson (FFG-56) lanciò, il 18 aprile 1988, dei missili contro la Joshan (una 'Combattante II'), assieme all'USS Wainwright (CG-26), per un totale di 4 armi, pare del tipo RGM-84D. Un Harpoon della nave iraniana, che avrebbe iniziato l'attacco (del tipo A), o forse due secondo altre fonti, non ebbe successo a causa dei chaff dell'incrociatore, che ne era bersaglio ma che non aveva alcuna intenzione di fare la fine dell'USS Stark un anno prima. Notare come non vennero usate armi contro i missili, che però non riuscirono a colpire il bersaglio di poco; le armi americane andarono a segno e nel pomeriggio un A-6 colpì con un altro missile la SAHAND (fregata classe Saam), colpita anche da una AGM-62 Walleye e un AGM-123 Skipper; altri due missili Harpoon Block IC vennero lanciatida un A-6 e dal caccia J.Strauss. Infine nel 1991 vi fu una segnalazione di una nave irakena intenta nella posa di mine, affondata da una fregata saudita.

Tecnicamente, l'Harpoon è un'arma su quattro sezioni: guida, testata, motore, superfici di controllo, e infine il booster sistemato dietro il missile per ridurne la larghezza e la complessità, ma che non fa parte dell'ordigno vero e proprio una volta in volo e non è presente sugli AGM-84. Il sistema di guida è l'AN/DQS-44, con radar T.I. AN/DSQ-28, radar altimetro, unità controllo missile e altro ancora; vi è un computer digitale per il controllo della rotta e un Attitude reference Assembly o ARA, con tre giroscopi, meno preciso dell'INS vero e proprio, ma adeguato per l'Harpoon. Il calcolatore digitale IBM 4Pi SP-04 elabora la situazione con i dati dell'ARA e del radar-altimetro PR-53 con ampiezza di 13-15 gradi e frequenze dui 4-8 GHz, il radar è usato ovviamente come sensore principale, è in banda J, agilità di frequenza e capacità HOJ, attaccando la fonte delle ECM; la selezione dell'angolo di scoperta da valutare varia a seconda della precisione della designazione e varia in modalità, stretta, media e ampia. Possibilmente, con la RBL, Range and Bearing Launch, l'arma accende il sensore proprio all'ultimo per dare poco tempo alle ECM di contrastarlo; la procedura BOL (Bearing Only Launch) utilizza il radar come sensore di ricerca, con campo di scoperta di 90 gradi e funzionamento per la maggior parte del volo, ricercando il bersaglio con un percorso di ricerca preprogrammato; se il missile non trova niente, si autodistrugge al termine della combustione del carburante, circa 45 kg di cherosene. L'arma è sofisticata, ma non eccessivamente, e non distingue i bersagli, così che in Desert Storm si preferì non usarla o quasi. Quanto alla propulsione, la capsula ENCAP serve per il lancio da parte dei tls da 533 mm, a galleggiamento positivo, che si solleva fino a circa 500-600 metri dalla superficie prima di espellere l'arma. La propulsione è data da un motore J402-CA-400 da 300 kgs, circa come una V-1, ma per una velocità molto maggiore dato che si tratta di un'arma ben più piccola e aerodinamica; esso occupa la sezione A/B44G-1 come anche il serbatoio di JP-10 e le prese d'aria, solo ventrali, con un perscorso sinuoso attraverso il corpo dell'arma; da notare che questo motore era particolare all'atto della sua introduzione, essendo il primo turbogetto americano con un FADEC elettronico, l'avviamento era con cariche pirotecniche ed era possibile conservarlo in magazzino (nel tubo sigillato dell'Harpoon era meglio, indubbiamente, ma non l'avevano i missili aria-superficie) per 15 anni senza alcuna manutenzione. Le alette mobili di controllo del missile soo del tipo BSU-44/B, in coda, ripiegabili, con attuatori elettromeccanici, con escursione di 30 gradi su ciascun lato, mentre la portanza e stabilità sono propriamente delle 4 alette centrali BSU-42/B(tre) e BSU-43/B(una); il motore di spinta Thiokol/Aerojet è da 53,9 kN per 2,9 secondi, lungo appena 75 cm e pesante, nondimento, 160 kg, abbastanza per scagliare il missile a 580 metri di quota e ad una velocità sufficiente per azionare il motore a reazione, prima di distaccarsi e lasciare libero lo scarico di poppa. Con il lancio da aereo invece il missile picchia per 33 gradi fino alla quota di crociera, e se il lancio è fatto a bassa quota si può anche azionare il motore prima ancora del lancio, tanto è solo un turbogetto e non danneggia l'aereo. Però per il lancio da elicotteri sarebbe necessario un sistema a razzo, il che non è stato perfezionato, a quanto pare. L'Harpoon è disponibile anche in versioni autocarrate, quadrinate come del resto i lanciatori della nave, per la difesa costiera. La testata WDU-18/B è una SAP in acciaio, pesante circa 222 kg, non è chiaro se questo sia il peso (invero eccessivo) del solo esplosivo Destex, la spoletta esterna e interna aziona in genere l'arma meno di un secondo dopo l'impatto; è possibile usare in alternativa una testata telemetrica per fornire informazioni dopo il lancio e sull'esito dei test. La testata nucleare non è stata mai sviluppata, anche se c'era indubbiamente la possibilità di montarne una (il Tomawhak per esempio ne ha una da 113 kg circa).

L'evoluzione ha visto il Block 1A, con manovra d'attacco finale in picchiata, e le versioni d'addestramento A/R/U/TM-84A. L'UGM-84A inizialmente venne offerto solo ai fidati britannici, che la battezzarono GWS-60; il Block 1B è stato il primo modello modificato, noto come versione C per tutti i tipi di impiego, con relative versioni addestrative; del modello B non c'erano versioni operative, ma curiosamente le versioni d'addestramento sì. Le consegne dei modelli C iniziarono nel 1982. Il Block 1C o A/R/UGM-84D ebbe consegne dal 1984, con carburante JP-10 ad alta densità al posto del JP-6, per aumentare il raggio di circa il 10-15%, e con migliorie ai sistemi ECCM, waypoints sul perscorso per eseguire lanci con ogni direzione sul bersaglio e celare quella del lanciatore, la possibilità di far volare il missile sopra una certa quota per evitare che colpisse navi amiche, e la scelta tra la manovra d'attacco finale in picchiata dei tipi A e quella radente dei tipi C, e programmazione dei percorsi di ricerca più complessa dei tipi precedenti. I missili precedenti vennero aggiornati allo standard D, con 20.000 dollari l'uno, vantaggioso per armi che costavano oltre 400.000 l'una. C'erano le solite versioni d'addestramento per aerei, sottomarini e navi, e la CATM-84D non sganciabile ma sempre per compiti addestrativi, sia convertiti che di nuova costruzione. Alla fine degli anni '80 venne sviluppata la AGM e la RGM-84F o Block 1D con serbatoi allungati per un totale di 76,5 kg di JP-10, quasi raddoppiando la gittata, che inizialmente era vista come 90 km circa (50 nm), ma poi in pratica arrivata a 110 km; qui era quasi 200 km, grossomodo come l'Otomat, ma non era compatibile (come l'Otomat, del resto) con i sottomarini per l'eccessiva lunghezza; il primo lancio ebbe luogo nel settembre del '91 e ma ne vennero prodotti solo pochissimi: la Guerra fredda, dopotutto, era finita. La versione costiera dell'Harpoon, infine, comporta tre tipi di mezzi: lanciatori con 4 armi, veicolo controllo, veicolo radar, ma con la possibilità di usare anche dati provenienti da terze fonti che consentono tiri oltre l'orizzonte. Tra gli utenti, Danimarca e Corea del Sud.

I missili Harpoon hanno conosciuto una crescente diffusione, ma si sono anche evoluti rapidamente. Le armi autorizzate nell'FY76 erano del tipo 'base', quelle dell'FY78 erano i Block I con radar e software migliorati; FY80, Block IB con capacità di attacco a pelo d'acqua (prima era svolta una picchiata, anche se non con i primissili lanci), quota di volo di crociera più bassa,; FY82, autorizzato il Block IC con ulteriore miglioramento della triettoria sea skimming, waypoints, ricerca selezionabile con vari modes, maggior raggio d'azione e superiori ECCM; FY92, dopo ben 10 anni, il Block ID con raggio maggiorato, capacità di 'riattacco' del bersaglio per ovviare ai primi inganni, ma non prodotto; il Block IG dell'FY97 è stato usato come base del Block I C con capacità di riattacco e guida migliorata, solo per l'export; il FY00 ha visto il Block II con GPS e INS e capacità migliorate; per il futuro c'era il Block II+, con migliori capacità di combattimento costiere e altre migliorie. Ndel frattempo sono state migliorate anche le infrastrutture di comando e controllo della nave e le interfacce, dall'FY78 all'FY99 e così anche per il futuro.


Quanto alla versione aria-superficie, la SLAM la SLAM-ER sono tipi particolari, designati inizialmente AGM-84E SLAM (Stand Off Land Attack Missile), o Block 1E, solo aviolanciata. Iniziato il programma nel 1986, in attesa dell'AGM-137 TSSAM, venne modificato l'Harpoon e le consegne iniziaron nel tardo 1988; nel 1995 il TSSAM venne cancellato e così, da interim quale era, lo SLAM crebbe d'importanza e venne consegnato in quantità crescenti. Ebbe impiego dal '91 alla guerra contro la ex-Yugoslavia e l'ultimo venne consegnato nove anni dopo i primi. Nel 1996 ebbe luogo un miglioramento con un sistema automatico di pianificazione della missione per preparare i voli in appena 30 minuti anziché 3 ore, quando era necessaria la carta geografica e il calcolatore. Non sono mancati gli ATM-84E, CATM-84E, DATM-84E (per l'addestramento del personale a terra) e il NAEM-84E per la telemetria durante i test nei poligoni. LA versione navale è stata alfine prodotta, la RGM-84E SEA SLAM, ma poi cancellata nel '96 malgrado la positiva prova dei test fatti con due missili dall'USS Elliot (DD-967), con datalink informato da un F-18 e un SH-60.

Lo SLAM è diverso dall'Harpoon: ha la stessa testata, cellula e motore, a parte che sia lungo 4,45 m anziché 3,84 e 620 kg anziché 522 di peso al lancio; ma ha un INS/GPS e sistema IIR dell'AGM-65D Maverick II, il WGU-10B, e finalmente, un datalink (che avrebbe fatto molto comodo anche sull'harpoon a gittata maggiorata), l'AWW-13, che non è niente di nuovo, essendo quello della Walleye II. Il computer di bordo ottiene dati dal GPS e dall'INS e genera una posizione tridimensionale orientando la mira del sistema IIR per essere più preciso, il tutto con un dialogo interno tra sistemi di navigazione, radar altimetro e datalink. Durante il volo il missile segue un profilo programmato finché negli ultimi 60 secondi l'operatore del velivolo lo piglia in carico e attraverso l'immagine che gli viene data dal missile, lo indirizza a colpire qualche obiettivi specifico, che poi l'arma attacca di sua iniziativa senza altre correzioni, a meno che non vi sia una qualche ragione per farle. L'AGM-84H SLAM-ER è a gittata maggiorata, ER sta per Expanded Response o forse Extended Range, sviluppata dal 1994 e provata in volo nel marzo del '97, con consegne nell'aprile del '98 all'USN e piena operatività all'inizio del 2000. Tuttavia era stato già usato dal 1999 contro gli Irakeni. Si tratta di un'arma più potente e pesante, con alette retrattili simili a quelle del BGM-109, con apertura alare di ben 242,8 cm anziché 91,4 e portata aumentata grazie a più carburante e alle alette ingrandite, da 120 km passa così a ben 300. Il muso adesso è appuntito anziché rotondeggiante, pur avendo gli stessi sensori dello SLAM, ma la sezione di guida AN/DSQ-61 ha adesso sistemi migliorati tra cui il GPS multicanale, nuovo datalink AWDL più resistente alle ECM e con maggiore portata, nuova sezione di ocntrollo WCU-24/B e testata WDU/40/B da 360 kg, semiperforante e usata anche sui Tomawhak convenzionali, con spoletta FUM-148/N, per una penetrazione raddoppiata rispetto allo SLAM. Per ora questo minaccioso missile è usato solo dagli F-18; la versione AGM-84K SLAM-ER ATA( Acquisizione bersaglio automatica) cerca autonomamente l'immagine IR di un bersaglio che gli è stato detto di colpire, e con nuovi 'modes' di funzionamento e crociera; volò la prima volta a metà del 2002 e ha ottenuto la IOC a settembre di quell'anno, per essere usato da P-3 e F-18, inclusi gli H aggiornati allo standard K; non mancano le versioni addestrative ATM-84K e CATM-84K.

Il tipo Harpoon ha diametro sempre di 34,3 cm, lunghezza di 3,8 m per l'AGM-84A, 4,55 per i tipi SSM, 4,55 m per lo SLAM (che però non ha il booster), 4,37 m per lo SLAM-ER; il peso è di 522, 682, 620 e 727,3 kg; la velocità è sempre attorno a mach 0,85 o circa 1.000 kmh.

Infine l'Harpoon Block II è o AGM-84J è stato lanciato nel 1996 finanziato dai danesi, come primi clienti, per un primo lancio iniziale nel giugno 2001. E' un'arma per attacchi litoranei e nell'entroterra anche a 80 km di distanza, ha un datalink (finalmente), capacità d'attacco antinave e contro bersagli costieri, e possibilità anche di volare in crociera ad alta quota, per aumentare il raggio. La conversione per quest'arma, capace di riconoscere e attaccare navi anche vicine alla costa pur non avendo, pare un sistema IRST, costa 200.000 dollari. Di fatto quest'arma ha soppiantato il programma ULISSE italo-americano, e con il GPS e INS delle JDAM, il computer di missione degli SLAM, può arrivare addosso ad una nave in porto senza nemmeno aprire il radar, con una precisione di 10-15 metri. Gli USA e il Canada hanno seguito i danesi con il tiro dell'USS Decatur (DDG-72), equipaggiato con l'HSCLSC (Harpoon Shipboard Command Launch Control System) del tipo SWG-1A(V) 10/11, ma vi sono anche sistemi avanati AHWCS con computer di origine commerciale (magari su ambiente 'Windows' o Unix); oramai l'Harpoon II, al solo 2004, aveva già, nelle version note come A/U/BGM-84L, per un totale di ben 1.200 missili nuovi e 1.500 kit d'aggiornamento, da parte di Egitto, EAU, Taiwan, Corea del Sud oltre ai tre già mensionati servizi navali. In prospettiva è previsto (al 2004) di integrarlo con aerei e finalmente, con il VLS delle navi, che inspiegabilmente non l'hanno mai avuto in questo tipo, e infine la Block IIplus con radar e IIR combinati grazie alla tecnologia dello SLAM-ER ATA.

Infine una nota sul tipo di sistemi di lancio e controllo: le navi hanno l'HSCLCS AN/SWG-1A(V), che comanda il missile e mostra all'operatore i percorsi possibili per colpire i bersagli e per evitare navi amiche, con la possibilità di lanciare fino a quattro missili su bersagli anceh diversi, o su di uno con attacchi sincronizzati per arrivare simultaneamente, magari anche da direzioni diverse. Vi sono state molte evoluzioni del sistema tra cui, per il Block II, l'SWG-1A(V) 10/11 e 12, con interfaccia con il GPS e nel caso della 11/12, una funzione d'attacco per per più bersagli in contemporanea. E' utilizzato anche per le batterie costiere e vi sono anche corsi appositi per l'apprendimento, l'HOTTS che richiedono peraltro appena cinque ore di corso. Anche l'installazione è facile con sistemi BITE per l'autodiagnosi dei missili nei contenitori-lanciatori, Mk-140 e Mk-141, sono riutilizzabili, i primi per le navi leggere e i secondi sono più pesanti. Sono in genere due lanciatori quadrupli (ma esistono anche tipi singoli o binati) orientati uno all'opposto dell'altro, per coprire rapidamente l'orizzonte; l'Mk-112 ASROC modificato ha la possibilità di tirarli dalle 4 celle esterne, visto che sono simili agli ASROC, le Mk-13 Tartar e Mk-22 Dual Tartar, le Mk-26 Standard 2, purché modificati per questo sistema e sempre in aggiunta agli altri SAM e anche ASROC. I sistemi per lancio da sottomarini sono l'EHCLS e per gli aerei, l'HULAV (Harpoon Universal Launch Adapter Unit), un piccolo kit a basso costo. Il lancio è fatto, per i caccia, con il HACLCS, per gli aerei di grandi dimensioni; per quelli piccoli vi sono apparati integrati con la loro avionica, ma vi sono infine anche altri tipi particolari coem lo HIAK per gli F-16.

I sistemi di lancio sono l'Mk-140 per 4 armi al massimo, pesante 4,1 t, e l'Mk-141, pesante 5,9 con i 4 missili. Infine una notazione su di un incidente danese sull'arma. Era il 6 settembre 1982 quando una fregata danese per errore lanciò un missile che 34 km dopo il lancio esplose su degli alberi a circa 5 metri di quota, danneggiando delle case. Il comandante fu condannato per l'avvenuto incidente, ma in realtà pare che vi sia stato solo un guasto tecnico. Del resto l'Harpoon si stava diffondendo pur contro la concorrenza dell'Exocet, e una notizia sul suo malfunzionamento avrebbe potuto compromettere il suo successo commerciale. Insomma, venne trovato un capro espiatorio. Stranamente, il lancio accidentale di un altro missile, stavolta senza danni, avvenuto con l'USN nel 1981 venne addebitato ad errore umano e la faccenda venne chiusa. Ma nel 1982 l'Exocet aveva spaventato la RN e ottenuto quella fama che all'Harpoon che pure era stato usato dagli iraniani, ancora mancava; la pressione quindi era grande; e ancora più ingarbugliata e intrigante perché il governo danese ebbe come ricompensa dalla MDD americana una somma, a titolo di risarcimento, uguale a quella pagata ai proprietari delle case danneggiate. Una prova migliore della volontà di mistificare quello che quel giorno accadde, addossando la colpa al comandante della fregata danese, non poteva esserci.

Varie 2[modifica]

Navi made in URSS[modifica]

I mezzi navali sovietici principali erano i sottomarini. Essi erano molto numerosi e altrettanto temuti. Nondimeno, anche la NATO non nascondeva che la loro tecnologia, in media, lasciava a desiderare essendo mantenuti in servizio numerose vecchie unità (come del resto accadeva anche per molte marine occidentali, vedesi i sommergibili GUPPY). I sottomarini sovietici nucleari d’attacco (SSN) tendevano ad avere reattori potenti, ma inizialmente inaffidabili essendo tanto ‘spinti’. Questo e la mancanza di misure per ridurre la rumorosità li rendevano abbastanza facili da tracciare per i sofisticati sonar e idrofoni occidentali, anche perché venne istallata la rete SOSUS di intercettazione con idrofoni posti sul fondale marino attorno all’URSS. La NATO era padrona degli oceani, la tecnologia dei suoi sistemi d’arma era superiore, come nel campo dei sonar e degli elaboratori. Inoltre le navi sovietiche, per quanto sembrassero ben armate erano dotate di sistemi talmente ingombranti da renderle di fatto unità prive di flessibilità operativa oppure dotate di ben poche capacità. Un esempio tipico erano le fregate Krivak, moderne navi dall’aspetto basso e compatto, molto marino, dotate di motori a turbina, ma dotate essenzialmente di armamento difensivo antiaereo e di una batteria di missili ASW che inizialmente venne scambiata per una di missili antinave, i fantomatici SS-N 10. In realtà i grandi contenitori-lanciatori contenevano un qualcosa che era entrambi e nessuno di queste categorie d’arma. I 4 missili presenti erano gli SS-N 14 Silex (designazione NATO), che una volta identificati come tali, vennero considerati armi antisommergibile. Era strano che un missile antisom. avesse una tale massa e dimensioni e ben presto si ipotizzò che essi fossero un sistema con capacità antinave secondarie, come i Malafon francesi. In realtà essi erano un sistema totalmente bivalente, capace cioè di essere utilizzato indifferentemente in entrambi i ruoli. Per quello antisom vi era il siluro da 533 alleggerito, con 150 kg di testata. Per quello antinave vi era un sensore IR e una testata semiperforante da 320 kg. La velocità era di mach 0.9, gittata di 55 km, quota operativa di 400 m. L’arma sembra che sia stata concepita per dare alle navi ASW una capacità che all’epoca nessun singolo sistema missilistico aveva in Occidente (anche perché i missili antinave occidentali nel 1970 erano davvero pochi e non particolarmente potenti). Tuttavia, non è chiaro come si sia arrivati ad un missile da 4 t. che nel compito ASW è semplicemente surdimensionato, con lo spreco della testata e del sensore IR, mentre come arma antinave, pur avendo potenza più che sufficiente (il siluro non viene sganciato contro la nave, cosa che eventualmente potrebbe comportarle grossi problemi alle difese, ma viene semplicemente conservato a bordo) è grosso, lento, e volando a 400 m è un facile bersaglio per i SAM. Oltretutto, con salve di due armi non vi è possibilità di ‘saturare’ le difese delle navi avversarie. Eppure, pare che l’arma di per sé funzionasse molto bene e in maniera affidabile. Ma concettualmente resta il fatto che si sarebbero potuti ottenere risultati analoghi prevedendo per esempio, un lanciatore quadruplo per missili Styx-C (con gittata anche maggiore) e uno per la versione con siluro ASW (con 2,5 tonnellate di peso, questo era certamente possibile da caricare, il Malafon francese aveva una massa di appena 1300 kg) portabile su distanze adatte ai sonar della nave. Inoltre vi era il problema dello spazio occupato da tali armamenti. Con i Kresta e gli Udaloy il problema era meno sentito dato che le dimensioni rendevano possibile anche la presenza di elicotteri. Per questi vari motivi, le Kresta III hanno rinunciato ai Silex , a metà dei cannoni e SAM e si sono attrezzate con un elicottero e 2 CIWS. In prospettiva avrebbero dovuto avere i missili SS-N 25, per la prima volta pensati per avere un piccolo impatto sulle navi che li portano, essendo praticamente i cloni degli Harpoon. Questo col tempo si è dimostrato particolarmente utile. Da notare che le ultime Tarantul indiane, pur potendo avere 4 P-80/SS-N 22 (in sostituzione dei vecchi SS-N 2C) sono state invece equipaggiate con 16 missili SS-N 25 Uran, che hanno almeno la stessa gittata e che puntano, invece che sull’alta velocità, sulle piccole dimensioni e sul numero per saturare le difese nemiche. Un effetto collaterale è che essi sono abbastanza piccoli da poter essere usati da aerei ed elicotteri, slegandosi dall’uso quasi esclusivo con un singolo tipo di piattaforma. I missili SS-N 22 sono in ogni caso delle armi formidabili, come del resto gli SS-N 19 a lunga gittata, e a ragione molto temuti dalle marine NATO. Il problema è che per usarli la nave doveva approssimarsi a distanze non molto alte dal bersaglio, cosa accettabile per una nave piccola e veloce, molto meno per cacciatorpediniere da 8,.000 tonnellate, molto meglio difeso ma anche bersaglio appariscente e ‘facile’ da tracciare’. Inoltre per portarne uno aviolanciato, è necessario quantomeno un Su-27 modificato. Poco noto è che l’SS-N 22 è stato pensato appositamente per superare le difese previste per gli incrociatori AEGIS per la velocità bisonica e la quota radente al mare. Meno noto ancora è che la versione base è presente solo con i Sovrenennji, mentre le Tarantul ebbero il P-80, alleggerito per l’uso con queste navi. Inoltre, meno noto ancora (passò inosservato anche alla NATO, non imponendo modifiche strutturali) è che una versione sublanciabile di questa famiglia di missili venne realizzata per i tubi di lancio dei sottomarini il P-100.

I sottomarini sovietici rappresentano a tutt’oggi un mistero non ben chiarito, ma molte cose di essi non si sono ancora ben comprese nemmeno a livello tattico. I sottomarini nucleari sovietici erano molto veloci, rumorosi e scarsamente affidabili. C’era naturalmente una diversa misura in questo: i Charlie erano migliori dei Novembe ranche se più lenti, e armati per la prima volta con missili sub-lanciabili. I Victor erano un buon progetto, che solo nel modello III ebbe finalmente quelle attenzioni (grazie alle informazioni passate dalla famiglia Walker, spie che lavoravano nell’US Navy) per la riduzione della segnatura acustica. I Sierra erano ancora migliori, ma il loro scafo in titanio, come accadde con gli Alpha, era troppo costoso e ne vennero costruiti pochi, per cui alla fine furono gli Akula il miglior sottomarino sovietico, in una versione ‘in acciaio’ del precedente. Nel frattempo i sottomarini lanciamissili conoscevano l’apice dello sviluppo con gli ‘Oscar’, degni successori degli Echo e Chiarlie: i loro missili SS-N 19 erano capaci sia di lunga gittata che di lancio da sott’acqua e venne costruito all’incirca un battello per ogni portaerei americana. Il problema, al solito , era la designazione lontana dei bersagli senza la quale non vi era modo di sfruttare tali gittate. I sovietici provarono con ogni mezzo (ESM, aerei da ricognizione Bear, persino satelliti RORSAT con radar e reattore nucleare), ma scoprire una formazione americana in tempo di guerra sarebbe stato estremamente difficile, come per esempio, l’attacco alla Libia dimostrò nel 1986. La mobilità di una portaerei nucleare (da notare che però solo una parte delle navi di scorta era nucleare e nessuna altrettanto veloce) e il suo stormo imbarcato con F-14, E-2, EA-6B era un problema per chiunque avesse tentato tale localizzazione, anche i satelliti sovietici avevano dei limiti relativi alla prevedibilità della loro posizione, essi infatti erano in orbita bassa per via dei limiti del radar, cosa che richiedeva molti satelliti.

Quanto allo sviluppo dei sottomarini, i sovietici si accorsero della loro inferiorità rispetto agli occidentali e cercarono di migliorare la loro capacità operativa saltando letteralmente una intera generazione di vascelli. Una scelta temeraria che avrebbero pagato caro, perché i sottomarini Alpha, nonostante la loro velocità elevatissima di oltre 40 nodi erano inaffidabili: lo scafo in titanio era difficile da saldare bene e costava molto, nonostante le piccole dimensioni, mentre il reattore a metallo liquido come refrigerante era energico ma facile alle avarie. I ‘Papa’ avrebbero dovuto essere un sottomarino con missili, ma un solo esemplare venne completato per problemi con il sistema d’arma P-50 (SS-N 9). Così i sovietici dovettero tornare indietro di una generazione e ottenere battelli almeno affidabili, i Charlie e i Victor. In seguito si avventurarono nuovamente, e con basi più solide, su progetti d’avanguardia come gli Oscar, Sierra e Akula. Ancora con l’unico Mike costruito i sovietici dimostrarono una impostazione piuttosto ‘originale’ al riguardo dei sottomarini: tale unità era capace di operare alla fantastica profondità di oltre 1000 metri, superando praticamente le capacità di ogni siluro che le fosse stato lanciato contro, e resistendo a tali pressioni, anche migliorando la capacità di sopravvivere ad un un’esplosione nucleare, se una carica fosse stata utilizzata con il sottomarino a media profondità. Questo approccio era invero originale, ma ancora dimostrava vari limiti, il principale era quello che si richiedeva di operare in ambiente oceanico per funzionare, non certo nel Mare del Nord o nel Baltico. L’unica nave costruita di questa classe andò persa nel 1989, dopo 5 anni di servizio, a causa del peggior nemico dei sottomarini, specie sovietici, il fuoco scoppiato a bordo che la costrinse ad emergere prima di affondare definitivamente.

Il vantaggio delle elevate profondità comportava, grazie al fenomeno delle inversioni termiche, la capacità di rendersi invisibili ai sonar nemici, a meno che questi non operassero in profondità analoghe. Per ottenerlo non era necessario tuttavia scendere a tali profondità, anche perché pure i potenziali bersagli erano difficili da localizzare dal sottomarino e impossibili da attaccare (per le profondità operative dei siluri). Certamente, un Mike o un Alpha che si fosse piazzato sotto una formazione di portaerei, praticamente inattaccabile, a 1 km di profondità avrebbe dato problemi, ma non avrebbe avuto modo di attaccarla né di comunicarne l’avvistamento. Una delle cose più difficili da comprendere dei sottomarini sovietici era la mancanza di cure per la rumorosità, anche con soluzioni (per esempio, cuscinetti di gomma sotto ai supporti delle macchine) semplici da installare, ed altamente economici. Eppure, furono proprio i sovietici che introdussero il rivestimento ‘Clusterguard’ per l’intero scafo, che era costituito da semplice gomma, nondimeno stimato capace di ridurre del 25% la portata di scoperta dei sonar, specie di quelli dei sottomarini. Questo fatto era piuttosto sconcertante perché i sovietici si dimostrarono attenti alle emissioni dei sonar nemici, ma non alle proprie, che pure erano ben più semplici ed economiche da realizzare. Il doppio scafo era utile, con gli ampi spazi per attrezzature che altrimenti avrebbero dovuto essere tenute dentro uno scafo resistente più grande e costoso, ma con le sue vie d’acqua a circolazione libera dava maggiore resistenza e soprattutto, generava rumore alle alte velocità. Anche le striscie di materiale fonoassorbente erano un problema per il rumore parassita: essendo tendenti a staccarsi dopo un certo tempo, finivano per generare attriti e vortici e un rumore emesso elevato, per cui a quel punto il sottomarino era costretto a viaggiare a bassa velocità per ridurre tale problema. Va detto che il sistema dei materiali fonoassorbenti è stato poi adottato dagli occidentali e la composizione di tali materiali è attualmente uno dei segreti, ad Est come ad Ovest, meglio custoditi, al pari delle corazze stratificate dei carri armati. In ogni caso, pensare che i sovietici si premurarono di rivestire gli scafi dei sottomarini di gomma e non considerarono di fare lo stesso con i supporti dei macchinari e la sala macchine è realmente difficile da comprendere in retrospettiva. Inoltre, il doppio scafo consente di sistemare uno strato di materiale fonoassorbente supplementare, se non addirittura due, nella intercapedine, per cui i sottomarini a doppio scafo dovrebbero essere avvantaggiati nella riduzione del rumore interno. Le colle necessarie a tenere i pannelli attaccati allo scafo sono ancora insoddisfacenti, e i sottomarini in ritorno da lunghe missioni sono tutti assai ‘spellati’, e questo nonostante i lavori di rattoppo che sui porti sono eseguiti quando possibile.

Il doppio scafo era utile per ridurre le dimensioni di quello resistente, ospitando fuori di questo vari materiali. Nonostante gli svantaggi di rumorosità e resistenza, esso ha anche altri meriti: la riserva di galleggiabilità, in caso di problemi a bordo, è molto superiore, raggiungendo il 20-25% (ovvero, un sottomarino emerso da 4000 t può immergersi con a 5.000) contro il 15-16% dei sommergibili monoscafo. La resistenza del doppio scafo è inoltre apprezzata contro le esplosioni esterne, come quelle delle cariche di profondità e anche di siluri leggeri. Inoltre, vi è anche un fatto non molto compreso, ma altrettanto importante per le esigenze sovietiche. Essendo le acque di gran parte dell’URSS in climi freddi, i ghiacci sono presenti sia a livello di pack che di iceberg, questo significa che in caso di urti con tali oggetti, lo scafo resistente non viene coinvolto direttamente, ma è ‘scudato’ da quello esterno.

I sottomarini sovietici, comunque, sono da considerarsi in una luce profondamente diversa da quelli NATO per un altro motivo, e questo è strategico. La NATO aveva la necessità di rifornimenti in mare: dominava gli oceani, ma ne aveva disperatamente bisogno, perché se fosse scoppiata una guerra in Europa non sarebbe stato possibile, senza rifornimenti dagli USA, vincerla (a parte il ricorso alle armi nucleari). L’URSS, come la Germania nelle guerre mondiali, non aveva bisogno di tale controllo, se non della linea di costa contro incursori e sbarchi anfibi. Da un lato, questo era uno svantaggio, data la lunghezza delle frontiere, ma vi erano due vantaggi: molte di queste coste erano pressoché impossibili da prendere con missioni di sbarco (si pensi soltanto all’Artico), altre possibili ma relativamente poco importanti (uno sbarco nell’Estremo oriente sovietico era possibile, ma il guadagno sarebbe stato ben misero, essendo a 8000 km da Mosca, con in mezzo l’intero continente asiatico). Infine, a differenza della Germania l’URSS non aveva problemi di materie prime con cui sostenere lo sforzo bellico, e non meno importante, le sue dimensioni erano tali da rendere praticamente impossibile un’occupazione militare e molto ardua anche una campagna di attacchi aerei: non sarebbe mai stato come con la Germania o l’Irak. Per i sottomarini sovietici, come anche per quelli tedeschi, l’obiettivo era rendere difficile la vita alle comunicazioni marittime NATO. Sul mare i sovietici non potevano perdere, ma la NATO poteva perdere. L’esperienza degli U-Boote contro l’Inghilterra, per quanto fallimentari, era un esempio. Anche se fallite, queste campagne furono altamente efficaci in termini di costo-efficacia per molti aspetti: si pensi che la Gran Bretagna mise in servizio circa 1000 B-24 Liberator solo per le esigenze del Comando costiero, mentre gli USA costruirono oltre 500 cacciatorpediniere di scorta specifici per la difesa delle navi maggiori o dei convogli dai sommergibili e aerei. A parte questo, gli U-Boote persero circa 800 unità ma affondarono milioni di tonnellate di naviglio Alleato, che comprese tra l’altro decine di navi militari e milioni di tonnellate di rifornimenti trasportati via mare: per esempio, tre navi americane potevano portare circa 200 carri armati, sufficienti per equipaggiare una divisione corazzata, e quindi valevano ben più del loro mero peso. La megalomania di Hitler o semplicemente dei calcoli politici tragicamente sbagliati portarono l’Asse ad un punto del confronto in cui non poteva vincere contro le tre ‘superpotenze’ dell’epoca, ovvero USA, URSS, e il Commonwealth. L’aver esordito sconfiggendo la Polonia e poi la Francia fu importante, ma illusorio.

Per quello che riguarda le caratteristiche dei sottomarini sovietici, essi erano più rumorosi, meno avanzati e più veloci delle unità NATO. Per esempio, i Victor I, i primi esemplari del vero sottomarino standard sovietico (con un totale di 18 I, 7 II -parzialmente modificati in termini di silenziosità-, 26 III -a tutti gli effetti migliorati fin dalla fase di progetto-) erano capaci di 32 nodi contro i 26 degli Sturgeon americani (i battelli inglesi rimasero invece assai veloci, ma erano pochi). C’era una ragione per questo. I sottomarini nucleari NATO avevano il compito di cacciare quelli sovietici, ma questi ultimi non avevano tale priorità, essendo invece orientati ad un altro scopo: la lotta antinave, soprattutto l’attacco o almeno la minaccia potenziale alle portaerei. Queste erano molto veloci, e quindi i loro cacciatori dovevano esserlo altrettanto, anche a scapito della rumorosità. Non è difficile per un sottomarino scovare una nave, ma questo non è vero per un altro sottomarino. Spesso le portaerei americane hanno un sottomarino SSN o addirittura due, anche se è diventata pratica comune solo con i ‘Los Angeles’ abbastanza veloci e al tempo stesso, ben equipaggiati con sistemi ASW, giusto come gli Sturgeon loro predecessori. Ora, il problema è il seguente: se una portaerei naviga a 20 nodi di velocità, il sottomarino di scorta dovrà essere almeno altrettanto veloce o possibilmente, del 10-20% più veloce. Questo provoca un degrado fortissimo delle prestazioni dei sonar. Per fare un esempio, la velocità ottimale per un SSN ‘normale’ onde non far degradare sensibilmente i suoi sonar è dell’ordine dei 6-8 nodi appena. I ‘Seawolf’ americani, costruiti in appena 3 esemplari a causa degli enormi costi sono stati capaci di portare la loro velocità di ricerca ottimale a 20 nodi: eppure, si tratta ancora di un valore molto minore rispetto agli oltre 30 nodi di cui sarebbero capaci. Un esempio pratico fu a suo tempo (1982) l’inseguimento di un Los Angeles su di un Alpha sovietico al largo delle coste islandesi: malgrado la modernità del battello americano l’Alpha accellerò e nonostante l’enorme rumorosità (specie considerandone le piccole dimensioni e lo scafo ben avviato) in breve tempo fece perdere le sue tracce. Con una velocità superiore di 5-6 nodi, anche un Victor poteva fare qualcosa di simile rispetto ad uno Sturgeon, SSN standard americano fino agli inizi anni ’80. Accelerando a circa 30 nodi il sottomarino diventa praticamente sordo, ma anche 20 sono ben lontani dall’ottimale. Questo, assieme alle ‘termiche’ spiega l’aleatorietà della lotta antisommergibile. Essendo l’acqua di mare una soluzione ionica, essa si comporta come un materiale conduttore e quindi riflette le onde radar, almeno nelle lunghezze d’onda utili per la lotta ASW. Naturalmente questo renderebbe difficile agli SSN sovietici inseguire una portaerei americana, con tutti gli elicotteri ed aerei ASW della scorta. Ma se si tratta di pattugliare determinati tratti di mare la cosa cambia, specie se si considera il numero dei battelli sovietici, quasi 300 unità. In altri termini, avesse un Victor posto in essere un avvicinamento a 5-8 nodi rispetto alla traiettoria di una portaerei navigante a 20-25 nodi, allora le possibilità che il Victor fosse scoperto dal Los Angeles di scorta sarebbero state, nonostante l’inferiorità del battello sovietico nel settore acustico, piuttosto basse. Sarebbe stato invece possibile al battello sovietico sentire il rumore (tenendo presente l’attrito corrispondente al quadrato della velocità, un mezzo che si muove ad una velocità 3-5 volte maggiore disperde energia con un valore superiore di 9-25 volte, oltre che ridurre grandemente la sua portata utile di scoperta sonar) dell’SSN americano, in particolare se questo avesse usato massicciamente il sonar (visto che a tale velocità gli idrofoni sono praticamente inservibili), eventualmente evitarlo e attaccare la portaerei. Gli ultimi Victor avevano i siluri da 650mm con sensore di scia, capaci di 50 nodi e 50 km o 30 nodi per 100. La portaerei e il suo gruppo navale sarebbero stati facili da sentire e tracciare anche da distanza, e in tal modo il Victor avrebbe potuto attaccare da decine di km con armi il cui sistema di guida non è soggetto a contromisure di sorta, mentre la velocità e la portata, come anche la testata, sono sufficienti per attaccare anche navi molto veloci. Inoltre nella difesa delle coste un sottomarino potrebbe anche restare immobile, con un agguato sul fondo, virtualmente impossibile da sentire per altri sommergibili.

La sicurezza di funzionamento dei sottomarini è molto superiore a quella delle imbarcazioni di vecchia generazione. Le vecchie unità avevano la necessità di navigare emerse e per questo si chiamavano sommergibili, l’autonomia e velocità sommersi erano misere, lo snorkel era inesistente, come anche il sonar. Oltre agli idrofoni era possibile localizzare le navi con il periscopio, o più spesso, direttamente dalla torretta emersa. La quota operativa era bassa, dell’ordine dei 60 metri, la portata dei siluri assai ridotta e soprattutto essi erano privi di sistemi di guida di alcun genere. In altre parole, il combattimento con tali mezzi era un’arte più che una tecnica, e condizionato da un enorme sforzo fisico e disagi di ogni sorta.

Attualmente è invece normale che un sottomarino navighi sotto le termiche a 200-300 metri, sia capace di sviluppare velocità maggiori sott’acqua che emerso, dotato di eccellente autonomia e velocità, siluri guidati con 20-40 km di portata, sonar, idrofoni, etc. La sua efficacia è conseguentemente molto superiore, e questo non da adesso. I Type XXI erano già battelli rivoluzionari perché incorporavano tutti questi accorgimenti, che poi i sovietici e americani misero in pratica come nel caso dei programmi GUPPY. In termini di esperienze belliche con i sottomarini moderni, l’Hangkor distrusse la fregata Kukri indiana nel 1971, mentre il S.Louis diede del filo da torcere contro la Royal Navy 11 anni dopo, anche se i suoi siluri mancarono il bersaglio per alcuni errori di programmazione.

Un SSN è impacciato e non può essere utilizzato al meglio in acque costiere (per questo l’US Navy ha delle difficoltà ad immaginarne l’impiego contro la Cina e i suoi numerosi sottomarini diesel-elettrici), ma in alto mare esso è un pericolo notevole e difficile da contrastare, superando anche qualsiasi SSK. Un sottomarino diesel può arrivare al massimo a circa 20 nodi, ed entro un’ora finisce praticamente la carica delle batterie. Un SSN può tenere i 30 nodi indefinitamente e quindi inseguire una nave per giorni. Un’altra capacità è quella di avere una tale potenza da permettersi uno scafo più pesante, con maggiore profondità operativa e sensori più potenti anche per l’abbondanza di energia disponibile. Infine, la nave è limitata nella velocità dallo stato del mare come anche nell’efficacia dei sensori, un sottomarino ne è del tutto immune, anche se il rumore del mare in tempesta non agevola certo la scoperta di navi o sottomarini. Prova pratica e tragica di tutto questo fu l’affondamento del vecchio incrociatore Belgrano, sempre nel 1982. Degno di nota fu che in tale occasione il Conqueror inglese non solo localizzò questa nave, che pure era scortata, ma potè anche contattare Londra per avere l’autorizzazione (la formazione argentina era al di fuori della zona di guerra) all’attacco. Questo venne svolto utilizzando dei siluri Mk VIII che erano armi apparse attorno al 1927. Siccome anche le navi argentine erano ex-americane della II GM, sia pure ammodernate, di fatto l’SSN fu l’unico elemento della situazione a rappresentare una tecnologia successiva al 1945.


Tra i sottomarini sovietici gli Alpha fecero scalpore, ma essi rappresentavano un sistema d’arma inefficiente, che in compenso ha dato il là alla realizzazione di siluri capaci di profondità e velocità senza precedenti, un vero ‘overkill’ essendo l’Mk 48 mod. 5 capace di quasi 60 nodi, 900 metri di profondità e decine km di corsa utile, pensato per attaccare di poppa sottomarini da 40 nodi, mentre il grosso degli SSN arriva giusto a 30, e gli SSK sono molto più lenti. Questo significa, come risultato netto, che la portata utile contro i sottomarini ‘normali’ e le navi di superficie è molto aumentata. Con un siluro Mk 37, capace di circa 33 nodi per 8 km era quasi impossibile attaccare un Victor di poppa se non entro il km (posto che il battello andasse a velocità sostenuta, prossima al massimo possibile). Questa ‘minaccia percepita’ in un certo senso si rivelò un clamoroso autogol per i sovietici. I sottomarini da 45 nodi rimasero un pugno di alquanto inutili vascelli, senza seguito operativo, mentre dai tardi anni ’80 i siluri pensati per attaccarli cominciarono ad entrare realmente in servizio.


I sottomarini lanciamissili balistici (SSBN) sovietici erano diversi e non destinati allo scontro diretto con altre unità. Meno silenziosi dei pariclasse occidentali, erano comunque assai meglio costruiti degli SSN. Nondimeno, questo non impedì la costruzione dell’infame K-19, unità classe Hotel che condivideva con i November molti problemi di affidabilità e aveva solo 3 missili balistici da 1000 km. Il cambiamento drastico avvenne con gli Yankee, dotati di missili SS-N 6 da 2400 km di gittata, lanciabili in immersione, e capaci di colpire tutti gli USA continentali dall’isobata di 183m. A questa classe molto efficiente seguirono i Delta, che ovviavano drasticamente al pericolo di avvicinarsi alle coste americane: avevano missili SLBM dotati di gittata intercontinentale, gli SS-N 8. La precisione non era all’altezza delle realizzazioni americane ma nondimeno era sufficiente. L’SS-N 18 venne dotato di testate multiple a rientro indipendente (MIRV). I Typhoon vennero introdotti assieme all’SS-N 20, enorme arma da 90 t con 10 testate, simile agli americani Trident V. La necessità di ospitarne 20 esemplari richiese un sottomarino adeguatamente massivo, e le enormi dimensioni del Typhoon ridussero il totale delle unità costruite a 6 contro i 18 Ohio americani equivalenti, ma si trattava di mezzi capaci di operare anche sotto la banchisa polare, il che rendeva praticamente impossibile localizzarli ed attaccarli data la problematicità di tale contesto per siluri e sonar. Benché vi sono siluri considerati ‘capaci’ di operare sotto la banchisa tale capacità deve essere molto limitata, lo stesso vale per le operazioni contro sottomarini in bassi fondali. Siccome il costo dei Typhoon e dei loro missili era troppo alto (tra l’altro, essi ispirarono il famoso romanzo ‘Caccia a Ottobre Rosso) i meno appariscenti Delta vennero costruiti nella versione V con gli SS-N 23, più piccoli, ma ugualmente moderni e dotati di 4 testate per un totale di 64 per battello, integrando così le piattaforme con gli SS-N 20. Nell’insieme gli oltre 60 SSBN costruiti dai sovietici, per quanto inferiori ai battelli occidentali, erano capaci di operare con una vasta panoplia di armamenti, e la possibilità di attaccare direttamente dalle proprie acque costiere o da sotto il ‘pack’ gli USA li rendeva almeno altrettanto efficaci degli equivalenti americani, nonostante questi fossero più silenziosi e giunsero prima agli SLBM con i MIRV (a cui i sovietici risposero per l’appunto, con gli SLBM intercontinentali). Basicamente, entrambe le nazioni potevano colpirsi a vicenda in maniera devastante con missili sublanciabili. Bastava che sopravvivesse un Ohio, un Typhoon o 3 Delta e circa 200 testate H sarebbero piovute sul territorio nemico, un costo salato per chiunque volesse ottenere la ‘vittoria’ in un eventuale conflitto nucleare.


I sottomarini diesel-elettici, infine, non erano certo una realtà marginale nella marina sovietica, essendo questi delle unità presenti in un gran numero di esemplari. Erano in generale vecchiotti e anche obsoleti, ma nondimeno, utili a molte tipologie di missioni, per le quali (come la posa di un campo minato o azioni di intelligence) un SSN era sprecato o addirittura inadatto. Nel Baltico e nel Mar Nero, per esempio, i sovietici avevano quasi esclusivamente sottomarini convenzionali. Uno di loro, un Whiskey rimase incagliato in acque territoriali svedesi, nel 1981. Data la situazione, che dimostrò come la marina svedese all’epoca fosse incapace di difendere il territorio dai sub sovietici, questo battello venne simpaticamente battezzato ‘Whiskey on the rocks’. Più seriamente, le rilevazioni Geiger sul suo scafo fecero capire che al suo interno portasse armi nucleari, pur essendo solo un vecchio sottomarino. I ‘Kilo’,arrivati piuttosto tardi come sostituti dei Foxtrot sono considerati battelli silenziosi ed efficienti, ma disponibili in pochi esemplari fino alla fine della Guerra fredda. Ancora una volta si verificò l’impossibilità di sostituire le enormi quantità dei precedenti equipaggiamenti costruiti degli anni 50-60, come i Foxtrot e i Whiskey.

L'Aviazione con la Stella rossa[modifica]

Gli aerei sovietici sono anch’essi nel cuore di innumerevoli discussioni, che a torto o ragione, li reputano ora rottami sopravvalutati, ora gioielli sottovalutati. In pratica, per molte ragioni non c’è mai stata una chiara percezione delle macchine sovietiche e delle loro possibilità operative, per non parlare delle esigenze che dovevano soddisfare. Anzitutto, i velivoli sovietici erano, almeno per quel che riguarda i caccia, essenzialmente difensivi. Come per le macchine svedesi, cercarvi una sonda per il rifornimento in volo era un compito vano, anche perché mancavano l’addestramento e le aerocisterne, sufficienti solo per l’aviazione strategica. La filosofia dei caccia sovietici era essenzialmente quella degli intercettori capaci di eseguire una ripida arrampicata, accelerare ed attaccare sotto controllo dei radar di terra o aeroportati, operando in situazioni di massimo vantaggio e poi disimpegnarsi. Non vi erano ‘incrociatori aerei’ come i Phantom, e anche i velivoli erano macchine non particolarmente atte ad azioni multiruolo come per esempio, gli F-16 o 18. Eppure, questo non vuol dire che volendo, non se ne potesse fare un uso più aggressivo. I MiG-21FL, di prima generazione, vennero per esempio usati dagli indiani per mettere fuori uso i campi d’aviazione del Pakistan orientale, e funzionarono bene come anche le loro bombe semiperforanti. Essendo tanto limitati i MiG-21, chiaramente ogni altro MiG potrebbe fare meglio, per esempio i MiG-29 non hanno un radar aria-superficie (versione base) ma possono usare il telemetro laser e il computer in modalità balistica. I Su-27 possono portare fino a 8-10 bombe da 500 kg e questo li qualifica come cacciabombardieri pesanti. Il raggio d’azione dei caccia sovietici è modesto, ma questo è vero maggiormente per i MiG 21 e il 29. Il MiG-23, nonostante pagasse con strutture complesse e scarsa maneggevolezza, era dotato di una buona autonomia, come pure il MiG-25 specialmente a velocità supersoniche- e 31. Lo stesso MiG-29 può volare per 300 km a mach 2, nonostante la complessiva scarsa autonomia. La versione biposto può evoluire a quote medio basse e rientrare dopo circa 40 minuti di volo, nonostante abbia 3000 litri di carburante, che è grossomodo quanto ci si può aspettare da un velivolo del genere. Il Fulcrum è notevole per la sua perfezione ‘vecchio stile’ in quanto la sua forma è talmente ben pensata e proporzionata, che può manovrare in maniera eccellente nonostante abbia solo comandi meccanici e stabilità neutra. Di fatto riesce a fare almeno bene quanto l’F-16 e il Mirage 2000 che hanno il fly by wire e stabilità rilassata. Anche il sistema d’arma ha costituito un notevole miglioramento rispetto ai tipi precedenti: un radar moderno, collegato in maniera integrata ed automatica al sensore IRST che ha anche un telemetro laser per misurare la distanza fino a 8 km. Eccellenti i missili AA-8, 10, 11 e il cannone da 30mm, molto preciso con l’uso del telemetro laser. Avessero avuto i sovietici un computer migliore della modesta unità da 170.000 operazioni al secondo e 8 kb di Ram sarebbe stato meglio, ma già con il Mig-29 C tale velocità venne portata a 400.000 ops. Bisogna considerare che all’epoca era normale che i computer aerei avessero memorie dell’ordine dei kb: l’F-15 A aveva 26 kb, poi incrementati a 96 e solo con l’F-15E arrivarono a 1088.

I bombardieri erano meno conosciuti, ma in pratica molto più temibili. Il principale era il Su-24, un’ottimo apparecchio con valide capacità di attacco ognitempo, nucleare e convenzionale, e di uso di armi guidate. Venne prodotto di oltre 1000 esemplari, con buoni affari anche all’export. Un velivolo poco noto al grande pubblico, che non era nato per piroettare in cielo agli airshow, ma per portare attacchi micidiali sulle istallazioni NATO, e che divenne disponibile in tempo per gli ultimi 15 anni di confronto. I fencer, nel 1991, erano presenti anche in Irak con consiglieri sovietici, ma scapparono in Iran dove vennero incorporati al piccolo numero di macchine già disponibili. I Fencer iraniani sono così una delle principali ‘preoccupazioni’ di ogni eventuale avversario di Teheran. Anche i Fitter e i Flogger d’attacco sono macchine potenti, e per il supporto alle truppe di terra sono risultati molto utili anche i Su-25 e soprattutto, i Mi-24 Hind. Questi ultimi, al pari dei Fulcrum possono essere stati sopravvalutati, per varie ragioni: molti esemplari hanno un sistema d’arma controcarro basato su 4 obsoleti missili AT-2 e per il resto, armi abbastanza deboli come la mitragliera da 12,7 o imprecise come i razzi da 57mm. La squadra di fanteria trasportabile stava piuttosto scomoda e nell’insieme, in pratica, si preferiva utilizzare i Mi-8 scortati dai Mi-24, che in tal modo erano alleggeriti di circa 1 t. In pratica, essendo una sorta di macchina d’assalto ‘totale’ il Mi-24 è stato più influenzato dal Sikorsky S-67 che dal Cobra, anche perché la superiorità in mezzi corazzati era un problema per la NATO, non per il Patto di Varsavia (naturalmente in termini di numeri piuttosto che di qualità).

In ogni caso, nell’arsenale sovietico, curiosamente, sono mancati gli elicotteri leggeri, pure molto utili. I Mi-24, concepiti come una sorta di BMP volante, sarebbero stati molto utilmente aiutati o rimpiazzati da un elicottero meno appariscente e più agile, per esempio una versione sovietica del Cobra, che avrebbe potuto essere realizzata facilmente, con un motore del Mi-24 o i due del Ka-25 Hormone. Invece questo non accadde, e piuttosto si cercò di nuovo un grosso elicottero, stavolta simile all’Apache. Ma né il Mi-28 né l’originale Ka-50, pur essendo volati abbastanza presto hanno fatto in tempo a passare in produzione, anzi si sono fatti ‘la guerra tra loro’ rendendo difficile la scelta finale perché non erano mezzi direttamente comparabili, pur condividendo motori e armi. I piccoli elicotteri Mi-2 erano interessanti, essendo della classe degli Huey americani, ma sono stati relegati a compiti ausiliari e alla produzione in Polonia dalla PZL.

Tornando ai caccia tattici d’attacco, il Su-17-22 ha costituito un buon progresso rispetto al Su-7 fin dall’inizio e mano a mano che la produzione è continuata si sono aggiunti molti miglioramenti, in particolare incrementata l’avionica e introdotti missili aria-superficie. In quest’utlimo settore vale ricordare che i sovietici hanno seguito dappresso gli americani, e sebbene non abbiano introdotto un missile aria-terra versatile e universale eccetto l’AS-7 a guida radio (poco soddisfacente, era della classe del Bullpup americano) , ovvero abbiano mancato di costruire un’arma capace di competere con l’AGM-65 Maverick, hanno introdotto non meno di 17 tipi di missili aria-terra tra strategici e tattici, bombe normali fino a 3t, bombe guidate e razzi di calibro fino a 330 mm. I contenitori di submunizioni RBK sono stati tra le principali armi aria-superficie, un sistema capace in quanto il carico di queste CBU era modificabile a seconda delle necessità: da 10 bombe antipista a 512 mine antiuomo, non v’era bersaglio a terra che non fosse attaccabile con questi dispositivi, che ricordano la spezzoniera MW-1 per flessibilità operativa, ma che sono trasportabili da ogni sorta di aereo con 500 kg o più di carico utile, elicotteri inclusi. Tra i missili antiradar si contavano le armi strategiche AS-4,5 e 6, mentre i missili tattici erano gli AS-9 (prodotto in Irak come Nisan 28 ed usato contro l’Iran), l’AS-11 (forse il migliore di tutti), l’AS-12 e infine l’AS-17, arrivato in servizio verso la fine della guerra fredda.

Quanto all’autonomia, le macchine sovietiche non sono necessariamente disprezzabili, ancorché relativamente limitate. 3 MiG-23BN irakeni furono in grado di attaccare Teheran nel settembre 1980, con un volo a bassa quota verso il bersaglio di non meno di 520 km, solo considerando la distanza in linea retta da superare, ma tenendo presenti le manovre per evitare i siti radar nemici e il volo sul proprio territorio, questo comportava grossomodo un percorso dell’ordine dei 1200 km. Essi arrivarono sull’aeroporto internazionale, colpirono un aereo passeggeri, un C-130 e un Phantom (che rimase letteralmente senza muso). Altri due Phantom inseguirono i 3 MiG e ne abbatterono almeno uno. Non fu un grande successo, ma non c’era modo di colpire Teheran con appena 3 cacciabombardieri. Rimarchevole, in termini tecnici, resta ch’essi eseguirono una missione di interdizione di oltre 500 km in profondità e senza rifornimento in volo. I MiG-27 dovrebbero essere in grado di fare anche di meglio, essendo maggiormente ottimizzati per le basse quote operative. Inoltre hanno una vasta panoplia di armi aria-terra guidate. Per questa ragione, per esempio, i MiG23BN vennero forniti solo in una ventina di esemplari ai tedeschi, essi non avevano armi guidate e così due reggimenti vennero riequipaggiati con i Su-22M-4 dotati di missili antiradar e a guida laser, e in generale migliori come strikers che i pur più avanzati MiG. In effetti, la dicotomia MiG-23-Su-17 era strana. Di fatto il MiG era un progetto totalmente nuovo, non una rielaborazione di una macchina preesistente, ma è anche vero che il Sukhoi Su-7 era nato come macchina d’attacco e la versione con ala a geometria parzialmente variabile ne esaltava le doti in tale specifico compito. Così alla fine vennero costruiti circa 2000 Fitter e oltre 1000 Flogger senza una chiara scelta su quale fosse il migliore dei due.

Al riguardo dei motori, le unità sovietiche non sono certo considerate al top del disegno complessivo. Il problema non è la potenza e nemmeno il consumo, essendo i motori sovietici molto ‘prestanti’ specie come spinta massima (basti pensare ai 13.000 kg di spinta degli R-29 sistemati sui MiG-23G/K). Il guaio è la durata relativamente bassa, in quanto il concetto era di avere motori economici e facilmente aggiornabili con la scarsa durata delle singole componenti. Lo stesso valeva per gli aerei che erano pensati per durare 1500 ore come nel caso dei MiG 23 o 2500 come nel caso dei MiG-29 o Su-25. Va detto che i motori sovietici, per quanto non molto ‘durevoli’ erano Non necessariamente dei cattivi motori. Il Tu-16, per esempio, era della classe del B.47 americano ma se come fusoliera e armamento difensivo somigliava ancora molto ai bombardieri tipo ‘fortezza volante’ classici, -mentre il B-47 era totalmente diverso, più simile ad una sorta di Mosquito-, dall’altro essi avevano due soli motori RD-9 che erogavano tanta spinta quanta quella dei 6 J47 del B-47, e per giunta erano elegantemente annegati alla radice dell’ala, come sarà poi con l’M-4 Bison, bombardiere pesante con 4 reattori. Anche in questo caso, il paragone può essere fatto con il B-52, dotato addirittura di otto motori e anch’esso derivato dal B-47. Persino le 4 turboeliche del Bear gli consentivano una velocità quasi pari di quanto possibile con gli aerei a reazione e una molto maggiore autonomia di volo. In pratica, il quadriturboelica Tu-20/95 è stato il contendente e coevo dell’ettagetto B-52, un fatto straordinario.

Quanto alle esperienze con i motori viene riferito che la HAL indiana trovò i motori R-13 dei MiG-21MF prodotti su licenza del livello dei Rolls-Royce Avon 200 (usati sugli Hunter) quanto a potenza erogata robustezza e affidabilità, ma essendo più moderni essi erano: più facili da costruire e riparare, più piccoli e più leggeri. Considerando che l’Avon era un ‘signor’ motore, usato per parecchi aerei di successo, questo giudizio non può che essere lusinghiero, specie per quello che riguarda la facilità di manutenzione. Inoltre si trattava solo degli turbogetti R-11, mentre i successivi R-13 e soprattutto, gli R-25 erano molto superiori. Per quello che riguarda altri motori, gli RD-15 del MiG-25 erano nati come motori per missili, quindi con bassa vita operativa (come i piccoli J85 degli F-5 americani, d’altro canto) ma questa venne incrementata con tempi di revisione che da 150 ore passarono a 750, mentre l’ultima versione era dotata di FADEC, ovvero controllo elettronico del motore, una innovazione per l’URSS e uno dei primi esempi anche a livello internazionale.



Una delle caratteristiche degli aerei sovietici era la quantità di rivetti e viti, anche sulle macchine più moderne. Pare che questo fosse dato dalla necessità di ovviare ad eventuali ‘errori’ di costruzione dei singoli componenti. Naturalmente questo aveva un impatto sul peso totale e su altre qualità, ma bisogna tenere presente le difficoltà che gli stabilimenti avevano nel costruire quello che gli OKB progettavano. In altre parole, gli OKB erano gli uffici di progettazione e avevano propri laboratori di costruzione, che eseguivano solo l’assemblaggio dei prototipi. Poi la produzione in grande serie veniva assegnata a fabbriche anche estere, e in genere la qualità dei mezzi era inferiore in maniera piuttosto netta rispetto ai prototipi approntati, la cosa era ben nota e doveva essere presa in considerazione in sede progettuale per evitare ‘inconvenienti’. Un proverbio tedesco afferma che ‘il diavolo si nasconde nei particolari’ e chi ha visto il film K-19 può apprezzare come tali particolari siano spesso determinanti in sistemi complessi. Per citare Luttazzi, l’ ironia è il sistema antincendio che va in cortocircuito e ti incendia la casa’.


Un’altra domanda che si potrebbe porre è, con il classico senno di poi, se i sovietici non avessero potuto fare meglio, scegliendo progetti promettenti ma che sembrarono meno ambiziosi di quanto ci si aspettava. Questo è vero, per esempio, per i sottomarini sovietici nucleari di seconda generazione, che vennero costruiti in pochi esemplari a costi astronomici e non diventarono mai operativi come ci si aspettava, per giunta spaventando l’Occidente a sufficienza per intraprendere lo sviluppo di armi antisommergibile molto superiori rispetto ai siluri e sonar che altrimenti sarebbero rimasti in auge, e in sostanza si trattò di un clamoroso autogol, come minacciare qualcuno con una pistola di legno credendo di spaventarlo e non pensando che oltre che a spaventarsi, corra a comprarne una vera per rispondere alla ‘minaccia percepita’. Con gli aerei v’era meno da obiettare, anche se molti di questi sono stati ora sopravvalutati (cosa non priva di malizia quando si cercava di aumentare il budget per la difesa) e poi, forse per contrappasso, sono stati quasi ridicolizzati. E’ il caso del MiG-25 Foxbat, che è una macchina formidabile ma di uso dubbio, o del Tupolev Tu-22 Blinder. Eppure, entrambi questi apparecchi si sono diffusi in maniera notevole oltre l’URSS e prodotti in quantità, non dimenticando che il Foxbat è un mostro d’acciaio da 37 t e il Blinder un bombardiere medio supersonico. Basta dire in merito che il Foxbat non ha avuto un diretto contraltare occidentale, ma la sua struttura base è estremamente simile a quella dell’F-15 (doppia coda, prese d’aria bidimensionali, 2 potenti motori) costruito come ‘antidoto’ al Foxbat, dopo che questo era stato per certi versi inteso come ‘antidoto’ al Phantom. Anche se la minaccia dei bombardieri supersonici occidentali è praticamente scomparsa con la radiazione del B-58 (molte fonti riportano che il Foxbat venne pensato per contrastare il B-70, ma questo non appare corretto: quando il Foxbat volò il B-70 era già stato cancellato, mentre restava la minaccia dei B-58 e dei ricognitori d’alta quota U-2). Il Blinder ha avuto una produzione di oltre 300 macchine e ha dato il là al successivo Backfire, ben più potente. Il Blinder aveva un equivalente a cui si ispirava, il B-58 Hustler. Tenendo presente questo, è possibile leggere in grana fine la sua carriera. Il Blinder arrivò anni dopo il B-58, era previsto che avesse una velocità di mach 2 ma venne limitato per qualche motivo a 1,5. Volava più basso (forse perché aveva un’ala più piccola, a freccia), era più lento, e aveva un raggio d’azione inferiore rispetto al B-58. Nel frattempo nei Paesi occidentali vi erano caccia come l’F-104 e il Lighting, i missili HAWK e soprattutto, i Nike-Hercules da 140 km di gittata e capacità di colpire bersagli supersonici anche a 30 km di quota. Con simili minacce volare ad alta quota a velocità leggermente supersonica era del tutto inutile, mentre il B-58 aveva ancora una sua validità contro le difese sovietiche, almeno all’epoca in cui entrò in servizio (1959) come primo plurimotore bisonico, una sorta di Concorde ante-litteram con 4 reattori e ala a delta, capace di volare a mach 2,1 a 18.000 metri di quota. Così il Blinder non ebbe successo, e dopo 12 esemplari la versione da bombardamento base venne bloccata. Avrebbe potuto finire lì, ma le prestazioni della macchina erano tali da poterla usare come ricognitore, aereo da ricognizione marittima, aereo ECM e da attacco antinave o antiradar con missili AS-4 supersonici. In tali ruoli esso ebbe un buon successo e oltretutto venne anche esportato in Libia e Irak, che lo usarono ampiamente in azioni reali. Mentre il B-58 aveva la capacità di trasportare solo 12 bombe da 227kg e il Mirage IVP 18 da 400 kg, ma su distanze molto brevi, il Tu-22 poteva arrivare a 20 da 500 kg tutte all’interno del vano portabombe, per cui nell’insieme aveva una validità come macchina da bombardamento convenzionale. All’epoca della crisi con la Libia nel 1986 si stimava che i Tu-22 potessero arrivare a bombardare fino a Pisa in termini di raggio d’azione utile, e di fatto essi operarono in più occasioni come bombardieri e ricognitori in conflitti reali, cominciando con i bombardamenti libici in Tanzania. Si pilotavano con notevole fatica e necessitavano di costosa manutenzione rispetto ai semplici e affidabili Tu-16 (classe B-47) ma offrivano la possibilità di sopravvivere meglio alle difese avversarie. Così rispetto ai circa 100 B-58 vennero prodotti oltre 300 apparecchi ed esportati in due nazioni diverse, cosa unica per una macchina di tale classe, ma solo il 4% venne realizzato nella prevista versione da bombardamento nucleare ad alta quota. Risalendo indietro nel tempo, i caccia MiG-15 erano giudicati all’altezza degli F-86 ma si pilotavano con molta più difficoltà, come ebbe modo di constatare Yeager collaudandone uno portato da un disertore nordcoreano. I MiG-17 erano macchine molto più efficienti. Erano basati sul precedente, ma con molte migliorie. I sovietici ad un certo punto pensarono di costruire una copia dell’F-86, ma il nuovo aereo gli fece cambiare idea essendo solo un rifinimento –ma efficace- della precedente formula. Uno dei problemi del MiG-15 contro l’F-86 era l’armamento, eccellente contro i bombardieri, ma inadeguato contro caccia veloci e maneggevoli data la cadenza di tiro e l’autonomia di fuoco. L’F-86 aveva una batteria di mitragliatrici molto meno potente, ma anche più precisa. Stranamente, l’armamento ideale di 4 cannoni da 20mm ebbe un unico fruitore abituale, ovvero i caccia inglesi, che però avevano una manifesta obsolescenza in prestazioni generali. Lo stesso si poteva dire dei caccia navali americani, poco impegnati contro i caccia comunisti. Nelle battaglie aeree contro i cinesi di Formosa anche i nuovi Fresco, che pure erano ben all’altezza dell’avversario, le presero sode con decine di perdite senza apparentemente alcuna vittoria, nonostante anche la superiorità numerica. Anche contro gli israeliani i MiG arabi ebbero molte perdite e pochi vantaggi, mentre contro gli americani in Vietnam, per una volta che erano in inferiorità numerica, ebbero molto più successo. Difficile dire cosa facesse la differenza: i MiG-15 originali non avevano un radar telemetrico di tiro, non avevano un armamento del tutto idoneo contro i caccia (mentre gli F-86 erano proprio concepiti per i combattimenti aerei) e tute anti-G. L’esperienza e l’addestramento erano tutti dalla parte degli americani, ma i sovietici, ‘non ufficialmente’ coinvolti in forze in Corea, erano guidati a loro volta da piloti esperti e capaci, a cominciare da Konedub e i risultati non furono ugualmente soddisfacenti. I MiG-19 erano considerati superiori agli F-100 pariclasse, anche se bisogna dire che questi ultimi essendo più grossi e potenti, avevano un maggiore potenziale come bombardieri, persino con armi nucleari. L’estremo derivato A-5 Fantan cinese era un mezzo più efficace e forse migliore come bombardiere anche dell’F-100. Tra le tante possibilità di fare ‘differentemente’ vi potevano essere scelte differenti al riguardo di molte macchine tattiche. I Su-7 erano aerei per certi versi analoghi all’F-105, ma non avevano il raggio, l’armamento e l’avionica di questi. Peraltro erano efficaci come aerei da supporto aereo, quantomeno migliori dei MiG-21 come bombardieri tattici, ma nell’insieme insoddisfacenti rispetto alle necessità operative. Ebbero successo, ma così anche i cloni cinesi dei MiG-19, tanto che si può ipotizzare che i sovietici li abbiano sostituiti troppo frettolosamente con i MiG-21. In particolare, nonostante le minori prestazioni non vi sono molti dubbi che la versione d’attacco estrapolata dal MiG-19 ovvero l’A-5 Fantan si è dimostrata un migliore striker del Su-7 con migliore autonomia e molto più economico. La maggiore velocità del Su-7 era del resto annullata dalla necessità di trasportare esternamente il carico bellico, quando l’A-5 poteva trasportare lo stesso carico di 4 bombe da 250 kg dentro il vano portabombe su distanze di 400/600 km quando il Su-7 arrivava a 320/480 (e il MiG-21 bis a 370 km in missione Hi-lo-hi). Se i sovietici avessero scelto lo stesso tipo di macchina avrebbero avuto un apparecchio migliore, avrebbero potuto averlo 10 anni prima dei cinesi (il Fantan volò non prima del 1970), ed equipaggiato con radar, ECM e altre attrezzature che i cinesi non sono stati in grado di istallare. I sovietici avrebbero potuto eventualmente anche cambiare l’ala con una simile a quella del MiG-21, a delta, per ottenere una sorta di A-4 Skyhawk supersonico e con vano portabombe. Ma nonostante questo, scelsero il Su-7 ed ebbero una macchina più potente ma sostanzialmente meno efficiente. Un’altra possibilità sarebbe stata quella di sviluppare un MiG-23 dotato di ala a delta e di motori convenzionali. In pratica venne sviluppato un MiG-23 con ala a delta e motori di gettosostentazione, e uno con motore singolo ma ala a geometria variabile, per assicurare le previste prestazioni STOL. Vinse quest’ultimo, ma la scelta non fu priva di complicazioni meccaniche. Una macchina con l’ala del modello gettosostentato e il motore singolo del tipo a geometria variabile avrebbe avuto minori prestazioni STOL, ma avrebbe consentito una maggiore agilità e sarebbe stata molto più agevole da mantenere. L’eccellente motore R-25 del MiG.21bis non era adeguato per rimediare alla scarsa autonomia della macchina, dotata di appena 3000 litri di carburante. Essendo l’R-25 almeno all’altezza dello SMECMA ATAR 9 del Mirage F.1 non sarebbe stato fuori luogo ipotizzare una sorta di versione sovietica del Mirage, con ala a freccia mozza in posizione alta, muso dedicato solo al radar (come realmente avvenne con uno dei prototipi del MiG-21) e 4000 litri di carburante interno, per un velivolo molto più efficace in termini complessivi e una massa di 13-15 t anziché 10. Ma nemmeno questo sviluppo venne tentato, e il Mirage F.1 rimase la macchina di quella generazione più semplice e leggera tra tutte, motorizzata con il motore di gran lunga meno potente e nondimeno, all’altezza dei MiG-23, Viggen e F-4 in gran parte dei ruoli.

Gli elicotteri Mi-24 erano dei mezzi da combattimento potenti, ma trovarvisi a bordo faceva spesso l’impressione riportata da un pilota irakeno ‘di essere il bersaglio più grosso’. Erano veloci, ben protetti ma relativamente poco maneggevoli e con un sistema d’arma inadeguato per i compiti di attacco controcarro. Come elicotteri antiguerriglia erano eccellenti, ma persino eccessivi anche nel senso degli esemplari prodotti (oltre 2500), come macchine da combattimento contro la NATO avrebbero avuto svariati problemi di sopravvivenza. Un elicottero molto più piccolo ed efficiente in tali contesti era il Cobra americano, macchina dalla fisionomia particolarmente sfuggente (essendo largo tra l’altro, appena 91 cm), e capace di attaccare con precisione con 8 missili TOW da 4 km di distanza, sufficienti per spazzare via un intero plotone di carri, e poi se necessario combattere contro altri elicotteri con i cannoni da 20, o sfuggire ad eventuali aerei da caccia avversari, il tutto con una macchina che era davvero il minimo in termini di costi e manutenzione. I sovietici avevano nominalmente la possibilità di fare altrettanto, con un velivolo dotato delle due turbine del Ka-25 da 900 hp l’una, oppure con un motore da 1700-2200 hp come le TV-117 del Mi-8 e 24, armato con 8 missili AT-5/6 e un cannone da 23mm o la mitragliera in torretta da 12,7. Di fatto ignorarono totalmente tale tipo di sviluppo e in generale gli elicotteri leggeri. Sviluppare ulteriormente il Mi-2, come gli americani avevano fatto con gli Huey sarebbe stato interessante dato che per tante missioni gli Mi-8 erano troppo grossi e visibili, ma anche questo venne sostanzialmente ignorato e dopo avere fatto un elicottero d’avanguardia (nel 1960 non vi erano altre macchine bimotore così leggere) il Mi-2 venne lasciato produrre alla Polonia su licenza, senza ovviamente tutte le risorse che lo sviluppo in URSS avrebbe garantito.


Artiglierie campali[modifica]

I sovietici hanno potuto contare su di una tradizione artiglieriesca che risale almeno a Pietro il grande. Stalin chiamava la specialità ‘il Dio della guerra’ e l’Armata Rossa stima che il 70% delle perdite subite dai tedeschi sul fronte orientale sia stata causata da tali armamenti, nonostante l’enorme numero di aerei d’assalto, fanti e carri armati T-34.

In effetti, l’artiglieria sovietica era basata su eccellenti sistemi d’arma, dotati di mobilità, gittata, potenza di fuoco almeno pari a quelli avversari e utilizzati in quantità enormi. E’ un fatto che i tedeschi stessi rimasero impressionati da tali sistemi d’arma. Si trattava di mortai pesanti da 120mm, che rimpiazzarono gli ingombranti obici da 150mm d’appoggio fanteria, i cannoni da 76mm, prontamente trasformati in artiglierie controcarro e utilizzati persino in Africa settentrionale, dei Katiusja, forse i più potenti e caratteristici di tutti i sistemi sovietici, e di ottimi obici e cannoni da 122, 152 e 203 mm. Nel dopoguerra i sovietici continuarono a mantenere tale predilezione per le artiglierie, ma si accorsero che le vecchie armi erano troppo carenti in mobilità e gittata utile contro la minaccia degli attacchi aerei NATO. Così introdussero molte nuove armi: obici D-30 da 122mm, cannoni di origine navale M-46 da 130mm ed S-23 da 180 mm, e in seguito altri sistemi ancora. I mortai crebbero fino al 160 e poi al 240 mm, mentre i lanciarazzi multipli ebbero molti sviluppi sia leggeri che pesanti. I trattori d’artiglieria vennero rinnovati per ottenere una mobilità molto superiore.

La scelta del calibro è difficile da valutare con il metro occidentale. Si tratta essenzialmente di armi da 76, 122 e 152mm. Apparentemente i sovietici non hanno mai creduto alla netta dicotomia tra artiglieria pesante e leggera, -155 o 105 mm-, e hanno scelto armi tra il 120 e il 130 mm in quasi tutti i loro sistemi d'arma più diffusi: cannoni per carri da 122 e 125mm, cannoni navali e terrestri da 130 mm, obici da 122 mm, mortai da 120 mm, lanciarazzi da 122mm. Quanto sia buona questa scelta è opinabile, visto che le artiglierie risultanti non sono poi tanto leggere se comparate ai pezzi da 105 mm, e non sono potenti abbastanza rispetto ai pezzi da 152/155. In effetti, avendo un calibro rispettivamente di 17 mm maggiore e di 33 mm minore, i pezzi da 122 mm sono più vicini ai calibri leggeri che a quelli pesanti. I pezzi D-30 da 122 mm (standard dagli anni '60) hanno comunque una gittata di 15 km e una granata da 23 kg. La precisione di tiro e la gittata erano del 50% migliori rispetto al vecchio pezzo paricalibro M-1938, che raggiungeva gli 11.500 m. e la precisione di 35 m a 10,6 km, quando il D-30 era capace di colpire con un una precisione media di 21 m. Questo rendeva possibile centrare bersagli con una singola granata, posto che il raggio utile medio era di circa 20-30 m dal punto di scoppio, non tanto per i circa 3 kg di esplosivo quanto per le schegge, il vero e invisibile pericolo di bombe e granate. Inoltre 35 m di diametro erano di circa 3 volte superiori, quanto a m2, di 21 e questo significava che le nuove armi erano più precise e meno dispendiose delle vecchie. La potenza del priettile da 122 era circa la metà di quella di un arma da 152-155mm, ma la gittata era pari, anzi con oltre 15km superava quella dei semoventi M109 e dei vecchi obici M114 da 155mm americani, e quasi equivaleva a quelli inglesi da 140. In tutto, il D-30 pesava circa 3t contro meno di 2 degli obici da 105mm, e tra le 5,5 e le 8 di un pezzo da 155 mm. Una delle capacità del D-30, e che giustificava il peso relativamente elevato, era la sua caratteristica capacità di battere bersagli a tiro d'orizzonte, grazie ad una piattaforma di tiro girevole. Questa ha una lunga storia. I tedeschi la idearono per gli obici da 105mm degli ultimi progetti, probabilmente ispirati dagli eccellenti cannoni-obici britannici da 87 mm, ma va anche detto che tale soluzione venne ideata anche dai francesi, con il pezzo da 47 mm controcarri dell'ultima versione. Si trattava di un'arma potente per l'epoca, e con la piattaforma girevole lo sarebbe stata anche di più, battendo rapidamente bersagli a giro d'orizzonte, vantaggio ben maggiore degli inconvenienti dati dalla massa più elevata. La soluzione tedesca somigliava molto di più all'affusto francese che a quello inglese, e si distingueva per le ruote sopraelevate nettamente dal suolo. Il D-30 era capace di battere obiettivi a giro d'orizzonte e non senza motivo: come sempre nel caso dei cannoni sovietici, il tiro controcarro era tra le esigenze da soddisfare e l'obice D-30 era con un profilo basso e sfuggente, orientabile sui 360 gradi e munito di una granata HEAT da 460mm di perforazione, per eliminare ogni carro dell'epoca che fosse capitato a tiro. Per un cannone distribuito ai reggimenti era importante saper controbattere eventuali penetrazioni di carri armati, oltre che di essere usato nel tiro indiretto. Prodotto in decine di migliaia di esemplari, è forse il pezzo d'artiglieria di maggior successo dal dopoguerra.

In effetti, l'artiglieria sovietica aumentò da 25000 pezzi del 1973 a 62000 nel 1989, e la gran parte di tale aumento era coperta dai D-30. Almeno 20 nazioni hanno adottato grandi quantità di tali artiglierie con una produzione ulteriore di altre migliaia di unità. Un ulteriore sviluppo è stato quello delle artiglierie controcarro. Infatti la Yugoslavia ha montato il cannone da 100 mm T-12 al posto dell'obice e ha prodotto un cannone controcarro di nuovo tipo, che è stato evidentemente considerato vantaggioso rispetto all'affusto originario, più basso e leggero ma con settore di tiro limitato. La scelta è stata confermata anche dal cannone controcarro russo Sprut-S da 125 mm, sempre sistemato sull'affusto del D-30. Tutte queste armi hanno sensori di visione notturna anche di tipo sofisticato: di fatto, prima ancora dei missili controcarri i sistemi di visione notturna sono apparsi per i cannoni controcarri, inclusi radar di controllo tiro per operazioni realmente ognitempo.


Ogni reggimento di fanteria e di carri aveva 3 batterie e 18 obici di questo tipo in un gruppo d'artiglieria. La divisione aveva un gruppo di artiglieria con 18 obici da 152 D-20, e un gruppo lanciarazzi da 122mm BM-21. Quest'ultimo era un prodotto tra i migliori mai apparsi nella categoria. Dagli inizi degli anni '60 migliaia di questi semplici mezzi sono stati prodotti, con 40 tubi di lancio per scaricare 800 kg di testate su distanze di oltre 20 km con ragionevole precisione. Ogni gruppo lanciarazzi aveva pronti al lancio 720 ordigni. Il BM-21 sostituiva il precedente BM-14, a sua volta sostituto del BM-13. Il BM-14 aveva tubi di lancio perchè i razzi avevano alette retrattili anzichè rampe, il BM-21 aveva capacità superiori ad ogni altro tipo apparso in precedenza. I lanciarazzi pesanti da 300 mm vennero sostituiti dal BM-24, con 12 tubi di lancio da 240mm, arma talmente potente che gli Israeliani, pur vincendo la guerra del 1967, ne decisero l'adozione di tutti gli esemplari catturati con tanto di granate di migliori capacità progettate in ambito nazionale. Altre armi ben più prestanti in gittata (il BM-24 arrivava solo a 11 km) erano il BM-20 con 4 razzi da 200mm e 20 km di gittata, e il BM-30 con 6 razzi da 300mm e oltre 30 km di raggio. Il BM-21 era superiore a tutti gli altri in gittata e un gruppo di questi lanciarazzi poteva sparare sul bersaglio tanto esplosivo in una salva di 30 secondi, quanto un gruppo d'artiglieria paricalibro che sparasse per circa mezz'ora ininterrottamente.

Anche se gli obici sono armi più precise, e se erano necessari circa 20-30 minuti per la ricarica, il potere di fuoco d'annientamento del BM-21 era micidiale. Con un tiro d'artiglieria continuato di mezz'ora le forze mobili bersagliate erano in grado di scappare, o se era fanteria, di nascondersi nei rifugi. Inoltre c'era tutto il tempo affinchè, dopo alcuni minuti apparisse il fuoco d'artiglieria o addirittura i cacciabombardieri nemici, che nel caso della NATO, erano una minaccia particolarmente temibile. L'alternativa era quella di concentrare il tiro di numerosi gruppi d'artiglieria sullo stesso obiettivo, ma questo aveva due inconvenienti: drenava enormi risorse dalle disponibilità del fronte, ed era un problema notevole da coordinare, specialmente con i sistemi disponibili nell'artiglieria prima dell'era dell'informatica.

I lanciarazzi multipli, come se fossero armi antiaeree, erano in grado di scatenare un tiro rapido di saturazione, con un fuoco d'annientamento micidiale, e possedevano un raggio di tiro e una distruttività maggiori di quelle degli obici paricalibro. Di fatto, superavano anche tutti gli obici da 152 e 155mm. dell'epoca in distanza. In sostanza, potevano sparare 3 tonnellate di razzi in pochi secondi e poi disimpegnarsi nell'arco di qualche minuto, evitando sempre e comunque la reazione delle artiglierie nemiche e anche quella di eventuali aerei, sebbene il lancio dei razzi era molto più facile da osservare del fuoco d'artiglieria. Gli effetti erano spesso micidiali, anche se un punto debole esisteva: i razzi erano più suscettibili rispetto al vento e così oltre che relativamente imprecisi potevano essere deviati vistosamente da condizioni di venti al traverso, per questo, per non sprecare una salva di razzi era spesso necessario lanciarne qualcuno per osservarne la traiettoria, e questo ovviamente metteva sul chi vive il 'bersaglio'. Un'altro ruolo dei BM-21 era il tiro con sostanza chimiche: data la capacità di attacco areale, era possibile raggiungere una concentrazione di aggressivi chimici impensabile per le artiglierie convenzionali. Infatti, i razzi devono subire minori accelerazioni rispetto ai proiettili, quindi hanno bisogno di pareti metalliche meno spesse e lasciano molto più spazio alla carica esplosiva. Ma mentre le granate potevano ovviare alla minore carica bellica con l'effetto delle copiose schegge generate, nel caso di attacchi chimici tale 'qualità' era sostanzialmente irrilevante, anzi certamente controproducente.


L'era dei semoventi passò attraverso una situazione di compromesso. Le artiglierie sovietiche degli anni '50 sembrarono troppo lente ad entrare ed uscire in azione rispetto al rischio degli attacchi aerei NATO e delle artiglierie semoventi. Così arrivarono nuovi trattori d'artiglieria sia cingolati che ruotati. Le artiglierie moderne erano bisognose di tali potenti veicoli vettori, allora perchè non montare direttamente le artiglierie sui veicoli? Questo fu fatto, ma con un ritardo di decenni rispetto ai veicoli occidentali analoghi. In compenso vi fu da subito la costruzione di veicoli moderni, con torrette rotanti e totalmente protette con filtri NBC. La corazzatura era leggera, ma l'2S1 era capace di eseguire guadi anfibi senza preparazione. Esso aveva il cannone D-30 da 122mm. La potenza di fuoco era alquanto ridotta, ma la mobilità era rilevante. Progressivamente i semoventi 2S1 arrivarono a migliaia di esemplari per sostituire i D-30 nelle divisioni motorizzate (72) e corazzate (inizialmente 36, poi aumentati con la diffusione ai reggimenti corazzati). La gittata delle armi era rilevante per il calibro, ma spesso questi semoventi venivano utilizzati come mezzi d'appoggio di fuoco in posizione avanzata, malgrado vi fosse abbondanza di cannoni di grosso calibro da 115 e 125 mm da parte dei carri armati. Il calibro da 122mm mostra in effetti la sua limitatezza quando incluso in un vero semovente d'artiglieria. Ma bisogna considerare che i sovietici nel realizzare l'2S1 hanno usato lo scafo del blindato MT-LB da cira 11 t e quindi equivalente all'M113, per ritrovarsi con un mezzo da 15 tonnellate, anfibio senza preparazione (caratteristica unica nella categoria), anche se altri mezzi, tra cui l'M109 possono esservi modificati con un lavoro non eccessivo. In altri termini, l'2S1 è talmente leggero, che è stato installato su di un mezzo classe M113, cosa semplicemente impossibile per i pezzi da 155, che hanno richiesto, con l'M109 (che tra l'altro trasporta solo 28 proiettili) un veicolo molto più grande e costoso, da 23 t. già nella configurazione base. Ai finlandesi l'2S1 sembra sia piaciuto, essendo il Paese dei mille laghi: ne hanno comprati parecchi dagli arsenali tedeschi e li hanno sottoposti ad un costoso aggiornamento per migliorarne le parti 'informatizzate'.


Anche i calibri maggiori vennero aggiornati con gli 2S3, 18 per un gruppo d'artiglieria con il reggimento d'artiglieria della divisione corazzata e meccanizzata.

Calibri e potenze maggiori erano disponibili a livello di corpo d'armata o d'armata, specie con le divisioni di artiglieria. I cannoni M-46 erano uno dei pezzi d'artiglieria migliori. Dotati di 27 km di gittata e di una cadenza di tiro anche di 6 colpi al minuto, erano armi eccellenti, precise ed efficaci con granate da 33kg. Derivavano, come anche i cannoni antiaerei da 100mm, da pezzi navali a lunga gittata. Essi erano potenti e per decenni solo l'M 107 da 175 mm americano riusciva, non di molto, a superarlo in gittata ma certo non in volume di fuoco, con 1-2 colpi al minuto. L'M-46 era un'arma estremamente insidiosa, tanto che in Vietnam neutralizzarne uno spesso richiedeva l'intervento dei B-52 che spianavano ettari di foresta dove si era localizzato approssimativamente l'arma nemica. Ma era molto difficile, anche così, riuscire a distruggere l'unità di fuoco nordvietnamita. GLi indiani fecero un progresso ulteriore, con l'istallazione di un cannone da 130 su scafo del carro inglese Vijantia prodotto su licenza.

L'S-23 sovietico era anch'esso potente e di origine navale, ma non si sa precisamente se abbia o meno sostituito l'obice da 203mm M 1931, di epoca bellica. Con 30 km di gittata, o oltre 40 con le munizioni con razzo aggiuntivo (diffuse per tutte le artiglierie moderne sovietiche) essi erano un'altra eccellente arma a lunga gittata, ma molto più lenta e pesante.

Le artiglierie semoventi non furono meno impressionanti. Dopo la produzione di cannoni semoventi giganteschi, su scafo Stalin III, da 400mm, i sovietici iniziarono a produrre mezzi più misurati. Uno era il cannone semovente da 203mm 2S7, con gittata da 37 km e 47 con munizioni a razzo. La produzione arrivò a circa un migliaio di pezzi, alcuni vennero anche esportati. I 2S5 erano armi da 152 mm con gittata di 28 km, anch'essi simili ai 2S7 e quindi privi di una torretta girevole. Le armi d'artiglieria videro l'introduzione, negli anni '70-80 anche di pezzi trainati da 152: il modello 1976 e il modello 1982, mentre le artiglierie da montagna avevano il Modello 1966 da 76,2mm. Il modello 1976 era la base per il pezzo del 2S5. L’ultimo nato delle artiglierie sovietiche, che hanno compreso anche i l semovente da 120mm (mortaio) ANONA e i TYULPAN da ben 240 mm, hanno visto anche il 2S19 da 152mm, in pratica una torretta speciale sistemata sullo scafo di un carro armato. Come nel caso del GCT, del PALMARIA, del defunto SP-70, il vantaggio è quello di disporre di un carro armato come scado base, lo svantaggio è quello altrettanto ovvio, di non avere il vano motore in avanti, lasciando libero lo scafo posteriore, per esempio, per le munizioni. In ogni caso si tratta di uno dei semoventi d’artiglieria più potenti tra quelli moderni, con gittate tra i 24,7 e i 30 km. Non è chiaro se fece in tempo ad entrare in servizio con l’Armata Rossa, esso venne presentato nel 1993.

I lanciarazzi d’artiglieria non rimasero all’epoca del BM-21. Nel 1976, molti anni prima del primo MLR americano moderno, ovvero l’MLRS, i sovietici avevano già il BM-27 Uragan, da 220mm. Esso era montato su di un autocarro 8x8 e possedeva 16 canne da 220 con gittata di 34-35km, poi aumentata ad almeno 40. Quanto ai fondamentali, era giù superiore e molto più economico dell’MLRS, con 12 razzi da 227mm con raggio di 32 km. Finalmente anche i razzi sovietici erano dotati di submunizioni, però al posto delle 644 bombette da 0,227 kg del sistema americano, pensate soprattutto per le azioni controcarro, e tristemente famose per la quantità di munizioni rimaste inesplose (tra il 4 e il 15%), vi erano solo 30 bombe di peso elevato, oppure oltre 312 mine antiuomo ‘Green parrot’. A differenza dell’MLRS, privo praticamente di capacita di colpire bersagli protetti (nonostante la capacità di perforare con il jet HEAT anche 100mm di acciaio, è sufficiente che, per esempio, l’avversario sia protetto da oltre 1 m. di terreno o roccia, oppure sia alloggiato un piano sotto il tetto di un edificio perché il piccolo ordigno da 38mm di diametro fallisca nel raggiungerlo), nonostante il costo delle singole testate, l’URAGAN aveva anche un modello con 51 kg di HE sufficiente per scaricare oltre 800 kg di esplosivo per una singola salva, distruggendo sistemi di trincee, caverne, edifici con l’efficacia pari almeno a quella di bombe da 100-120 kg. Lo SMERCH, entrato in servizio 10 anni dopo, e appena circa 2 anni dopo il dispiegamento dell’MLRS in Europa, era ancora più devastante, sempre basato su autocarri 8x8: esso aveva 12 razzi in tubi di lancio: ciascuno di questi immensi ordigni da 800kg era potente quanto un FROG e aveva una capacità di fuoco dell’ordine dei 70 km di gittata, recentemente incrementata, pare, a 90. Nel 1990 entrò in servizio il sistema VIVARI per il controllo dei razzi, basato su di un computer da 288 kb. Esso poteva coordinare il tiro di varie rampe di lancio, e soprattutto si introduceva una capacità del tutto inedita: quella di eseguire correzioni di guida radio ai razzi stessi, per renderli precisi (forse inevitabile con armi non guidate di tanta gittata) nonostante i venti laterali ed eventuali errori di calcolo, sul bersaglio designato. La testata da circa 280 kg era pesante quanto un intero razzo BM-22 e molto di più anche di quella dell’MLRS, che pure venne pensato soprattutto per la potenza di fuoco piuttost che la gittata. Il carico utile poteva essere, tra gli altri tipi, 72 bombe multimpiego oppure oltre 200kg HE. Il ridotto numero di potenti cariche esplosive era probabilmente meno efficace contro i carri che nel caso degli MLRS, ma sparare 480 o 864 bombe di media grandezza piuttosto che 7700 rende se non altro i lanciarazzi multipli sovietici di questo tipo danno molti meno problemi di munizioni inesplose dopo azioni di fuoco, mentre le munizioni di per sé sono molto più grandi e facili da osservare (circa 200x330mm dimensioni, contro 38x81 mm) al suolo.

Con queste armi, costruite in centinaia di esemplari e in qualche raro caso esportate, aggiunte a parecchie migliaia di BM-21 l’Armata Rossa conservò una precisa leadership nel settore lanciarazzi multipli d’artiglierie. Ancora nel 1997, le sole F.A. Russe ne avevano, almeno in teoria, oltre 7000 esemplari. A parte questo, va ricordato che i lanciarazzi di maggior calibro erano in dotazione nelle divisioni di artiglieria, ciascuna dotata di un reggimento con 4 gruppi per un totale di 72 lanciarazzi.

Mezzi corazzati[modifica]

Nessun campo degli armamenti sovietici è forse dibattuto come questo. Di fatto, si tratta di un campo persino sopravvalutato, come si è detto nella sezione delle artiglierie, che erano un punto di forza dell’Armata Rossa altrettanto importante. Detto questo, i carri armati T-54/55/62/64/72/80, i BMP-1/2, e i BTR-60/70 sono stati ora magnificati.

Le caratteristiche di ognuno sono soggette a tutt'oggi a numerose valutazioni, anche perchè restano veicoli ampiamente diffusi e in qualche caso, persino ancora in produzione. Con il tempo, i giudizi rispetto al valore di questi mezzi sono stati soggetto a periodiche revisioni, per lo più al ribasso. Questo è dovuto al fatto che questi mezzi sono di vecchia concezione, concepiti per essere prodotti in maniera economica e in immense quantità, necessarie per equipaggiare le centinaia di divisioni del Patto di Varsavia e altri alleati esterni.

Questi mezzi sono mal giudicati per vari motivi: per ragioni obiettive, ovvero relativizzate anche al contesto storico e alle comparazioni con altri mezzi, e per ragioni meno obiettive e contestualizzate all'epoca del loro impiego piuttosto che della loro apparizione, anche se in alcuni casi questo significa molti anni di distanza. Chiaramente, le prestazioni di carri come i Challenger, gli M1 e i cingolati Bradley si sono dimostrate largamente superiori in termini di resa operativa. Ma alcune cose, in termini storici ed econimici, si perdono inevitabilmente se si giudica un veicolo degli anni '60, concepito per essere prodotto in maniera veloce ed economica, comparato ad uno degli anni '80, concepito e prodotto senza quasi limitazioni in termini di costi e complessità. La realtà è come sempre, più complessa da analizzare se valutata in maggiore profondità, ma così deve essere se si vuole indagare con maggiore completezza sull'argomento. In ogni caso, appare ancora evidente come i sovietici abbiano tentato, al pari che con i sottomarini, di saltare generazioni di veicoli da combattimento, per poi tornare parzialmente sui loro passi dopo i risultati iniziali, evidentemente insoddisfacenti.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale vi erano i carri armati T-34/85 e JS-2/3 come veicoli da combattimento principali. I mezzi per trasportare le truppe erano pressochè inesistenti, nonostante il gran bisogno che c'era di essi per ridurre le terribili perdite che anche un solo nido di mitragliatrici poteva infliggere alle ondate d'assalto. I nuovi carri armati erano gli JS-3 e i T-44, entrati in servizio verso la fine della guerra. Entrambi avevano, malgrado fossero un indubbio progresso, il loro ammontare di problemi. L'JS-3 Stalin III era un veicolo eccezionalmente ben protetto, anche per l'inclinazione delle corazze, ma ebbe problemi di saldatura delle corazze e meccanici che si aggiunsero a quelli 'base' ovvero la scarsa cadenza di tiro del potente cannone da 122mm, che peraltro era l'unico rapidamente producibile a combattere alla pari contro i formidabili carri tedeschi. Bisogna tenere presente che lo Stalin II, anche se armato con un cannone tanto potente, e corazzato in maniera più che adeguata, era un veicolo da appena 43 tonnellate, dell'ordine del Panther piuttosto che del Tiger, pertanto i compromessi in termini di spazio interno e dell'armamento (per i sovietici era impossibile realizzare un cannone come quello del Phanter) imponevano dei compromessi. Lo Stalin III sarebbe stato un degno avversario del Tiger II, ma arrivò anche più tardi e non ebbe luogo nessuno scontro tra i due. Lo Stalin III venne sottoposto a due programmi d'aggiornamento prima di diventare un mezzo realmente affidabile, ma nel frattempo era apparsa una serie di carri pesanti anche di 60-70 tonnellate, dei quali l'ultimo esponente fu il T-10 Lenin, che aveva un cannone da 122mm migliorato, sistemi di tiro migliorati, corazza irrobustita ulteriormente fino a 250mm e una massa di circa 48 t. Era un veicolo potente, ma non ebbe lungo tempo per esprimersi. I carri medi nel frattempo avevano visto ulteriori sviluppi. Il T-44 era migliore del T-34 con una corazza migliorata e il motore trasversale che riduceva la lunghezza del veicolo e lo rendeva più compatto. IL cannone da 85 mm venne finalmente sostituito dal pezzo da 100 che sul T-34 era stato possibile montare solo nella versione d'assalto, il SU-100.

Il carro armato successivo era il T-54. Questo sostituì già dopo qualche anno in produzione il T-44, prodotto in quantità ridotte e gli ultimi T-34, che in effetti vennero prodotti in versioni migliorate per parecchi anni. Il T-44 non ebbe molto successo, non essendo abbastanza largo per accomodare il cannone da 100mm e soffrendo anche di altri inconvenienti. Nondimeno, esso è rimasto a lungo in servizio come carro d'addestramento e in riserva. Il nuovo carro era il T-54, che però apparve assai prima dell'anno a cui sembrava riferirsi. La sua progettazione era eccellente sotto molti aspetti, anche se rimaneva un mezzo limitato.

La massa era di appena 35 t e il veicolo, essendo tanto piccolo, offriva non solo un bersaglio piccolo ma anche aveva una superficie ridotta da offrire, quindi ebbe modo di proteggerla con pesanti corazzature, degne di veicoli da 40 e passa tonnellate. Il frontale dello scafo, che nel T-34 era spesso circa 45-50 mm, passava addirittura a 120mm a circa 55-60 gradi, praticamente al livello di un carro pesante. I fianchi dello scafo erano di circa 80 mm, la torretta, ben studiata in termini balistici, aveva spessori superiori di 30mm e sui lati, tra gli 80 e i 200-210 mm. La loro potenza di fuoco era data da un cannone D-10T da 100/58 mm con un sistema stadimetrico per la misurazione della distanza, che consentiva di un compromettere il disegno balistico per ospitare un sistema telemetrico per la distanza, mentre i proiettili erano 34, con granate AP-HE della serie BR-412, che avevano una capacità mista in quanto ospitavano anche una carica esplosiva destinata a deflagrare all'interno del bersaglio con la potenza grossomodo di una bomba a mano, vi erano le granate HE, e in seguito anche le HEAT. Una mitragliatrice coassiale da 7,62 e una pesante da 12,7 antiaerea erano integrate anche da un'altra arma fissa, che veniva azionata dal pilota e sostituiva la casamatta anteriore del T-34, poco efficiente e che necessitava sia di un quinto uomo d'equipaggio che di punti deboli nella piastra di corazza.



I T-55 erano la versione migliorata ma stranamente, ebbero almeno all’inizio rimossa la mitragliatrice difensiva di torretta. In seguito sarebbe stata rimessa, come anche nel caso del T-62. Essi avevano 43 colpi di cannone e beneficiavano di parecchi miglioramenti, come un completo set di visori IR di prima generazione. Nell’insieme erano carri economici e semplici sia da produrre che da mantenere. Uno dei principali problemi era l’abitabilità, essendo assai angusti. Questo non era considerato un grande problema con i climi europei, ma in Medio oriente, senza condizionatore d’aria era davvero difficile guidare questi mezzi a portelli chiusi senza rischiare di svenire per il caldo, e questo da parte di persone abituate al calore del deserto. Chiaramente, lo stress da combattimento non era alleviato da questo stato di cose. Un altro problema poco sentito in Europa era il limitato valore del sistema di controllo del tiro. Senza telemetro ma solo con un sistema stadimetrico settato su un bersaglio alto 2,7m, non v’era molto modo di calcolare la distanza, elemento fondamentale per il controllo del tiro, specialmente oltre il migliaio di metri. Le munizioni perforanti-esplosive erano insufficientemente potenti in ogni caso, per riuscire a perforare un carro armato frontalmente a distanze maggiori. I Centurion armati con il pezzo da 105mm erano un avversario coriaceo, capace di perforarli da circa 2 km. Bisogna dire che in ogni caso, il problema non era solo questo, ma anche il limitato quantitativo di munizioni, specialmente nel caso dei T-54 veramente troppo poche per sostenere un combattimento prolungato. Ma le cose non erano necessariamente tanto strane se si guarda come si intendeva utilizzare i carri T-54/55. Essi erano in netta superiorità numerica in Europa, operavano in situazioni abbastanza buone che non li mettevano in condizioni di subire le temperature troppo alte dei deserti, anzi il problema, specie nell’Europa settentrionale, era quasi all’opposto, e i campi di tiro erano raramente superiori ai 1000 m, per questo sistemi di tiro sofisticati non erano stati previsti. La dotazione di sensori IR, il cannone stabilizzato, la capacità –inedita in Occidente- di generare cortine nebbiogene iniettando gasolio nei tubi di scappamento, il motore diesel e le capacità di guado profondo, oltre ai serbatoi ausiliari sganciabili e al tronco anti-impantanamento (caratteristica dei carri sovietici, era sistemato dietro lo scafo, sotto i serbatoi ausiliari, e veniva liberato in caso di necessità, con il carro che cercava di tornare indietro in retromarcia) erano caratteristiche molto positive, soprattutto lo erano rispetto ai carri M 47 e M 48 di prima generazione. L’autonomia, per esempio, era estremamente modesta con i motori a benzina, tanto che gli M 47/48 avevano circa 120 km su strada e i Centurion non erano molto meglio. I T-55 arrivavano a 450 km, fino a 650 con serbatoi ausiliari così potevano combattere per giorni senza finire il carburante. Tra l’altro, i cannoni da 90 americani e persino, nonostante i proiettili decalibrati, i pezzi da 83mm inglesi non erano in grado di perforare la corazza anteriore del T-54 se non a distanze realmente brevi e non in maniera affidabile. Test yugoslavi (la Yugoslavia ebbe sia i carri M 47 che i carri sovietici T-54/55) dimostrarono come le munizioni da 90 mm HVAP fossero capaci di perforare, a seconda dei modelli la torretta fino a 500 m. ma lo scafo restava immune anche a 100 (curiosamente, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare era la torretta ad essere più vulnerabile). I proiettili perforanti del dopoguerra soffrivano molto le inclinazioni d’impatto, molto di più del mero spessore virtuale della corazza. Per esempio, il pezzo da 83 mm era in grado di perforare circa 280 mm a 1000 m, ma si riduceva a circa 80 se si trattava di una corazza a 60°, appena meglio di quello che sarebbe stato possibile con un semplice proiettile APBC, che perforava meno ma perdeva molto meno potere contro le corazze inclinate. Le munizioni HEAT erano invece efficaci a sufficienza, ma la bassa velocità era un elemento importante per limitarne la gittata utile. Contro mezzi del genere i carri sovietici avevano senso. L’aggiornamento con cannoni da 105mm permise ai Centurion di raggiungere i 2 km di gittata utile e di sfruttarla appieno con campi di tiro adatti, come spesso avveniva nel deserto. Questo mise in condizioni di inferiorità i carri sovietici. Un aggiornamento per questi sarebbe stato forse possibile, utilizzando lo stesso sistema dei carri britannici. Così come in seguito i derivati cinesi T-59 hanno avuto un telemetro laser montato sopra il cannone in un pod leggermente protetto, i carri sovietici avrebbero potuto sfruttare il principio britannico della mitragliatrice d’aggiustamento, ovvero un arma che poteva sparare proiettili simulanti quelli del cannone e colpire il bersaglio. Una volta inquadrato con i proiettili, il carro sparava. La mitragliatrice inglese era efficace fino a 1800 metri, anche se il Centurion poteva combattere anche a distanze maggiori, ma senza il suo ausilio. I carri sovietici avevano un ausilio didattico consistente in una mitragliera da 23, poi da 14,5mm con proiettili speciali. La inserivano dentro il cannone e la usavano come sistema di tiro al posto dei più costosi proiettili. Un sistema del genere avrebbe potuto dunque semplicemente svolgere le stesse funzioni della mitragliatrice inglese, se non vi fosse stato spazio sufficiente avrebbe potuto essere posto sopra il cannone stesso, solidalmente collegato, come i telemetri laser dei carri cinesi. Questo però non accadde. Gli israeliani catturarono molti carri di questo tipo nel 1967 e li sottoposero alle modifiche Tiran 5. Essi ebbero, tra l’altro, un nuovo sistema di tiro computerizzato (l’Elbit Matador), il cannone da 105 mm, altre modifiche alla meccanica, serbatoi di acqua per l’equipaggio, e persino un mortaio da 60 mm. Questo dimostra come, volendo, con la necessaria intraprendenza si potessero migliorare di molto le possibilità dei carri sovietici, integrandovi aggiunte varie. Per esempio, dato che i cannoni da 105 mm perforavano circa 100 mm di corazza a 60 gradi (ovvero uno spessore virtuale di 200 mm) a due km e circa 120 mm a 1 km, allora sarebbe bastata una semplice corazza aggiuntiva di 20 mm per dimezzarne il raggio utile (sparando alla corazza anteriore). Questa corazza, se fosse stata spaziata di pochi centimetri avrebbe anche ridotto il potere delle granate HEAT e pressochè annullato quello delle HESH, che necessitano di colpire strutture monolitiche per funzionare. Questo avrebbe portato i carri T-55 a combattere su distanze utili comparabili con quelle dei mezzi occidentali, senza nemmeno considerare il miglioramento del sistema di controllo del tiro, e con un aggravio di circa 150 kg/m2, per meno di una tonnellata considerando l’arco frontale. In seguito, tali migliorie sono apparse.

Un T-55 di prima generazione
Un T-55AM2B

Il T-55 è stato munito via via di: telemetro laser in un box corazzato sopra il cannone, corazze passive BDD per la torretta e, anche se non sempre istallate, per lo scafo, lanciagranate nebbiogene, manicotto termico antidistorsione per migliorare la precisione del cannone (l’irraggiamento solare, con i cannoni moderni relativamente lunghi e con pareti resistenti ma sottili, può deformare leggermente la canna, con effetti disastrosi sulla precisione alle lunghe distanze).

Un T-55 aggiornato allo standard Israeliano Tiran-5

I carri T-55AM 2B sono tra quelli più aggiornati, e il loro armamento comprende addirittura missili a guida laser BASTION, entrati in servizio attorno al 1985. Essi sono stati prodotti per i T-55, ma anche per i cannoni T-12, per i T-62 e per i BMP-3. La cosa straordinaria di questo missile lanciabile da cannone, al di là delle prestazioni, è che ha dovuto essere concepito per adattarsi a 4 cannoni tutti diversi l’uno dall’altro, e di due calibri differenti. Il BASTION ha un raggio d’azione di 4 km e una velocità massima di circa mach 1,1, che conferisce limitate capacità anche contro elicotteri. Se si considera che missili come i TOW da 0.8 mach sono stati utilizzati con successo contro altri elicotteri (1 A Guerra del Golfo), e che anche missili MILAN (ancora più lenti) e lanciarazzi come gli RPG-7 hanno avuto impiego e talvolta successo in compiti antielicotteri, si capisce come il BASTION possa, anche se non è stato pensato per questo ruolo, essere usato anche contro elicotteri. In ogni caso, un T-55 AM 2B avrebbe potuto, con i suoi missili, eliminare un intero plotone di carri come i T-72M stando a distanze di sicurezza. Gli irakeni, però, non avevano alcun T-55 AM nel 1991 e hanno subito la superiorità di raggio utile dei carri della Coalizione. I carri T-55 hanno anche ottenuto, dagli anni ’70, proiettili migliorati tra cui granate APDSFS capaci di perforare circa 20-30 cm a 2 km e quasi di eguagliare i proiettili da 105 mm analoghi. Dopotutto, anche se leggermente inferiore in calibro, il pezzo rigato da 100 mm ha una lunghezza di 58 calibri contro i 51 del cannone L7, e le sue prestazioni balistiche non sono che marginalmente inferiori.

Per l’adozione di tale importante munizionamento, il T-55 ha potuto resistere alla concorrenza del T-62. Quest’ultimo è un carro armato relativamente potente, ma anche conservatore. Differentemente dagli inglesi, che sono passati dal Centurion allo Chieftain senza quasi nessuna continuità eccetto il sistema di tiro, i sovietici hanno concepito un carro armato convenzionale, che era sostanzialmente un T-55 riarmato con il pezzo da 115mm. Gli americani fecero praticamente lo stesso con l’M 60, quasi identico all’M 48, solo adattato con una torretta appositamente progettata per il pezzo da 105mm. M68, che sostituiva il precedente da 90 mm ed era la versione americana dell’L7 inglese, cannone standard NATO durante la Guerra fredda dal 1960 in poi.

Il T-62 era simile all’M60 in tal senso e somigliava anche per i difetti. Era più lento del precedente, in quanto più pesante, ed era leggermente più grande anche se l’altezza restava uguale se non inferiore. La torre era allargata e lo scafo conseguentemente ingrandito per il pezzo U5TS da 115mm. A differenza del cannone L7, che era un’arma precisa e potente ma ancora convenzionale, il cannone sovietico era un temerario passaggio verso i cannoni ad anima liscia, che beneficiavano della possibilità di sparare con pressioni di esercizio maggiori e quindi, con proiettili più energici. Questo consentiva di utilizzare al meglio i proiettili perforanti ad alta velocità e al tempo stesso, consentiva di utilizzare al meglio i proiettili HEAT, che non apprezzano il moto rotatorio impresso dalla rigatura del cannone (che tende ad ‘allargare’ il getto HEAT). Ovviamente, la rigatura non era fine a se stessa, perché serviva per stabilizzare il proiettile nel volo e garantire la precisione oltre distanze molto brevi. Questo nel caso dei proiettili sovietici venne affrontato con proiettili perforanti stabilizzati ad alette, che imprimevano un moto rotatorio durante il volo. L’innovazione era grande, perché solo quasi 20 anni dopo gli occidentali immisero in servizio un cannone da 120 mm ad anima liscia, con il Leopard 2.

Ma questo sistema si dimostrò meno efficace e il cannone si ritrovò a soffrire di precisione inferiore. La mancanza di un sistema di controllo del tiro adatto non era d’aiuto, essendo ancora basato sul sistema stadimetrico. La velocità iniziale di 1600 ms. dei proiettili perforanti era comunque tale da rendere estremamente piatta la traiettoria e precisa su distanze dell’ordine dei 1500 m. Oltre scadeva rapidamente, in mancanza di un sistema affidabile per la misurazione della distanza. L’arma era, a differenza dei cannoni dei carri, priva di telemetro ottico e computer elettro-meccanico, ma sempre in antitesi, aveva un sia pur rudimentale sistema di stabilizzazione per dare una certa capacità di fuoco in movimento, o almeno di rapido riallineamento dopo lo stop. Di fatto, il T-62 era meglio armato del T-55 e portava 40 granate. Al solito, era limitata la dotazione di munizioni per le mitragliatrici, che adesso non comprendevano più quella di prua. La dotazione di sensori IR era completa per capocarro, cannoniere e pilota, ma a quel punto anche i carri occidentali erano in via di equipaggiamento con sensori simili. La corazza era più spessa, specie per la torretta che arrivava a 242 mm come massimo, 97 nella parte posteriore, 40 sul tetto. Era un miglioramento ma in proporzione non era altrettanto buona rispetto ai cannoni avversari, che quella dei T-55. Il T-62 costava molto di più del T-55 ed era più complesso per la manutenzione. Nonostante la sua torretta più spaziosa, lo spazio era minore. Forse il T-62 era il più angusto tra i carri sovietici. Nonostante che esso fosse un progresso in termini di potenza di fuoco e anche di corazza, era un peggioramento in termini di mobilità con lo stesso motore del T-55 ma 4 tonnellate di peso in più (40 t). Questi problemi erano in realtà tali e quali a quelli dei carri inglesi e americani, che ebbero tutti un successo minore della generazione precedente, soffrendo di una peggiore mobilità e di dimensioni eccessive. Il costo era alto, per esempio l’ M60 arrivava a 422000 dollari contro i 122000 di un M48. Ecco perché si preferiva ammodernare i carri armati precedenti piuttosto che comprarne dei nuovi. Il cannone da 115 aveva poi una ridotta vita utile. I proiettili HEAT erano potenti, ma le munizioni perforanti erano realizzate ‘al risparmio’ con munizioni in acciaio anziché tungsteno. Questo nondimeno permetteva di ottenere risultati analoghi al pezzo da 105 mm occidentali, con proiettili al tungsteno e quindi più costosi. Questo fatto rendeva il munizionamento del T-62 più economico a parità di prestazioni, ma negava per il momento la superiorità del pezzo da 115 mm rispetto a quello da 105. Il T-62 aveva i suoi difetti e limiti, e gli eserciti del Patto di Varsavia non lo vollero per la maggior parte. Solo l’URSS e vari Paesi del Medio Oriente ebbero quantità di questo mezzo, e lo usarono anche in vari conflitti. I risultati non furono molto buoni, ma bisogna dire che i paesi arabi impegnati contro Israele avevano prevalentemente i carri T-54/55 e solo un terzo o meno erano i T-62 (nel 1973). Gli israeliani avevano praticamente ammodernato tutti i loro carri M 48, Centurion, T-54/55 e persino Sherman con cannoni da 105mm, moltiplicandone le capacità simili a quel punto agli M 60, presenti in pochi esemplari. Gli israeliani avevano capacità operative e addestrative superiori. Basti pensare che nel 1967 con i Super Sherman sconfissero in un durissimo combattimento la Brigata corazzata giordana, che aveva moderni carri M 47 e M 48, chiaramente superiori ai vecchi cimeli del periodo bellico. Ma la decisione degli israeliani e il fatto di avere riarmato con cannoni francesi da 75mm dotati di munizioni HEAT (che peraltro si dimostrarono insufficienti contro i carri T-54/55, invulnerabili sull’arco frontale) permise di ricambiare i colpi da 90 mm avversari con effetti sufficienti anche contro i carri Patton. Per equivalere questo schieramento israeliano di 2000 carri circa, erano necessari forse più dei 4000 veicoli messi in campo dagli arabi, e certamente in termini tecnologici era necessario riequipaggiare con carri T-62 il grosso di tali truppe, invece di lasciare ancora primariamente il campo ai carri con i 100 mm.

I T.62 non erano ‘cost-effective’ (come del resto nemmeno i coevi britannici e americani) ma erano pur sempre meglio dei precedenti, soprattutto perché permettevano di perforare le corazze dei carri armati NATO da forti distanze, cosa negata ai cannoni da 100 con munizioni relativamente rozze come quelle disponibili all’epoca (relativamente ai proiettili perforanti, non gli HEAT). In seguito vennero aggiornati ed usati ampiamente in numerose unità sovietiche, in particolare in Afghanistan, dove il T-62E era dotato di corazze ausiliarie anti-RPG, telemetro laser e altro ancora, diventando il migliore carro armato schierato là dai sovietici, visto che i carri di ultima generazione non erano stimati necessari (come avvenne anche in Vietnam, dove gli M 60 non furono inviati mentre vennero impiegati gli M48A3).

I cannoni da 100mm erano considerati insufficienti contro i carri NATO, ma anche i pezzi da 115 mm erano considerati insufficienti contro uno dei nuovi carri occidentali, ovvero lo Chieftain. I sovietici temevano che questo mezzo si sarebbe forse diffuso nelle file avversarie, ma questo non si verificò. Di fatto, i carri standard NATO erano i Centurion, gli M 48, i Leopard e gli AMX-30, bersagli non impossibili per i pezzi da 100 e facili per quelli da 115 mm. I sovietici tentarono un approccio altamente innovativo con i T-64, come del resto tedeschi e americani stavano facendo con l’MBT-70. Ma questo programma risultò un costoso fallimento e un insegnamento su come non si doveva fare un carro armato funzionale, mentre il T-64 era un carro armato che stabilì nel bene e nel male, uno standard. Inizialmente si trattava di un mezzo con un cannone ad alta velocità da 100mm, forse parente stretto del T-12 (che era il cannone controcarro, derivato dal pezzo da 115), poi venne potenziato con il cannone da 115mm di un tipo avanzato. Ma qui avvenne un errore sostanziale, perché si decise di avere un carro ancora meglio armato, aumentando a 125mm il calibro. Sarebbe stato, col senno di poi, sufficiente mantenere il pezzo da 115 e migliorare il munizionamento e il sistema di tiro, ma i sovietici andarono per il pezzo di maggior calibro, e in questo modo stressarono notevolmente una piattaforma costituita da un carro armato di appena 38 t, incredibilmente compatto e basso. Esso era tanto compatto perché si decise di sistemare un equipaggio di 3 uomini grazie ad un sistema di caricamento compatto, chiamato Korzina. Esso aveva 28 proiettili pronti al tiro, con le cariche di lancio esposte in verticale sopra i proiettili. Il motore era un diesel boxer, simile a quello del pur grosso Chieftain sia in potenza che in struttura, ma anche in termini di inaffidabilità. I test, iniziati non molto tempo dopo quelli del T-62, portarono via molto tempo e solo alla fine degli anni ’60 il T-64 era in servizio operativo. Questo carro era più complesso, molto più costoso e meno affidabile del T-62 e molti nell’Armata Rossa osteggiarono la sua entrata in servizio, non immotivatamente. Eppure esso restò in produzione fino agli anni ’80 con versioni migliorate incluse quelle con missili AT- Songster/Kobra controcarro da 4 km di gittata. In tutto ne vennero completati 14.000 esemplari circa, malgrado ancora nel 1990 si stimasse che ne fossero stati prodotti ‘solo’ 8000.

In definitiva il T-64 era un carro formidabile, specialmente per la sua taglia e massa: aveva un cannone da 125mm con caricatore automatico e 40 colpi totali, aveva un sistema di controllo del tiro per la prima volta in assoluto dotato di stabilizzazione, calcolatore e telemetro ottico, aveva una corazza stratificata nello scafo e in seguito, anche sulla torretta, aveva un motore diesel boxer, sospensioni del tutto nuove con ruote di piccolo diametro e sospensioni idropneumatiche, e altre ulteriori migliorie. Tra queste vi erano la mitragliatrice di nuovo modello, alleggerita e più affidabile, azionabile dall’interno del carro, il cannone utilizzabile anche dal capocarro, e una novità notevole: una lama apripista sistemata in maniera molto compatta nella parte inferiore dello scafo, per creare postazioni di tiro e utilizzare il carro come un bulldozer se necessario.

La successiva evoluzione fu il carro T-72, che era un passo indietro rispetto al T-64. Esso aveva subito anche dei miglioramenti. Il sistema di caricamento Korzina pare che non fosse molto affidabile, d’altro canto a parte certe esagerazioni sulla sua pericolosità era chiaro che la movimentazione dei proiettili con sistemi meccanici dentro una torretta angusta poneva delle possibilità di rischio per l’equipaggio. Venne sostituito dal Kasetska, con 22 munizioni, molto diverso e dal funzionamento più affidabile.

Per il resto il carro presentava sospensioni Vickers con ruote grandi, corazza multistrato e in seguito anche una torretta con corazza composita, fatta di materiali meno costosi ma non molto meno efficaci. Il telemetro restava, ma il sistema di tiro aveva in generale caratteristiche inferiori e la stabilizzazione dell’armamento era meno efficace per via delle sospensioni. Nell’insieme era considerabile una sorta di Super-T-55, anche perché era dotato della versione turbocompressa del suo motore. Il T-72 ha costituito un veicolo estremamente popolare e ben presto si è diffuso in migliaia di esemplari. Nonostante vari problemi come la ridotta abitabilità era ancora un mezzo potente, per la prima volta dando ai carristi sovietici un mezzo superiore ai corrispettivi NATO e ampiamente diffuso. Quasi 30,000 esemplari vennero costruiti in versioni via via migliorate. L’ultima era il T-72BM con missili SVIR a guida laser anti-carro e elicottero, corazze ERA reattive, torretta migliorata con la configuarazione nota come ‘Dolly Parton’, e uno scafo pure irrobustito con corazze migliorate.

Nel frattempo i carri sovietici erano migliorati con i T-80, dotati di motore a turbina. Per il resto erano simili ai T-64 con un motore più potente, corazze migliori, armi migliorate inclusi i missili Kobra e i proiettili perforanti con uranio impoverito. Anche il T-80 venne utilizzato in migliaia di esemplari.

I carri sovietici furono notevoli in prestazioni anche se il loro eccesso non era sintomo di un buon equilibrio. Alla fine della Guerra fredda, in ogni caso, la superiorità qualitativa era nuovamente occidentale con i Challenger, gli M1A1 e i Leopard 2.

Questi mezzi avevano caratteristiche notevolissime, che ne incrementavano la capacità di sopravvivenza sul campo di battaglia. Questo peraltro, significava anche un costo e una massa senza precedenti, con il Leopard 2 e l’M1 che arrivarono fino a 55 ed oltre tonnellate, dell’ordine di grandezza del Tigre I, mentre il Challenger, come del resto il Merlava (che non incontrò MAI i T-72) arrivarono a circa 62 t di peso, ovvero dell’ordine di grandezza di un Tigre II. A questo proposito val la pena di ricordare che in un singolo caso, un carro classe 40 t del tipo Super Pershing (armato con un cannone da 90mm a canna prolungata) distrusse un Tigre II anche se si trattò di un caso fortunato, con il proiettile cbe passò apparentemente nello scafo inferiore, da 100 mm anziché 150 come la piastra anteriore superiore. I Leopard 2, gli M1 e i Challenger, ma anche i Merlava seppur nelle versioni più moderne specialmente, erano mezzi superiori a quelli sovietici, altamente mobili, ben armati, con sistemi digitali di controllo del tiro e capacità di tiro in movimento. La presenza di avanzati sistemi di visione notturna, come quelli passivi ad intensificazione di luce e quelli ,soprattutto ad immagine termica, disponibile per il solo cannoniere ma con un monitor ripetitore anche per il capocarro. Le corazze erano stratificate con materiali compositi, spesso spaziate, estremamente spesse. I motori erano estremamente potenti, dell’ordine di 1500 cv, valore curiosamente non superato nemmeno dopo 20 anni dall’esordio dei Leopard 2 e degli M1. Le munizioni, soprattutto, erano sistemate in maniera meno vulnerabile, con il tradizionale e sicuro sistema inglese delle munizioni sistemate in cassette ‘wet’, riempite di liquido ignifugo, anche se senza le munizioni pronte al tiro. La soluzione più drastica e funzionale, praticata sugli M1 e in parte sui Leopard 2 era data dallo stivare quasi tutto il munizionamento dentro la torretta, ma sistemato dietro una paratia antiesplosione. Questo dava il modo di avere in torretta sia quasi tutti i proiettili che al tempo stesso, una protezione a prova di esplosione. Questo era possibile grazie anche alle munizioni di per sé, essendo i proiettili da 120 HEAT/MP costituiti da una carica interna relativamente debole, da circa 1,3 kgm quando per esempio, le granate HE-FRAG erano pesanti di circa 3,2 kg nel caso dei cannoni sovietici. A parte questo, la torretta degli M1 assume un aspetto estremamente lungo e largo, diventando molto pesante, anche se resta relativamente bassa. La controcarena con le munizioni dentro, insomma, non è una soluzione praticabile per i carri armati di dimensioni piuttosto contenute, quantomeno non certo per ospitare 40 colpi da 125 mm, troppi persino per gli M 1 Abrams.


Quali in definitiva, i vantaggi dei carri sovietici nei confronti di quelli occidentali? Specialmente considerando anche gli svantaggi?

Il T-34 arrivò nel 1940. Era dotato di eccellente mobilità, corazzatura e potenza di fuoco. Per il resto esso era relativamente rozzo e la torretta con soli due uomini, sebbene simile a quella di molti altri mezzi dell’epoca, era inferiore a quella triposto dei mezzi inglesi e tedeschi, inoltre i T-34 mancavano di una cupola di osservazione per i capocarro. Il portello di torretta era unico, e si apriva verso l’avanti. Nonostante questo dasse una sorta di scudo al capocarro, egli non vedeva molto meglio, in tal modo, stando fuori dal carro di quanto vedesse stando dentro. Difficile capire perché una semplice feritoia di osservazione non sia mai stata installata in mezzo alla struttura. L’ottica di puntamento invece, ovvero il telescopio di mira, era eccellente, al pari di quelli tedeschi. La scarsa affidabilità della meccanica era un problema che affliggeva i primi T-34, specialmente la trasmissione. In compenso, le corazze pur essendo poco spesse, erano in grado di deviare i proiettili perforanti senza problemi grazie all’elevata inclinazione. A parte questo, la cingolatura era larga e permetteva di migliorare la mobilità sui terreni più impervi e cedevoli, ma il rumore prodotto era piuttosto alto e udibile in condizioni di silenzio, negando spesso la sorpresa tattica. La motorizzazione con un potente diesel, di derivazione aeronautica e fatto in buona parte di alluminio, era una grande realizzazione, ma la trasmissione inizialmente lasciava molto a desiderare in affidabilità e in generale in efficienza. Il cannone da 76mm era già ad alta velocità nel tipo originario da 29 calibri, ma presto arrivò quello da 41. Esso era capace di perforare i carri tedeschi e fornire un adeguato appoggio di fuoco alla fanteria, ma come visto, la torretta biposto e la mancanza di cupola rendevano arduo il lavoro di acquisizione e osservazione. Anche così il T-34 era molto migliore dei carri dell’epoca (1941) e solo il numero ridotto e l’uso tattico scorretto, specialmente perché vi erano problemi di fornitura delle radio previste per tutti i carri, diedero alla fine risultati non congrui. I T-34 vennero poi migliorati, e il T-34/85 aveva in particolare il cannone da 85/50 calibri capace di perforare quasi tutti i carri tedeschi da grosse distanze, e di minacciare anche i Tiger ma a distanze minori. La torretta era finalmente ridisegnata per 3 uomini, comunque varie migliorie si erano viste anche con i T-34/76 dotati di portelli migliorati, corazze un poco irrobustite, e in qualche caso anche di cupole per il capocarro. Nell’insieme il T-34, per facilità di impiego, costruzione, mobilità (non intesa solo come velocità massima), corazzatura era una realizzazione eccezionale, grossomodo al pari dello Sherman, ma a differenza di questo, apparso oltre un anno prima e con un profilo molto più basso e una corazza molto più resistente, anche se la spaziosità dello Sherman e le ottime rifiniture erano molto apprezzate dai sovietici, che consideravano l’M-4 con motori diesel grossomodo al pari del T-34. Da notare, a parte il T-34/85 apparso nel 1943, che esisteva già un T-34 cacciacarri: il T-34/57, poco noto. Esso aveva un potente cannone da 57 a canna lunga, capace di perforare da fortissime distanze i carri armati tedeschi del 1941. Operò con successo in un piccolo numero, ma presto venne tolto dalla produzione, perché i suoi proiettili HE erano giudicati troppo deboli e inaffidabili, e l’arma troppo costosa. Se si considera che ancora anni dopo i carri inglesi avevano cannoni da 57 controcarri, si potrebbe apprezzare come tale scelta sia stata troppo affrettata. Il T-34/85 era un mezzo straordinario, perché esso aveva un cannone della cleasse dell’88 tedesco sistemato nello scafo di un carro medio. Dato che le granate standard non erano molto efficaci, questa capacità non era superiore, in termini di perforazione, a quella dei pezzi da 76 degli Sherman americani e tantomeno con l’M4 Firefly inglese. Ma questo carro aveva anche una granata HE potente (oltre che la potenzialità per ottenere molto di più dal proprio cannone con munizioni avanzate, da ricordare che i sovietici studiarono parecchi tipi di carri di munizioni avanzate, anche gli APDS), cosa che per esempio gli Sherman con il pezzo M1 da 76/50 non avevano, tanto che molti carri con il pezzo da 75/37 vennero mantenuti appositamente con le unità in linea. L’autonomia e la velocità, nonché la mobilità del carro T-34, persino nella più pesante versione 85 (grazie alla combinazione tra un motore da 500 hp diesel e le sospensioni Cristie) erano senza paragoni con gli Sherman, i Cromwell e i pesanti mezzi tedeschi, mentre l’affidabilità era stata molto migliorata con la produzione.

I carri T-54, passati attraverso l’anello intermedio del T-44, non erano molto diversi rispetto alle migliori tecnologie sperimentate con i T-34 e i loro derivati d’assalto, i cacciacarri SU-100. I T-54 avevano il pezzo da 100mm, il motore diesel leggermente migliorato e posto in posizione trasversale da 520 hp. Finalmente apparve la mitragliatrice da 12,7mm in torretta, cupola del capocarro, come anche un sistema di stabilizzazione e uno di visione notturna apparevero presto, Infine un tronco antiimpantamento venne sistemato dietro il veicolo, assieme a serbatoi ausiliari.

Il T-55 era la versione migliorata con sistema di visione notturna completa e di stabilizzazione dell’armamento su due assi. La mitragliatrice, però, venne abolita. Per il resto vi erano gli stesso vantaggi, mentre il peso era leggermente aumentato, ma il motore era adesso da 580 hp. Successivamente ampiamente migliorato, il T-55 aveva rispetto ai carri occidentali pariclasse, come l’M 48 e il Centurion vari vantaggi:

sistema completo di visione notturna, armamento stabilizzato (come anche il Centurion), calibro elevato con un cannone potenzialmente più potente di quelli da 83 e 90 mm, costi di produzione e mantenimento molto minori, snorkel per superare corsi d’acqua, capacità di generare cortine fumogene con il semplice espediente di iniettare gasolio nei gas di scarico del motore, ottima mobilità con un peso ridotto, pressione specifica del cingolo sul terreno bassa, sagoma bassa e sfuggente, corazzatura almeno alla pari nonostante la ridotta massa complessiva. Gli svantaggi erano la ridotta abitabilità in climi desertici, la ridotta portata utile del cannone a causa del sistema di tiro troppo semplice e una certa propensione ad incendiarsi se colpito sul parafango destro, in quanto là sopra vi erano, leggermente corazzati, i serbatoi di carburante di una parte del sistema d’alimentazione. In ogni caso, economici com’erano, i carri di questo tipo ebbero un successo e una diffusione straordinarie, con circa 80.000 esemplari prodotti in tutto.


Il T-62 era più costoso, ma siccome anche i nuovi carri occidentali lo erano, esso rimaneva circa la metà del loro costo. Esso aveva una robusta corazza, specie in torretta, un cannone da 115 mm ad anima liscia, una lunga autonomia e un completo set di visione notturna. Per i difetti, era decisamente angusto, aveva una mobilità non eccelsa specie rispetto ai nuovi carri come i Leopard, aveva un sistema di tiro poco sofisticato, munizioni relativamente rozze, cadenza di tiro piuttosto limitata a 4 colpi min, circa la metà di carri occidentali con maggiore spazio e il 105mm, che avevan anche il 50% in più di munizioni. Anche le mitragliatrici avevano pochi proiettili e inizialmente mancava quella da 12,7mm antiaerea, poi fortunatamente reintrodotta. Nonostante la corazza più spessa, che arrivava anche al doppio o più di quanto reperibile sul Leopard 1, la vulnerabilità alle nuove armi era maggiore che col precedente T-55 (negli anni ’50). La capacità di generare cortine fumogene al ritmo di 10l/minuto era costosa ma utile, tuttavia contro attacchi troppo rapidi erano meglio le granate dei carri occidentali, anche se all’epoca esse erano tutt’altro che diffuse. In seguito, ciascuna parte adotterà anche la soluzione dell’altra.

Esso era anche il primo vero MBT, ovvero il carro ‘universale’ che saltava la classificazione carri leggeri-medi-pesanti. Il predecessore T-10 era un bestione da 48 t, con un cannone da 122 dotato di 30 colpi e 3 colpi al minuto (tra l’altro era un’arma più precisa e anche potente con le munizioni aggiornate),, 700 hp di potenza e 250mm di corazza massima. Era un mezzo tutt’altro che disprezzabile, ma il T-62, anche pesando 10 t meno, riusciva ad essere più mobile, corazzato quasi allo stesso livello, con un cannone più potente, maggiore cadenza di tiro e 40 colpi in tutto. Costava inoltre molto meno, con il suo motore da 580hp e finì per sostituirlo. Se vi fosse stato un modo di sviluppare il T-10 si sarebbe giunti ad un mezzo eventualmente simile a quelli occidentali come il Chieftain. La massa e le dimensioni erano sufficienti, con una corazza stratificata e un cannone come quello sistemato sui T-64 i risultati sarebbero stati di conseguenza migliori, ma all’epoca l’Armata Rossa non aveva nessuna intenzione di impelagarsi con carri da 50 t, per la mobilità strategica e il trasporto erano molto preferibili quelli da 40.

Prodotto in circa 21000 esemplari non venne benvoluto dalla maggior parte del Patto di Varsavia, ma venne usato ampiamente dall’Armata Rossa e da molti alleati esteri. Benché superato negli scontri nel deserto e su lunghe distanze, il suo pezzo da 115 era un qualcosa di cui avere il massimo rispetto per ogni carro avversario.

Il T-64 fu realmente l’antitesi del T-62, quanto questo rimase –armamento a parte- conservativo, il T-64 era innovativo, nonostante la solita piccola torretta emisferica lo facesse assomigliare parecchio ai carri precedenti. Era sofisticato e costoso, e ci vollero anni per renderlo affidabile. Esso offriva caratteristiche d’avanguardia: cannone da 125/50 a canna liscia, proiettili avanzati (in seguito anche missili), sospensioni idropneumatiche, motore diesel boxer, mitragliatrice di torretta azionabile dall’interno e di nuovo modello, manicotto antidistorzione, corazze stratificate capaci di resistere ad ogni minaccia concepita negli anni ’60, massa persino ridotta rispetto al T-62.


Il T-72 era il super T-55 o super T-62 a seconda dei punti di vista: corazze multistrato, motore turbocompresso, sospensioni Vickers, telemetro ottico, cannone da 125mm. Praticamente aveva tutto quello che si sentiva come manchevole nel mezzo precedente. Ora però, il cannone da 125 sottoponeva, come anche nel caso del T-64, lo scafo e la torretta ad un carico eccessivo per ottenere un mezzo del tutto equilibrato, allorché il pezzo da 115 sarebbe stato adatto fino all’arrivo del Leopard 2.

Il T.72 aveva il sistema di caricamento Kasetska, capace di caricare i colpi in maniera più affidabile, anche se più lento, e compromettente la protezione NBC dovendo aprire un piccolo portello (come nel caso del T-62, dotato di espulsore autonomatico) sul dietro della torre. Il totale di munizioni pronte al tiro era superiore; il T-62 ne aveva solo 3 in torretta, che se da un lato era favorevole per evitare che questa, colpita, esplodesse essendo la parte più esposta del carro, dall’altro limitava le capacità di ingaggio del mezzo. I T-72, invece avevano 22 colpi pronti al tiro.

Quali le pecche del T-72? Essenzialmente che era al solito, piuttosto angusto, e che soprattutto, il munizionamento dei nuovi carri sovietici 64-72-80 era troppo esposto alla detonazione in caso di perforazione dello scafo. Nonostante la presenza di un sistema antincendio, i missili con testate HEAT ma anche i proiettili con munizioni DU erano capaci di causare tali detonazioni. Il problema era dato essenzialmente dalle cariche di lancio, che si incendiavano irreversibilmente e provocavano nell’arco di secondi l’esplosione dei proiettili HE_HEAT. La torretta, non infrequentemente, veniva conseguentemente proiettata via dallo scafo.

Alla fine della Guerra fredda, i troppi compromessi e la scelta qualitativa per la quale i carri occidentali divennero dei giganti possenti in ogni aspetto ha obiettivamente esautorato i carri sovietici. Ma questo non è cosa nuova, carri pesanti il 50% di più di altri solitamente hanno la meglio, anche perché la differenza è data prevalentemente in termini di corazza protettiva, e alle volte anche pochi mm sono sufficienti per fare la differenza. I carri Tiger con 100 mm di acciaio quasi verticale, erano pressoché invulnerabili al fuoco nemico mentre questo non accadeva certo con i similari Pz. Mk IV, dotati di corazze tra i 20 e i 60 mm.

Tuttavia, esistono differenze epocali in merito. Forse il paragone migliore tra carri occidentali e quelli orientali è, diciamo, quello tra il Panther e il T-34/85: una inferiorità numerica contro una inferiorità qualitativa. Alla fine, come è noto, i tedeschi persero. Essi produssero circa 6000 Panther, 1600 Tiger, 500 Tiger II (nelle migliori valutazioni) contro circa 80.000 T-34/M 4. Questo non teneva in conto dei carri ‘minori’ come i 9000 Pz. IV e 15000 Pz III, e i carri inglesi dall’altro. A parte questo, i tedeschi ottennero una potenza di fuoco addizionale con l’adozione di migliaia di cannoni controcarro e semoventi controcarro con la potenza di fuoco data da eccellenti pezzi da 50, 75, 88mm. che spesso fecero strage degli attaccanti.

Alla metà anni ’80 vi erano circa 30.000 carri sovietici T-64/72/80 contro (in Europa) circa 1000 Leopard 2, 300 Challenger, forse un migliaio di M1 Abrams con cannone da 105mm. Il confronto era ancora favorevole ai sovietici, apparentemente. Verso la fine degli anni ’80 questo non fu più vero e il potenziale di sviluppo dei carri armati sovietici si era esaurito, data la loro massa che rendeva impossibile implementare tutte quelle caratteristiche di protezione che i mezzi occidentali garantivano.

Eppure, per essere mezzi da 40 t. mezzi come i T-72 erano molto ben concepiti, almeno sulla carta. Essi avevano corazze multistrato ben prima dei carri occidentali, e la loro protezione, maggiormente versata contro le granate perforanti, arrivava frontalmente a 400mm contro APDS e ad oltre 500 contro HEAT. Era un risultato notevole, ampiamente superiore a quello di ogni altro carro da 40 t come per esempio i Leopard 1, specie nelle versioni base senza corazza spaziata. A parte questo, la vulnerabilità dei T-72 era soprattutto agli incendi ed esplosioni interne in caso di colpi a segno. La presenza di serbatoi sul parafango destro restava, anche se essi non potevano distruggere il carro potevano mandare in fiamme la cingolatura destra del mezzo. SE non altro essi erano meglio protetti e ben raccordati con la linea del mezzo. Un problema più grave era invece il serbatoio interno al vano di pilotaggio. Il caricatore automatico è spesso indicato come causa di esplosioni devastanti, ma questo non è vero nella maggior parte dei casi. Esso è basso sul vano di combattimento, poco vulnerabile al tiro diretto. Piuttosto, è molto vulnerabile allo scoppio delle mine, essendo praticamente sopra il pavimento. Anche se non esplode, è facile che venga messo KO dalla concussione. Le cariche di lancio non sono stipate verticalmente, ma orizzontalmente, e offrono un bersaglio ridotto, per giunta il caricatore è protetto superiormente. Il vero problema sono le munizioni sparse per ogni dove nello scafo, e in piccola parte, nella torretta. Nell’insieme si tratta di una disposizione molto pericolosa in caso di penetrazione. Una soluzione ovvia sarebbe stata quella di accettare l’impossibilità di tenere tante munizioni e limitare a quelle della giostrina la presenza di colpi, oltre a una mezza dozzina di proiettili perforanti dentro lo scafo, mentre le cariche di lancio potrebbero essere ospitate dentro il vano portadotazioni esterno, in quanto i nuovi carri sovietici sono tutti dotati di parecchie cassette portadotazione esterne, quasi a mò di Centurion, ed utili contro le cariche cave come le RPG-7. Una cassetta posteriore corazzata anche con soluzioni ‘artigianali’ sarebbe ovviamente preferibile. In alcuni casi questo è avvenuto, per esempio in ex- Yugoslavia e in Cecenia.

A parte i carri di ultima generazione, i mezzi occidentali non erano certo migliori in sicurezza di funzionamento, di quelli sovietici. Gli M 60 e Leopard 1 sono, per esempio, letteralmente ripieni di munizioni per ogni dove dello scafo e della torretta. Inoltre non hanno corazze capaci di resistere ad armi controcarro di un certo livello. La protezione dei T-72, capaci di resistere a circa 400/500mm era tale da competere quasi con quella dei carri armati da 55 t occidentali, la potenza di fuoco era nominalmente persino migliore (sistemi di tiro a parte) e la mobilità abbastanza vicina a sua volta, specie quella strategica su ponti, terreni cedevoli etc. Tutto questo con la massa di un carro armato classe T-62 o Leopard 1. La presenza di sistemi particolari, come la pala apripista ripiegabile sotto il carro , non ha equivalenti in Occidente pur essendo potenzialmente molto utile. Come anche gli accessori, rulli KTM di sminamento, serbatoi ausiliari, trave antiimpantanamento etc. Il periscopio del capocarro, inoltre, è di tipo diurno-notturno dal T-55 in poi, mentre quello dei carri occidentali di ultima generazione non lo è (relativamente beninteso, alle versioni disponibili all’epoca della Guerra fredda). L’M1 Abrams non ha un vero periscopio eccetto l’unità con 3x per usare la mitragliatrice da 12,7 stando all’interno, il Leopard 1 e 2 ha un sistema eccellente ma senza capacità notturne. Per integrare anche queste è stato necessario aspettare praticamente la fine della Guerra fredda con l’Ariete e il Leclerc, entrambi con lo stesso periscopio francese SFIM con visore diurno-ILL.

La capacità di generare cortine nebbiongene con gli scarichi, quella di aprirsi varchi o fare postazioni di tiro, la capacità di bonificare campi minati e quella di usare missili controcarro e antielicottero son altre capacità notevoli, mentre le corazze ERA rendevano un carro sovietico poco malleabile dalle HEAT occidentali, che dovettero essere aggiornate con sistemi di testate in tandem. Le ERA Contact V sovietiche erano utili anche contro i proiettili perforanti, marginalmente degradati anche dal primo modello. Infine, il costo è rimasto sempre sotto il livello dei carri occidentali di gran lunga, come anche la facilità di movimentazione .


I carri armati sovietici erano solo una parte della discussione. Anche il BMP-1 ne ha suscitate molte. Ammirato dal 1967 come mezzo rivoluzionario nel campo dei mezzi corazzati per la fanteria, esso era uno dei primi esempi di veicolo da combattimento per la fanteria meccanizzata piuttosto che un semplice mezzo da trasporto truppe. Esso aveva una corazza ben inclinata che arrivava a 20 mm sul muso inclinato a 57 gradi inferiormente, ma appena 7 mm a 75 gradi sulla parte superiore, tutto questo si supponeva potesse proteggere dai proiettili da 12,7 mm da sopra i 200m mentre la corazza laterale di circa 15-18 mm era adeguata contro le mitragliatrici leggere e contro quelle pesanti oltre i 500 m. L’armamento era costituito da un lanciamissili Sagger da 3 km e 4 missili totali, mentre il cannone da 73mm era necessario per chiudere la distanza minima del Sagger, circa 500m o anche oltre. Il caricatore era simile a quello dei carri, ma teneva in totale tutti i 40 colpi da 73mm che venivano caricati nella bocca da fuoco a bassa pressione, si trattava di un aeriglieria pesante circa 100 kg e le munizioni erano dotate di razzo aggiuntivo per un totale di 700m s. I fanti, seduti al centro del vano portatruppe, erano muniti di iposcopi e feritoie di tiro.

I BMP vennero valutati come un notevole progresso, giustamente, ma la resa operativa era relativamente deludente. Essi erano troppo angusti per essere usati senza cautela nei climi desertici, mentre l’armamento si dimostrò, per quanto potente, assai impreciso. In questo caso, il caricatore era lento, e si dice,anche scarsamente affidabile, tanto che si ottenevano gli stessi risultati con un soldato che passava il proiettile al tiratore. LA torretta era piccola, sufficiente solo per un uomo. Come nel caso di veicoli classe M113, il capocarro sedeva dietro il pilota, mentre in torretta vi era il cannoniere. Siccome questo non aiutava il capocarro, bisognoso di vedere meglio l’orizzonte, spesso era lui che occupava la torre, anche se doveva sparare le armi e comandare il veicolo, era meglio che comandare senza una sufficiente visione tutt’attorno. Il BMP aveva un buon motore, e il pilota una grande innovazione: mentre i carri sovietici avevano le classiche leve, il pilota del BMP aveva un volantino, che rendeva la guida molto più agevole. Probabilmente per la prima volta in un mezzo della categoria.

Il BMP aveva anche altri problemi, come al solito per i corazzati sovietici aveva una bassissima sagoma, però, a parte l’abitabilità, questa affliggeva la depressinome minima raggiungibile dal cannone, utile per sparare in controtendenza. L’alzo invece arrivava a 33 gradi. Il BMP aveva infine problemi di altro genere: i serbatoi di carburante erano nel vano truppe, letteralmente sotto i sedili della squadra di soldati, e nei portelloni di uscita posteriori. IN caso di penetrazione di colpi all’interno vi erano quindi dei brutti pericoli che si potevano manifestare, come anche nel caso di proiettili e schegge che perforassero le portiere posteriori, anche se il loro carburante era quello da consumare per primo. Bisogna dire che in combattimento le truppe tendono non tanto a pensare di sopravvivere ai colpi a segno, ma a non restare al momento critico senza munizioni o carburante, per cui non è detto che la cosa sia negativa. Ma di fatto, si tratta di punti deboli, peraltro condivisi dall’M113 con il serbatoio appena sotto il vano truppe, e i VCC-1 italiano lo ha spostato in due serbatoi corazzati siti ai lati della rampa di carico posteriore, senz’altro parimenti vulnerabili al fuoco di artiglierie e mitragliere.


Resta il fatto che il BMP, per la prima volta, era riuscito a mettere la squadra di fanteria in condizioni di combattere persino in superiorità contro i carri nemici: il missile AT-3 aveva una lunga gittata, e il BMP una torretta minuscola e sfuggente. Usare sinergicamente i BMP con salve di missili per supportare l’avvicinamento dei carri armati a distanze di tiro utili sarebbe stato efficace, e la bassa velocità dei Sagger non necessariamente un problema: facendo fuoco con una compagnia alla volta, si sarebbe potuto per diversi minuti mantenere in aria una decina di Sagger puntati contro i carri avversari, rendendo a questi ultimi la vita difficile, per esempio, obbligandoli ad abbandonare posizioni di tiro e nascondersi dietro cortine nebbiogene. IN altre parole, la dottrina poteva essere sintetizzata così: se i carri russi avevano 1 km di raggio di tiro utile e i carri NATO 2, i veicoli Sagger ne avevano 3 e potevano quindi minacciare, anche se con pochi colpi a segno, i carri avversari.

I BMP-2 hanno migliorato molti aspetti. La torretta biposto, il potente cannone da 30 con capacità anche antiaeree, i missili AT-5, la corazza migliorata, lo spazio minore occupato dall’armamento dopo la cancellazione del caricatore da 73, la possibilità di ottenere corazze aggiuntive.

Bisogna dire che in ogni caso si tratta di veicoli da appena 13-14 t., ovvero del peso di un carro armato M13 o di un AMX-13. Le loro capacità complessive sono quindi notevoli. Chiaramente i mezzi occidentali come i Marder e Bradley sono nel complesso superiori, ma pesano il doppio e costano enormemente di più.

Meno qualificabile il BMP-3, dotato di cannone lanciamissili da 100mm e mitragliera da 30. Esso segna un certo ritorno al veicolo BMP-1, ma soprattutto al BMD. In sostanza esso è stato inteso come carro leggero d’assalto piuttosto che come normale mezzo della fanteria. Relativamente leggero, ha un armamento e una mobilità eccellenti, ma una protezione meno valida rispetto alle armi moderne. La sua sistemazione per l’equipaggio è simile a quella dei BMD con mezza squadra di fanti appena, sistemati in maniera tale da uscire da una porta a soffietto sopra il comparto motore, che è tornato posteriore. Si tratta di un mezzo potente, ma abbastanza discutibile.


I mezzi della serie BTR erano anch’essi veicoli interessanti ma plagati da difetti. Il BTR-60 era chiamato ‘barca con le ruote’ ed in effetti esso era un veicolo aperto superiormente, con 8 grandi ruote con sistema centralizzato per la regolazione della pressione, tipico dei mezzi sovietici. Esso era dotato di motore posteriore perché nell’entrare in acqua si intendeva evitare che il mezzo si sbilanciasse, e il gruppo motore era particolare, essendo costituito da due motori a benzina da 90 hp ciascuno con il compito di muovere 4 ruote, tutte su di un lato. L’abbandono e l’entrata erano assai agevoli, ma il tetto scoperto non era buono per proteggere, specie in ambiente NBC e così venne usato il BTR-60B con tetto coperto e un singola mitragliatrice. Ben presto arrivò il BTR-60BP definitivo. Esso era dotato di due piccole porte site ai lati dello scafo, sopra le ruote anteriori, da cui i soldati potevano ‘sgusciare fuori’, cosa non tanto agevole in combattimento, e impossibile con lo zaino addosso. Altre portiere erano quelle superiori e i portelli sopra il vano pilotaggio. L’armamento era dato da una torretta senza equipaggio e pertanto munita di periscopio, con una KPV e una PKT. Si trattava di un armamento potente per un corazzato da fanteria, anche se non v’era un portello superiore e non v’era modo di elevare abbastanza l’arma in funzione contraerei o in combattimenti montani. La corazza era spessa appena 7mm, 9 nella parte anteriore inferiore.

Cosa dire del BTR-60? Esso era un veicolo con pregi e difetti. I difetti erano la corazza sottile e la difficoltà di entrare ed uscire rispetto ad altri mezzi inclusi i BMP. La prima delle cose era comprensibile: corazze di 7-8 mm erano normali per i corazzati della fanteria che all’epoca pesavano circa 10 t al massimo e non pretendevano di resistere a più delle mitragliatrici leggere, possibilmente non con proiettili perforanti e a distanze ridotte. La forma balistica del BTR era inoltre eccellente, ricordando lo scafo del T-34, con corazze inclinate su ogni lato, specie quello posteriore, dov’e il motore e anche gli idrogetti. Questo aiutava a rendere le corazze molto più resistenti. L’ergonomia interna era rovinata dall’abbandono del vano truppe scoperto, non previsto inizialmente, ma soprattutto dal fatto che, nonostante una notevole larghezza, non v’era modo di sistemare nemmeno una portiera di piccole dimensioni nel settore posteriore, come nel Ratel sudafricano. Forse ciù era dato dalla presenza di due motori di derivazione probabilmente automobilistica.

La parte anteriore era peraltro migliore: conducente e capocarro erano entrambi in avanti e godevano di eccellente visibilità con dei parabrezza corazzati con corazze d’acciaio abbassabili in caso di necessità. Si trattava dello stesso sistema che avevano altri veicoli, di cui si dirà poi. La fanteria disponeva di semplici feritoie, di uso un poco difficoltoso, ma sufficienti per impiegare le armi di bordo senza dover esporsi ed uscire dai veicoli, rendendo così meno impellente l’abbandono dei mezzi. Gli M113 per esempio, non erano dotati di questo sistema e i soldati per combattere dovevano per forza uscire o almeno salire sopra il mezzo. Da notare che negli anni ’60 non era questa la comparazione giusta: i BMP erano per i reparti meccanizzati, dove in Occidente erano gli M113, mentre i BTR- con tutte le loro limitazioni, erano al posto delle unità motorizzate occidentali, che all’epoca e per molti anni dopo hanno impiegato quasi esclusivamente autocarri tattici, certo più facili da abbandonare, ma inferiori per tutto il resto.

In termini di mobilità, le otto ruote dei BTR erano sufficienti non solo per muoversi veloci su ogni tipo di terreno, ma anche per superare trincee e fossati (grazie anche al motore posteriore) di ben 2 m di larghezza. Per capire questo valore, l’M113 cingolato arriva solo a 1,68 m. e diversi mezzi 6x6 occidenali non superavano 1,2m. La mobilità in acqua , con i motori abbinati ad idrogetti, era semplicemente eccellente per uno scafo molto idrodinamico. La massima velocità non appare molto alta, ma pur sempre di 80 kmh, mentre l’autonomia, non eccezionale, è congrua con quella di veicoli a benzina con 500km su strada.

Nel Patto esisteva almeno un concorrente diretto: l’OT-64. Nella versione definitiva C, che adottava la solita torretta da 14,5 mm, vi erano vantaggi notevoli rispetto al BTR, in effetti non adottato dai cecoslovacchi: esso aveva un motore diesel da 180 hp al centro del mezzo e a parte le ovvie condizioni di maggiore rumorosità esso consentiva alla squadra di avere un portello posteriore molto più comodo. L’autonomia era di circa 800km e la velocità arrivava a 96kmh. Questo nonostante che il rapporto potenza peso fosse ridotto da un peso di 13,5 t con la stessa potenza disponibile. Infine, la corazza era di 10mm uniforme, ma va detto, meno ben angolata, anche se più spessa. L’OT-64C era insomma un veicolo pe certi aspetti meno rifinito, ma sostanziamente superiore anche se più costoso e più pesante.

Il BTR avrebbe potuto adottare una simile struttura ma questo non accadde. Per migliorare l’accesso al mezzo si sarebbe dovuto in pratica togliere una delle ruote (tra l’altro, molto vulnerabili al tiro di armi leggere, cosa beninteso vera per tutti gli pneumatici) da un lato e accettare una minore mobilità. Non sarebbe stato male ma non venne fatto: invece venne migliorato il progetto base e ne derivò il BTR-70 con corazza vagamente migliorata, per esempio con parafanghi corazzati anteriori, e con due portiere triangolari tra la seconda e la terza ruota, meno vulnerabili e più comode. Il BTR-80 con un unico motore diesel da 200 hp ha una massa di 13 t e corazza sufficiente contro il 12,7mm a 100 m di distanza, mentre lo scafo adesso ha una portiera completa, anche se stretta, che occupa sia lo scafo inferiore che quello superiore, e data la differente inclinazione, è suddivisa in due parti. E’ scomoda e stretta, ma una soluzione migliore delle altre precenti. In conclusione, per quanto si tratti di veicoli con alcuni inconvenienti di base, essi sono anche eccellenti per molti altri versi e va dato atto ai sovietici di avere costruito veicoli 8x8 blindati per la fanteria motorizzata quando quasi tutti gli eserciti occidentali si limitavano ad autocarri a trazione integrale, meno costosi ma anche meno capaci di sopravvivere sul campo di battaglia. Peraltro, anche Crushev dimostrò perplessità su tali nuovi sviluppi: pare che abbia detto, al riguardo del BMP ma se esistono proiettili capaci di perforarne la corazza, non sarebbe meglio usare gli autocarri?

In ogni caso, solo i BTR-60 sono stati costruiti in decine di versioni e oltre 26.000 esemplari.

Tra i mezzi corazzati meno 'discussi' vi sono i BRDM, i BMD, e i MT-LB.

I BRDM-2 sono delle semplici autoblinde 4x4, pesanti appena 7 tonnellate e con corazza di 7 mm sui lati, appena 2-3 mm inferiore, ma fino a 14 mm anteriore, mentre la torretta, la solita, è spessa attorno ai 7 mm. Discendenti dalle semplici BRDM-1, praticamente dei gipponi blindati con motore anteriore e capacità anfibie, le BRDM-2 sono apparse negli anni '60 e si sono diffuse enormemente. Stranemente i sovietici, che avevano costruito praticamente delle autoblindo-carri armati con le BA-10 armate della torretta del T-26 con cannone da 45 mm, non hanno rinnovato l'interesse nel dopoguerra, quando al contrario in Occidente ve n'era molto. Le blindo BRDM hanno 3 uomini di equipaggio, e hanno solo i portelli superiori per entrata e uscita dal mezzo. Sono leggermente protette e armate, date anche le dimensioni, ma hanno eccellente mobilità con un motore a benzina da 140hp e 100 kmh su strada, 750 km di autonomia su strada. Una delle cose più interessanti sono le 4 ruotine ausiliarie, che consentono una inusitata prestazione per tali mezzi nominalemnte 4x4, ovvero passare fossati di 1,2 metri, come una blindo occidentale convenzionale 6x6. Hanno uno scafo molto alto, idrogetti per la navigazione in acqua e sistemi NBC e IR, oltre ad un sistema inerziale di navigazione terrestre. Esistono in un gran numero di versioni, incluse quelle con 4 missili AT-2, 6 AT-3, 5 AT-5 pronti al lancio, 4 missili SA-9 Gaskin con una speciale torretta. I missili controcarro sono sistemati in una struttura retrattile sullo scafo. Prodotti in decine di migliaia di esemplari, nei loro limiti si sono dimostrate estremamente popolari con decine di operatori.

I BMD sono stati costruiti per le 7 divisioni aviotrasportate e le brigate aviotrasportate sovietiche. La loro struttura è leggera, con uso di leghe d'alluminio per lo scafo, mentre la torretta è simile a quella del BMP-1. Lo scafo è molto corto, assai stretto, munito di sospensioni idropneumatiche capaci di renderlo, se necessario molto più basso del normale. La struttura interna è del tutto diversa, con 3 uomini in avanti tra comandante, mitragliere ( 2 armi frontali), 3 assaltatori dietro la torretta, poi viene il motore. Il BMD pesa appena 7,6 ton e ha un motore da 240hp, che gli dà una mobilità eccezionale, anche se l'autonomia è minore di quella del BMP-1. Si tratta di un mezzo senza pari per l'epoca entrando in servizio dal 1970. La produzione raggiunse i 7000 esemplari, con un piccolo numero di BMD-2 armati con un cannone da 30mm.

Il BMD-3 è simile al BMP-3 ma con una torretta armata del cannone da 30mm come nel caso del BMP-2, per restare nel peso di circa 15t. Anche qui vi sono missilo controcarro, mitragliatrici, persino un lanciagranate da 30mm. Si tratta di un mezzo potente e originale, anch'esso con mezza squadra di fanti a bordo. In effetti, simile al BMP-3, questa famiglia di carri leggeri d'assalto è stata pare anche esportata anche in qualche Paese, almeno un esemplare è stato reperito in Irak. Si è trattato di mezzi ben riusciti, estremamente mobili in aria, a terra e in acqua, utilizzati anche in Afghanistan nonostante la ridotta protezione.

Il MT-LB è l'oscuro 'eroe' delle truppe sovietiche. Simile all'M113 americano, se ne distingue tuttavia perchè è un mezzo più lungo, basso e sfuggente di sagoma. Il capocarro e il pilota sono entrambi a prua, con finestre corazzate. L'armamento rispetto all'M113 è nè migliore nè peggiore: al posto di una mitragliatrice da 12,7 senza protezione, una torretta chiusa, ma armata con una sola arma da 7,62. In caso di confronto diretto, se l'MT-LB ha la stessa protezione dell'M113 è perforabile da 600 m frontalmente, ma è anche vero che il tiratore della M2 potrebbe essere colpito da 1 km con il fuoco da 7,62mm dell'MT-LB.

L'MT-LB non è stato pensato per combattere in prima linea. I suoi compiti sono stati altri: trattore d'artiglieria per cannoni da 100 mm controcarri, per obici D-30 da 122, vettore di lancio per missili SA-13 e un gran numero di altri sistemi d'arma, radar d'artiglieria Big Fred e persino, con una modifica apposita dello chassisi, base per il semovente 2S1. Non solo questo, ma anche l'uso come veicolo da trasporto truppe per climi dove vi era troppa neve per gli stretti cingoli del BMP (il BMD a causa della leggerezza ne ha ancora di più stretti) grazie a gingoli da 350mm di larghezza, sostituibili con altri da 550mm. Per le truppe operanti vicino al Polo Nord era ideale, e infatti centinaia ex-tedeschi sono stati comprati di seconda mano dagli svedesi dai tedeschi, che hanno utilizzato il mezzo per le brigate Norrland data l'indisponibilità della versione corazzata dei BV-206 per causa di costi. Tra le sue caratteristiche, le classiche porte gemellate (senza serbatoi) simili a quelle del BMP, e una singola feritoia di tiro per lato, eccellenti capacità anfibie e di movimento. Costruito in migliaia di esemplari, è stato uno dei veicoli sovietici meglio concepiti. Avesse avuto una corazza maggiorata e un armamento migliore, forse sarebbe stato anche un miglior mezzo del BMP. Questo è quello che hanno pensato i bulgari con il BMP-23, derivato dal 2S1 (ovvero, indirettamente dal MT-LB) e armato con un cannone da 23mm. del tipo antiaereo, eccellente arma ma mai usata dai sovietici come armamento per veicoli corazzati.





Le armi portatili meritano altre considerazioni. L'avvento della cartuccia medi 7,62x39 ha comportato ben presto la nascita di una generazione di armi adatte ai combattimenti moderni. La prima era la carabina automatica SKS, una elegante, compatta e ben costruita arma da fanteria, usata molto durante la guerra di Corea e attualmente uno dei fucili ambiti dai collezionisti americani. Purtroppo, la sua micidialità è stata recentemente confermata da un'ennesima strage ad un centro commerciale. Essa non era automatica e aveva solo un caricatore da 10 colpi, così ben presto venne sostituita dal AK-47, che poi è stato sostituito dall'AKM leggermeente migliorato. Leggendaria arma da oltre 50 anni, ha preceduto di molto le realizzazioni analoghe occidentali, ha ispirato direttamente i fucili Valmet finlandesi (tutti metallici), i Galil israeliani, ha visto cloni rumeni (che hanno un ulteriore manico, avanti al caricatore, un poco come i mitra Beretta 12), cinesi e di altre nazioni, mentre lo Vz 58 cecoslovacco non è la stessa arma,anche se gli somiglia.

Rispetto alle armi da 7,62x51 o x54 (sovietiche) la cartuccia è meno potente, ma più adatta elle distanze effettive della fanteria, che non necessitano di cannoni tipo l'M1 Garand, me che non sono pienamente soddisfatte nemmeno dai mitra come l'7,62x25 del mitra PPHS-42 (che attualmente viene vista anche in Irak, usata dagli americani, evidentemente per le sue prestazioni a distanza ravvicinata). Comparato all'M16, il Kalashinkov è meno innovativo, essendo antecedente di parecchi anni. L'M16 è anche più leggero, e data la sua linearità è un'arma differente: meno adatto come 'arma da fianco' per scontri ravvicinati, più come arma da spalla per tiri di precisione. L'M16 ha una pallottola più leggera e veloce, da 5,56mm, ed è considerato come un fucile più valido come arma da cecchinaggio. Esso pare che perfori anche qualcosa in più in termini di corazze, ma il potere d'arresto del fucile russo è maggiore, essendo una munizione più lenta, larga e pesante. Nell'insieme il Kalashikov appare migliore per gli scontri ravvicinati, l'M16 per i tiri di precisione.

La cartuccia 7,62x54R (Rimmed) è capace di prestazioni migliori e come l'omologo NATO 7,62x51mm è usata per mitragliatrici e fucili di precisione. Kalasnikov ha riequipaggiato tutta la fanteria con i suoi progetti: l'RPK è un fucile mitragliatore con canna pesante, anche se non sostituibile, e caricatore semilunare da 75 colpi. La PK è una mitragliatrice di squadra con il calcio caratteristicamente cavo, pur essendo in legno: straordinarimente leggera ed affibabile, è un'arma standard degli eserciti orientali. Il Dragunov è il più sinistro di tutti, essendo un fucile per cecchinaggio: esso è dotato di una canna pesante, ha fuoco solo semiautomatico, e spara correttamente fino a 800 m. Esso non è sofisticato e con la canna pesante come i fucili di precisione occidentali, ma è stato concepito per ottenere un miglior risultato che con le armi da fanteria classiche. E' un'arma combattente, non per reparti speciali soltanto, ed è distribuita ad un soldato per plotone fanti. E' dotata di un sofisticato cannocchiale di puntamento, con reticolo stadimetrico, indicatore di fonti infrarosse e altro ancora, anche se si tratta di una unità molto più piccola dei sistemi occidentali anche da 10 ingrandimenti: qui è solo un 24x4. Peraltro, esso è perfettamente in linea con i mirini che venivano usati decenni prima dai tiratori, solo molto più compatto e con speciali funzionalità che prima non esistevano. Può essere sostituito con un sistema IR oppure con un IL di seconda generazione. La sua minaccia è data dall'estrema diffusione: contro ogni reparto di fanteria che la NATO avesse fatto fronte, i suoi ufficiali sarebbero stati il bersaglio primario entro un km dal fronte, e così le batterie missilistiche, le postazioni d'artiglieria etc. La vecchia regola della fanteria è che la mitragliatrice batte il fante, e il cecchino batte la mitragliatrice, tanto per intendersi sulla pericolosità tattica del tiratore di precisione.