Pittura lombarda dell'Ottocento

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Leonardo Bazzaro[modifica]

Biografia[modifica]

Dopo i primi insegnamenti ricevuti presso lo studio del pittore w:Gaetano Fasanotti, si iscrive a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera dove nel w:1878 ottiene il premio Fumagalli. Negli anni successivi esegue vedute prospettiche ambientate nelle chiese e nei palazzi milanesi. Il successo di pubblico e critica ottenuto in occasione delle principali manifestazioni nazionali e internazionali lo spingono a interessarsi anche alla ritrattistica e alla pittura di paesaggio, per la quale preferisce soggetti eseguiti a w:Venezia e a w:Chioggia. Nella produzione degli anni Ottanta e Novanta non mancano i paesaggi della w:Valsassina, della w:Valle d’Aosta e del w:Verbano di cui raffigura, in toni sempre più intimisti, la vita popolare.

Acquaiole a Sottomarina di Chioggia

Fino alla sua morte, Bazzaro continua a partecipare a numerose rassegne lombarde, alle Biennali veneziane e alle Quadriennali romane riscuotendo sempre molto successo presso i collezionisti che gli richiedono repliche dei soggetti più fortunati.

Opere principali[modifica]

Acquaiole a Sottomarina di Chioggia

Databile agli anni Venti del Novecento, appartiene alla tarda produzione dell’artista che riprende un soggetto di grande fortuna nel secolo precedente: nella laguna veneta egli ricerca scorci di paesaggio dai vibranti effetti di luce o animati brani di vita come in questa e nelle altre tele Fuoco! fuoco! e Chioggia. La scena è ambientata a Sottomarina, frazione di Chioggia: alcune donne si radunano attorno a una fontana per prendere dell’acqua o per fare il bucato; in lontananza si distende la laguna, rischiarata da un cielo al tramonto. Il soggetto è tratto dalla vita popolare che, indagata nei suoi luoghi e nei suoi costumi, accomuna Bazzaro ad altri esponenti del naturalismo lombardo. Così come in Chioggia o Pescatori a Chioggia il pittore trae spunto dai temi più volte affrontati nelle opere dei decenni precedenti per fissare sulla tela rapide impressioni degli ormai lontani soggiorni chioggiotti.

Alla riva

Alla riva

Riferibile agli anni della maturità del pittore, il dipinto è stato esposto nel 1926 alla I Mostra d’arte di artisti milanesi, della cui commissione di accettazione faceva parte tra gli altri Aldo Carpi. Acquistato il nel 1927, appartiene al nucleo costitutivo della Collezione, inaugurata ufficialmente solo tre anni prima. Bazzaro interpreta ancora una volta ma sempre con originalità un brano di vita popolare ambientato a Chioggia: il luogo raffigurato è probabilmente il Canale della Vena, già ripreso in Fuoco! Fuoco! e qui animato da due imbarcazioni che si accingono all’approdo alla riva. La pittura è quella del tardo naturalismo lombardo che, negli anni in cui si esponeva il dipinto, non solo riscuoteva ampio successo di mercato ma contribuiva a mantenere viva la tradizione pittorica ottocentesca contro i fermenti innovatori portati avanti dal gruppo del Novecento Italiano.

Baite a Macugnaga

Baite a Macugnaga

L’opera, conservata ancora nella sua cornice originale, raffigura uno scorcio di Macugnaga, paese del Verbano situato ai piedi del Monte Rosa; in primo piano una contadina si riposa ai margini di un torrente dove è giunta per prendere dell’acqua, probabilmente di ritorno dal pascolo. La stessa località, in realtà poco frequentata dal pittore che privilegia come Mosè Bianchi le alture prossime a Gignese, ricorre nella pittura di paesaggio di Francesco Filippini (Il piano di Macugnaga, 1882 circa, Milano, Collezione della Provincia di Milano) ed Eugenio Gignous (Macugnaga, 1887 circa, collezione privata). Bazzaro si reca sulle alture piemontesi dall’ultimo decennio dell’Ottocento, alternando i soggiorni fra Gignese e l’Alpino con quelli in Valle d’Aosta dove esegue dipinti come Scena alpestre, di alcuni anni più tardo. Le dimensioni, la notevole qualità dell’opera e la data 1895, autografa ma probabilmente apposta in un secondo tempo, fanno pensare a una tela ideata per un’esposizione pubblica e si ipotizza che possa trattarsi del dipinto In montagna presentato a Milano nel 1896 all’Esposizione annuale della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente. L’opera fu esposta nello stesso anno anche a Zurigo, alla Mostra permanente d’arte moderna organizzata dalla locale Società di Belle Arti, dove fu acquistata da un ignoto collezionista (Milano, Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente, Archivio del Museo). Nella tela è ben definito il contrasto chiaroscurale fra la leggera penombra del primo piano e il riverbero del sole al tramonto, sui ghiacciai del Monte Rosa visibili oltre le baite. Qui la stesura pittorica si arricchisce di corpose pennellate che amplificano l’evidenza del gruppo alpino contro un cielo limpido. Questa sensibilità alla luce e ai suoi effetti ricorre nell’intera opera del pittore così come in quella degli altri esponenti del naturalismo lombardo e in particolare di Filippo Carcano che con Bazzaro è tra i principali artefici del rinnovamento artistico di questi decenni.

Barca in laguna

Barca in laguna

L’opera in Collezione, erroneamente identificata dalla critica recente come Barca in Laguna, è ascrivibile all’ultimo decennio di attività dell’artista. Come nelle altre tele Fuoco! fuoco!, Chioggia e Alla Riva, il punto di osservazione è probabilmente collocato lungo il canale della Vena, animato qui da un gruppo di pescatori intenti a raccogliere le reti. Nel terzo decennio del secolo, in anni di radicale rinnovamento artistico, il pittore si attarda sui soggetti che hanno segnato la fortuna del naturalismo lombardo: con una stesura pittorica ormai abbreviata egli fissa sulla tela il ricordo di una scena molte volte osservata lungo i canali di Chioggia, come segno di amicizia per il più giovane collega al quale l’opera è dedicata.

Chioggia

Chioggia

Fra i dipinti esposti nel 1923, questa tela può forse essere identificata con Frettolose (Chioggia) o con altre scene lagunari quali Canale (Chioggia) o In Calle (Chioggia). Raffigura il Canale della Vena con il campanile della chiesa di S. Giacomo Apostolo sullo sfondo; lungo la banchina, un gruppo di donne si affretta, forse in cammino verso casa. Soggetto simile per ambientazione ricorre in altre opere coeve quali Convegno serale (Chioggia) esposto alcuni anni dopo alla Galleria Monte Napoleone di Milano e, con diverso taglio compositivo, Chioggia, (già nella Collezione Guido Antonioli di Milano), entrambe visibili nelle illustrazioni apparse sul mensile “Emporium”, rispettivamente nel 1928 e nel 1921.

In età ormai matura Bazzaro ripropone un tema a lui caro fin dagli anni Ottanta e condiviso anche da altri esponenti del naturalismo lombardo, quali Filippo Carcano e Mosè Bianchi. In questo fortunato ciclo di opere, a ispirare il pittore sono le animate calli di Venezia o della vicina Chioggia, come in La benedizione, Fuoco! Fuoco!, Alla Riva e Pescatori a Chioggia, o i più intimi scorci della laguna di Orazione (a Chioggia).

Ciociara o Giovinetta

Ciociara o Giovinetta

Datato 1877, può essere accostato alle due Mezze figure presentate l’anno seguente all’esposizione dell’Accademia di Belle Arti di Brera. È questa la prima occasione in cui Bazzaro espone a Milano studi di figura, dopo aver ottenuto negli anni precedenti notevole successo col genere della veduta prospettica. Tale successo trova conferma proprio nel 1878, quando il suo dipinto Sala nel palazzo Verri ottiene il Premio Fumagalli e un’altra sua opera, ambientata all’interno della chiesa di S. Maria delle Grazie, vince il concorso dell’Istituzione Girotti per la pittura di prospettiva. Fin dai primi anni di studio, tuttavia, anche il ritratto sembra essergli congeniale: le fonti d’epoca narrano come il pittore fosse solito immortalare i compagni dell’Accademia in rapidi schizzi, tanto da guadagnarsi il soprannome di “piccolo Velasquez”; tra queste sue prime prove, si può ricordare il Ritratto giovanile del pittore milanese Amero Cagnone, conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Milano. Nella Ciociara lo studio di figura si arricchisce dell’interesse per il costume tradizionale: in anni precoci Bazzaro dimostra di condividere le ricerche di altri esponenti del naturalismo lombardo quali Filippo Carcano ed Emilio Gola, presenti in Collezione con due dipinti anch’essi ispirati ai luoghi e ai costumi della vita popolare: Tipi di una famiglia di contadini nel Veneto e Lavandaie sul Naviglio. D’altro canto, la stesura pittorica – su di una tela priva di preparazione – dimostra una chiara vicinanza con i modi della Scapigliatura: il volto della donna è descritto con una materia rarefatta che riprende esplicitamente la lezione di Tranquillo Cremona mentre i rapidi tocchi di un acceso rosso corallo danno risalto ai nastri del costume e alla collana indossati dalla giovane ciociara.

Fuoco! fuoco! o L'incendio

Esposto alla VI Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia nel 1905 e alla Promotrice di Genova nel 1910, il dipinto entra a far parte della Collezione Fernand du Chéne de Vère, imprenditore di origini francesi ma stabilitosi a Milano, titolare dal 1886 di una delle prime imprese di pubblicità in Italia, committente e collezionista tra i più importanti dell’epoca, specie dell’opera di Antonio Mancini. Nel 1939 il dipinto è esposto a Milano alla mostra dedicata a Leonardo Bazzaro a due anni dalla sua scomparsa. Il pittore vi raffigura un gruppo di donne che si apprestano a spegnere un incendio scoppiato lungo le rive del Canale della Vena in prossimità del Ponte Vigo, a Chioggia; alcuni barcaioli si uniscono loro nel trasporto dell’acqua contribuendo così alla vivacità della scena, ben caratterizzata dagli effetti luminosi resi con ampie e rapide pennellate e dall’ardito taglio prospettico. Come nella Benedizione e nel più tardo Alla Riva, il pittore ambienta il dipinto nella cittadina veneta dove si reca per la prima volta nel 1884: da allora Chioggia con i suoi canali e la sua vita popolare diventa, accanto agli altri temi del naturalismo lombardo, uno dei soggetti privilegiati della sua arte. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Le mondine

Le mondine

Orazione (a Chioggia) o Preghiera o Per i poveri naufraghi

Orazione (a Chioggia) o Preghiera o Per i poveri naufraghi

Nel 1897 Leonardo Bazzaro partecipa con Orazione (a Chioggia) alla II Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia dove è accolto da una critica generalmente poco entusiasta a causa del soggetto non nuovo nella sua produzione artistica. Il tema del compianto tradotto in una fusione lirica di figure e paesaggio aveva infatti già ispirato Ave Maria (Milano, Galleria d’Arte Moderna) databile al 1882, sebbene nella diversa ambientazione della Certosa di Pavia, e sempre nel 1897 ricorre in Pace ai naufraghi (ubicazione ignota), premiato quello stesso anno con la medaglia d’oro alla III Triennale di Milano e presentato all’Esposizione universale di Parigi del 1900. Come in Pace ai naufraghi, Bazzaro dipinge una giovane vedova che piange il marito naufrago, sullo sfondo di un paesaggio lagunare condotto con quella maestria che fa del pittore uno dei principali esponenti del naturalismo lombardo. Questo soggetto continuerà a essere più volte replicato dall’artista negli anni seguenti, con ampio successo di mercato, arricchendosi anche di accenti narrativi come in Dopo il naufragio (ubicazione ignota), vincitore del premio Principe Umberto all’Esposizione nazionale di belle arti di Milano del 1906. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Pastorella con capre presso un rustico

Pastorella con capre presso un rustico

Il dipinto raffigura una pastorella sulle scale di un rustico; presso di lei sostano due capre in attesa del cibo. La scena è racchiusa a sinistra dall’edificio, a destra da un masso roccioso e in alto da un frammento di cielo attraversato da nubi. Il soggetto, di cui si conosce il bozzetto venduto all’asta nel 1942 alla Galleria Geri di Milano, è ispirato alla vita contadina osservata nei frequenti soggiorni condotti dall’ultimo decennio del secolo nel Verbano, fra Gignese e l’Alpino, e in Valle d’Aosta. La fortuna di questa pittura di paesaggio che caratterizza, accanto ai soggetti lagunari, la produzione di altri esponenti del naturalismo lombardo quali Mosè Bianchi, fa sì che pur in anni ormai avanzati del Novecento Bazzaro la riproponga con successo al pubblico più tradizionale. Per quanto ispirato agli stessi luoghi, il dipinto differisce dalle altre opere in Collezione Baite a Macugnaga e Scena alpestre per una pittura più rapida che, condotta con ampie pennellate e a larghe macchie di colore, contraddistingue la maturità dell’artista.

Scena alpestre o Il Mottarone

Scena alpestre o Il Mottarone

Giunto da una raccolta privata nella Collezione Istituto Bancario Italiano (IBI) col titolo Il Mottarone, la grande tela raffigura più verosimilmente un pascolo della Val di Cogne. L’errata identificazione è da attribuirsi all’accostamento della veduta alpestre con la cospicua serie di paesaggi realizzati dall’ultimo decennio dell’Ottocento, durante i soggiorni nei pressi di Gignese, sul Lago Maggiore, serie alla quale appartiene Baite a Macugnaga. Accanto a questi luoghi, ricorrono nella pittura di paesaggio di Bazzaro anche le più alte vette delle alpi lombarde e valdostane. Il Gran Paradiso e la Val di Cogne sono luoghi di ispirazione per numerose tele e, tra queste, il Paesaggio di Cogne nella raccolta di Banca Intesa Sanpaolo condivide con l’opera in Collezione il medesimo scorcio sui ghiacciai. Soggetto simile è anche nel dipinto Il Cervino, conservato alla Galleria d’Arte Moderna Paolo e Adele Giannoni di Novara, dove la figura della pastorella è posta al centro di una vallata scenograficamente chiusa dalle vette innevate; non può inoltre escludersi che la stessa composizione ricorra in Ritorno dal Gran Paradiso, tela presentata all’Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia nel 1912. Rispetto alle opere citate, databili alla metà degli anni Dieci, la stesura pittorica è qui meno abbreviata: il sapiente accostamento dei verdi e dei gialli nella resa dei prati allude al disgelo e al rinnovarsi dei pascoli mentre l’azzurro acceso del cielo si riflette nell’ampio ghiacciaio il cui abbagliante candore è appena mitigato dal grigio della roccia. Una simile attenzione alla resa degli effetti di luce e colore contraddistingue un altro soggetto alpestre presente in Collezione, In pieno inverno di Filippo Carcano, artista che con Bazzaro può annoverarsi tra le figure di riferimento del naturalismo lombardo.

Un vespro a Chioggia o Alla benedizione o Canale a Chioggia

Un vespro a Chioggia o Alla benedizione o Canale a Chioggia

Il dipinto è con ogni evidenza una replica dell’opera presentata all’Esposizione nazionale di Torino del 1898 col titolo Un vespro a Chioggia, probabilmente esposta anche alla Permanente di Milano nel 1898 come Alla benedizione. Spinto dal successo ottenuto in queste manifestazioni, Bazzaro esegue una nuova versione di tale soggetto, assecondando le richieste dei collezionisti che molto apprezzavano queste scene chioggiotte. La fattura pittorica a rapide e larghe pennellate indica che si tratta di un’esecuzione più tarda, databile entro il 1901 come suggerito dalla riproduzione dell’opera apparsa quell’anno su un periodico. Il soggetto è da ricondurre a una delle principali fonti di ispirazione del pittore, il paesaggio lagunare di Venezia e della vicina Chioggia, luoghi frequentati anche da altri due esponenti del naturalismo lombardo, Filippo Carcano e Mosè Bianchi. La scena è ambientata lungo il canale Perotolo di Chioggia animato da due imbarcazioni; sulla sponda si intravede un gruppo di donne in processione presso il “Refugium peccatorum”, nome col quale si indica la statua della Madonna col Bambino posta sulla balaustra in marmo, vicino alla Cattedrale. Qui, secondo la tradizione, si recavano i condannati a morte per l’ultima preghiera. Il luogo è stato più volte raffigurato nella seconda metà dell’Ottocento tanto da dare il titolo al capolavoro del pittore veneto Luigi Nono (1882, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna). In questo dipinto, che per l’ambientazione chioggiotta può essere accomunato alle altre opere in Collezione Fuoco! Fuoco! e Alla Riva, Bazzaro si concentra sulla resa luministica rendendo con vivaci accostamenti cromatici i bagliori del sole sull’acqua; su di essa si specchiano le barche dei pescatori che attendono, come lo donne in preghiera, la benedizione. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Gallery[modifica]

Giorgio Belloni[modifica]

Giorgio Belloni[modifica]

Biografia[modifica]

Allievo di Giuseppe Bertini all’Accademia di Belle Arti di Brera, esordisce nel 1879 con due vedute prospettiche d’interni. Dopo un soggiorno veronese, durante il quale si dedica all’esecuzione dei primi paesaggi en plein air, si stabilisce a Milano dove si afferma come paesaggista dal 1882. La partecipazione all’Esposizione Nazionale Artistica di Venezia del 1887 segna un importante successo e gli assicura notorietà oltre i confini regionali. Dall’inizio degli anni Ottanta si accosta alle ricerche del naturalismo lombardo specializzandosi nell’esecuzione di marine, tratte dal vero durante i soggiorni estivi a Sturla, Noli e Forte dei Marmi, ma contraddistinte da atmosfere poetiche ed evocative. Alla prevalente attività di paesaggista, che lo vede impegnato nell’esecuzione di ampie vedute alpine e brianzole, si affianca una produzione minore di ritratti e nature morte. Negli anni di passaggio tra i due secoli risente delle suggestioni della pittura divisionista, ma declinata in una personale interpretazione della luce. Svolge un’intensa attività espositiva presso le principali rassegne nazionali e internazionali, che culmina nell’allestimento di una sala personale alla Biennale veneziana del 1914 e alla Galleria Pesaro nel 1919.

Meriggio nel porto

Meriggio nel porto


Il dipinto, eseguito nel 1923, fu acquistato in occasione dell’Esposizione Nazionale dell’Accademia di Brera e della Permanente del 1925, insieme con Mattino in Liguria di Lodovico Cavaleri. Entrambe le opere, eseguite da esponenti del secondo naturalismo lombardo, ottennero un discreto consenso dalla critica di orientamento conservatore. Il gesto faceva seguito all’invito mosso alla Cassa di Risparmio da Giovanni Beltrami, allora presidente dell’Accademia di Brera, ad adottare una politica di acquisti di opere d’arte, tramite le esposizioni cittadine annuali, che avesse un carattere programmatico. La scena, costruita adottando uno schema compositivo tradizionale, si distingue per la luce intensa che trascorre sulla superficie instabile del mare, generando un netto contrasto con le eleganti silhouettes delle navi e del porto. La mutevolezza del paesaggio è evocata attraverso impasti densi e luminosi stesi in larghe pennellate, con tocchi di bianco e blu cobalto sulle tonalità madreperlacee del mare e del cielo. Dalla metà degli anni Novanta la critica riconobbe in Belloni un maestro della marina. L’artista si dedicò al tema a partire dal 1893, muovendo dalle ricerche dei pittori del naturalismo lombardo, in particolare dell’amico Pompeo Mariani, e ne diede sul finire del secolo, una nuova e personale interpretazione, caratterizzata da valenze simboliche e da una stesura pittorica vicina al divisionismo. Fin dal 1898, nei lunghi soggiorni estivi trascorsi a Sturla, nei pressi di Genova, si rivolse alla rappresentazione del porto, ma solo a partire dagli anni Venti il soggetto fu riproposto sistematicamente, impiegando una tecnica pittorica via via sempre più corposa e ricca. La riproposizione dello stesso modello nei vari momenti della giornata divenne progressivamente l’occasione per avviare una riflessione sulla pittura che, nel terzo decennio del secolo, condurrà l’artista ad esiti di sintesi formale vicini alle soluzioni di Emilio Gola.

Mosè Bianchi[modifica]

Biografia[modifica]

Figlio dell’insegnante di disegno e modesto pittore Giosuè e di Luigia Meani, compiuti gli studi tecnici, s’iscrive nel 1856 all'Accademia di Brera di Milano dove è allievo di Schmidt, Bisi, Zimmermann, Sogni e del direttore Giuseppe Bertini (pittore)|Giuseppe Bertini, avendo per compagni di corso Federico Faruffini, Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e Filippo Carcano con i quali dividerà per qualche anno lo studio milanese in via San Primo.

Partecipa alla guerra di indipendenza del 1859; i suoi primi quadri appartengono al filone romantico, sulla scorta delle indicazioni del Bertini: il Ritratto di Simonetta Galimberti e il Ritratto di Giacinta Galimberti del 1861, nei Musei civici di Monza, L'arciprete Stefano Guandeca accusa l'arcivescovo di Milano Anselmo Pusterla di tradimento sacrilego, 1862, in collezione privata, e la Congiura di Pontida, 1862, esposta a Brera nel 1862 e nel 1863.

Finisce gli studi nel 1864 e ottiene la commissione della Comunione di San Luigi per la parrocchiale di Sant'Albino, presso Monza. Si volge alla rappresentazione naturalistica nell’ambito del gusto narrativo dei fratelli Domenico Induno|Domenico e Gerolamo Induno in opere quali Una lezione di canto corale, La vigilia della sagra, 1864, Lo sparecchio dell’altare, 1865, che attirano l’attenzione dei critici sulla sua pittura, ma con Cleopatra e La Signora di Monza, del 1865, ricade nel genere melodrammatico del dipinto romantico pseudo storico.

Nel 1867 vince con L’ombra di Samuele appare a Saul il pensionato Oggioni, che gli finanzia due anni di soggiorno a Venezia, dove studia la pittura del Settecento, a Roma e a Parigi, dove è impressionato dalla pittura di Meissonier e Marià Fortuny i Marsal|Fortuny.

Nel 1869 torna a Milano dove presenta I fratelli sono al campo, a Brera, in cui, rappresentando alcune giovani donne enfaticamente prostrate in preghiera per la salvezza dei fratelli combattenti nella III Guerra d’Indipendenza, unisce il verismo dell’immagine alla retorica del sentimento patriottico e religioso, riscuotendo grande successo presso la borghesia milanese.

Consigliere dal 1871 dell’Accademia di Brera e ormai pittore alla moda, ne La benedizione delle case, del 1870, esprime, come nella Una buona fumata del 1872, che vince nel 1877 il Premio Principe Umberto, un bozzettismo di genere; ne La pittrice, del 1874, come ne I convenevoli e nella Una lezione di musica, si dà alla leziosità del genere neosettecentesco mentre ha modo di mostrare maestria ritrattistica nel Ritratto di nobile signora, che vince ancora il Premio Principe Umberto, nel Ritratto dell’ingegner Carlo Mira e nel Ritratto di Luigi Galbiati, del 1876.

Inizia alla fine degli anni Settanta la sua attività di frescante orientata verso il Giambattista Tiepolo|Tiepolo: del 1877 è il ciclo di affreschi nella Villa Giovanelli a Lonigo, presso Vicenza, dal 1883 al 1884 la decorazione della Stazione Reale (Monza)|Stazione Reale di Monza con Il genio dei Savoia e del 1885 le decorazioni di palazzo Turati a Milano.

Mose' Bianchi, in questo periodo, e' anche impegnato ad incentivare le capacita' artistiche del nipote Pompeo Mariani, infatti grazie allo zio, che lo portava a disegnare le sue prime Parco_di_Monza_(Mariani)|vedute del Parco di Monza, Pompeo inizierà la sua carriera artistica acquistando fama a livello europeo.


In ripetuti viaggi a Venezia produce vedute lagunari che gli procurano grande popolarità, tanto da ripetere numerose versioni di una delle sue tele di maggior successo, La laguna in burrasca, 1879, nel Museo Godi Valmarana di Lugo Vicentino.

È ammirato dai contemporanei Antonio Fontanesi e Domenico Morelli che considerano di straordinaria modernità la sua pittura; la tela La parola di Dio del 1887 mostra l’ausilio della fotografia nella sua pittura e con Le lavandaie, del 1894, dà il suo contributo alla rappresentazione della vita degli “umili”.

Dopo una breve attività di consigliere comunale a Milano e aver tentato invano di ottenere una cattedra di insegnante all’Accademia di Belle Arti di Torino, nel 1890 dipinge a Gignese, sopra il Lago Maggiore, una serie di vedute alpine, che sono un omaggio al naturalismo lombardo: fra le tante, Casa del pastore e Pecore al ruscello dove, dato un taglio fotografico dell’immagine, indugia sul rapporto luministico tra l’acqua e i grandi massi di pietra. Allo stesso anno appartengono una serie di vedute di Milano, come Milano sotto la neve, Periferia milanese lungo il Naviglio e Cavalcando, un tramonto sulla darsena di Porta Ticinese.

Si dedica anche all’acquaforte e nel 1896 è premiato al Concorso della Calcografia Nazionale. Nel 1898 è nominato insegnante e direttore dell’Accademia Cignaroli di Verona, ma una malattia insorta nel dicembre 1899 lo costringe a ritornare a Monza e ad abbandonare la pittura. L'artista muore nel 1904 ed è sepolto nel Cimitero di Monza.

Valutazione critica[modifica]

Chiostro

“Gli studi tenaci e attenti lo avevano dotato di una tecnica perfetta, ai primi saggi (improntati di un torbido romanticismo di ispirazione letteraria), a contatto con i grandi settecentisti veneti seguono opere pittoricamente più sane, di un romanticismo più contenuto e appoggiato a un colore nutrito ed energico” (Pischel).

“Fu saldo disegnatore, compositore disordinato, schiettissimo pittore, succoso, fresco, vario in quel suo cromatismo in cui il colore dei veneziani riecheggia senza affievolirsi, esperto di ogni segreto dell'arte nel rendere la finezza dell'atmosfera e nel modellare con l'efficacia della pennellata nervosa” (Colasanti).

Chiostro

Databile al 1890, appartiene a un gruppo di opere ispirate al paesaggio e alla vita contadina nei pressi di Formaga, località sul lago di Garda vicina a Gargnano. Il dipinto mostra in particolare evidenti legami con due opere riferibili a questa serie: Pascolo a Formaga, tela di grandi dimensioni già nella collezione G. R., venduta all’asta presso la Galleria Scopinich di Milano nel 1933, e Nel chiostro, piccolo studio oggi in collezione privata.

Riprendendo un’iconografia già usata da Leonardo Bazzaro (Altri tempi, 1885, ubicazione ignota), come Bianchi tra i principali esponenti del naturalismo lombardo, il pittore raffigura nei tre dipinti un gregge al pascolo entro la cornice architettonica del chiostro del convento della chiesa di San Francesco a Gargnano, edificato nella prima metà del XIV secolo. Rispetto a Pascolo a Formaga e Nel chiostro questa veduta acquista tuttavia maggiore respiro: la scena non è più delimitata dal perimetro del chiostro ma si allarga al paesaggio circostante dove si erge il profilo del monte Baldo. La stesura pittorica, fatta di sapienti tocchi di colore e di accesi valori cromatici, ben esemplificata nella pittura di paesaggio elaborata negli stessi anni a Gignese nel Verbano, si fa qui più libera e abbreviata per diventare al contrario quasi calligrafica nella descrizione dell’architettura. Questa variabilità pittorica è accentuata dal contrasto tra la zona d’ombra in primo piano e la luce che colpisce un lato del chiostro, quasi abbagliando lo spettatore, e rischiara la catena montuosa sullo sfondo. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Donna con gallina; Figura femminile

Donna con gallina; Figura femminile

Raffigura una donna in abiti contadini che stringendo una gallina fra le mani avanza lungo una calle probabilmente di Chioggia, di cui si intravedono gli edifici e, a destra, un ponte. A Chioggia e a Venezia il pittore è solito recarsi a partire dal 1879 trovandovi, come altri protagonisti del naturalismo lombardo quali Leonardo Bazzaro, fonte di ispirazione per paesaggi e animate scene di vita, entrambi di notevole successo presso pubblico e critica. L’opera è realizzata su una tela già pronta di cui è visibile la preparazione a gesso; questo dato e la rapidità del gesto pittorico giustificano una datazione vicina all’ultimo decennio del secolo. In questi anni il pittore riprende temi a lui cari, rievocando i personaggi e gli scorci lagunari tante volte osservati nei soggiorni veneti. Il gusto per la vita popolare caratterizza del resto non solo le scene chioggiotte, animate da barcaioli, pescatori e viandanti, ma anche quelle ambientate sulle alture del Verbano o nella più vicina Brianza come Cascinale (Piacenza, Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi) dove si nota la costante presenza delle giovani contadine ritratte in momenti di vita quotidiana.

Il ritorno dalla sagra

Il ritorno dalla sagra

Nel 1880 Mosè Bianchi espone Il ritorno dalla sagra alla Promotrice di Genova e all’Esposizione di belle arti di Brera riscuotendo i favori della critica e del pubblico. Il dipinto entra successivamente nella collezione di Ferdinando Salterio per essere infine acquistato nel 1984. Il successo ottenuto al tempo dell’esposizione braidense rende il soggetto di quest’opera particolarmente richiesto dai collezionisti giustificandone le numerose repliche, fra le quali la più significativa è datata 1887, proveniente dalla raccolta di Francesco Ponti e oggi conservata alla Galleria d’Arte Moderna di Milano. La vivace scena di genere vede protagonisti due chierichetti raffigurati lungo un sentiero della campagna brianzola di ritorno da una sagra; nel viottolo, percorso in lontananza dal gruppo più compatto degli altri chierichetti, si fa loro incontro sotto una pioggia che pare incessante un chiassoso gruppo di oche. Il soggetto non è nuovo nella pittura di genere dell’artista monzese ma si arricchisce qui dell’ambientazione all’aperto, resa con sapienti effetti di luce e suggestivi accostamenti cromatici, elementi pittorici che caratterizzano il naturalismo lombardo. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Interno rustico

Interno rustico

La piccola tela compare per la prima volta nel 1924 alla mostra commemorativa di Mosè Bianchi allestita a Monza nella Villa Reale e nel catalogo della rassegna risulta di proprietà del Commendatore Aldo Annoni di Monza. Il collezionista, che non va confuso con l’Annoni Presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde dal 1881 al 1900, è in questi anni un importante dirigente del settore creditizio ed assicurativo: fra le sue principali cariche, si ricorda quella di consigliere delegato della società assicurativa “Atlante”. Nel 1924 è tra i promotori della mostra monzese partecipando al Comitato ordinatore con altri membri della borghesia milanese quali Luigi Mangiagalli ed intellettuali come Raffaello Giolli. Nel 1930 sempre Annoni invia il dipinto di Bianchi a Roma in occasione della Mostra dell’Ottocento organizzata per il centenario della Società Amatori e Cultori di Belle Arti: nella sala ordinata dal critico Enrico Somarè l’opera viene esposta accanto ad altre tele del pittore, tra cui Cascinale (Milano, Galleria d’Arte Moderna), ambientato nella campagna brianzola, e Il ritorno dalla sagra (Milano, Galleria d’Arte Moderna) replica dell’omonima opera in Collezione. In questo Interno una giovane contadina, colta di spalle, è intenta nelle quotidiane mansioni domestiche mentre un gruppo di anatre razzola nel piccolo rustico appena rischiarato dalla luce proveniente dalla porta d’ingresso. Oltre la soglia si intravede, accennato da brevi pennellate, un paesaggio collinare che potrebbe ricordare la Brianza oppure le Alpi presso Gignese dove il pittore trascorre lunghi soggiorni a partire dal 1890. Alla vita contadina del Verbano si ispira, tra le altre opere del pittore, Interno di casolare a Gignese (ubicazione ignota, già nella collezione di Ulrico Hoepli) che nel 1900 ottiene il Premio Principe Umberto. Le scene di ambientazione rurale che accolgono brani di vita contadina, spesso caratterizzate da sapienti giochi di chiaroscuro, ricorrono con frequenza nell’ambito del naturalismo lombardo e testimoniano uno sguardo attento rivolto al vero nella sua vivace quotidianità.

Vecchia Milano

Vecchia Milano

questa tavola di piccole dimensioni, datata 1890, appartiene a una serie di opere ispirate al tema della veduta urbana eseguite tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo. In anni di profonde trasformazioni urbanistiche, il pittore indugia sulla brulicante vita delle strade di Milano, da via Torino al corso di Porta Ticinese fino alla darsena del Naviglio. Queste vedute ritornano anche nelle opere di altri pittori, formatisi come Bianchi alla scuola del naturalismo lombardo, tra i quali ricordiamo Emilio Gola presente in collezione con Lavandaie sul Naviglio. In Vecchia Milano l’atmosfera nebbiosa e carica di pioggia avvolge un viale e i suoi edifici; la scena è animata dal passaggio di un gruppo di persone che si riparano sotto gli ombrelli mentre un carro trainato da due cavalli attraversa la strada e, sullo sfondo, un omnibus chiude la linea prospettica al punto di fuga. Ne deriva un brano di convincente pittura dal vero dove l’atmosfera e la luce, colta nel suo rifrangersi sulla strada bagnata, sono rese con grande maestria e con evidenti richiami alla pittura francese contemporanea. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.



Giuseppe Bertini (pittore)[modifica]

Giuseppe Bertini (Milano, 11 dicembre 1825 – Milano, 24 novembre 1898) è stato un pittore italiano, del movimento romantico e verista. Docente e direttore dell'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, primo direttore e amministratore del Museo Poldi Pezzoli di Milano. Indice [mostra] Biografia [modifica]


Affresco di Giuseppe Bertini, rappresentante Galileo Galilei nell'atto di mostrare l'uso del cannochiale al doge di Venezia (Villa "Andrea Ponti", Varese). Giuseppe Bertini era figlio di Giovanni, noto pittore ticinese di vetrate che realizzò quelle grandiose dei finestroni dell'abside del Duomo di Milano. Entrò all’età di 13 anni alla Accademia di Belle Arti di Brera a Milano collaborando contemporaneamente all’attività paterna che porterà avanti realizzando, tra le tante, la vetrata che raffigura San Vittore a cavallo nella basilica di Varese e a Milano le vetrate della facciata del Duomo. Fu allievo di Luigi Sabatelli e di Giuseppe Bisi (marito della pittrice Ernesta Legnani Bisi). Nel 1845 vince il Premio Roma con il dipinto L'incontro di Dante e frate Ilario. Ha occasione di visitare in diverse occasioni Venezia, Firenze e Roma rimanendo affascinato dall’arte antica, in special modo dell'epoca del Rinascimento, la cui conoscenza lo porterà a diventare prima il consigliere artistico del suo amico, il nobile Gian Giacomo Poldi Pezzoli, e poi ad essere il primo direttore dell’omonimo museo Museo Poldi Pezzoli fondato a Milano dallo stesso Gian Giacomo nel suo palazzo di famiglia e che fu inaugurato nel 1881. All’Accademia di Brera subisce l’influsso del romantico Francesco Hayez di cui aggiorna lo stile in senso antiaccademico aderendo al verismo e alla pittura storica, anche contemporanea, di cui è un celebre esempio L'entrata di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III in Milano dopo la battaglia di Magenta del 1859. Il Bertini era allora considerato l'esponente più moderno e influente dell'ambiente artistico e culturale milanese peraltro in ritardo rispetto agli orientamenti d'oltralpe. Fu anche abile ritrattista, pittore di scene di genere, di paesaggio e di prospettive. Nel 1882 subentrò a Francesco Hayez nella direzione dell'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove durante i suoi quaranta anni di insegnamento della pittura ebbe come allievi molti artisti tra i più rappresentativi della pittura lombarda, ticinese e nazionale di fine '800 inizi del '900 tra cui ricordiamo: Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Angelo Morbelli, Ludovico Pogliaghi, Cesare Tallone, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Segantini, Achille Beltrame, Antonio Barzaghi Cattaneo, Pietro Michis, Alessandro Rinaldi, Ernesto Fontana, Luigi Rossi, Adolfo Feragutti Visconti, Luigi Monteverde, Edoardo Berta, Pietro Anastasio e molti altri ancora. La città di Varese conserva oltre a numerosi suoi ritratti, anche il ciclo decorativo in Villa Ponti a Biumo Superiore commissionatogli da Andrea Ponti. Opere [modifica]

Vetrate [modifica] Vetrate della facciata del Duomo di Milano Vetrata del Museo Vaticano di Roma Vetrata della prima cappella a sinistra nella Chiesa di San Petronio a Bologna San Vittore a cavallo vetrata nella Basilica di Varese Dipinti [modifica] L'incontro di Dante e frate Ilario (1845) con cui vince il Premio Roma Ritratto dell'avvocato Calcaterra (1856) Quadreria dell'Ospedale Maggiore di Milano[1] L'entrata di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III in Milano dopo la battaglia di Magenta (1859) San Francesco in estasi pala d'altare nella Basilica di San Babila a Milano[2] Fanciulle tra colombi in un giardino (1869) Villa Belgioioso Bonaparte Milano, donazione Fondazione Durini, 1939[3] Affreschi dell'Oratorio di San Clemente in Villa Geno a Como in collaborazione con Eleuterio Pagliano Il pittore Francesco Guardi, emulo di Canaletto, mette in vendita i suoi quadretti, (1892),Galleria d'Arte Moderna di Milano Una famiglia di artisti [modifica]

Suo figlio Pompeo proseguì le orme del nonno, divenendo un apprezzato pittore di vetrate, arte ripresa in un primo tempo anche dal figlio di Pompeo, Guido Bertini (1872-1938)[4], pittore, poeta e autore di commedie dialettali, nato a Milano ma ritiratosi a vivere a Luvinate in provincia di Varese, città che conserva molti suoi quadri in collezioni private, presso l'Ospedale di Circolo e la Fondazione Molina.

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4217- Milano, Duomo - Deambulatorio - Giovanni Battista e Giuseppe Bertini, Vetrate (1833-62) - Foto Giovanni Dall'Orto - 14-July-2007.jpg


4218 - Milano, Duomo - Deambulatorio - Giovanni Battista e Giuseppe Bertini, Vetrate (1833-62) - Foto Giovanni Dall'Orto - 14-July-2007a.jpg

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DSC03071 - Duomo di Milano - Vetrate del coro - Foto di Giovanni Dall'Orto - 29-1-2007.jpg|thumb|600px]] 1.39 MB


Giuseppe Bertini - Portrait of Gian Giacomo Poldi Pezzoli - Google Art Project.jpg

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Luigi Bisi[modifica]

Luigi Bisi è stato uno dei più noti esponenti di una dinastia di artisti, originaria di Genova e trasferitasi a Milano già nei primi anni dell’Ottocento: in famiglia erano infatti pittori sia il padre Michele che gli zii Giuseppe e Ernesta Legnani con le loro figlie. Si dedicò all'arte, dopo gli iniziali studi in matematica, anche il figlio di Luigi, lo scultore Emilio (1850-1920). Iniziato dunque alla pittura dall’ambiente familiare, giovanissimo entra all’Accademia di Brera nel 1825, proseguendo sotto la guida di Gaetano Durelli. Già nel 1831 prende parte alla mostra annuale braidense, di cui sarà assiduo espositore per oltre cinquant’anni. Dedicandosi alla pittura prospettica già iniziata da Giovanni Migliara, si specializza alle vedute d’architettura e d’interni di monumentali edifici e di chiese con buon successo presso la borghesia e l’aristocrazia milanesi. A differenza di Migliara, che aveva dipinto architetture e interni d’invenzione, Bisi rende la piena aderenza al monumento con risultati di fedele puntualità documentaria. Nel 1838 inizia a dipingere L’interno del Duomo di Milano su commissione dell’imperatore Ferdinando I d'Austria per la sua incoronazione a re del Lombardo Veneto. Il lavoro sarà terminato due anni più tardi e rimarrà esposto a Vienna nella Galleria del Belvedere fino a quando, dopo la caduta della monarchia asburgica, sarà venduto all'asta nel 1929 (oggi fa parte della collezione di una banca milanese). Nel 1842 collabora con incisioni alla nuova edizione de I promessi sposi. È membro della Commissione d'Ornato tra il 1837 e il 1858, nel 1851 succede a Francesco Durelli alla cattedra di Prospettiva all'Accademia di Brera, incarico che manterrà fino alla sua morte. Nel 1880 viene nominato Presidente dell’Accademia stessa, dedicandosi alla sistemazione dei dipinti della sua Pinacoteca.

Luigi Bisi Interno del Duomo di Milano

Interno del Duomo di Milano

Il dipinto giunto in Collezione per acquisto da una raccolta privata, è identificabile con la tela commissionata nel 1838 dall’imperatore Ferdinando I, in visita a Milano per l’incoronazione a re del Lombardo Veneto. Entrato a far parte della Galleria del Belvedere di Vienna, fu alienato in seguito ai rovesci finanziari della monarchia asburgica, insieme ad un consistente nucleo di opere dell’Ottocento italiano, passate all’asta presso la Galleria Scopinich di Milano nel 1928. Fin dal 1837, alla scomparsa di Giovanni Migliara, il mondo artistico milanese riconobbe in Bisi l’unico erede del maestro alessandrino, ma la commissione imperiale del 1838 e la presentazione di questa tela all’Esposizione di Belle Arti di Brera del 1840 decretarono ufficialmente il successo dell’artista. La veduta prospettica dell’interno del Duomo di Milano fu riprodotta in incisione sull’Album dell’esposizione di quell’anno, accompagnata da un lungo testo che ne evidenziava le straordinarie qualità pittoriche: dalla resa descrittiva di ogni minimo dettaglio architettonico, alla capacità di tradurre le variazioni luminose che investivano l’ambiente attraverso le vetrate colorate, eseguite dalla bottega artistica dei Bertini. Fin dal 1830 Bisi realizzò alcune copie ad acquerello delle opere di Migliara, ma si emancipò velocemente dalla tradizionale impostazione scenografica del soggetto per raggiungere una maggiore aderenza al vero, forse anche sulla suggestione dei repertori illustrati dei più celebri monumenti italiani e stranieri, di ampia circolazione nell’Ottocento. La commissione imperiale fu verosimilmente dettata dal desiderio di Ferdinando I di possedere un’immagine puntuale del monumento cittadino per eccellenza che l’artista interpretò in tutta la sua grandiosità e solennità. Ne deriva un’immagine di grande suggestione e spiritualità grazie al punto di vista ribassato che enfatizza l’altezza delle volte, e all’inquadratura che crea nello spettatore l’illusione di trovarsi a breve distanza dall’altare maggiore gremito da una piccola folla di fedeli. Il soggetto fu variamente replicato da Bisi nel corso di una produzione trentennale di vedute prospettiche dei principali monumenti italiani, nella cui esecuzione la sua cifra stilistica rimase perlopiù inalterata, come dimostrano, ad esempio, L’Interno del Duomo di Milano (Milano, Galleria d’Arte Moderna) e L’Interno di Orsanmichele del 1869 (Milano, Palazzo Isimbardi), soggetto d’elezione della produzione matura dell’artista. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Predica nel Duomo di Milano

Predica nel Duomo di Milano

All’Esposizione di Belle Arti di Brera del 1850 apparve una tela di Luigi Bisi raffigurante La Predica nel Duomo di Milano, verosimilmente identificabile con il dipinto acquistato lo stesso anno dal Marchese Rocca Saporiti e segnalato dalle fonti antiche con il titolo generico di Pulpito. Il dipinto sembrerebbe coincidere con l’opera in Collezione, proveniente dal mercato antiquario. Avvalorano l’ipotesi sia la corrispondenza del soggetto, sia la presenza di un timbro sul telaio che ne riconduce l’appartenenza alla collezione della nobile famiglia dalla quale proveniva Rinaldo Saporiti, allievo dell’artista e forse anche artefice dell’acquisto. Una recente ipotesi critica, invece, ha proposto l’identificazione della tela in Collezione con L’Interno del Duomo di Milano apparso all’Esposizione di Belle Arti di Brera nell’anno 1837, per la presenza un secondo timbro che riporta il numero “37”, ma senza escludere che lo stesso dipinto sia stato esposto nuovamente nel 1850. I caratteri stilistici del dipinto, tuttavia, sembrerebbero escludere questa ipotesi. Soltanto a partire dalla fine degli anni trenta il pulpito del Duomo apparve tra i soggetti ricorrenti del repertorio dell’artista, caratterizzato dalla produzione pressoché seriale di interni monumentali. Inoltre, il fatto che l’opera riproponga quasi un dettaglio dell’Interno del Duomo di Milano, eseguito su commissione dall’imperatore Ferdinando I, sembrerebbe respingere una datazione precedente al 1840, quando la celebre tela fu presentata all’Esposizione di Belle Arti di Brera, prima di essere inviata a Vienna. In questa tela Luigi Bisi si confronta con i migliori risultati della coeva pittura di genere prospettico, rappresentati dalle opere di Angelo Inganni, adottando un taglio ravvicinato dell’inquadratura e accentuando la presenza scenica dei numerosi personaggi colti in vari atteggiamenti. La ricostruzione filologica dell’ambiente che ripropone le vetrate colorate, il gioco prospettico, i riverberi della luce delle volte e i dettagli architettonici del pulpito, si coniuga alla vivacità narrativa della pittura di genere. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.


Luigi Bisi Aquile napoleoniche
Luigi Bisi Aquile napoleoniche

Luigi Brignoli[modifica]

Luigi Brignoli (Palosco, 1881 – Bergamo, 1952) è stato un pittore italiano.

L.Brignoli, ritratto del marchese avvocato Giuseppe De' Capitani d'Arzago, 1946 (Fondazione Cariplo)

Note biografiche

Luigi Brignoli frequenta i corsi dell’Accademia Carrara di Bergamo come allievo di Tallone e Loverini e, per due anni, quelli dell’Accademia di Brera a Milano. Partecipa nel frattempo a numerose mostre, è apprezzato per i suoi paesaggi di tradizione lombarda ed è molto stimato come ritrattista. Già quarantenne è attratto dal nord Africa e, nel 1922, è con Giorgio Oprandi in Algeria, a Biskra, dove dipinge per molti mesi. Poi, nel 1923, si sposta in Tunisia, per fare poi ritorno in patria nello stesso anno ed esporre con successo al Circolo Artistico Bergamasco i suoi lavori di pittura orientalista eseguiti in Africa. Come pittore orientalista Brignoli rifugge da forme di retorica esotica, ma rivive il nuovo ambiente con attenta ricerca dei colori e del paesaggio. Nel 1926, con Angiolo Alebardi, espone alla Galleria Pesaro di Milano. Nello stesso anno succede al suo maestro Loverini nella direzione dell'Accademia Carrara di Bergamo, carica che conserverà fino al 1945, quando sarà sostituito da Funi. Del maggio 1934 è la mostra personale Tripolitania, promossa dal Circolo Artistico Bergamasco. Nel 1942 tiene una mostra alla Permanente di Milano con Cugusi e Della Foglia.


Carlo Canella[modifica]

Carlo Canella (Verona, 1800 – Milano, 1879) è stato un pittore italiano. Biografia [modifica]

La sua formazione avviene nell’ambiente familiare, grazie all’insegnamento del padre, Giovanni, decoratore e scenografo. Dal 1829 è regolarmente presente alle esposizioni dell’Accademia di Belle Arti di Brera con un repertorio di vedute cittadine, ritratti e scene di genere di gusto neofiammingo. Si dedica sporadicamente alla pittura di paesaggio e dalla metà degli anni Trenta si specializza nell’esecuzione di vedute prospettiche di diverse città italiane, privilegiando Milano e Verona, sulle suggestioni delle coeve ricerche del fratello maggiore Giuseppe. Nel 1842 si trasferisce definitivamente a Milano, ma continua ad inviare le sue opere alle rassegne espositive veronesi. Nella produzione della maturità ripete stancamente i medesimi soggetti, spesso riproponendo i modelli di maggior successo del fratello, ed esegue vivaci scene di genere di gusto aneddotico che figurano all’Esposizione internazionale di Oporto del 1865 e all’Esposizione Nazionale di Napoli del 1877.

Canella Carlo - Il Duomo di Milano e la Corsia dei Servi


Canella Carlo - Il Duomo di Milano e la Corsia dei Servi

In seguito al suo trasferimento a Milano nel 1842 e dietro consiglio del più celebre fratello Giuseppe, Carlo Canella si esercitò nell’esecuzione degli scorci cittadini più caratteristici e richiesti dal mercato. Il Duomo, ripreso da diversi punti di vista e in varie condizioni atmosferiche, divenne un soggetto ricorrente nella sua produzione, ripetutamente presentato alle rassegne espositive milanesi e veronesi tra il 1858 e il 1867. La versione in Collezione raffigura l’imbocco della Corsia dei Servi sulla Piazza del Duomo, origine dell’antico asse viario che da Milano conduceva a Bergamo. Attualmente dedicato a Vittorio Emanuele, il corso deriva il nome dall’antica chiesa gotica di S. Maria dei Servi, riedificata in forme neoclassiche all’inizio dell’Ottocento e quindi intitolata a san Carlo. La facciata del Duomo di Milano in primissimo piano è quasi del tutto esclusa dallo spazio visivo, mentre il fianco dell’edificio proietta un cono d’ombra sulla strada brulicante di folla. Nel cuore della città sono raffigurati tutti gli strati sociali - popolani, borghesi e aristocratici -, i banchi di vendita, le carrozze, con una intensa vena narrativa che si sofferma a descrivere i dettagli più minuti della vita quotidiana. L’aspetto umile e feriale della città, con il suo ritmo concitato, diviene protagonista della veduta che relega il Duomo nel ruolo di imponente quinta architettonica, ma ancora nume tutelare e simbolo cittadino. Il dipinto rappresenta una prova di maturità per l’interpretazione vivace e personale del soggetto che si affranca, finalmente, dagli usuali modelli di riferimento di Giuseppe Canella, abbandonando la visione dilatata da cannocchiale ottico, per adottare un punto di fuga fortemente decentrato e un deciso contrasto di luci. Il gusto cronachistico nella rappresentazione delle scene di vita contemporanea accomuna l’opera alla produzione matura di Angelo Inganni, caratterizzata dalla fusione tra pittura di genere e veduta prospettica, la cui fortuna persistette ben oltre la metà del secolo. Si conosce una variante, erroneamente attribuita a Giuseppe Canella, già di proprietà del marchese Zanoletti, che differisce dall’opera in Collezione soltanto nei personaggi in primo piano, a riprova di una produzione quasi seriale del soggetto destinata al grande pubblico. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.


Artgate Fondazione Cariplo - Canella Carlo - Veduta della chiesa di Santa Maria della Pace in Milano.jpg

L’artista impagina la veduta prospettica della chiesa quattrocentesca di S. Maria della Pace a Milano impiegando un punto di vista decentrato e un chiaroscuro dai decisi contrasti di ombra e luce, caratteristici della sua produzione pittorica matura. Il popolo minuto impegnato in varie attività si raccoglie nello spiazzo antistante la chiesa, descritta in tutti i dettagli dell’architettura con precisione documentaria. Un uomo a cavallo si addentra nella strada che corre lungo il fianco dell’edificio, mentre sul fondo due figurette in controluce procedono verso lo spazio luminoso, appena accennato in lontananza, con un abile artificio per conferire profondità prospettica alla scena. Il dipinto è accostabile alla veduta della Chiesa di S. Fermo a Verona del 1838 (Milano, Galleria d’Arte Moderna), con il quale condivide il caldo cromatismo e l’impaginazione prospettica, ripetutamente adottati dall’artista nella rappresentazione di diversi edifici religiosi. L’opera rivela un’approfondita conoscenza del repertorio di Giovanni Migliara, ma aggiornato sulle opere del celebre fratello dell’artista, Giuseppe Canella. Da quest’ultimo derivano la resa naturalistica e atmosferica del cielo e dei passaggi chiaroscurali. Domiciliato in Milano fin dal 1842, Carlo Canella fissò la propria abitazione non lontano dal luogo rappresentato, al n. 81 di Largo di Porta Tosa, come riferisce il cartellino sul retro dell’opera e come documentano dal 1850 i cataloghi delle Esposizioni di Belle Arti di Brera. Partecipò con continuità alle rassegne espositive milanesi presentando un ricco repertorio di vedute di città italiane, ritratti e interni, nel quale la cattedrale cittadina occupò un posto di rilievo, come documenta il Duomo di Milano e la Corsia dei Servi in Collezione. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Filippo Carcano[modifica]

Filippo Carcano (Milano, 25 settembre 1840 – 19 gennaio 1914) è stato un pittore italiano.

Biografia

Si iscrive molto giovane (1855) all'Accademia di Brera di Milano dove è allievo di Francesco Hayez, Schmidt, Bisi, Zimmermann, Sogni e del direttore Giuseppe Bertini, avendo per compagni di corso Federico Faruffini, Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni con i quali dividerà per qualche anno lo studio milanese in via San Primo. Quindi la sua formazione è avvenuta nel gruppo degli Scapigliati.

Poco più che ventenne compie, insieme al fratello, un viaggio formativo a Parigi e Londra, dove conosce i paesaggisti inglesi e francesi del primo Ottocento. Tornato in Italia inizia a produrre opere di stampo realista, assai poco apprezzate dalla critica che le ritiene eseguite con l'aiuto della tecnica fotografica. In qualunque caso si mette in evidenza con la Partita a bigliardo del 1873 e con la Scuola di ballo del 1874.

Nonostante le critiche Carcano insiste a lavorare assiduamente ed a presentare le proprie opere in varie esposizioni, fin quando nel 1878 vince il premio Mylius. Da quel momento le sue opere iniziano a riscuotere un crescente consenso di critica e commerciale. Vince due volte (1882 e 1897) il premio Principe Umberto. È di questo periodo una delle sue opere più rappresentative, ossia la Piazza San Marco.

Diventa professore di figura all'Accademia di Brera, mentre diverse sue opere sono alla Pinacoteca di Brera. È considerato il caposcuola del Naturalismo lombardo, oltre ad essere l'erede del Piccio per alcuni elementi paesaggistici lombardi e l'anello di saldatura con la moderna corrente paesaggistica lombarda.[1] Ai giardini pubblici di Porta Venezia c'è un monumento a lui dedicato, inaugurato nel 1916, opera dello scultore Boninsegna. Opere

Carcano Filippo, Il gregge o L'Umanità.jpg|thumb|600px|Carcano Filippo, Il gregge o L'Umanità

Carcano Filippo, Il gregge o L'Umanità

L’opera proviene dalla collezione di Pietro Baragiola (1854-1914), deputato, industriale e pioniere dei nuovi metodi di agricoltura nelle sue tenute di Rogoredo e Orsenigo, nonché mecenate illuminato e collezionista d’arte contemporanea, ricordato alla sua morte con l’edizione di un premio per la pittura di paesaggio dal vero a lui intitolato, e fra i principali estimatori della pittura di Filippo Carcano. La grande tela può essere identificata con Il gregge, dipinto presentato alla mostra personale allestita in occasione dell’Esposizione nazionale di belle arti di Milano del 1906. Alcuni anni più tardi Carcano esegue una replica all’acquerello dal titolo L’Umanità con la quale partecipa nel 1911 all’Esposizione della Società degli acquerellisti lombardi. Da questo momento in poi la critica indicherà con lo stesso titolo anche il dipinto in Collezione. Il pittore raffigura entro una composizione suddivisa dalla linea dell’orizzonte un gregge in cammino verso il sole al momento del suo sorgere, metafora del percorso dei fedeli alla ricerca della guida salvifica di Cristo, non a caso accostata nel 1906 al dipinto Divin Pastore (collezione privata).

Il soggetto religioso e l’attenzione per iconografie dal carattere mistico-simbolico non sono nuovi nell’opera di Filippo Carcano che, a partire dall’ultimo decennio del XIX secolo, affianca ai soggetti più tradizionali della pittura naturalista i temi del moderno simbolismo. Nel 1897 egli ottiene il premio Principe Umberto presentando alla II Triennale di Milano Gesù che bacia l’Umanità (collezione privata) e negli anni seguenti torna ad affrontare questi soggetti, fino a Il gregge dove la pittura si alleggerisce di ogni accento naturalista e si semplifica nelle sole tonalità grigio-turchine. La stesura pittorica è condotta con brevissime pennellate che sfiorano la trama della tela, su una preparazione grigia dove le forme appaiono per accostamento di tocchi; la raffinatezza tecnica dimostra le notevoli qualità artistiche del pittore che, formatosi alla scuola del naturalismo lombardo e tra i suoi principali esponenti, è negli anni della maturità ancora un grande innovatore. Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.

Carcano Filippo, In pieno inverno o Inverno in Engadina

Carcano Filippo, In pieno inverno o Inverno in Engadina

Carcano partecipa nel 1909 con questo dipinto e un altro paesaggio di uguale formato, Estate in alta montagna (Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro), all’VIII Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia. L’opera entra quindi a far parte della collezione milanese di Zaccaria Pisa, dispersa con la vendita all’asta del 1934. Databile allo stesso anno dell’esposizione veneziana, In pieno inverno ed Estate in alta montagna raffigurano due diverse vedute dei ghiacciai dell’Alta Engadina, valle delle Alpi svizzere nel Cantone dei Grigioni. Nel dipinto in Collezione Carcano raffigura in primo piano una distesa di neve rischiarata dal sole e un gruppo di abeti oltre i quali si apre la vallata, incastonata entro i ghiacciai del massiccio del Bernina con il monte Scerscen sullo sfondo. La composizione, resa con una sequenza di piani scanditi dalla diversa messa a fuoco, mostra evidenti analogie con il linguaggio fotografico al quale Carcano guardò sempre con interesse. Il soggetto, forse da leggere anche come un omaggio a Giovanni Segantini che in quei luoghi visse e morì, e del quale ricorreva nel 1909 il decennale della morte, era tra i preferiti della pittura di paesaggio di alta montagna alla quale gli artisti lombardi si erano rivolti già nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Proseguendo la sua ricerca pittorica nell’ambito del naturalismo lombardo, Carcano rende con grande abilità l’effeto quasi tattile della neve sugli alberi e sulle montagne, ricorrendo a spessi tocchi di colore puro sulla tela priva di preparazione. La vivacità degli accostamenti cromatici accomuna inoltre il dipinto ad altre tele eseguite dal pittore sempre sulle alture al confine con la Svizzera, come Ghiacciaio di Cambrena (collezione privata) esposto nel 1897 alla II Triennale di Brera o Il monte Cervino (1890 circa, Milano, Galleria d’Arte Moderna). Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.


Carcano Filippo, Tipi di una famiglia di contadini nel Veneto o Scena di vita montana

Carcano Filippo, Tipi di una famiglia di contadini nel Veneto o Scena di vita montana

Il dipinto, entrato in Collezione nel 1993 con il titolo Scena di vita montana, è identificabile con Tipi di una famiglia di contadini nel Veneto presentato nel 1885 all’esposizione annuale di Brera, come documenta un’illustrazione apparsa sulla stampa del tempo. Molte furono infatti le recensioni relative a questo dipinto riportate sui quotidiani nei mesi di apertura dell’esposizione braidense, spesso di segno contrastante: alcuni critici ne sottolinearono i limiti, ravvisati soprattutto nel disegno e nella stesura pittorica, altri invece ne elogiarono il naturalismo reso con efficaci gradazioni cromatiche.

L’opera può di certo essere considerata nell’ambito del naturalismo lombardo, corrente artistica di cui Carcano fu tra i principali ispiratori, ma va anche letta alla luce di quell’interesse al vero e ai suoi immediati risvolti sociali che è ben esemplificato nell’Ora del riposo ai lavori dell’Esposizione del 1881 (Milano, Galleria d’Arte Moderna). Il pittore raffigura una scena di genere animata sullo sfondo da un gruppo di contadini intenti a svolgere i quotidiani lavori, come la filatura, mentre la figura in primo piano rivolge lo sguardo all’osservatore come se stesse posando davanti a un apparecchio fotografico. L’immediatezza della scena fa di questi Tipi un vivace esempio di pittura dal vero, particolarmente caratterizzato da un uso della luce che accentua il senso di profondità della composizione e da una pennellata a rapidi tocchi. Gli stessi esiti pittorici caratterizzano le ricerche condotte da Carcano in quegli anni nell’ambito della pittura di paesaggio in opere come Strada al bosco dei Gardanelli presentata alle Nazionali di Venezia (1887) e Bologna (1888) o Pianura lombarda accolta con successo all’Esposizione universale di Parigi nel 1889 (entrambe in collezione privata).

Dal novembre 2011 l’opera è visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano.


  • Filippo Carcano - Los creyentes

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  • Filippo Carcano - Pescadores en la playa

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  • Filippo Carcano.jpg

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Giovanni Carnovali[modifica]

Giovanni Carnovali (Montegrino Valtravaglia, 29 settembre 1804 – Coltaro, 5 luglio 1873) fu un pittore italiano.


Autoritratto

Biografia

Giovanni Carnovali, detto il Piccio, nato a Montegrino Valtravaglia (VA) il 29 settembre 1804 da una famiglia dalle umili origini, si trasferì in tenera età ad Albino in provincia di Bergamo. Ben presto mise in luce le sue doti d'artista, tanto che un aneddoto racconta che dipinse un mazzo di chiavi sulla porta di una villa che in molti presero per vere. La famiglia capì che la strada del piccolo era segnata, ed a soli 11 anni venne accolto presso l'Accademia Carrara di Bergamo, sotto l'ala protettrice del pittore neoclassico Giuseppe Diotti. Dimostrò fin dall'inizio le sue capacità, dipingendo con colori vaporosi e morbidi, sullo stile del romanticismo, in modo assolutamente autodidatta. Assunse presto il soprannome il Piccio (il “piccolo”), che lo accompagnò in tutta la sua vita artistica e non solo. Intraprese, dall'età di 27 anni, una serie di viaggi volti allo studio dei grandi maestri del XVII secolo che lo portarono a Parma e Roma nel 1831 e Cremona dal 1832 al 1835, fino a stabilirsi definitivamente, nel 1836, nella città di Milano. Altri viaggi lo portarono successivamente a Parigi (dove ebbe contatti con Delacroix), nel 1845, con l'amico Trécourt, quindi nuovamente a Roma e Napoli.

Amava viaggiare a piedi, camminare a lungo e “sentire la terra”, ma anche nuotare a lungo. Giovanni Carnovali fu famoso anche per il suo carattere molto particolare e stravagante: si raccontano in tal senso curiosi aneddoti tra cui quello che lo vide protagonista di un viaggio al paese d’origine al fine di rivedere i suoi parenti.

Dopo aver percorso parecchie miglia a piedi, giunse a destinazione in piena notte. Vide che la casa dei suoi era illuminata, e si avvicinò riconoscendo le voci dei parenti. Diede un’occhiata dalla finestra e, dopo aver appurato che tutti stavano bene ed erano sereni, ritornò da dove era venuto.

Inoltre si racconta che non volle più mettere piede a Montegrino Valtravaglia, suo paese natio, a causa del fatto che in quel paese fu costruita una strada carrozzabile che, a suo avviso, rovinava il paesaggio che lui dipinse in molti quadri.

Proprio in questo piccolo borgo si trova ancora la sua casa natale, e, nell'attigua piazza che porta il suo nome si può trovare un busto bronzeo a lui dedicato.

Giovanni Carnovali morì il 5 luglio 1873 per un malore mentre stava nuotando nel Po. L'artista


Ritratto di Pietro Ronzoni, 1825 (Fondazione Cariplo) Lo stile del Carnovali è strettamente legato alla tradizione lombarda del rinascimento ed è riconoscibile per una spiccata luminosità delle opere. Questa caratteristica crea nei dipinti atmosfere quasi trasparenti con tonalità molto accese, richiamando in qualche modo i grandi artisti del XVIII secolo tra cui Tiepolo e Zuccarelli. Le sue principali opere riguardano scene bibliche, mitologiche e della storia di Roma. Molto rinomati sono inoltre i suoi paesaggi ed i numerosi ritratti di personaggi dell'aristocrazia e borghesia del tempo.

Definito come bizzarro ed inquieto, ha sempre avuto un tocco originale.

La sua pennellata sciolta, a tocchi ed a macchie, ha sempre mantenuto un grande realismo capace di trasmettere le immagini direttamente alla coscienza, e lo rese uno tra gli artisti significativi dell'Ottocento, forse il primo interprete di una pittura moderna che approderà alla Scapigliatura e al Divisionismo, dandogli un carattere originale ed anticonformista. Anche per questo non fu apprezzato dai contemporanei, spesso ritenuto o troppo antico o troppo moderno. Al suo tempo la classicità dei soggetti non era apprezzata, senza contare che l'uso del non finito agli occhi dei suoi contemporanei sembrò un oltraggio alla "buona pittura". Soltanto nel 1909, durante una mostra tenutasi a Milano, le sue opere vennero riscoperte dalla critica e rivalutate.


Il Piccio, autoritratto


Autoritratto


Giacomo Trecourt portrait


File:Ritratto d'uomo in atto di scrivere


File:Ritratto di G. Maironi da Ponte

Luigi Conconi[modifica]

Tranquillo Cremona

Giuseppe Elena

Adolfo Feragutti Visconti

Arturo Ferrari

Francesco Filippini

Eugenio Gignous

Emilio Gola

Domenico Induno

Gerolamo Induno

Angelo Inganni

Emilio Longoni

Ponziano Loverini

Emilio Magistretti

Giuseppe Molteni

Angelo Morbelli

Giovanni Sottocornola