Utente:Xinstalker/sandbox21

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Vista la varietà delle edizioni, anche tradizionali, offrire una sintesi del Mahābhārata è compito arduo, in quanto non tutti i racconti e tutti i mitologemi sono presenti in tutte le edizioni.

Oltre alla varietà delle edizioni dell'opera occorre misurarsi anche con la sua vastità complessiva. Di seguito, quindi, una sintesi dei diciotto parvan del Mahābhārata, sintesi che ha l'intenzione di riassumere in modo certamente non esaustivo, i racconti e i miti principali riportati nell'opera.

(IT)
« Inchinandoci al cospetto di Nārāyaṇa[1], di Nara, il migliore degli uomini [2], della dea Sarasvatī, [3] possiamo iniziare a narrare [il poema indicato come] Jaya (Vittoria) »

(SA)
« nārāyaṇaṃ namaskṛtya naraṃ caiva narottamam devīṃ sarasvatīṃ caiva tato jayam udīrayet »
(Mahābhārata I,1)

Il I parvan del Mahābhārata si apre con il bardo Sauti Ugraśravas il quale, giunto nella foresta di Naimiṣa e su richiesta dei Ṛṣi lì abitanti, si avvia a narrare una storia che ha udito dal saggio Vaiśampāyana, il quale a sua volta l'aveva appresa dal suo maestro Vyāsa, il padre di Dhṛtarāṣṭra e di Pāṇḍu.

La storia che Sauti Ugraśravas si accinge a narrare è la storia dei discendenti di Bharata, la dinastia aria di ascendenza lunare, e ascoltare o recitare tale storia, spiega Sauti Ugraśravas, porta meriti (phala, "frutto") spirituali.

Innanzitutto il bardo spiega la natura del nome Mahābhārata con il fatto che esso fu valutato dagli dèi superiore ai quattro Veda e da qui l'espressione mahā, "grande". Successivamente introduce gli eserciti che parteciparono alla battaglia di Kurukṣetra, in tutto diciotto armate (akṣauhiṇī) ognuna delle quali formata da 21.870 carri e altrettanti elefanti, da 65.610 cavalli e 109.350 fanti. Undici delle diciotto armate sono schierate a favore dei Kaurava, le restanti sette con i Pāṇḍava. Dopo alcune digressioni mitiche, Sauti Ugraśravas spiega che prima di giungere lì nella foresta di Naimiṣa si era recato per al sacrificio dei serpenti del gran re Janamejaya dove aveva incontrato Vyāsa il quale aveva ricevuto la richiesta di raccontare il Mahābhārata dal re in persona e quindi aveva lasciato al suo discepolo Vaiśampāyana tale incombenza. Da questo momento la voce narrante il Mahābhārata è Vaiśampāyana.

La nascita di Satyavatī e Virāṭa. Vyāsa figlio di Satyavatī.[modifica]

Vaiśampāyana esordisce narrando il mito della nascita di due gemelli, Satyavatī e Virāṭa. Una ninfa celeste (apsaras) di nome Adrikā, viene trasformata in un pesce del fiume Yamunā dalla maledizione di un brahmano che aveva cercato di sedurre mentre praticava la meditazione. Ma Adrikā supplica il brahmano e questi, commosso, gli promette di restituirle la forma di ninfa una volta che ha partorito due esseri umani. Mentre nuotava nella sua nuova forma di pesce, la ninfa inghiottisce una foglia su cui è depositato lo sperma del re Uparicara-Vasu. Questa foglia contiene lo sperma del re in quanto questi lo aveva emesso durante la caccia al pensiero della moglie Girika, e quindi lo aveva inviato alla sposa per mezzo di un falco affinché divenisse gravida, ma il falco, attaccato durante il viaggio da un altro falco, fa precipitare la foglia nel fiume. Successivamente alcuni pescatori catturano la ninfa-pesce e, apertole il ventre, quindi uccidendola e restituendole la forma di ninfa celeste, scoprono i due gemelli, di fatto figli della ninfa-pesce e del re Uparicara-Vasu.

Virāṭa viene condotto al cospetto del re e quindi da lui adottato, finendo per divenire il re dei Matsya.

Satyavatī, una splendida fanciulla la cui pelle tuttavia emanava un forte odore di pesce per via delle sue origini, viene allevata invece dalla famiglia dei pescatori che l'ha raccolta, divenendo così la traghettatrice del fiume Yamunā. Un giorno un Ṛṣi, di nome Parāśara, la incontra e se ne innamora. Lei accetta di unirsi a lui a patto che, dopo l'incontro amoroso, il saggio Parāśara le restituisca la verginità perduta e trasformi l'odore della sua pelle in una gradevole fragranza. Dall'unione tra Satyavatī e Parāśara nasce Kṛṣṇa Dvaipāyana ovvero Vyāsa.

Śāntanu padre di Bhīṣma e Vicitravīrya. Il destino di Ambā.[modifica]

Nel frattempo l'ultimo componente della dinastia dei Paurava, il sovrano Śāntanu genera con sua moglie, la dea Gaṅgā, l'erede al trono Devavrata. Durante un viaggio Śāntanu incontra lungo il fiume Yamunā, Satyavatī di cui si innamora. Dalla loro unione nascono Citrāṅgada e Vicitravīrya. Satyavatī e la sua famiglia esprimono il desiderio che uno dei suoi figli possa succedere al trono del re.

Devavrata, erede legittimo, per compiacere il padre rinuncia ai suoi diritti e fa voto di perenne castità onde evitare anche future dispute dinastiche, in questo modo il principe acquisirà il nome di Bhīṣma (da intendersi come "Colui che ha fatto il voto terribile"). In cambio il re Śāntanu consegna al figlio il potere di decidere quando morire.

Citrāṅgada muore a seguito di uno scontro con un gandharva e quindi il trono spetta a Vicitravīrya. Bhīṣma, guerriero perfetto, vince in un torneo (svayaṃvara) e conquista tre mogli, figlie del re di Kāśī, per il fratellastro e re Vicitravīrya: Ambā, Ambikā e Ambalikā.

Ambā fa tuttavia presente a Bhīṣma di essere promessa ad un altro uomo, il re Śālva. Bhīṣma si decide di rinunciare al premio inviando Ambā a Śālva, ma questi la rifiuta in quanto non più "pura" ovvero già entrata in casa di un altro uomo. A questo punto anche Vicitravīrya rifiuta di sposare Ambā. Ambā si offre quindi a Bhīṣma il quale, fedele al suo voto di castità, la rifiuta. Vistasi rifiutata da tutti i possibili sposi, e covando un profondo odio per Bhīṣma, Ambā si uccide gettandosi nel fuoco. Il suo destino sarà quello di rinascere come Śikaṇḍinī, figlia del re Drupada, ma ella rinuncerà al suo genere femminile cambiando sesso per mezzo di uno yakśa, divenendo così quello Śikaṇḍin, guerriero nato donna, che nel prosieguo del racconto Bhīṣma rifiuterà di affrontare e che quindi gli causerà la morte.

  1. Intende Viṣṇu-Kṛṣṇa
  2. Intende Arjuna.
  3. È la divinità tutelare dei poeti, dei bardi