Cambiamento e transizione nell'Impero Romano/Capitolo II

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Indice del libro
Solidus Valentinian II trier RIC 090a.jpg
Ingrandisci
"D N VALENTINIANVS IVN P F AVG — VICTOR-IA AVGG T-R COM"
Solido AV con l'effigie di Valentiniano II (371–392); il rovescio mostra Valentiniano e Teodosio I seduti di fronte, entrambi nimbati, con un globo tra loro; dietro e in mezzo a loro la Vittoria, in piedi con le ali spiegate, una piccola palma nel mezzo

La struttura economica imperiale[modifica]

Se la storia è per natura chiamata, come affermava Fernand Braudel in un noto articolo,[1] "a sottolinearne la durata, tutti quei movimenti nel cui ambito si può decomporre",[2] allora la "lunga durata" di sicuro appare, anche secondo la mia prospettiva, la line di ricerca più utile per un'indagine sulle strutture che superano le ristrettezze dell'tempo immediato, dell'evento. La "longue dureé", anche per gli storici, è il tempo della strutture; è proprio la struttura, che può spiegare la realtà storica della trasformazione, i lunghi movimenti attraverso cui passa il tempo delle società viventi e organizzate, tempo sacro e solenne; il tempo della storia. La storia tradizionale, quella che all'inizio del secolo scorso François Simiand[3] – tra i primi dopo Paul Lacombe – chiamò "historie événementielle", con una formula dopo largamente usata,[4] è senza dubbio più attenta al tempo breve, all'individuo, all'evento nella sua singolarità ed irripetibilità; e ormai ci siamo abituati alla sua narrazione emotiva, drammatica e di breve durata. In essa il concetto di catastrofe storica trova la sua sistemazione elettiva — da essa si genera la "crisi", almeno nel senso usato per la storia del III secolo. Tale storia è drammatica nel suo disfacimento, nella sequenza di eventi che offre con un sapore di unicità.[5]

Tuttavia, l'opposizione è fittizia, a guardar più attentamente: infatti, questa storia acquisisce senso e significato solo nel contesto di una storia strutturale, la storia dei tempi lunghi, della "longue durée"; in essenza, una incorpora l'altra, pulsando con il grande respiro della vita e della natura. In essa dominano, invece degli eventi, le strutture, questo termine ambiguo e complesso[6] in cui osservatori sociali vedono un'"organizzazione", una "coerenza", dei rapporti specifici tra realtà e masse sociali, ma che per gli storici – usando nuovamente le parole evocative di Braudel – "è indubbiamente assemblage, architettura, purtuttavia una realtà che il tempo non riesce ad usare e che canalizza molto lentamente".[7] Tra queste realtà storiche, alcune si dissolvono alquanto velocemente; ma, più spesso, nel corso della loro lunga vita diventano gli elementi stabili di innumerevoli generazioni: occupano la storia, l'attraversano, dominano il suo progresso. Sono quelle che lo storico analizza veramente in quel temps révolu che è l'oggetto della sua ricerca, anche quando pensa o pretende di esaminare l'evento, anche quando pensa che sta cedendo alla magia evocativa del "documento", ricostruendo il passato attraverso una sequenza di fatti quasi auto-ordinatisi, per ricostruire l'unità del reale. Tuttavia, in effetti, le strutture sono sia ostacoli che supporti di questo tempo del reale, del passato: ostacoli molto duri, a volte impossibili, da superare (posizioni geografiche, certi fatti biologici, certi limiti di produzione — "anche schemi mentali sono ingabbiature durature", dice Braudel)[8]; supporti, perché in loro si articola e sviluppa, fuori dalla causalità, la folla di eventi e individui; perché nella longue durée, nei grandi cicli che determinano il movimento lento e regolare delle civiltà, uno può percepire le trasformazioni reali di una società, le sue fasi di cambiamento, il pulsare lento e regolare della sua vita più intima.

Allora, la storia delle strutture studia i "modelli"[9] che costituiscono i nuovi strumenti di conoscenza ed indagine, che mirano a superare l'aridità, diciamo anche la "estraneità" dei dati empirici, in un tentativo di spiegazione "scientifica"?[10] In cui si ottiene la sintesi di diacroniscmo e sincronismo, che vivifica e muove il processo storico? In cui si realizza, come asserisce giustamente Witold Kula, la dialettica di struttura e sovrastruttura, in cui ogni marxista riconosce lo strumento privilegiato dell'indagine?[11] A questo punto lo storico del mondo antico inciampa nella prima difficoltà del suo mestiere — ogniqualvolta vuole liberarsi delle restrizioni della histoire événementielle: la mancanza di documentazione continuativa che costituirebbe una serie omogenea valida a verificare i modelli di spiegazione da lui eventualmente proposti; si prova una profonda mortificazione nel sentirsi quasi rifiutato davasto campo delle "scienze sociali", dalle metodologie e innovazioni di una scienza che produce risultati rimarchevoli in altre aree. Cosa può fare lo storico moderno? Forse dichiarare, come fece A.H.M. Jones con chiarezza e concisione, che il problema principale della storia economica antica è che non esistono statistiche antiche; e tentare essenzialmente, come lui fece, un'esposizione descrittiva delle istituzioni economiche e giuridiche, con una sorprendente conoscenza delle fonti letterarie e papirologiche?[12] O lo storico, senza preoccuparsi troppo della teoria, ma mantenendosi ai "fatti" (tuttavia, in realtà, adottando criteri interpretativi per il periodo economico specifico al massimo prekeynesiani), scrivere solide opere di storia economica e sociale, in cui la ricerca descrittiva, intesa come storia, prevale sulla teoria, intesa come astrazione?

Nella ricerca storica, la consapevolezza teorica è tanto necessaria quanto la verifica critica dei dati (la "critique", come direbbe Louis Robert): l'uno acquisisce significato dall'altro, proprio come il primo è motivato dal secondo.[13] Se lo storico viene in qualche modo limitato dalla sua documentazione, egli ha comunque la possibilità, quasi l'obbligo, di provare "modelli" generati da altri settori e di non presupporre come prevalente l'analisi quantitativa dei dati: specialmente quando tratta periodi in cui la vécu historique ha le sue turbolenze, durante le epoche di trasformazione sociale. Altrimenti uno potrebbe finire col chiedersi domande come quelle di un illustre studioso recente: "La difficoltà maggiore incontrata nell'esame della crisi del III secolo consiste nello stabilire esattamente ciò che stiamo tentando di analizzare. In altre parole, cosa è successo? Che sorta di cambiamenti avvennero?..."[14] E questo è ben giustificato per quanto riguarda le perplessità e i dubbi, ma trova il suo limite teorico nella definizione preliminare di "crisi" che vien data a questo "passato" storico.

Lo storico deve allora rinunciare alla storia strutturale, all'analisi della longue durée? Si deve limitare a quell'empirismo che accumula fatti su fatti, senza pretese di teorie esplicative?[15] O deve dichiarare insieme a Paul Veyne,[16] in un articolo di cui condivido le premesse e gran parte del suo sviluppo, ma non le sue conclusioni, che la storia, descrizione del passato "vissuto", non può mai raggiungere una formalizzazione concettuale, e attingere alla scienza, ma rimane pur sempre un'arte, una sintesi provvisoria, un "compromis", in cui vengono alla ribalta le sue due componenti più preziose, l’esprit théorique e l’esprit critique? E che un giorno si potrebbero separare nuovamente, quando tale "compromis" da cui la storia fu possibile come un "grand genre" da Voltaire in poi – insieme a tutto il XIX secolo – sarà esaurito?[17]

Forse il marxista potrebbe essere meno disperato circa il futuro della storia. La dialettica di sovrastruttura e struttura, che è coessenzialeè al concetto storico marxista, potrebbe ripetergli la dialettica del tempo "breve" della storia événementielle, e della "longue durée" della storia "strutturale".[18] In effetti sul fondamento di queste dialettiche ho tentato, nel primo capitolo di questa ricerca, una breve analisi delle posizioni teoriche — che implicavano l'interpretazione del III secolo come epoca o di "decadenza", o di "crisi"; e ho tentato di indicare la sostanza "ideologica" di queste interpretazioni, sia negli antichi che nei moderni. A questo punto, è necessario analizzare, entro i limiti dettati dalla documentazione dispnibile, le strutture entro cui si sviluppò il processo trasformativo dalla società "classica", quella ellenistico-romana, alla società Spätantike, e le forze che la iniziarono; un processo che, come ho già affermato e che analizzerò in seguito, non si sviluppò – quindi non può essere compreso – ad un livello di storia événementielle, ma solo nell'ambito del tempo esteso, "longue", delle strutture. La storia reale, "strutturata", del III secolo apparirà quindi come un processo di "destrutturazione" per una società in cui le forze produttive entrano in opposizione contro i rapporti produttivi esistenti, e contro le forme giuridiche che le distinguono, sconvolgendo quindi la loro base materiale di produzione. Allo stesso tempo apparirà come un'epoca in cui sorgono nuove forze produttive e si riformano nuove associazioni di produzione, ristrutturandosi in un nuovo modus produttivo non più antico ma, secondo la definizione ampiamente accettata, "feudale".[19]

Dalla complessa opera storiografica di Theodor Mommsen sulla storia imperiale romana, alcuni studiosi hanno estratto essenzialmente la credenza che la storia dell'Impero, particolarmente da un punto di vista economico e sociale, sia la storia delle province.[20] Questa è la communis opinio; e, in quanto tale, contenga delle verità. Tuttavia la cosa appare alquanto problematica, se uno considera dall'interno la prospettiva che Mommsen aveva della storia imperiale romana. Le province dell'Impero Romano (1895 – vol. 5 della Storia di Roma) è indubbiamente un capolavoro di storiografia positivista; ma è anche vero che l'apparato concettuale sul quale si basa, le premesse teoriche da cui inizia, sono sostanzialmente deboli.[21] Nel suo famoso quinto volume di Römische Geschichte, il grande storico del XIX secolo descrive il grandioso processo di penetrazione e vittoria delle strutture politiche e amministrative di Roma sulle regioni del mondo antico; esamina, usando la documentazione letteraria, epigrafica e archeologica più vasta possibile, sulle istituzioni della civiltà romana, in mondi diversi e culturalmente eterogenei; alla fine prova come le province rimpiazzarono, quale forza vitale, la decadenza dell’Urbs e dell'Italia — ma non può, o non desidera, spiegare il processo di "decadenza" ancor più grandioso e tragico o la trasformazione di questa civiltà e di queste istituzioni, la dissoluzione del rimarchevole edificio politico e amministrativo che egli ha scandagliato in tutte le sue parti più remote; Mommsen non scrisse mai, come tutti sanno, il quarto volume della sua Storia, quella storia dell'Impero che avrebbe dovuto rispondere a tali domande complesse.[22]

In realtà, la storia dell'Impero non è la storia delle province, almeno non nel senso prospettato da Mommsen; ora possiamo spiegare, insieme alle motivazioni psicologiche interiori dello studioso,[23] le ragioni del suo rifiuto.[24] La storia dell'Impero è la storia di un organismo unitario, di un tutto altamente strutturato, sia economicamente che socialmente in trasformazione continua; vive tramite una dialettica costante tra governo centrale e realtà provinciale; tra classi dirigenti, educate o assimilate alla cultura ellenistico-romana, e le forze produttive, cioè, il proletariato urbano e rurale vincolato dai suoi schemi culturali; infine, tra la sovrastruttura ideologica proposta dal Dominans, e la struttura economica basilare presentata dalle province. In questo senso, la storia "interna" degli imperatori e della classe dirigente è inseparabile dalla storia "esterna" delle province e delle forze produttive. Possono accavallarsi, come in effetti accadde a Rostovtzeff; ma non possono essere trattate in isolamento.[25] È la storia di un divenire costante, della destrutturazione della società classica e la ristrutturazione di quella nuova.

L’imperium romanum, allora, è un organismo unitario, tuttavia altamente "strutturato", la cui storia socio-economica "reale" si articola come una dialettica continua tra centro e province; tra classe dirigente e realtà provinciali: pertanto, non una "somma" di storie "provinciali". Questo dovrebbe essere l'approccio dello storico che non vuole indugiare sulla storia politica "événementielle" dell'Impero; o sulla descrizione, che è anche storia, ma, bisogna ricordare, quasi sempre della sovrastruttura. Ciò è specialmente valido per lo studioso della trasformazione dell'impero "ellenistico-romano" in impero "tardo-antico": lo studioso deve trattare sia la dissoluzione delle sovrastrutture, sia, soprattutto, la trasformazione delle strutture. Su tale trasformazione egli condurrà la sua ricerca, mantenendo sempre in mente la permanenza delle strutture nel tempo e nello spazio; senza trascurare, naturalmente, come questo processo possa apparire più o meno precoce e con caratteristiche peculiari a seconda delle province e regioni, sollecitato da condizioni storico-ambientali e geopolitiche molto differenti: un concreto intreccio analitico di prospettive locali che potrebbero essere momentaneamente trascurate – ma non ignorate – per concentrare l'attenzione su problemi più generali. Per tali ragioni, prima di cominciare l'analisi degli eventi economici e sociali del III secolo, tenterò di presentare alcune caratteristiche essenziali della struttura socio-economica imperiale, come si sviluppò nel suo complesso, cominciando dagli anni cruciali del Principato di Augusto.[26]

"L'impero, dono al Mediterraneo". Il fatto essenziale, che non sfuggì agli antichi e che è stato giustamente evidenziato dagli studiosi moderni, è che l'Impero Romano in effetti rappresentò un enorme organismo economico,[27] quasi chiuso e praticamente autosufficiente.[28] La Pax Augusta aveva veramente generato un'area economica così vasta e pacificata che mai prima era stata sperimentata dall'uomo. La vasta area intorno al Mediterraneo, che era sempre stata interrelata economicamente, era ora anche un'unità politica. Messe da parte le guerre distruttive tra stati rivali, finite le guerre intestine, sconfitta la pirateria che per un periodo aveva dominato specialmente la parte orientale del Mediterraneo, ora era il tempo ideale per sviluppare scambi economici e culturali in modi molto più ampi. Ora uno potevca proprio essere un "cittadino del mondo"; e realizzare un antico sogno dell'utopia politica greca: eccetto che, ora, il prezzo del cosmopolitismo era la perdita della libertà politiva — ora tutto era Roma, e Roma era tutto. L’imperium romanum, delimitato dall'Oceano a nord e a ovest, dal deserto dell'Africa a sud; dalle terre inospitali dei barbari tedeschi e sarmati ai confini settentrionali; dagli stati feudali dei Parti a Oriente – riuniva intorno al bacino centrale, un Mediterraneo veramente Mare Nostrum, quelle popolazioni che possedevano la più elevata civilizzazione materiale e spirituale mai conosciuta al mondo prima di quel tempo.[29] Gli antichi, o almeno quei rappresentanti delle classi superiori che ne potevano beneficiare, erano consapevoli di questa situazione e ripagavano Roma con il dovuto riconoscimento. Intellettuali come Dione di Prusa e Elio Aristide, che passarono la propria vita durante l'età imperiale più pacifica, celebrarono entusiasticamente, sebbene con enfasi, l'unificazione del mondo civile sotto la pax romana e pubblicizzarono ampiamente i suoi effetti benefici sulla vita economica generale e sul benessere individuale.

« Ora in verità è possibile per un elleno o non elleno, con o senza la sua proprietà, viaggiare ovunque voglia, come se passasse da patria a patria. Né le Porte Cilicie né gli stretti approcci sabbiosi dell'Egitto attraverso il territorio arabo, né montagne inaccessibili, né immensi percorsi di fiumi, né tribù inospitali di barbari che provochino terrore, ma per sicurezza basta essere un cittadino romano, o piuttosto uno di coloro che sono uniti sotto la tua egemonia. »
(Ael. Arist., Ἑις Ρώμην 100K)

Così, con profonda ammirazione ed entusiasmo, il retore Elio Aristide proclamava nella sua famosa Orazione Romana, quale eulogia di Roma, Città del Mondo.[30] Le classi superiori capirono che l'unificazione politica inevitabilmente comportava un'unificazione economica; i vantaggi così generati potevano ben compensare la perdita di libertà politica: a questo scopo gli intellettuali provenienti da queste entusiaste classi romani seppero come dare consigli sensati sul comportamento politico.[31] D'altra parte, il commercio, protetto da un forte governo alquanto tollerante, prosperò e collegò, senza più barriere politiche, una provincia all'altra; il commercio rappresentò quindi, nell'ambito dell'impero, un fattore potente di integrazione civile e culturale. La tranquillità politica, la sicurezza personale e collettiva, produssero una rivitalizzazione generale della vita economica e infine, un notevole e vasto aumento della prosperità.

Si potrebbe tracciare un quadro ancor più ottimistico dell'Impero, nell’Età d'Oro degli Antonini, seguendo le succitate linee, con ulteriori dettagli e sfumature, e con la più vasta erudizione di studiosi della storia economica e sociale dell'impero al suo culmine.[32] Si potrebbe descrivere il grande sviluppo dell'urbanizzazione e della parte occidentale dell'impero, nella Valle del Po, in Gallia, in Spagna, e specialmente in Nord Africa;[33] l'incremento rimarchevole delle strade, orgoglio di molti imperatori (tuttavia non sempre vero), la facilitazione dei trasporti e scambio delle merci, la cura generale della sicurezza e della pace nel commercio marittimo.[34] Inoltre, si potrebbe lodare il miglioramento commerciale e l'imprenditoria delle classi superiori provinciali, la loro ascesa economica e sociale, la loro integrazione progressiva nella classe dirigente romana;[35] la maturazione di una consapevolezza di "coresponsabilità" provinciale; quel fenomeno singolare, ma importante nella vita urbana dell'Impero – specialmente nella parte orientale – di euergetismo e munificenza privata, intesa a rimediare quelle deficienze dello stato antico che più attirano l'attenzione dello storico moderno;[36] si potrebbe veramente ridisegnare, aggiornandolo, quello scenario ricco e grandioso che Rostovtzeff narrò abilmente riguardo all'Impero al suo "culmine"; e si potrebbe quasi dire che tale scenario, da un particolare punto di vista, corrispondesse alla verità. Purtuttavia, propongo di ridefinire le sue componenti da un'altra prospettiva, e secondo un montage differente; proprio perché non voglio correre il rischio, avendo presentato una splendida facciata, di dover servirmi del deus ex machina — la "crisi" del III secolo.

Per evitare un tale rischio, invece di considerare i suoi splendori, uno dovrebbe anche, e specialmente, esaminare le miserie di questa "età d'oro". Non è che studiosi antichi e moderni siano insinceri, anche quando insistono sull'aspetto positivo; piuttosto, sono le premesse ideologiche della loro teoresi storica che deve essere identificata e respinta. In effetti, valutando e apprezzando gli aspetti del nuovo sistema economico stabilito dal Principato, troppo spesso si tende a dimenticare la logica economica basilare che l'ha motivato. Mi soffermerò su questi punti più avanti; ma, in poche parole, tale logica comprese una tendenza verso un'integrazione incoraggiata e sostenuta, in un'unità "strutturata" economicamente, di entità e organismi economici regionali estremamente differenziati. Ma tale tendenza fu contraddetta e vanificata dalla linea fondamentale di economia politica seguita dal governo centrale. Ci fu infatti una contraddizione nella logica del sistema economico dell'impero: da un lato, la costituzione di un'unità economica presuppose, o meglio, richiese un processo di unificazione e razionalizzazione — in altre parole, una qualche sorta di politica di pianificazione economica; dall'altro lato, invece, la teoria economica che era prevalsa e aveva continuato ad informare la politica dell'amministrazione centrale, rispetto agli organi locali economici e amministrativi, dimostrò di rifiutare fermamente questa premessa: cioè, Roma rifiutò di assumere un tale ruolo determinante.

Secondo molti studiosi, la politica economica del governo imperiale sarebbe stata ispirata da principi di liberalismo risoluto e libero commercio. La regola cara ai teorici di economia politica del XVIII secolo, la regola "d'oro" del laissez-faire/laissez-passer, sarebbe state consciamente praticata dall'amministrazione romana, almeno per i primi due secoli dell'impero: Roma avrebbe tenuto al minimo qualsiasi intervento autoritario nella transazioni economiche del cittadino privato. Ciò potrebbe essere considerato vero rispetto alla prassi economica, ma non alla teoria economica; in senso stretto, il governo imperiale non ebbe mai una politica economica. Il rifiuto di una qualche seria interfereza statale o pianificazione economica da parte degli organi di governo, non deve essere spiegata sulla base di una teoria laizzez-faire: né l'una né l'altra dottrina può esistere senza il concetto di economia – che greci e romani non avevano – vale a dire, mancavano quegli elementi concettuali che nel complesso costituiscono quello che i moderni interpretano come "economia".[37] Tuttavia, questo apparente comportamento disinteressato non deve creare illusioni sulla vera natura della vita economica dell'impero; ad un osservatore moderno potrebbe apparire come una sorta di giungla selvaggia, in cui operano istinti di abuso brutale e la volontà di concorrenza spietata; e in cui gli impulsi autoregolatori non esistono. Non c'è bisogno di dire che, tutto considerato, l'assenza di una politica è di per sé comunque una politica, quando favorisce le classi sociali egemoniche.

Un atteggiamento di non intervento, quindi; in certi casi, in effetti, certe restrizioni imposte dall'amministrazione repubblicana furono persino annullate.[38] Lo stato emergente dalla restaurazione augustea desiderava apparire del tutto "liberale", praticando un'attenta politica di "non intervento", in modo da rassicurare le classi superiori e ricompensarle per aver abdicato il potere politico. Oggi, un governo viene giudicato fondamentalmente sulla base della sua politica economica; il governo imperiale romano, rinunciando a questa prerogativa, in effetti pagò il saldo della sua cambiale sottoscritta al momento del compromesso da cui derivava. Non fu per mancanza di una teoria, o per mancanza di esempi, che il governo perseguì tale condotta: ogni imperatore, ogni membro della élite romana al potere, fu sempre consapevole degli stati ellenistici e particolarmente dell'Egitto tolemaico, dove il mercantilismo basato su regolamenti e monopoli aveva operato con un certo successo;[39] e che sarebbe stato riadottato, senza esitazione, quando sarebbe cambiata la base sociale del loro potere, in Spätantike. Alcuni storici, analizzando i problemi del lavoro e dei lavoratori nel mondo romano, non hanno mancato di indicare questa "rinuncia" del governo imperiale, affermando che, in generale, si potrebbe affermare che esistano pochissimi esempi nella storia universale di uno stato che prestò così poca attenzione al fenomeno economico e lavorativo di quello romano.[40] Alla fine, questo comportamento risultò nel suo opposto: un interventismo sfrenato da parte dello stato "corporativo" della Tarda Antichità.[41]

Pertanto, sotto l'incentivo dell'impresa privata, si sviluppò la ricostruzione economica della stato romano, il rinnovo del commercio e dell'industria, dopo il turbolento periodo dei "Signori della guerra".[42] Tale politica senza dubbio stimolò l'imprenditorialità personale, l'iniziativa degli operatori economici, e l'attività economica in generale. Tuttavia, non fu proprio l'adempimento dell'età d'oro, dello status rei publicae felicissimus che il "ministero della propaganda" di Augusto stava sbandierando.[43] Heichelheim ha suggerito che Augusto ed i suoi successori, limitando il ruolo dello stato a quello di "guardiano notturno" dell'imprenditore, in realtà avevano cercato di trarre il meglio da un cattivo affare: avendo ereditato un apparato statale sostanzialmente inadequato a svolgere il difficile compito di riorganizzare un impero,[44] avrebbero scelto il minore dei mali, lasciando libere di agire quelle classi su cui erano basate le strutture del nuovo ordine e che avrebbero reagito irosamente a qualsiasi restrizione di privilegi.[45] In effetti, non poteva essere altrimenti, in un'ordinamento statale risultante dalla convergenza delle classi superiori, coalizzate nella paura di una "rivoluzione dal basso" che avrebbe limitato, se non addirittura sradicato, i loro privilegi.[46] Si può quindi capire facilmente l'alacrità economica, sconosciuta fino allora, che la Pax Augusta risvegliò nelle classi superiori urbane, che erano praticamente risultate le vincitrici della "rivoluzione romana". Il nuovo regime si fondava su di loro, fatto per loro e da loro; non c'è ragione per reputare insincero e adulatore l'entusiasmo degli esppnenti più intelligenti, più attivi e dotati di queste classi: era genuino, perché coincideva esattamente con gli interessi di classe rappresentati da tali esponenti — particolarmente dall'Intellighenzia. Sicuramente genuina è la dichiarazione formale di libertà e liberalismo che Plinio il Giovane include per l’Optimus Princeps in quel manifesto pubblico dell'ideologica politica della classe dirigente durante il culmine dell'impero, intitolato Panegyricus.[47]

« 3 Nonne cernere datur, ut sine ullius iniuria omnis usibus nostris annus exuberet? Quippe non ut ex hostico raptae perituraeque in horreis messes nequiquam quiritantibus sociis auferuntur. 4 Devehunt ipsi, quod terra genuit, quod sidus aluit, quod annus tulit, nec novis, indictionibus pressi ad vetera tributa deficiunt. 5 Emit fiscus, quidquid videtur emere. Inde copiae, inde annona, de qua inter licentem vendentemque conveniat, inde hic satietas nec fames usquam. »
(Plinio, Paneg., 29, 3-5)

Lo stesso tono viene usato da altri rappresentanti delle classi superiori della società imperiale. Da Velleio Patercolo a Plutarco, da Epitteto lo schiavo-filosofo alla corte imperiale, a Elio Aristide, da Appiano ad Arriano di Nicomedia, la glorificazione della Pax Romana si collega alla tranquillità delle attività industriali e commerciali la lode della libertas è spesso vincolata alla mancanza di restrizioni nella libertà personale, nella impresa privata.[48] Libertas, come studiosi tipo Starr o Chaim Wirszubski hanno spiegato, è cosa ben differente dalla libertà politica repubblicana:[49] può significare libertà privata, come anche giustizia sociale; ma tale giustizia non deve essere interpretata nel senso moderno di uguaglianza di diritti politici, della libertà politica individuale rispetto allo stato.[50] La vera libertà, vera demokratia, secondo Aristide e gli altri ideologi del Principato, consisteva nel fatto che ogni classe "doveva" mantenere il proprio posto; e che ciascuno doveva mantenere i propri privilegi[51] — fatto che naturalmente era valido solo per le classi superiori, gli honestiores, a scapito degli humiliores. In altre parole, la libertà era concepita come liberalismo, e poteva ben essere d'accordo con quella autocrazia reale che era il Principato.

Pertanto, nella "democrazia perfetta dell'Impero Romano" (Starr), l'individualismo rappresentava il motore primo dell'azione economica. Il principio supremo, quindi, era quello dell'impresa privata; che ovviamente favoriva le classi superiori, detentori sia di beni immobili e di capitale mobile. In questo rispetto, alcuni studiosi hanno tentato di negare l'esistenza di un "capitale di mercato" nell'Antichità, e anche nel mondo romano. Tale tesi sembra alquanto esagerata — o perlomeno valida solo per l'età pi archaica, sia greca che romana. In realtà, esisteva veramente, in alcuni periodi dell'Antichità, un mercato mondiale — forse uno dovrebbe dire piuttosto, con Eric Roll, un complesso di "mercati contigui", integrati da relazioni commerciali col complesso delle nazioni conosciute. Nel mondo greco è evidente che, già nei secoli V e IV p.e.v., lo sviluppo dei prestiti bancari e marittimi doveva essere messo in relazione all'esistenza del capitale mercantile. La creazione di un mercato mondiale era forse il risultato più importante delle imprese di Alessandro. Durante il periodo ellenistico, il vasto commercio si diffuse ancor di più con la scoperta della carne ovina, che permise relazioni regolarfi con l'India, e con la moltiplicazione delle banche e delle loro rispettive transazioni (Bogaert). Nella tarda Roma Repubblicana si può constatare l'importanza determinante della banca e delle società. Nell'impero, nella Gallia per esempio, le società – nel senso tecnico della parola (cioè collegia) – fioriscono: spedizionieri, vettori, nautae, navicularii, ecc. Tutti questi avvenimenti non possono essere compresi se non nel contesto di un "capitalismo mercantile", che deteriorerà, specialmente in Occidente e cambiando in una fase successiva, durante la Tarda Antichità.[52] Rostovtzeff in effetti esaminò questo fenomeno, con la sua dottrina della burgeoisie capitalista. Sarebbe antistorico contestare i reali vantaggi acquisiti dall'impero in generale; ma sarebbe troppo facile credere che questa fosse l'unica faccia della moneta: sfortunatamente, la prospettiva degli studiosi della storia economica antica, e di Rostovtzeff in particolare, è sempre stata di questo genere. Ho già menzionato il rifiorire della vita economica. Infatti, nell'ambito della comunità economica mediterranea furono ristabilite intense reti di relazioni commerciali, ed iniziarono ad avvenire scambi commerciali tra regioni precedentemente lasciate reciprocamente impenetrabili. L'enorme area economica rappresentata dall'impero mediterraneo stava diventando "strutturata"; nel senso che, entro di essa, venivano stabilite relazioni di interdipendenza, tra le varie entità economiche regionali. Quelle regioni che producevano materiali grezzi erano collegate con le regioni che sviluppavano la manifattura e raffinavano tali materiali. L'impero era colmo di raggruppamenti di operatori economici che, mentre si aspettavano e richiedevano protezione e sicurezza dal governo centrale, nelle loro operazioni commerciali, applicavano indisturbati la legge economica del massimo profitto.

Senza dubbio, avvenne un notevole miglioramento delle condizioni generali di vita e un aumento di benessere materiale, tra le popolazioni di questo esteso imperium. Ci fu anche un percepibile aumento in ricchezza e proprietà, almeno nei primi due secoli. Ciò deve essere sicuramente considerato un fatto positivo; ma ci fu anche l'altra faccia della moneta. Normalmente, e bisogna ammetterlo, questa prosperità beneficiò in maniera maggiore una certa parte della popolazione nell'impero. Come dimostrerò meglio in seguito, la nuova situazione politica – e la relativa politica econimica – favorì quelle classi che erano emerse vittoriose dalla restaurazione augustea: in sostanza, gli ordini senatoriale ed equestre, e l'esercito fu posto come salvaguardia del nuovo ordine. Queste classi vivevano principalmente sul reddito fondiario, parassiticamente; oppure investivano i propri capitali in iniziative commerciali con alti profitti; vivevano ed operavano nell'ambito di strutture cittadine, che a loro volta profittavano dalla situazione. Per queste classi selezionate, a cui apparteneva anche l'aristocrazia senatoriale che aveva imparato ad investire i rispettivi capitali con scaltrezza, c'erano vantaggi innegabili; d'altra parte, siamo all'oscuro se, e quanto, migliorassero le condizioni delle classi inferiori — quelle classi che continuavano a fornire mano d'opera, senza partecipare in alcun modo nella gestione delle politiche economiche e sociali. Piuttosto, dalla ricerca recente, sembra che esse deteriorarono gradualmente. In un certo modo, le classi inferiori poterono condividere alcuni aspetti esterni di questo benessere; ma furono anche quelle classi che lo pagarono a più caro prezzo.[53] In contrasto, le classi urbane superiori, e il circolo governativo che ne godeva i risultati, prosperarono grandemente, godendo la maggior parte dei benefici provenienti da questa struttura economica. Ciò finché – come si vedrà, già negli ultimi decenni del II secolo – furono messi in crisi dall'affioramento di contraddizioni nell'ambito della produzione con schiavi e da modifiche nei poteri produttivi del sistema stabilito.

Un'economia di struttura imperialistica, in un regime praticamente monopolistico a livelli primitivi di sviluppo economico, quando trova condizioni favorevoli come quelle che esistevano nell'Impero Romano per i primi centocinquanta anni della sua fondazione, mantiene in funzione la sua macchina produttiva anche quando soffre sbilanci strutturali o deficienze. Si può sicuramente dire che, per l'Impero Romano dei primi due secoli, ci fu uno sviluppo economico che fu alquanto tangibile, sebbene limitato a strati specifici della società imperiale; ma non si possono trascurare le deficienze strutturali che l'afflissero. In primo luogo, questa economia favorì inevitabilmente la classi egemoniche, creandosi quindi le conseguenti future lotte di classe. Inoltre, poiché non c'erano disposizioni interne per possibili tentativi interventisti da parte del governo centrale nella dinamica economica – in altre parole, rifiutava qualsiasi proposizione o possibilità di pianificazione – istituzionalizzò la sua mancanza di uniformità economica, precludendo quindi per le proprie azioni tutte le possibilità di uno sviluppo organico e graduale, e lasciando incontrollate le forze interne opposte proprio alla logica economica che lo determinava. Infine, nell'evitare qualsiasi tentativo di razionalizzazione interna, l'economia stava diventando vulnerabile ad ogni crisi causata sia dall'esaurimento di fattori che ne assicuravano la vitalità interna, sia dalle pressioni di forze che attaccavano la sua coesione dall'esterno. Mentre aveva il supporto del proletariato all'interno (e all'esterno, delle economie barbare "sottosviluppate") e della mano d'opera degli schiavi, l'apparato economico dell'impero poteva continuare a progredire; ma quando le forze produttive in concorrenza col sistema produttivo degli schiavi si sviluppò e quindi vennero modificate le relazioni della produzione sociale (i sistemi di proprietà e le connessioni delle classi sociali), l'economia smise di espandersi e perse la sua dinamica. È un dato di fatto che le forze economiche agiscono a lungo termine e, una volta in movimento, sono irreversibili.

L'adozione di una regola liberalistica, basata su una concorrenza spietata e implacabile, e il concomitante rifiuto di qualsiasi intervento statale e pianificazione economica, allora costituirono le caratteristiche fondamentali della vita economica dell'impero, almeno durante il periodo del Principato. Tale comportamento chiaramente dimostrò le carenze della struttura entro la quale operava; ma alla fine aiutò a mantenerle. Il lodato sviluppo economico dell'impero fu, in effetti, contenuto nell'ambito di stretti limiti e incontrò ostacoli insuperabili nella sua base agricola e nell'accumulo di capitale, molto raramente impiegato nella sfera produttiva.

In tale organizzazione economica, la decentralizzazione fu uno sviluppo ovvio e anche uno dei vettori di crescita. Non fu il risultato di forze politiche consapevoli, ma sorse proprio dalla struttura del mercato e la natura del sistema produttivo, che non fu diretto verso operazioni su grande scala perché rimase sempre legato alle piccole e medie imprese, senza mai assumere le proporzioni di un'impresa capitalistica moderna.

Proprio perché non c'era uno scopo monopolistico, l'alto livello integrativo ottenuto nell'ambito dell'area economica dell'impero facilitò la trasmissione delle tecniche di produzione e la creazione di centri di produzione locale. Se l'ideale di autosufficienza era uno degli obiettivi fondamentali dell'economia impeiale nel suo complesso, lo era ancor di più nelle regioni individuali. Uno dei fattori basilari, se non il principale, era il costo dei trasporti che, nonostante l'innegabile progresso ottenuto in questo campo dall'amministrazione imperiale, pesava fortemente sui prezzi delle merci. Di conseguenza, i prodotti di consumazione immediata erano di solito preparati in loco — eccetto naturalmente per l'Italia che aveva una situazione particolare.[54] Pertanto il commercio coinvolgeva merce di alto valore intrinseco. Nonostante le scoperte ed un certo progresso nelle tecniche di navigazione, il trasporto marittimo – usato principalmente dal commercio "pesante" dell'impero perché il traporto via terra era così costoso – presentava fattori di rischio: l'ineffabile Trimalcione, prima di acquisire la sua nuova ricchezza commerciale, aveva perso tutto il patrimonio che aveva ereditato dal suo padrone con traffici irregolari.[55] Per ultimo, non si può trascurare il fatto che la stessa struttura competitiva creava istinti di autodifesa specifici nell'ambito delle sfere economiche individuali; ci fu una tendenza ad acclimatare le coltivazioni di cert specie e, soprattutto, a produrre in loco articoli manufatti comuni che richiedevano scarse abilità tecniche.

Già nel primo secolo, quindi, le premesse erano poste per unità economiche decentralizzate.[56] Ciò può essere considerato quale fenomeno maggiormente evidente dell'evoluzione economica imperiale; e, secondo alcuni studiosi, forse quello più carico di conseguenze.[57] Fuori diesso, diventa difficile capire la storia economica e sociale del Principato. Il caso dell'Italia, in tale contesto, è particolarmente significativo.

Recessione e decentralizzazione[modifica]

Abraham Ortelius - ROMANI IMPERII IMAGO.jpg
Ingrandisci
Antica mappa dell'Impero Romano, inserita dal cartografo Abramo Ortelio nel suo Theatrum Orbis Terrarum (1592)

Alla fine del primo secolo e.v., l'Italia entrò in una fase di recessione economica; e iniziò a perdere la propria supremazia, inclusa quella politica sulle province imperiali. Tale recessione appare a prima vista dovuta a fattori interni alla propria struttura economica e sociale — fattori validi, come dimostreremo, anche per altre parti dell'impero. In effetti, la recessione era dovuta ad una crisi agraria, che influenzava l'intera base economica dell'impero, dove un ruolo fondamentale veniva giocato da una difficoltà nell'ingaggiare la mano d'opera, in competizione con l'immenso latifundium senatoriale e imperiale;[58] e, infine, in misura notevole, da un calo nel potenziale demografico.[59]

Tuttavia, in questa crisi italiana, un'altra parte importante era rappresentata dalle altre regioni, specialmente le Gallie. È interessante osservare uno dei fenomeni caratteristici della storia economica dell'impero — osservare come le province galliche, e altre, lentamente ma costentemente entravano nei mercati e gradualmente riuscivano a portarli via dagli operatori economici italiani. È anche vero che, nonostante le difficoltà, la lana italiana, il vino e l'olio erano ancora ben accetti sui mercati provinciali; e che, nel secondo secolo dell'età imperiale, i vasi metallici di Capua godettero di grande stima nei magazzini occidentali. Ma è anche vero che le vaste e potenti imprese manifatturiere si ridussero gradualmente a negozi artigianali che operavano su un mercato sempre più ristretto, quasi domestico. Cominciarono ad aver timore della concorrenza dell'industria gallica. La produzione di vetro, ceramiche, vasi metallici per esportazione su larga scala gradualmente cessò; e fu rimpiazzata da una produzione diretta quasi totalmente al mercato locale. Nel secondo secolo, anche il monopolio mondiale di lampade di argilla prodotte a Modena dalla rinomata "casa" Fortis si interruppe.[60] In conclusione, l'Italia peninsulare, eccetto le Regioni Settentrionali, sembra lottare per tenere il passo con lo sviluppo economico delle altre province.

Il fenomeno opposto avviene nell'evoluzione economica della province galliche. Nel corso del primo secolo e.v., favorita da particolari situazioni economiche e sociali, l'economia gallica ottenne un rimarchevole salto in avanti. Riuscì nell'imporre la sua supremazia, con grande fortuna, in vari settori.[61] Nel settore dei prodotti primari, l'economia gallica venne favorita sin dall'inizio, e l'unità produttiva rappresentata dalla villa rustica si espanse vastamente.[62] Produttrice di grano, frutta e verdure, non temeva crisi produttiva e non abbisognava di mercati esterni. La Gallia era ricca di pascoli e foreste, e il bestiame costituiva una delle risorse della prosperità dell'economia gallica: già Strabone si meravigliava della ricchezza e completezza dell'alimentazione degli agricoltori gallici.[63] Allora come ora, i vini rappresentavano uno degli articoli più attivi del "bilancio" economico della Gallia; fecero una tale concorrenza ai prodotti italiani, che l'amministrazione imperiale fu costretta a fare uno dei suoi rari interventi nella sfera della produzione.[64] Nella Narbonense l'olio veniva prodotto abbondantemente, e sebbene non potessere competere e soppiantare nei mercati esterni i rendimenti africani e italiani, era comunque sufficiente alla domanda interna. Con una popolazione limitata (che per il terzo secolo e in tutto il corso del quarto, sarebbe diminuita in densità),[65] le regioni galliche, a differenza delle altre unità economiche regionali dell'impero, potevano essere autosufficienti rispetto alla produzione alimentare primaria — e potevano persino esportarne il surplus.

Tuttavia, il forte dell'economia gallica era la produzione artigiana. Le competenze tecniche e artistiche dell'artigiano gallico erano grandemente apprezzati in tutto il mondo romano. Materia grezza veniva importata e le manifatture esportate, prodotti rifiniti che si diffondavano in tutta l'area mediterranea. Spesso collocate dentro e nelle vicinanze di vaste foreste che ricoprivano la Gallia – il "complesso economico" del saltus a Auvergne è stato molto ben studiato[66] – i laboratori gallici lavoravano metalli comuni e preziosi e producevano, oltre a oggetti di uso quotidiano, gioielleria e articoli artistici, piatti d'argento, statue di bronzo, fibulae e scrigni smaltati (le fibulae di Ancissa erano ben note in tutto l'impero). Gli artigiani gallici si specilizzarono anche nell'industria tessile basata su materiali primari locali: mantelli, vele e materassi erano i più prodotti in questo campo; l'ecosistema, come già menzionato, permetteva una buona fornitura di prodotti basilari. In primo luogo, tuttavia, lavoravano su merce primaria, che arrivava per via terra o mare in rotte di primissima importanza.[67] Le spese generali di produzione erano quindi molto più basse, e questo fatto veniva sfruttato intelligentemente dagli artigiani, produttori e commercianti della classe "media", che iniziarono a fare del lobbismo con l'aristocrazia tradizionale, influenzando quindi fortemente i suoi atteggiamenti politici e modi di pensare.[68]

Prodotti di vetro e ceramiche costituivano il successo principale del settore artigianale nelle regioni galliche. Grazie alle condizioni favorevoli di produzione e distribuzione che permetteva di manifatturare a prezzi oltremodo concorrenziali, nel corso del primo secolo e ancor di più nel secondo, le ceramiche galliche rimpiazzarono quelle di Arretium, che erano più di valore artisticamente, ma molto più alte di prezzo. In breve tempo, questa produzione conquistò un monopolio mondiale. Dai centri manufatturieri di La Graufensenque e Montans nel Massiccio Centrale (I secolo); da quelli di Banassac (I-II secolo); da quello di Lezoux nel territorio degli Arverni (II secolo), le ceramiche galliche si diffusero in tutto il mondo occidentale, sostenendo vigorosamente la concorrenza della produzione locale e resistendo inoltre con successo alle importazioni. Solo gli sconvolgimenti del terzo secolo, che avrebbero devastato le Gallie profondamente, sembra provocassero un ritiro di ceramiche e vetri dei famosi artigiani celtici da quesi mercati così faticosamente conquistati.[69]

Tuttavia, l'espansione economica delle Gallie, durante i primi due secoli dell'impero, non viene spiegata soltanto dalla relativa abbondanza delle loro risorse naturali, e dalle abilità e imprenditorialità dei loro operatori artigianali ed economici, ma anche dalla loro posizione geopolitica. J.-J. Hatt insistette sull'esistenza, nell'ambito della sfera militare e politica, di due Gallie: una nel Sud e Ovest, e una nel Nord e Nord-Est. Questa opposizione esiste e ha radici sia economiche che sociali, ma forse la loro "complementarietà" non è stata evidenziata abbastanza. Giocò un ruolo molto importante nell’essor economico del settore. Acutamente, Eugéne Albertini ha sottolineato l'importanza della Gallia settentrionale, "bastione delle due province tedesche", nel sistema amministrativo-militare dell'impero. In effetti, rappresentò il portale per le province renane e danubiane, che costituivano un vasto mercato apero all'imprenditorialità dei mercanti gallici. Gli eserciti dispiegati ai limes renani, punto-chiave del sistema difensivo imperiale, richiedevano infrastrutture: queste venivano fornite dagli imprenditori gallici, che quindi divennero ricchi. Con l'aiuto di un sistema privilegiato di comunicazioni via acqua e via terra, venne stabilita una rete commerciale molto intensa dentro le province galliche, dal Sud-Ovest al Nord-Est: le province militari della Germania costituirono un polo d'attrazione.[70] Il risultato di questo processo fu lo spostamento dell'asse commerciale del mondo occidentale dal Mediterraneo al bacino Reno-danubiano. Fino alle invasioni del terzo secolo, questo spostamento fu essenzialmente economico; ma, come conseguenza, divenne anche politico. L'episodio dell’imperium Galliarum ci dimostra come Colonia e Trèves, originalmente cresciute come centri militari/commerciali (molto importanti anche col mondo barbarico oltre i limes) divennero capitali politiche, a detrimento di quelle città troppo lontane dai limes, come Autun (Augustodunum) e Lione, precedentemente centri della massima importanza. Nelle conseguenze di tale spostamento, André Piganiol – che, nell'ultima fase del suo pensiero, seguì per un periodo differente la tesi di Pirenne – vide la causa principale del collasso dell Impero Occidentale.[71] Sebbene questa non fosse esattamente la causa causarum di questo evento tragico ma impressionante – se mai ci fu una causa sola – ciononostante le conseguenze dello spostamento furono veramente cariche di segni infausti, per quanto ne possiamo dedurre.[72]

L'altro polo della struttura economica imperiale era composto dalle province orientali, cioè dalle province ellenistiche (di lingua greca) dell'Asia Minore fino alle province al confine con l'Oriente. Questa area, che praticamente si estendeva dal Mar Nero al Mar Rosso e comprendeva regioni della più elevata urbanizzazione dell'impero, in realtà era il perno delle relazioni con le civiltà millenarie dell'antico Est. L'ellenismo, sin dal tempo di Alessandro il Macedone, vi aveva aperto la sua strada, e la civiltà romana doveva soltanto continuare sulla stessa rotta. Già prima della conquista romana, questa area possedeva la sua unità culturale: rappresentava il grande successo politico di uno dei più validi generali di Alessandro, Seleuco Nicatore. Il dominio romano, che portò ad un'unità politica forzata, creò anche un'unificazione economica.[73]

Senza dubbio, la Pax Romana portò grandi vantaggi alle province orientali. In virtù di un'amministrazione generalmente efficiente e non troppo onerosa, queste province si ripresero velocemente dai saccheggi spietati effettuati contro di loro dai generali romani, i "signori della guerra" dell'età repubblicana. Ma soprattutto, formarono un'unità economica e commerciale che divenne suprema nell'ambito della strttura economica imperiale. Questo penso si debba considerare la causa primaria della loro straordinaria fioritura economica, sociale e culturale durante l'età imperiale — con una vitalità che colpisce l'attenzione dello studioso e in un certo modo distorce il suo giudizio globale sull'impero.

Si può quindi capire come il "rinascimento" culturale della Seconda Sofistica possa essere collegato ad un revival economico di proporzioni considerevoli. Le città e le classi connesse con le strutture socioeconomiche urbane prosperarono. Gli standard di vita, nelle città, raggiunsero livelli mai più ottenuti dopo, nell'età antica, fino al risveglio urbano che anticipò i tempi moderni. Elio Aristide, l'intellettuale nevrotico che può in un certo senso essere considerato l'apologeta di questa "società benestante" del mondo antico e che rappresenta una delle principali fonti letterarie – sebbene una delle più abusate – per una comprensione di questo fenomeno, riesce ad illustrare con grande abilità ed efficacia il nuovo benessere socio-economico, quando esalta la gloria dell'Asia descrivendo le tre "capitali", Pergamo, Efeso e Smyrna, nel suo discorso sull'armonia tra le città[74] — o nell'immagine entusiasta che dà di Cizico e Smyrna. Tramite i discorsi di un altro retore, Dione di Prusa in Bitinia, si viene a conoscere l'intensa rivalità che esisteva tra le città della sua provincia, che ecrcavano di superarsi tra loro nello splendore dei rispettivi palazzi, le comodità della vita cittadina, la pompa delle loro feste e cortei diplomatici. La sua descrizione viene confermata anche in molti brani delle lettere di Plinio il Giovane, che forniscono numerosi particolari relativi alle attività edilizie spesso febbrili — ovviamente, per edifici per spettacoli e divertimenti, e non "case governative" per il popolino — che in gran parte minacciavano di superare le risorse finanziarie della città, cosicché Traiano gli aveva affidato una missione restrittiva che fermasse tale spreco.[75] I vari documenti epigrafici dell'Asia Minore attestano una vita municipale intensa. La prosperità e ricchezza economica dei dedicatori è comprovata dalla quantità impressionante di donazioni, di elargizioni volontarie fatte da cittadini privati, i cui nomi sono rimasti iscritti per i posteri:: ci sono personaggi come Opramoas, Popilio Python, T. Elio Geminus,[76], gli "evergeti" mediante i quali le oligarchie governanti pagavano i loro debiti alle comunità e allo stesso tempo riaffermavano simbolicamente il proprio prestigio sociale e politico. Non si potrebbe comunque comprendere appieno queste fonti e questi documenti senza le imponenti rovine – rivelate da una vasta serie di scavi e pertinenti reperti archeologici raccolti pazientemente e illustrati da una lunga serie di archeologi moderni – che hanno permesso una ricostruzione dell'aspetto di molte di queste città, chiarendone inoltre le rispettive condizioni di vita.

Non c'è dubbio che le province imperiali orientali sono state soggette di molti studi meticolosi e spesso eccellenti; basti menzionare le opere fondamentali di Louis Robert e i preziosi dati raccolti con grandi sforzi nel quarto volume dell’Economic Survey. Ricerche importanti, a volte di grande respiro – come il Roman Rule in Asia Minor di Magie[77] – sono disponibili agli studiosi per ogni singola provincia. Tuttavia, ciò non significa che l'intero settore economico sia stato analizzato in tutte le sue varie interrelazioni e con la completezza che si potrebbe desiderare, data la massa di materiale disponibile — specialmente in merito alla sua struttura sociale ed economica. Come c'era da aspettarsi, gli studi degli storici dell'Europa orientale sono diretti, in virtù delle loro stesse metodologie di ricerca, verso le strutture economiche e sociali; tuttavia, sebbene alcuni di questi studi raggiungano risultati rimarchevoli, si ha l'impressione che a volte il dialogo tra studiosi dell'Occidente e studiosi dell'Oriente, specialmente i russi, sia difficile ad iniziare o cada nel vuoto: entrambe le parti si ignorano.

Allo stato attuale della ricerca, e data la sua particolare angolazione, siamo comunque in grado di identificare gli elementi principali di tale sviluppo, anhe se non riusciamo a seguire e spiegare le sue ralazioni e interferenze reciproche. Ciononostante, come ho già detto, è possibile indicare le linee di potere in cui avvenne questo processo di sviluppo economico.

In molti modi le regioni orientali furono privilegiate, dal punto di vista economico, in confronto a molti altri gruppi etnici; proprio per questa ragione, le popolazioni che ne facevano parte poterono dimostrare una vasta gamma di comportamenti e attività, una volta che fu ottenuta un'unità politica sotto l’imperium romano. Questa area in effetti rappresentò un'unità economica, le cui parti si compensavano mutualmente. Estendendosi dalla regione insulare dell'Egeo agli altipiani dell'Anatolia; comprendendo la costa siriana collegata al deserto; incluso tra il Mar Nero e il Mar Rosso, fu un organismo di alto potenziale economico e ben adattato ad una forte attività commericale. Godette di condizioni geografiche particolarmente favorevoli, che permise la produzione di beni primari e inoltre lo rese totalmente autosufficiente. Abbondantemente ricca di materie prime di base, questa area poteva sostenere un'industria di elevati standard tecnici e artistici, in grado di imporre i propri manufatti sul mercato mondiale, a livelli molto concorrenziali. Una cospicua rete di comunicazioni, già migliorata dai Seleucidi e poi curata dall'amministrazione imperiale, permise una comoda mobilità interna: in effetti, fu la base essenziale di un ampliato commercio domestico, e la fonte, a tutti i livelli, di prosperità economica.

Un'altra premessa importante di tale commercio interno e un fattore principale di sviluppo economico fu l'alto coefficiente di urbanizzazione, superiore a quello di qualsiasi altra parte del mondo antico: questo, insieme ad una struttura di proprietà agraria che non è ancora del tutto compresa ma che sembra alquanto differente dal latifundium generalmente predominante nelle regioni imperiali occidentali,[78] permise la massima crescita di questa area privilegiata dell'impero romano e lo sviluppo di possibilità latenti. Con sorprendente rapidità, l'impulso dello sviluppo economico si diffuse dalle città costiere alle regioni montuose interne, poi fino alle vaste valli fluviali, sopra le catene montuose, entrando nel cuore delle zone lontane — spargendo ovunque nuove energie. Le città marittime prosperarono, beneficiando del riflusso prodotto da queste nuove energie, e divennero ricche servendo da intermediarie, distribuendo il surplus della produzione interna dei centri commerciali mediterranei.[79]

Inoltre, si deve aggiungere che questo settore in effetti rappresentò un ponte tra Oriente e Occidente. Non solo, come spesso si potrebbe pensare seguendo le orme di Sir Mortimer Wheeler, per quei rinomati prodotti del commercio internazionale, i Grandi Cinque: incenso dall'Arabia, avorio dall'Africa, pepe dai Tamil e seta cinese (escludendo naturalmente l'ambra, che veniva dal Baltico);[80] ma anche per molti altri articoli portati da carovane o navi dal mondo orientale. In questa sfera, la Siria era in una posizione di assoluto privilegio: durante l'età imperiale, il mercante siriano sembra aver sostituito in ogni aspetto il negotiator italico, che aveva dettato legge sulla scena commerciale del mondo ellenistico. Gli imprenditori orientali sono presenti su tutti i mercati del mondo antico, pronti a confrontarsi con qualsiasi concorrente, disposti ad reinvestire immediatamente i profitti guadagnati. Sono sempre loro, che impongono sui mercati commerciali i prodotti delle proprie manifatture molto apprezzate: i broccati di lana e le belle lenzuola; e specialmente, la seta pregiata che gli artigiani siriani hanno imparato a lavorare, importando quindo solo la materia grezza. Molto abili anche nelle tecniche metallurgiche, producevano articoli alquanto richiesti da tutte le nazioni: gli armaioli fornivano l'Arabia, i produttori di bronzo fondevano e groffavano lastre per i Sassanidi; gli orafi creavano gioielli complessi indossati da tutte le donne del mondo romano. Ma c'erano due attività industriali che mantenevano il monopolio incontestabile della Siria: la soffiatura del vetro e la tintura in porpora. Sidone divenne ricca col primo prodotto, esportando il suo vetro in tutto il mondo romano, anche nella Germania libera;[81] il secondo rappresentava la specialità di Tiro, le cui stoffe non avevano eguali ed erano vendute a prezzi altissimi. I mercatores fenici, e le loro società, detenevano il monopolio nelle nazioni orientali, il vasto commercio internazionale romano, i Grandi Cinque, come ho già citato. Questo era il commecio che procurava la fortuna delle grandi città carovaniere, come Petra, Bostra e specialmente Palmira e Antiochia, quest'ultima essendo al capolinea di importanti vie commerciali terrestri.[82] E questo era in effetti il commercio che infiammava moralisti come Plinio il Vecchio, che si indignava alla vista dell'Impero Romano dissanguato finanziariamente a favore di "lavativi" orientali, a causa dei capricci di donne sconsiderate e uomini effemminati: secondo le sue fonti (o stime personali), l'Oriente sottraeva all'economia romana almeno 100 milioni di sesterzi ogni anno.[83] Sebbene questa cifra debba essere considerata con cautela, e il cosiddetto "salasso dell'oro" verso le nazioni orientali non avesse una tale grande importanza come certi studiosi (Bratianu, Piganiol)[84] sembra gli abbiano dato, purtuttavia gran parte di tale flusso aurifero, quale che fosse l'ammonto reale, doveva finire nelle tasche di intermediari: in questo caso, alessandrini, siriani, palmirani; e, comunque, aggiunto aqlle altre entrate attive nel bilancio commerciale siriano, questo fatto di certo influenzava pesantemente la bilancia del commercio interno mediterraneo a favore delle province orientali. Tale trasferimento di capitali, innegabile nonostante certe posizioni prese da alcuni studiosi moderni, deve essere stato uno dei fattori principali per la prosperità del settore orientale, e simultaneamente anche uno degli elementi determinanti nello squilibrio della struttura globale dell'economia imperiale. La decentralizzazione, se fattore dinamico di questa economia, alla fine fu compiuta tramite lo sfruttamento di certe province rispetto ad altre, e dalla creazione o peggioramento di tensioni socioeconomiche insite in essa.

Tale movimento decentralizzatore venne poi risolto dalla formazione, nell'ambito della totale area economica imperiale, di settori economici distinti, strutturati diversamente tra loro e quindi in potenziale concorrenza; infine, come notato precedentemente, dalla superiorità e dallo sfruttamento economico di certe zone economicamente più forti rispetto alle altre "sottosviluppate". Questo fu l'inevitabile risultato di una politica di liberalismo senza limiti e senza restrizioni, professata e sostenuta dall'autorità centrale; tuttavia, non fu l'elemento principale della recessione economica che iniziò ad emergere dopo il "boom" economico dei primi centociunquanta anni del Principato. Molto studiosi dell'economia antica, indubbiamente sopravvalutando sui passi di Rostovtzeff l'importanza reale del fenomeno, hanno costruito su di esso una vasta, e a prima vista allettante, teoria di recessione del commercio interno, con il conseguente arresto di un capitalismo embrionale e la rispettiva rovina della borghesia — in sostanza, il declino dell'Impero Romano. E tutto ciò, di certo come conseguenza della decentralizzazione.

La spiegazione è troppo semplicistica, e spiega l'effetto, non la causa. Le premesse di tale teoria chiaramente si basano sul concetto di una economia imperiale sostanzialmente capitalistica; e sulla sopravvalutazione del ruolo globale del commercio interno dell'impero: ragion per cui la sua contrazione avrebbe avuto ripercussioni letali sull'intera struttura economica. Entrambe queste premesse sono errate, o perlomeno valide solo parzialmente: l'economia imperiale non ebbe una struttura essenzialmente capitalistica (eccetto alcune occasioni peculiari), né il commercio interno ebbe l'estensione o l'importanza assegnatagli dai sostenitori di questa teoria. La decentralizzazione economica, quindi, non influenzò così radicalmente la vitalità economica dell'impero. Piuttosto, fu il risultato di quelle contraddizioni sulle quali fu costruita proprio la struttura economica e sociale dell'impero. La decentralizzazione non risolse, ma aggravò i problemi di produzione – sulle cui basi sorse: la tendenza dell'industria antica ad "esportare se stessa" (Rostovtzeff)[85] – che credo rappresenti veramente il problema centrale dell'economia romana (e antica); nel senso che tale tendenza verso un'autarchia regionale fu uno degli elementi che ostacolarono lo sviluppo di un'industria che si sarebbe elevata dal livello di manifattura ad uno di "fabbrica", e quindi producendo su larga scala, aumentando gli indici di produttività e riducendone allo stesso tempo i costi. Si può quindi comprendere l'aspetto alquanto paradossale di sviluppo economico durante i primi secoli dell'impero, che fu, come dire, "inflazionistico" e non determinato da un aumento reale e sostanziale di produttività specifica. Si basò in gran parte si trasferimenti di capitale tramite attività commerciale, a beneficio di quelle classi che detenevano potere politico ed economico, piuttosto che sull'appropriazione in natura, per metterlo in termini marxisti, per la produzione su scala sempre maggiore di beni e servizi, e per la loro distribuzione a tutte le classi della società romana imperiale.

La diffusione dell'urbanizzazione, l'alto grado di civiltà materiale, e la vivace attività commerciale, danno veramente l'impressione che l'Impero Romano stesse godendo di una prosperità senza limiti. Ma era una facciata, sebbene una facciata splendida: in realtà l'impero, anche durante i secoli di tranquillità, non aveva mai superato quelle contraddizioni che l'avevano accompagnato sin dalla nascita e che in generale furono le contraddizioni dell'economia e società ellenistiche.[86] In pratica, l’imperium romanum, questo enorme organismo che comprendeva tutta la società civile mediterranea, non era riuscito a liberare nuove forze produttive; non era nemmeno riuscito ad estendere l'uso di quelle già disponibili dall'età ellenistica. Di certo ci furono progressi tecnici, come cercò di dimostrare tempo fa Franz Kiechle con una ricerca meticolosa ed esauriente;[87] e non sarebbero stati ostacolati dall'uso degli schiavi, come ebbe ad affermare. Tuttavia, il problema non deve essere postulato in questi termini, perché lo sviluppo delle forze produttive non è solo progresso tecnico, nuove invenzioni, o il raffinamento di quelle esistenti: al contrario, è lo sviluppo di quelle forze che modificano la produttività del lavoro; che veramente trasformano la natura a vantaggio dell'uomo, che creano vera ricchezza sociale, e non soltanto plusvalore. L'aumento della ricchezza, attestata nei primi decenni dell'impero, fu il risultato dell'espansione superficiale del benessere materiale di un'economia basata sul commercio; e la conseguenza di una sospensione dello stato di guerra permanente in cui era vissuto fino allora il mondo greco-romano: avendo acquisito vaste aree scarsamente popolate, procedette ad una rapida colonizzazione interna; e simultaneamente sfruttò, grazie alla sua supremazia politica, le economie della nazioni "barbare" e "sottosviluppate". Non fu il risultato di un vero cambiamento nella struttura delle forze produttive. Non ci fu una trasformazione sostanziale nella struttura e nel metodo del lavoro tecnico, di evoluzione da teoria scientifica a tecnologia, nel senso moderno della parola.

Come affermò Gordon Childe, il passo dalla manifattura alla fabbrica e alla macchina quali strumenti fondamentali della produzione non fu mai fatto nel mondo antico.[88] Qui ci scontriamo con uno dei punti cruciali della storia antica greco-romana. Sta di fatto che il mondo antico non riuscì, nel periodo di espansione ellenistica o durante l'unificazione romana, a sviluppare una struttura industriale finanche in embrione; anche se, dal punto di vista della teoria economica astratta, ne esistevano le premesse, i "prerequisiti" di un'evoluzione in quella direzione — abbondanza di manodopera a bassissimo costo; ambito di mercato; condizioni economiche generali di base. Quali furono allora le ragioni per cui una tale struttura non si sviluppò mai? Quali furono gli elementi che impedirono al mondo antico, unificato politicamente ed economicamente sotto l’imperium romano, di "decollare" industrialmente, come invece accadde nell'Inghilterra del XVIII secolo e che creò la struttura economica del mondo moderno? Per rispondere a questa domanda, D. W. Reece, sulla base delle rinomate teorie di Rostow, ribadì la tesi dell'"arretratezza tecnologica del mondo antico"[89] — mentre Kiechle cerca di dimostrare la realtà di un "progresso tecnologico" che corre ininterrottamente dal primo secolo alla Spätantike.[90]

Una "question mal posée"? Addebitare la "mancanza di una tecnologia abbastanza sviluppata" al fenomeno sconcertante di un arresto di sviluppo materiale del mondo antico nella fase manifatturiera – e per alcuni autori, persino con una regressione a forme di economia "domestica"[91] – mi sembra che si scambi l'effetto con la causa; poiché, per prima cosa, ci dobbiamo chiedere quali furono le ragioni oggettive basilari per cui una tecnologia abbastanza sviluppata non potè svilupparsi, e da lì una struttura industriale di base. Non mi soffermerò sul dibattito tra storici della cultura antica e storici della scienza & tecnologia, alimentato soprattutto dal libro provocatorio di P. M. Schuhl, Machinisme et Philosophie:[92] il famoso dibattito – che ha le sue origini non sempre riconosciute in un capitolo fondamentale del Capitale di Marx[93] – sul "macchinismo nell'antichità", cioè sull'incapacità – o meglio, resistenza – della cultura antica di tradurre la sua elevata conoscenza teorica in una tecnologia ugualmente evoluta. Tuttavia, bisogna chiarire senza riserve che teorie come quella di Schuhl sul "blocco mentale"[94] che avrebbe impedito il sorgere di una tecnologia scientifica, e portò ad una decadenza della scienza nel mondo antico; o la ricerca, come quella svolta da Koyré sulle strutture teoriche della scienza antica,[95] sebbene molto interessanti e stimolanti, non possono fornire spiegazioni veramente valide, da un punto di vista storico, sul mancato sviluppo industriale e tecnologico del mondo romano.

Lo storico delle strutture economiche e sociali non può accettare il problema secondo i termini proposti da Schuhl, e da altri studiosi del pensiero antico. In realtà, come ha affermato Victorino De Megalhães-Vilhena, non sono le ragioni ideologiche che stanno all'origine del "blocage technique". Se c'è un "blocco mentale" (come M. Schuhl desidera chiamarlo), se c'è un "blocco ideologico" (come Vilhena preferisce chiamarlo), è perché alla base esiste un blocco sociale. Il blocco ideologico è solo un aspetto, anche parziale, di un atteggiamento generale della società verso la scienza e la sua applicazione nella tecnologia. Ci si deve ricordare che gli atteggiamenti ideologici di una società rifrangono e riflettono i rapporti sociali materiali e da questi derivano. Alla base del "blocco mentale" teorizzato da P. M. Schuhl stanno in pratica (in maniera più o meno esplicita) le condizioni materiali oggettive di una società. La scienza antica poteva creare, e a volte lo fece, alcune macchine che applicavano i principi teorici da lei scoperti: tra i molti esempi, il mulino ad acqua probabilmente fu inventato nel primo secolo e.v., ma non divenne popolare fino alla fine della caduta dell'Impero Occidentale[96] — e, come Marc Bloch confermò in una delle sue opere,[97] fu alla base di innovazioni profonde nella tecnologia agricola medievale e di trasformazioni sociali reali; il potere espansivo del vapore acqueo era già noto agli alessandrini — tuttavia servì a creare autómata, giochi più o meno interessanti: l'orologio ad acqua e l'organo dell'acqua, la diottra, la catapulta a torsione, erano noti agli ingegneri antichi,[98] ma vennero usati nell'evergetismo o nelle tecniche militari. Si potrebbero citare molti altri esempi, ma ci porterebbero tutti ad un vicolo cieco: l'applicazione che le classi dirigenti ne volevano, o sapevano, fare; poiché la mancanza di uso produttivo per quelle invenzioni offerte dalla scienza in ultima analisi dipende dalla struttura della società classica e, più precisamente, dalla contraddizioni interne della sua economia. Queste spiegano il rifiuto da parte della cultura classica, che eccelleva sul piano speculativo, della scienza applicata, della tecnologia e, infine, la sua incapacità di elevare la produttività a livelli tali da far iniziare un vero processo di accumulazione capitalistica, sebbene primitiva, e quindi uno sviluppo economico duraturo.

Produzione e crisi del lavoro[modifica]

Desidero qui ritornare su un argomento che ho solo brevemente menzionato nelle pagine precedenti troppo sinteticamente. Come ho avuto modo di dire, da un punto di vista teorico, esistettero nell'ambito della struttura economica dell'impero, alcune prmesse di base per iniziare un processo (per quanto rudimentale) di industrializzazione e "decollo" economico. In primo luogo, l'Impero Romano comprendeva un'area e una popolazione abbastanza vaste da assorbire l'ampio flusso continuo di manufatti prodotti da un'organizzazione che poteva elevarsi al di sopra del livello artigianale. Inoltre, e sempre in teoria, nonostante l'ammonto di spesa attuale e la grandi somme destinate al supporto della complicata macchina militare schierata ai confini (ma non spese sommerse, perché l'esercito giocava un ruolo economico non indifferentenel contesto dell'economia imperiale), l'impero non era veramente povero:[99] aveva sempre, in teoria, la possibilità di usare negli investimenti produttivi quella parte delle entrate nazionali che i teorici economici reputano indispensabile per l'inizio e mantenimento di un processo di sviluppo economico, e "industriale" in senso lato (circa 10-12% delle entrate nazionali totali). Nonostante certe stime pessimistiche, la disponibilità da parte dell'impero di materiali grezzi e di fonti di energia non era così bassa da escludere a priori una qualche possibilità di sviluppo tecnologico e industriale. In effetti, il mondo romano, sempre in teoria, avrebbe potuto dar inizio ad un processo di accumulo capitalistico e creare persino una struttura industriale in embrione. Pertanto, in teoria, il "decollo" sarebbe stato possibile, dando alla storia del mondo antico un percorso differente, specialmente per il mondo occidentale.

Formulazioni ed analisi di questo tipo non sarebbero dispiaciute troppo agli economisti abituati agli schemata di W. W. Rostow. Sfortunatamente, questo non è il tipo di analisi economica alla quale intendo aderire: piuttosto, è il problema della "soglia" che deve essere affrontato, in altre parole, si deve esaminare la trasformazione dei cambiamenti quantitativi maturati nei cambiamenti qualitativi.[100] E a questo punto solo una considerazione dei fattori socio-economici, delle loro varie interrelazioni e interazioni, delle loro funzioni di accelerazione o di contenimento, possono fornire la risposta.

Nell'ambito di questa problematica, dobbiamo per prima cosa indagare sui fattori socio-economici, sebbene possano apparirne estranei. L'atteggiamento liberalista che, come ho evidenziato precedentemente, rappresentava la prassi economica dell'amministrazione romana e delle classi imprenditoriali, sebbene da una parte incoraggiassero l'iniziativa privata, dall'altra ne esacerbavano tutte le sue contraddizioni inerenti. F. Ortel,[101] insieme ad altri studiosi, ha giustamente sottolineato la cornice di insicurezza in cui si svilupparono le attività imprenditoriali ed economiche dell'impero. All'Impero mancavano, in effetti, quei regolatori economici che entrano in gioco durante mementi particolari di congiuntura. Il sistema di facilitazione del credito era molto scarso, quasi inesistente, e non poteva sostenere le iniziative economiche in situazioni di crisi:[102] il sistema bancario, nonostante alcune ipotesi di studiosi moderni,[103] era ancora ai suoi inizi e non poteva supportare imprese individuali nei periodi difficili. Anche perché molto raramente la situazione andava oltre l'impiego di capitale individuale: in merito all'attività per così dire "industriale", per quanto ne so il mondo romano non conobbe mai capitale associato. L'attività "industriale" per natura abbisogna di capitale ingente e investimenti a lunga durata, molto meno profittevoli nell'immediatezza rispetto a quelli utilizzati nelle speculazioni commerciali e puramente finanziarie (cioè, l'usura; tuttavia, sia nel commercio che nell'usura esistevano forme associative – come anche in quei subappalti redditizi che normalmente dovrebbero essere d'interesse diretto dello stato).

Questi elementi di natura generale, inerenti alla struttura economica dell'impero, ostacolavano il passaggio da un'attività a livello artigianale a una produzione di livello industriale; come già detto, ci fu un'inabilità a procedere da manifattura a fabbrica e a macchinari come mezzi di produzione. E la ricchezza, sia nel mondo ellenistico che in quello imperiale romano, rimase sempre ricchezza fondiaria, capitale immobiliare. La nuova richezza di solito proveniva da guerra e politica (e sotto questa "testata" da includere prodotti derivati, come i contratti fiscali), e non da imprese economiche o da appropriazione della natura. A sua volta, questa ricchezza appena acquisita trovava sbocco nei beni terrieri, che diventavano un assetto stabile.

Pertanto, anche se l'impero potenzialmente costituiva un mercato enorme con capacità di assorbimento quasi illimitate, il suo potere d'acquisto totale in pratica rimaneva molto basso. La drammatica ineguaglianza della distribuzione della ricchezza rendeva possibile che, mentre le classi superiori (aristocrazia senatoriale ed equestre, e le oligarchie municipali) e anche l'esercito avevano un potere d'acquisto significativo, per le grandi masse della popolazione dell'impero era estremamente ridotto. Il consumo globale, nonostante il progresso ottenuto, rimaneva quindi molto basso. Rostovtzeff disse che l'espansione della civiltà urbana era un sistema di sfruttamento che organizzava le risorse di terre acquisite di recente e le concentrava nelle mani di una minoranza di capitalisti e uomini d'affari. Di conseguenza questo studioso, nonostante le sue simpatie per il capitalismo commerciale delle classi urbane, biasima la loro prassi socioeconomica.[104] Le masse contadine e provinciali invece, sfruttate al limite delle loro forze e capacità fiscali, furono incapaci di diventare un vero mercato per i prodotti di un'industria manifatturiera emergente. Da qui si origina anche quello che ho chiamato il carattere inflazionistico dell'economia imperiale: infatti, mentre la produzione industriale, andando di pari passo con l'espansione imperiale, poteva espandersi gradualmente ed estendere il suo campo di sfruttamento, usando la capacità d'acquisto di quelle province recentemente conquistate, non c'erano problemi. Tuttavia, quando l'espansione imperialistica si fermò e furono raggiunte le frontiere del mondo civile (e il mercato esterno divenne molto meno sostenuto), l'industria – che poteva e avrebbe dovuto utilizzare il mercato interno molto più attivamente di prima e avrebbe dovuto estendere la sua sfera ad includere le classi inferiori – invece iniziò a decrescere, finché non si fermò del tutto. Per vincere il mercato interno ci sarebbe voluta una differente distribuzione della ricchezza e. di conseguenza, serie modifiche alla struttura sociale: e questo le classi dirigenti non erano mai disposti a fare. Il proletariato "interno", per usare una terminologia cara ad Arnold Toynbee,[105] allora iniziò la sua rivoluzione inizialmente impercettibile e silenziosa, e poi sempre più aperta e solida, contro l'ordine sociale esistente. Nella sua lotta, trovò un alleato (sebbene inconsapevole) nel proletariato "esterno" del mondo germanico – generalmente barbaro – che impose un continuo logoramento della macchina imperiale economica e amministrativa, accentuando quindi le difficoltà socioeconomiche che l'espansione imperialista dei primi centocinquanta anni era risuscita in parte a nascondere e in parte a risolvere. Incapace di espandersi, l'impero iniziò a contrarsi; vennero rivelate in tutta la loro vastità e totalità quelle contraddizioni interne, quegli squilibri e tumulti che non poterono più essere dissimulati o diretti verso prospettive di politica imperialista. L'impero entrò così in una "crisi" che, come ho già affermato, fu prima di tutto e sostanzialmente una rivoluzione contro l'ordine sociale esistente.

Sulla debolezza del potere d'acquisto della classi inferiori, ed il loro impoverimento e proletarizzazione progressivi, Michael Rostovtzeff ha insistito alquanto vigorosamente nella sua diagnosi degli elementi che impedirono al mondo antico di ottenere un vero sviluppo economico e ne provocarono il collasso.[106] Un'altra debolezza fondamentale, nonché elemento di ristagno, strettamente connesso con quello analizzato supra, fu rappresentato dal lavoro degli schiavi, o in senso più lato, lavoro forzato. L'apparato produttivo dell'impero si fondava in gran parte su tale forza lavorativa; cruciale per comprendere il mondo romano è la valutazione del ruolo che questa forza giocava. Lunghi dibattiti sono stati fatti su di essa: a volte con indubitabili sopravvalutazioni, ma in altre occasioni con inspiegabili minimizzazioni.[107] Tuttavia, bisogna fare il punto della situazione: un ricorso al sistema degli schiavi non può, e non deve, costituire la chiave magica per risolvere tutti i problemi e le contraddizioni nel contesto dell'economia antica; le sue implicazioni sono complesse e spesso elusive. M. I. Finley ha osservato non ci si può riferire spesso agli schiavi per affermare, tout court, che lì possiamo trovare una spiegazione per l'arresto di tecnologia ed economia.[108] Tuttavia, anche senza considerare la civiltà antica come fosse basata esclusivamente sul lavoro degli schiavi,[109] non si può negare che rappresentasse una concorrenza terribile e pericolosa alla manodopera libera. Alcuni storici, con grande ottimismo, hanno proposto un'ipotesi opposta, concludendo persino che la manodopera libera, grazie alla sua più elevata produttività, era riuscita ad eliminare il lavoro forzato, determinando quindi il collasso della società romana su cui era basato. Credo invece che sia successo l'opposto: se gli schiavi si ridussero di numero ed acquisirono una condizione di relativa indipendenza, come quasi-coloni dei grandi domini terrieri, o come conductores di proprietà rurali, come amministratori o lavoratori semiautonomi in imprese commerciali o manifatturiere,[110] d'altra parte gli uomini liberi ma poveri nella Tarda Antichità furono gradualmente ridotti ad uno stato di quasi-schiavitù, vincolati come coloni al popolino e forzati a inservire terris, o a registrarsi come corporati nei collegia, in cui entravano per obbligo ereditato. In pratica, fu il avoro libero che venne eliminato, sebbene nell'ambito di un quadro sociale corporativo che presentava caratteristiche peculiari.

L'età ellenistica aveva trasmesso all'età imperiale romana il lavoro degli schiavi nella manifattura quale forma più efficace di produzione industriale; per questo gli schiavi rappresentarono un'unità lavorativa che poteva essere pienamente sfruttata e, comunque, sostitutiva dell'artigiano. Era una logica economica, la pura logica del profitto, che decideva l'uso della manodopera forzata invece lavoro libero remunerato; non ragioni di natura culturale, cioè idealogica che, come tale, serviva a nascondere la realtà dei processi economici. L'industria antica e generalmente quel settore dell'economia diretto alla produzione industriale, erano basati sul lavoro degli schiavi perché sembrava – ed in effetti lo era – più prontamente disponibile e più immediatamente profittevole, dal punto di vista dello sfruttamento puro e semplice. Di per sé, l'utilizzo di manodopera forzata non era d'ostacolo allo sviluppo tecnologico e industriale: piuttosto, gli effetti a lungo termine erano quelli che minacciavano le sue fondamenta e ne preparavano il collasso. Il lavoro degli schiavi non arricchisce il lavoratore; nel mondo romano, alla fine arricchiva solo il proprietario degli schiavi. Allontanava i libertini e gli uomini liberi dal lavoro artigianale, e questi andavano a gonfiare le folle di proletariato indigente a Roma e nelle città provinciali – e ciò naturalmente si rifletteva sul mercato del lavoro, agendo come fattore depressivo[111] – o ne controllava il tasso di natalità, impoverendo demograficamente l'impero. Ad ogni modo, il potere d'acquisto del proletariato libero o semi-libero venne ulteriormente abbassato, riducendo ancor di più il mercato potenziale dell'industria. Inoltre, la depressione del mercato del lavoro, la relativa abbondanza di una manodopera a basso prezzo, creò delle condizioni così favorevoli che l'antico industriale non si dovette preoccupare troppo del problema (basilare nell'industria moderna) della razionalizzazione della produzione ed economizzazione della forza lavoro, e quindi dell'abbassamento dei costi di produzione.

La scienza non aveva ragione di applicarsi alla produzione, diventando così tecnologia; la mancanza di necessità della divisione del lavoro, e l'inflessibilità della domanda ridusse notevolmente l'incentivo a ricorrere alla tecnica. L'aumento di produttività di norma non era l'obiettivo principale dell'artigiano industriale antico che, essenzialmente artigisno, guardava innanzitutto alla qualità del prodotto. La decentralizzazione della produzione di certo impose la necessità di un decoroso livello medio di produzione manifatturiera; ma allo stesso tempo evitava le necessità di concentrazione e i problemi di razionalizzazione della rispettiva produzione; in effetti bloccò sin dagli inizi qualsiasi tentativo in tale direzione. Per cui, l'organismo socioeconomico dell'impero non riuscì ad ottenere le premesse per uno "sviluppo autosufficiente": infatti, fu un organismo minato internamente e destinato all'autodistruzione.

Il test avvenne, per tale economia, verso l'età antonina. Pace e decentralizzazione ridussero il "colonialismo" interno del primo secolo dell'impero; l'arresto dell'espansione militare ai confini ridusse l'"imperialismo" esterno. La fine delle guerre di conquista ridusse l'influsso di schiavi; e quando la pressione barbara alle frontiere, e l'aumento dell'enorme apparato burocratico-amministrativo così creato, richiesero un aumento di produzione, non ci fu risposta. Le classi parassitiche aumentarono – la burocrazia, l'esercito e, nella Tarda Antichità, la burocrazia ecclesiastica – e la disponibilità della manodopera diminuì. La macchina produttiva iniziò a perder colpi. Proprio quando le circostanze avrebbero richiesto un'applicazione della tecnologia per risparmiare lavoro, e una razionalità economica, e l'allargamento della base produttiva con un accrescimento della produttività, le soluzioni presentate – soluzioni politiche, vale a dire, sovrastrutturali – consistettero di una pressione autoritaria dall'alto, un drastico aumento nella tassazione, l'abbassamento generale dello status giuridico di quelle categorie libere impegnate nella produzione. Non c'è bisogno di dire che tali soluzioni furono ovviamente portate avanti dalle classi dirigenti.

Se questa analisi, anche nello schema generale, è valida, allora deve apparire evidente quanto fosse fragile e contraddittoria la struttura economica imperiale. In effetti si basava, nonostante una certa lucentezza di modernità e innovazione, sui seguenti tre elementi tradizionali: agricoltura, abile artigianato – che non raggiunse mai, eccetto in alcuni casi eccezionali, dimensioni industriali, sebbene lavorasse su vasta scala – e speculazione. Ma in realtà, la vera base produttiva fu l'agricoltura. L'economia antica era agricola in misura difficilmente comprensibile all'uomo moderno; il suo carattere è stato troppo spesso sottovalutato, o frainteso, anche dagli stessi specialisti. È infatti un errore, che io ho cercato di evitare, rappresentare l'economia romana come sistema capitalistico, anche se come relativamente retrogrado, con le sue perculiarità e leggi economiche. Ci fu indubbiamente una certa quantità di capitale privato – a volte alquanto considerevole – nell'Impero Romano; ma la struttura profonda della sua economia non poteva riuscire ad attivare finanche un processo embrionale di accumolo capitalistico. La vera ricchezza, quella apprezzata socialmente, stava nella proprietà terriera: ogni imprenditore economico, non importa quanto fosse abile o fortunato, appena poteva investiva i suoi capitaliu nell'acquisto di terre — come il famigerato Trimalchione di Satyricon.[112] Era una condizione essenziale di prstigio personale: non era un comportamento ragionevole, dal punto di vista della razionalità economica moderna, ma questa sarebbe una prospettiva anacronistica.

In conclusione, la struttura economica dell'impero può essere definita in senso lato del tipo "inflazionistico". Le condizioni principali della sua esistenza e sopravvivenza furono l'espansione continua e la conquista di nuovi mercati, su cui operare in modo monopolistico (molte guerre della prima età imperiale possono essere spiegate, nonostante i dubbi di alcuni studiosi moderni,[113] dall'imperialismo economico che Roma si trovava spinta ad attivare)[114] e il contributo di forze esogene, come il nuovo capitale e le nuove forze produttive a buon mercato (gli schiavi). Una volta che l'Impero Romano fu obbligato a fermare la sua espansione militare, anche la sua economia si fermò ed iniziò una fase recessiva. Già a metà del secondo secolo i segni di ristagno economico appaiono evidenti.

Note[modifica]

  1. F. Braudel, "Histoire et sciences sociales: la longue durée", Annales ESC, 1958, pp. 725-753. Sul dibattito originatosi con questo articolo di Braudel, oltre alla risposta di W.W. Rostow, ibid., 1959, pp. 710-718, si veda anche J. Le Goff, La Civilisation de l'Occident mediéval, Parigi, 1964, "Introduction". Sulla lunga discussione di "historie historisante" o "événementielle", cfr. l'opera di Lacombe, De l'historie considérée comme science, Parigi, 1894. Si veda inoltre F. Braudel, "Storia e Sociologia", in G. Gurvitch, cur., Trattato di Sociologia, Milano, 1967, I, pp. 122, 144.
  2. F. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 751.
  3. F. Simiand, "Methode historique et science sociale", Revue de Synthèse historique, 1903, pp. 1-22.
  4. H. Berr la definì "histoire historisante" nel suo noto prologo-programma della Revue de Synthèse, 1900.
  5. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 727. Poi afferma che "l'événement est explosif, ‘nouvelle sonnante’, comme l'on disait au XVIe siècle. De sa fumée abusive, il emplit la coscience des contemporaines, mais il ne dure guère, a peine voit-on sa flamme" (p. 728).
  6. Il termine è al centro di una lunga lista di opere che ne cercano la definizione precisae l'analisi semantica; la letteratura francese su questo argomento è alquanto proligica, int. al., H. Febvre nella sua Prefazione a H. e P. Chanu, Séville et L'Atlantique, I, Parigi, 1962, XI, p. 195; J. Piaget, Le structuralisme, Parigi, 1968 e la sua vasta bibliografia. Per le sue relazioni col Marxismo, si veda il numero speciale di Annales dedicato a questo tema [Annales ESC, 3-4, 1971].
  7. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 731.
  8. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 731. Non c'è bisogna di ribadire che questo aspetto del problema è centrale per la Scuola di Annales, dall'opera di Febrvre a M. Bloch e il suo Rois thaumathurges, a Cadres de la mémoire di M. Halbwachs, a Gaston Bachelard, Dialectique de la durée, per non citare i leader della Scuola stessa.
  9. F. Braudel, "Storia e sociologia", p. 137; "Histoire et sciences sociales" cit., pp 740segg.; cfr. anche Braudel, "Les métaux monétaires et l'économie de XVI siecle", XI Congr. Int. Sc. St., Roma, 1955, IV, pp. 233-364; C. Lévi-Strauss, Bull. Int. Sc. Soc., UNESCO VI, n. 4. Per una discussione più pertinente alla prospettiva economic, cfr. W. Kula, "Historie et économie: la longue durée", pp. 294-312.
  10. W. Kula, "Historie et économie", pp. 300, 301 segg.
  11. Kula, "Historie et économie", pp. 303, 305.
  12. A.H.M. Jones, Ancient Economic History, Londra, 1948, 1. Il metodo di Jones viene esemplificato in tre volumi del suo Later Roman Empire; su economisti e teorici moderni e la loro prospettiva del problema, cfr. N. Georgesco-Roegen, Analytical Economics, Cambridge, 1966.
  13. Indispensabile Tenney Frank, Economic Survey e Rostovtzeff, Economic History. A parte Il Capitale, importante anche Knut Wicksell, Lectures on Political Economy, Londra, 1934.
  14. Non c'è bisogno di citare lo studioso, quanto la debolezza teorica sostanziale delle sue e simili posizioni.
  15. Si veda F. Mauro, "Théorie économique et historie économique", recherches et dialogues philosoph. et économiques, IV, Parigi, 1959, pp. 45-75.
  16. Paul Veyne, "Panem et Circenses: l'évergetisme devant les sciences humaines", Annales ESC, 1969, pp. 785-825.
  17. Ibid., pp. 824-825.
  18. P.Vilar, Sviluppo economico e analisi storica, Bari, 1970, pp. 172 segg. (partic. pp. 200segg.)
  19. K. Marx, Formen, die der kapitalistischen Produktion vergehen; K. Marx-F. Engels, The German Ideology, 1938.
  20. L. Cracco Ruggini, "Le esperienze economiche e sociali nel mondo romano", Nuove Questioni di Storia Antica, Milano, 1978, p. 752. Un'interessante mise au point dell'ipotesi di Mommsen sulla romanizzazione provinciale viene data da M. Pavan, "Le provincie nella storia sociale dell'Impero Romano", Cultura & Scuola, 2, 1962, pp. 75-79.
  21. Per una valutazione critica del V Volume e la "lezione" ivi contenuta, cfr. E.A. Freeman, The Method of Historical Study, Londra, 1886, pp. 290ff.; C' Julian, "L'historie romaine de Mommsen", (Vol. V), Revue critique d'hist. et de litt., 1886, pp. 1ff.
  22. Su questo dibattuto problema, si veda A. Wucher, Th. Mommsen, geschichtschreibung und Politik, Berlino, 1956, pp. 126 ff.; A. Momigliano, Gnomon, 1958, pp. 1-6; S. Mazzarino, "Storia e diritto nello studio delle società classiche", Atti I Congr. int. soc. ital. storia e diritto, 1966, pp. 39-69.
  23. Almeno da ciò che si può comprendere come dichiarazioni autobiografiche: cfr. Wucher, op. cit., pp. 126ff.
  24. Si veda A. Momigliano, rec. cit., p. 426.
  25. Cfr. A. Momigliano, "Rostovtzeff's Twofold History of the Hellenic World", pp. 335ff.; "Aspetti di M. Rostovtzeff", p. 330; "In memoria di M. Rostovtzeff", p. 492: tutti in Contributo, 1955-1984.
  26. Questa transizione, e le sue componenti sociali, viene ben documentata da L. Polverini, "L'aspetto sociale del passaggio dalla Repubblica al Principato", Aevum, 1964, pp. 241-285; 439-467; 1965, pp. 1-24. Cfr. anche M.A. Levi, "La fondazione del Principato", Nuove Questioni di Storia Antica, cit., pp. 447-501 (le cui opinioni non posso condividere in questa occasione).
  27. F. Ortel, CAH, X, 1934, Cap. XIII; Rostovtzeff, SEHRE, 1933, pp. 151ff.
  28. F.W. Walbank, The Awful Revolution, p. 20.
  29. Su questo e la visione "emisferica", si veda R.S. Lopez, La nascita dell'Europa, cit., pp. 9ff.
  30. Cfr. anche B. Forte, "Rome and the Romans as the Greeks saw them", Pap. & Monogr. Am. Acad. in Rome, XXIV, Roma, 1972, pp. 292-415.
  31. Si veda, per esempio, Dione Crisostomo, Or. XXXI, 158; III, 51-52; III, 55, 58; Epict., III, 24, 52-53; III, 24, 31ff.; I, 12, 7; III, 24, 1017; III, 26, 36; Plut., De fort. Rom., 316 F-317A; Praec. ger. reipubl., 814 C-E; 813 E-F; Filostr., V.S., 532.
  32. Rostovtzeff, SEHRE cit., pp. 123-45; F. Oertel, CAH XII (1939, Cap. VII, pp. 232ff.)
  33. Cfr. spec. Rostovtzeff, SEHRE, pp. 229ff., con alcune esaggerazioni; stesso concetto in Gagé, Class. sociales, pp. 153ff,; per l'Italia, cfr. G.E.F. Chilver, Cisalpine Gaul, Social and Economic History from 49BC to the Death of Trajan, Oxford, 1941.
  34. C.A. Yeo, "Land and Sea Transportation in Imperial Italy", TAPhA, 1946, pp. 221-244; J. Van Ooteghem, "Le service postal de Rome", LEC, 1959, pp. 187-197.
  35. Si veda spec. S. De Laet, "La composition de l'ordre équestre sous Auguste et Tibère", RBPhH, 1941, pp. 509-531. Si veda anche le opinioni generali di R. Syme, Colonial Elites: Rome, Spain and the Americas, Londra, 1958, pp. 1-23.
  36. Fondamentali sono le analisi sistematiche di Liebenam, Städterverwaltung im röm. Kaiserreiche, 1900, pp. 165ff; M. Rostovtzeff, "Römische Bleitesserae", Klio, 1905 e le sue varie note in SEHRE.
  37. Si veda A.H.M. Jones, "Postscript a: Rome" in The Ancient Empires and the Economics, Trois Conf. Int. Hist. Écon., Monaco, 1965, III (1969), pp. 102-103 (ma cfr. anche il "Comment" di R. Thomsen, ibid., pp. 105ff.).
  38. Rostovtzeff, SEHRE, pp. 63ff.; F.W. Walbank, The Awful Revolution, pp. 23ff.; Petit, Paix rom., pp. 287ff.
  39. Rostovtzeff, SEHRE, pp. 63ff.
  40. Si veda F.M. De Robertis, Lavoro e lavoratori nel mondo romano, Bari, 1963, pp. 224-228; T. Frank, ESAR, V, pp. 267ff.
  41. Questo è il problema affrontato da Petit, Paix rom., p. 288: "Rimane da conoscere in che misura questo assenteismo di stato, durato troppo a lungo, fosse responsabile dell'evoluzione che spinse il Tardo Impero al totalitarismo; inoltre, in che misura fosse la causa del ristagno tecnico..."
  42. F.W. Walbank, The Awful Revolution, p. 23.
  43. Nella lettera di Augusto a Caio Cesare (Malcovati, fr. XIX, p. 11).
  44. Heichelheim, Storia economica del mondo antico, pp. 963ff.
  45. M.A. Levi, Il tempo di Augusto, Firenze, 1951, p. 301.
  46. Per una discussione di questo tema, cfr. L. Polverini, "L'aspetto del passaggio dall Repubblica al Principato", Aevum, 1964, pp. 241-285; 439-467; 1965, pp. 1-24, che ho preso come mia fonte basilare per questa analisi, eccezion fatta per la sua valutazione troppo positiva del ruolo militare. Per gli aspetti costituzionali di questo problema, si veda il fondamentale F. De Martino, Storia della costituzione romana, Napoli 1962, IV, 1 (specialm. Cap. XIII).
  47. Cfr. specialm. K.L. Born, "The perfect Prince according to the Latin Panegyrists", AJPh, 1934, pp. 20ff.; B. Radice, "Pliny and the Panegyricus", G & R, 1968, pp. 166-172.
  48. Vell. Pat., Hist., II, 89; Plut., Tranq. anim. 469 E; Diatr., III, 13, 9; App., B. C., Proem., 7.
  49. Ch. G. Starr, loc. cit., pp. 7ff.
  50. App. B.C., IV, 133; Cass. Dio., XLIV, 2; XLVII, 39; LII, 19, 1; LIV, 6, 1; LVI, 39, 5; Plinio, Paneg., 32, 2.
  51. Elio Aris., Eis Romen, 60; Cass. Dio., LII, 14, 3-5; Filos., V.
  52. Cfr. J. Hicks, A Theory of Economic History, Oxford, 1969, pp. 51ff.; 72ff.
  53. Si veda J. Szilágy, "Prices and wages in the Western Provinces of the Roman Empire", AAntHung, 1966, 3, pp. 325-391.
  54. Sulla situazione commerciale in Italia, cfr. P. Veyne, "Vie de Trimalcion", Annales ESC, 1961, pp. 213-247.
  55. Petr., Satyr., 75, 11.
  56. Cfr. P. Petit, La paix romaine, pp.305ff.; Rostovtzeff, SEHRE, p. 189ff; F. Oertel, CAH XII, pp. 237ff.
  57. F. Oertel, CAH, X. Cfr. anche F. Walbank, The Awful Revolution, pp. 25ff.; 47ff.
  58. V.A. Sirago, L'Itralia agraria sotto Traiano, Louvain, 1958, pp. 9ff.; 254ff.; 305ff.; L. Cracco-Ruggini, "Esperienze economiche", pp. 757ff.
  59. App., B.C., I, 7ff.
  60. Rostovtzeff, SEHRE, pp. 205ff.
  61. Petit, La paix romaine, pp. 330ff.
  62. L. Harmand, L'Occident romain, pp.17ff.; 355ff.; 395ff; M. Pavan, "Storia d'una provincia, la Gallia romana", PP, 1963, pp. 89-227.
  63. Strabone, IV, 4.3 (C 197).
  64. Svet., Dom., 7, 2; Filostr., Vita Apoll., VI, 42; HA, P., XVIII, 8.
  65. Cfr. A.E.R. Boak, Manpower shortage, pp. 40ff.
  66. C. Vigoroux, "Le saltus arverne, complexe économique", Rev. arch. Centre, 1962, pp. 211-220.
  67. Si veda M.P. Charlesworth, Trade-routes and Commerce of the Roman Empire, Hildesheim, 1961, pp. 179ff.
  68. J.J. Hatt, Hist. de la Gaule romaine, pp. 120-121; 369-76.
  69. E. Will, "Recherche sur le développement urbain sous l'Empire romains dans le Nord de la France", Gallia, 1962, pp. 79ff.
  70. L. Harmand, L'Occident romain, pp. 418ff.; Petit, La paix rom., pp. 335ff.
  71. A. Piganiol, Historie de Rome, Parigi, 1962, p. 522.
  72. Si veda Remondon, La crise de l'Empire romain, pp. 294ff.; 311ff.
  73. Cfr. Rostovtzeff, SEHHW, II, pp. 1032ff.; Heichelheim, Storia economica del mondo antico, Bari, 1979, pp. 720ff.
  74. Elio Arist., Orat., XXI, XXII, XXIV, XXVII, per tutte le informazioni dei paragrafi seguenti.
  75. Si veda L. Vidman, Etude sur la correspondance de Plinie le Jeune avec Trajan, Praga, 1960.
  76. Su Opramoas cfr. TAM II 905 = IGRR III 739; C.J. Walton, JRS, 1929, pp. 54ff. con relativa documentazione; cfr. anche D. Magie, Roman Rule, I, pp. 531-4.
  77. D. Magie, Roman Rule in Asia Minor to the End of the Third Century after Christ, I-II, Princeton, 1950.
  78. Uso il termine latifundium nel senso tradizionale, senza accettare le spiegazioni proposte da K.D. White, "Latifundia", BICS, 1967, pp. 62-79.
  79. Petit, La paix rom., pp. 323-24.
  80. Si veda J.I. Miller, The Spice Trade of the Roman Empire, Oxford, 1969 e le opere ivi citate.
  81. H.J. Eggers, Der römische Import im freien Germanien, Amburgo, 1951.
  82. Cfr. G. Downey, A History of Antioch in Syria, from Seleucus to the Arab Conquest, Princeton, 1961, pp. 15ff.
  83. Plinio, N.H., XII, 84. Cfr. Tac., Ann., III, 53.
  84. G.I. Bratianu, "La distribution de l'or et les raisons économique de la division de l'Empire Romain", Etudes Byzantines d'Historie Econ. et Soc., Parigi, 1938, pp. 189ff.; A. Piganiol, "Le problème de l'or au IV siecle", Annales d'Hist. Econ. Soc., 1, 1945, pp. 47-53.
  85. Rostovtzeff, SEHRE, pp. 189ff. e passim.Cfr. Walbank, The Awful Revolution, p. 47.
  86. V. Gordon Childe, Il progresso nel mondo antico (ediz. ital.), Torino, 1963, pp. 291ff.
  87. Franz Kiechle, Sklavenarbeit und technischer Fortschritt im Römischen Reich, 1967.
  88. V. Gordon Childe, Il progresso nel mondo antico, p. 291.
  89. D.W. Reece, "The technological weakness of the Ancient World", G.&R., 1969, pp. 32-47.
  90. Kiechle, Sklavenarbeit u. techn. Fortschr., pp. 170ff.
  91. Cfr. K. Bücher, Die Entstehung der Volkswirtschaft, Berlino, 1922, pp. 98ff.
  92. P. M. Schuhl, Machinisme et Philosophie, Parigi, 1947; si veda anche il suo "Perché l'antichità non ha conosciuto il ‘macchinismo’", De Homine, 2-3, 1962, ora anche in Koyré, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Torino, 1967, pp. 115-134.
  93. Marx, The Capital, I, 4, Capp. 12-13.
  94. P.M. Schul, Machinisme et philos., xii-xiii, p. 44 e passim.
  95. Koyré, Dal mondo del pressappoco, pp. 49-61; 81-115.
  96. V. De Magalhaes-Vilhena, "Progrès technique et blocage social dans la cité ant.", p. 117; L.A. Moritz, Grain-Mills and Flour in Classical Antiquity, Oxford, 1958.
  97. M. Bloch, "Avènement et conquête du moulin à eau", Annales d'Hist. econ. et soc., 1935, pp. 545ff.
  98. L. Sprague Du Camp, Die Ingenieure der Antike, Leipzig, 1964.
  99. Cfr. spec. Bernardi, "The Economic problems", p. 116, nota 16.
  100. P. Vilar, Sviluppo economico, p. 204.
  101. F. Oertel, CAH X, 1, p. 493.
  102. F. Oertel, CAH X, 1, p. 493.
  103. M. Cary, JRS, 1923, pp. 110ff.
  104. Rostovtzeff, SEHRE, pp. 403ff.
  105. Sulla dottrina di Toynbee del proletariato interno ed esterno, e le sue applicazioni in storia antica, cfr. J. Vogt, Saeculum, 1959, pp. 1ff.
  106. Rostovtzeff, "The economic decay", pp. 197ff.
  107. L. Edelstein, Journal of Hist. of Ideas, 1952, pp. 573ff.
  108. M.I. Finley, "Techn. Innovations", p. 43.
  109. E. Ciccotti, Il tramonto della schiavitù nel mondo antico, Torino, 1899.
  110. Si vedano i saggi in M.I. Finley, Slavery in Class. Antiquity, spec. M. Bloch.
  111. E. Ciccotti, Il tramonto, pp. 301ff.
  112. Si veda l'interessante scritto di P. Veyne, "Vie de Trimalcion", pp. 213-247.
  113. Si vedano le appendici in A. Garzetti, L'impero romano da Tiberio agli Antonini, Bologna, 1960, pp. 596ff.
  114. Si veda spec. J. Carcopino, "Un retour à l'impérialisme romain: l'or des Daces", Points de vue sur l'impérialisme romain, Parigi, 1934, pp. 73-86.