Baruch Spinoza/Conclusione

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Conclusione

La morte di Mosè (illustrazione del 1907)

Al termine di questo wikibook può essere utile riassumere i punti salienti del percorso svolto.
Nel primo capitolo abbiamo visto come l'esistenza del nostro filosofo sia stata divisa in due dal travagliato episodio della scomunica e come la reazione di Spinoza a tale circostanza sia paragonabile a un esodo alla ricerca della verità, assumendo la forma non di un abbandono della religione, bensì di una assetata ricerca dei valori della Torah, che la comunità ebraica di Amsterdam venerava nella lettera, ma — a parere di Spinoza — rinnegava nello spirito. Così, se Spinoza fu maledetto dagli uomini, poté sentirsi benedetto da Dio, tanto che la sua vita, come quella di una rosa selvatica, dovette affrontare le situazioni più impervie ma poté godere della libertà. Spinoza non fu un caso isolato, poiché già De Costa aveva affrontato un simile cammino, seppure il peso dell'isolamento lo aveva infine schiacciato. Ma Spinoza riuscì a trovare la serenità interiore in un'esistenza appartata che, sebbene povera di svaghi, gli permetteva di mantenersi dignitosamente, alternando il proprio tempo fra il lavoro manuale — necessario a procurarsi il sostentamento — e quello intellettuale, che appagava il suo animo. La coerenza, da sola, lo saziava tanto da spingerlo a rifiutare una prestigiosa cattedra ad Heidelberg. E proprio nella solitudine, Spinoza trovò dentro di sé la terra promessa cui tanto agognava, come constatiamo dai racconti di coloro che lo conobbero di persona e che rimasero stupiti dal suo carattere sempre solare, affabile e aperto al confronto con chiunque. Ciò che soprattutto colpiva era appunto la generosità e la benevolenza, di questo ometto dalla salute cagionevole, nei riguardi di tutti, amici e nemici, tanto che persino gli acerrimi oppositori della sua filosofia — tra cui anche Colerus e Bayle — lo ritenevano un modello da un punto di vista umano. Abbiamo notato che più di una volta Spinoza rischiò la vita a causa della sua indole salda e coraggiosa, e che uno dei suoi rari amici fidati — Adriaan Koerbagh — morì in prigione per aver osato pubblicare un trattato in cui si esortavano gli uomini a non dare ascolto alle austere prediche dei calvinisti, ma a protendere l'esistenza verso un gioioso amore per Dio e per il prossimo; idee che Spinoza fece rivivere attraverso la redazione del Trattato teologico-politico, la sua opera all'epoca più conosciuta e osteggiata. Spinoza morì ad appena quarantaquattro anni, ed abbiamo visto la tranquillità con cui egli si spense, non perché avesse poco a cuore la vita, ma semplicemente perché non aveva paura, né si dava pensiero, della morte. La sua fu come la morte di Mosè, compiaciuta nella visione della terra promessa che, seppure solamente con lo sguardo, aveva visitato.
Nel secondo capitolo ci è stato possibile trovare, in forma chiara, i fondamenti e al tempo stesso la sistematizzazione dei valori che egli metteva in pratica nella vita quotidiana: valori inscritti, già col Trattato sull'emendazione dell'intelletto, in un progetto di cambiamento sociale votato al sogno di realizzare in terra la piena felicità per quanti più uomini possibile, attraverso la pacifica lotta della ragione contro la superstizione e il conseguente sviluppo dell'amore fra gli uomini.
Così come, nel primo capitolo, abbiamo valutato la crescita personale di Spinoza in relazione alla cultura del Seicento olandese in cui egli crebbe, abbiamo altresì evidenziato, riguardo alla sua filosofia, le influenze e i legami con il pensiero di altri autori, da Averroé a Maimonide, da Cartesio a Hobbes. Le idee trovate nell'Etica ci hanno permesso di cogliere la fisionomia intellettuale dell'uomo tratteggiato nel primo capitolo, comprendendo come egli, nella propria quotidianità, riuscisse a non provare mai rancore verso nessuno. La teoria causalistica degli affetti restituisce infatti all'essere umano la sua collocazione all'interno della natura, sicché, con l'illusione della libera volontà, svanisce anche ogni motivo di prendersela con chi ci fa del male, soprattutto considerando come i sentimenti d'odio non rechino mai piacere a chi li prova, e perciò, se qualcuno ci muove risentimento, non bisogna considerarlo con malevolenza, bensì semmai con compassione. La massima felicità consiste, per l'individuo, nell'emanciparsi dai desideri di rivalsa, lavorando su se stesso in maniera da acquisire consapevolezza dei propri affetti e quindi una stabile serenità, da trasmettere a tutti coloro che lo circondano. Dal momento che gli uomini agiscono in conseguenza dei propri desideri, il nemico da combattere — per poter costituire una miglior convivenza civile — non sono gli uomini stessi, ma le superstizioni e i pregiudizi di cui essi cadono vittime e che li portano a rendersi nemici non soltanto del loro prossimo, ma anche di loro stessi, poiché è nemico di se stesso chi, a causa dei propri pregiudizi, non sia in grado di discernere quel che è bene per lui. Nel Trattato teologico-politico Spinoza elaborava una soluzione libertaria per combattere la superstizione all'interno delle società umane, ritenendo che alla base delle superstizioni vi fosse la paura che il potere e l'autorità inculcano nelle menti incolte del popolo, alle quali la libertà di pensiero può invece infondere vigore e consapevolezza. Ciò che Spinoza riteneva di aver raggiunto per se stesso — la liberazione della propria mente dalla paura e dalla superstizione e il conseguente approdo a una terra promessa di libertà — avrebbe voluto estenderlo a tutto il resto dell'umanità, descrivendone la ricetta all'interno dei suoi scritti filosofici, e in maniera più che mai rigorosa nell'Etica. Spinoza intendeva liberare la filosofia dal suo carattere di meditazione estrinseca alla vita concreta, o di meditazione sulla morte, per restituire ad essa il valore di un discorso sulla vita e sulle reali possibilità che l'uomo ha a disposizione per raggiungere la felicità su questa terra.
Virtù — per l'Etica — non è sinonimo di penitenza e rinuncia, ma è al contrario il raggiungimento della vera gioia, senza alcun pensiero ad un aldilà dopo la morte, ma nella convinzione che il massimo piacere che si possa ottenere in questa vita consiste nel dedicare essa — la propria unica vita — agli altri, poiché nulla può dare maggior soddisfazione e maggior compiacimento interiore di ciò. Eppure abbiamo scorto in Spinoza anche una teoria sull'aldilà, o meglio, sull'eternità della mente al di là della morte, cogliendo in essa il punto più alto del "misticismo" spinoziano, che vede poi un ritorno alla cruda realtà con la speculazione pratica del Trattato politico, l'ultima e più problematica opera del nostro autore, la quale ci ha fatto parlare — data la prematura morte di Spinoza, che lasciò così incompleta tale opera della disillusione — di un volo interrotto per quanto riguarda la sua vita e la sua filosofia. La vocazione pacifista, benevola e libertaria che è rintracciabile nell'Etica e negli scritti precedenti di Spinoza deve dunque fare i conti con alcuni ripensamenti o limiti cui proprio Spinoza andò incontro su questi temi. Nel Trattato politico torna a galla la tradizionale sfiducia nella capacità delle masse, e perciò dell'umanità nel suo insieme, di poter trovare liberazione nella verità, fino a ridar credito all'idea di un benefico effetto sociale della paura e della necessità di esercitare la forza bruta da parte dei governanti. La piena democrazia appare così un'utopia impensabile per l'ultimo Spinoza, che, in nome di una visione pratica e disincantata, non esita a porre dei forti limiti all'esercizio dei diritti civili, escludendone per intero il genere femminile.
D'altra parte, gli scritti di Spinoza indicano la via di un'incessante lotta al pregiudizio, acquisendo il respiro di una filosofia che è in se stessa un'autocritica del pregiudizio. Nella messa in guardia dagli ostacoli contingenti che l'individuo incontra durante la ricerca della verità, Spinoza ha implicitamente messo in guardia i lettori anche contro l'autore — cioè contro se stesso — e così è possibile, ad esempio, attribuire a Spinoza l'influenza dell'invidia sull'elaborazione della sua teoria discriminatoria concernente le donne, poiché proprio Spinoza — lo abbiamo visto — ha parlato di un simile agire dell'invidia. Ma il nodo più arduo — che non può sciogliersi, dato il carattere incompleto e inesaustivo della sua ultima opera — rimane l'interpretazione della teoria politica di Spinoza, involuta dal libertarismo all'assolutismo. Se il Trattato teologico-politico vide la luce nel segno della fermezza, sull'onda di una ribellione ideale verso la sorte spettata a Koerbagh, il Trattato politico fu scritto nel segno della rassegnazione scaturita dal linciaggio dei fratelli De Witt, e rimase incompiuto perché Spinoza fu sottratto alla vita da una malattia di cui certo avrebbe fatto volentieri a meno.
Rispondiamo infine alla domanda lasciata in sospeso fin dalla presentazione: ci eravamo chiesti se, andando alla scoperta di Spinoza, saremmo giunti sulla scena di un delitto, assistendo a un feroce tentativo di aggressione nei confronti di Dio e della religione. Non sta a noi emettere un giudizio, tuttavia si può affermare che, se Spinoza volse mai il coltello nei confronti di qualcuno, non intese farlo contro Dio, ma unicamente contro i pregiudizi intorno a Dio, sicché possiamo considerare Spinoza non un attentatore, ma — almeno nei propositi — un difensore di Dio: quello stesso Dio Vivente della Torah che tanto aveva affascinato De Costa. Non il Dio trascendente e personale, dispensatore di castighi e ricompense, in nome del quale furono commesse alcune tra le più sanguinose carneficine nella storia dell'uomo, ma il Dio che è in tutto e in nome del quale non si può quindi irridere nessuno, attraverso la cui conoscenza si raggiunge la vera virtù, fatta di gioie e non di penitenze, come il cammino dell'Etica insegna.