Divina Commedia/Purgatorio/Canto I

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« Per correr miglior acque alza le vele »
  • 1-3. La poesia di Dante si avvia a cantare un più sereno argomento, abbandonando l'angoscioso mondo infernale.
  • Per correr...:attacco liberatorio, dove l'immagine della nave che corre leggera sulle acque della nuova cantica già esprime la nuova condizione dell'animo, di serena fiducia (si vedano i verbi correre, alzare), di ritrovata libertà. Il primo verso, intessuto di consonanti liquidi r e l, significanti leggerezza, dà anche il timbro musicale a tutto il canto: si confrontino i più celebri tra i versi che seguiranno, 13 e 117, e in genere tutto il tono del linguaggio qui usato.
  • miglior acque:è la nuova materia, paragonata al mar crudele dell' Inferno. La stessa metafora tornerà all'inizio del Paradiso (II 1 sgg.) accomunando, come qui, la poesia e la realtà della vita. Probabilmente miglior acque è una perifrasi per il battesimo, in tal senso Dante anticipa lo stile purificatorio di tutto il Purgatorio.
  • alza le vele:quasi segno di un confidente e sicuro viaggio.


« omai la navicella del mio ingegno, »
  • 2.omai:dopo tanta sofferenza.
  • la navicella:la metafora della nave per significare l'ingegno del poeta sul mare del suo argomento è antico «topos» della poesia classica (cfr. Properzio, El.III 3, 22:«ingenii cymba») ripreso poi da tutta la letteratura medievale. Qualità specifica del testo dantesco è fare di tali mezzi comuni qualcosa di unico e straordinariamente pertinente al luogo preciso in cui egli li adopera. Di tutte le navi delle antiche letterature, solo questa infatti è rimasta sul vaglio dei secoli. Perché qui essa vale «libertà» -che sarà il tema di tutta la cantica- e perché quel mare figurato si confonde col mare alle cui calme rive approdano i due viandanti dell'inferno. La potenza con cui questo testo stringe insieme, in un linguaggio così semplice, così vasti significati, così profondi echi e ricordi (il pelago tempestoso di Inf.I 23 e, a maggior distanza, il mare dove naufragò un'altra nave, quella di Ulisse), è il vero segreto della sua bellezza.


« che lascia dietro a sé mar sì crudele; »
  • 3.


« e canterò di quel secondo regno »
  • 4.e canterò:si propone qui il tema della nuova cantica (il secondo regno); cantare è il verbo tipico usato dagli antichi a questo scopo. Cfr. Aen.I 1 («Canto le armi e l'uomo che dalle sponde di Troia ...») e Georg.I 5 («qui comincerò a cantare»).


« dove l'umano spirito si purga »
  • 5.si purga:si purifica; il peccato è stato già perdonato, grazie al pentimento. Ma per essere degna di salire a Dio, l'anima dell'uomo (l'umano spirito) deve purificare nella sofferenza quanto le è rimasto della debolezza terrena, quasi un velo che appanna e offusca la sua limpidezza (cfr.II 122-3).


« e di salire al ciel diventa degno. »
  • 6.


« Ma qui la morta poesì resurga, »
  • 7.la morta poesì:la poesia che ha cantato finora il regno dei morti, la morta gente; si veda più oltre l'aura morta (v.17).
  • resurga:quasi la poesia, trattando di costoro, fosse affranta e prostrata a terra.


« o sante Muse, poi che vostro sono; »
  • 8.sante Muse:le prime due terzine propongono il tema; le seconde due contengono l'invocazione alle Muse, secondo lo schema classico seguito anche nelle altre due cantiche. Ma c'è una gradazione: nell' Inferno s'invocano genericamente le Muse; qui Calliope, massima fra di loro; nel Paradiso, oltre alle Muse, Apollo stesso. Diverso è anche lo sviluppo dato all'invocazione e a tutto l'esordio: sei versi nella prima cantica (Inf.II 4-9), dodici in questa, trentasei nell'ultima (Par.I 1-36).
  • vostro:il poeta è quasi consacrato alle Muse, perché ad esse dedica la propria vita; ed esse quindi sono in qualche modo tenute a venire in suo aiuto. Così Orazio in Carm.III, IV 21-2:«Vostro sono io, Camene, vostro quando salgo all'alta Sabina ...». Ma qui c'è un accento vivamente; cfr.XXIX 37-9. O sacrosante Vergini, se fami, / freddi o vigilie mai per voi soffersi ....


« e qui Calïopè alquanto surga, »
  • 9.Calïopè:la musa dell'epica, massima tra tutte, che come corifea tutte le rappresenta. Ma qui Dante fa il suo nome perché fu lei a vincere nel canto le Pieridi, secondo il mito narrato da Ovidio e più oltre citato, con preciso intento, ai vv.11-2. Se Calliope si alza, come allora, il canto del poeta avrà la forza più che umana che l'argomento richiede.
  • alquanto surga:«Dice alquanto perché nella terza cantica tutta si leverà» (Buti) - surga: si alzi; il verbo è citazione voluta da Ovidio:«Calliope si alzò (surgit), e cominciò a saggiare col pollice le corde lamentose ...» (Met.V 338-9).


« seguitando il mio canto con quel suono »
  • 10.seguitando:seguendo, accompagnando.


« di cui le Piche misere sentiro »
  • 11.di cui le Piche...(11-2):di cui le Pieridi sentirono così fortemente il colpo (cioè: udendo cantare Calliope, ne ebbero un tal colpo) che disperarono di essere perdonate (cioè «non poterono sperare di sottrarsi alla punizione»: Momigliano). Le figlie di Pierio, re di Tessaglia, superbe della loro bellissima voce, osarono sfidare al canto le stesse Muse, ma furono vinte da Calliope, e per punizione del loro ardimento trasformate in gazze (piche); cfr. Ovidio, Met.V 294-678. Dante le chiama dal nome della loro punizione, che rivela la loro miseria. Il senso del mito, a cui qui si allude, è l'insufficienza delle forze umane, sia pure altissime, qualora pretendano di essere pari o superiori alla divinità stessa. Per cantare il nuovo regno, che appartiene al mondo divino, Dante chiede appunto l'aiuto, l'accompagnamento, di quel canto sovrumano che vinse un tempo le Pieridi. Con analogo significato, nel I canto del Paradiso, sarà ricordata la sfida tra Apollo e Marsia.


« lo colpo tal, che disperar perdono »

.

  • 12.


« Dolce color d'orïental zaffiro, »
  • 13.Dolce color...:è questo il primo verso del racconto, la prima cosa visibile del nuovo mondo, dove si aprono gli occhi quasi a una nuova vita. E produce un incanto profondo, che sta tutto nella dolcezza di un colore, disteso nel verso senza verbi,, senza oggetti che lo determino, quasi nella sua pura essenza, che esprime conforto, speranza pace. Dolce è la sua qualità, la prima parola della cantica. E tale dolcezza segnerà, come vedremo, paesaggio, gesti, suoni, e atti dell'animo lungo tutto questo cammino. Come aspro è l' Inferno (I 5), così il Purgatorio è dolce, mite, senza alcuna durezza. Perché tale è l'animo che si è rivolto a Dio. La grande intuizione del poeta, che trasferisce in solo aggettivo, in un colore, la condizione interiore di colui che ha lasciato l'«inferno» per rivolgere la propria vita al divino, crea questo verso, sul quale ancora ci si sofferma dopo tanti secoli, che non hanno appannato in nulla la sua ferma limpidezza.
  • orïental zaffiro:lo zaffiro è pietra preziosa di bel colore azzurro che i lapidari, o trattati sulle pietre, riferivano a quello del cielo. L'orientale, che veniva dalla Media, era il più pregiato. In uno di quei testi, il De Lapidibus di Marbodo (vescovo e poeta vissuto tra XI e XII secolo), le proprietà attribuite allo zaffiro sembrano fortemente richiamare la specifica situazione in cui Dante ne evoca il nome:«libera i prigionieri dal carcere... e al suo tocco scioglie i legami, e placa l'ira di Dio... raffredda gli ardori interni... leva dagli occhi sporcizia...». Tutte parole che potrebbero fare da chiosa a questo verso che, in realtà, sembra produrre gli effetti attribuiti al potere della pietra.


« che s'accolgieva nel sereno aspetto »
  • 14.s'accoglieva:si adunava, era raccolto; parafrasando «si diffondeva» -come alcuni fanno- si tradisce il testo, che vuole esprimere proprio il movimento contrario: quella dolcezza si raccoglieva nel cielo, quasi perché lo sguardo potesse contemplarla (Dante riprenderà il verbo, non per il colore, ma per un suono, in Par.XIV 122: s'accogliea per la croce una melode / che mi rapiva...).


« del mezzo, puro infino al primo giro, »
  • 15.del mezzo:dell'aria; mezzo (lat. «medium») è termine scientifico che indicava ciò che sta «in mezzo» tra i sensi e ciò che da essi è percepito, elemento che secondo Aristotele è necessario ad ogni sensazione: nella maggior parte dei casi (per la vista, come qui, ma anche per l'udito e l'odorato) l'aria, o l'atmosfera, per le quali qui è posto. Si noti come siano scelti qui termini geometrici, quasi astratti: non «cielo», e neppure «aria», ma mezzo; e così giro e non «orizzonte». Perché quel dolce color abbia il massimo dell'immaterialità.
  • primo giro:è l'orizzonte, il primo cerchio celeste che l'occhio vede, e su cui gli altri si misurano. Gli antichi hanno inteso per lo più il cielo della luna, il primo dei pianeti, ma là non giunge lo sguardo, e in ogni caso qui si vuol dire che quella purezza e serenità d'azzurro si estendeva per tutta la volta celeste, che nessuna ombra turbava. I tre aggettivi della mirabile terzina, dolce - sereno - puro, si sommano lentamente, qualificando quel cielo a cui l'occhio è fisso, il soave mondo senza turbamenti, senza angosce, immacolato come nel primo giorno della creazione, che attende l'uomo uscito dal mondo del male per ritornare a Dio.


« a li occhi miei ricominciò diletto, »
  • 16.ricominciò diletto:tornò a dar diletto (dopo tanto tempo che più non lo vedevo); diletto vale per «piacere», dei sensi e dell'anima; così pronunciato, in fine di verso, il termine risuona con particolare forza e dolcezza. Il riferimento di questa terzina all'ultimo verso dell' Inferno (E quindi uscimmo a riveder le stelle) è stretto ed evidente; ma la profonda diversità del linguaggio, della sua interna qualità, segna una invalicabile distanza.


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