Cambiamento e transizione nell'Impero Romano/Capitolo II

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Solidus Valentinian II trier RIC 090a.jpg
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"D N VALENTINIANVS IVN P F AVG — VICTOR-IA AVGG T-R COM"
Solido AV con l'effigie di Valentiniano II (371–392); il rovescio mostra Valentiniano e Teodosio I seduti di fronte, entrambi nimbati, con un globo tra loro; dietro e in mezzo a loro la Vittoria, in piedi con le ali spiegate, una piccola palma nel mezzo

La struttura economica imperiale[modifica]

Se la storia è per natura chiamata, come affermava Fernand Braudel in un noto articolo,[1] "a sottolinearne la durata, tutti quei movimenti nel cui ambito si può decomporre",[2] allora la "lunga durata" di sicuro appare, anche secondo la mia prospettiva, la line di ricerca più utile per un'indagine sulle strutture che superano le ristrettezze dell'tempo immediato, dell'evento. La "longue dureé", anche per gli storici, è il tempo della strutture; è proprio la struttura, che può spiegare la realtà storica della trasformazione, i lunghi movimenti attraverso cui passa il tempo delle società viventi e organizzate, tempo sacro e solenne; il tempo della storia. La storia tradizionale, quella che all'inizio del secolo scorso François Simiand[3] – tra i primi dopo Paul Lacombe – chiamò "historie événementielle", con una formula dopo largamente usata,[4] è senza dubbio più attenta al tempo breve, all'individuo, all'evento nella sua singolarità ed irripetibilità; e ormai ci siamo abituati alla sua narrazione emotiva, drammatica e di breve durata. In essa il concetto di catastrofe storica trova la sua sistemazione elettiva — da essa si genera la "crisi", almeno nel senso usato per la storia del III secolo. Tale storia è drammatica nel suo disfacimento, nella sequenza di eventi che offre con un sapore di unicità.[5]

Tuttavia, l'opposizione è fittizia, a guardar più attentamente: infatti, questa storia acquisisce senso e significato solo nel contesto di una storia strutturale, la storia dei tempi lunghi, della "longue durée"; in essenza, una incorpora l'altra, pulsando con il grande respiro della vita e della natura. In essa dominano, invece degli eventi, le strutture, questo termine ambiguo e complesso[6] in cui osservatori sociali vedono un'"organizzazione", una "coerenza", dei rapporti specifici tra realtà e masse sociali, ma che per gli storici – usando nuovamente le parole evocative di Braudel – "è indubbiamente assemblage, architettura, purtuttavia una realtà che il tempo non riesce ad usare e che canalizza molto lentamente".[7] Tra queste realtà storiche, alcune si dissolvono alquanto velocemente; ma, più spesso, nel corso della loro lunga vita diventano gli elementi stabili di innumerevoli generazioni: occupano la storia, l'attraversano, dominano il suo progresso. Sono quelle che lo storico analizza veramente in quel temps révolu che è l'oggetto della sua ricerca, anche quando pensa o pretende di esaminare l'evento, anche quando pensa che sta cedendo alla magia evocativa del "documento", ricostruendo il passato attraverso una sequenza di fatti quasi auto-ordinatisi, per ricostruire l'unità del reale. Tuttavia, in effetti, le strutture sono sia ostacoli che supporti di questo tempo del reale, del passato: ostacoli molto duri, a volte impossibili, da superare (posizioni geografiche, certi fatti biologici, certi limiti di produzione — "anche schemi mentali sono ingabbiature durature", dice Braudel)[8]; supporti, perché in loro si articola e sviluppa, fuori dalla causalità, la folla di eventi e individui; perché nella longue durée, nei grandi cicli che determinano il movimento lento e regolare delle civiltà, uno può percepire le trasformazioni reali di una società, le sue fasi di cambiamento, il pulsare lento e regolare della sua vita più intima.

Allora, la storia delle strutture studia i "modelli"[9] che costituiscono i nuovi strumenti di conoscenza ed indagine, che mirano a superare l'aridità, diciamo anche la "estraneità" dei dati empirici, in un tentativo di spiegazione "scientifica"?[10] In cui si ottiene la sintesi di diacroniscmo e sincronismo, che vivifica e muove il processo storico? In cui si realizza, come asserisce giustamente Witold Kula, la dialettica di struttura e sovrastruttura, in cui ogni marxista riconosce lo strumento privilegiato dell'indagine?[11] A questo punto lo storico del mondo antico inciampa nella prima difficoltà del suo mestiere — ogniqualvolta vuole liberarsi delle restrizioni della histoire événementielle: la mancanza di documentazione continuativa che costituirebbe una serie omogenea valida a verificare i modelli di spiegazione da lui eventualmente proposti; si prova una profonda mortificazione nel sentirsi quasi rifiutato davasto campo delle "scienze sociali", dalle metodologie e innovazioni di una scienza che produce risultati rimarchevoli in altre aree. Cosa può fare lo storico moderno? Forse dichiarare, come fece A.H.M. Jones con chiarezza e concisione, che il problema principale della storia economica antica è che non esistono statistiche antiche; e tentare essenzialmente, come lui fece, un'esposizione descrittiva delle istituzioni economiche e giuridiche, con una sorprendente conoscenza delle fonti letterarie e papirologiche?[12] O lo storico, senza preoccuparsi troppo della teoria, ma mantenendosi ai "fatti" (tuttavia, in realtà, adottando criteri interpretativi per il periodo economico specifico al massimo prekeynesiani), scrivere solide opere di storia economica e sociale, in cui la ricerca descrittiva, intesa come storia, prevale sulla teoria, intesa come astrazione?

Nella ricerca storica, la consapevolezza teorica è tanto necessaria quanto la verifica critica dei dati (la "critique", come direbbe Louis Robert): l'uno acquisisce significato dall'altro, proprio come il primo è motivato dal secondo.[13] Se lo storico viene in qualche modo limitato dalla sua documentazione, egli ha comunque la possibilità, quasi l'obbligo, di provare "modelli" generati da altri settori e di non presupporre come prevalente l'analisi quantitativa dei dati: specialmente quando tratta periodi in cui la vécu historique ha le sue turbolenze, durante le epoche di trasformazione sociale. Altrimenti uno potrebbe finire col chiedersi domande come quelle di un illustre studioso recente: "La difficoltà maggiore incontrata nell'esame della crisi del III secolo consiste nello stabilire esattamente ciò che stiamo tentando di analizzare. In altre parole, cosa è successo? Che sorta di cambiamenti avvennero?..."[14] E questo è ben giustificato per quanto riguarda le perplessità e i dubbi, ma trova il suo limite teorico nella definizione preliminare di "crisi" che vien data a questo "passato" storico.

Lo storico deve allora rinunciare alla storia strutturale, all'analisi della longue durée? Si deve limitare a quell'empirismo che accumula fatti su fatti, senza pretese di teorie esplicative?[15] O deve dichiarare insieme a Paul Veyne,[16] in un articolo di cui condivido le premesse e gran parte del suo sviluppo, ma non le sue conclusioni, che la storia, descrizione del passato "vissuto", non può mai raggiungere una formalizzazione concettuale, e attingere alla scienza, ma rimane pur sempre un'arte, una sintesi provvisoria, un "compromis", in cui vengono alla ribalta le sue due componenti più preziose, l’esprit théorique e l’esprit critique? E che un giorno si potrebbero separare nuovamente, quando tale "compromis" da cui la storia fu possibile come un "grand genre" da Voltaire in poi – insieme a tutto il XIX secolo – sarà esaurito?[17]

Forse il marxista potrebbe essere meno disperato circa il futuro della storia. La dialettica di sovrastruttura e struttura, che è coessenzialeè al concetto storico marxista, potrebbe ripetergli la dialettica del tempo "breve" della storia événementielle, e della "longue durée" della storia "strutturale".[18] In effetti sul fondamento di queste dialettiche ho tentato, nel primo capitolo di questa ricerca, una breve analisi delle posizioni teoriche — che implicavano l'interpretazione del III secolo come epoca o di "decadenza", o di "crisi"; e ho tentato di indicare la sostanza "ideologica" di queste interpretazioni, sia negli antichi che nei moderni. A questo punto, è necessario analizzare, entro i limiti dettati dalla documentazione dispnibile, le strutture entro cui si sviluppò il processo trasformativo dalla società "classica", quella ellenistico-romana, alla società Spätantike, e le forze che la iniziarono; un processo che, come ho già affermato e che analizzerò in seguito, non si sviluppò – quindi non può essere compreso – ad un livello di storia événementielle, ma solo nell'ambito del tempo esteso, "longue", delle strutture. La storia reale, "strutturata", del III secolo apparirà quindi come un processo di "destrutturazione" per una società in cui le forze produttive entrano in opposizione contro i rapporti produttivi esistenti, e contro le forme giuridiche che le distinguono, sconvolgendo quindi la loro base materiale di produzione. Allo stesso tempo apparirà come un'epoca in cui sorgono nuove forze produttive e si riformano nuove associazioni di produzione, ristrutturandosi in un nuovo modus produttivo non più antico ma, secondo la definizione ampiamente accettata, "feudale".[19]

Dalla complessa opera storiografica di Theodor Mommsen sulla storia imperiale romana, alcuni studiosi hanno estratto essenzialmente la credenza che la storia dell'Impero, particolarmente da un punto di vista economico e sociale, sia la storia delle province.[20] Questa è la communis opinio; e, in quanto tale, contenga delle verità. Tuttavia la cosa appare alquanto problematica, se uno considera dall'interno la prospettiva che Mommsen aveva della storia imperiale romana. Le province dell'Impero Romano (1895 – vol. 5 della Storia di Roma) è indubbiamente un capolavoro di storiografia positivista; ma è anche vero che l'apparato concettuale sul quale si basa, le premesse teoriche da cui inizia, sono sostanzialmente deboli.[21] Nel suo famoso quinto volume di Römische Geschichte, il grande storico del XIX secolo descrive il grandioso processo di penetrazione e vittoria delle strutture politiche e amministrative di Roma sulle regioni del mondo antico; esamina, usando la documentazione letteraria, epigrafica e archeologica più vasta possibile, sulle istituzioni della civiltà romana, in mondi diversi e culturalmente eterogenei; alla fine prova come le province rimpiazzarono, quale forza vitale, la decadenza dell’Urbs e dell'Italia — ma non può, o non desidera, spiegare il processo di "decadenza" ancor più grandioso e tragico o la trasformazione di questa civiltà e di queste istituzioni, la dissoluzione del rimarchevole edificio politico e amministrativo che egli ha scandagliato in tutte le sue parti più remote; Mommsen non scrisse mai, come tutti sanno, il quarto volume della sua Storia, quella storia dell'Impero che avrebbe dovuto rispondere a tali domande complesse.[22]

In realtà, la storia dell'Impero non è la storia delle province, almeno non nel senso prospettato da Mommsen; ora possiamo spiegare, insieme alle motivazioni pricologiche interiori dello studioso,[23] le ragioni del suo rifiuto.[24] La storia dell'Impero è la storia di un organismo unitario, di un tutto altamente strutturato, sia economicamente che socialmente in trasformazione continua; vive tramite una dialettica costante tra governo centrale e realtà provinciale; tra classi dirigenti, educate o assimilate alla cultura ellenistico-romana, e le forze produttive, cioè, il proletariato urbano e rurale vincolato dai suoi schemi culturali; infine, tra la sovrastruttura ideologica proposta dal Dominans, e la struttura economica basilare presentata dalle province. In questo senso, la storia "interna" degli imperatori e della classe dirigente è inseparabile dalla storia "esterna" delle province e delle forze produttive. Possono accavallarsi, come in effetti accadde a Rostovtzeff; ma non possono essere trattate in isolamento.[25] È la storia di un divenire costante, della destrutturazione della società classica e la ristrutturazione di quella nuova.

L’imperium romanum, allora, è un organismo unitario, tuttavia altamente "strutturato", la cui storia socio-economica "reale" si articola come una dialettica continua tra centro e province; tra classe dirigente e realtà provinciali: pertanto, non una "somma" di storie "provinciali". Questo dovrebbe essere l'approccio dello storico che non vuole indugiare sulla storia politica "événementielle" dell'Impero; o sulla descrizione, che è anche storia, ma, bisogna ricordare, quasi sempre della sovrastruttura. Ciò è specialmente valido per lo studioso della trasformazione dell'impero "ellenistico-romano" in impero "tardo-antico": lo studioso deve trattare sia la dissoluzione delle sovrastrutture, sia, soprattutto, la trasformazione delle strutture. Su tale trasformazione egli condurrà la sua ricerca, mantenendo sempre in mente la permanenza delle strutture nel tempo e nello spazio; senza trascurare, naturalmente, come questo processo possa apparire più o meno precoce e con caratteristiche peculiari a seconda delle province e regioni, sollecitato da condizioni storico-ambientali e geopolitiche molto differenti: un concreto intreccio analitico di prospettive locali che potrebbero essere momentaneamente trascurate – ma non ignorate – per concentrare l'attenzione su problemi più generali. Per tali ragioni, prima di cominciare l'analisi degli eventi economici e sociali del III secolo, tenterò di presentare alcune caratteristiche essenziali della struttura socio-economica imperiale, come si sviluppò nel suo complesso, cominciando dagli anni cruciali del Principato di Augusto.[26]


[...]

Note[modifica]

  1. F. Braudel, "Histoire et sciences sociales: la longue durée", Annales ESC, 1958, pp. 725-753. Sul dibattito originatosi con questo articolo di Braudel, oltre alla risposta di W.W. Rostow, ibid., 1959, pp. 710-718, si veda anche J. Le Goff, La Civilisation de l'Occident mediéval, Parigi, 1964, "Introduction". Sulla lunga discussione di "historie historisante" o "événementielle", cfr. l'opera di Lacombe, De l'historie considérée comme science, Parigi, 1894. Si veda inoltre F. Braudel, "Storia e Sociologia", in G. Gurvitch, cur., Trattato di Sociologia, Milano, 1967, I, pp. 122, 144.
  2. F. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 751.
  3. F. Simiand, "Methode historique et science sociale", Revue de Synthèse historique, 1903, pp. 1-22.
  4. H. Berr la definì "histoire historisante" nel suo noto prologo-programma della Revue de Synthèse, 1900.
  5. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 727. Poi afferma che "l'événement est explosif, ‘nouvelle sonnante’, comme l'on disait au XVIe siècle. De sa fumée abusive, il emplit la coscience des contemporaines, mais il ne dure guère, a peine voit-on sa flamme" (p. 728).
  6. Il termine è al centro di una lunga lista di opere che ne cercano la definizione precisae l'analisi semantica; la letteratura francese su questo argomento è alquanto proligica, int. al., H. Febvre nella sua Prefazione a H. e P. Chanu, Séville et L'Atlantique, I, Parigi, 1962, XI, p. 195; J. Piaget, Le structuralisme, Parigi, 1968 e la sua vasta bibliografia. Per le sue relazioni col Marxismo, si veda il numero speciale di Annales dedicato a questo tema [Annales ESC, 3-4, 1971].
  7. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 731.
  8. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 731. Non c'è bisogna di ribadire che questo aspetto del problema è centrale per la Scuola di Annales, dall'opera di Febrvre a M. Bloch e il suo Rois thaumathurges, a Cadres de la mémoire di M. Halbwachs, a Gaston Bachelard, Dialectique de la durée, per non citare i leader della Scuola stessa.
  9. F. Braudel, "Storia e sociologia", p. 137; "Histoire et sciences sociales" cit., pp 740segg.; cfr. anche Braudel, "Les métaux monétaires et l'économie de XVI siecle", XI Congr. Int. Sc. St., Roma, 1955, IV, pp. 233-364; C. Lévi-Strauss, Bull. Int. Sc. Soc., UNESCO VI, n. 4. Per una discussione più pertinente alla prospettiva economic, cfr. W. Kula, "Historie et économie: la longue durée", pp. 294-312.
  10. W. Kula, "Historie et économie", pp. 300, 301 segg.
  11. Kula, "Historie et économie", pp. 303, 305.
  12. A.H.M. Jones, Ancient Economic History, Londra, 1948, 1. Il metodo di Jones viene esemplificato in tre volumi del suo Later Roman Empire; su economisti e teorici moderni e la loro prospettiva del problema, cfr. N. Georgesco-Roegen, Analytical Economics, Cambridge, 1966.
  13. Indispensabile Tenney Frank, Economic Survey e Rostovtzeff, Economic History. A parte Il Capitale, importante anche Knut Wicksell, Lectures on Political Economy, Londra, 1934.
  14. Non c'è bisogno di citare lo studioso, quanto la debolezza teorica sostanziale delle sue e simili posizioni.
  15. Si veda F. Mauro, "Théorie économique et historie économique", recherches et dialogues philosoph. et économiques, IV, Parigi, 1959, pp. 45-75.
  16. Paul Veyne, "Panem et Circenses: l'évergetisme devant les sciences humaines", Annales ESC, 1969, pp. 785-825.
  17. Ibid., pp. 824-825.
  18. P.Vilar, Sviluppo economico e analisi storica, Bari, 1970, pp. 172 segg. (partic. pp. 200segg.)
  19. K. Marx, Formen, die der kapitalistischen Produktion vergehen; K. Marx-F. Engels, The German Ideology, 1938.
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