Chaim Potok e lo scontro culturale/Scelta di Reuven

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Indice del libro
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Giovane ebreo ortodosso a Gerusalemme Est (foto di Christopher Michel, 2010)
La vera felicità consiste non nella moltitudine di amici, ma nel valore e nella scelta."
(Ben Jonson)

The Promise[modifica]

(La scelta di Reuven)

L'uomo in nero[modifica]

The Promise, il secondo romanzo di Potok, si distingue per la giustapposizione del suo compassionevole primo protagonista con forse il più problematico di tutti i suoi personaggi. In The Chosen (ital. Danny l'eletto), il giovane Reuven Malter fa amicizia con il brillante e isolato Danny Saunders e supera una prova sottile e stimolante della sua erudizione e della visione del mondo proposta dal suo insegnante, Rav Gershenson. All'apertura di The Promise, Reuven è nell'ultimo anno dei suoi studi per la semikhah (ordinazione rabbinica) all'Università Hirsch. Una lezione obbligatoria lo porta nell'orbita di Jacob Kalman, un sopravvissuto di Majdanek e stella oscura del mondo accademico ebraico ortodosso che si è recentemente unito alla facoltà della scuola di Brooklyn. Kalman è, su più di un livello, uno studio in bianco e nero. Un uomo basso, compatto, dagli occhi scuri, una pesante barba nera e carnagione pallida, indossa una lunga giacca nera, pantaloni neri ben stirati, un kippah nero e scarpe nere; la sua camicia è bianca e inamidata (105).[1] La camicia e i pantaloni impeccabili, e i loro colori, sono indicativi non solo dello stile sartoriale di Kalman, ma anche del suo approccio allo studio, alla religione e alla vita:

« There was a grimness about him, a wall of stiff, humorless rigidity, an unbending quality of mind that placed everything it came into contact with into immediate and fixed categories of approval or disapproval where I knew they would remain forever. And his criterion of judgment was a rather harsh and inflexible version of Eastern European Orthodox Jewish law, which he applied to everything. »
(The Promise, 322)

La natura rigida di Kalman diventa rapidamente chiara ai suoi studenti, ma la tensione diventa personale quando Kalman scopre le visite di Reuven al seminario non tradizionalista di Zaccaria Frankel. Reuven aiutava suo padre, David Malter, nella ricerca per un libro sul Talmud che doveva scrivere, ma si era anche incontrato in seminario con il professor Abraham Gordon, i cui scritti notoriamente non ortodossi gli avevano portato un cherem (scomunica). "Gordon destroys Yiddishkeit with hisbooks... Such a man is a danger," dice Kalman a Reuven (112). E chiede a Reuven di evitare Gordon e anche l'istituto, dichiarando: "The school is unclean and its books are unclean. My students will not go into their school" (114). Pertanto, lo scontro tra le opinioni radicali dell'insegnante e quelle più liberali dello studente diventa diretto.

La pubblicazione del libro di David Malter, The Making of the Talmud: Studies in Source Criticism, aggrava il conflitto. Kalman fa esporre a Reuven il contesto tecnico dell'opera paterna senza rivelare i suoi piani di attaccare le opinioni di David in un settimanale ortodosso. Non sorprende che Reuven sia infuriato:

« I had never in my life come across a man who was so zealous a guardian of Torah that he did not care whom or how he destroyed in its defense. I had never thought Torah could create so grotesque a human being. (259) »

Alla base dello scontro c'è il fatto che l'approvazione di Kalman è necessaria a Reuven per la sua ordinazione; Reuven si sente costretto a scegliere tra il secolarismo di Gordon e l'ultraortodossia di Kalman. Tuttavia Reuven dimostra, durante i suoi esami orali, che gli strumenti intellettuali dei Malter non precludono un amore per la tradizione ebraica, in tal modo ribaltando la situazione con Kalman e lasciandogli la possibilità di approvare l'ordinazione o di perdere al mondo esterno una mente dedicata e brillante. L'insegnante sceglie la prima alternativa e approva l'ordinazione. "Your father’s method is ice when one sees it on the printed page", Kalman dice più tardi a Reuven. "It is impossible to print one’s love for Torah. But one can hear it in a voice" (340). I due si separano, futuri colleghi accademici e contendenti nella lotta per l'anima ebraica.

Figlio di Giacobbe[modifica]

Reuven è un'ortografia alternativa del nome più familiare (in italiano) Ruben, noto ai lettori della Bibbia come il figlio maggiore del patriarca Giacobbe. Al livello basilare dei nomi, quindi, Potok pone Kalman come una figura paterna per il giovane Malter — ma come? Non letteralmente, ovviamente, e certamente non nel senso emotivo comune. Il rapporto tra Reuven e David Malter in The Chosen e The Promise è costantemente rispettoso, amorevole e proficuo; in una lettura psicoanalitica di questo secondo romanzo, Sanford Sternlicht osserva che, per la coppia padre-figlio, "senza una madre per il conflitto inconscio, Reuven e David hanno una relazione profonda e senza gravi inibizioni".[2] I loro legami emotivi sono evidenti; ciascuno mostra preoccupazione per l'altro quando si verificano malattie o infortuni. (La vista di Reuven è a rischio in The Chosen, e la salute di David è un problema in tutti e due i libri.) David è anche molto sensibile alle difficoltà personali di suo figlio. "Little children little troubles, big children big troubles", dice trovando Reuven imbronciato dopo uno scontro con Kalman. "When my big Reuven is so quiet, there are big troubles. Can I be of help to you, Reuven?" (Promise, 117). Non c'è silenzio tra i due; vanno d'accordo e comunicano bene. E non a caso per i personaggi di Potok, le cui preoccupazioni sono spesso piuttosto cerebrali, la loro affinità intellettuale è una parte importante della loro relazione. David insegna Talmud in un liceo yeshivah a Brooklyn; Reuven studia con suo padre e prevede di entrare nel rabbinato. In effetti, uno dei brani forti di The Chosen descrive Reuven che utilizza i metodi di studio di suo padre per risolvere un problema di interpretazione talmudica; dopo la bravura di Reuven in aula, Rav Gershenson gli dice: "I have been waiting all year to see how good a teacher your father is" (Chosen, 251). Kalman percepisce la stessa influenza intellettuale paterna sull'allievo. "I see you know this method very well, Malter", dice a Reuven dopo che i due hanno discusso parti del libro di David. "Your father has taught you well" (Promise, 166–67). Reuven, quindi, non è alla ricerca di un padre sostitutivo; è alquanto contento di quello che ha.

O no? Verso la fine del libro, mentre Reuven contempla lo scontro tra i due mondi in cui è coinvolto e l'imminente matrimonio di Danny, egli sperimenta un'epifania. "I found myself envious of Danny’s solid-rootedness in his world—and discovered at that moment to my utter astonishment how angry I was at my father for his book and his method of study and the tiny, twilight, in-between life he had carved out for us" — una realizzazione che lascia Reuven "frightened and shaken" (257). Una situazione simile tra Abraham Gordon e suo figlio disturbato, Michael, fornisce una delle storie chiave nella trama del romanzo. A differenza di Michael, tuttavia, Reuven risolve correttamente il suo antagonismo nei confronti del padre. "I would not have hated you that way, abba", dice Reuven al genitore dopo aver descritto uno scontro esplosivo tra i due Gordon, "We would have talked about it" (361). Tuttavia, quando David lo stimola ulteriormente, Reuven esita prima di rispondere, un segno dell'angoscia che il suo genitore gli ha causato inconsapevolmente. Eppure, nonostante la tensione, il legame sotteso tra padre e figlio biologici è forte, non disgregato o spezzato in modo da spingere il giovane alla ricerca di un sostituto.

Tuttavia, un padre può essere definito non solo come uno che "genera" dalle proprie azioni, ma anche come uno che lo fa tramite le reazioni che provoca. David Malter modella Reuven direttamente, nei modi tipici di un padre amorevole e anche come uno che è in sincronia intellettuale col proprio figlio. Jacob Kalman non lo fa — la relazione tra lui e il suo studente certamente non è amorevole, e chiaramente i due non sono affini di cuore o di mente — ma è comunque indirettamente responsabile di come Reuven sarà diventato alla fine del romanzo. "A teacher can change a person’s life", afferma David Malter, ma "only if the person is ready to be changed. A teacher rarely causes such a change, Reuven... More often he can only occasion such a change" (118). Nel suo ruolo di "formatore del carattere", quindi, Kalman può davvero essere considerato il padre di Reuven, o forse il termine appropriato potrebbe essere "anti-padre".

Dover scegliere[modifica]

Come funziona questo stato "parentale"? Innanzitutto, le relazioni familiari (in contrasto con le amicizie) sono notoriamente quelle che non sono state scelte, e ciò certamente descrive il legame tra Reuven e Kalman. Nessuno dei due cerca l'altro. Kalman non è l'insegnante ideale di Reuven; prende la classe di Talmud perché così gli è richiesto. "I wanted no personal relationship with Rav Kalman", pensa Reuven, anche prima che l'atmosfera tra i due diventi davvero tesa (100). Né Reuven è il "figlio" che Kalman avrebbe scelto. Sternlicht suggerisce che Kalman, che secondo le indiscrezioni aveva visto sua moglie e tre figlie uccise dalle SS durante la Seconda Guerra Mondiale (Promise, 105), soffre di "gelosia inconscia di David Malter, il cui figlio geniale vive" mentre le proprie figlie sono morte.[3] Sebbene questa teoria aggiunga un aspetto interessante alla questione padre-figlio, sostanzialmente non viene supportata dal testo; quando Kalman ha nostalgia della sua vita in Europa, per esempio, egli ricorda uno studente particolarmente brillante piuttosto che la sua famiglia (Promise, 293). Tuttavia, Reuven chiaramente non ha un posto così privilegiato nella mente di Kalman. "I am afraid I really do not know what to do with you, Malter", dice. "I have never had such a problem" (168). In The Chosen, Gershenson vede Reuven come una risorsa; in The Promise, Kalman lo vede come un dilemma indesiderato. Questo aspetto di riluttanza emerge anche alla fine del libro. "My sons have conquered me", afferma Kalman (340), citando un detto ebraico mentre spiega a Reuven la sua riluttante decisione di concedergli la semikhah: è stato persuaso dai suoi colleghi e dal suo senso delle necessità della comunità ebraica post-Olocausto (339). Il rapporto, quindi, è metaforicamente quello di "padre-figlio", in parte perché le personalità coinvolte sono un risultato della sorte; come tra parenti consanguinei, i due sono costretti l'uno sull'altro. Purtuttavia, la parte di Kalman nella formazione della psiche di Reuven è direttamente responsabile quale catalizzatore di chiarezza.

Quando lo studente socialmente imbranato Abe Greenfield arriva a una sessione di Talmud impreparato perché ha optato di studiare per un esame finale di matematica, Kalman pubblicamente e brutalmente lo mette sui carboni ardenti per la sua decisione. Le proprie scelte rivelano il proprio carattere, dice il rabbino, non solo al mondo, ma anche a se stessi. "A man must be forced to choose", dice a Greenfield. "It is only when you are forced to choose that you know what is important to you" (147). Tuttavia, questo confronto con Greenfield è solo un round nel gioco fin troppo serio in cui Kalman è impegnato con quelli che lo circondano, incluso Reuven. Kalman vuole spingere gli altri a vedere quello che sono e, a suo avviso, quello che dovrebbero essere. "Do you know yourself, Malter? Where do you stand?" chiede. "Do you stand with true Yiddishkeit, or do you stand perhaps a little bit on the path of Gordon?" (168). Per questo docente profondamente religioso, il primo è chiaramente distinto dal secondo.

Kalman potrebbe facilmente essere visto come un inquisitore di mentalità chiusa, un membro della polizia del pensiero religioso, un ricattatore intellettuale. "I cannot give smicha to someone who does not stand with true Yiddishkeit, no matter how great a Gemora [Talmud] student he is", egli informa Reuven (168). Per Kalman, quando si tratta di ordinazione, la competenza accademica nella tradizione non è sufficiente: l'atteggiamento verso la tradizione è fondamentale. Reuven percepisce chiaramente l'atteggiamento in bianco e nero del suo insegnante. "He’s telling me to take a stand", dice il giovane a suo padre. "I’m either with him or against him. All or nothing. I’m disgusted with the whole business"(189). In effetti, la versione di Kalman sull'ebraismo e l'erudizione accademica non ha attrattive per Reuven; la vede come isterica (235), caratteristica del Medioevo (194) e "musty... with the odors of old books and dead ideas and Eastern European zealousness" (257). L'odio per quest'uomo che ha reso miserabile la sua esistenza e quella di suo padre pervade Reuven facilmente (206).

Tuttavia, anche quando vengono tracciate le linee di battaglia, Reuven tradisce una certa comprensione delle forze che guidano il suo insegnante. Nonostante l'abbigliamento simbolico, Reuven sa che c'è molto di più in Jacob Kalman del suo approccio in bianco e nero alla vita e alla Torah; sebbene dimostri alcuni tratti distintivi del fanatico della fede, questa non è tutta la storia. Questa quasi-empatia trapela dopo una conversazione con il suo insegnante. "The Hasidim are not the only ones who guard the spark", afferma Kalman. "I too have an obligation" (168). Camminando più tardi in un freddo e buio quartiere chassidico, Reuven riflette su quella metafora e sulla situazione che lo circonda:

« I... thought how these remnants of the concentration camps had changed the face of things. They were the remnants, the zealous guardians of the spark... [M]en like Rav Kalman who were not Hasidim felt swayed by their presence and believed themselves to be equally zealous guardians of the spark, and no one at Hirsch would fight them because the spark was precious, it was all that was left after the blood and slaughter, and you dimmed it when you fought its defenders. (183–84) »

È difficile dire se l'ultima parte di questo passaggio – "the spark was precious, it was all that was left after the blood and slaughter, and you dimmed it when you fought its defenders" - rappresenti semplicemente i sentimenti della maggioranza all'Istituto Hirsch o anche quelli di Reuven. La prima interpretazione è forse più probabile, ma la seconda è certamente possibile; se tale è il caso, queste riflessioni rappresentano una certa comprensione da parte di Reuven della complessità e dell'ambiguità dello scontro culturale. I sentimenti di Reuven nei confronti degli Hasidim e dei loro simpatizzanti sono contrastanti, come chiarisce il romanzo; tuttavia, quale distaccato testimone dell'orrore dell'Olocausto, egli comprende la vulnerabilità della scintilla dell'ebraismo e la natura problematica di una dura battaglia per questa scintilla.

È nelle interazioni di Reuven con il giovane Michael Gordon, il cui padre è stato duramente criticato da Kalman e da quelli come lui, che Reuven indica chiaramente una certa comprensione della sua nemesi. Quando Michael gli chiede perché non abbandoni una scuola "full of spiders and cobwebs and old men who cheat you", Reuven ribatte: "They’re not evil. If they were evil it would be easy to get out of the school. They’re very sincere" (208). Reuven riconosce quindi che gli ultraortodossi non stanno semplicemente cercando potere sui loro correligionari; piuttosto, questa è una lotta di principi. Come osserva il critico Edward A. Abramson a proposito del romanzo, persino "quei personaggi che mostrano fanatismo, sono visti come fanatici al servizio di credenze profonde e onorevoli..." (38). David Malter, assediato dai colleghi conservatori della yeshivah, vede la battaglia in parte come una reazione iperprotettiva all'Olocausto e dice a Reuven che "it is different when you understand it. There is less of the—hatred" (Promise, 294–95). Il figlio sembra assorbire la lezione. "Rav Kalman is an angry person", dice a Michael:

« But he suffered. He lost his whole world and people who are suffering sometimes take out their suffering on others. They defend what the ones they loved died for. They become angry and ugly and they fight anything that’s a threat to them. We have to learn how to fight back without hurting them too much. (352) »

Reuven dimostra così che è arrivato a una visione sfumata e veramente adulta di quest'uomo. Non ha cambiato la sua opinione sulle azioni di Kalman: sono pugnacie, "angry and ugly" e dovrebbero essere attivamente contrastate. Allo stesso tempo, però, Reuven capisce non solo che gran parte di ciò deriva dalla sofferenza, ma anche che, sebbene sia necessario combattere, una politica da terra bruciata non lo è. (In questo, egli rifiuta deliberatamente la tattica del suo professore, che è "so zealous a guardian of Torah that he did not care whom or how he destroyed in its defense" [259].)

In questo modo, quindi, Jacob diventa padre di Reuven. È pur vero che egli non genera il giovane né nel corpo né nell'anima; Kalman non si riproduce. Tuttavia, spingendo il suo studente per fare una scelta tra ciò che vede come il vero Yiddishkeit che egli stesso difende, e l'eresia/apostasia di David Malter e Abraham Gordon, Kalman crea in Reuven un'autocoscienza più profonda. Alla fine della storia, Reuven è ciò che è in parte a causa di Jacob Kalman — che è un modo per definire la paternità. In un certo senso, Reuven vive ancora "the tiny, twilight, in-between life" che il suo genitore biologico ha prodotto (257); si avvicina ai testi come potrebbe fare un secolarista occidentale, ma è guidato da questi testi in modo tradizionale. Non è né nel campo di Gordon né in quello di Kalman. Purtuttavia egli ora possiede quell'interstizio mediano in modo più completo; durante i suoi esami orali, Reuven persuade Kalman (a malapena ma con successo) che ci si può fidare che egli trasmetta e custodisca la tradizione — che nelle sue mani, il suo metodo di studio è uno strumento piuttosto che un'arma. Ironia della sorte, anche contro il proprio giudizio, Jacob Kalman è riuscito nella sua missione di creare chiarezza; ha contribuito a condurre Reuven a una maggiore comprensione di se stesso.

Straniero in terra straniera[modifica]

Jacob Kalman, quindi, fa eco al ruolo del suo omonimo biblico come padre di Reuven; ma questo non è l'unico modo per farlo. Una delle storie più note sul patriarca ebraico è quella in cui sottrasse al fratello Esaù la benedizione paterna con l'inganno. L'anziano Isacco manda il primogenito Esaù a caccia di selvaggina in preparazione al conferimento della benedizione. A istigazione di sua madre, che favorisce il gemello più giovane, Giacobbe prende della carne di capra ben preparata, impersona suo fratello e imbroglia il vecchio cieco a dargli la benedizione (Tanakh, Genesi 27). E come il suo antenato, Kalman si dimostra capace di connivenza. Quando viene pubblicato il libro di David Malter sul Talmud, Kalman persuade Reuven a spiegargli le complessità accademiche del volume, tra cui il suo uso del greco. Solo più tardi Reuven scopre – ironicamente, tramite suo padre – che il suo insegnante era impegnato a scrivere un attacco contro il libro. Dopo la pubblicazione della recensione in due parti, che Reuven trova "vicious and sarcastic" (234), Kalman non se ne scusa: "Tell me, Malter, who else should I have gone to in order to have your father’s book explained to me? I did not want to attack your father for things he did not say. I wanted to understand clearly what he wrote. I went to his son because the son of David Malter understands his father’s writings, and I know the son" (259). Nascondendo (o almeno non rivelando) le sue motivazioni, Kalman usa l'aiuto di Reuven per un attacco al proprio genitore. Agli occhi di Kalman, il fine giustifica i mezzi. A differenza del suo antenato biblico, il secondo Giacobbe non mente apertamente, né persegue un profitto personale; persino Reuven riconosce che Kalman agisce per convinzione teologica (259). Tuttavia, una "somiglianza familiare" è all'opera in quanto il secondo Giacobbe, come quello dell'antichità, è disposto a fuorviare nel perseguimento del suo obiettivo.

Un ultimo modo in cui la vita di Kalman fa eco a quella del patriarca è il suo status di esule. Il biblico Giacobbe trascorre gran parte della sua vita adulta ad Haran, lontano da Canaan (Genesi 27–33). Inizialmente mandato via per evitarne la morte per mano di suo fratello (motivazione di sua madre) e per sposare una moglie giusta (istruzioni di suo padre), Jacob alla fine trascorre vent'anni nell'impiego di suo zio Labano. Eppure il suo soggiorno non è del tutto felice. Dopo aver organizzato di sposare una delle sue cugine, è notoriamente indotto a sposare anche sua sorella, e poi i suoi rapporti d'affari con Labano diventano aspri: "Voi stesse sapete che io ho servito vostro padre con tutte le forze," dice alle sue mogli, "mentre vostro padre si è beffato di me e ha cambiato dieci volte il mio salario" (Genesi 31:6–7). In modo simile, Jacob Kalman è un esule spesso sconcertato e infelice, lontano dalla sua terra natale. Un tempo insegnante influente nell'attuale Lituania, aveva trascorso due anni nel campo di concentramento polacco di Majdanek durante la Seconda Guerra Mondiale e in seguito era vissuto a Shanghai prima di trasferirsi negli Stati Uniti (104–05). Ma "there was little about America he seemed to like", osserva Reuven (107), inclusa la mancanza di rigore in gran parte dell'ebraismo americano: "A Jew travels to synagogue on Shabbos in his car, that is called Yiddishkeit", si lamenta Kalman. "A Jew eats ham but gives money to philanthropy, that is called Yiddishkeit. A Jew prays three times a year but is a member of a synagogue, that is called Yiddishkeit" (109). Di fronte a un collega che gli dice: "It is a different world here!", Kalman ribatte: "It is a corrupt world! I will not be changed by it!" (265) Più acutamente, Kalman ha paura dei pogrom sulla scia del caso delle spie Julius e Ethel Rosenberg. "He had been in the country about two years", pensa Reuven, "and he still didn’t understand what it was really all about" (303). Come il suo omonimo, Jacob Kalman si ritrova straniero in terra straniera.

Guardiano della Scintilla[modifica]

Come sottolineato in precedenza, Potok caratterizza The Promise come un confronto dell'ebraismo tradizionale con gli strumenti della critica testuale,[4] al posto ed in vece del secolarismo occidentale. In senso lato, il romanzo parla dello scontro di due ebraismi, ognuno dei quali afferma di essere una versione valida, anzi, uno dei quali afferma di essere l'unica versione valida. A un'estremità si trova Abraham Gordon, che ironicamente porta il nome di una delle parti dell'Alleanza divina, ma che ha respinto il teismo tradizionale. (In uno dei momenti di umorismo del romanzo, Abraham dice: "Sometimes I wish there were a personal God... I would have someone to shout at" [284].) Cresciuto nell'Ortodossia, ora è impegnato in una reinterpretazione naturalistica della fede: la rivelazione non è più un concetto praticabile; la religione è un costrutto umano; Dio è semplicemente "a lofty human idea... an abstract guarantor of the intrinsic meaningfulness of the universe" (63–64). All'altra estremità si trova Jacob Kalman, non solo ortodosso ma ferocemente ortodosso, un guardiano barbuto e vestito di nero guardiano della scintilla santa. David Malter e Abraham Gordon sono solo due dei bersagli del suo zelo; trasforma spesso le sue lezioni in diatribe selvagge sulla cultura americana corrotta o persino sulle azioni interne dell'università stessa:

« Students and teachers were attacked by name. A projected college course in Greek mythology was canceled because he labeled it paganism. A student was almost expelled because he caught him outside the school without a hat... [H]e waged a vitriolic campaign against girls sitting together with boys in the yeshivah auditorium. The whole year was like that. (107) »

Ci si potrebbe aspettare che uno studioso o un credente con forti convinzioni adotti un certo approccio assolutista nel campo della sua professione o fede. Kalman lo fa, e in uno stile piuttosto spietato, ma impiega anche le stesse tattiche nelle relazioni relative agli studenti che altri probabilmente si scrollerebbero di dosso o semplicemente ignorerebbero. Ciò significa una mentalità particolarmente rigida che fa di Kalman un'incarnazione sorprendente di ebraismo calcificato del Vecchio Mondo contro il quale Reuven si definisce. Ad un certo punto del romanzo, il giovane riflette: "I would enter Abraham Gordon’s world if I was forced into taking a stand. The world of Rav Kalman was too musty now with the odors of old books and dead ideas and Eastern European zealousness" (257). Tale è lo scontro che Potok organizza per Reuven: da una parte, Gordon e la sua filosofia intellettualmente libera ma eccessivamente umanistica; dall'altro, Kalman e le forze credenti ma restrittive della teologia ultraortodossa. Pertanto, l'insegnante Talmud, oltre a riecheggiare i temi della paternità, dell'inganno e dell'esilio nelle narrazioni bibliche di Giacobbe, svolge anche un ruolo vitale nello scontro culturale che è la chiave di The Promise e di gran parte delle altre opere di Potok.

Note[modifica]

Searchtool.svg Per approfondire, vedi Identità e letteratura nell'ebraismo del XX secolo.
  1. I riferimenti alle pagine dei testi di Potok sono riportati tra parentesi dopo la citazione.
  2. Sanford Sternlicht, 68.
  3. Sternlicht, 69.
  4. Kauvar, 69.