Pluralismo religioso in prospettiva ebraica/Diversità intrareligiosa

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Napoleon stellt den israelitischen Kult wieder her, 30. Mai 1806.jpg
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Napoléon le grand rétablit le culte des Israélites le 30 mai 1806

Diversità intrareligiosa nell'ebraismo moderno[modifica]

Gli ebrei nella società europea[modifica]

Le relazioni tra ebrei e non ebrei sono cambiate notevolmente nel periodo moderno, ma sono rimaste non meno complesse e piene di tensioni. Nell'ebraismo esiste uno stretto legame tra il pluralismo intrareligioso e quello interreligioso. Il modo in cui gli ebrei dovrebbero interagire coi non ebrei e le culture non ebraiche è stato oggetto di dibattito sin dall'inizio della storia ebraica. Se gli ebrei devono essere totalmente aperti alla cultura dei loro vicini, l'acculturazione radicale potrebbe minacciare la fedeltà allo stile di vita, ai valori, alle credenze e alle pratiche collettive ebraiche. Che il processo di acculturazione sia rapido e drammatico o lento e graduale, la sfida per gli ebrei è sempre la stessa: dove si trova il confine tra l'ebraismo e altre civiltà, società e culture? Quali sono i limiti dell'integrazione e dell'acculturazione e si rimane ancora ebrei se questi limiti vengono superati? L'appartenenza al popolo ebraico è una questione di pratica o credo o una particolare combinazione di entrambi? Quali credenze e quali pratiche sono condizioni necessarie e sufficienti per l'inclusione nel popolo ebraico? E qual è lo status di una persona nata ebrea ma che non si sente più legata al popolo ebraico in modo significativo?

Queste domande divennero estremamente acute durante il periodo moderno, a causa della secolarizzazione dell'Occidente e dell'ascesa della moderna democrazia liberale come teoria politica dominante. Nel periodo moderno, la nozione stessa di ebraismo come etnia religiosa non era più data per scontata e ne seguì un dibattito se l'ebraismo fosse una "religione" o una "etnia". Il dibattito era emerso già alla fine del Settecento e fu inseparabile dal processo di Emancipazione, ovvero la concessione di diritti civili formali agli ebrei nel paese di residenza. In teoria, l'Emancipazione implicava che gli ebrei fossero riconosciuti come cittadini uguali i cui diritti inalienabili sono protetti dalla legge. L'Emancipazione doveva porre fine formale a secoli di discriminazione, ostilità ed emarginazione degli ebrei nella società occidentale. In pratica, tuttavia, l'Emancipazione degli ebrei fu un processo molto più complesso, intrecciato con la modernizzazione e la secolarizzazione dell'Europa cristiana.

Per cominciare, l'emancipazione degli ebrei fu la conclusione logica dei principi democratici della Rivoluzione francese e dei presupposti dell'Illuminismo che la sostenevano.[1] Se, in effetti, tutti gli esseri umani sono per natura uguali, e se gli ebrei sono umani, allora gli ebrei sono uguali e tutte le leggi che li discriminano devono essere rimosse. La prima parte del processo di Emancipazione comportò un intenso dibattito sull'umanità degli ebrei. I loro tratti presumibilmente discutibili venivano citati come una delle ragioni principali per cui non potevano diventare cittadini uguali ai sensi della legge. La logica prevalse sull'animosità secolare e le mura del ghetto, che separavano fisicamente e socialmente gli ebrei, caddero quando gli ideali della Rivoluzione francese furono esportati in tutta Europa dagli eserciti di Napoleone.

La logica dell'emancipazione, tuttavia, era in conflitto con la natura stessa dell'ebraismo come etnia religiosa.[2] L'Emancipazione era concessa agli ebrei come individui, dotati di diritti — ma gli ebrei non esistono semplicemente come individui ed essere ebrei non è semplicemente una questione di convinzione personale; piuttosto, implica uno stile di vita onnicomprensivo che può essere sostenuto solo quando gli ebrei sono collegati ad altri ebrei. L'esistenza corporativa ebraica, tuttavia, era incompatibile con il moderno stato-nazione, come Napoleone capì subito, e doveva scomparire se gli ebrei volevano diventare cittadini del moderno stato nazionale democratico. Lo status corporativo della comunità ebraica doveva essere abolito perché gli ebrei non potevano costituire "uno stato nello stato". L'Emancipazione, quindi, negava la dimensione collettiva dell'ebraismo e obbligava gli ebrei a considerarsi membri di una denominazione religiosa la cui fede era espressa in alcune pratiche rituali specifiche. Negando la struttura corporativa dell'ebraismo, l'Emancipazione si aspettava tacitamente che gli ebrei scomparissero come entità distinta.

Non meno problematico fu il fatto che l'emancipazione legale non comportò una trasformazione dell'atteggiamento emotivo dell'Europa nei confronti degli ebrei. L'odio e il sospetto radicati continuarono ad esistere, con il risultato di una continua esclusione sociale e discriminazione per tutto il diciannovesimo secolo e fino al ventesimo secolo. Se questi atteggiamenti negativi debbano o meno essere attribuiti direttamente agli insegnamenti cristiani è un dibattito che non deve riguardarci qui. Ciò che è evidente è che gli ebrei rimasero l'odiato Altro molto tempo dopo che furono loro concessi ufficialmente i diritti civili. In effetti, più gli ebrei furono integrati nella società europea durante la seconda metà del diciannovesimo secolo, più l'Europa dovette razionalizzare il suo odio tradizionale. La legittimazione arrivò sotto forma di teoria razziale pseudo-scientifica che evidenziava l’Altro ebraico su basi biologiche. Data la differenza ereditaria tra ebrei e altre persone, la presenza ebraica in Europa divenne un "problema" da risolvere. I nazisti proposero la Soluzione Finale all’alterità ebraica e gli orrori dell'Olocausto servono come un minaccioso promemoria a ricordo di ciò che gli esseri umani sono in grado di fare gli uni agli altri in nome dell'imposizione di unità e uguaglianza.

Mentre l'Emancipazione pose effettivamente fine alla segregazione formale ebraica, il significato dell'essere ebrei divenne molto più complesso. Nel moderno stato-nazione, la comunità ebraica aveva perso il suo controllo legale sui propri membri. Come gli ebrei divennero cittadini, l'associazione con altri ebrei fu una questione volontaria lasciata alla discrezione dell'individuo. Inoltre, la perdita dell'autonomia ebraica significava che non esisteva alcuna autorità ebraica riconosciuta per imporre agli ebrei come comportarsi o cosa pensare. Spettava a ogni ebreo decidere come esprimere una continua fedeltà all'ebraismo e quale valore accordare alla tradizione ebraica nella propria vita personale. La pluralità di opinioni sulla natura dell'ebraismo e sulla condotta che ne deriva è diventata per gli ebrei la caratteristica principale della modernità.

Ironia della sorte, mentre l'Emancipazione ha sciolto l'autogoverno ebraico, consentendo a ciascun ebreo di decidere come essere ebreo, l'ascesa del moderno antisemitismo ha ricordato loro che non importa come vogliano esprimere la propria ebraicità, essere ebrei non è una questione di scelta ma una questione di nascita e sangue. La modernità, in poche parole, ha creato una continua crisi di identità per gli ebrei che si sono posti tre domande fondamentali: perché si dovrebbe rimanere ebrei? Cos'è l'ebraismo? Come si deve essere ebrei? Ci sono tante risposte a queste domande quanti sono gli ebrei, ma diversi approcci dominanti emersero durante il diciannovesimo secolo in Europa e poi hanno continuato ad evolversi durante il ventesimo secolo in America e Israele.

Reazioni ebraiche all'Emancipazione[modifica]

Il primo tipo di risposta alla sfida della modernità fu l'acculturazione e l'assimilazione. Nell'Europa occidentale e centrale, gli ebrei accolsero con entusiasmo la possibilità di integrazione sociale e culturale e si immersero con entusiasmo nella cultura dominante, che consideravano superiore alla loro. Come sentirono Heinrich Heine e molti intellettuali della sua generazione, essere ebrei era uno sfortunato incidente di nascita che doveva essere scartato se uno voleva godersi il progresso della vita moderna. La conversione al cristianesimo non era che un biglietto d'ingresso alla piena partecipazione alla società.[3] Ma Heine e altri intellettuali ebrei scoprirono presto che perdere la propria identità ebraica era psicologicamente molto difficile, e provocava un profondo conflitto interiore e attacchi di odio per se stessi. Mentre in teoria il moderno stato-nazione non richiedeva agli ebrei di convertirsi formalmente per ottenere la cittadinanza, in realtà gli ebrei erano continuamente esclusi da varie occupazioni e posizioni che potevano ottenere solo dopo una conversione formale. Per coloro che cercavano attivamente di sbarazzarsi della loro ebraicità, era solo questione di una o due generazioni prima che l'assimilazione attiva significasse la perdita totale dell'identità ebraica.

La maggior parte degli ebrei dell'Europa occidentale e centrale, tuttavia, desiderava integrarsi nella moderna società occidentale senza negare la propria identità etnica ebraica. L'apparente secolarizzazione della cultura occidentale durante il diciannovesimo secolo creò la (falsa?) impressione che gli ebrei potessero contribuire attivamente alla cultura occidentale come membri del nuovo stato-nazione moderno, senza che venisse loro ricordata la propria ebraicità. Abbandonando volentieri la tradizionale educazione ebraica, che molti trovavano imbarazzantemente arretrata, gli ebrei europei si dedicarono ad attività secolari di letteratura, teatro, arte, musica, giornalismo, professioni liberali e scienze naturali, che ora erano loro aperte. La creatività senza precedenti degli ebrei in queste attività secolari avrebbe creato l'impressione che gli ebrei stessi fossero i creatori e i principali beneficiari della modernità. Questa percezione avrebbe contribuito notevolmente all'antisemitismo moderno e all'affermazione che gli ebrei sono responsabili dei mali della modernità, come la disintegrazione sociale, il crollo delle famiglie, la perdita della morale tradizionale e via dicendo.

Guardando all'ebraismo attraverso la lente della moderna cultura europea, molti ebrei trovarono la loro tradizione inadeguata e richiesero la sua trasformazione dall'interno. Se gli ebrei dovevano entrare nella vita moderna, l'ebraismoo doveva essere modernizzato. Coloro che cercavano la riforma dell'ebraismo dall'interno desideravano rimanere ebrei, ma guardavano ora all'ebraismo strettamente come ad un insieme di credenze, piuttosto che a uno stile di vita onnicomprensivo peculiare di un gruppo etnico.[4] Come cittadino uguale, l'ebreo è tedesco o francese di "fede mosaica", un individuo che condivide con tutti gli esseri umani i principi del razionalismo universale, e differisce da loro solo per quanto riguarda l'impegno a diffondere l'essenza universale dell'ebraismo – il monoteismo etico – all'umanità in generale. Le credenze razionali dell'ebraismo non sono solo compatibili con l'appartenenza al moderno stato-nazione, ma l'impegno degli ebrei per un'antica tradizione di giustizia li rende cittadini particolarmente buoni ed ligi che lavorano per il progresso dell'umanità.

Se l'essenza dell'ebraismo è un "monoteismo etico" universale che si rivolge a tutti gli esseri umani, che dire delle caratteristiche particolaristiche della tradizione ebraica, come la dottrina dell'Elezione, la lingua ebraica, le pratiche legali infinitamente minuziose e il desiderio per la venuta del Messia e il ritorno degli ebrei in Terra d'Israele? Inoltre, poiché l'ebraismo era stato uno stile di vita, che dire di tutti i rituali, pratiche, costumi e sensibilità peculiari che differenziavano gli ebrei dai loro vicini? In effetti, i sostenitori della Riforma erano disposti a scartare o trasformare radicalmente le caratteristiche particolaristiche dell'ebraismo al fine di facilitare l'integrazione nella vita moderna. L'ebraismo tradizionale non poteva rimanere lo stesso se gli ebrei si univano al mondo moderno.

La base teorica per la riforma dell'ebraismo proveniva dalla filosofia dell'Illuminismo, specialmente come formulata da Immanuel Kant. I teologi ebrei riformati accettavano il primato dell'individuo come agente razionale, autonomo e autolegislatore per il quale la religione è un insieme di principi morali etici e universalizzabili. Pertanto, dal punto di vista dei Riformatori, la legge ebraica eteronoma non ha autorità sull'individuo, a meno che l'agente non scelga di rendere vincolanti elementi specifici della tradizione giuridica ebraica. La tradizione halakhica articolata dai rabbini fu così dichiarata non vincolante, un prodotto dell'attività storica umana che nel corso dei secoli si era radicata, distorcendo l'essenza dell'ebraismo. Quell'essenza si trova negli insegnamenti etici dei profeti biblici, ma anche la Bibbia fu vista come divinamente ispirata piuttosto che divinamente rivelata. Il testo biblico doveva essere sottoposto ad analisi razionale da parte degli strumenti della scienza contemporanea e il suo messaggio accettato solo nella misura in cui esprimeva "l'essenza dell'ebraismo".

Il programma della Riforma riguardo alla critica biblica, la riprogettazione del servizio della sinagoga e l'assalto all'autorità della tradizione giuridica, scatenarono una grande protesta da parte degli ebrei che si sentivano obbligati a proteggere l'ebraismo dai suoi distruttori. Gli oppositori del cambiamento adottarono con orgoglio il termine "ortodosso", originariamente usato come termine derisorio per denotare coloro che si opponevano alla modernizzazione dell'ebraismo. Pertanto, l'Ortodossia stessa nacque come un prodotto della lotta ebraica con la modernità, sebbene l'Ortodossia si presentasse come il difensore di una tradizione giuridica divinamente rivelata, eterna e autorevole. Per gli ortodossi, l'ebraismo non era solo una questione di fede, ma uno stile di vita globale guidato dai principi della Torah come interpretata da rabbini autorevoli le cui sentenze fanno parte della Legge Orale. Non sorprende che, quando i pensatori ortodossi, come Samson Raphael Hirsch, tentarono di articolare una teoria dell'ebraismo eterno, avrebbero impiegato categorie filosofiche contemporanee assorbite nelle università europee che erano ora aperte agli ebrei.[5]

Ma se i primi sostenitori dell'Ortodossia, specialmente in Germania, erano rabbini con istruzione universitaria che credevano che l'ebraismo fosse compatibile con una certa misura di integrazione culturale, negli anni '70 dell'Ottocento si ritrovarono criticati da altri leader ortodossi che alla fine sarebbero stati chiamati Ultraortodossi. La divisione interna dell'Ortodossia ebbe luogo in Ungheria, che garantì agli ebrei pieni diritti civili nel 1867.[6] Gli ebrei ungheresi, compresi quelli che praticavano la vita ebraica tradizionale, si unirono al processo politico e inviarono delegati al parlamento ungherese, indicando che inizialmente l'Ortodossia non denunciava la democrazia ed i suoi valori. Fu un dibattito interno sulla natura del coinvolgimento ebraico nella politica ungherese che portò a faziosità all'interno dell'Ortodossia e all'ascesa dell'Ultra-Ortodossia. Questi ultimi avrebbero rifiutato militantemente l'accordo con la modernità, soprattutto in termini di cultura e istruzione, isolandosi volentieri dallo stile e dalla sensibilità del mondo moderno. Ironia della sorte, i pensatori ultraortodossi dovettero costruire essi stessi una concezione di immutabile tradizione ebraica per legittimare la loro posizione isolazionista, determinando al contempo la politicizzazione della vita religiosa ebraica. È questa versione dell'Ortodossia che è sopravvissuta all'Olocausto (poiché lo sterminio degli ebrei in Ungheria iniziò solo nel 1944) e ha registrato una crescita senza precedenti negli Stati Uniti e in Israele negli ultimi decenni.

Quanto cambiare e come legittimare il cambiamento è stato il pomo della discordia tra i vari filoni dell'ebraismo moderno. Tra i riformatori e il campo ortodosso c'erano coloro che riconoscevano che l'ebraismo era un prodotto di processi storici di cambiamento, ma che pensavano che la modernizzazione dell'ebraismo dovesse conformarsi ai principi della tradizione ebraica. La stessa Legge Ebraica, notarono, riconosceva la distinzione tra la legge divinamente rivelata (mi-deoraita, letteralmente, "dalla Torah") e l'interpretazione umana (mi-derabanan, letteralmente, "dai rabbini") e che il cambiamento è stato una caratteristica della vita ebraica fin dall'inizio. Secondo questa cosiddetta "Scuola Storica Positiva", l'ebraismo si è evoluto nel tempo in risposta alle mutevoli circostanze storiche, ma la tradizione stessa ha creato i parametri del cambiamento e ha posto l'autorità del cambiamento sul popolo ebraico nel suo insieme. Come prodotto della storia, l'ebraismo poteva essere studiato con gli strumenti della scienza accademica della Storia, ma i cambiamenti nell'ebraismo dovevano essere proposti con moderazione, tenendo in considerazione le caratteristiche e le sensibilità uniche della vita ebraica. Pertanto, la preghiera doveva rimanere in ebraico e non in volgare, la fedeltà alla Terra d'Israele doveva essere dichiarata anche se gli ebrei facevano ora parte della società moderna e si doveva affermare la fede in un messia personale.

Nell'America del ventesimo secolo, le opinioni della "Scuola Storica Positiva" sarebbero state tradotte come programma per l'americanizzazione delle masse di ebrei tradizionali emigrati dai paesi dell'Europa orientale (1880-1924), consentendo loro di rimanere fedeli alla loro costumanza ebraica dell'Europa orientale mentre diventavano completamente americanizzato.[7] Questo viene ora chiamato Ebraismo conservatore, per essere distinto dall'Ebraismo riformato, che aveva fornito il programma per l'americanizzazione della prima ondata di immigrati ebrei dalla Germania e dall'Europa centrale a metà del diciannovesimo secolo. Per gli ebrei tradizionali dell'Europa orientale, l'Ebraismo riformato americano era troppo estraneo/straniero. Avevano bisogno di un programma diverso che consentisse loro di diventare americanizzati senza perdere i loro legami con l'ebraismo tradizionale. Ciò venne fornito dall'Ebraismo conservatore, sebbene i suoi leader fossero originariamente membri dell'Ebraismo riformato e il suo sostegno finanziario provenisse da ricchi ebrei che si erano schierati con la Riforma.

Durante il ventesimo secolo, specialmente dopo l'Olocausto, le differenze tra Conservatori e Riformati si sono notevolmente ridotte. L'Ebraismo riformato divenne più tradizionale nella pratica e affermò la dimensione nazionale dell'esistenza ebraica; e le fila del movimento conservatore nella seconda e terza generazione non erano né profondamente informate sulla vita ebraica tradizionale, né consapevoli del modo in cui la leadership del movimento prendeva decisioni su come adattarsi alla vita americana. Tuttavia, ci sono molte differenze nello stile di culto e nell'enfasi teologica. L'Ebraismo riformato è stato estremamente aperto ai non ebrei, non richiede più ad un coniuge di matrimonio misto di convertirsi all'ebraismo e riconosce l'ebraicità di un bambino anche se solo il padre è ebreo. Le congregazioni riformate discutono oggi sullo status dei coniugi non ebrei e sul loro ruolo nella vita comunitaria ebraica e nei servizi religiosi. L'Ebraismo conservatore continua ad affermare la centralità dell'ebraico nel culto della sinagoga e l'autorità del processo halakhico, ma i cambiamenti all'interno del movimento, più profondamente riguardo allo status delle donne, indicano quanto sia flessibile e aperto al cambiamento questo movimento. Queste forme progressiste di ebraismo moderno mantengono ancora strutture istituzionali separate, ma uniscono le forze nei dibattiti contro l'Ortodossia. Quest'ultima ha goduto di una notevole rinascita negli ultimi due decenni, poiché molti ebrei in cerca di un significato spirituale più profondo trovano la loro strada verso le fonti ebraiche tradizionali.

La vera lotta tra le forme liberali dell'ebraismo e le varianti ortodosse è ora condotta nello Stato di Israele, dove le forme non ortodosse di ebraismo non sono convalidate. Le conversioni dei rabbini riformati e conservatori non sono considerate valide, e c'è una notevole ostilità verso la presenza riformata e conservatrice in Israele. Alcuni rabbini ortodossi sono arrivati ​​a dire che l'ebraismo riformato e conservatore non sono nemmeno forme di ebraismo, e gli ebrei secolari che sanno poco di religione o di storia dell'ebraismo moderno accettano queste affermazioni. Sia l'Ebraismo riformato che quello conservatore sono visti come importazioni americane che hanno poca rilevanza nella complessa realtà di Israele. Nel moderno stato di Israele, la faziosità intra-ebraica è stata esacerbata perché Israele non ha separazione tra religione e stato. A tutte le opinioni, religiose o laiche, viene data espressione politica e lottano per la sopravvivenza nel solido sistema democratico di Israele. Per comprendere la diversità intra-ebraica nello stato di Israele, dobbiamo ricordare brevemente come è nato lo Stato e cosa significa nella coscienza ebraica.

Lo Stato di Israele è stato fondato nel 1948 dopo sette decenni di attività sionista.[8] Il sionismo emerse in Europa negli anni 1890 come risposta al moderno antisemitismo, sostenendo che l'Emancipazione degli ebrei era fallita: l'Occidente non aveva e non poteva assorbire gli ebrei come cittadini uguali a causa della paura e dell'odio di lunga data per gli ebrei stessi ("giudeofobia") che permeavano la coscienza occidentale. L'unica soluzione al problema ebraico era una migrazione di massa degli ebrei fuori dall'Europa e la creazione di una "casa nazionale". I sionisti dovevano dimostrare che gli ebrei erano davvero una nazione distinta (contro gli assimilazionisti ebrei, i laici, i riformatori e i socialisti, che negavano tutti l'esistenza nazionale ebraica). L'affermazione sionista era difficile da provare poiché alla nazione ebraica mancavano i segni di altre nazioni: una terra propria, la sovranità politica e una cultura nazionale. Infatti, per diventare una nazione normale, gli ebrei dovevano acquisire queste caratteristiche, ma dovevano farlo affidandosi principalmente a se stessi, emancipandosi dalle debilitanti abitudini dell'esistenza diasporica durata due millenni. Le nazioni avrebbero dovuto dare sostegno politico al movimento, ma erano gli ebrei stessi che dovevano liberarsi dalle disabilità loro imposte da altre nazioni.

Varianti sioniste[modifica]

Fin dal suo inizio, il Sionismo era radicato in un paradosso.[9] Da un lato, il sionismo rappresentava un allontanamento radicale dall'ebraismo tradizionale in termini di analisi, obiettivi e modalità di funzionamento. Il visionario originale del Sionismo, Theodor Herzl (1860-1904), era un ebreo di Budapest altamente assimilato, un giornalista e drammaturgo di successo a Vienna che fu costretto a fare i conti con l'antisemitismo moderno durante il processo Dreyfus a Parigi nel 1894. La sua analisi della situazione ebraica era completamente laica, ispirata dai movimenti nazionalisti europei, in particolare dal nazionalismo italiano. Senza fare appello alle fonti dell'ebraismo, Herzl immaginò la creazione di uno stato ebraico che avrebbe realizzato i migliori ideali della società europea (una miscela peculiare di democrazia liberale europea, umanesimo e socialismo). La nuova società giusta avrebbe ridato dignità agli ebrei e sarebbe stato un modello per l'umanità.[10] Lo stesso Herzl era disposto a scendere a compromessi sull'ubicazione della nuova patria nazionale e la sua disponibilità a prendere in considerazione la proposta britannica dell'Uganda portò a una seria opposizione. Gli oppositori di Herzl erano ebrei dell'Europa orientale che capivano che il Sionismo non poteva avere successo se non avesse catturato i desideri e gli ideali della tradizione ebraica. L'unica patria degli ebrei doveva essere la Terra di Israele, a questo punto una regione sottosviluppata dell'Impero Ottomano.

Per i critici di Herzl, il Sionismo non fu solo una rivoluzione contro le condizioni di esilio, ma anche una continuità con il passato religioso ebraico, anche se attraverso importanti modifiche. Il Sionismo doveva liberare gli ebrei non solo dall'oppressione dell'esistenza diasporica, ma anche dalle credenze religiose molto limitanti della tradizione ebraica halakhica, senza svincolarli dalle loro fonti letterarie. Il veicolo della creazione di una cultura sionista sarebbe stata la stessa lingua ebraica, ora usata non solo per la preghiera ma per la conversazione quotidiana e l'espressione letteraria su tutti gli aspetti della condizione umana. La lingua e la letteratura ebraiche avrebbero soppiantato tutti i dialetti della diaspora ebraica, in particolare lo yiddish, lingua che aveva impedito la modernizzazione degli ebrei in Europa. La rinascita dell'ebraico avrebbe consentito ai sionisti di riconnettersi con il passato remoto del popolo ebraico – l'antico Israele biblico – la cui realtà storica era la vera giustificazione del ritorno dei sionisti in Terra di Israele. Dal nuovo centro della vita ebraica si sarebbe irradiata una moderna cultura ebraica nazionale, che fungesse da punto focale per la trasformazione della vita ebraica nella diaspora, che avrebbe comunque continuato ad esistere. Attraverso una lenta e devota trasformazione culturale della mentalità diasporica, sarebbe emersa una nuova persona ebrea: un ebreo laico, senza paura, libero, autosufficiente e moderno che poteva relazionarsi coi non ebrei da vero pari.[11]

La trasformazione sionista più radicale riguardava l'atteggiamento stesso verso la natura fisica. Il ritorno in Terra d'Israele avrebbe determinato una grande trasformazione economica della vita ebraica: gli ebrei non avrebbero più trovato il loro sostentamento dalla finanza e dal commercio, ma sarebbero diventati agricoltori che lavoravano la terra con le proprie mani. L'agricoltura avrebbe invertito l'alienazione degli ebrei dalla natura, imposta agli ebrei dalla società non ebraica contribuendo alla debolezza ebraica. Il nuovo ebreo, come disse Max Nordau, sarà un "ebreo muscoloso": forte nel corpo e fiero di spirito, che avrebbe vinto la propria debolezza e quindi conquistato la terra arida e inospitale.[12] Il programma sionista doveva essere raggiunto non attraverso la conquista militare ma attraverso l'auto-conquista e la conquista della terra attraverso la sua coltivazione. L'ebreo doveva vincere la propria debolezza riunendosi alla terra e traendo nuova forza dalla natura, la stessa natura che l'ebraismo rabbinico aveva relegato ai margini in secoli di culto divino.

Ma come poteva questo essere realizzato da idealisti ebrei giovani, inesperti, che non avevano esperienza nel campo dell'agricoltura? La risposta fu quella di unire individui in comuni, organizzate come unità semi-militari per conquistare la Terra e creare una nuova persona ebrea. Lo stile di vita comunitario creato dal Sionismo era una questione di necessità, ma in breve tempo la sua giustificazione ideologica fu fornita dai socialisti ebrei disillusi dall'universalismo socialista e dalla rivoluzione russa. Alla fine del XIX secolo, gli ebrei erano molto attratti dai movimenti socialisti europei a causa dell'enfasi sulla fratellanza universale e sulle soluzioni universali ai problemi dell'umanità.[13] Anche se molti socialisti ebrei avevano difficoltà a rinunciare al loro stile di vita di classe media, essi chiedevano lo smascheramento delle strutture economiche capitaliste come modo per rimuovere tutte le forme di ingiustizia, una volta per tutte. Nel nuovo ordine socialista che trasforma l'umanità stessa, il problema ebraico sarebbe semplicemente scomparso.

Tuttavia, nel primo decennio del ventesimo secolo, divenne chiaro che il socialismo era una soluzione dubbia: in primo luogo, il socialismo europeo non era privo di antisemitismo e, in secondo luogo, l'analisi socialista dello sviluppo economico non era confermata dalla storia ebraica. Gli ebrei non sono una classe, ma un popolo diviso da interessi economici contrastanti. La soluzione alla difficile situazione ebraica nella modernità sarebbe arrivata solo quando il nazionalismo ebraico, cioè il Sionismo, si fosse comportato secondo i principi socialisti adattati alle condizioni particolari del popolo ebraico. Una versione socialista del Sionismo avrebbe funzionato come la sovrastruttura ideologica per lo stile di vita comune dei nuovi pionieri in Palestina, i quali credevano fermamente che, alla fin fine, i valori universali di giustizia e uguaglianza potessero diventare una realtà per gli ebrei.[14]

Ciò che i primi pionieri sionisti pensavano fosse giusto, era tuttavia in conflitto con le opinioni della popolazione araba indigena in Palestina. Gli arabi capirono subito che una migrazione di massa di ebrei europei in Palestina avrebbe cambiato la natura del luogo. Ironia della sorte, fu l'insediamento sionista a riaccendere i sentimenti nazionalisti della popolazione palestinese locale, portando a sanguinosi conflitti sul controllo del territorio. Dal punto di vista arabo, l'insediamento sionista era tutt'altro che giusto; si trattava piuttosto di un'usurpazione dei diritti attraverso l'astuzia e l'inganno, che doveva essere prevenuta. Il nazionalismo palestinese emerse mentre le nazioni arabe in Medio Oriente stavano rovesciando le ultime vestigia dell'imperialismo europeo, anche se le nuove nazioni arabe stesse erano nate come creazioni del potere imperiale.27 Ed fu la manipolazione delle superpotenze globali, Inghilterra e Francia, dei movimenti nazionali contrastanti che avrebbero lasciato il Medio Oriente invischiato in una lotta interminabile. Nel Medio Oriente arabo, prevalentemente musulmano, la nuova presenza ebraica era ancora una volta l’Altro rifiutato. Il trattamento della minoranza ebraica negli stati arabi peggiorò in modo significativo dalla tolleranza benigna del periodo premoderno.[15]

Nelle tese relazioni tra i coloni sionisti e le popolazioni arabe locali, le nuove comuni, note come kibbutzim, hanno svolto ruoli difensivi essenziali. Sebbene la Palestina dopo il 1922 fosse sotto il mandato britannico, la sicurezza degli individui e delle proprietà veniva periodicamente messa a repentaglio da una popolazione araba ostile che comprendeva la natura della lotta forse meglio dei coloni sionisti. I kibbutzim furono la base per l'emergere della nuova abilità militare ebraica, prima per motivi di autodifesa contro gli arabi e poi diretti contro lo stesso mandato britannico, con la spinta finale verso la creazione di un nuovo stato ebraico. E le nuove comuni furono anche il fondamento di una nuova cultura ebraica. Quanto era ebraica la nuova cultura? Questa è una domanda molto difficile a cui rispondere. In superficie, la cultura del kibbutz era completamente laica. La fede in Dio non era né affermata né attesa, e il tradizionale stile di vita religioso ebraico fu praticamente abbandonato, una reliquia del passato borghese e diasporico che dovette essere rovesciato dalla rivoluzione sionista. Tuttavia uno sguardo più attento indica un maggior grado di continuità con la tradizione ebraica. Nei kibbutzim la Bibbia era studiata come letteratura nazionale; lo Shabbat e le feste venivano celebrati con nuovi rituali creativi; e una forte identità nazionalista veniva forgiata attraverso lo studio della storia ebraica in cui era enfatizzato l'antisemitismo.

La cultura ebraica dei kibbutzim definì ciò che sarebbe stata la cultura israeliana dopo l'istituzione dello Stato di Israele nel 1948. Tuttavia, Quando lo Stato fu dichiarato, non si definì come uno "stato per gli ebrei" (come Herzl lo aveva immaginato) ma piuttosto come uno "Stato ebraico", in cui gli ebrei di tutto il mondo hanno il diritto automatico di diventare cittadini in virtù dell'essere ebrei. Il significato preciso di "Stato ebraico", tuttavia, era poco chiaro, lasciando gli ebrei in Israele e nel mondo a discuterne senza fine. Lo Stato di Israele è nato con il sostegno delle nazioni del mondo tre anni dopo la scomparsa di un terzo del popolo ebraico durante l'Olocausto. Sebbene la Shoah da sola non sia stata la causa della creazione dello Stato, è stato chiaramente un importante fattore contribuente.

Lo Stato di Israele: una casa divisa[modifica]

La sofferenza degli ebrei durante la Shoah portò finalmente le nazioni del mondo a sostenere l'agenda sionista, ma la creazione dello Stato di Israele significava poca pace, sia esternamente che internamente. Gli ebrei in Israele sono rimasti il perenne Altro, combattendo per il diritto dello Stato di esistere tra le nazioni che desiderano invece vederne la fine. E all'interno dello Stato di Israele è la popolazione arabo palestinese che funge da "Altro interno". Pur godendo della cittadinanza, gli arabi non hanno goduto degli stessi diritti e hanno subito le politiche intenzionalmente discriminatorie dei successivi governi israeliani per mantenere il settore arabo meno sviluppato della maggioranza ebraica. Dopo il 1967, il nazionalismo palestinese, che aveva tentato di affrontare la difficile situazione dei profughi del 1948, guadagnò slancio tra gli arabi israeliani, complicando ulteriormente l'interdipendenza tra lo stato ebraico e i suoi vicini arabi.

Dall'interno, infuria un acceso dibattito sul carattere ebraico del nuovo Stato. Se Israele è uno Stato ebraico (e non solo uno stato laico in cui gli ebrei sono la maggioranza), allora la cultura e la società israeliane dovrebbero essere condotte secondo i principi della legge religiosa ebraica? Dal momento che molti dei primi sionisti erano avidi laici, il ritorno a uno stato governato religiosamente sembrava essere la peggiore applicazione della mentalità della diaspora.[16] Ma furono gli ebrei religiosi a respingere qualsiasi tentativo di creare una costituzione per il nascente stato sulla base che la Torah è l'unica costituzione del popolo ebraico. Nei primi tre decenni dello stato ebraico (1948-1977), la cultura politica era l'eredità del sionismo socialista, ora tradotta nell'ideale dello "statismo", l'assoggettamento di tutti i programmi ai bisogni del nuovo stato. Questa ideologia ha servito bene Israele nei primi anni molto difficili, quando ha dovuto assorbire milioni di ebrei, compresi i sopravvissuti all'Olocausto e gli ebrei che erano stati costretti a lasciare le nazioni arabe di recente costituzione. Gli immigrati ebrei dai paesi musulmani non avevano subito l'emancipazione o la modernizzazione; erano rimasti legati alla tradizione religiosa ebraica che potevano praticare in relativa pace come cittadini di seconda classe.

L'assorbimento della massiccia immigrazione ebraica dai paesi musulmani in una nuova nazione di immigrati dall'Europa fu caratterizzato da difficoltà e ha lasciato cicatrici, che si fanno sentire ancora oggi. Risentiti per il loro status sociale inferiore, gli ebrei dei paesi musulmani hanno nutrito risentimento verso le istituzioni, la cultura e lo stile della società israeliana. I nuovi arrivati avrebbero cambiato la mappa politica di Israele nel 1977, rovesciando un governo laburista ed eleggendo un partito rivale le cui politiche erano la privatizzazione e lo smantellamento del Welfare state. Dal 1977, gli ebrei delle nazioni musulmane sono diventati sempre più forti nella politica e nella cultura israeliana, cambiando il sapore e l'orientamento della vita israeliana.

Nel ventunesimo secolo, lo Stato di Israele non è affatto più vicino alla pace interna. Al contrario, le visioni rivali sull'ebraicità dello Stato sono diventate più antagoniste e a volte sembra che Israele sia sull'orlo della guerra civile. Questi dibattiti si svolgono tutti nell'arena politica poiché oltre venti partiti competono per il potere e la religione ebraica è diventata completamente politicizzata. I partiti religiosi, anche ultraortodossi che trovano lo stato di Israele una negazione degli ideali dell'ebraismo, impiegano la politica per ottenere sostegno finanziario dallo Stato per la loro istituzione preferita. La politicizzazione della religione contribuisce ulteriormente all'alienazione e all'ostilità tra laici e tradizionalisti, alle tensioni tra Israele e gli ebrei liberali della Diaspora e alla frustrazione tra gli israeliani che iniziano a dubitare della capacità degli ebrei di governare se stessi.

Note[modifica]

Searchtool.svg Per approfondire, vedi Non c'è alcun altro, Identità e letteratura nell'ebraismo del XX secolo e Interpretazione e scrittura dell'Olocausto.
  1. Questa argomentazione viene ben spiegata in Arthur Hertzberg, The French Enlightenment and the Jews: The Origins of Modern Anti-Semitism (Schocken Books, 1968).
  2. Le tensioni interne tra la logica dell'Emancipazione e l'ebraismo vengono esaminate da Jacob Katz, Out of the Ghetto: The Social Background of Jewish Emancipation, 1770–1870 (Harvard University Press, 1973).
  3. 1Heinrich Heine fece una dichiarazione famosa: "Il certificato di battesimo è il biglietto d'ingresso nella cultura europea". Si veda Hugo Bieber, Heinrich Heine: A Biographical Anthology, trad. M. Hadas (Jewish Publication Society, 1956), 157. Citato in Paul Mendes-Flohr & Judah Reinharz, The Jew in the Modern World: a Documentary History, 2a ediz. (Oxford University Press, 1995), 259.
  4. La storia dell'Ebraismo Riformato viene tracciata da Michael Meyer, Responses to Modernity: A History of the Reform Movement in Judaism (Oxford, 1988).
  5. Si veda David Ellenson, "German Jewish Orthodoxy: Tradition in the Context of Culture", in The Uses of Tradition: Jewish Continuity in the Modern Era, Jack Wertheimer, cur. (The Jewish Theological Seminary, 1992), 5–22.
  6. La ragione dell'ascesa dell'Ultra-Ortodossia ed il suo uso costruttivo del concetto di "tradizione" sono esplorati da Michael Silber, The Uses of Tradition, pp. 23–84. Per un più completo esame della materia, si veda Jacob Katz, A House Divided: Orthodoxy and Schism in Nineteenth-Century Central European Jewry, trad. Zipora Brody (Brandeis University Press, 1999).
  7. Per un riassunto dell'Ebraismo conservatore, si consulti Neil Gillman, Conservative Judaism, (Behrman House, 1993).
  8. Per un ottimo sondaggio della storia del Sionismo e le rispettive fonti primarie, si veda Arthur Hertzberg, The Zionist Idea: A Historical Analysis and Reader, ediz. riveduta (The Jewish Publication Society, 1997).
  9. Per un'analisi del paradosso, si veda Sholomo Avinery, The Making of Modern Zionism: The Intellectual Origins of the Jewish State (Basic Books, 1981).
  10. Ibid., 88–101.
  11. Questo cosiddetto "Sionismo culturale" venne sostenuto in maniera rigorosa dal sionista russo, Asher Ginzburg, noto con lo pseudonimo "Ahad Ha-am" (letteralmente, "uno del popolo"). Per la sua visione del Sionismo, si consulti Avinery, pp. 112–124.
  12. Max Nordau (1849–1923), medico. critico letterario, romanziere e sociologo, fu amico e associato di Herzl. Creò il termine "ebreo muscoloso" (muskel Juden) nel discorso di apertura fatto nel giugno 1903, durante il Secondo Congresso Sionista. I passi rilevanti sono stralciati da Paul Mendes-Flohr & Judah Reinharz, curr., The Jew in the Modern World, pp. 547–48.
  13. Sul coinvolgimento ebraico nel movimento socialista europeo, si veda Robert Wistrich, Socialism and the Jews: The Dilemmas of Assimilation in Germany and Austria-Hungary (Fairleigh Dickinson University Press, 1982).
  14. Questa soluzione fu articolata da Nahman Syrkin (1867–1924). Per un'analisi della sua posizione, si veda Avinery, Modern Zionism, pp. 125–38.
  15. La presenza ebraica nelle nazioni islamiche è decresciuta in modo radicale a partire dalla fondazione dello Stato di Israele. In Iraq, dove c'erano circa 150.000 ebrei nel 1948, ne rimangono oggi solo 70. In Siria, prima del conflitto interno, c'erano circa 300 ebrei, in Libano circa 80, in Giordania, Egitto e Yemen ancor di meno. In Arabia Saudita e Yemen, gli ebrei non appaiono nei conteggi ufficiali. In Marocco, che aveva circa 300.000 ebrei nel 1948, ne rimangono circa 6.000. In Algeria, che vide 115.000 ebrei emigrare velocemente in Francia alla dichiarazione d'indipendenza nel 1962, il conteggio si riduce a poche centinaia. In Tunisia, che contava 105.000 ebrei nel 1950, ne conta ora non più di 2.500. In Libia, dove nel censimento del 1931 contava 24.500 ebrei, un conteggio recente ne annovera solo 5. In Turchia, la comunità ebraica di 90.000 nel 1948, si è ridotta oggi a meno di un quarto.
  16. Le contraddizioni interne del Sionismo, specialmente le tensioni tra principi democratici moderni e l'agenda nazionalista, sono esposti da Bernard Avishai, The Tragedy of Zionism: Revolution and Democracy in the Land of Israel (Farrar, Straus and Giroux, 1985).