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Estetica contestuale/2

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Seconda parte di Estetica contestuale

... Se per la costruzione delle basi del pensiero filosofico Socrate fu il raziocinatore che in giro per Atene dialogava con i Giovani, affidando al lògos, parola discorso e ragionamento, la sua ricerca del vero, Platone fu l'Alunno per antonomasia che ricorda e sistema l'opera del suo Maestro, cocciuto e coraggioso tanto da farsi uccidere dalla sua Pòlis, pur di restare fedele alla sua onestà epistemologica.

Cosa c'è di Platone in Platone?

E di Socrate cosa c'è in Platone?

Ogni insegnante dubita, a volte, che l'insegnamento esista veramente.

Non esiste certo in quanto passivo deporre informazioni nella testa dei discepoli.

Non esiste in quanto supino e prono travasare dati e impulsi sonori e trasmetterli come da un microfono ad un amplificatore.

L'insegnamento è la faccia criptata dell'apprendimento.

Un maestro è grande quando scompare nel discepolo, in qualche modo qualunque esso sia, volontariamente o meno, quando viene avvolto dalla nebbia della dimenticanza e riesce a rivivere nella mente e nell'anima dell'Alunno senza che questo neppure lo sappia.

Certo.

Solamente quello che è veramente importante si dimentica, molto spesso, perché si possiede pienamente.

Si ricorda la scoria, il superfluo, tutto quello che ci impegna e ci mette in ansia.

Platone è Socrate, ne fa rivivere l'essenza, ricordandolo e citandolo sempre nelle sue opere, facendone l'eroe protagonista, come su un palcoscenico che vede le strade di Atene e le sue case, le sue piazze, i vicoli senza sole ed il Partenone trasformate in un palcoscenico senza legno e senza pubblico, con attori che sono il Didàskalos con i Suoi Alunni.

E Alunno di Platone fu un altro intelletto eccellente.

Se Platone dovette sistemare come un poeta, come uno scrittore sublime d'una prosa musicalissima il pensiero di Socrate sugli universali, sulle categorie, ricavandone la teoria delle idee, dell'iperuranio, e aggiungendo di suo probabilmente le teorie estetiche sull'Arte figlia dell'irrazionale e della tèkhne, come se si trattasse alla fine di rivelare la natura profonda, bipolare, ut ita dicam, della Poesia, dell'Arte, del linguaggio, della natura umana ed animale stessa.


Del resto, il mito greco, così splendidamente interpretato da tanti scrittori e poeti, basta pensare al Foscolo, a Cesare Pavese, e da tanti filosofi e sociologi, come Giorgio Colli, Karolj Kerenij, Gustav Jung, dallo stesso Sigmund Freud, che tanto prese da Sofocle e da altri Autori ellenici, massimamente dai tragici, aveva descritto l'universo come un miscuglio di khaos e di kòsmos.

Dall'avvicendarsi di queste due forze poderose, fuori e dentro l'uomo, nasce il lògos, si realizza la poesia e l'arte.

Ma non avrebbe senso il concetto di cosmo se non ci fosse il khaos.

E non si intenda il termine kòsmos come ovvia metafora del bene ed il khaos come indicatore simbolico del male.

Khaos era l'nsieme coesistente delle sostanze in una indistinta materia e Kòsmos il suo distinguersi in organismi ed elementi riconoscibili nella loro individualità.

Così le tenebre e la luce, contrapposte nella religione antica e moderna, indicano il mondo dell'origine e la chiarezza dell'esistene nel presente.

In effetti nell'universo il nero predomina e la luce non è che prerogativa di uno sparuto grappolo di stelle che si autoconsumano e che non dureranno che un limitato e breve tempo.

La luce non è solo virtù delle splendide stelle, quindi.

Fulsere quondam candidi tibi soles... ... cantava Gaio Valerio Catullo.


Si direbbe che in effetti la luce sia indipendente dalle nostre capacità ottiche, che sia percepibile anche nel sonno, nel buio della notte più scura, che sia nera.

E che il nero non sia sinonimo di oscurità assoluta.

Ciò che chiamiamo luce dopotutto è solo l'effetto di certe radiazioni nel nostro apparato sensitivo.

Quindi interpretare il kòsmos come 'ordine positivo' ed il khaos come 'disordine negativo' è piuttosto semplicistico, visto anche che dal khaos nasce in genere l'ordine, mentre dal kòsmos spesso si precipita nel Khaos, che in greco per questo voleva dire anche baratro della materia.

Questo bipolarismo universale e cosmico, nemmeno troppo alternante, in quanto l'avvicendarsi degli estremi, che potevano riflettersi nelle personalità di Apollo e Dioniso, erano legati a fattori imponderabili e imprevedibili, portava a quello stato momentaneo, a volte anche duraturo, che era il lògos.

Se del resto l'universo procede secondo leggi che non sembrano affatto tali, ma vincoli naturali, spesso smentiti, l'esistenza dell'uomo oscilla nella rappresentazione della parte del figlio degli dèi, da salvare, e del figliastro ribelle, dedito ad ogni sorta di sopruso.

Può davvero l'uomo distruggere la terra, suo piccolo angolo e rifugio?

O non è solo altro che, lui stesso, una delle tante invenzioni della Natura che non esclude di escogitare anche forze distruttive capaci di provocare solo guai a sé ed ai simili?

La Terra vittima dell' uomo, o paradossalmente il laboratorio in cui l'uomo mette alla prova se stesso e i suoi simili, in una specie di esperimento assolutamente controllato e 'naturale', in quanto si tratta di esseri inventati e fabbricati da quella forza caotico cosmica che chiamiamo 'natura'?

Aristotele dovette dare una impostazione e un ordine pratico e tassonomico al castello complesso e variamente articolato nato dalla ricerca etica, matematica, umanistica ed estetica di Socrate e Platone.

Ne attutì l'impostazione idealistica, la provvide d'una ossatura organizzativa pratica, operativa e quando ebbe escogitato il suo sistema di categorie, classi e definizioni, passò alla poesia, all'arte.

Nella Poetica tracciò la sua teoria estetica, che tanto è ancora efficace da avere influenzato non tanto le teorie dell'arte, ma anche quelle, più materialistiche e pragmatiche, della politica e dell'economia.

Ma attenzione, che la parola economia ha come significato letterale legge della casa.

Non dovrebbe interessarsi quindi, l'attività che ne deriva, solo, come si pensa, di mercati e scambi, conti e valuta, debiti e crediti.

Quando l'economia è questo e solo questo, la società tende a bruciare le risorse danneggiando le prospettive future.

Questo avviene sempre quando le parole vengono fraintese, quando si instaura un linguaggio approssimativo e dozzinale.

Dire fico al fico, dicevano i greci, è consigliabile sempre.

Ecco, noi da qualche tempo usiamo il termine 'tassa' al posto di 'imposta'.

È veramente stranissimo, ma lo facciamo nonostante le biblioteche, i licei, i forum.

Così facciamo per tutto il resto delle parole.

Usiamo inutili metafore, esageriamo con la retorica, rubiamo il mestiere a scrittori, rètori e poeti.

Certo che poi ... carmina non dant panem ...

Se noi ci buttiamo sul ... panem et circenses ...

Nomina sunt consequentia rerum

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Nomina sunt consequentia rerum...

Ma anche

... res sunt consequentia nominum...

Ebbene, quando Aristotele affrontò il dilemma della finalità dell'arte, tema che gli stava molto a cuore, visto il suo pragmatismo, dopo averne descritto tutte le possibili realizzazioni, i vari generi poetici, giunse ad esaminare la tragedia, ossia quella forma d'arte e di letteratura, di poesia, che era passata dalla natura di semplice produzione letteraria, propria dei testi in genere, ad un assetto dialogato, parlato in presenza d'un pubblico presente e vivo.

Era dovere dei cittadini assistere alle rappresentazioni tragiche, il cui dio era Dioniso, il dio del presente, dell'azione improvvisa, estemporanea, per quanto meditata o preparata sotto l'influsso di Apollo, dio della conoscenza, della luce, della profezia di qualsiasi genere.


Apollo e Dioniso

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Dioniso metafora e personificazione idealizzata del presente e Apollo del futuro.

A questo proposito Aristotele elaborò una teoria d'un pragmatismo insuperabile.

Quando uno spettatore facile alla commozione, e quindi predisposto ad un mutamento interiore, assiste alla rappresentazione d'una tragedia, resta colpito dalla violenza del contesto scenico e rappresentativo, descritto non da fatti o gesti, ma dalle dalle parole, e solo da e con esse, nella tragedia greca.

In seguito, in lui si sviluppa un processo catartico, che lo induce ad una specie di purificazione da tutto quando si assembra e rassomiglia a quello che lo ha sconvolto a teatro.

È chiaro che quando si parla di tragedia, si intende in modo globale e figurata tutta l'arte.

Ma la catastrofe, che non era altro ed altro non è che l'ultima parte del dramma tragico, e che significa il momento del cadere, del risolversi nell'atto finale, evidentemente nel caso specifico del teatro di eventi drammatici rappresentati dagli attori sulla scena, assurge a paradigma d'ogni forma d'arte, se questa può commuovere, e non sempre, e redimere, cambiare e non solo descrivere e rappresentare contestualmente la nostra realtà globale, intima ed esterna, lirico soggettiva e praticostorica.

L'arte tutta dunque è catartica.

Ma attenzione.

Non si salvano tutti.

Solamente quelli predisposti in quanto facili alla commozione.

Questa è la funzione che Aristotele attribuisce alla tragedia, e quindi all' Arte in diverse misure.

Evidentemente, la poesia può avere una funzione sociale e politica condizionata e condizionante, strumentalizzabile, come evidentemente si sapeva prima e come si è imparato a conoscere forse anche meglio in seguito.

la metriòtes aristotelica

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Il concetto dell' utilità dell'arte e della poesia, della funzione sociale dei poeti, della loto collocazione attiva nella polis, fu trasmesso da Aristotele agli stoici ed agli epicurei.

Di Epicuro sappiamo molto, ma quel poco che si è trasmesso grazie alla maldicenza ha quasi offuscato la importanza del suo pensiero.

Evitare i piaceri, vivere appartati, non esporsi ai rischi della fortuna in politica ed in economia, coltivare la moderazione e prediligere l'amicizia, rifuggendo dalle passioni specie d'amore, dagli eccessi d'ogni genere.

La metriòtes, la misura nella vita e nelle esperienze d'ogni genere, era un'idea sempre di Aristotele.


Ottaviano e Mecenate: Arte potere e consenso contestuale

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Fu ripresa in pieno da Epicuro e dai suoi seguaci, fino ad arrivare, ai tempi di Cesare Ottaviano, alla celebre frase ... est modus in rebus, di Orazio.

Proprio Quinto Orazio Flacco, il poeta ufficiale, insieme a Publio Virgilio Marone, di Ottaviano nel tempo della celebrazione delle vittorie di Roma su nemici interni, come i cesaricidi, e su avversari alleati con principati stranieri, come Marco Antonio e l'Egitto di Cleopatra, riprende in una sua satira il tema della funzione, del ruolo dell'arte.

E partendo dalla teoria platonico aristotelica sviluppa il pensiero di Epicuro a riguardo.

Il poeta non deve fuggire dalle esigenze e dalle necessità della società in cui vive, ma deve realizzare un tipo di espressione letteraria che serva alla critica, ove necessario, dei vizi, alla sollecitazione delle coscienze verso un miglioramento politico della società e umano in genere dei cittadini.

Quinto Orazio Flacco

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Orazio, apulus an lucanus, non è per la cosiddetta ... ars gratia artis... ossia per un'Arte fine a se stessa, paga e soddisfatta dei suoi meri esercizi estetici.

Anche questi occorrono all'artista, perché la forma, lo stile, sono essenziali per la poesia, ma la sostanza deve essere in definitiva l'utilità del discorso letterario e poetico.

Perfezione stilistica, assiduo ... labor limae, forza nei temi, coraggio nello scrivere, ma tutto questo senza gli eccessi di Lucilio, poeta satirico impetuoso e quindi anche frettoloso nello scrivere, come dice Orazio, che invece raccomanda componimenti brevi, da limare, direbbe Gaio Valerio Catullo, come una pergamena, con la pietra pomice, con un continuo ... labor limae, appunto.

Epicureo ... porcus ex grege Epicuri ... come si definisce lui stesso scherzosamente e con grande rispetto per il mondo degli Animali, Orazio collega la grande tradizione filosofica greca alla filosofia successiva che avrebbe rappresentato e fornito il modus vivendi a numerosi scrittori, politici e intellettuali fino a Marco Aurelio, anche lui epicureo, e ad Adriano, per citare i più noti.

contestualità dell' Arte

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Con Orazio, la teoria estetica platonica sulla contestualità dell'artista e dello scrittore assume la sua veste più completa e più adatta alla necessità di conciliare il piacere dato dalla lettura, dal teatro, dalla visione dei manufatti artistici con l'impegno sociale, sentito sempre come dovere impellente, fin dai tempi dei fratelli Gracchi, Gaio e Tiberio, vittime di un impegno sociale sentito come primario.


Per Orazio la poesia è un'attività da artefice, da facitore di parole e di pensieri, nonché di proposte etiche e comportamentali, insomma da poeta, ossia da filosofo e da artigiano che inventa con fantasia e realismo una serie di situazioni letterarie, estetiche e teatrali in cui va essenzialmente curata la forma, sostanza stessa dell' Arte, e reso degno e valido il contenuto e da scrivere e produrre in un contesto che può essere di conseguenza, mediatamente se non immediatamente, cambiato, accettato o anche in parte o del tutto ricusato.


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