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Utente:Xinstalker/sandbox7

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Studiare non rende "migliori", e studiare non offre alcuna risposta al "senso della vita". Studiare non rende nemmeno "colti". In effetti se ci penso quando "sapevo" di meno, ero "migliore", "avevo più risposte" e mi consideravo molto più "colto".

Ora ho ammucchiato decine e decine di libri di molteplici culture che formano come una torre sotto di me e io, da sopra, scorgo solo l’immenso orizzonte della mia profonda ignoranza. Da tempo ho la chiara percezione che più studio, più sono consapevole di essere profondamente “ignorante”. E’ terribile. :)

Mi sono interessato, profondamente interessato, delle culture antiche perché ho ritenuto lì di scorgere i "modelli" del pensare e dell’interrogarsi sulla propria presenza nel mondo. Infatti, e in verità, i modelli del pensare moderno sono solo delle rielaborazioni, a volte più ordinate e a volte meno ordinate, delle problematiche antiche. Ma anche su questo importante tema, dallo studio non ci cavi un ragno dal buco... Lo sgomento di trovarsi nell'Essere non trova soluzione alcuna se non nel riferirsi a qualcosa d’altro rispetto alla propria nuda presenza nel mondo. D'altronde, come potrebbe essere diversamente se non siamo che una sola parte e quindi non possiamo rendere conto del Tutto? Ma il destino ci ha donato una coscienza che non si contenta di questo, affamata di senso essa indaga sempre e comunque, anche quando crede di riposare su risposte che riferendosi ad "Altro" dal mondo non possono che rinviarsi e quindi suonare come "provvisorie" e forse addirittura di "comodo". Questo stato di cose è frutto di quella scintilla "divina" che rende irrequieto l’uomo che la scorge. In qualche modo noi siamo la materia che si fa coscienza e cerca, attraverso questa, e in modo assolutamente impotente, di rendere conto del "senso". E’ terribile. :)

Non amo Socrate, perché per certi versi è persino meno decifrabile di Eraclito… Ma c’è una cosa su cui, a mio avviso, egli ha messo però un punto. C’è un "ordine" che prescinde dalle valutazioni soggettive o storiche, e su quest’"ordine", che egli coglieva grazie a un’ispirazione procuratagli da un dèmone, riposa l’intero universo del giudizio. Questo giudizio non è soggettivo, né storico. Per questo non sempre il "bene", o il "giusto" o il "vero", è quello che "appare" essere; così come il "male", lo "sbagliato" o il "falso" siano effettivamente quello che pensiamo che siano. Per questo "vivere" è "sbagliare". Se da una parte questa consapevolezza ci consente di andare comunque avanti in mezzo ai nostri "sbagli", dall'altra ci avverte sempre di dove in effetti "navighiamo": navighiamo in un potenziale mare di "errori". Per navigare alla meglio occorre un'ispirazione che di certo gli studi possono procurare solo molto, ma molto relativamente. E’ terribile. :)

A che serve dunque "studiare"? Studiare è una forma del vivere. Come spazzare un giardino. Se spazzare un giardino rende questo più "bello" e più "pulito", studiare consente di misurare meglio. Solo questo. Sì proprio misurare, come con il centimetro. Quindi se dopo aver studiato non sono "colto" ma anzi più "ignorante", né in alcun modo "migliore", né ho risposte sul "senso", so invece con contezza che quello che prima appariva come un millimetro oggi è un chilometro. E so anche che questa "differenza" di misura decide dove ti "porta"... Non è "molto", anche perché se ti indica dove ti porta, non ti dice gli errori che ti "procura"… quindi tanta fatica per poco, ma comunque "è" almeno qualcosa.

Ecco dunque chi è colui che studia: colui che studia è solo quello che, e purtroppo troppo spesso inutilmente, gira con un centimetro in mano, e sempre ricorda che quello di cui si voleva parlare non viene affrontato, ma si parla d’altro. E’ terribile. E’ meraviglioso.  :)