Divina Commedia/Inferno/Canto III

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« Per me si va ne la città dolente, »
  • 1.Per me si va...(1-9): Questi versi sono l'iscrizione posta in alto sulla porta dell'inferno, a somiglianza delle epigrafi metriche che si trovano sulle porte delle città medievali; essi suonano come solenne ammonimento a chi entra. Poste così in apertura di canto, con la didascalia posticipata (vv.10-1), queste parole sono anche il solenne inizio del vero e proprio Inferno dantesco.
  • Per me: attraverso di me. È la porta stessa che parla. L'anafora (il per me è ripetuto tre volte) sottolinea il senso terribile e inesorabile delle parole.
  • la città dolente: la città è detta «dolente», perché nel dolore vivono tutti i suoi abitanti. L'inferno si definisce appunto dal dolore, che è la sua prerogativa eterna. La figura della città nasce dalla biblica città celeste (Apoc. 22, 14) ricordata anche in I 126; la «porta inferi», nota alla fantasia popolare, si trova in Matth. 7, 13 e 16, 18. Ma la stessa idea della porta d'entrata al mondo dei morti ha il suo grande precedente letterario nel VI dell' Eneide, come tutta la struttura figurativa del canto.


« per me si va ne l'etterno dolore, »
  • 2.ne l'etterno dolore: spiega e intensifica il dolente del v.1. Tutta la terzina è una variazione sullo stesso tema, il dolore, attribuito prima alla città, poi alle persone (la perduta gente), e isolato al centro con il suo tragico aggettivo etterno, che sarà il tema della terza e ultima terzina dell'iscrizione. Per la grafia di etterno cfr. nota a I 114.


« per me si va tra la perduta gente. »
  • 3.perduta gente: gente che si è perduta per sempre, quindi dannata. Perduto si trova in questo senso nel poema anche sostantivato (due perduti: XXV 72). La parola indica chi ha perso per sempre la propria strada, e quindi Dio, e la felicità (cfr. più oltre v.18).


« Giustizia mosse il mio alto fattore; »
  • 4.Giustizia mosse...: la giustizia mosse Dio a crearmi (fattore è usato più volte da Dante per indicare Dio creatore; cfr.XXXIV 35; Purg. XVI 89; Par. VII 31; ecc.): l'inferno è quindi espressione della suprema giustizia di Dio, come più volte si ricorderà nella cantica. Si veda la nota ai vv.5-6.


« fecemi la divina podestate, »
  • 5.fecemi: si veda la regola ricordata nelle note linguistiche al canto I, v.67, che da qui in avanti daremo per conosciuta.
  • podestate... sapïenza... amore: sono gli attributi delle tre persone della Trinità (cfr. Conv. II v 8:«la potenza somma del Padre... la somma e ferventissima caritade de lo Spirito Santo»). Nell'inferno è quindi presente anche l'amore, come in tutte le opere di Dio; questa idea è essenziale, come si vedrà, per comprendere lo spirito della cantica, e la figura dell'uomo infernale secondo Dante. La terzina eleva l'inferno che qui si raffigura alla dignità assoluta di opera divina, e toglie quindi fin d'ora alla rappresentazione ogni carattere di arbitrio o di casualità.


« la somma sapïenza e 'l primo amore. »
  • 6. Le tre figure della Trinità: la divina potestate è Dio, la somma sapienza lo Spirito Santo, il primo amore è Gesù Cristo.


« Dinanzi a me non fuor cose create »
  • 7.Dinanzi a me...: prima di me furono create soltanto cose eterne (cioè, nell'universo dantesco, i cieli, gli angeli, la materia prima); l'inferno infatti, come si desumeva dalla Scrittura (Matth. 25, 41), era stato creato subito dopo gli angeli, per la ribellione di parte di essi con a capo Lucifero, ribellione che secondo Dante, che segue in questo san Tommaso, era stata immediata (cfr. Conv. II, v 12 e Par. XXIX 49-51). Le cose corruttibili (forma della terra, piante, animali, e tutti i corpi sublunari in genere) erano state quindi creato dopo di esso.


« se non etterne, e io etterna duro. »
  • 8.etterno: eterno vale qui per «sempiterno», cioè senza fine, come al v.2; eterno in senso assoluto, cioè senza principio né fine, è infatti soltanto Dio (così già precisava l'antico commento di Giudo da Pisa).
  • etterna duro:etterna è aggettivo predicativo: in eterno, eternamente (Vandelli). Il testo è modificato rispetto all'edizione Petrocchi; il Petrocchi preferisce la lezione etterno, inteso come latinismo, cioè semplice avverbio in -o (cfr. aeterno avverbio in Ovidio, Am. III 3, 11). Manteniamo la lezione tradizionale in -a, perché ha il vantaggio (a parte il fatto che Dante altrove come forma avverbiale usa sempre in etterno) di corrispondere all'uso dell'aggettivo etterne che viene immediatamente prima (cose... etterne - io etterna), e all'eguale uso dell'aggettivo predicativo, con lo stesso verbo «durare», di II 60: e durerà quanto 'l mondo lontana.


« Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'. »
  • 9.Lasciate ogne speranza: questo ultimo verso - di andamento epigrafico, e non a caso divenuto proverbiale – è la conseguenza a livello umano e concreto (voi ch'intrate) delle solenni affermazioni precedenti. È l'unico infatti che si rivolge direttamente a chi legge, e direttamente lo colpisce. La perdita della speranza, la virtù teologale dell'attesa della visione di Dio, è per l'uomo il massimo dei mali. Tutta la terzina esprime in fondo una sola idea – la perennità senza scampo della pena – come la prima esprime l'intensità del dolore.


« Queste parole di colore oscuro »
  • 10.di colore oscuro: va inteso letteralmente: a caratteri scuri, neri, cioè determinazione di scritte e non di parole. È questo del resto il colore dell'inferno (cfr. v.29), ed esprime di per sé angoscia e orrore. L'interpretazione metaforica («di significato doloroso, minaccioso») ci sembra da escludere, perché tale idea è espressa al v.12.


« vid'ïo scritte al sommo d'una porta; »
  • 11.


« per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro» »
  • 12.per... duro: per cui io dissi: «Maestro il loro significato mi è penoso», (duro vale «gravoso», che incute sgomento; cfr. I 4). L'altra interpretazione («malagevole a intendere»), del Boccaccio e dell'Ottimo, non si accorda con la risposta di Virgilio, che non spiega il «senso» della scritta, del resto chiarissima, ma esorta a vincere il timore e lo sgomento.


« Ed elli a me, come persona accorta: »
  • 13.accorta: che subito comprende. Virgilio, come sempre farà in seguito, comprende a fondo lo stato d'animo di Dante attraverso poche parole, e risponde amche a ciò che non è stato detto. La situazione stabilisce fra i due una corrente d'intesa e d'affetto -da maggiore a minore- che è base del loro rapporto.


« «Qui si convien lasciare ogne sospetto; »
  • 14.si convien:è necessario; corrisponde al latino «opus est»; cfr. Aen. VI 261:«ora ci vuole ("opus") coraggio, Enea, e dura saldezza di petto». Si ripete qui di fatto la scena dell' Eneide, dove la Sibilla esorta Enea al coraggio nello stesso momento dell'entrata nel mondo degli inferi.
  • sospetto: timore, che include esitazione, sospetto vale infatti in Dante «paura» (XXII 127), «esitazione» (Purg. XXII 125) e anche «dubbio» (Purg. VI 43).


« ogne viltà convien che qui sia morta. »
  • 15.viltà: pusillanimità (cfr. II 45 e nota); è appunto la causa del timore. Questo atteggiamento deve essere del tutto vinto da chi entra nell'inferno (convien che qui sia morta). Si rinnova qui in qualche modo la situazione del canto II, e si può dire che essa non è mai del tutto superata nell' Inferno, ma resta quasi un motivo fisso nella cantica: viltà e timore da parte di Dante, conforto e sicurezza da parte di Virgilio. Tale diverso ruolo, che ben si giustifica sul piano teologico dell'allegoria, diventa il centro generatore del vincolo umano e affettivo che legherà i due personaggi.


« Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto »
  • 16.loco ov'i' t'ho detto: cfr.I 114-7, dove si descrive appunto l'inferno.


« che tu vedrai le genti dolorose »
  • 17.dolorose: con valore soggettivo: che provano dolore. Riprende il tema della prima terzina.


« c'hanno perduto il ben de l'intelletto». »
  • 18.il ben de l'intelletto: la verità, cioè Dio, bene supremo dell'intelletto umano:«per l'abito de le quali [scienze] potemo la veritade speculare, che è ultima perfezione nostra, sì come dice il Filosofo nel sesto de l' Etica, quando dice che 'l vero è lo bene de lo intelletto» (Conv. II, XIII 6). La visione di Dio è per Dante il fine e la beatitudine dell'uomo, dalla quale i dannati sono esclusi.


« E poi che la sua mano a la mia puose »
  • 19.la sua mano… puose: mi prese per mano; la dittongazione di ŏ ed ĕ toniche in sillaba aperta (luogo, fiera) è proprio del fiorentino antico, e si trova diffusamente nel poema, specie fuori di rima. L'antico dittongo, rimasto nella lingua italiana, in più voci (come puose, priego, spuola ecc.) è tuttavia scomparso.


« con lieto volto, ond'io mi confortai, »
  • 20.con lieto volto:«dal viso lieto del duca prende conforto e sicurtà chi segue» (Boccaccio). I gesti e il volto di Virgilio – a cui sempre è fisso lo sguardo di Dante – mutano e si conformano alle diverse situazioni, determinandone l'umana e concreta realtà.


« mi mise dentro a le segrete cose. »
  • 21.mi mise dentro... segrete cose: mi introdusse nelle realtà nascoste sotto terra, e ignote ai vivi.


« Quivi sospiri, pianti a alti guai »
  • 22.Quivi sospiri... (22-24): è la prima impressione all'affacciarsi nel'Inferno, tutta auditiva, perché per la grande oscurità (l'aere sanza stelle) la vista sembra ancora non distinguere niente. L'attacco è anche questa volta virgiliano:«Di lì s'odono lamenti e fischiare furiose percosse, e poi stridore di ferro e strisciare di catene» (Aen. VI 557-8); ma il verso di Virgilio rappresenta l'orrore della scena, mentre quello dantesco è attento soprattutto all'umano dolore, che si riflette nell'animo del poeta (ne lagrimai). Il mondo degli inferi pagano ignora infatti il tema tragico del dolore proprio dell'inferno cristiano, dove l'uomo ha perso per sempre (c'hanno perduto..., v.18) la suprema felicità che gli era dato raggiungere, anche per una sola lagrimetta (Purg. V 107), cioè l'unione con Dio. Bisogna sempre tener presente questa differenza fondamentale, nei continui raffronti tra Eneide e Inferno: il motivo teologico, più che morale, del dolore per una perdita irrevocabile e infinita che caratterizza il testo dantesco; mentre il pur umanissimo Virgilio non può cogliere questa dimensione, che gli è ignota.
  • guai:guaio vale «lamento acuto» (cfr.IV 9; V 3, 48), da cui il verbo«guaire»; è ritenuto sostantivo derivato dalla interiezione guai (cfr. v.84).


« risonavan per l'aere sanza stelle, »
  • 23.sanza stelle: così è la volta infernale, priva di ogni luce che sulla terra conforta gli uomini (cfr. Aen. III 204:«notti senza stelle»); e dalla luce sarà sempre definita la terra (cfr. VII 122; ne l'aere dolce che dal sol s'allegra; X 69: non fiere li occhi suoi lo dolce lume?; XVI 83: e tornai a riveder le belle stelle; ecc.).


« per ch'io al cominciar ne lagrimai. »
  • 24.ne lagrimai: già è posto, fin dal principio, l'atteggiamento con cui Dante reagirà al dolore infernale: questo primo pianto è emblematico della pietate (II 5) che lo accompagnerà per tutta la cantica.


« Diverse lingue, orribili favelle, »
  • 25.Diverse lingue...(25-30): le due terzine riprendono e dispiegano con maggiore ampiezza il motivo della precedente: i pianti si precisano in varie forme, con una progressione discendente (lingue-favelle-parole-accenti-voci), come sopra in progressione ascendente (sospiri-pianti-guai).
  • Diverse: differenti fra loro (giacché tutti convegnon qui d'onge paese, v.123). Preferiamo questa interpretazione, già molto diffusa fra gli antichi commentatori, all'altra:«strane», «disumane» (che si richiama a VI 13; VII 105; ecc.), perché la pluralità delle lingue per Dante è di per sé segno della decadenza dell'uomo dalla sua primitiva condizione, e anche perché l'altro concetto -dell'orrido e disumano- è espresso dalla copia seguente: orribili favelle.
  • favelle: pronunzie; favella è il modo di pronunziare le parole, come a II 57.


« parole di dolore, accenti d'ira, »
  • 26.accenti: esclamazioni, mentre voci indica il semplice suono vocale; parole, accenti, voci, sono quindi forme sempre più limitate di espressione, secondo la scala decrescente di cui sopra dicemmo.


« voci alte e fioche, e suon di man con elle »
  • 27.suon di man: battere di mani fra loro (o sui corpi dei dannati).
  • con elle:ello,ella è comune nell'italiano antico nei casi obliqui (cfr.XXXII 124); si riferisce alle voci alte e fioche.


« facevano un tumulto, il qual s'aggira »
  • 28.


« sempre in quell'aura sanza tempo tinta, »
  • 29.sanza tempo tinta: eternamente oscura, senza l'alternarsi del giorno e della notte; tinta vale per «scura, nera» (cfr.XVI 104 e Purg.XXXIII 74).


« come la rena quando turbo spira. »
  • 30.turbo: tutti gli antichi intendono turbo come un particolare tipo di vento; tra essi il Lana e Pietro citano Isidoro di Siviglia:«Il termine turbo viene dal termine terra, poiché il vento si alza e fa mulinare la terra» (Etymol.XIII, XI 19). E si veda anche il valore di turbo a XXVI 137. La similitudine, che è l'elemento inventivo dantesco sullo sfondo virgiliano dell'immagine, riassume con evidenza il confuso tumulto di quelle dolenti e indistinte voci, e la loro impotenza.


« E io ch'avea d'orror la testa cinta, »
  • 31.orror: il testo è modificato rispetto all'edizione del Petrocchi: il testo del Petrocchi (come già quello del Vandelli) ha error (nel senso di «dubbio»; cfr.X 114 e XXXIV 102) che si trova nei manoscritti più autorevoli. Preferiamo la lezione orror (così anche Barbi, Sapegno e Mazzoni), prima di tutto per i precisi riscontri virgilini (Aen.II 559:«Allora un freddo orrore mi avvolse ["circumstetit horror"]» e VI 559), fondamentali in questo canto, anche perché nella scena di Aen.VI il parallelismo continua nelle domande che seguono («Sgomento Enea si fermò per udire lo strepito: / Chi sono questi dannati? Vergine, parla. Quale / pena li afflige? Cos'è mai questo immenso gridare?», Aen.VI 559-61); in secondo luogo perché a orror meglio che a dubbio si addice l'espressione contestuale: la testa conta (circondata, come in Virgilio «circumstetit»), se si pensa al tumulto di orribili suoni che s'aggira nei versi precedenti (cfr. anche Brugnoli in SD LIV, 1980, pp.15-30). Ma si vedano le ragioni del Petrocchi a Introd., p.168 e nel commento al verso.


« dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo? »
  • 32.dissi:«Maestro...: le domande ripetute seguono, come abbiamo visto, lo schema virgiliano, che offre la partitura drammatica (i movimenti, le scene principali, gli attacchi del dialogo) a questo primo ingresso nell'inferno. La cosa, tutt'altro che segno di incertezza e di inesperienza, è voluta da Dante, che in apertura della Commedia getta così un ponte tra sé e gli antichi, come esplecitamente farà nel IV canto, ponendosi sesto tra contato senno (IV 102) proprio perché consapevole che nuova e diversa è la consistenza morale del suo discorso egli può permettersi tali scoperte imitazioni, che per lui sono il mezzo per intonare la sua Commedia al livello che le compete, e stabilire un nesso tra i due poemi dell'umano destino.


« e che gent'è che par nel duol sì vinta?». »
  • 33.vinta: sopraffatta, abbattuta; usato anche altrove senza complemento d'agente (cfr.XXIII 60).


« Ed elli a me: «Questo misero modo »
  • 34. modo: comportamento, modo di lamentarsi; modo come «contegno», maniera di comportarsi, anche in XXIV 144; alcuni hanno inteso modo nel senso di metro o verso (dal suo originario valore di «misura»), cioè: «misura cantilena», ma tale significato non sembra adattarsi affatto ai suoni descritti ai vv.25-7.


« tegnon l'anime triste di coloro »
  • 35. triste: meglio intendere «malvage» che «dolenti» (cfr.XXX 76), sia per il parallelismo con il cattivo coro del v.37, sia per il tono di tutto il contesto, «più sprezzante che pietoso» (Sapegno).


« che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. »
  • 36.sanza 'nfamia e sanza lodo: senza meritare presso gli uomini né infamia né lode. Con questa frase Dante definisce coloro che non hanno avuto il coraggio di compiere né il bene né il male; il loro contrassegno è la viltà (cfr. vv.60 e 62). Essi sono quindi i pusillanimi che non hanno esercitato la facoltà di arbitrio - e quindi la ragione - per cui l'uomo è tale e vive (che mai non fur vivi; cfr. Conv.II, VII 3-4). Per loro Dante mostra il massimo disprezzo, proprio perché in loro manca ciò che, sia pure nel male, distingue l'uomo, e che egli sempre onora fin nel più profondo dell'inferno. Questa idea dantesca, di un luogo infernale che accoglie chi non fece né il male né il bene, ha un precedente nell'apocrifia Visio Pauli (antico racconto del viaggio di San Paolo, da vivo, all'inferno) dove è raffigurato un fiume di fuoco in cui stanno immersi «coloro che non sono né caldi né freddi, poiché non fanno parte né del numero dei giusti, né del numero dei malvagi». Le prime parole qui riportate sono una citazione da Apoc.3, 14-6, testo da cui dipende l'idea degli angeli neutrali (cfr. nota al v.39); le due concezioni sono dunque strettamente connesse tra loro.


« Mischiate sono a quel cattivo coro »
  • 37. cattivo: «vile». L'accomppiamento sinonimico dei due termini si ritrova in molti testi del Due e Trecento: «vile e cattivo» (Fra Giordano); «opere di viltà e cattività» (Egidio Romano). «Cattività» e «viltà» appaiono quindi come equivalenti, come si deduce anche dai vv.60-2. Precisare questo significato è importante, perché vi è racchiusa la definizione che Dante dà di queste anime: la setta d'i cattivi (v.62).
  • coro: schiera, detto in genere di chi canta o danza (cfr. Purg.XXIX 41; Par.X 106; ecc.); trattandosi di angeli, è termine specifico (coro angelico) a indicare un loro raggruppamento.


« de li angeli che non furon ribelli »
  • 38. li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro: gli angeli che, nello scontro tra Satana e Dio, non stettero né dalla parte dei ribelli, né dalla parte di Dio, ma neutrali. Sono dunque anch'essi ignavi.


« né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. »
  • 39.per sé fuoro: fecero parte a sé, né con Lucifero né con Dio (fuoro, furono, è, come furo, forma di perfetto arcaico, spesso usata nel poema). Di questi angeli neutrali non parla la Scrittura, ma non si tratta tuttavia di una invenzione dantesca; si ritrova questa tradizione sia in testi letterari popolari (come la Navigatio Sancti Brandani), sia in testi teologici o filosofici. Pietro di Dante fa riferimento a testi di Ugo di San Vittore, e anche il Buti e l'Anonimo ne parlano come di cosa volgarmente nota. (Per la questione cfr. Nardi, Dal COnvivio, pp. 331-50).


« Caccianli i ciel per non esser men belli, »
  • 40.Caccianli: li rifiutano, li respingono da sé.
  • per non essere men belli: perché «maculerebbero la lor bellezza» (Boccaccio).


« né lo profondo inferno li riceve, »
  • 41.


« ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli». »
  • 42. alcuna gloria: una qualche gloria. Poiché questi angeli non furono colpevoli di ribellione, i rei (i dannati) potrebbero trarre vanto o piacere «veggendoli in quel medesimo supplicio che essi» (Boccaccio).


« Ed io: «Maestro, che è tanto greve »
  • 43.greve: pesante, doloroso.


« a lor che lamentar li fa sì forte?». »
  • 44.


« Rispuose: «Dicerolti molto breve. »
  • 45.Dicerolti: te lo dirò. Questo ordine dei pronomi atoni (prima l'accusativo lo e poi il dativo ti) è normale fino al Boccaccio (cfr. Vita Nuova XXII, Voi che portate 7: «Ditelmi, donne, che 'l mi dice il core» e Dec.II 1, 10: «Dicolti»), sostituito poi fino a oggi dall'ordine dativo più accusativo («te lo dirò»).
  • breve: brevemente, come si conviene a costoro: cfr. v.51.


« Questi non hanno speranza di morte, »
  • 46.speranza di morte: non possono sperare neppure di morire, cioè di essere annullati per sempre, in modo da lasciare quella vilissima vita. Tale è del resto la condizione di tutte le anime dannate, che anche altrove nell' Inferno invocano la morte (cfr.XIII 118). Ma questi invidiano ogne altra sorte, cioè anche i peccatori più gravi nei più gravi tormenti, tanto la loro vità è ignominiosa.


« e la lor cieca vita è tanto bassa, »
  • 47.cieca: oscura, senza alcuna luce; «come del resto fu la loro vita terrena» (Padoan). Cieco è per altro aggettivo tipico dell' Inferno dantesco, quasi definitorio della condizione dei dannati, a cui è tolta per sempre la luce di Dio; cfr. IV 13: cieco mondo; X 58-9 cieco carcere; ecc.
  • bassa: abietta, ignobile (Scartazzini).


« che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte. »
  • 48.


« Fama di loro il mondo esser non lassa; »
  • 49.Fama di loro...(49-51): il mondo non lascia che resti alcun ricordo di loro; sia il misericordia sia la giustizia li disdegnano; non fermiamoci dunque a parlare di loro, ma guarda e tira dritto. Terzina scandita in tre fasi lapidarie e proverbiali, di cui l'ultima è rimasta forse la più nota di tutta la Commedia. Tipicamente dantesca è la condensazione di una forte idea in formule brevi e di estrema evidenza, con parole che sembra impossibile sostituire. Sia gli uomini (il mondo) sia Dio stesso (nei suoi attributi di misericordia e giustizia, che corrispondono al paradiso e all'inferno dei vv. 40-1) sdegnano costoro. Meglio quindi non fermarsi a parlarne. Cfr. Sir. 44. 9: «Di altri non sussiste memoria: svanirono come se non fossero esistiti; nacquero come se non fossero mai nati».
  • esser non lassa: non lascia che sia, che resti; quella fama terrena che è invece l'unica parvenza di conforto che resta ai dannati, come vedremo nel seguito della cantica.


« misericordia e giustizia li sdegna: »
  • 50.


« non ragioniam di lor, ma guarda e passa». »
  • 51.


« E io, che riguardai, vidi una 'nsegna »
  • 52.una 'nsegna(52-53): un vessillo, uno stendardo, che correva in tondo tanto veloce ...; per la legge del contrappasso (cfr.XXVIII 139-42), chi non ha seguito nessuna bandiera - buona o cattiva - sulla terra, è costretto qui a correre senza riposo dietro a uno di questi segni, simboli di una scelta per cui si scende in combattimento.


« che girando correva tanto ratta, »
  • 53.


« che d'ogne posa mi parea indegna; »
  • 54.d'ogne posa... indegna: sdegnosa, insofferente di ogni riposo, di ogni pausa; che quindi non si arresta mai («non tollerante un attimo di posa»: Pagliaro); per questo senso attivo di indegna, si cfr. Orazio, Ars poetica 231: «La Tragedia, che non tollera ("indigna") versi». Altri intende in senso passivo: «non degna» («indegno di riposo è chi non milita, chi non arrischia»: G.Mazzoni); ma solo il primo significato sembra tollerato dal verbo mi parea e dall'aggettivo che regge la consecutiva: tanto ratta, che.


« e dietro le venìa sì lunga tratta »
  • 55.tratta: moltitudine, seguito.


« di gente, ch'i' non averei creduto »
  • 56.ch'i' non averei creduto...: l'impressione del grande, innumerevole numero delle anime dannate tornerà alter volte; questa è la prima, e come tale più colpisce la fantasia (cfr. Eccl. 1, 15: «infinito è il numero degli stolti»).


« che morte tanta n'avesse disfatta. »
  • 57.disfatta: distrutta; indica il disfacimento della morte; cfr. VI 42.


« Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, »
  • 58.


« vidi e conobbi l'ombra di colui »
  • 59.colui che fece...(59-60): chi sia questo personaggio, l'unico che Dante indica fra i pusillanimi, è questione ancora discussa. Ma i più antichi commentatori - fra cui Pietro di Dante - vi riconobbe senza alcuna esitazione Celestino V, l'eremita Pietro da Morrone che rinunciò al papato dopo pochi mesi di regno nel 1294, e a cui seguì Bonifacio VIII.


« che fece per viltade il gran rifiuto »
  • 60.che per viltà fece il gran rifiuto


« Incontanente intesi e certo fui »
  • 61.Allora capii e fui certo


« che questa era la setta d'i cattivi, »
  • 62.che questa era la schiera dei cattivi


« a Dio spiacenti e a' nemici sui. »
  • 63.Spiacenti a Dio perché non buoni e ai nemici di Dio perché non troppo malvagi


« Questi sciaurati, che mai non fur vivi, »
  • 64.


« erano ignudi e stimolati molto »
  • 65.erano nudi e punzecchiati in continuazione


« da mosconi e da vespe ch'eran ivi. »
  • 66.


« Elle rigavan lor di sangue il volto, »
  • 67.


« che, mischiato di lagrime, a' lor piedi »
  • 68.


« da fastidiosi vermi era ricolto. »
  • 69.


« E poi ch'a riguardar oltre mi diedi, »
  • 70.


« vidi genti a la riva d'un gran fiume; »
  • 71.


« per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi »
  • 72.


« ch'i' sappia quali sono, e qual costume »
  • 73.


« le fa di trapassar parer sì pronte, »
  • 74.


« com'io discerno per lo fioco lume». »
  • 75.


« Ed elli a me: «Le cose ti fier conte »
  • 76.


« quando noi fermerem li nostri passi »
  • 77.


« su la trista riviera d'Acheronte». »
  • 78.


« Allor con li occhi vergognosi e bassi, »
  • 79.


« temendo no 'l mio dir li fosse grave, »
  • 80.


« infino al fiume del parlar mi trassi. »
  • 81.


« Ed ecco verso noi venir per nave »
  • 82.


« un vecchio, bianco per antico pelo, »
  • 83.


« gridando: «Guai a voi, anime prave! »
  • 84.


« Non isperate mai veder lo cielo: »
  • 85.


« i' vegno per menarvi a l'altra riva »
  • 86.


« ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo. »
  • 87.


« E tu che se' costì, anima viva, »
  • 88.


« pàrtiti da cotesti che son morti». »
  • 89.


« Ma poi che vide ch'io non mi partiva, »
  • 90.


« disse: «Per altra via, per altri porti »
  • 91.


« verrai a piaggia, non qui, per passare: »
  • 92.


« più lieve legno convien che ti porti». »
  • 93.


« E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare: »
  • 94.


« vuolsi così colà dove si puote »
  • 95.


« ciò che si vuole, e più non dimandare». »
  • 96.


« Quinci fuor quete le lanose gote »
  • 97.


« al nocchier de la livida palude, »
  • 98.


« che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote. »
  • 99.


« Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, »
  • 100.


« cangiar colore e dibattero i denti, »
  • 101.


« ratto che 'nteser le parole crude. »
  • 102.


« Bestemmiavano Dio e lor parenti, »
  • 103.


« l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme »
  • 104.


« di lor semenza e di lor nascimenti. »
  • 105.


« Poi si ritrasser tutte quante insieme, »
  • 106.


« forte piangendo, a la riva malvagia »
  • 107.


« ch'attende ciascun uom che Dio non teme. »
  • 108.


« Caron dimonio, con occhi di bragia, »
  • 109.


« loro accennando, tutte le raccoglie; »
  • 110.


« batte col remo qualunque s'adagia. »
  • 111.


« Come d'autunno si levan le foglie »
  • 112.


« l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo »
  • 113.


« vede a la terra tutte le sue spoglie, »
  • 114.


« similemente il mal seme d'Adamo »
  • 115.


« gittansi di quel lito ad una ad una, »
  • 116.


« per cenni come augel per suo richiamo. »
  • 117.


« Così sen vanno su per l'onda bruna, »
  • 118.


« e avanti che sien di là discese, »
  • 119.


« anche di qua nuova schiera s'auna. »
  • 120.


« «Figliuol mio», disse 'l maestro cortese, »
  • 121.


« «quelli che muoion ne l'ira di Dio »
  • 122.


« tutti convegnon qui d'ogne paese: »
  • 123.


« e pronti sono a trapassar lo rio, »
  • 124.


« ché la divina giustizia li sprona, »
  • 125.


« sì che la tema si volve in disio. »
  • 126.


« Quinci non passa mai anima buona; »
  • 127.


« e però, se Caron di te si lagna, »
  • 128.


« ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona». »
  • 129.
« Finito questo, la buia campagna »
  • 130.


« tremò sì forte, che de lo spavento »
  • 131.


« la mente di sudore ancor mi bagna. »
  • 132.


« La terra lagrimosa diede vento, »
  • 133.


« che balenò una luce vermiglia »
  • 134.


« la qual mi vinse ciascun sentimento »
  • 135.


« e caddi come l'uom cui sonno piglia. »
  • 136.
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