Cambiamento e transizione nell'Impero Romano/Capitolo II

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"D N VALENTINIANVS IVN P F AVG — VICTOR-IA AVGG T-R COM"
Solido AV con l'effigie di Valentiniano II (371–392); il rovescio mostra Valentiniano e Teodosio I seduti di fronte, entrambi nimbati, con un globo tra loro; dietro e in mezzo a loro la Vittoria, in piedi con le ali spiegate, una piccola palma nel mezzo

La struttura economica imperiale[modifica]

Se la storia è per natura chiamata, come affermava Fernand Braudel in un noto articolo,[1] "a sottolinearne la durata, tutti quei movimenti nel cui ambito si può decomporre",[2] allora la "lunga durata" di sicuro appare, anche secondo la mia prospettiva, la line di ricerca più utile per un'indagine sulle strutture che superano le ristrettezze dell'tempo immediato, dell'evento. La "longue dureé", anche per gli storici, è il tempo della strutture; è proprio la struttura, che può spiegare la realtà storica della trasformazione, i lunghi movimenti attraverso cui passa il tempo delle società viventi e organizzate, tempo sacro e solenne; il tempo della storia. La storia tradizionale, quella che all'inizio del secolo scorso François Simiand[3] – tra i primi dopo Paul Lacombe – chiamò "historie événementielle", con una formula dopo largamente usata,[4] è senza dubbio più attenta al tempo breve, all'individuo, all'evento nella sua singolarità ed irripetibilità; e ormai ci siamo abituati alla sua narrazione emotiva, drammatica e di breve durata. In essa il concetto di catastrofe storica trova la sua sistemazione elettiva — da essa si genera la "crisi", almeno nel senso usato per la storia del III secolo. Tale storia è drammatica nel suo disfacimento, nella sequenza di eventi che offre con un sapore di unicità.[5]

Tuttavia, l'opposizione è fittizia, a guardar più attentamente: infatti, questa storia acquisisce senso e significato solo nel contesto di una storia strutturale, la storia dei tempi lunghi, della "longue durée"; in essenza, una incorpora l'altra, pulsando con il grande respiro della vita e della natura. In essa dominano, invece degli eventi, le strutture, questo termine ambiguo e complesso[6] in cui osservatori sociali vedono un'"organizzazione", una "coerenza", dei rapporti specifici tra realtà e masse sociali, ma che per gli storici – usando nuovamente le parole evocative di Braudel – "è indubbiamente assemblage, architettura, purtuttavia una realtà che il tempo non riesce ad usare e che canalizza molto lentamente".[7] Tra queste realtà storiche, alcune si dissolvono alquanto velocemente; ma, più spesso, nel corso della loro lunga vita diventano gli elementi stabili di innumerevoli generazioni: occupano la storia, l'attraversano, dominano il suo progresso. Sono quelle che lo storico analizza veramente in quel temps révolu che è l'oggetto della sua ricerca, anche quando pensa o pretende di esaminare l'evento, anche quando pensa che sta cedendo alla magia evocativa del "documento", ricostruendo il passato attraverso una sequenza di fatti quasi auto-ordinatisi, per ricostruire l'unità del reale. Tuttavia, in effetti, le strutture sono sia ostacoli che supporti di questo tempo del reale, del passato: ostacoli molto duri, a volte impossibili, da superare (posizioni geografiche, certi fatti biologici, certi limiti di produzione — "anche schemi mentali sono ingabbiature durature", dice Braudel)[8]; supporti, perché in loro si articola e sviluppa, fuori dalla causalità, la folla di eventi e individui; perché nella longue durée, nei grandi cicli che determinano il movimento lento e regolare delle civiltà, uno può percepire le trasformazioni reali di una società, le sue fasi di cambiamento, il pulsare lento e regolare della sua vita più intima.

Allora, la storia delle strutture studia i "modelli"[9] che costituiscono i nuovi strumenti di conoscenza ed indagine, che mirano a superare l'aridità, diciamo anche la "estraneità" dei dati empirici, in un tentativo di spiegazione "scientifica"?[10] In cui si ottiene la sintesi di diacroniscmo e sincronismo, che vivifica e muove il processo storico? In cui si realizza, come asserisce giustamente Witold Kula, la dialettica di struttura e sovrastruttura, in cui ogni marxista riconosce lo strumento privilegiato dell'indagine?[11] A questo punto lo storico del mondo antico inciampa nella prima difficoltà del suo mestiere — ogniqualvolta vuole liberarsi delle restrizioni della histoire événementielle: la mancanza di documentazione continuativa che costituirebbe una serie omogenea valida a verificare i modelli di spiegazione da lui eventualmente proposti; si prova una profonda mortificazione nel sentirsi quasi rifiutato davasto campo delle "scienze sociali", dalle metodologie e innovazioni di una scienza che produce risultati rimarchevoli in altre aree. Cosa può fare lo storico moderno? Forse dichiarare, come fece A.H.M. Jones con chiarezza e concisione, che il problema principale della storia economica antica è che non esistono statistiche antiche; e tentare essenzialmente, come lui fece, un'esposizione descrittiva delle istituzioni economiche e giuridiche, con una sorprendente conoscenza delle fonti letterarie e papirologiche?[12] O lo storico, senza preoccuparsi troppo della teoria, ma mantenendosi ai "fatti" (tuttavia, in realtà, adottando criteri interpretativi per il periodo economico specifico al massimo prekeynesiani), scrivere solide opere di storia economica e sociale, in cui la ricerca descrittiva, intesa come storia, prevale sulla teoria, intesa come astrazione?

Nella ricerca storica, la consapevolezza teorica è tanto necessaria quanto la verifica critica dei dati (la "critique", come direbbe Louis Robert): l'uno acquisisce significato dall'altro, proprio come il primo è motivato dal secondo.[13] Se lo storico viene in qualche modo limitato dalla sua documentazione, egli ha comunque la possibilità, quasi l'obbligo, di provare "modelli" generati da altri settori e di non presupporre come prevalente l'analisi quantitativa dei dati: specialmente quando tratta periodi in cui la vécu historique ha le sue turbolenze, durante le epoche di trasformazione sociale. Altrimenti uno potrebbe finire col chiedersi domande come quelle di un illustre studioso recente: "La difficoltà maggiore incontrata nell'esame della crisi del III secolo consiste nello stabilire esattamente ciò che stiamo tentando di analizzare. In altre parole, cosa è successo? Che sorta di cambiamenti avvennero?..."[14] E questo è ben giustificato per quanto riguarda le perplessità e i dubbi, ma trova il suo limite teorico nella definizione preliminare di "crisi" che vien data a questo "passato" storico.

Lo storico deve allora rinunciare alla storia strutturale, all'analisi della longue durée? Si deve limitare a quell'empirismo che accumula fatti su fatti, senza pretese di teorie esplicative?[15] O deve dichiarare insieme a Paul Veyne,[16] in un articolo di cui condivido le premesse e gran parte del suo sviluppo, ma non le sue conclusioni, che la storia, descrizione del passato "vissuto", non può mai raggiungere una formalizzazione concettuale, e attingere alla scienza, ma rimane pur sempre un'arte, una sintesi provvisoria, un "compromis", in cui vengono alla ribalta le sue due componenti più preziose, l’esprit théorique e l’esprit critique? E che un giorno si potrebbero separare nuovamente, quando tale "compromis" da cui la storia fu possibile come un "grand genre" da Voltaire in poi – insieme a tutto il XIX secolo – sarà esaurito?[17]

Forse il marxista potrebbe essere meno disperato circa il futuro della storia. La dialettica di sovrastruttura e struttura, che è coessenzialeè al concetto storico marxista, potrebbe ripetergli la dialettica del tempo "breve" della storia événementielle, e della "longue durée" della storia "strutturale".[18] In effetti sul fondamento di queste dialettiche ho tentato, nel primo capitolo di questa ricerca, una breve analisi delle posizioni teoriche — che implicavano l'interpretazione del III secolo come epoca o di "decadenza", o di "crisi"; e ho tentato di indicare la sostanza "ideologica" di queste interpretazioni, sia negli antichi che nei moderni. A questo punto, è necessario analizzare, entro i limiti dettati dalla documentazione dispnibile, le strutture entro cui si sviluppò il processo trasformativo dalla società "classica", quella ellenistico-romana, alla società Spätantike, e le forze che la iniziarono; un processo che, come ho già affermato e che analizzerò in seguito, non si sviluppò – quindi non può essere compreso – ad un livello di storia événementielle, ma solo nell'ambito del tempo esteso, "longue", delle strutture. La storia reale, "strutturata", del III secolo apparirà quindi come un processo di "destrutturazione" per una società in cui le forze produttive entrano in opposizione contro i rapporti produttivi esistenti, e contro le forme giuridiche che le distinguono, sconvolgendo quindi la loro base materiale di produzione. Allo stesso tempo apparirà come un'epoca in cui sorgono nuove forze produttive e si riformano nuove associazioni di produzione, ristrutturandosi in un nuovo modus produttivo non più antico ma, secondo la definizione ampiamente accettata, "feudale".[19]

Dalla complessa opera storiografica di Theodor Mommsen sulla storia imperiale romana, alcuni studiosi hanno estratto essenzialmente la credenza che la storia dell'Impero, particolarmente da un punto di vista economico e sociale, sia la storia delle province.[20] Questa è la communis opinio; e, in quanto tale, contenga delle verità. Tuttavia la cosa appare alquanto problematica, se uno considera dall'interno la prospettiva che Mommsen aveva della storia imperiale romana. Le province dell'Impero Romano (1895 – vol. 5 della Storia di Roma) è indubbiamente un capolavoro di storiografia positivista; ma è anche vero che l'apparato concettuale sul quale si basa, le premesse teoriche da cui inizia, sono sostanzialmente deboli.[21] Nel suo famoso quinto volume di Römische Geschichte, il grande storico del XIX secolo descrive il grandioso processo di penetrazione e vittoria delle strutture politiche e amministrative di Roma sulle regioni del mondo antico; esamina, usando la documentazione letteraria, epigrafica e archeologica più vasta possibile, sulle istituzioni della civiltà romana, in mondi diversi e culturalmente eterogenei; alla fine prova come le province rimpiazzarono, quale forza vitale, la decadenza dell’Urbs e dell'Italia — ma non può, o non desidera, spiegare il processo di "decadenza" ancor più grandioso e tragico o la trasformazione di questa civiltà e di queste istituzioni, la dissoluzione del rimarchevole edificio politico e amministrativo che egli ha scandagliato in tutte le sue parti più remote; Mommsen non scrisse mai, come tutti sanno, il quarto volume della sua Storia, quella storia dell'Impero che avrebbe dovuto rispondere a tali domande complesse.[22]

In realtà, la storia dell'Impero non è la storia delle province, almeno non nel senso prospettato da Mommsen; ora possiamo spiegare, insieme alle motivazioni pricologiche interiori dello studioso,[23] le ragioni del suo rifiuto.[24] La storia dell'Impero è la storia di un organismo unitario, di un tutto altamente strutturato, sia economicamente che socialmente in trasformazione continua; vive tramite una dialettica costante tra governo centrale e realtà provinciale; tra classi dirigenti, educate o assimilate alla cultura ellenistico-romana, e le forze produttive, cioè, il proletariato urbano e rurale vincolato dai suoi schemi culturali; infine, tra la sovrastruttura ideologica proposta dal Dominans, e la struttura economica basilare presentata dalle province. In questo senso, la storia "interna" degli imperatori e della classe dirigente è inseparabile dalla storia "esterna" delle province e delle forze produttive. Possono accavallarsi, come in effetti accadde a Rostovtzeff; ma non possono essere trattate in isolamento.[25] È la storia di un divenire costante, della destrutturazione della società classica e la ristrutturazione di quella nuova.

L’imperium romanum, allora, è un organismo unitario, tuttavia altamente "strutturato", la cui storia socio-economica "reale" si articola come una dialettica continua tra centro e province; tra classe dirigente e realtà provinciali: pertanto, non una "somma" di storie "provinciali". Questo dovrebbe essere l'approccio dello storico che non vuole indugiare sulla storia politica "événementielle" dell'Impero; o sulla descrizione, che è anche storia, ma, bisogna ricordare, quasi sempre della sovrastruttura. Ciò è specialmente valido per lo studioso della trasformazione dell'impero "ellenistico-romano" in impero "tardo-antico": lo studioso deve trattare sia la dissoluzione delle sovrastrutture, sia, soprattutto, la trasformazione delle strutture. Su tale trasformazione egli condurrà la sua ricerca, mantenendo sempre in mente la permanenza delle strutture nel tempo e nello spazio; senza trascurare, naturalmente, come questo processo possa apparire più o meno precoce e con caratteristiche peculiari a seconda delle province e regioni, sollecitato da condizioni storico-ambientali e geopolitiche molto differenti: un concreto intreccio analitico di prospettive locali che potrebbero essere momentaneamente trascurate – ma non ignorate – per concentrare l'attenzione su problemi più generali. Per tali ragioni, prima di cominciare l'analisi degli eventi economici e sociali del III secolo, tenterò di presentare alcune caratteristiche essenziali della struttura socio-economica imperiale, come si sviluppò nel suo complesso, cominciando dagli anni cruciali del Principato di Augusto.[26]

"L'impero, dono al Mediterraneo". Il fatto essenziale, che non sfuggì agli antichi e che è stato giustamente evidenziato dagli studiosi moderni, è che l'Impero Romano in effetti rappresentò un enorme organismo economico,[27] quasi chiuso e praticamente autosufficiente.[28] La Pax Augusta aveva veramente generato un'area economica così vasta e pacificata che mai prima era stata sperimentata dall'uomo. La vasta area intorno al Mediterraneo, che era sempre stata interrelata economicamente, era ora anche un'unità politica. Messe da parte le guerre distruttive tra stati rivali, finite le guerre intestine, sconfitta la pirateria che per un periodo aveva dominato specialmente la parte orientale del Mediterraneo, ora era il tempo ideale per sviluppare scambi economici e culturali in modi molto più ampi. Ora uno potevca proprio essere un "cittadino del mondo"; e realizzare un antico sogno dell'utopia politica greca: eccetto che, ora, il prezzo del cosmopolitismo era la perdita della libertà politiva — ora tutto era Roma, e Roma era tutto. L’imperium romanum, delimitato dall'Oceano a nord e a ovest, dal deserto dell'Africa a sud; dalle terre inospitali dei barbari tedeschi e sarmati ai confini settentrionali; dagli stati feudali dei Parti a Oriente – riuniva intorno al bacino centrale, un Mediterraneo veramente Mare Nostrum, quelle popolazioni che possedevano la più elevata civilizzazione materiale e spirituale mai conosciuta al mondo prima di quel tempo.[29] Gli antichi, o almeno quei rappresentanti delle classi superiori che ne potevano beneficiare, erano consapevoli di questa situazione e ripagavano Roma con il dovuto riconoscimento. Intellettuali come Dione di Prusa e Elio Aristide, che passarono la propria vita durante l'età imperiale più pacifica, celebrarono entusiasticamente, sebbene con enfasi, l'unificazione del mondo civile sotto la pax romana e pubblicizzarono ampiamente i suoi effetti benefici sulla vita economica generale e sul benessere individuale.

« Ora in verità è possibile per un elleno o non elleno, con o senza la sua proprietà, viaggiare ovunque voglia, come se passasse da patria a patria. Né le Porte Cilicie né gli stretti approcci sabbiosi dell'Egitto attraverso il territorio arabo, né montagne inaccessibili, né immensi percorsi di fiumi, né tribù inospitali di barbari che provochino terrore, ma per sicurezza basta essere un cittadino romano, o piuttosto uno di coloro che sono uniti sotto la tua egemonia. »
(Ael. Arist., Ἑις Ρώμην 100K)

Così, con profonda ammirazione ed entusiasmo, il retore Elio Aristide proclamava nella sua famosa Orazione Romana, quale eulogia di Roma, Città del Mondo.[30] Le classi superiori capirono che l'unificazione politica inevitabilmente comportava un'unificazione economica; i vantaggi così generati potevano ben compensare la perdita di libertà politica: a questo scopo gli intellettuali provenienti da queste entusiaste classi romani seppero come dare consigli sensati sul comportamento politico.[31] D'altra parte, il commercio, protetto da un forte governo alquanto tollerante, prosperò e collegò, senza più barriere politiche, una provincia all'altra; il commercio rappresentò quindi, nell'ambito dell'impero, una fattore potente di integrazione civile e culturale. La tranquillità politica, la sicurezza personale e collettiva, produssero una rivitalizzazione generale della vita economica e infine, un notevole e vasto aumento della prosperità.

Si potrebbe tracciare un quadro ancor più ottimistico dell'Impero, nell’Età d'Oro degli Antonini, seguendo le succitate linee, con ulteriori dettagli e sfumature, e con la più vasta erudizione di studiosi della storia economica e sociale dell'impero al suo culmine.[32] Si potrebbe descrivere il grande sviluppo dell'urbanizzazione e della parte occidentale dell'impero, nella Valle del Po, in Gallia, in Spagna, e specialmente in Nord Africa;[33] l'incremento rimarchevole delle strade, orgoglio di molti imperatori (tuttavia non sempre vero), la facilitazione dei trasporti e scambio delle merci, la cura generale della sicurezza e della pace nel commercio marittimo.[34] Inoltre, si potrebbe lodare il miglioramento commerciale e l'imprenditoria delle classi superiori provinciali, la loro ascesa economica e sociale, la loro integrazione progressiva nella classe dirigente romana;[35] la maturazione di una consapevolezza di "coresponsabilità" provinciale;[36] quel fenomeno singolare, ma importante nella vita urbana dell'Impero – specialmente nella parte orientale – di euergetismo e munificenza privata, intesa a rimediare quelle deficienze dello stato antico che più attirano l'attenzione dello storico moderno;[37] si potrebbe veramente ridisegnare, aggiornandolo, quello scenario ricco e grandioso che Rostovtzeff narrò abilmente riguardo all'Impero al suo "culmine"; e si potrebbe quasi dire che tale scenario, da un particolare punto di vista, corrispondesse alla verità. Purtuttavia, propongo di ridefinire le sue componenti da un'altra prospettiva, e secondo un montage differente; proprio perché non voglio correre il rischio, avendo presentato una splendida facciata, di dover servirmi del deus ex machina — la "crisi" del III secolo.

Per evitare un tale rischio, invece di considerare i suoi splendori, uno dovrebbe anche, e specialmente, esaminare le miserie di questa "età d'oro". Non è che studiosi antichi e moderni siano insinceri, anche quando insistono sull'aspetto positivo; piuttosto, sono le premesse ideologiche della loro teoresi storica che deve essere identificata e respinta. In effetti, valutando e apprezzando gli aspetti del nuovo sistema economico stabilito dal Principato, troppo spesso si tende a dimenticare la logica economica basilare che l'ha motivato. Mi soffermerò su questi punti più avanti; ma, in poche parole, tale logica comprese una tendenza verso un'integrazione incoraggiata e sostenuta, in un'unità "strutturata" economicamente, di entità e organismi economici regionali estremamente differenziati. Ma tale tendenza fu contraddetta e vanificata dalla linea fondamentale di economia politica seguita dal governo centrale. Ci fu infatti una contraddizione nella logica del sistema economico dell'impero: da un lato, la costituzione di un'unità economica presuppose, o meglio, richiese un processo di unificazione e razionalizzazione — in altre parole, una qualche sorta di politica di pianificazione economica; dall'altro lato, invece, la teoria economica che era prevalsa e aveva continuato ad informare la politica dell'amministrazione centrale, rispetto agli organi locali economici e amministrativi, dimostrò di rifiutare fermamente questa premessa: cioè, Roma rifiutò di assumere un tale ruolo determinante.

Secondo molti studiosi, la politica economica del gorverno imperiale sarebbe stata ispirata da principi di liberalismo risoluto e libero commercio. La regola cara ai teorici di economia politica del XVIII secolo, la regola "d'oro" del laissez-faire/laissez-passer, sarebbe state consciamente praticata dall'amministrazione romana, almeno per i primi due secoli dell'impero: Roma avrebbe tenuto al minimo qualsiasi intervento autoritario nella transazioni economiche del cittadino privato. Ciò potrebbe essere considerato vero rispetto alla prassi economica, ma non alla teoria economica; in senso stretto, il governo imperiale non ebbe mai una politica economica. Il rifiuto di una qualche seria interfereza statale o pianificazione economica da parte degli organi di governo, non deve essere spiegata sulla base di una teoria laizzez-faire: né l'una né l'altra dottrina può esistere senza il concetto di economia – che greci e romani non avevano – vale a dire, mancavano quegli elementi concettuali che nel complesso costituiscono quello che i moderni interpretano come "economia".[38] Tuttavia, questo apparente comportamento disinteressato non deve creare illusioni sulla vera natura della vita economica dell'impero; ad un osservatore moderno potrebbe apparire come una sorta di giungla selvaggia, in cui operano istinti di abuso brutale e la volontà di concorrenza spietata; e in cui gli impulsi autoregolatori non esistono. Non c'è bisogno di dire che, tutto considerato, l'assenza di una politica è di per sé comunque una politica, quando favorisce le classi sociali egemoniche.

Un atteggiamento di non intervento, quindi; in certi casi, in effetti, certe restrizioni imposte dall'amministrazione repubblicana furono persino annullate.[39] Lo stato emergente dalla restaurazione augustea desiderava apparire del tutto "liberale", praticando un'attenta politica di "non intervento", in modo da rassicurare le classi superiori e ricompensarle per aver abdicato il potere politico. Oggi, un governo viene giudicato fondamentalmente sulla base della sua politica economica; il governo imperiale romano, rinunciando a questa prerogativa, in effetti pagò il saldo della sua cambiale sottoscritta al momento del compromesso da cui derivava. Non fu per mancanza di una teoria, o per mancanza di esempi, che il governo perseguì tale condotta: ogni imperatore, ogni membro della élite romana al potere, fu sempre consapevole degli stati ellenistici e particolarmente dell'Egitto tolemaico, dove il mercantilismo basato su regolamenti e monopoli aveva operato con un certo successo;[40] e che sarebbe stato riadottato, senza esitazione, quando sarebbe cambiata la base sociale del loro potere, in Spätantike. Alcuni storici, analizzando i problemi del lavoro e dei lavoratori nel mondo romano, non hanno mancato di indicare questa "rinuncia" del governo imperiale, affermando che, in generale, si potrebbe affermare che esistano pochissimi esempi nella storia universale di uno stato che prestò così poca attenzione al fenomeno economico e lavorativo di quello romano.[41] Alla fine, questo comportamento risultò nel suo opposto: un interventismo sfrenato da parte dello stato "corporativo" della Tarda Antichità.[42]

Pertanto, sotto l'incentivo dell'impresa privata, si sviluppò la ricostruzione economica della stato romano, il rinnovo del commercio e dell'industria, dopo il turbolento periodo dei "Signori della guerra".[43] Tale politica senza dubbio stimolò l'imprenditorialità personale, l'iniziativa degli operatori economici, e l'attività economica in generale. Tuttavia, non fu proprio l'adempimento dell'età d'oro, dello status rei publicae felicissimus che il "ministero della propaganda" di Augusto stava sbandierando.[44] Heichelheim ha suggerito che Augusto ed i suoi successori, limitando il ruolo dello stato a quello di "guardiano notturno" dell'imprenditore, in realtà avevano cercato di trarre il meglio da un cattivo affare: avendo ereditato un apparato statale sostanzialmente inadequato a svolgere il difficile compito di riorganizzare un impero,[45] avrebbero scelto il minore dei mali, lasciando libere di agire quelle classi su cui erano basate le strutture del nuovo ordine e che avrebbero reagito irosamente a qualsiasi restrizione di privilegi.[46] In effetti, non poteva essere altrimenti, in un'ordinamento statale risultante dalla convergenza delle classi superiori, coalizzate nella paura di una "rivoluzione dal basso" che avrebbe limitato, se non addirittura sradicato, i loro privilegi.[47] Si può quindi capire facilmente l'alacrità economica, sconosciuta fino allora, che la Pax Augusta risvegliò nelle classi superiori urbane, che erano praticamente risultate le vincitrici della "rivoluzione romana". Il nuovo regime si fondava su di loro, fatto per loro e da loro; non c'è ragione per reputare insincero e adulatore l'entusiasmo degli esppnenti più intelligenti, più attivi e dotati di queste classi: era genuino, perché coincideva esattamente con gli interessi di classe rappresentati da tali esponenti — particolarmente dall'Intellighenzia. Sicuramente genuina è la dichiarazione formale di libertà e liberalismo che Plinio il Giovane include per l’Optimus Princeps in quel manifesto pubblico dell'ideologica politica della classe dirigente durante il culmine dell'impero, intitolato Panegyricus.[48]

« 3 Nonne cernere datur, ut sine ullius iniuria omnis usibus nostris annus exuberet? Quippe non ut ex hostico raptae perituraeque in horreis messes nequiquam quiritantibus sociis auferuntur. 4 Devehunt ipsi, quod terra genuit, quod sidus aluit, quod annus tulit, nec novis, indictionibus pressi ad vetera tributa deficiunt. 5 Emit fiscus, quidquid videtur emere. Inde copiae, inde annona, de qua inter licentem vendentemque conveniat, inde hic satietas nec fames usquam. »
(Plinio, Paneg., 29, 3-5)

Lo stesso tono viene usato da altri rappresentanti delle classi superiori della società imperiale. Da Velleio Patercolo a Plutarco, da Epitteto lo schiavo-filosofo alla corte imperiale, a Elio Aristide, da Appiano ad Arriano di Nicomedia, la glorificazione della Pax Romana si collega alla tranquillità delle attività industriali e commerciali la lode della libertas è spesso vincolata alla mancanza di restrizioni nella libertà personale, nella impresa privata.[49] Libertas, come studiosi tipo Starr o Chaim Wirszubski hanno spiegato, è cosa ben differente dalla libertà politica repubblicana:[50] può significare libertà privata, come anche giustizia sociale; ma tale giustizia non deve essere interpretata nel senso moderno di uguaglianza di diritti politici, della libertà politica individuale rispetto allo stato.[51] La vera libertà, vera demokratia, secondo Aristide e gli altri ideologi del Principato, consisteva nel fatto che ogni classe "doveva" mantenere il proprio posto; e che ciascuno doveva mantenere i propri privilegi[52] — fatto che naturalmente era valido solo per le classi superiori, gli honestiores, a scapito degli humiliores. In altre parole, la libertà era concepita come liberalismo, e poteva ben essere d'accordo con quella autocrazia reale che era il Principato.

Pertanto, nella "democrazia perfetta dell'Impero Romano" (Starr), l'individualismo rappresentava il motore primo dell'azione economica. Il principio supremo, quindi, era quello dell'impresa privata; che ovviamente favoriva le classi superiori, detentori sia di beni immobili e di capitale mobile. In questo rispetto, alcuni studiosi hanno tentato di negare l'esistenza di un "capitale di mercato" nell'Antichità, e anche nel mondo romano. Tale tesi sembra alquanto esagerata — o perlomeno valida solo per l'età pi archaica, sia greca che romana. In realtà, esisteva veramente, in alcuni periodi dell'Antichità, un mercato mondiale — forse uno dovrebbe dire piuttosto, con Eric Roll, un complesso di "mercati contigui", integrati da relazioni commerciali col complesso delle nazioni conosciute. Nel mondo greco è evidente che, già nei secoli V e IV p.e.v., lo sviluppo dei prestiti bancari e marittimi doveva essere messo in relazione all'esistenza del capitale mercantile. La creazione di un mercato mondiale era forse il risultato più importante delle imprese di Alessandro. Durante il periodo ellenistico, il vasto commercio si diffuse ancor di più con la scoperta della carne ovina, che permise relazioni regolarfi con l'India, e con la moltiplicazione delle banche e delle loro rispettive transazioni (Bogaert). Nella tarda Roma Repubblicana si può constatare l'importanza determinante della banca e delle società. Nell impero, nella Gallia per esempio, le società – nel senso tecnico della parola (cioè collegia) – fioriscono: spedizionieri, vettori, nautae, navicularii, ecc. Tutti questi avvenimenti non possono essere compresi se non nel contesto di un "capitalismo mercantile", che deteriorerà, specialmente in Occidente e cambiando in una fase successiva, durante la Tarda Antichità.[53] Rostovtzeff in effetti esaminò questo fenomeno, con la sua dottrina della burgeoisie capitalista. Sarebbe antistorico contestare i reali vantaggi acquisiti dall'impero in generale; ma sarebbe troppo facile credere che questa fosse l'unica faccia della moneta: sfortunatamente, la prospettiva degli studiosi della storia economica antica, e di Rostovtzeff in particolare, è sempre stata di questo genere. Ho già menzionato il rifiorire della vita economica. Infatti, nell'ambito della comunità economica mediterranea furono ristabilite intense reti di relazioni commerciali, ed iniziarono ad avvenire scambi commerciali tra regioni precedentemente lasciate reciprocamente impenetrabili. L'enorme area economica rappresentata dall'impero mediterraneo stava diventando "strutturata"; nel senso che, entro di essa, venivano stabilite relazioni di interdipendenza, tra le varie entità economiche regionali. Quelle regioni che producevano materiali grezzi erano collegate con le regioni che sviluppavano la manifattura e raffinavano tali materiali. L'impero era colmo di raggruppamenti di operatori economici che, mentre si aspettavano e richiedevano protezione e sicurezza dal governo centrale, nelle loro operazioni commerciali, applicavano indisturbati la legge economica del massimo profitto.

Senza dubbio, avvenne un notevole miglioramento delle condizioni generali di vita e un aumento di benessere materiale, tra le popolazioni di questo esteso imperium. Ci fu anche un percepibile aumento in ricchezza e proprietà, almeno nei primi due secoli. Ciò deve essere sicuramente considerato un fatto positivo; ma ci fu anche l'altra faccia della moneta. Normalmente, e bisogna ammetterlo, questa prosperità beneficiò in maniera maggiore una certa parte della popolazione nell'impero. Come dimostrerò meglio in seguito, la nuova situazione politica – e la relativa politica econimica – favorì quelle classi che erano emerse vittoriose dalla restaurazione augustea: in sostanza, gli ordini senatoriale ed equestre, e l'esercito fu posto come salvaguardia del nuovo ordine. Queste classi vivevano principalmente sul reddito fondiario, parassiticamente; oppure investivano i propri capitali in iniziative commerciali con alti profitti; vivevano ed operavano nell'ambito di strutture cittadine, che a loro volta profittavano dalla situazione. Per queste classi selezionate, a cui apparteneva anche l'aristocrazia senatoriale che aveva imparato ad investire i rispettivi capitali con scaltrezza, c'erano vantaggi innegabili; d'altra parte, siamo all'oscuro se, e quanto, migliorassero le condizioni delle classi inferiori — quelle classi che continuavano a fornire mano d'opera, senza partecipare in alcun modo nella gestione delle politiche economiche e sociali. Piuttosto, dalla ricerca recente, sembra che esse deteriorarono gradualmente. In un certo modo, le classi inferiori poterono condividere alcuni aspetti esterni di questo benessere; ma furono anche quelle classi che lo pagarono a più caro prezzo.[54] In contrasto, le classi urbane superiori, e il circolo governativo che ne godeva i risultati, prosperarono grandemente, godendo la maggior parte dei benefici provenienti da questa struttura economica. Ciò finché – come si vedrà, già negli ultimi decenni del II secolo – furono messi in crisi dall'affioramento di contraddizioni nell'ambito della produzione con schiavi e da modifiche nei poteri produttivi del sistema stabilito.

Un'economia di struttura imperialistica, in un regime praticamente monopolistico a livelli primitivi di sviluppo economico, quando trova condizioni favorevoli come quelle che esistevano nell'Impero Romano per i primi centocinquanta anni della sua fondazione, mantiene in funzione la sua macchina produttiva anche quando soffre sbilanci strutturali o deficienze. Si può sicuramente dire che, per l'Impero Romano dei primi due secoli, ci fu uno sviluppo economico che fu alquanto tangibile, sebbene limitato a strati specifici della società imperiale; ma non si possono trascurare le deficienze strutturali che l'afflissero. In primo luogo, questa economia favorì inevitabilmente la classi egemoniche, creandosi quindi le conseguenti future lotte di classe. Inoltre, poiché non c'erano disposizioni interne per possibili tentativi interventisti da parte del governo centrale nella dinamica economica – in altre parole, rifiutava qualsiasi proposizione o possibilità di pianificazione – istituzionalizzò la sua mancanza di uniformità economica, precludendo quindi per le proprie azioni tutte le possibilità di uno sviluppo organico e graduale, e lasciando incontrollate le forze interne opposte proprio alla logica economica che lo determinava. Infine, nell'evitare qualsiasi tentativo di razionalizzazione interna, l'economia stava diventando vulnerabile ad ogni crisi causata sia dall'esaurimento di fattori che ne assicuravano la vitalità interna, sia dalle pressioni di forze che attaccavano la sua coesione dall'esterno. Mentre aveva il supporto del proletariato all'interno (e all'esterno, delle economie barbare "sottosviluppate") e della mano d'opera degli schiavi, l'apparato economico dell'impero poteva continuare a progredire; ma quando le forze produttive in concorrenza col sistema produttivo degli schiavi si sviluppò e quindi vennero modificate le relazioni della produzione sociale (i sistemi di proprietà e le connessioni delle classi sociali), l'economia smise di espandersi e perse la sua dinamica. È un dato di fatto che le forze economiche agiscono a lungo termine e, una volta in movimento, sono irreversibili.

L'adozione di una regola liberalistica, basata su una concorrenza spietata e implacabile, e il concomitante rifiuto di qualsiasi intervento statale e pianificazione economica, allora costituirono le caratteristiche fondamentali della vita economica dell'impero, almeno durante il periodo del Principato. Tale comportamento chiaramente dimostrò le carenze della struttura entro la quale operava; ma alla fine aiutò a mantenerle. Il lodato sviluppo economico dell'impero fu, in effetti, contenuto nell'ambito di stretti limiti e incontrò ostacoli insuperabili nella sua base agricola e nell'accumulo di capitale, molto raramente impiegato nella sfera produttiva.[55]

In tale organizzazione economica, la decentralizzazione fu uno sviluppo ovvio e anche uno dei vettori di crescita. Non fu il risultato di forze politiche consapevoli, ma sorse proprio dalla struttura del mercato e la natura del sistema produttivo, che non fu diretto verso operazioni su grande scala perché rimase sempre legato alle piccole e medie imprese, senza mai assumere le proporzioni di un'impresa capitalistica moderna.[56]

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Note[modifica]

  1. F. Braudel, "Histoire et sciences sociales: la longue durée", Annales ESC, 1958, pp. 725-753. Sul dibattito originatosi con questo articolo di Braudel, oltre alla risposta di W.W. Rostow, ibid., 1959, pp. 710-718, si veda anche J. Le Goff, La Civilisation de l'Occident mediéval, Parigi, 1964, "Introduction". Sulla lunga discussione di "historie historisante" o "événementielle", cfr. l'opera di Lacombe, De l'historie considérée comme science, Parigi, 1894. Si veda inoltre F. Braudel, "Storia e Sociologia", in G. Gurvitch, cur., Trattato di Sociologia, Milano, 1967, I, pp. 122, 144.
  2. F. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 751.
  3. F. Simiand, "Methode historique et science sociale", Revue de Synthèse historique, 1903, pp. 1-22.
  4. H. Berr la definì "histoire historisante" nel suo noto prologo-programma della Revue de Synthèse, 1900.
  5. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 727. Poi afferma che "l'événement est explosif, ‘nouvelle sonnante’, comme l'on disait au XVIe siècle. De sa fumée abusive, il emplit la coscience des contemporaines, mais il ne dure guère, a peine voit-on sa flamme" (p. 728).
  6. Il termine è al centro di una lunga lista di opere che ne cercano la definizione precisae l'analisi semantica; la letteratura francese su questo argomento è alquanto proligica, int. al., H. Febvre nella sua Prefazione a H. e P. Chanu, Séville et L'Atlantique, I, Parigi, 1962, XI, p. 195; J. Piaget, Le structuralisme, Parigi, 1968 e la sua vasta bibliografia. Per le sue relazioni col Marxismo, si veda il numero speciale di Annales dedicato a questo tema [Annales ESC, 3-4, 1971].
  7. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 731.
  8. Braudel, "Histoire et sciences sociales", p. 731. Non c'è bisogna di ribadire che questo aspetto del problema è centrale per la Scuola di Annales, dall'opera di Febrvre a M. Bloch e il suo Rois thaumathurges, a Cadres de la mémoire di M. Halbwachs, a Gaston Bachelard, Dialectique de la durée, per non citare i leader della Scuola stessa.
  9. F. Braudel, "Storia e sociologia", p. 137; "Histoire et sciences sociales" cit., pp 740segg.; cfr. anche Braudel, "Les métaux monétaires et l'économie de XVI siecle", XI Congr. Int. Sc. St., Roma, 1955, IV, pp. 233-364; C. Lévi-Strauss, Bull. Int. Sc. Soc., UNESCO VI, n. 4. Per una discussione più pertinente alla prospettiva economic, cfr. W. Kula, "Historie et économie: la longue durée", pp. 294-312.
  10. W. Kula, "Historie et économie", pp. 300, 301 segg.
  11. Kula, "Historie et économie", pp. 303, 305.
  12. A.H.M. Jones, Ancient Economic History, Londra, 1948, 1. Il metodo di Jones viene esemplificato in tre volumi del suo Later Roman Empire; su economisti e teorici moderni e la loro prospettiva del problema, cfr. N. Georgesco-Roegen, Analytical Economics, Cambridge, 1966.
  13. Indispensabile Tenney Frank, Economic Survey e Rostovtzeff, Economic History. A parte Il Capitale, importante anche Knut Wicksell, Lectures on Political Economy, Londra, 1934.
  14. Non c'è bisogno di citare lo studioso, quanto la debolezza teorica sostanziale delle sue e simili posizioni.
  15. Si veda F. Mauro, "Théorie économique et historie économique", recherches et dialogues philosoph. et économiques, IV, Parigi, 1959, pp. 45-75.
  16. Paul Veyne, "Panem et Circenses: l'évergetisme devant les sciences humaines", Annales ESC, 1969, pp. 785-825.
  17. Ibid., pp. 824-825.
  18. P.Vilar, Sviluppo economico e analisi storica, Bari, 1970, pp. 172 segg. (partic. pp. 200segg.)
  19. K. Marx, Formen, die der kapitalistischen Produktion vergehen; K. Marx-F. Engels, The German Ideology, 1938.
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