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Utente:Xinstalker/sandbox30

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Atri (devanāgarī: अत्रि) è, nella tradizione religiosa propria del vedismo, del brahmanesimo e dello hinduismo, un ṛṣi, ovvero un "cantore ispirato" (o "veggente") degli inni sacri denominati come Veda.

(IT)
« A ciò si riferiscono queste strofe:
"C'è un vaso con il foro in basso e il fondo in alto.
In esso è posta la gloria di ogni forma.
Sul suo bordo siedono i sette Ṛṣi.
Ottava è la parola, unita alla preghiera."
"C'è un vaso con il foro in basso e il fondo in alto": esso è il corpo; esso è il vaso con il foro in basso e il fondo in alto."In esso è posta la gloria di ogni forma": i sensi sono la gloria di ogni forma, questo designa quindi i sensi. "Sul suo bordo siedono i sette Ṛṣi": i sensi sono i Ṛṣi, questo designa i sensi. "Ottava è la parola, unita alla preghiera": in verità la parola, che esce come ottava, si fonde alla preghiera.
Queste due [orecchie] sono Gotama e Bharadvāja: questi Gotama, questi Bharadvāja. Questi due [occhi] sono Viśvāmitra e Jamadagni: questi Viśvāmitra, questi Jamadagni. Queste due [narici] sono Vasiṣṭha e Kaśyapa: questi Vasiṣṭha, questi Kaśyapa. La parola poi è Atri: con la parola [bocca] si mangia e Atri è lo stesso che Atti [mangia]. Si ciba di ogni cosa colui che così conosce, tutto è cibo per lui. »

(SA)
« tad eṣa śloko bhavati arvāgbilaś camasa ūrdhvabudhnas tasmin yaśo nihitaṃ viśvarūpam tasyāsata ṛṣayaḥ sapta tīre vāg aṣṭamī brahmaṇā saṃvidāneti arvāgbilaś camasa ūrdhvabudhna iti idaṃ tac charīra eṣa hy arvāgbilaś camasa ūrdhvabudhnaḥ tasmin yaśo nihitaṃ viśvarūpam iti prāṇā vai yaśo viśvarūpam prāṇān etad āha tasyāsata ṛṣayaḥ sapta tīra iti prāṇā vā ṛṣayaḥ prāṇāṇ etad āha vāg aṣṭamī brahmaṇā saṃvidāneti vāg ghy aṣṭamī brahmaṇā saṃvitte imāv eva gotamabharadvājau ayam eva gotamo 'yaṃ bharadvājaḥ imāv eva viśvāmitrajamadagnī ayam eva viśvāmitro 'yaṃ jamadagniḥ imāv eva vasiṣṭhakaśyapau ayam eva vasiṣṭho 'yaṃ kaśyapaḥ vāg evātriḥ vācā hy annam adyate attir ha vai nāmaitad yad autrir iti sarvasyāttā bhavati sarvam asyānnaṃ bhavati ya evaṃ veda »
(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad II,2,4)


Tradizionalmente gli si attribuiscono diversi inni del Ṛgveda, contenuti nel V Maṇḍala (segnatamente gli inni 27, dal 37 al 43; 76-77; 83-86) e nel IX Maṇḍala (86).

Nella tradizione hindū è anche il purohita[1] delle cinque tribù arie che conquistarono l'India[2].

E quando il ṛṣi viene catturato dai nemici e gettato in una fossa, sono gli Aśvin a soccorrerlo:

(IT)
« Quando Atri scendendo nella caverna, vi chiamò a gran voce come una ragazza nel bisogno, o Aśvin, voi veniste con la tempestiva tanto salutare velocità dell'aquila. »

(SA)
« atrir yad vām avarohann ṛbīsam ajohavīn nādhamāneva yoṣā
śyenasya cij javasā nūtanenāghachatam aśvinā śaṃtamena »
(Ṛgveda V,78,4; traduzione di Philippe Swennen, in Hinduismo antico, su progetto editoriale e introduzione generale di Francesco Sferra. Milano, Mondadori, 2010, p.34.)

Il suo compito, e quindi quello dei suoi discendenti, è quello di proteggere il Sole (Sūrya) dall'oscurità provocata da Svarbanhū[3][4].

(IT)
« Fu durante la quarta preghiera (brahman) che il veggente Atri trovò Sūrya (il Sole) [fino a quel momento] nascosto nell'oscurità. »

(SA)
« ghūḷhaṃ sūryaṃ tamasāpavratena turīyeṇa brahmaṇāvindad atriḥ »
(Ṛgveda V,40,6)

Nella letteratura religiosa post-vedica, la figura teologica di Atri acquisisce ulteriori elementi. Così, nel XIII parva del Mahābhārata, egli viene rappresentato come un mānasaputra (figlio mentale) di Brahmā (brahmaputra o anche brahmaṛṣi).

Nel Manusmṛti[5] viene narrata l'origine dell'Universo. I ṛṣi si recano da Manū per conoscere gli ordinamenti impartiti dal Nato-da-sé (Svayaṃbhu), questi avvia il suo insegnamento narrando l'origine del Tutto. All'inizio tutto è buio e lì si manifesta il Nato-da-sé che allontana le tenebre (I,6), quindi emana le acque in cui depone il proprio seme (I,8), da quel seme si forma l'Uovo d'oro in cui il Nato-da-sé si manifesta come Brahmā (I,9: tad aṇḍam abhavad dhaimaṃ sahasrāṃśusamaprabham tasmiñ jajñe svayaṃ brahmā sarvalokapitāmahaḥ).
Dopo aver dimorato in quell'Uovo, Brahmā lo divide in due formando con esso l'Universo e avviando l'intera creazione. Quindi egli si divide in due, facendo di sé stesso un maschio e una femmina, generando in questo modo Virāj (I,32: dvidhā kṛtvātmano deham ardhena puruṣo 'bhavat ardhena nārī tasyāṃ sa virājam asṛjat prabhuḥ), e Viraj, per mezzo del solo calore provocato dall'ardore della disciplina, genera i dieci grandi ṛṣi:

(IT)
« Desiderando generare le creature, mi sono riscaldato con l'ardore estremo della disciplina (tapas) e per primi ho generato i dieci grandi veggenti, signori delle creature: Marīci, Atri, Aṅgiras, Pulastya, Pulaha, Kratu, Pracetas, Vasiṣṭha, Bhṛgu, e Nārada. »

(SA)
« ahaṃ prajāḥ sisṛkṣus tu tapas taptvā suduścaram patīn prajānām asṛjaṃ maharṣīn ādito daśa marīcim atryaṅgirasau pulastyaṃ pulahaṃ kratum pracetasaṃ vasiṣṭhaṃ ca bhṛguṃ nāradam eva ca »
(Manusmṛti I, 34-35; traduzione di Federico Squarcini e Daniele Cuneo, in Il trattato di Manu sulla norma (a cura di Federico Squarcini e Daniele Cuneo). Torino, Einuadi, 2010, p.6)

  1. Uno dei più importanti, se non il più importante sacerdote del sacrificio vedico (cfr., ad es. Aitareya Brāhmaṇa VIII, 24).
  2. Margaret Stutley e James Stutley. Dizionario dell'Induismo. Roma, Ubaldini, 1980. p.46.
  3. Rahū nella letteratura post-vedica.
  4. Per la critica alla tesi di Alfred Ludwig (1832-1912) che vede in Svarbanhū il fenomeno dell'eclissi, cfr. Jeanine Miller, I Veda, Roma, Ubaldini, 1976, pp.104 e sgg.
  5. I, 1-119