Ceramica a Pisa/Versione stampabile

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Ceramica a Pisa

Dall'età romana alla produzione del XVI secolo

Autore: Giuseppe Capitano

Bacino ceramico santa Cecilia, maiolica arcaica di produzione pisana

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Fase di sviluppo:Ceramica a Pisa (Sviluppo)



Produzione ceramica prima del XIII secolo

La tradizione ceramica nel territorio pisano affonda le proprie radici già in età etrusca e durante il periodo di romanizzazione, iniziato intorno al III-II secolo a.C., si assiste ad un ampliamento e ad una serializzazione della produzione di recipienti in ceramica.

La produzione ceramica in età romana[modifica]

Prima della terra sigillata[modifica]

Sezione di un'anfora tipo Dressel I.
1 - orlo; 4 - spalla;
2 - collo; 5 - corpo;
3 - ansa; 6 - piede.

Tra il III e il II secolo a.C., si producevano nel territorio pisano anfore vinarie definite greco-italiche e Dressel I[1]. Questa produzione era stata stimolata da una crescente domanda soprattutto militare che ampliò di molto il commercio in generale nella zona pisana. Infatti tra il 238 e 155 a.C. le anfore vinarie erano destinate alle truppe romane stanziate nel territorio durante la guerra contro i Liguri che controllavano l'area della Garfagnana e della Lunigiana.

Esempio di anfore romane tipo Dressel 2-4.

Questo tipo di anfore vennero dapprima importate da zone campano-laziali insieme ad un'altra tipologia di vasellame (a vernice nera) usato per la mescita del vino durante i simposi. Nello stesso momento, si producevano manufatti ceramici più comuni quali anfore e laterizi[2] lungo le sponde dell'Arno e dell'Auser (oggi conosciuto come Serchio)[3].

I recipienti da fuoco più diffusi erano le olle che fino al V-IV secolo a.C. venivano realizzate con argilla molto grezza. Dopo tale termine cronologico i recipienti destinati alla cottura degli alimenti cominciarono ad essere prodotti con argilla più depurata[4]. Nel corso del tempo vennero introdotte nuove forme "da fuoco" e negli anni finali del III secolo a.C. comparvero i tegami (caccabi e patellae), tipiche forme romane adibite a precise tecniche di cottura delle carni[5]. Più avanti, lungo il tratto del fiume Arno prossimo alla foce, cominciarono ad essere prodotti piatti, coppe, brocche, bicchieri e altri tipi di vasi come ad esempio, quelli da notte. L'attività agricola molto attiva, soprattutto legata al vino, portò alla produzione di anfore vinarie di forma Dressel 2-4.

In questo periodo l'economia del territorio cominciò a diventare importante, favorita dalla posizione strategica del territorio pisano che aveva verso il mare una grossa area portuale e verso l'interno una viabilità ben organizzata grazie alla presenza di strade e dell'Arno con i suoi affluenti. Principalmente si sfruttavano i boschi e le cave di pietra dei Monti Pisani, i cui prodotti venivano smistati in tutto il territorio e verso Roma. Tra le merci manufatte nell'area, quelle che ebbero più successo furono le ceramiche realizzate in terra sigillata.

La terra sigillata[modifica]

La terra sigillata (da sigillatus[6]) venne prodotta a Pisa tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C.. Questo arco temporale è stato diviso dagli studiosi in due periodi: il primo vide la produzione definita italica dal 40 a.C. al 30/40 d.C; nel secondo venne prodotta la terra sigillata tardo italica tra il 40/50 d.C. e il 160 d.C.[7]. Il peculiare colore rosso brillante era dato dalla cottura in atmosfera ricca di ossigeno all'interno della fornace. La terra sigillata poteva essere decorata a rilievo oppure liscia, che nel caso pisano era la variante più diffusa. La grande attività produttiva di Pisa è seconda solo ad Arezzo e si pensi che tra il 40 a.C. e il 150 d.C. la città forniva il 16,7% di tutta la terra sigillata prodotta in questo periodo[8].

Bagni di Nerone, dalle mura di Pisa

I complessi produttivi si concentravano nella parte nord-ovest dell'attuale centro cittadino nei pressi del vecchio corso del fiume Auser, dove oggi sorgono le mura cittadine. A testimonianza di questa fase romana sono ancora visibili i resti del complesso termale risalente al I secolo d.C. conosciuto come "Bagni di Nerone"[9][10].

Aspetti produttivi e commerciali dal I d.C. fino all'VII secolo[modifica]

Grazie al porto vennero introdotte da molte zone del Bacino Mediterraneo diverse merci quali ad esempio, olio e vino pregiato[11]. Dal I secolo d.C. la produzione di Dressel 2-4 venne affiancata e poi sostituita da quella di anfore di tipo "Spello" e "Forlimpopoli" e più avanti, nel II d.C. si produssero ceramiche ad ingobbio rosso e le anfore di tipo "Empoli", fino ai primi anni del VI secolo d.C.[12]. Dal III secolo d.C. cominciarono ad essere importate le ceramiche di produzione nord-africana, ad esempio anfore contenenti liquidi quali olio e vino e vasellame da mensa in "terra sigillata africana", e dal V secolo d.C. pervennero ceramiche per il vino dall'Oriente. Dopo la caduta dell'Impero romano la città di Pisa si trovò in un'area posta tra le zone d'influenza bizantine e longobarde. In questo periodo (VI-VII secolo) dalla città transitavano anfore, portate dai Bizantini, contenenti vino orientale. Dall'VIII secolo l'economia subì una forte contrazione e Pisa tornò protagonista sulla scena produttiva e commerciale verso il pieno Medioevo[13].

La ceramica depurata non rivestita prodotta fino al XII secolo[modifica]

Brocca - ceramica priva di rivestimento semidepurata, XI - XII secolo.

In concomitanza alle ceramiche importate da paesi mediterranei, tra la fine dell'XI e il XII secolo[14] i pisani usarono sulle loro tavole vasellame non rivestito prodotto in città con argilla depurata[15]. Questi recipienti, modellati con il tornio a pedale[16], potevano essere forme aperte (catini e testelli) o chiuse (boccali, brocche - anche di grandi dimensioni - e olle acquarie provviste di due manici che comparvero nel XII secolo[17]) tutte destinate alla portata da mensa e alla conservazione degli alimenti nelle dispense oltre che alla cottura (per questo dette "da fuoco"). In alcuni casi, soprattutto nelle brocche, potevano essere graffiti dei semplici motivi ad onde sinusoidali, mentre alcune olle venivano graffite con linee orizzontali[18].

Tazzina (3) e fusaiole (4) - ceramiche prive di rivestimento (acrome) - XII - primi anni XIII secolo.

I vasai pisani non si limitarono a produrre soltanto ceramica da tavola, infatti sono stati ritrovati altri oggetti (tutti introdotti nei primi decenni del XII secolo) di uso quotidiano come dei microvasetti[19] destinati a contenere salse o unguenti, tazzine, salvadanai, portacandele e fusaiole, cioè oggetti che servivano prevalentemente per la tessitura sia come pesi di telai sia come volanti di fuso. Di solito le fusaiole venivano ornate con semplici graffiture e inoltre queste potevano probabilmente avere funzione estetica perché usate nelle collane femminili[20].

L'area produttiva si concentrava entro il quartiere Chinzica che fino alla metà del XII secolo non faceva parte del circuito cittadino. Come vedremo nel quarto capitolo, nei secoli successivi proprio in questo quartiere - soprattutto ad est - si consolidò una duratura attività ceramica[21] in quanto la particolare posizione geografica consentiva di avere nelle vicinanze zone di approvvigionamento delle materie prime quali argilla, acqua e legname. Inoltre, essa aveva il vantaggio di essere collocata lungo le principali vie di comunicazione: l'Arno e via San Martino, che costituivano il principale accesso alla città già in età romana (Via Aemilia Scauri)[22]. Dai primi decenni del XIII secolo vennero introdotte le tecniche della smaltatura stannifera (che diede il via alla produzione della maiolica arcaica) e dell'invetriatura piombifera.

Galleria immagini[modifica]

Note[modifica]

  1. Il nome Dressel deriva dall'archeologo tedesco Heinrich Dressel.
  2. In alcuni casi i laterizi erano marchiati con un bollo distintivo relativo alla fabbrica di produzione; alcuni dei maggiori produttori erano ad esempio gli Appii e i Valerii Volusii, questi ultimi iniziatori della terra sigillata a Pisa. Inoltre, nel caso degli Appii, venivano menzionati nei bolli anche i loro lavoranti/schiavi, contributori nel processo produttivo, vedi Baldassarri 2018, p. 62/Fig. 5 (testo di S. Menchelli).
  3. Baldassarri 2018, pp. 60-61 (testo di S. Menchelli).
  4. Baldassarri 2018, p. 62.
  5. Baldassari 2018, p. 63.
  6. L'aggettivo sigillatus veniva usato da Cicerone per riferirsi a vasellame decorato con figure a rilievo, che è una caratteristica di questo tipo ceramico (Baldassarri 2018, p. 69 e bibliografia qui presente).
  7. Baldassarri 2018, p. 69 (testo di Paolo Sangriso)
  8. Baldassarri 2018, p. 73.
  9. Baldassarri 2018, pp. 69-70. La denominazione impropria “Bagni di Nerone” risale almeno al XIII secolo e nasce da una tradizione legata al martire pisano San Torpè, ex cortigiano di Nerone poi convertitosi al cristianesimo e decapitato in città. Si pensa che il complesso fu edificato al tempo di Domiziano (81-96 d.C.) e che fosse legato alla famiglia dei Veruleii Aproniani, ricchi proprietari terrieri e produttori di ceramiche (vedi (FR) J. Scheid, Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, Dr. Rudolf Habelt GmbH, Bonn (Germany), 1983, p. 225-228.; (Alberti - Giorgio 2013, p. 47/nota 5; Pasquinucci - Menchelli 1989, p. 31)
  10. I complessi produttivi, segnalati da ritrovamenti di scarichi e resti di fornace, sono stati rinvenuti nei pressi di via San Zeno, via Galluppi e via Santo Stefano (Baldassarri 2018, p. 70).
  11. Questi prodotti arrivavano principalmente dalla Baetica (attuale Andalusia), dalla Tunisia e dalla Tripolitania, da Creta, dalle aree egee e dall'Asia minore (vedi Baldassarri 2018, pp. 65-67 - testo di S. Menchelli).
  12. Le anfore di tipo "Empoli" devono questo nome alla città nella quale furono restituite le prime fornaci dedite alla produzione di questo tipo morfologico (Baldassarri 2018, p. 67).
  13. Baldassarri 2018, pp. 67-68 (e bibliografia ivi presente).
  14. Si rimanda al capitolo successivo per ulteriori dettagli sulle importazioni del Mediterraneo.
  15. Alberti - Giorgio 2018, pp. 31, 33. Prima dell'XI secolo la produzione ceramica si concentrava (e da lì i prodotti venivano distribuiti) nel Basso Valdarno e alle pendici dei Monti Pisani (vedi Baldassarri 2018, p. 91 e la bibliografia qui citata (testo di Monica Baldassarri)
  16. Alberti - Giorgio 2018, p. 33.
  17. Baldassarri 2018, p. 92
  18. Alberti - Giorgio 2018, p. 33-34.
  19. I microvasetti potevano essere anche giocattoli, vedi Baldassarri 2018, p. 92 (testo di Monica Baldassarri)
  20. Alberti - Giorgio 2018, pp. 31, 33; per le fusaiole in ceramica vedi:[1]
  21. L'occupazione dell'area come zona di produzione ceramica nella prima metà/metà XII secolo viene ipotizzata da A. Aberti e M. Giorgio sulla base dei ritrovamenti in via Bovio e via la Tinta di frammenti di vasellame risalenti a questo periodo. Nelle fonti scritte del XIII secolo questa parte della città veniva chiamata "Baractularia". Alcuni studiosi comunque sostengono che nella zona orientale del Quartiere Chinzica non sorsero botteghe ceramiche prima del XIII secolo.
  22. Alberti - Giorgio 2018, p. 35


Contatti con ceramiche di importazione

Durante tutto il Medioevo la Repubblica di Pisa ha avuto un ruolo fondamentale nei commerci del Mediterraneo. La sua influenza le ha consentito di poter avere contatti con diverse culture quali ad esempio quelle islamiche e bizantine. Questo aspetto ha permesso alla città di poter importare nei suoi territori diversi tipi di merci. In questa sede ci concentreremo soltanto sulle ceramiche importate che giocarono un ruolo fondamentale in quanto stimolarono una lunga e ricca tradizione manifatturiera locale che, fino al XII secolo, era rimasta legata ad una produzione di vasellame tecnicamente obsoleta.

Aree di provenienza delle ceramiche[modifica]

La presenza a Pisa di ceramiche d’importazione, provenienti da vari centri, è dovuta al grande ruolo ricoperto dal porto pisano nei commerci mediterranei. Esso era infatti, almeno in Toscana, una tappa obbligata per tutte le merci che provenivano da paesi esteri. Pare dunque ragionevole pensare che molte, se non tutte, le ceramiche di importazione trovate in altri contesti fuori città, siano dovute passare per forza dalla dogana pisana. Le ceramiche “esotiche” importate a Pisa tra la fine del X e la metà circa del XIV secolo coprono un repertorio molto vasto, che tocca quasi tutti i maggiori centri produttori di vasellame del Mediterraneo[1]. Troviamo infatti in città testimonianze provenienti da[2]:

  • aree sotto l’influenza islamica come l’al-Andalus, le isole Baleari, la Sicilia Islamica, la Tunisia e forse il Marocco;
  • aree bizantine;
  • aree costiere della penisola italiana come quella brindisina, salernitana, siciliana (normanna) e ligure;
  • alcune zone del Vicino Oriente e l’Egitto, che per la sua particolare posizione geografica rappresentava un punto cardine che collegava le ceramiche di provenienza islamica con quelle del Vicino Oriente e quelle bizantine.


L'espansione di Pisa nel Mar Mediterraneo

Le tecniche produttive delle ceramiche importate[modifica]

Le diverse culture hanno usato più tecniche di produzione. Grazie a delle speciali analisi[3] è stato possibile determinare il tipo di tecnica; le principali sono riassunte come segue.

Tecnica Tipo di decorazione
Ceramiche Invetriate (vetrina piombifera)
  • Policrome
  • Bicrome
  • Monocrome
Ceramiche Smaltate (smalto stannifero)
  • Policrome
  • Bicrome
  • Monocrome
Ceramiche Ingobbiate e invetriate (vetrina piombifera)
  • Policrome (“Glazed Reserved Slip-ware”)
  • Bicrome (“Glazed Reserved Slip-ware”, “Glazed Slip-ware with Green Splashed Decoration”)
  • Monocrome
  • Monocrome graffite
  • Policrome graffite (“Zeyxippus ware. Class II” e savonesi)
Ceramiche eseguite con tecniche particolari
  • Decorate a “Lustro metallico”
  • Decorate a “Cuerda seca” totale
  • Decorate a “Cuerda seca” parziale
  • Decorate a “boli gialli e fondo verde”
  • Decorate con “rotellatura” o “solcate”

Le ceramiche alle quali si avvicinano di più i manufatti prodotti a Pisa a partire dai primi anni del XIII secolo sono quelle provenienti dall’al-Andalus e dalle isole Baleari, che condividono la particolarità di avere un doppio rivestimento sulle superfici del recipiente. Infatti, in entrambe le aree geografiche si registra l’uso di coperture diverse sulle superfici interne ed esterne. Da una parte abbiamo lo smalto stannifero bianco che copre la parte principale, mentre la superficie secondaria è nella maggior parte dei casi rivestita da una vetrina piombifera incolore, gialla o verde.

I bacini ceramici provenienti invece dalle aree bizantine, come le coste medio-orientali del Mediterraneo, l’area egeo-anatolica e dell’Attica, e quelli provenienti dalle zone liguri, hanno la caratteristica di essere rivestiti di ingobbio sotto la vetrina piombifera. Possono essere monocromi, policromi o bicromi, arricchiti o meno da decorazioni graffite e rivestiti da vetrine piombifere incolori o colorate[4].

Usi delle ceramiche importate[modifica]

Brocca triansata in maiolica monocroma dell'al-Andalus importata tra la fine dell'XI - inizi del XII secolo per la mescita di liquidi sulla tavola.

Le ceramiche giunte in città tra il Mille e il Trecento hanno trovato due impieghi distinti. Alcune, sono state usate in casa sulla tavola, sia in forme aperte (prevalenti) sia in forme chiuse (boccali, alberelli, etc.)[5]. Tali ceramiche nel primo periodo di importazione dovevano costituire uno status symbol in quanto di grande pregio sia artistico che economico e con ogni probabilità appartenevano a personaggi abbienti della Pisa medievale. Tra il XII e il XIII secolo diventarono appannaggio anche dei ceti sociali medi, come hanno dimostrato alcuni scavi urbani degli ultimi 25 anni[6].

Scodella, maiolica a lustro metallico Murcia (al-Andalus) usata nel primo quarto del XII secolo come bacino ceramico nella chiesa di Sant'Andrea Forisportam.

Altre invece, tutte forme aperte variamente rivestite quali scodelle, catini, piatti, ciotole, etc., erano usate per ornare le murature esterne degli edifici religiosi cittadini. Queste ceramiche vengono comunemente chiamate dagli studiosi "bacini ceramici"[7]. Non si sa con precisione perché tali ceramiche furono usate come elemento decorativo architettonico; a tal proposito si sono susseguite nel tempo diverse ipotesi. Ad esempio, lo storico dell’arte Gaetano Ballardini affermava che l’impiego architettonico di tali ceramiche proveniva da usi radicati in età più antica[8]. Un'altra ipotesi vede l’apposizione di tali manufatti nelle chiese pisane come esaltazione della potenza militare della Repubblica reduce da alcune vittorie nei confronti di popoli islamici. Ad esempio nel 1087 una spedizione pisana compì una razzia a Mahdia (Tunisia), e con il bottino si finanziò la costruzione della chiesa di San Sisto. Dunque i bacini sarebbero stati importati in un primo momento a Pisa come bottino di guerra e come tale ostentati sulle facciate degli edifici religiosi[9]. Tanti studiosi invece sostengono che tale usanza era legata a fattori estetici ed economici. Infatti l’uso dei bacini come abbellimento architettonico è stato preferito alle tarsie in marmo o ad altre pietre in quanto meno costosi ma in grado comunque di dare colore alle facciate delle chiese[10].

Fino al XII secolo sui perimetrali esterni e i campanili delle chiese pisane vennero murati soltanto prodotti ceramici importati dalle varie località del Mediterraneo, arrivati prevalentemente dalle zone occidentali poste sotto l’influenza islamica e, soprattutto, dall’al-Andalus. A partire dalla prima metà del XIII secolo, infine, si usarono come bacini le “maioliche arcaiche” di fabbricazione locale e tra la fine dello stesso e i primi decenni del XIV secolo i “bacini” erano quasi esclusivamente di produzione pisana.

La datazione dei manufatti ceramici usati come "bacini"[modifica]

Chiesa di San Silvestro, esempio di struttura in pietra decorata con bacini ceramici.

Per datare i manufatti che ornano le murature esterne delle chiese gli studiosi hanno fatto riferimento al periodo di edificazione degli edifici stessi. Questo è stato possibile in quanto, di norma, le ceramiche usate come bacini ceramici, venivano inserite contemporaneamente all’innalzamento dei muri e venivano collocate dagli operai stessi seguendo più tecniche[11]. Sono stati individuati diversi metodi per la posa in opera, suddivisi in base ai materiali di costruzione degli edifici: la pietra e i laterizi[12]. In base a queste evidenze per i monumenti della Toscana decorati con “bacini” è stata costruita quella che da Graziella Berti è stata definita una “stratigrafia ideale”.

Questa è stata suddivisa in cinque periodi che vanno dalla fine del X secolo fino al XV[13].

  • Periodo 1 - fine X - fine XI secolo.
  • Periodo 2 - XII secolo.
  • Periodo 3 – inizio - terzo quarto XIII secolo.
  • Periodo 4 - ultimo quarto XIII – terzo quarto XIV secolo.
  • Periodo 5 – fine XIV - XV secolo.

Strutture in pietra[modifica]

Bacino entro laterizi, S. Cecilia.

Le tecniche usate per le strutture in pietra sono state adottate tra la fine del X e la prima metà del XIII secolo. Le pietre usate per la costruzione dei muri perimetrali delle chiese venivano appositamente lavorate in base alle dimensioni dei "bacini ceramici" destinati alla decorazione architettonica. In linea di massima i "bacini" venivano collocati dall'interno del muro prima che questo fosse riempito "a secco"; le ceramiche potevano poggiare su delle scanalature create per accogliere l'orlo o la tesa del recipiente oppure potevano occupare uno spazio scavato che rispettava la dimensione del manufatto ceramico. Una pietra poteva essere ornata da uno o più "bacini" e un "bacino" poteva essere collocato su più pietre contigue[14].

Strutture in laterizi[modifica]

Le tecniche di messa in posa dei "bacini ceramici" in strutture costruite con i laterizi sono state adoperate tra l'inizio del XII secolo sino alla prima metà del XIV. I mattoni venivano tagliati seguendo le misure del "bacino" che dovevano accogliere e prima che il muro fosse riempito "a secco". In alcuni casi il piede del "bacino ceramico" veniva cinto con un pezzo di corda e ancorato all'interno del muro con delle pietre o della calce. Di solito rimanevano degli spazi vuoti tra i recipienti di ceramica e i laterizi; questi potevano essere riempiti sia con dei pezzi di mattoni appositamente creati, sia con frammenti di laterizi irregolari[15].

Le principali chiese decorate con bacini ceramici[modifica]

La chiesa di San Piero a Grado[modifica]

La Basilica di San Pietro Apostolo, conosciuta anche come San Piero a Grado, è la prima chiesa pisana che si incontra venendo dal mare e dista qualche chilometro dal centro cittadino. Si tratta di una delle chiese più antiche di Pisa in quanto essa sorge, come hanno dimostrato gli scavi archeologici condotti nel complesso, su un vecchio edificio paleocristiano datato al IV secolo, poi ampliato tra l’VIII e il IX secolo.

Basilica di San Piero a Grado.

La singolarità di questo complesso sta nella presenza di quattro absidi: tre volgono verso oriente, una (la più grande) verso occidente. Le mura esterne della chiesa sono abbellite da lesene e nella parte superiore sono presenti archetti ciechi in stile romanico pisano.

L’edificio all’interno è organizzato in tre navate divise da una serie di colonne di ripiego. Le pareti di quella principale sono decorate con un ciclo di affreschi eseguiti dal pittore lucchese Deodato Orlandi intorno al 1300 - 1312. Gli stessi affreschi testimoniano la presenza di forme chiuse in maiolica arcaica prodotte a Pisa nel XIV secolo.

La basilica viene citata in una fonte scritta del 1046; tra la seconda metà del X e l’inizio dell’XI secolo vennero edificate le tre absidi che volgono ad est, ornate con i manufatti ceramici. Graziella Berti colloca la posa dei “bacini” proprio in questo periodo.

Nella prima metà circa del secolo successivo comincia la costruzione, al posto di una vecchia facciata, dell’abside occidentale che infatti, insieme ai suoi prossimi paramenti murari, non è decorata con i bacini. Sullo stesso lato sorgeva un tempo il campanile distrutto durante la Seconda guerra mondiale; di questo oggi rimane solo il basamento in pietra, ricostruito qualche anno fa[16].

La chiesa di San Sisto[modifica]

Chiesa di San Sisto e campanile.

La chiesa di San Sisto risale al 1087 quando i pisani, dopo aver saccheggiato il porto tunisino di Mahdia, poterono disporre di ingenti somme per la sua costruzione.

Bacino ceramico di San Sisto.

Sorge in una zona, la Cortevecchia, dove al tempo della Repubblica si svolgeva gran parte della vita politica cittadina. La stessa chiesa venne sicuramente investita di un forte significato civico, in quanto al suo interno catturano l’attenzione i quattro stendardi dei quartieri pisani e sono conservati simboli della vecchia repubblica marinara: un timone e un albero appartenenti ad una vecchia imbarcazione del XIV - XV secolo.

La chiesa rispecchia l’originale struttura medievale anche se fu interessata da diversi lavori già nella metà del XV secolo ma anche all’inizio del Seicento e negli anni sessanta dal Settecento.

All’interno è organizzata in tre navate, coperte da un tetto a capriate e divise da colonne di spoglio coronate da capitelli classici. In quelle laterali si aprono alcune piccole cappelle.

La facciata presenta tre porte, una per navata. Sull’architrave di quella centrale è presente un arco cieco a tutto sesto (come anche sui portali laterali), sopra il quale si apre una bifora. Tra gli spioventi del tetto e gli archetti ciechi che abbelliscono la facciata, sono collocati “bacini ceramici” importati soprattutto da centri del Bacino Mediterraneo occidentale sotto l’influenza islamica.

Il fianco che si affaccia sull’odierna via Corsica è abbellito allo stesso modo.

Sul lato opposto alla facciata si innalza il campanile in laterizi che poggia su una base in pietra, in alto ornato da bacini ceramici alloggiati tra gli archetti ciechi e la copertura cuspidata[17].

La chiesa e il campanile di Santa Cecilia[modifica]

I bacini ceramici di Santa Cecilia.

La chiesa[modifica]

L’edificio è stato fondato nel 1102 e consacrato nel 1103 o 1107[18]. La chiesa è ad un’unica navata e ha l’ingresso principale orientato verso ovest che si affaccia sulla via omonima. Il lato meridionale si trova su via San Francesco (già “carraia sancte Cecilie”)[19]. Il corpo della chiesa è provvisto di un campanile “sospeso” che si alza sull’angolo sud-ovest. Il tetto a capriate e buona parte del lato nord sono stati ricostruiti a seguito degli ingenti danni subiti dopo i bombardamenti caduti sulla città di Pisa durante la seconda guerra mondiale. All’esterno, la facciata monocuspidata è organizzata in due livelli differenti: quello inferiore è stato costruito in pietre fino all’altezza dell’architrave della porta d’ingresso, mentre quello superiore è in laterizi, rifinito poi con un coronamento ad archetti ciechi. I piedritti e gli elementi che formano le archeggiature sono intervallati da una serie continua di "bacini ceramici" posti sopra le giunzioni degli archetti. Al di sopra della porta è presente una bifora vetrata[20].

Campanile di Santa Cecilia.

Sul fianco sud corre una fila di “bacini” alla stessa altezza di quelli posti alla base del campanile, qualche altro è collocato più in basso sopra le porte e sulla lesena terminale. Il fianco opposto era ornato analogamente ma ad oggi rimangono solo tracce della posizione originale dei recipienti ceramici. La collocazione di questi ultimi sulle murature esterne potrebbe risalire al 1256, anno in cui è stato forse completato l’edificio[21]. Alcune ceramiche, oltre a essere murate, erano ancorate alla parete con un legamento in rafia[22]. Per decorare la chiesa di Santa Cecilia furono impiegate ceramiche di varie provenienze[23]: maioliche arcaiche pisane, recipienti ingobbiati di produzione ligure (specie del savonese), protomaioliche dell’Italia meridionale, ceramiche a lustro metallico spagnole-andaluse, prodotti tunisini e infine esemplari medio-orientali ad invetriatura alcalina.

Il campanile[modifica]

Il corpo del campanile è abbellito da lesene angolari che salgono dalla base in pietra del livello inferiore della chiesa. Per dare un senso di continuità sono stati inseriti sul corpo del campanile dei bacini alla stessa altezza di quelli presenti a contorno della bifora posta sopra la porta principale[24].

La chiesa di San Francesco[modifica]

La chiesa di San Francesco presenta decorazioni con “bacini” solo sul corpo del campanile.

Storia della chiesa[modifica]

Campanile di San Francesco (Pisa).

Le prime notizie sulla comunità francescana pisana risalgono al 1211, ma il loro definitivo insediamento in città si ebbe nel 1228, quando all’ordine venne concessa la chiesa della SS.Trinità, già esistente nel 1173. Nel 1233 fu edificato, nei pressi della stessa, un piccolo oratorio dedicato a San Francesco, che cominciò ad essere ampliato nel 1241. Grazie al racconto di un miracolo avvenuto in città nel 1253 sappiamo indirettamente che la nuova chiesa era in fase di edificazione già in questo anno[25]. L’edificio è ad un’unica grande navata con il transetto nella parte terminale della stessa. Quest’ultimo è arricchito da sette cappelle, riprendendo l’iconografia tipica dell’Ordine francescano. Le fasi conclusive della costruzione si collocano intorno al 1318, quando erano da completare ancora il tetto e la facciata, abbellita poi con un rivestimento di marmo bianco. Gli interventi susseguitisi nel tempo hanno interessato lavori minori di rifinitura e piccole costruzioni.

Il campanile[modifica]

Il campanile pensile, completato contemporaneamente alla chiesa, si erge sul braccio sinistro del transetto[26]. I “bacini” furono collocati sul campanile in due momenti. Il primo interessa recipienti di importazione simili a quelli che abbelliscono la chiesa di Santa Cecilia, posati alla base intorno agli anni ‘50-‘60 del XIII secolo. Il secondo momento di erezione delle murature e di contemporanea posa delle ceramiche concerne i tre piani sovrastanti la base del campanile. Questi sono scanditi da archetti trilobati, decorati sulla parte superiore da esemplari tutti in maiolica arcaica di produzione locale[27].

La chiesa di San Martino[modifica]

Bacini ceramici della chiesa di San Martino.

La chiesa di San Martino si erge nel quartiere un tempo detto “Chinzica”, a sud del fiume Arno, in sostituzione di una vecchia chiesa ivi preesistente. L’inizio della sua costruzione si colloca negli anni finali del XIII secolo e venne ultimata intorno al 1332, anno in cui venne fusa la “campana grande”. Sappiamo dal lascito testamentario di Bonifacio Novello che, nel 1337, si stava ancora lavorando agli interni della chiesa perché egli lasciò donazioni per il completamento del coro e dell’altare maggiore[28].

La chiesa è ad un’unica grande navata che presenta nella parte terminale un transetto dai corti bracci, sul quale si apre l’abside. Sulle pareti perimetrali, in alto sotto gli spioventi del tetto, sono presenti degli archetti trilobati della stessa tipologia di quelli del campanile di San Francesco. Questi sono separati da delle lesene[29].

Tutte le pareti esterne della chiesa, esclusa la facciata principale che è stata rivestita da marmo bianco in epoca posteriore, sono decorate con “bacini ceramici" inseriti tra gli ultimi decenni del XIII secolo ed il primo quarto del XIV. Questi sono nella maggior parte dei casi recipienti di produzione locale, maioliche arcaiche e recipienti invetriati, ma non mancano manufatti importati come i lustri metallici spagnoli[30].

Altre chiese pisane decorate con bacini[modifica]

  • San Zeno.
  • San Matteo.
  • Santo Stefano.
  • Duomo.
  • San Pierino.
  • San Silvestro.
  • Sant’Andrea Forisportam.
  • San Frediano.
  • San Luca.
  • San Paolo a Ripa d’Arno.
  • Sant’Eufrasia.
  • San Michele degli Scalzi.
  • San Paolo all’Orto.
  • San Biagio di Cisanello.
  • San Giovannino.
  • San Michele Arcangelo di Oratoio
  • Santa Caterina.
  • Sant’Anna[31].

Galleria immagini[modifica]

Note[modifica]

  1. Secondo alcuni studiosi queste importazioni cominciarono nella seconda metà dell'XI secolo (vedi Baldassarri 2018, p. 93 e bibliografia ivi citata).
  2. Berti - Giorgio 2011, p. 27; Berti - Tongiorgi 1981a, pp. 161-284; Berti 2002a; Berti 2002b; Berti 2003a.
  3. Le analisi sono state condotte usando il metodo della Fluorescenza a Raggi X e sono esposte in Arias - Berti - Tongiorgi 1975 e Arias - Berti 1973.
  4. Berti - Giorgio 2011, pp. 27, 52-53.
  5. L'impiego è attestato da numerosi scavi archeologici urbani condotti negli ultimi 25 anni, i primi due furono realizzati in Piazza Dante nel 1991 e in Piazza dei Cavalieri nel 1993. Vedi: Berti - Giorgio 2011, p. 13; Bruni 1993; Bruni - Abela - Berti 2000; per una sintesi più aggiornata sul tema Giorgio 2013.
  6. Berti - Renzi Rizzo, p. 276. Per un catalogo sui reperti da scavo vedi Berti 1993b e Berti 1993c. I risultati degli scavi più recenti sono esposti in: Giorgio 2011a e Giorgio - Trombetta 2011
  7. Tutti i bacini ceramici originali sono stati rimossi negli anni '70 e '80 del secolo scorso e sostituiti con delle copie. Si veda Berti - Giorgio 2011, pp. 13, 28-31; Berti 1993c, per la catalogazione di "bacini ceramici" presenti nella provincia di Pisa e in altre località Toscane; Berti 1993e; Berti 2003a.
  8. Ballardini 1929, pp. 113-121.
  9. Marryat 1857; Abulafia 2013 e David Abulafia - "The Pisan 'bacini' and the medieval Mediterranean economy: a historian's viewpoint, Papers in Italian Archaeology IV: the Cambridge Conference, Part IV, Classical and Medieval Archaeology".
  10. Berti - Tongiorgi 1981a.
  11. Berti - Giorgio 2011, p. 13.
  12. Berti - Giorgio 2011, pp. 15-26, Figg. 3-45; Berti - Gabrielli - Parenti 1993, pp. 255-257; Berti - Parenti 1994, p. 198.
  13. Berti - Giorgio 2011, pp. 18, 25
  14. Berti - Giorgio 2011, pp. 15-26.
  15. Berti - Giorgio 2011, pp. 15-26.
  16. Berti - Tongiorgi 1981, pp. 22-23; Sodi - Burresi 2010; Ceccarelli Lemut - Sodi 2003
  17. Paliaga - Renzoni 2005, pp. 138-140; Garzella 1990, p. 62.
  18. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 43; Redi 1991, pp. 363-364; Garzella 1990, pp. 138-139, 174/n.54-175; Cristiani 1962, p. 149/n. 222.
  19. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 42; Bonaini 1854-1870 I, p. 469; Tolaini 1979, pp. 302; Garzella 1990, p. 177.
  20. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 43; Berti - Tongiorgi 1981a, pp. 99-116.
  21. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 44-45; Berti - Tongiorgi 1981a, p. 109.
  22. Tracce di corda sono state trovate intorno al piede di un esemplare in lustro metallico andaluso.
  23. Berti - Hobart - Porcella 1990; Berti - Cappelli 1994, pp. 151-162.
  24. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 44-45; Cristiani Testi 1986, p. 58; Testi Cristiani 1987, p. 109; Paliaga - Renzoni 1991, p. 34. La datazione suggerita da Fabio Redi rimanda al 1286, quando, secondo lo studioso, avvenne la posa delle ceramiche e il completamento della parte finale del campanile. Rimane comunque un termine non sicuro in quanto tale ipotesi contrasta con alcune evidenze archeologiche riguardanti i "bacini ceramici" collocati su di esso. Vedi: Redi 1991, p. 308/n. 129.
  25. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 46; Ronzani 1985, pp. 20-21.
  26. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 46; Testi Cristiani 1987, pp. 111-115 (per avere informazioni tecniche sulla costruzione del campanile).
  27. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 47; Berti - Gabrielli - Parenti 1993.
  28. Berti - Tongiorgi 1981a, p. 129; Redi 1991, p. 391; Paliaga - Renzoni 1991, pp. 132-136.
  29. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 48; Berti - Tongiorgi 1974, pp. 71-73; Ciampoltrini 1980, pp. 517-518.
  30. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 48; Berti - Tongiorgi 1981a, pp. 129-146. Per notizie sulla facciata, che nel XVII secolo fu interessata da ristrutturazioni e per notizie su modifiche apportate nel tempo, come l’apertura di nuove finestre e ristrutturazioni degli interni vedi Burresi - Cataldi - Ratti 1980, pp. 293-294.
  31. Secondo Graziella Berti e Marcella Giorgio l’ordine dell’elenco ripercorre la cronologia di costruzione delle chiese e dei bacini impiegati, vedi: Berti - Giorgio 2011, pp. 25-26, Tabb. 1-2, Fig. 45a.



Tecniche di produzione ceramica adottate a Pisa

Dai primi decenni del XIII secolo per la produzione ceramica furono impiegate a Pisa nuove tecniche totalmente diverse da quelle precedentemente in uso. Parliamo delle maioliche arcaiche e delle ingobbiate e graffite, queste ultime introdotte a partire dalla metà del XV secolo.

L'ingresso di nuove tecnologie produttive nel XIII secolo - lo smalto e l'invetriatura[modifica]

Per capire da dove è arrivato il sapere per l'impiego della smaltatura stannifera associata alla vetrina piombifera, gli studiosi si sono basati principalmente sullo studio dei “bacini ceramici” importati da vari centri del Mediterraneo[1].

Catino, recipiente privo di rivestimento - depurato (prima metà XII secolo).

Secondo le ricerche più accreditate, l’avvio delle produzioni smaltate pisane nel XIII secolo fu reso possibile dalla trasmissione di un ingente bagaglio di conoscenze sino a quel momento sconosciute a Pisa. Come già esposto nel primo capitolo, prima dell’avvento della maiolica arcaica l’unica produzione locale di vasellame era quella di recipienti in terracotta privi di copertura vetrosa e di decori colorati (detti perciò “acromi”)[2]. Questo nuovo tipo di ceramica rivestita comparve agli inizi del Duecento già nelle sue forme definitive e con una tecnica di realizzazione dei rivestimenti perfetta. Viene dunque scartata l’ipotesi che si tratti del frutto di un’esperienza maturata direttamente in città per mezzo di sperimentazioni successive.

L’ipotesi più plausibile rimane quella secondo la quale la produzione della maiolica arcaica pisana è stata stimolata dalle abbondanti importazioni che dalla fine del X secolo, e ancor di più dal secolo successivo, raggiunsero la città, e realizzata, probabilmente con l’aiuto di qualche maestranza straniera venuta a Pisa. Di conseguenza, per capire quale sia stato il punto di partenza della produzione della maiolica arcaica pisana bisogna spostare l'attenzione verso i centri che, prima di Pisa, fabbricarono manufatti con tecniche simili.

Catino, maiolica policroma (vert y manganeso) importata da Palma di Maiorca nel primo quarto dell'XI secolo (bacino ceramico della chiesa di San Piero a Grado).

Come detto nel capito precedente, nel panorama delle ceramiche importate da vari paesi del Mediterraneo[3], quelle alle quali si avvicinano di più le maioliche arcaiche di produzione pisana sono le ceramiche islamiche fabbricate in area spagnola peninsulare (Penisola iberica) ed insulare (Isole Baleari), con decorazioni in verde e porpora, o in verde e manganese. La tecnica di produzione, che prevede due diverse coperture vetrificate sulle superfici del corpo ceramico (rispettivamente smaltata in bianco sulla superficie principale e vetrina piombifera incolore o giallastra sulla superficie secondaria), venne usata in diversi centri della Spagna sotto il dominio islamico (al-Andalus) tra i quali Palma di Maiorca. Anche dal punto di vista delle forme, le maioliche arcaiche pisane sono molto simili a prodotti andalusi, come quelli fabbricati nel centro di Denia (Valencia) fra la metà del XII ed il primo quarto del XIII secolo[4].

Una volta identificate queste analogie decorative e morfologiche non ci resta che dare uno sguardo alla documentazione archivistica che riesce a fornire qualche conferma più solida. Per quanto riguarda Maiorca e le importazioni delle sue ceramiche, bisogna ricordare le intense e complesse relazioni che si sono instaurate tra quest’isola e la Repubblica di Pisa a partire dai fatti accaduti tra 1113-1116. In questi anni infatti, si svolse una crociata volta ad annullare la pirateria musulmana nel Mediterraneo. Questa, ricordata come “la spedizione delle isole Baleari”, era guidata dalla Repubblica di Pisa (alleata con i Catalani), alla quale nel 1085 era stata concessa la sovranità delle Baleari da Papa Gregorio VII[5].

Per quanto concerne la Spagna andalusa sappiamo che nel 1149 Pisa possedeva a Denia e a Valencia un fondaco, cioè una “casa commerciale” (o un complesso di edifici), adibita a magazzino che funzionava da “base operativa” per la gestione dei commerci in loco da parte degli operatori economici pisani. Del resto, la frequentazione del Porto Pisano da parte di navi provenienti da queste aree potrebbe essere suggerita pure da un documento (messo in luce dallo studioso O. R. Constable) del 1160 ca. riguardante i pedaggi del porto. Si viene a sapere infatti che[6]:

« Pisa avrebbe imposto pedaggi sulle navi che arrivavano da Malaga, Almeria, Denia, Valencia, Barcellona e Maiorca. Le fonti non dicono se questi oneri siano stati applicati a navi italiane o andaluse … »

A supportare questa tesi ci sono altri documenti. Per esempio, lo studioso Tito Antoni parla anche di un fondaco pisano presente a Maiorca sin dalla dominazione islamica, che fu distrutto durante gli scontri per la conquista cristiana voluta e capeggiata da Giacomo I d'Aragona tra il 1229 e il 1232[7].

Le prime migrazioni verso Pisa di alcuni maestri vasai musulmani maiorchini o andalusi, potrebbero essere state stimolate da questi rapporti commerciali[8]. La presenza islamica nella città del resto è già palese sul finire dell’XI e all'inizio del XII secolo. Ce ne dà conferma l'invettiva lanciata dal monaco Donizone di Canossa contro Pisa, luogo secondo lui indegno ad accogliere e conservare le spoglie della contessa Matilde di Canossa in quanto era frequentato da pagani (turchi e libici per esempio)[9]. Le migrazioni di artigiani musulmani potrebbero poi essersi intensificate in seguito alla “Reconquista” cristiana della Spagna andalusa e delle Baleari, che si compì proprio nei primi decenni del Duecento[10].

Gli aspetti tipici delle maioliche arcaiche pisane e la loro realizzazione[modifica]

Scodella, maiolica arcaica monocroma smaltata in verde (fine XIII - inizi XIV secolo).
Scodella, invetriata depurata monocroma in giallo (inizi XIII secolo).

Nelle maioliche arcaiche pisane il corpo ceramico sulla superficie principale (interna nelle forme aperte, esterna in quelle chiuse) era rivestito da uno smalto stannifero opaco bianco e, in rari casi, verde. Quando lo smalto applicato era di colore bianco, sopra di esso venivano eseguiti i disegni in bruno (manganese) ed in verde (ramina)[11]. La superficie secondaria veniva ricoperta invece da una vetrina piombifera, in genere incolore, verde o giallastra, piuttosto brillante. La decorazione di alcuni recipienti poteva essere affidata al solo bruno, oppure semplicemente alla monocromia, data da smalti bianchi o colorati (soprattutto in verde). Tra le ceramiche monocrome in alcuni casi la superficie secondaria non era invetriata, ma veniva smaltata come quella principale. Solo qualche volta, la superficie secondaria era lasciata priva di rivestimento[12]. Inoltre, si è riscontrato che parallelamente alla produzione delle maioliche arcaiche, probabilmente nelle stesse manifatture, erano realizzate ceramiche di forme analoghe, ma rivestite soltanto con vetrine piombifere incolori o colorate (in giallo o in verde). Pur essendo morfologicamente simili, queste, chiamate ceramiche invetriate depurate, non appartengono alla categoria delle maioliche arcaiche proprio perché non vi è presenza di smalto stannifero. Per realizzare la maiolica arcaica i recipienti dovevano essere sottoposti a due differenti e successive cotture in fornace[13].

La lavorazione del corpo ceramico e la prima cottura[modifica]

Tornio da vasaio a pedale.
Rappresentazione di una vecchia fornace nel trattato di Cipriano Piccolpasso. Si può notare un anziano signore (il maestro vasaio) seduto di fronte la fornace che coordina il lavoro degli aiutanti.
Ciotola, maiolica arcaica di Pisa, scarto di prima cottura ("biscotto"), (1530 - 1560).

L'argilla che veniva usata per modellare i corpi ceramici dei manufatti prodotti a Pisa era cavata da depositi alluvionali del fiume Arno[14].

Prima della lavorazione sul tornio, l’argilla veniva depurata in appositi recipienti o vasche[15] in modo da eliminare impurità (dette anche “inclusi”) come frammenti di pietra o parti calcaree, che avrebbero potuto compromettere le fasi di lavoro successive. Quindi usando il tornio veloce mosso a pedale si modellavano i recipienti nelle forme volute.

In seguito, i recipienti venivano posti ad essiccare all’aria nelle stagioni primaverili ed estive oppure in prossimità della fornace, per far evaporare l’acqua in eccesso contenuta nell’impasto argilloso[16]. Passato il momento dell’essiccazione, i manufatti venivano sottoposti ad una prima cottura, in gergo detta “biscottatura”. Gli scarti di fornace relativi a questa fase di lavorazione ci indicano che nella Pisa medievale ciò veniva effettuato cuocendo i pezzi in un ambiente ossidante, ovvero caldo e ricco di ossigeno: i “biscotti” sono infatti perlopiù di colore rosso mattone, ma non mancano fra i materiali delle discariche esemplari con il corpo scuro, annerito, a causa di cotture eccessive[17].

Il rivestimento e il processo di vetrificazione in seconda cottura[modifica]

Per determinare i componenti dei rivestimenti vetrosi delle maioliche arcaiche pisane sono state condotte analisi utilizzando la tecnica in Fluorescenza X. In base a queste si è constatato che i rivestimenti delle ceramiche pisane contengono in prevalenza piombo e stagno[18]. Non sono stati riscontrati elementi che riconducessero all’“ingobbiatura”, tecnica che fu introdotta in città soltanto alla metà del XV secolo[19].

Le “formule” per la creazione delle miscele che si vetrificano durante la seconda cottura, rendendo il corpo ceramico impermeabile, facevano parte molto probabilmente delle conoscenze empiriche dei vasai, frutto cioè di lunghe sperimentazioni, poi tramandate oralmente. Esistono però testimonianze di “ricette” precise e calcolate, presenti in alcuni trattati, giunte fino ai nostri giorni.

Li tre libri dell'arte del vasaio.

Si ricordano due opere in particolare, scritte in epoche e aree geografiche lontane tra loro. Un trattato è quello di Abû’l-Qâsim, membro di una famiglia di ceramisti di Kâshân che da generazioni passavano il sapere di padre in figlio. Quest’opera è composta da due manoscritti riguardanti la produzione di mattonelle e altri manufatti ceramici, e tra i tanti temi trattati nel manoscritto, si trovano informazioni preziose riguardo la preparazione delle coperture vetrose[20].

Distanziatori per recipienti aperti ("zampe di gallo").

Il secondo trattato è quello che Cipriano Piccolpasso scrisse nei primi anni della seconda metà del Cinquecento. In esso sono presenti precise indicazioni per la preparazione delle vetrine piombifere e degli smalti stanniferi. Piccolpasso non si limita soltanto ad indicare le giuste proporzioni necessarie alla creazione delle coperture vetrose ma, ad esempio, descrive il modo di stendere le miscele sui recipienti che già hanno subito la prima cottura[21].

Una volta ricoperte con lo smalto e la vetrina per immersione o aspersione (le sostanze vetrificanti erano disciolte in una miscela acquosa), le ceramiche, ad eccezione delle monocrome, potevano essere ornate con disegni di vario genere, per essere poi poste di nuovo nei forni per una seconda cottura[22] che doveva consentire la vetrificazione con il conseguente fissaggio di colori ed eventuali ornamenti. I recipienti aperti, venivano impilati, separati l’uno dall'altro per mezzo di distanziatori costituiti da tre estremità equidistanti, detti “zampe di gallo”. Il loro impiego è testimoniato dal recupero degli stessi fra gli scarti delle fornaci, ma è provato anche dalle tracce lasciate quasi sempre dai tre piedini nell'area centrale dei vasi o dalla loro fusione con il pezzo ceramico qualora la temperatura di cottura fosse troppo elevata[23].

I decori[modifica]

Boccale, maiolica arcaica (XIII secolo), dettaglio sequenza orizzontale a catenella (sotto la bocca trilobata) e verticale (accanto l'ansa).
Scodella, maiolica arcaica di Pisa (prima metà XIII secolo) usata come bacino ceramico sulla chiesa di Santa Cecilia. Il pezzo è decorato con motivi geometrici e vegetali (sequenza secondaria sotto l'orlo).

I decori delle maioliche arcaiche sono stati divisi in motivi principali e motivi secondari. Quelli principali delle forme aperte sono stesi sul fondo del recipiente e coprono un vasto repertorio che spazia da motivi geometrici a quelli figurativi. I primi raggruppano decori lineari, a graticcio, a reticoli, a raggi, di ispirazione vegetale, etc[24]. I motivi figurativi mostrano invece quadrupedi ispirati alla realtà o alla fantasia, pennuti e figure umane quali profili maschili e femminili[25].

I decori secondari, nelle forme aperte, sono disegnati sia sui recipienti privi di tesa sia in quelli che ne sono provvisti. Questi sono sequenze organizzate in fasce delimitate da una o più filettature per parte che circondano e abbelliscono il motivo decorativo principale. In prossimità di quest'ultimo le decorazioni sono spesso tracciate in bruno mentre in prossimità dell’orlo è più frequente trovarle in verde[26]. Si distinguono diversi gruppi di sequenze. Le più ricorrenti hanno carattere geometrico come, tratti paralleli, linee spezzate che danno forma ad angoli arcuati, segni ad "S", etc. Altri elementi delle sequenze si ispirano al mondo vegetale, ad esempio ramaglie di vario genere abbellite da fogliame[27]. Nelle forme chiuse si individuano tre tipi di sequenze: orizzontali, verticali e sequenze sulle anse. Anche questi motivi si trovano inseriti in fasce delimitate da uno o due filetti bruni. Spesso sono gli stessi motivi periferici incontrati nelle forme aperte[28].

La cronologia della maiolica arcaica[modifica]

Gli studiosi hanno identificato diverse fasi produttive[29]:

  1. Una prima che va dai primi del XIII (1210-1230) fino al 1280 circa.
  2. Una seconda fase si sviluppa dal 1280 circa fino al 1330-1340 circa.
  3. Una terza fase copre la seconda metà del XIV secolo.
  4. Una quarta fase comprende la prima metà del XV secolo (in questa fase Pisa comincia a sperimentare la produzione di maioliche arcaiche policrome e ceramiche rivestite di ingobbio e abbellite con decorazioni graffite "a punta").
  5. Una quinta fase copre la seconda metà del XV secolo.
  6. Un’ultima fase si estende sino alla fine del XVI secolo (in questo periodo le fabbriche pisane continuano a produrre maiolica arcaica nella sola versione smaltata monocroma bianca).

Maioliche arcaiche policrome e monocrome tarde[modifica]

Ciotola, maiolica arcaica monocroma bianca tarda (1530 - 1560). Il pezzo è stato scartato perché dopo la seconda cottura il distanziatore si è fuso con la ciotola.

Agli inizi del XV secolo, nel 1406, la città di Pisa fu conquistata dai Fiorentini. Poco dopo gli scontri, quando l’economia cittadina e i mercati si stabilizzarono, gli occupanti introdussero nei commerci pisani delle ceramiche che superavano in pregio le manifatture locali. Si tratta del vasellame prodotto nel contado fiorentino, in particolar modo proveniente da Montelupo fiorentino. I nuovi prodotti, denominati nella nostra epoca “Maioliche arcaiche blu”, “Zaffere a rilievo”, “Italo-moresche” o, più generalmente maioliche policrome, facevano largo uso di colori più vivaci, sgargianti, quali il blu o l’azzurro e il giallo, che donavano a queste ceramiche una maggiore bellezza rispetto alle maioliche arcaiche pisane. I ceramisti locali dunque, per far fronte a questa nuova concorrenza, tentarono di apportare modifiche al repertorio decorativo dei loro prodotti, introducendo nella tavolozza la nuova tonalità del giallo/arancio, che si accostava ai sempre caratteristici verde e bruno. L’innovazione riguardò solo la cromia delle maioliche, in quanto la morfologia delle forme e le “ricette” dei rivestimenti vetrosi rimasero invariate[30].

Se fino a qualche anno fa si pensava che la produzione della maiolica arcaica pisana fosse cessata nel XV secolo, lo studio di alcuni contesti di scavo urbani[31] ha mostrato come la maiolica arcaica sopravvisse fino alla fine del XVI secolo. A testimoniare meglio questa tendenza produttiva ci sono principalmente gli scarti di fornace e d’uso cinquecenteschi di Villa Quercioli e via Sant’Apollonia[32] che identificano ancora meglio l’evoluzione dell’ultima maiolica arcaica pisana. Nella sua fase finale la produzione perse molti dei caratteri distintivi dei secoli precedenti, limitandosi alla sola monocromia bianca e alla sola tipologia della ciotola emisferica, che venne fabbricata fino 1590 circa[33].

L'ingresso di nuove tecnologie produttive alla metà del XV secolo - l'ingobbio[modifica]

La tecnica dell’ingobbiatura, come quella della smaltatura stannifera della maiolica arcaica, non venne appresa dai ceramisti locali per esperienza maturata con il tempo, ma è più probabile che fosse stata trasmessa da maestranze alloctone.

I più[34] concordano con la tesi secondo la quale tale tecnica potrebbe essere arrivata a Pisa tramite la conoscenza portata da ceramisti originari della Pianura Padana che, nel XV secolo, attraverso i territori della Casa d’Este e più precisamente dalla Garfagnana, raggiunsero il nord della Toscana.

A tal proposito alcuni documenti attestano l’arrivo a Pisa e in zone limitrofe di ceramisti provenienti da Milano e Lucca. Soprattutto in quest’ultima realtà si registrano numerose attestazioni di ceramiche ingobbiate e graffite provenienti da aree modenesi, reggiane e ferraresi oltre che la presenza di ceramisti padani nella cittadina lucchese tra il Quattrocento e il Cinquecento. Appare dunque probabile che Lucca possa aver ricoperto il ruolo di “scalo” intermedio per questi ceramisti che con il tempo poterono spostarsi anche a Pisa[35].

Per stabilire meglio il momento in cui arrivò in città il sapere per la produzione delle ingobbiate, appaiono molto interessanti due fonti scritte. Entrambe riguardano un maestro vasaio pisano, tale Sano di Gherardo, che operò a cavallo della prima e seconda metà del Quattrocento. Il primo documento, datato al 1441, concerne il pagamento da parte del ceramista di alcuni sacchi di bianco presso la Dogana della Degazia[36]. Il secondo è più tardo (1485) e riguarda la spartizione dei beni di Sano di Gherardo tra i figli dopo la sua morte (avvenuta tra il 1472 e il 1478). Nel testamento viene esplicitamente indicata la presenza di terre bianche tra le numerose materie prime lasciate in eredità, necessarie alla creazione delle ceramiche ingobbiate[37].

A queste fonti archivistiche è possibile collegare il ritrovamento dei primi oggetti da mensa ingobbiati e graffiti “a punta” nel sottosuolo pisano a partire dalla metà-fine del XV secolo[38].

Maiolica di Montelupo fiorentino, piatto con l'arme dei Minerbetti, 1485 - 1495 ca.
Maiolica arcaica di Pisa, XV secolo.

Per capire i motivi che hanno spinto i ceramisti pisani alla produzione delle ceramiche ingobbiate e graffite, in contemporanea con l’ultima maiolica arcaica, bisogna tener conto delle condizioni politiche ed economiche nelle quali la città versava in quel periodo. Come detto in precedenza, agli inizi del XV secolo (1406) la Repubblica pisana non esisteva più; questa infatti era caduta sotto il controllo di Firenze che, tra assedi, conquiste e rivolte, mise in ginocchio la città per tutto il secolo costringendola alla definitiva resa agli inizi del successivo (1509), dopo la ribellione di fine Quattrocento. Negli anni di dominio l’occupante controllava il mercato imponendo pesanti dazi alle attività artigianali e commerciali pisane. Una conseguenza fu, oltre allo spopolamento della città, un importante calo di botteghe ceramiche. In questi anni si registrava inoltre l’entrata nei commerci di un nuovo tipo di ceramica, la maiolica policroma di Montelupo fiorentino, che relegò a ruolo marginale l'ultima maiolica arcaica pisana. Di contro, nei primi decenni del Quattrocento, i pochi artigiani pisani rimasti reagirono formando delle corporazioni per tentare di far fronte alla nuova concorrenza montelupina, le cui produzioni godevano di ben altro pregio[39]. Ai fiorentini dunque si deve, se non lo stimolo per l’introduzione della nuova tecnica dell’ingobbio graffito, almeno una forte reazione organizzativa da parte degli artigiani pisani, tale da rinnovare la produzione con l’abbandono graduale della maiolica arcaica che non soddisfaceva più il gusto del tempo[40].

I documenti che riguardano Sano di Gherardo Borghesi e il ritrovamento nel sottosuolo dell'ex convento delle Benedettine (presso la chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno) di maioliche arcaiche, ingobbiate e graffite "a punta" e "a stecca", hanno portato la studiosa Graziella Berti ad ipotizzare che la tecnica dell'ingobbio in tutte le sue varianti tecnologico-decorative fosse stata adottata a Pisa intorno alla metà del XV secolo (anni '30-'40), in concomitanza con il declino della maiolica arcaica e la sua ultima produzione[41]. Tale ipotesi ha incontrato pareri contrastanti nel corso del tempo, soprattutto per quanto riguarda il vasellame graffito “a stecca” più di frequente attestato in contesti del pieno XVI secolo. Negli ultimi anni infatti, nella stratigrafia di più punti del sottosuolo urbano, si sono trovati molti più indizi in grado di dare delle risposte esaustive a questo problema[42]. Le evidenze provenienti dagli scavi di Piazza Consoli del Mare, di via Facchini, di via Toselli, di Piazza delle Vettovaglie, di Palazzo Scotto, della chiesa di San Michele in Borgo, di Villa Quercioli e di via Sant’Apollonia[43], hanno mostrato che le ingobbiate e graffita "a stecca" sono assenti nel corso di tutto il Quattrocento, con primissime rare attestazioni solo agli inizi del Cinquecento[44]. L’unica ingobbiata e graffita che viene prodotta contemporaneamente alla maiolica arcaica tarda è perciò quella “a punta”[45]. Se la graffita “a stecca” non è presente nei contesti pisani del XV secolo probabilmente non veniva ancora prodotta; se è presente, seppur in rarissimi casi, agli inizi del XVI secolo è perché forse trattasi delle prime sperimentazioni[46]. Nel Quattrocento, quindi, le classi fabbricate dalle botteghe pisane sono la maiolica arcaica[47] e a partire dalla metà circa del secolo, la prima ingobbiata e graffita “a punta”.

Gli aspetti tipici delle ingobbiate pisane[modifica]

Come per le maioliche arcaiche anche le ingobbiate e graffite pisane vengono prodotte con argilla cavata da depositi alluvionali del fiume Arno. Questa conferisce al corpo dei manufatti ceramici il peculiare colore rosso mattone vivo che può tendere all’arancione. Lo strumento usato prevalentemente dagli artigiani pisani per tracciare i decori graffiti varia a seconda del tipo di decoro da ottenere: uno strumento a punta sottile nel caso della tipologia “a punta” e uno strumento con estremità più ampia per il decoro “a stecca”.

Scodella ingobbiata e graffita a punta arricchita da pennellate di colore (fine XVI - inizi XVII secolo).

I recipienti ingobbiati e graffiti sono quasi esclusivamente forme aperte che presentano decorazioni solo sulla superficie interna e, meno frequentemente, sono attestati recipienti chiusi decorati con graffiture tracciate con una punta. I motivi principali e secondari privilegiati avevano carattere geometrico e astratto, con richiami al mondo vegetale.

Tra le ingobbiate e graffite “a punta”, tuttavia, sono state trovate ceramiche ornate con motivi figurati: rappresentazioni di quadrupedi e di pennuti, pesci, frutti e figure principalmente femminili mostrate di profilo[48].

La tavolozza delle ingobbiate e graffite è molto povera in quanto nella maggior parte dei casi si tratta di ceramiche monocrome, che sfruttano il contrasto cromatico tra il bianco dell’ingobbio e il rosso del corpo ceramico come decorazione stessa. In pochi casi, soprattutto tra le graffite “a punta” e più raramente a “fondo ribassato”, le decorazioni sono arricchite con pennellate in verde e/o giallo (in rari casi è usato il bruno che può tendere al viola). La superficie, dopo essere stata ingobbiata e decorata è coperta con vetrina piombifera. Questa è soprattutto incolore ma non mancano i casi in cui si presentano vetrine gialle o verdi, mentre l’uso di vetrine di colore bruno-violaceo è molto raro. Il colore della copertura vetrosa dipende dall’aggiunta o meno di ossidi di ferro o di rame. Anche l’atmosfera presente nella fornace (ossidante o riducente) contribuisce a modificare il risultato finale[49].

Il rivestimento ad ingobbio e la graffitura[modifica]

Piatto ingobbiato e graffito a fondo ribassato (seconda metà XVI secolo).

I manufatti ceramici, dopo essere stati modellati sul tornio (previa depurazione dell'argilla) e fatti parzialmente essiccare una prima volta venivano ricoperti con una patina di “ingobbio”, una miscela che si otteneva tramite l’uso di fini argille caoliniche, setacciate e disciolte in acqua[50]. Dopo l’applicazione dell’ingobbio per immersione e un’opportuna parziale essiccazione dello stesso i recipienti potevano essere decorati[51], ma si sono riscontrati anche casi in cui l’ingobbio non veniva graffito[52]. Le decorazioni venivano realizzate asportando opportune porzioni della patina di ingobbio (allo stato ancora crudo del manufatto) e porzioni della superficie del corpo argilloso sottostante con una “punta” o con una “stecca”. Gli elementi ornamentali, dunque, una volta completata la cottura del pezzo, apparivano di colore rosso mattone in quanto con la graffitura veniva scoperto il corpo ceramico. Le principali produzioni “graffite” pisane si dividono in tre categorie:

  • Graffite “a punta”,
  • Graffite “a stecca”,
  • Graffite “a fondo ribassato”.

Purtroppo, non sono state trovate testimonianze materiali degli strumenti usati per asportare lo strato di ingobbio. Potendo formulare solo ipotesi, gli studiosi pensano che questi potevano essere fatti di diversi materiali, soprattutto in legno o in metallo, ma anche ricavati da ossa animali[53].

La prima cottura[modifica]

I recipienti dopo essere stati ingobbiati e, in caso, graffiti venivano infornati per la prima cottura dove si veniva a creare il contrasto cromatico tra il peculiare rosso mattone del corpo ceramico sottostante e il bianco dell’ingobbio[54].

Il rivestimento vetroso e la seconda cottura[modifica]

Dopo la prima cottura i “biscotti” venivano rivestiti da una vetrina piombifera e sottoposti ad una seconda cottura affinché la superficie del manufatto acquisisse impermeabilità. Durante la cottura nella fornace i recipienti aperti, che erano stati impilati per ottimizzare lo spazio, venivano separati tra di loro tramite le cosiddette “zampe di gallo”[55].

I decori[modifica]

Catino ingobbiato e graffito a punta (fine XVI secolo - inizi XVII secolo).
Ciotola ingobbiata e graffita a stecca con graffiture a punta - scarto di fornace (1500 - 1530).
Scodella ingobbiata e graffita a fondo ribassato, 1560 - 1590.

I motivi decorativi principali delle forme aperte ingobbiate e graffite "a punta" sono tracciati sul fondo del recipiente e hanno soprattutto carattere geometrico, ad esempio croci, stelle o girandole. Alcuni motivi sono ispirati dal mondo vegetale quali fiori e frutti come la pera. Non mancano decorazioni figurative che rappresentano quadrupedi, pesci, uccelli e figure umane di profilo. Tra le ingobbiate e graffite “a punta” un motivo principale assai usato è quello araldico che in qualche caso rimanda alla famiglia dei Medici e ai Rosselmini. Questo tipo di decorazione è usato in fase tarda di produzione (XVII secolo)[56]. Sugli orli e le tese delle forme aperte troviamo sequenze secondarie di carattere soprattutto geometrico caratterizzate da graticci e decori vegetali. Un particolare motivo è quello "a penna di pavone"[57]. Le forme chiuse invece hanno graffiture sul ventre ma anche sul manico e sono principalmente figure geometriche come croci e linee rette o ondulate. Non mancano esempi di decori con elementi vegetali. I disegni graffiti "a punta" possono essere monocromi ma più frequentemente vengono impreziositi da pennellate in verde e giallo sotto vetrina[58].

I recipienti ingobbiati e graffiti "a stecca" (tutti forme aperte) sono invece caratterizzati dalla presenza di motivi a girandola sul fondo. Questa può presentarsi secondo diverse varianti e la più diffusa ha nella parte terminale dei suoi raggi degli elementi detti "scalari", costituiti dalla giustapposizione di semicerchi di diversa misura che vanno dal più grande al più piccolo. Gli elementi che costituiscono le sequenze secondarie, graffiti sull'orlo o sulla tesa del manufatto ceramico, possono essere linee parallele, tratti arcuati oppure elementi "scalari". Non di rado, tra gli elementi decorativi, si interpongono dei piccoli disegni chiamati dagli studiosi elementi "alfa"; questi hanno varia natura e ad esempio possono essere tratti circolari, linee rette, croci e angoli orientati verso destra o sinistra, verso il basso o verso l'alto[59].

Le ceramiche ingobbiate e graffite "a fondo ribassato", tutte forme aperte, hanno sul fondo motivi a girandola che si presentano in diverse varianti e motivi araldici. Come sequenze secondarie troviamo decori: ad archi costituiti da fiori a tre petali, a perla infilzata, a nastro spezzato, a festoni, a tralcio frondoso e a tralci vegetali. Non mancano disegni a foglia allungata e a pinza di gambero. Inoltre sono state riscontrate entro due o più linee parallele che delimitano la sequenza secondaria: barrette oblique, trecce o corde che possono avere lunghezza variabile, quadrifogli e sequenze di onde con apici[60].

Altri tipi di ingobbiatura[modifica]

Altri tipi di ceramiche ingobbiate sono le "marmorizzate" e le "maculate"[61].

Galleria Immagini[modifica]

Note[modifica]

  1. Per studi al riguardo si rimanda a varie pubblicazioni: Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 276; Berti - Tongiorgi 1977a, p. 5; Berti 1993a; Berti - Gelichi 1995c; Berti - Gelichi - Mannoni 1995; Berti - Tongiorgi 1981a; Berti - Giorgio 2011.
  2. Per dettagli sulla ceramica "acroma" vedi Busi 1984 e Alberti - Giorgio 2018.
  3. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 277; Berti 1993d; Berti - Giorgio 2011 e Giorgio 2018.
  4. Berti - Renzi Rizzo, p. 277.
  5. Altri due episodi significativi che mostrano gli stretti rapporti tra la città toscana e le isole Baleari sono: la nomina di Gherardo, nel 1111, a comandante di 20 galee che componevano la flotta di navi salpata per la conquista cristiana; e nel 1135, la nomina di Lamberto “canonico pisano”, da parte di Iacopo di Gherardo (che faceva parte dei XII deputati della repubblica), come regnante di Maiorca durante la dominazione cristiana.
  6. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 283. L’originale cita: “Pisa would impose tolls on ships arriving from Malaga, Almeria, Denia, Valencia, Barcelona and Majorca. The Sources do not say whether these charges were levied on Italian or Andalusian vessels …”, vedi Constable 1994, pp. 132-133.
  7. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 283; Calisse 1904, pp. 9, 140-141, 145; Antoni 1977, p. 5/nota 8. Tito Antoni inoltre espone notizie interessanti sulle relazioni commerciali tra Pisa e le Baleari in questo periodo e oltre, e afferma che a Maiorca erano presenti membri delle più famose famiglie dell’aristocrazia mercantile pisana (p. 4).
  8. Altra testimonianza di questi stretti rapporti di scambio sono i materiali negoziati dai pisani a Maiorca, fra il 1315 ed il 1322. Tra le tante merci importate nella città toscana figurano anche lo stagno ed il piombo, elementi indispensabili per la creazione delle coperture vetrose (vedi Antoni 1977, p. 13).
  9. Donizone nel primo libro della sua opera “Vita di Matilde” (Vita Mathildis), nei versi nn. 1370-1373 dice: “Qui pergit Pisas, videt illic monstra marina. - Haec urbs Paganis, Turchis, Libicis, quoque Parthis – Sordida Chaldei sua lustrant litora tetri” (vedi Davoli 1888, p. 142).
  10. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 283; Constable 1994, p. 140.
  11. Gli smalti bianchi quando avevano un tenore di stagno molto basso presentavano tonalità rosate. Per avere notizie riguardo l'approvvigionamento di stagno per la maiolica arcaica si veda Giorgio 2012.
  12. Le decorazioni in fase di cottura potevano assumere diverse tonalità. Il verde, in base all’ambiente di cottura (ossidante/riducente) e alle temperature raggiunte nella fornace, poteva tendere a tonalità più o meno scure: bluastre, grigiastre oppure giallastre. Stessa cosa per i decori in bruno che potevano sfumare verso il violaceo, il rossastro o il nero.
  13. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 69.
  14. Per notizie relative all'approvvigionamento di argilla a Pisa nel Bassomedioevo e in Età Moderna vedi Alberti - Giorgio 2013, pp. 27-46 (studi condotti da Giuseppe Clemente: "Vasai e produzione ceramica a Pisa nel XVI secolo attraverso le fonti documentarie") e per studi più recenti si rimanda a Giorgio 2018b; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 57-58. Per una descrizione dei risultati delle analisi condotte sui corpi ceramici è possibile consultare Mannoni 1979, pp. 236-237/Gruppo VI.
  15. Durante tutto il Medioevo, le vasche usate per la depurazione dell’argilla erano solitamente quattro. Queste venivano chiamate con termini ben precisi: la prima vasca veniva chiamata pilla, le restanti venivano chiamate trogoli (vedi Berti - Migliori - Daini 1989, p. 13-14.
  16. Cuomo Di Caprio 2007, pp. 263-271.
  17. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 57-59.
  18. Le analisi furono condotte da Claudio Arias.
  19. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 59; Berti - Tongiorgi 1982, p. 145; Berti - Cappelli - Tongiorgi 1986, pp. 157-160; Berti 1992; si rimanda anche a Giorgio - Trombetta 2011; Alberti - Giorgio 2013; Giorgio 2015; Giorgio 2018c, dove si identifica meglio il momento in cui le fabbriche pisane passano dalla produzione di maiolica arcaica a quella delle ingobbiate e graffite.
  20. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 66; Allan 1973.
  21. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 67; Conti 1976, pp.115 - 116, 141 - 145, 177 - 180: ( Cipriano Piccolpasso, I tre libri dell'arte del vasajo: nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti i secreti di essa cosa che persino al di d'oggi è stata sempre tenuta nascosta, del cav. Cipriano Piccolpasso Durantino, Roma, dallo Stabilimento tipografico, 1857.).
  22. La doppia cottura era una prassi conosciuta e adottata per varie categorie di ceramiche in numerosi paesi. Gli esempi a conferma sono molti: per quanto concerne le produzioni islamiche medio-orientali la doppia cottura è attestata a Samarcanda fino dal X secolo, si veda: Samarcande 1992, pp. 35, 77/21. A Palermo, ad Agrigento e in altri siti siciliani, sono stati trovati manufatti della seconda metà del X, dell’XI e del XII secolo che hanno subito la doppia cottura (si rimanda a D’Angelo 1984; Fiorilla 1990, p. 31-34. Le ceramiche rinvenute ad Agrigento sono esposte al Museo di Caltagirone). A Maiorca queste ceramiche sono state trovate tra i materiali risalenti al XI secolo presso il Testar Desbrull (Rossello Bordoy 1978, p. 321/4201, 4209).
  23. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 68.
  24. Berti - Tongiorgi 1977, pp. 36-89, Figg. 1-32, Tavv. V-XXI; Casini 1938, Tav. XI n. 1, 3, 5; Liverani 1971, Tav. LXVI nn. 9-10; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 118-123, 130, 132, Tavv. 70-80, 87-89, Figg. 29- 35, 49-54; Tongiorgi – Berti 1971, Fig. 10; Tongiorgi 1964, p. 19, Fig. 3/c, forma 1; Berti - Tongiorgi 1977b, p. 45, Fig. 44; Berti - Cappelli 1994, Tav. 45; Alberti 1990, p. 55/115; Berti - Tongiorgi 1981a, p. 146, n. 34; Berti – Tongirgi 1972, p. 8/n. 5; Batini 1974, p. 47; Frierman 1975, p. 71/n. 190.
  25. Berti – Tongiorgi 1977a, pp. 90-93, Figg. 38-40, Tavv. XV a-c, XVIa-c, XVII a-d. Si rimanda anche a D'Angelo – Tongiorgi 1975, Tav. II-IV; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 143-145, Tavv. 100-101 (p. 144, 146), Fig. 68 (p. 145).
  26. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 105.
  27. Berti - Renzi Rizzo, pp. 106-112, Tavv. 60-70.
  28. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 186, Tav. 125.
  29. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 36, 57; per informazioni sulla maiolica arcaica tarda vedi Alberti - Giorgio 2013.
  30. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 207; Berti - Tongiorgi 1982; Berti - Cappelli - Tongiorgi 1986, pp. 157 - 159; Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 203.
  31. Alberti - Giorgio 2013, p. 16. I contesti di scavo sono stati editi da M. Giorgio e I. Trombetta (Giorgio 2011a e Giorgio - Trombetta 2011) e si riferiscono a quelli di via Toselli (Ducci - Baldassarri - Gattiglia 2009), Piazza Consoli del Mare (Anichini - Gattiglia 2009; Gattiglia - Giorgio 2007), Museo Nazionale di San Matteo (Baldassarri 2007; Baldassarri et al. 2005), Piazza delle Vettovaglie (Alberti - Baldassarri 2004) e Palazzo Scotto (Gattiglia - Milanese 2006).
  32. Per lo scavo di Villa Quercioli vedi: Alberti - Giorgio 2013, pp. 47-143. I primi dati sullo scavo sono stati pubblicati in Giorgio 2011b. Per quello di via Sant'Apollonia si rimanda a: Andreazzoli - Baldassarri - Mirandola 2002; Corretti - Vaggioli 2003; lo scavo è stato edito recentemente da Marcella Giorgio (https://www.academia.edu/13408119/Un_occasione_per_recuperare_il_passato_lo_scavo_di_Sant_Apollonia_a_Pisa). I lavori sono stati supervisionati dall'archeologa Roberta Mirandola e dall'architetto Chiara Prosperini.
  33. Alberti - Giorgio 2013, pp. 16, 47-153, in particolare pp. 79-81.
  34. (Vedi Alberti - Giorgio 2013, p. 14) Questa ipotesi è stata suggerita da Graziella Berti già nel 1994 (Berti 1994) e poi portata avanti da Trombetta nel 2009 (Trombetta 2009, p. 7).
  35. Alberti - Giorgio 2013, p. 14; Tongiorgi 1979, p. 19; Berti 1997, p. 266. Per le ceramiche ingobbiate e graffite rinvenute a Lucca e per la presenza di ceramisti padani in città tra il Quattrocento e il Cinquecento vedi Ciampoltrini 2013. Documenti d’archivio attestano l’avvio di alcune società tra stovigliai delle due città agli inizi del ‘400, si rimanda a Moore Valeri 2004, p. 96; Tongiorgi 1979, pp. 27, 29, 60, 98, 132.
  36. Alberti - Giorgio 2013, p. 14; Berti 2005, p. 124. Come dimostra la Dottoressa Daniela Stiaffini, i termini “bianco” e “terre bianche” venivano usati proprio per indicare l’ingobbio, vedi Stiaffini 2002.
  37. Berti 2005, pp. 124 - 125; Tongiorgi 1979, pp. 134-135; Berti - Tongiorgi 1977a, p. 151.
  38. Ad esempio, nello scavo di Villa Quercioli condotto tra febbraio e marzo 2011, il recupero della stratigrafia che comprende il 1470 e il 1590 circa, ha restituito maioliche arcaiche tarde (soprattutto monocrome bianche) e prime ingobbiate e graffite “a punta”. Non sono stati trovati frammenti di ingobbiate e graffite “a stecca” nei depositi anteriori al 1500.
  39. Si conoscono nella prima metà del XV secolo delle corporazioni create tra maestri vasai pisani. Un primo tentativo di organizzazione viene fatto nel 1419, con la stesura di un contratto tra gli affiliati che però non va in porto. Pochi anni più tardi, nel 1421, viene invece firmato un accordo da nove vasai, nel quale vengono fissate alcune clausole che interessano vari aspetti della produzione e del commercio di vasellame. Si sa che più tardi, nel 1427-28, viene a formarsi un'altra importante compagnia di tre vasai di cui uno era già firmatario del contratto del 1421 (vedi Berti 2005, pp. 110-115).
  40. Berti 2005, pp. 121 - 122; Berti - Tongiorgi 1977a, p. 150-151.
  41. Alberti - Giorgio 2013, p. 15; Berti 2005.
  42. Alberti - Giorgio 2013, p. 15; Giorgio - Trombetta 2011.
  43. Vedi in dettaglio Alberti - Giorgio 2013, pp. 47-143.
  44. Alberti - Giorgio 2013, p. 15; Giorgio - Trombetta 2011, pp. 231 - 235.
  45. Infatti, nella stratigrafia precedente al 1500 di Villa Quercioli e di altri siti di scavo, sono state trovate solo maioliche arcaiche tarde (monocrome), e ingobbiate e graffite “a punta”. Tra il 1500 e il 1530 circa, appare per la prima volta la classe delle ingobbiate e graffite “a stecca”. L’ultimo periodo che va dal 1560 al 1590 circa, vede protagonista la graffita “a stecca”, subito seguita dalla tipologia “a punta”. Sono presenti ancora maioliche arcaiche monocrome bianche (pochissimi esemplari) che probabilmente smetteranno di essere prodotte in questi anni.
  46. Alberti - Giorgio 2013, p. 15
  47. La produzione di maiolica arcaica dopo aver tentato di dare nuova linfa ai repertori decorativi con la policromia in giallo, tende a perdere la decorazione (voltando verso la monocromia) e a limitare il panorama morfologico precedente (vedi Alberti - Giorgio 2013, p. 16).
  48. Alberti - Giorgio 2013, p. 96, Tav. 8. I reperti sono stati ritrovati durante lo scavo di Villa Quercioli, databili tra il 1500 - 1530 e 1530 - 1560 circa. Per altri scavi vedi Berti 1994.
  49. Berti 2005, pp. 9, 11.
  50. Berti 2005, p. 9; Cuomo Di Caprio 2007, p. 287. Il Piccolpasso, chiamava questo tipo di argilla “terra bianca” o “ver terra visentina” in quanto a Vicenza in passato veniva cavata argilla di questo tipo. Per quanto riguarda l’argilla usata a Pisa per “ingobbiare” i manufatti, gli studiosi hanno riscontrato l’uso di diverse terre; per considerazioni al riguardo si rimanda a Berti - Capelli - Mannoni 2001, pp. 12-13; Capelli et al. 2001.
  51. L’applicazione dell’ingobbio poteva avvenire anche per aspersione o per pennellatura, vedi Cuomo Di Caprio 2007, pp. 289-293.
  52. Alberti - Giorgio 2013, p. 188-190, Figg. 2, 3.a-b, 4-7, 9; Alberti - Tozzi 1993, pp. 613, 628-632; Moore Valeri 2005, Fig. 13, p. 195; Moore Valeri 2004, Fig. 23, 6, p. 21.
  53. Berti 2005, p. 10; Berti 1993f, pp. 197-198; per esempi di strumenti usati per la graffitura vedi Berti - Migliori - Daini, p. 39; Cuomo Di Caprio 2007, pp. 444-446.
  54. Berti 2005, p. 10.
  55. Berti 2005,pp. 10-11. Sono state condotte analisi in Fluorescenza a Raggi X per determinare la composizione delle coperture vetrose, vedi Arias - Berti 1973, pp. 130-132.
  56. Alberti - Giorgio 2013, pp. 92, 94, Tavv. I (VI.a) - II (IX.b, X.a, XI); Berti 1994, pp. 361-362, Fig. 8/1-6 Motivi I. (p. 380), decorazione graffita su reperti da via Nicolo Pisano; Alberti - Giorgio 2013, pp. 193-194; Berti 1994, p. 362, Fig. 9/1-3 Motivi III (p. 381); Alberti - Giorgio 2013, p. 96, Tavv. I (I, III.b, IV.a-b, V, VII.a-b), II (IX.a-b, X.b-c); Alberti - Giorgio 2013, pp. 100, Tavv. I (III.a, VI, VIIa-b, VIII), II (IX.b, X.a); Berti 1994, p. 369 (motivi zoomorfi - uccelli), Fig. 20, p. 386; Alberti - Giorgio 2013, p. 194, Fig. 16 (A4)-18; Berti 1994; p. 385, Fig. 19; Berti 1994, p. 362, Fig. 19 Motivi II (p. 385); Berti 1994, p. 362, Figg. 9/1-2 (Motivi IV) p.381 e 10/1 p. 381.
  57. Alberti - Giorgio 2013, p. 94, Tav. IV (4.a.1-2); ibidem, p. 96, Tavv. III (1, 3.a.1, 3.c.1, 3.c.2), IV (4.b.1, 6.a.1), V (9.b.3, 9.c); ibidem, pp. 100-101, Tavv. III, (1, 2.a-e, 3.a.2, 3.b, 3.c.1), IV (4.a.1-2, 4.b.2, 6.a.1-2), V (4, 9.a, 9.b.1-2); ibidem, p. 102, Tavv. III (1), IV (5.a-b, 8.a); ibidem, p. 194, Fig. 19
  58. Alberti - Giorgio 2013, p. 96, Tav. VI (I); ibidem, p. 101, Tav. VI (II); ibidem, p. 102; ibidem, pp. 96-97 Tavv. VI (S.l.1-3, S.o.2, S.a.2); ibidem, pp. 101-102 Tav. VI (S.l.1-3, S.o.1.a, So.o.1.b, S.a.1-2)
  59. Berti 2005, p. 52, Tavv. 67-69; ibidem, pp. 53, 64, Tavv. 70-79; ibidem, pp. 65-66, Tavv. 80-81; ibidem, pp. 66, 68 , Tavv. 82, 84/1-3; ibidem, p. 69, Tav. 87; ibidem, p. 69, Tavv 88-89; ibidem, pp. 41, 45, Tavv. 55-56; ibidem, p. 45, Tav. 57; ibidem, pp. 45-52, Tavv. 58-65 Gli elementi “alfa” sono schematizzati nella Tav. 59.
  60. Alberti - Giorgio 2013, p. 112, Tav. 21; ibidem, p. 113, Tav. X, I; Fig. 17, GR.R.1; ibidem, p. 198, Fig. 28; ibidem, p. 112, Tav. XI, 5.a, 6.a; fig. 17; ibidem, p. 113, Tavv. XI (1.a-b, 3, 4.b, 5.b, 6.b, 6.c.2); Fig. 17, GR.R.2-3; Tab.6; per il “tralcio frondoso” vedi Moore Valeri 2004, p. 53; ibidem, p. 198, Fig. 29.
  61. Berti 2005.


Vasai attivi in città

Maestri vasai al lavoro, rappresentazione di Cipriano Piccolpasso - Li tre libri dell'arte del vasaio.
Il grafico mostra l'andamento del numero degli artigiani legati alla ceramica presenti a Pisa tra il XIII e il XVI secolo.

Dal XIII al XVI secolo, Pisa vede operare un gran numero di maestri vasai che sono stati capaci di realizzare diversi tipi di ceramica applicando più tecniche di produzione.

Cenni Storici[modifica]

A questo punto conviene riassumere brevemente quanto esposto fino ad adesso. Già dall'età romana la città di Pisa ha avuto un’importante storia manifatturiera di vasellame ceramico[1]. I vasai pisani potevano disporre di una grande quantità di materia prima che veniva cavata sfruttando i depositi alluvionali del fiume Arno e dell'Auser (Serchio).

L'unica produzione di vasellame fino a tutto il XII secolo era di recipienti privi di coperture vetrose e di decorazioni[2]. Le prime attestazioni scritte riguardanti artigiani che lavoravano l'argilla risalgono alla seconda metà di questo secolo. I documenti parlano infatti dei tegolai che principalmente realizzavano materiale edilizio, ma non può essere escluso che questi non producessero contemporaneamente prodotti destinati alla vita quotidiana[3].

Dai primi decenni del XIII secolo la storia manifatturiera della ceramica cambia drasticamente grazie all'introduzione di nuove tecniche per la produzione di vasellame. Viene adottata in città, infatti, la tecnica della smaltatura stannifera e dell'invetriatura piombifera, che i vasai pisani poterono apprendere grazie ai contatti avuti con maestranze straniere di area spagnola e con vasellame di importazione mediterranea che abbondava in città già dagli anni finali del X secolo fino al XIV. La maiolica arcaica, specie nella sua versione più semplice (monocroma), venne prodotta a Pisa sino alla fine circa del XVI secolo[4]. Contemporaneamente alla maiolica arcaica le officine ceramiche pisane sfornarono nella prima metà del XV secolo una nuova categoria di manufatti, le maioliche arcaiche policrome, che subirono un aggiornamento nella cromia dei decori con l'introduzione del giallo[5]. Questa produzione venne presto abbandonata quando, dalla metà circa del XV secolo, vennero prodotte le ceramiche ingobbiate e graffite principalmente “a punta”, “a stecca” e poi “a fondo ribassato”[6].

Grazie alle fonti documentarie si è potuto tracciare un quadro abbastanza completo sui maestri ceramisti che si sono susseguiti in città dal XIII fino al XVII secolo. Questi documenti sono soprattutto costituiti da notizie riguardanti contratti di lavoro, acquisti, affitti e vendite, censimenti, testamenti e carte giudiziarie[7].

Tali scritti hanno consentito anzitutto di individuare le “cappelle” di appartenenza dei ceramisti, dove cioè possedevano il domicilio e/o l'esercizio in città[8]. Le principali cappelle interessate sono:

  • San Biagio alle Catene.
  • San Salvatore in Porta Aurea.
  • San Pietro (o San Piero) in Vincoli.
  • Sant’Andrea Fuori Porta (o Forisportam).
  • San Pietro ad Ischia.
  • Santa Lucia.
  • San Nicola (o San Niccolò).
  • Sant’Andrea in Kinzica (o Chinzica).
  • San Giovanni al Gatano.
  • San Paolo a Ripa d'Arno.
  • San Vito.

Diversi nomi e qualifiche lavorative sono stati individuati nei documenti esaminati: barattolaio, broccaio, coppaio, fornaciaio, orciaio-orciolaio, scodellaio, stovigliaio, vasellaio-vasaio, maestro, apprendista o lavorante. Un individuo poteva anche essere indicato con più qualifiche contemporaneamente.

Attività dei ceramisti fra il XIII e il XVI secolo secondo le fonti scritte[modifica]

XIII secolo[modifica]

I ceramisti, le fornaci e le discariche nel XIII secolo.

Già agli inizi del XIII secolo sappiamo che i vasai pisani cominciarono a commerciare le proprie merci al di fuori dell'ambito cittadino, almeno lungo il tratto fluviale interno e in area tirrenica, infatti sono stati ritrovati numerosi reperti riconducibili a ceramiche di produzione pisana in Toscana Settentrionale, in Corsica e Sardegna risalenti a questo secolo[9]. Alcuni documenti rilevanti sono gli Statuti del 1287, che imponevano ai “tegolai” precisi limiti per cavare l'argilla. Essi infatti non potevano prelevarla più in zone del centro cittadino, né di loro proprietà, né di altri, lungo le sponde del tratto fluviale che taglia in due la città. Insieme ai tegolai vengono citati i “barattolai” che, almeno in questo secolo, erano probabilmente produttori di vasellame; più tardi, con questo termine verranno indicati i rivenditori di ceramica[10]. Sempre il “Breve” del 1287 emanato dal Comune di Pisa, ci fornisce chiarimenti su dove veniva raccolta la sterpaglia da ardere e cioè tra le foci del Serchio, dell'Arno e a San Piero a Grado. Questo inoltre indicava ai ceramisti la quantità massima di combustibile da poter tenere nella propria bottega, e cioè non superiore a quella necessaria per una infornata. Sappiamo infatti che questa precauzione nasceva con la crescita del lavoro degli artigiani pisani che gradualmente cominciarono ad affittare diversi terreni per la raccolta del combustibile e per prevenire gli incendi[11]. Una testimonianza in tal senso è data anche dai documenti riguardanti Niccolò Piloso che, nel 1283, comprò dall’Arcivescovo di Pisa la paglia necessaria alla cottura. Un altro esempio è quello di Lotto di Bartolomeo che, nel 1291, riuscì ad ottenere il permesso per tagliare la paglia tra l’Arno e il Serchio per due anni[12].

In questo periodo, un altro termine legato sicuramente alla ceramica è quello di scodellaio. Fornisce un esempio Nino di Lorenzo, della cappella di San Lorenzo in Pelliparia, che nel 1291 possedeva una casa con fornace affittatagli da Giovanni Visella.

Fra i ceramisti del XIII secolo riveste un ruolo molto importante Bondie di Uguccione da Cerreto perché diede il via ad una tradizione familiare che si imporrà nella scena artigiana pisana fino al secolo successivo. Altre due importanti famiglie di ceramisti sono quella dei Del Broccaio e dei Vinacetto da Bacchereto[13].

Le fonti scritte testimoniano soltanto due fornaci in questo secolo, una per sponda. La prima era nella zona dove oggi sorge la chiesa della Spina, a sud, la seconda invece sorgeva nella cappella di San Lorenzo in Pelleria, a nord[14].

Dalla documentazione scritta risulta che nel XIII secolo erano presenti a Pisa 26 operanti nel settore, di cui 21 barattolai (1 è indicato barattolaio e coppaio), 1 scodellaio, 4 vasai (1 indicato vasaio e broccaio)[15].

XIV secolo[modifica]

I ceramisti pisani, le fornaci e le discariche nel XIV secolo.

All'inizio del secolo con “barattolai” ci si riferiva solo ai rivenditori di vasellame e non più a produttori diretti. A conferma ci sono alcune fonti scritte. Per esempio, dai documenti si riesce ad evincere che gli oggetti da mensa e da cucina erano presenti nelle case dei cittadini in quantità sufficienti a soddisfare i bisogni della vita quotidiana. Per le occasioni importanti, come matrimoni e banchetti, che richiedevano un maggiore quantitativo di stoviglie per la mensa, gli oggetti da tavola venivano affittati proprio dai barattolai. Ad esempio, nel 1371 Vanni di Senso detto Rosso, diede in prestito alcune stoviglie da mensa all’Opera del Duomo in occasione della festa dell’Assunta[16]. Un documento frammentario dello “Statuto della Curia dei Mercanti” ci fornisce la conferma che questi erano solo rivenditori. Infatti i barattolai facevano parte di questa corporazione in quanto vengono citati esplicitamente nel documento, dovendo pagare alla Curia o ad un suo rappresentante una certa somma di denari di Pisa per poter svolgere la professione. A riprova di ciò si ha uno Statuto del 1350 dove i barattolai non compaiono tra i facenti parte dell'Ordine del Mare, di cui invece erano membri i vasellai, broccai e scodellai, produttori di ceramica[17]. Come attestano le fonti documentarie, anche le donne praticavano questo mestiere[18]. I barattolai si concentravano nella zona compresa tra le cappelle di San Iacopo al Mercato, San Paolo all'Orto e San Pietro in Vincoli, oltre che nel tratto cittadino che corre dall'odierne Piazza delle Vettovaglie fino a Piazza Dante[19].

Invece, la ceramica destinata all'esportazione veniva venduta direttamente sulle rive del fiume. I ceramisti pisani si affidavano agli "scafaioli" per il trasporto della propria merce, ma non mancavano casi in cui lo stesso produttore di vasellame possedeva delle imbarcazioni, come Paolo di Chele[20].

In questo periodo è ancora presente in città un'importante famiglia di ceramisti provenienti da Bacchereto (Pistoia): si tratta di due fratelli, Baccarugio e Fardo di Vinacetto, che esercitavano la loro professione nella cappella di San Vito. Un nipote dei due, Fardino, insieme al cugino Pupo di Fardo, continuarono l’attività familiare nella stessa cappella. La famiglia, nonostante la florida attività consolidata a Pisa, aveva conservato alcune proprietà nel paese di origine dove, nel 1340, fece ritorno Fardino. Proprio Bacchereto, come dimostrato da una vasta ricerca archivistica e archeologica, è un altro grosso centro di produzione ceramica toscano. Pur essendo due centri molto vicini, Pisa e Bacchereto ebbero una forte autonomia e peculiarità produttiva durante questi secoli[21].

Altre famiglie di ceramisti provenivano da centri come Cerreto, Lorenzana, Gambassi e Siena[22].

L'ormai defunto Bondie di Uguccione lascia la propria attività a due dei suoi figli: Bindo (1314-1335) e Pupo (1329-1339), anche loro residenti nella cappella di San Vito. Il figlio di quest’ultimo continuò nella stessa cappella l’attività di broccaio fino al 1347 e probabilmente il sapere del mestiere venne tramandato ad un altro discendente, come potrebbe far supporre l’esistenza nella seconda metà del XIV secolo di un Piero di Bindo, broccaio nella cappella sopra citata[23].

Nella seconda metà del secolo l'organizzazione del lavoro cominciò a cambiare, ad evolversi, in quanto si assistette ad una produzione più massiccia e alla formazione delle prime "compagnie" di artigiani. Questo perché a Pisa, ma anche altrove, la ceramica smaltata aveva ormai consolidato il suo ruolo nella vita quotidiana. Ne è una prova la grande quantità di scarti d'uso ritrovati sia nel circuito cittadino, sia in diverse località toscane, di altre regioni d'Italia ma anche estere. La prima compagnia conosciuta è del 1389, stipulata tra Nino di Giovanni, della cappella di San Paolo a Ripa d'Arno, e Rainaldo di Stefano, di San Vito[24]. Dalla documentazione d'archivio si nota come le officine ceramiche site nel quartiere di San Vito iniziarono progressivamente a chiudere e/o spostarsi in altre zone della città, più lontane dal centro ma sempre a ridosso dell'Arno. A partire dalla metà del XIV secolo infatti a testimonianza del trasferimento sono citate diverse case - botteghe nella zona di San Paolo a Ripa d'Arno e a San Giovanni al Gatano, a sud del fiume, grossomodo in linea d'aria al quartiere di San Vito. Qui era sicuramente più agevole cavare l'argilla rispetto alla zona di San Vito in quanto San Paolo e San Giovanni erano fuori le mura e tale migrazione fu probabilmente stimolata anche da lavori che interessarono gli arsenali[25]. Un esempio è dato da Andrea di Nardo broccaio, che già nel 1386 stava in San Vito, ma dal 1404 prende a livello un pezzo di terra con fornace a San Paolo a Ripa d'Arno.

Un altro broccaio, Rustico figlio di Enrichetto, nonostante abbia un'attività a San Vito, viene registrato nel 1403 come abitante di San Paolo a Ripa d'Arno dove insieme a Cione di Lenzo prende in affitto la casa di Andrea di Chimento entrambi vasai. Assume particolare rilievo il fatto che, mentre i vasellai conosciuti di San Vito nella prima metà del XIV secolo erano più del doppio di quelli di San Paolo a Ripa d’Arno, nella seconda metà del secolo si registra una situazione opposta.

I ceramisti, oltre a dedicarsi alla loro principale occupazione, potevano anche svolgere cariche pubbliche come Lupo di Orlando che nel 1372 era anziano del popolo[26].

Il totale di ceramisti censiti nel XIV secolo era di 114[27].

XV secolo[modifica]

I ceramisti pisani, le fornaci e le discariche nel XV secolo.

Nel XV secolo (1406) assistiamo alla caduta della Repubblica di Pisa sotto la dominazione Fiorentina. Ne conseguì una grave crisi economica e sociale che interessò soprattutto commercianti e artigiani, colpiti da una dura tassazione sulle esportazioni delle proprie manifatture[28]. Iniziò così un fenomeno migratorio importante, basti pensare che nel primo quarto del secolo i ceramisti censiti erano 66, mentre nell'ultimo quarto solo 18[29]. Una prima causa di questo decremento può essere attribuita agli scontri iniziali tra pisani e fiorentini: si ha infatti notizia che molti cittadini legati al mondo della ceramica parteciparono attivamente al conflitto come guardie cittadine, capitani di guardia, o guardie del gonfalone bianco[30]. Dopo la conquista fiorentina inoltre venne imposto il confino politico che costrinse molti uomini ad allontanarsi dalla città e fu vietato inoltre l’ingresso agli abitanti del contado pisano[31]. Alcune fornaci già attive tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo furono abbattute dai fiorentini e in alcuni casi abitazioni e botteghe rimaste vuote a causa della guerra sono state distrutte dagli stessi proprietari per non essere tassati[32].

Va detto comunque che alcuni artigiani stranieri si spostarono verso Pisa. Questi (12 in totale) arrivavano da centri quali Lucca, Milano, Montaione, Piombino, Pistoia, Siena, Viterbo, etc. Solo più avanti si assiste ad alcune partenze verso Lucca, Savona e Faenza[33].

Gli artigiani pisani che lavoravano l'argilla, per far fronte a questa situazione di crisi, si riorganizzarono nel lavoro. Ci sono documenti, datati rispettivamente al 1419 e al 1421, che possono essere considerati dei veri e propri contratti di lavoro tra diverse persone, con delle clausole ben precise da rispettare, assicurate da sanzioni in caso di infrazione[34].

Nei due scritti spicca la presenza di un personaggio, tale Ranieri di Antonio Bu, che pur non essendo un artigiano fa da garante in quanto possessore di una fornace e investitore di denaro[35]. Il primo accordo, del 14-20 luglio 1419, non venne approvato mentre il secondo, del 20 gennaio 1421, della durata di cinque anni fu registrato nella cappella di Sant’Egidio. I ceramisti coinvolti nell’accordo del 1421 erano:

  • Casuccio di Giovanni, vasaio della cappella di San Paolo a Ripa d’Arno.
  • Leonardo di Andrea, vasaio della cappella di San Paolo a Ripa d’Arno.
  • Antonio di Andrea, broccaio della cappella di Sant’Andrea in Chinzica.
  • Marco di Lorenzo, vasaio della cappella di Sancti Gosme.
  • Tommaso e Piero di Giovanni (fratelli), vasai della cappella di Sancti Gosme.
  • Betto e Michele di Andrea (soci), vasai della cappella di San Vito.
  • Antonio di Giuliano di Paio, vasaio della cappella di San Paolo a Ripa d’Arno.

Di seguito qualche punto dell’atto[36]:

  • Una clausola consentiva la produzione di qualsiasi tipo di ceramica, mentre vietava l'apertura di nuovi esercizi sia in città che nel contado.
  • I ceramisti potevano vendere la propria merce sia all’ingrosso (sopra i 100 manufatti), che al minuto (meno di 100), ma secondo i prezzi e le quantità prestabilite.

Ad esempio, troviamo definiti i turni (o gite) per le vendite all’ingrosso e i quantitativi massimi. Ad ogni affiliato spettava una gita nella quale poteva vendere dai 2000 ai 2500 pezzi. Solo a Casuccio di Giovanni era permesso vendere 4000 pezzi a turno perché già da prima che il contratto fosse firmato gestiva più di un esercizio con un alto numero di dipendenti.[37]

Alcuni prezzi concordati per la merce sono riassunti nella seguente tabella[38]:

Merce Prezzo (nel 1421) “Rationem” (quantità) Vendita
Vasa et scutellas Fiorini 10 Per 1000 pezzi Ingrosso
Catinellas de medio quarto Soldi 5 Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto
Catinellas de medietate vantagginas[39] Soldi 3 e mezzo Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto
Catinellas de medietate de charovana[40] Soldi 2 e denari 4 Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto
Catinellas de metrata vantagginas Soldi 1 e denari 8 Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto
Catinellas de metrata de charovana Soldi 1 Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto
Scutellas alba Libbre 3 Per 100 pezzi Ingrosso
Gradalettos albos Soldi 29 Per 100 pezzi Ingrosso
Vasa de medio quarto vantaggina Soldi 1 e mezzo Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto
Vasa alba de medio quarto Soldi 3 Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto
Vasa et scutellas de charovana Libbre 2 e soldi 5 Per 100 pezzi Ingrosso
Vasa et scutellas de charovana Denari 6 Per 1 pezzo (pro qualibet) Minuto

Ancora qualche clausola del contratto prevedeva che[41]:

  • la merce doveva essere venduta nelle proprie botteghe, ad eccezione degli scarti che potevano essere venduti altrove.
  • Ranieri di Antonio Bu riscuoteva un compenso di due grossi d’argento per ogni 1000 pezzi venduti.
  • ad ogni “gita” doveva essere presente il vasaio al quale spettava la “gita” successiva.
  • chi aveva l'attività fuori le mura, poteva vendere direttamente ai marinai, anche nelle ore notturne. La vendita dei pezzi doveva comunque rispettare le cifre pattuite, e un affiliato dell'Arte o un apposito delegato doveva essere presente durante l'operazione di carico.
  • per l’invenduto venivano stabiliti nuovi prezzi almeno da due artigiani appartenenti all’Arte.

La documentazione archivistica non riporta un rinnovo del contratto del 1421, ma le fonti testimoniano una florida attività anche in questo periodo. Poco dopo infatti, nel 1426 venne creata una società di tre anni tra Giovanni di Cione di Lenzo e Niccolò di Jacopo Mangiacauli[42], mentre nel 1427-1428, si formò una compagnia molto importante tra tre ceramisti[43]:

Socio Interesse Apprendisti - Lavoranti - Garzoni
Casuccio di Giovanni (VA) + Cardo di Piero Un terzo Antonio/Bartolomeo/Giovanni/Menico/Prardino del fu Maso/Pasquino di Piero/Piero di Antonio di Cardo (nipote di Cardo)
Michele Bonaccorso (BR - VA) Un terzo Piero di Niccolò
Leonardo di Andrea (BR) Un terzo /

Anche nel secondo quarto del XV secolo non mancano attività dedite alla sola rivendita/noleggio. Nel 1428 ad esempio, Gaspare di Paolo del Rosso dichiarò di avere nella sua bottega[44]:

« più masserizie da nozze, cioè da desinari la quale poi prestiamo, cioè caldaie, treppie, schiedoni, altri taglieri e scodelle e altre cose, come richiede il mestiere. »

Queste venivano vendute ancora nella zona di San Iacopo al Mercato insieme a saltuari pezzi di importazione. Ancora si registrano donne legate alla rivendita con qualche esempio di artigiana dedita alla produzione di vasellame[45].

Nella seconda metà del XV secolo Sano di Gherardo Borghesi aveva già introdotto nella propria bottega la produzione di ceramiche ingobbiate e graffite. Tale affermazione è possibile sulla base di alcuni documenti che citano per la prima volta la presenza di “terre bianche” a Pisa. Uno risale al 1441, quando Sano paga alla dogana di Porta a Mare una certa somma per alcuni “sacchi di bianco”. Un altro documento invece concerne il testamento dello stesso, registrato presso un notaio nel 1485. Vennero spartite tra i figli tutte le proprietà del vasaio, comprese le materie prime necessarie alla produzione di vasellame; tra queste vengono citate anche le “terre bianche”. Tali documenti, e la compresenza di stagno nella bottega, permette di ipotizzare la contemporanea produzione della prima ceramica ingobbiata e dell’ultima maiolica arcaica[46].

La zona di San Paolo a Ripa d'Arno e di San Giovanni al Gatano continuò ad essere intensamente sfruttata da 10 fornaci. Sant'Andrea in Chinzica e San Marco furono abbandonate, mentre venne intensamente popolata da ceramisti la cappella di San Pietro ad Ischia, a nord dell'Arno nei pressi dell'odierna via Sant'Apollonia[47].

Il totale censito per tutto il XV secolo è di 144 ceramisti[48].

Il quadro economico dei ceramisti negli anni 1428-1429[modifica]

Durante la Repubblica fino ai primi decenni del XV secolo le imposte venivano ripartite con il sistema dell’estimo che favoriva mercanti e banchieri[49].

Dal 1429 entra in vigore, un nuovo metodo tassativo disposto da Firenze per tutti i suoi distretti, ovvero il catasto. Ogni nucleo familiare stilava un'autocertificazione dove si dichiaravano i propri beni. In base poi a valutazioni fatte dagli ufficiali del catasto, che si basavano su diversi fattori, l'imponibile poteva essere diminuito o aumentato[50]. Medici e forestieri non venivano tassati per 20 anni, come alcune famiglie aristocratiche pisane. Su un totale di 1752 famiglie: il 12% era esente in quanto senza lavoro oppure inabili e tra questi figurano due operatori nel campo della ceramica. Tra i ceramisti più ricchi troviamo il broccaio Andrea del maestro Andrea e Casuccio di Giovanni.

I motivi per i quali gli artigiani pisani cominciarono a costituire compagnie lavorative potrebbe essere legati anche al nuovo sistema esattoriale e per non competere fra loro. Infatti, le imposte gravavano soprattutto sulle Arti che avrebbero potuto fare concorrenza a quelli di Firenze[51].

Commercio di ceramiche all'entrata della Legathia (Degazia) tra il 1441 e il 1443[modifica]

Antico accesso di Porta a Mare.
Canale dei Navicelli, Porta a Mare.
Antico accesso al Ponte della Cittadella ed incile murato del Canale dei Navicelli a Pisa.

Il registro della dogana di Porta a Mare (nota in quel tempo come Porta della Degazia o Legathia) degli anni 1441 - 1443, costituisce una testimonianza fondamentale perché mostra come alcuni ceramisti pisani produssero grandi quantità di vasellame destinato all'esportazione[52].

In esso spiccano tre “vasai”: Sano di Gherardo Borghesi, Frediano Mangiacavoli e Antonio di Andrea del Mancino. Dal giugno 1442 quest'ultimo non compare più nei registri della dogana perché aveva costituito una compagnia di cinque anni con Frediano Mangiacavoli. Nei registri sono annotate sia importazioni sia esportazioni che sono prevalenti. Le cifre da pagare per queste ultime sono valutate secondo quanto stabilito dalla Gabella fiorentina del 1408, per “ciascuna cotta di vagelli … cioè fornace quando quocie” e ogni “cotta” comprendeva circa 2000-2100 pezzi[53].

Sano di Gherardo, mantiene una posizione preminente dal 1441 al 1442, mentre nel 1443 primeggia la società da Frediano e Antonio Nel periodo in cui la compagnia è stata più attiva, sono state fatte fino a quattro cotte mensili; la stessa capacità di produzione aveva la fornace di Sano di Gherardo. Risulta quindi che tra il 24 febbraio 1441 e il 27 giugno 1443 sono state pagate complessivamente le gabelle per 113 “cotte”, cioè per circa 230.000 pezzi.

Nei documenti in questione vengono citati anche ceramisti provenienti da aree talvolta molto lontane da Pisa: genti di Livorno (2-3), Elba (1), di località liguri come Noli, Chiavari, Rapallo, Genova, Moneglia, Levanto (8), dalla Corsica (3), da Cremona (1) e da siti iberici che importavano propri prodotti ed esportavano prodotti pisani[54]. Sono attestate anche esportazioni di manufatti non pisani come le ceramiche di Montelupo Fiorentino ma anche di maioliche valenzane. La loro presenza è giustificata perché Pisa costituiva ancora, almeno in Toscana, il principale punto d’ingresso e di smistamento per qualsiasi tipo di prodotto[55].

L'apprendistato[modifica]

La presenza di uno o più garzoni nelle botteghe ceramiche era molto frequente. Grazie alla documentazione archivista è possibile oggi esporre qualche esempio, soprattutto inerente a come maestro e apprendista instauravano un rapporto che andava oltre il mero aspetto lavorativo. Il padrone dell'attività, oltre a garantire al garzone un salario, dava vitto e alloggio e non di rado forniva anche il vestiario. L'apprendista invece si impegnava a rispettare gli ordini del maestro, ad essere sempre disponibile, se richiesto, in tutte le 24 ore anche nei giorni festivi. Il padrone era obbligato a trattare con rispetto il suo apprendista e ad insegnargli il mestiere. Ad esempio è arrivato fino ai nostri giorni un accordo stipulato nel 1427 tra Piero di Nicolò di Francesco e la compagnia di Cardo di Piero, Leonardo di Andrea e Michele Bonaccorso. Una volta finito il suo apprendistato, che durava normalmente da 1 a 3 anni, il garzone poteva rimanere nella bottega del suo maestro oppure aprirne una propria[56]. In questo periodo comunque era praticata anche la schiavitù. Sappiamo infatti che nel 1441 presso due fornaci in società, lavorava uno schiavo di origine russa il cui stipendio veniva incassato dal suo padrone[57].

XVI secolo[modifica]

Il primo quarto del XVI secolo conta solo 13 vasai a Pisa. Le cause di questo drastico decremento vanno ricercate nella riconquista pisana e nella fondazione della Seconda Repubblica (1495 - 1509) perché in questo periodo si assiste ad un crollo dei commerci. Una timida ripresa si ha nei primi tre decenni del Cinquecento quando, a seguito degli incentivi fiscali promossi dopo la riconquista medicea volti a risollevare l'economia, arrivarono a Pisa quattro nuovi ceramisti dal contado pisano e fiorentino[58]. Le nuove famiglie di ceramisti sono i Paiti (o Paichi), i Da Sanminiatello e i Petri, mentre altre famiglie sono presenti in città già nel secolo precedente quali gli Arrighetti, i Berto, i Borghesi e i Lupo[59].

Ceramisti e fornaci nella Pisa del XVI secolo[modifica]

I ceramisti pisani, le fornaci e le discariche nel XVI secolo.

I ceramisti attivi nel XVI secolo sono 82[60]. Una concentrazione di ceramisti abbastanza alta si registra nelle cappelle di San Giovanni al Gatano e di San Paolo a Ripa d’Arno, ma vi è un numero altrettanto importante che dimorava tra le cappelle di San Niccolò, San Donato, Sant’Eufrasia, San Iacopo degli Speronai e San Giorgio in prossimità del Ponte Nuovo.[61]. La zona di San Marco in Chinzica, che prima ospitava diversi vasai, fu gradualmente abbandonata. Gli unici che abitavano e lavoravano in quest’area agli inizi del secolo appartenevano tutti agli Arrighetti, ma nel corso del secondo quarto del XVI secolo anche loro si spostarono verso la cappella di San Donato. Presso la cappella di San Pietro a Ischia, oggi nella zona di via Sant'Apollonia, spiccava la presenza dei Payti (o Paichi)[62]. Con il passare del tempo i ceramisti si spostano dalla zona del Ponte Nuovo per ripopolare la cappella di San Vito, Santa Lucia e a sud dell'Arno a San Casciano. Alla fine del Cinquecento un'altra area produttiva si stabilì nella cappella di Santa Marta[63].

L'unica società risalente agli ultimi anni di questo secolo era quella formata tra il ceramista Antonio di Bartolomeo Cappucci e Giustino di Casteldurante, pittore di maioliche[64].

Le fonti scritte permettono di localizzare cinque fornaci del Cinquecento: una era situata vicino a Porta a Piagge in via delle Concette, due invece si trovavano in via Sapienza e appartenevano alla famiglia Bitozzi[65]. Un'altra era posta nella cappella di San Paolo a Ripa d’Arno, in prossimità di Porta a Mare mentre l'ultima sorgeva nell'attuale Piazza Mazzini[66].

Ciotola, ingobbiata maculata (XVII secolo) - manifattura Bitozzi.
Scodella, ingobbiata marmorizzata (scarto di prima cottura - XVII secolo) - manifattura Bitozzi.

La collocazione centrale della fornace di via Sapienza è sicuramente curiosa in quanto si trovava in un'area molto popolata. La scelta di impiantare una fornace da ceramica in quel luogo può spiegarsi con la vicinanza al fiume che era certamente sfruttato come via di trasporto per le materie prime necessarie alla lavorazione e per i prodotti sfornati da immettere nel mercato. In generale, le fornaci erano poste ai confini delle zone urbanizzate o in aree nettamente suburbane. Per le fornaci più centrali si può ipotizzare che esse fossero dedite ad una piccola produzione e che quindi necessitavano di poco spazio. Probabilmente, a seguito degli scontri con Firenze e con un conseguente calo demografico l'espansione urbanistica che aveva interessato Pisa fino all'inizio del XV secolo subì una forte contrazione insieme all’abbandono di diverse unità abitative. Ciò portò i ceramisti ad operare in aree più centrali ma non densamente abitate, di modo da essere più vicini alle zone dei mercati e contemporaneamente non lontani dalle zone di approvvigionamento di argilla[67].

Ben documentate sono le notizie relative ad una famiglia in particolare, i Bitozzi (originari di Ponte a Signa), che sono stati protagonisti della scena ceramica pisana coinvolgendo tre generazioni. Il primo Bitozzi, Leonardo (1552 ca. - 1615 ca.), arrivato a Pisa già dal 1578 vi trasferì la sua attività di scalpellino. Solo dopo il suo arrivo in città iniziò la vendita e poi la produzione di vasi[68].

Ebbe tre figli: Sebastiano (detto Bastiano), Domenico e Antonio che seguirono le orme paterne diventando scalpellini. Fu un personaggio piuttosto noto nella Pisa della seconda metà del XVI secolo in quanto poco affidabile nel lavoro. Si trovò spesso chiamato in causa dai suoi committenti e dai suoi collaboratori. Ad esempio, nel 1579 Giulio de’ Medici, figlio naturale del duca Alessandro de’ Medici e cavaliere dell’ordine di Santo Stefano, commissionò a Leonardo Bitozzi la fornitura di tutte le pietre lavorate per la decorazione della facciata della villa che stava costruendo ad Arena, località prossima a Pisa. Lo scalpellino allora consegnò in ritardo il materiale cosicché il duca lo citò in giudizio[69]. Nonostante ciò il Bitozzi godeva di una situazione economica importante. La sua può essere considerata una figura imprenditoriale in quanto egli molto probabilmente investiva denaro e mezzi di lavoro accordandosi con altri vasai che da parte loro fornivano l'arte. Ad esempio, nel 1587 è nota la società con Paolo di Pietro per la vendita di maioliche di Montelupo e orci da olio[70]; nel 1593 il Bitozzi cerca di ottenere a livello un fondo per introdurre a Pisa, in società con Niccolò Sisti, la produzione di maioliche faentine[71]; risale agli inizi del Seicento l’accordo con Maestro Filippo del fu Giovanni Garaccini da Forlì per gestire una bottega di maiolica[72]. Sebastiano Bitozzi succedette al padre, lavorando anche lui dapprima come scalpellino poi come stovigliaio, ampliando l'impresa famigliare prendendo a livello nuovi lotti per l'attività e continuando a produrre ceramica fino al 1651. Dopo di lui gestirono l'attività i figli che la mantennero fino al 1661[73].

L'approvvigionamento di argilla e di altre materie prime nel XVI secolo[modifica]

Analisi archeometriche[74] hanno permesso di stabilire che l'argilla usata per creare i manufatti ceramici veniva cavata dai depositi alluvionali del fiume Arno, in zone prossime alle sponde. I documenti citano cave di argilla nelle cappelle di San Marco, di San Giovanni al Gatano e San Michele degli Scalzi.

Un cambiamento nei luoghi di approvvigionamento potrebbe essere avvenuto dopo la metà del Cinquecento quando il governo mediceo vietò il prelievo dell’argilla nelle vicinanze delle mura cittadine e nel centro urbano[75].

Probabilmente come combustibile per le fornaci in parte veniva usata ancora la paglia, raccolta nelle zone paludose caratteristiche delle campagne pisane. Dalle fonti scritte si evince che alcuni terreni in località Sangineto e San Piero a Grado, già citati nel XIII secolo, sono ancora di proprietà di alcuni ceramisti pisani negli anni ‘50 e ‘70 del XVI secolo[76].

Era invece più complicato il rifornimento di legna. Intorno alla metà del XVI secolo, alcuni provvedimenti dell’amministrazione civile vietarono il taglio degli alberi senza uno specifico permesso delle autorità[77]. Questa regolamentazione era molto severa e puntuale nelle sanzioni, come dimostra una multa inflitta allo stovigliaio Bartolomeo di Cesare del Turchino che venne sorpreso trasportare legna raccolta senza autorizzazione[78].

Note[modifica]

  1. Si veda Menchelli 1995 e Baldassarri 2018 (testo di S. Menchelli) per la produzione di terra sigillata a Pisa in epoca romana.
  2. Berti - Giorgio 2011, p. 13; Berti - Gelichi 1995a; Berti - Menchelli 1998; Giorgio - Trombetta 2008
  3. Fonti archeologiche mostrano che i tegolai sono già attivi all'inizio del XII secolo in un'area chiamata "tegularia" (vedi Clemente 2017, p. 133). Per ulteriori informazioni riguardo la zona di produzione e l'attività dei tegolai si veda Garzella 1990, p. 198 e Berti - Renzi Rizzo - Tangheroni 2004, pp. 3-4.
  4. Alberti - Giorgio 2013, si vedano scavi di Villa Quercioli e via della Sapienza. Conviene segnalare comunque che secondo alcuni studiosi le importazioni di ceramica "esotica" cominciò a partire dagli anni finali dell'XI secolo.
  5. Per ulteriori dettagli sulla maiolica arcaica policroma vedi Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 203 -207.
  6. Berti 2005 e Alberti - Giorgio 2013.
  7. Tutte queste fonti sono conservate principalmente negli Archivi di Stato di Pisa e di Firenze, in quello Arcivescovile e della Mensa, nel Capitolare ed in quelli di altre comunità religiose pisane (vedi Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 225).
  8. Tongiorgi 1964; Tongiorgi 1972; Tongiorgi 1979; Renzi Rizzo 1994; Berti - Tongiorgi 1977a, pp. 139-153; Redi 1984; Stiaffini 2002.
  9. Per la questione si rimanda alla lettura del prossimo capitolo.
  10. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 139; Bonaini 1854 - 1857, I, pp. 304-305. Un quadro esaustivo delle attività e delle vicende relative ai vasai dal XIII al XV secolo è desunto dai documenti di archivio analizzati in Tongiorgi 1964 e Tongiorgi 1972.
  11. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 140; Bonaini 1854 - 1857, I, pp. 437 - 438.
  12. Berti - Tongiorgi 1977, p.140.
  13. Berti - Tongiorgi 1977, p.140; Clemente 2017, p. 134; Tongiorgi 1979, pp. 56-58
  14. Clemente 2017, p. 134
  15. Una zona ad est del quartiere di Chinzica, si chiamava in quel tempo «Baractularia» (area attualmente occupata dal Giardino Scotto) e con ogni probabilità il nome faceva riferimento al gran numero di barattolai presenti nella stessa; si veda Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 226-227. L’unico scodellaio citato nei documenti, Nino di Lorenzo, nel 1291 aveva in affitto, insieme alla moglie Parella, una casa con fornace nella zona detta “Pelliccerie”, nel quartiere di Ponte, a nord dell’Arno. Vedi Tongiorgi 1972, p. 126; Alberti - Giorgio 2013, p. 29 (studi condotti da Giuseppe Clemente); Clemente 2017, p. 134.
  16. Berti - Tongiorgi 1977a, pp. 147-153.
  17. Berti - Tongiorgi 1977a, pp. 142-143.
  18. Clemente 2017, p. 136 e Tongiorgi 1964, p. 8.
  19. Clemente 2017, p. 138
  20. Clemente 2017, p. 138
  21. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 144. Gli studi sulla produzione ceramica di Bacchereto sono stati illustrati in Cora 1973, I, p. 65. Per le analogie dei motivi decorativi tra le maioliche arcaiche di Pisa e quelle di Bacchereto vedere Cora 1973, II, Tav. 19/b.
  22. Clemente 2017, p. 136.
  23. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 144
  24. Clemente 2017, p. 138; Berti - Tongiorgi 1977a, p. 148.
  25. Clemente 2017, p. 137; Redi 1994. Gli arsenali repubblicani erano strutture dedite alla manutenzione delle navi militari e mercantili della Repubblica Marinara.
  26. Tongiorgi 1964, pp. 11-12
  27. Clemente 2017, p. 136; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 228-232; Tolaini 1979, pp. 311-312; Garzella 1990, pp. 116-117.
  28. Pagnini Del Ventura 1765 - 1766
  29. Clemente 2017, p. 138; Tongiorgi 1964.
  30. Clemente 2017, p. 139; Tongiorgi 1979, pp. 25, 26, 32, 55, 56, 91, 93-95, 98, 102, 130.
  31. Alberti - Giorgio 2013, p. 19; Petralia 1991, p. 180.
  32. Casini 1965, p. 79.
  33. Clemente 2017, p. 138; Alberti - Giorgio 2013, p. 19; Tongiorgi 1979, p. 19; Berti 1997, p. 266.
  34. Si veda Berti 2005, p. 109-110. I documenti sono stati rinvenuti nei protocolli del notaio pisano Giulio di Colino Scarsi, Archivio di Stato di Firenze, Notarile Antecosimiano, S399, cc. 43r-44r; S400, cc. 289r-290v. Sono stati pubblicati da Miriam Fanucci Lovitch e da Enzo Virgili nel 1984 (Fanucci Lovitch - Virgili 1984).
  35. Berti 2005, pp. 110-114; Clemente 2017|p. 140; Casini 1965
  36. Berti 2005, pp. 110-114.
  37. Berti 2005, pp. 110-114
  38. Berti 2005, pp. 113-114.
  39. Per il significato del termine "vantagginas" si veda Fornaciari 2016, pp. 165-166 con riferimento alla bibliografia precedente
  40. Per considerazioni sul termine "de charovana" si rimanda a Berti 2005, pp. 113-114.
  41. Berti 2005, pp. 110-114; Fanucci Lovitch - Virgili 1984, pp. 296-300.
  42. Clemente 2017, p. 139
  43. Berti 2005, pp. 114-115, 125-140; Berti - Renzi Rizzo 2000, pp. 135-136; Tongiorgi 1979, p. 52.
  44. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 149; Clemente 2017, p. 141.
  45. Tongiorgi 1964, pp. 7-8.
  46. La famiglia Borghesi, di origine livornese, si stanziò a Pisa con Gherardo nel 1382; la moglie Gadduccia rimane vedova nel 1412 con tre figli: Domenico, Sano e Matteo. Sano, fu molto attivo nella sua professione di vasaio, ed il suo lavoro gli permise di mantenere una numerosa famiglia. Suo figlio Gherardo, nato nel 1427, lavorò come “fornaciaio”, ma anche “vagellaio”, anche se la sua attività sembra dedita soprattutto alla fabbricazione e vendita di materiali edilizi, si veda Berti 2005, p. 124; notizie sulla famiglia Borghesi si trovano anche in Tongiorgi 1979, pp. 30-31, 96.
  47. Clemente 2017, p. 139. Le evidenze archeologiche sono illustrate da Marcella Giorgio (https://www.academia.edu/13408119/Un_occasione_per_recuperare_il_passato_lo_scavo_di_Sant_Apollonia_a_Pisa).
  48. Clemente 2017. Per una parziale lista dei nomi degli artigiani si veda Berti 2005, pp. 138-140.
  49. Berti 2005, p. 115.
  50. Berti 2005, p. 115.
  51. Berti 2005, pp. 115-119. Il catasto del 1428-29 è stato pubblicato da Bruno Casini (Casini 1964 e Casini 1965, pp. 6,7,9, 20-25).
  52. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 152. Il documento doganale è possibile trovarlo in Casini 1964, p. 140. Le notizie riportate di seguito sono tratte da quest’opera. I documenti sono conservati nell’Archivio di Stato di Pisa - Comune B55.
  53. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 152; Pagnini Del Ventura 1765-1766, Tomo IV, p. 65.
  54. Clemente 2017, p. 141.
  55. L’argomento viene trattato dettagliatamente in Berti 2005, pp. 119-124.
  56. Clemente 2017, p. 138.
  57. Berti - Tongiorgi 1977a, p. 153.
  58. Clemente 2017, p. 141. (Per quanto segue si veda Alberti - Giorgio 2013, p. 19) Una nuova crescita della popolazione pisana si ebbe nei quattro decenni successivi alla riconquista fiorentina, arrivando a quasi 10.000 unità entro la metà del Cinquecento (Fasano Guarini 1991, p. 17).
  59. Clemente 2017, pp. 141-142; Alberti - Giorgio 2013, p. 34.
  60. Clemente 2017, p. 141
  61. Clemente 2017, p. 142; Alberti - Giorgio 2013, pp. 34-36.
  62. Clemente 2017, p. 142; Alberti - Giorgio 2013, pp. 34-36.
  63. Clemente 2017, p. 142; Alberti - Giorgio 2013, pp. 34-36.
  64. Alberti - Giorgio 2013, p. 38; Fanucci Lovitch 1991, pp. 19-163.
  65. Alberti - Stiaffini 1995; Alberti - Giorgio 2013, pp. 20, 36, 151-157, 179, 237.
  66. Clemente 2017, p. 142; Alberti - Giorgio 2013, p. 21.
  67. Alberti - Giorgio 2013, pp. 23, 36; Tongiorgi 1979, p. 17.
  68. Alberti - Giorgio 2013, pp. 153-154 (ricerca di Daniela Stiaffini).
  69. Alberti - Giorgio 2013, p. 161/nota 22.
  70. Alberti - Giorgio 2013, p. 162.
  71. Alberti - Giorgio 2013, p. 163. Non si sa con esattezza se il Bitozzi conoscesse di persona il Sisti, ma è sicuro che egli mandò una supplica al Granducato affinché fosse finanziato per tale impresa
  72. Alberti - Giorgio 2013, p. 165.
  73. Alberti - Giorgio 2013, pp. 165-167
  74. Alberti - Giorgio 2013, p. 23. Le analisi archeometriche sui manufatti ceramici attribuiti al XVI secolo sono esposte in a p. 239, a cura di Claudio Capelli.
  75. Alberti - Giorgio 2013, p. 24; Berti 2005, p. 143. Le analisi archeometriche sono state condotte da Claudio Capelli sugli scarti ceramici di Villa Quercioli e di Via Sapienza e hanno dimostrato che alcune terre furono cavate probabilmente nella piana del Serchio.
  76. Alberti - Giorgio 2013, p. 36; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 497 - 498.
  77. Alberti - Giorgio 2013, p. 36 - Archivio di Stato di Pisa, Fiume e Fossi, f. 98, cc. 111 r., 132 v. - 133 r. Ad esempio il vasaio Domenico di Bartolomeo da Samminiatello è costretto a chiedere un permesso all’Ufficio dei Fiumi e dei Fossi per poter tagliare alcuni alberi in un suo terreno.
  78. Alberti - Giorgio 2013, p. 36-37 - Archivio di Stato di Pisa, Fiumi e Fossi, f. 14, cc. 95 v., - 96 r.; Berti 2005, p. 143.



Luoghi di esportazione delle ceramiche pisane

Grazie ad una vasta ricerca archeologica e archivistica condotta in molte città italiane ma anche estere, è possibile tracciare un quadro d'insieme abbastanza chiaro per quanto riguarda l'esportazione delle ceramiche pisane.

Luoghi di esportazione della maiolica arcaica[modifica]

Maioliche arcaiche usate come bacini ceramici[modifica]

Duomo di San Miniato.
Santa Caterina di Sisco.

Le maioliche arcaiche di Pisa, oltre ad essere state commerciate come vasellame da mensa, furono usate come bacini ceramici. Infatti ornare gli edifici religiosi con manufatti ceramici non è stata una peculiarità solo pisana. Alcuni esempi di tale impiego sono appunto riscontrabili nella sua provincia, ma non solo[1]. Nel vecchio contado pisano le principali chiese abbellite con “bacini ceramici" sono tre e altre due/tre sono presenti nel lucchese. Altri casi si trovano fuori l’Italia:

  • Santa Maria Novella di Marti.
  • San Pietro di Usigliano (Palaia).
  • Duomo di San Miniato.
  • Sant’Anastasio di Lucca - San Benedetto in Gottella - Campanile di San Tommaso in Pelleria.
  • Santa Caterina di Sisco in Corsica[2].

Ceramiche pisane usate nella vita quotidiana[3][modifica]

Toscana[modifica]

Ritrovamenti di maioliche arcaiche di produzione pisana sono segnalati in molte località della Toscana, le principali sono:

  • Area Maremmana: Populonia, Piombino, Buriano, Badia al Fango, Settefinestre.
  • Calci
  • Castelfranco di Sotto.
  • Castello di Ripafratta.
  • Cerreto.
  • Complesso medievale di Filattiera.
  • Cosa
  • Equi Terme.
  • Fortezza Medicea di Grosseto.
  • Fortezza Vecchia di Livorno.
  • Fucecchio, in prossimità del castello di Montellori e a Casa al Vento.
  • Grosseto.
  • Massaciuccoli.
  • Lucca.
  • Marti.
  • Massa Marittima.
  • Monti dell'Uccellina.
  • Palaia.
  • Piazza al Serchio.
  • Pietrasanta.
  • Porto Ercole.
  • Rocca sul Monte Verruca.
  • Rocca San Silvestro.
  • San Miniato.
  • Santa Maria a Monte.
  • Scarlino.
  • Torre di Donoratico.
  • Usigliano.
  • Vecchiano.
  • Vignale[4].

Lazio[modifica]

Sono stati trovati a Roma frammenti di boccali in maiolica arcaica pisana durante gli scavi dell’esedra della Crypta Balbi[5].

Liguria[modifica]

  • Andora.
  • Carpena.
  • Castello della Brina[6].
  • Castello di Andora.
  • Castello di Molassana.
  • Castello di Monte Ursino.
  • Isola Gallinara.
  • Genova (Vico Carità, Colle di Corigliano, convento di San Silvestro, via San Vincenzo)
  • Passo della Bocchetta (Monte Leco).
  • Romitorio di Santa Maria della Vezzolla (Valle Stura, Genova).
  • Sarzana (chiesa di S. Andrea).
  • Sassello.
  • Savona.
  • Villaggio di Monte Zignago[7].

Sicilia[modifica]

  • Brucato.
  • Marsala.
  • Palermo[8].

Sardegna[modifica]

  • Bonarcado (Arborea).
  • Cagliari (Santa Chiara, Collina di Bonaria, Castello di San Michele).
  • Casinedda.
  • Dolianova.
  • Ghilarza.
  • Iglesias.
  • Norbello.
  • Pula.
  • Sassari.
  • Selargius.
  • Senorbì.
  • Sibiola.
  • Villanovaforru[9].

Corsica[modifica]

  • Bastione di San Giorgio ad Algajola.
  • Bonifacio.
  • Castello di Cotone (Bastia).
  • Castello di Corbo (golfo di Valinco).
  • Luri, Castello dei Motti presso Capo Corso.
  • Mariana.
  • Pilone.
  • Sisco[10].

Francia Meridionale[modifica]

  • Arles.
  • Avignone.
  • Collioure.
  • Castello di Confoux.
  • Fréjus (palazzo épiscopale).
  • Gigean.
  • Marsiglia.
  • Martigues.
  • Olbia.
  • Rougiers.
  • Saint-Etienne-de-Caudeau[11].

Luoghi di esportazione delle ingobbiate[modifica]

In Toscana[modifica]

  • Nel contado Pisano
    • Calci: presso la Certosa di Calci sono stati conservati alcuni esemplari di ceramiche ingobbiate[12]. Si tratta di un insieme di recipienti in uso probabilmente presso una comunità religiosa. A suggerire questa ipotesi è la presenza di segni di proprietà incisi sotto alcuni pezzi che riportano le lettere maiuscole S. P.. Probabilmente questo servizio da mensa è stato realizzato su commissione. Il corredo ceramico è riferibile agli ultimi decenni del XVI - inizio del XVII secolo[13].
    • Ripafratta.
    • Vecchiano.
    • Castelfranco di Sotto.
    • Volterra[14].
  • Lucca: nella città sono state rinvenute ingobbiate pisane nella chiesa rinascimentale di S. Giustina, nel Palazzo Arnolfini, a Palazzo Lippi, al Palazzo Gigli - Piazza San Giusto e in via del Crocifisso. Non mancano ritrovamenti nel contado lucchese, come in Garfagnana, nel castello di Gorfigliano (Minucciano)[15].
  • Pietrasanta: nell’ex Convento di Sant’Agostino di Pietrasanta che sorge ai piedi dell’antica Rocca di Sala, intorno al 1970, sono stati rinvenuti scarti d’uso di varie classi e provenienza usate in passato come accorgimenti architettonici. Furono posti entro le volte per alleggerirne il peso e sotto i pavimenti del pianterreno e del primo piano per isolarli dall’umidità[16].
  • Provincia di Massa - Carrara: sono stati trovati esemplari di produzione pisana al Castello Aghinolfi (Montignoso) e a Filattiera, località della Lunigiana[17].

In altre regioni d’Italia[modifica]

  • Lazio: a Roma, nel giardino del conservatorio di Santa Caterina della Rosa sono state recuperate ceramiche “graffite” pisane, “a fondo ribassato” ma anche “a stecca”[18].
  • Liguria: a Genova, in via San Vincenzo, sono state trovate un buon numero di graffite “a stecca” e la presenza di queste ceramiche è pressoché costante in tutti gli scavi del tessuto urbano. Ancora, importazioni da Pisa sono documentate nei registri della “Gabella dei Carati” dell’Archivio di Stato di Genova, soprattutto negli anni finali del XVI secolo ma anche agli inizi del XVII secolo. La presenza di ceramiche ingobbiate e graffite di produzione pisana è documentata anche nella parte centro - orientale della Liguria, ad esempio a Sarzana. Sulla zona costiera sono state recuperate a S. Fruttuoso di Camogli, a Rapallo, a Chiavari, a Lavagna e a Levanto. Si segnalano i rinvenimenti in Valle Stura; nella Liguria occidentale le ceramiche pisane sono state importate ad Albisola e Savona[19].
  • Sardegna: sono state trovate ingobbiate e graffite a stecca di produzione pisana a Sassari, Nuoro e Posada[20].

In altre regioni del Mediterraneo[modifica]

  • Corsica: a Bonifacio furono importate ceramiche graffite “a stecca” di produzione pisana intorno alla metà del XV secolo[21]. Testimonianze di importazioni pisane nell’isola provengono da alcuni relitti. Uno è quello della Rondinara[22], che prende il nome dalla località di ritrovamento. Si tratta di una nave commerciale affondata che trasportava nella parte centrale della stiva numerosi recipienti aperti da mensa, tra i quali sono stati riconosciuti un piccolo insieme di marmorizzate, graffite policrome e monocrome tarde di produzione pisana decorate “a stecca”. Un altro è il relitto di Revellata[23] del quale non sono stati trovati i resti dell’imbarcazione ma è stato rinvenuto il carico sul fondale che comprendeva molto vasellame. Nell’insieme compaiono anche prodotti graffiti a "stecca" della fine del XVI o dei primi decenni del XVII secolo. Un terzo insieme di recipienti ingobbiati e graffiti è stato trovato nel porto turistico di Calvi[24].
  • Francia Meridionale: a Marsiglia sono state rinvenute ceramiche pisane graffite a stecca riferibili all’inizio del XVI secolo[25]. Inoltre, in prossimità della costa sono stati trovati dei carichi di una decina di imbarcazioni naufragate, questi comprendono pochi casi di recipienti decorati “a stecca”[26]. A Narbonne nei secoli XV - XVII sono state importate numerose ceramiche italiane, tra le quali compaiono ingobbiate di Pisa[27]. Anche la ricerca archivistica ha portato alla luce testimonianze di ingenti importazioni di ceramica pisana. Ad esempio in documenti risalenti alla fine del XV, del XVI e del XVII secolo sono menzionate importazioni di ceramiche savonesi, genovesi e pisane[28].

Oltre oceano[modifica]

Si sa con sicurezza che i pisani per tutto il Cinquecento esportarono i propri prodotti in tutta la Toscana e nel Mediterraneo e a partire dall'ultimo quarto del secolo, grazie ai commerci con i fiamminghi e gli spagnoli, il vasellame di Pisa potè raggiungere il nord e il sud America oltre che le Canarie e i Caraibi - colonie iberiche[29].

Note[modifica]


Bibliografia

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  • E. Abela Bernardi et. al, Ripafratta (Pisa). 3 (autori vari), in Archeologia Medievale, XVI, 1989, pp. 425-498.
  • D. Abulafia, The Great sea: a human history of the Mediterranean, p. 180, Oxford, Oxford University Press, 2013, ISBN 978-0199315994.
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  • A. Alberti e M. Giorgio, Vasai e vasellame a Pisa tra Cinque e Seicento. La produzione di ceramica attraverso fonti scritte e archeologiche. Con testi di C. Capelli, G. Clemente, M. Febbraro, A. Fornaciari, D. Stiaffini. I edizione, Pisa, Società Storica Pisana, 2013, ISBN 978-88-6019-718-4.
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  1. Berti - Renzi Rizzo, p. 251. Per una sintesi dei “bacini” in Toscana vedi Berti 1993e. Altre città che sfruttarono le ceramiche come abbellimento architettonico furono ad esempio: Roma, Ascoli Piceno, Ferrara, Milano, Ravenna, etc.
  2. Per Santa Maria Novella di Marti vedi Berti - Renzi Rizzo, p. 252, Figg. 110-111 e Berti - Tongiorgi 1974, pp. 71-75; per San Pietro di Usigliano vedi Berti - Renzi Rizzo p. 252, Figg. 112-114 e Ciampoltrini 1980, pp. 517-518; per San Francesco di San Miniato vedi Berti - Renzi Rizzo, p. 252, Fig. 115 e Berti - Tongiorgi 1974, p. 71, Tav. XLVI; per i bacini presenti sulle chiese lucchesi vedi Berti - Renzi Rizzo, p. 254, Fig. 116, Berti - Cappelli 1994, pp. 58-61, 61-63, 208-224, 230; per Santa Caterina di Sisco vedi Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 254, Fig. 117 e Berti - Tongiorgi 1975b, pp. 17, 20-21. fig. 41.
  3. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 269/Tav. 153; 270-271/Tabella riassuntiva.
  4. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 255-259. Per i ritrovamenti di Calci: Nannipieri - Redi 1982. Per i ritrovamenti a Vecchiano: Renzi Rizzo 1988, pp. 212, 215-216. Per i ritrovamenti di Massaciuccoli: Ciampoltrini - Notini 1993. Per i ritrovamenti del Castello di Ripafratta: Redi - Vanni 1987, p. 311, tabella 1; Alberti 1989; Alberti 1990. Per i ritrovamenti di Palaia: Ciampoltrini 1979, p. 362 e nota 4, p. 364; Ciampoltrini 1980; Ciampoltrini - Maestrini 1983, pp. 42, 44, 48. Per i ritrovamenti di San Miniato e Santa Maria a Monte: Violante 1987, pp. 327, 331. Per i ritrovamenti di Fucecchio: Vanni Desideri 1985, pp. 69-70. Per i ritrovamenti di Pietrasanta: Berti 1990; Berti - Cappelli 1991, pp. 10-11; Berti 1995a. Per i ritrovamenti di Piazza al Serchio: Ciampoltrini 1984, pp. 304, 306. Per i ritrovamenti di Lucca: Berti - Cappelli 1994, pp. 206-234, 292-294, 141-150. Per i ritrovamenti di Equi Terme: Ambrosi - Gardini 1975, pp. 372, 374. Per i ritrovamenti di Filattiera: Cabona - Mannoni - Pizzolo 1982, p. 350. Per i ritrovamenti di Livorno: Berti 1995b. Per i ritrovamenti in area Maremmana: Gelichi 1977a, pp. 123-124, 129-135; Gelichi 1977b; Gelichi 1977c, pp. 11-13; Gelichi 1978; Gelichi - Paoletti 1978; Francovich - Gelichi 1978; Francovich 1982, pp. 89-120 (nn. 2, 16, 22, 27, 30, 33). Per i ritrovamenti di Rocca San Silvestro: Francovich - Gelichi - Parenti 1980, pp. 201-205, p. 204, Fig. 26/79; Agrippa et al. 1985, pp. 348-355, 362-363, 367-369, 376-377; Francovich - Parenti 1987, pp. 37-39, 67, 72-80, 83-84, 88, 106; Francovich 1991. Per i ritrovamenti in provincia di Grosseto: Francovich - Gelichi 1979, p. 97; Francovich 1985, pp. 308-309. Per i ritrovamenti della Fortezza Medicea di Grosseto: Francovich - Gelichi 1980a, pp. 69-70, 73-74, 77-78, 89, 96-99, 102-103, 108, 110, 192; Francovich - Gelichi 1980b, pp. 36, 56, 58/48. Per i ritrovamenti di Cosa: Hobart 1991.
  5. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 259; Molinari 1990, pp. 377-378, 461, 469-470.
  6. http://castellodellabrina.it/lesposizione/
  7. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 266-271. Per ulteriori informazioni: Mannoni 1968/69, pp. 108-116. Maestranze pisane tra il 1417 e il 1445 si trasferiscono in Liguria: Cameirana 1969, pp. 71-72; per i ritrovamenti di Savona: Lavagna - Trucco - Benente 1990, pp. 79-81, 91-92; Benente 1991; Berti - Gelichi 1995c; Berti - Gelichi - Mannoni 1995; Cameirana 1973; per i ritrovamenti del Castello di Molassana, di Sarzana, del Passo della Bocchetta e dell’isola di Gallinara: Bazzurro et al. 1974, pp. 44-45; Bonora 1975, p. 134; Fossati - Mannoni 1975, pp. 46, 48-51, 53-54, 75-78; Riccardi 1978, pp. 202-203, nn. 9-12. Per i ritrovamenti di Monte Zignago: Biasotti et al. 1985, pp. 234-235, 241/Tav. XV; Boato et al. 1990, pp. 373-375, 379-381. Per i ritrovamenti del Castello di Andora, del romito in Valle Stura e del castello di Monte Ursino: Castelli - Deferrari - Ramagli 1991; Deferrari et al. 1992, pp. 634-637; Gardini 1993. Per i ritrovamenti di Genova: Gardini - Milanese 1979; Fossati - Ferrando - Milanese 1975, pp. 184-185, 194-195; Gardini - Goricchi - Odone 1972, pp. 36-37, 45; Pringle 1977, pp. 130, 132-133; Bellatalla - Bertino - Gardini 1989, pp. 387- 400-402.
  8. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 259. Per i rinvenimenti di Palermo: D’Angelo 1975, pp. 101-102, 108. Viene ricordata la presenza di pisani e toscani nell’isola nel quartiere palermitano “ruga Pisanorum”; D’Angelo 1974; D’Angelo - Tongiorgi 1975, pp. 11-12, Tav. III; D’Angelo 1979, p. 181; in D’Angelo 1995 viene segnalata la presenza di monete pisane a Palermo a pp. 77, 79. Per i ritrovamenti di Marsala: D’Angelo 1978, pp. 78-79/F. In Lesnes 1995 vengono ricordati reperti della prima e seconda fase produttiva pisana a pp. 305/fig. 15 a-b, 306, 311/p.15-16; Pesez 1995, pp. 317, 323-324/p. 30-p.32. Per i ritrovamenti di Brucato: Maccari - Poisson 1984, pp. 302-305, 309 Pl. 31/b, 311 Pl. 33/a, b, c; D’Angelo 1984b, pp. 469-470 Pl. 76/b,c.
  9. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 260. Vedi per ulteriori dettagli sui ritrovamenti sardi: Salvi 1989-90, pp. 2-3, 23-24/nn. 3-5; Salvi 1987; Salvi 1989; Porcella 1989, pp. 374-375, Porcella 1988a, pp. 179, 196; Porcella 1988b, p. 148; Rovina 1986, p. 202.
  10. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 260-263. Per ulteriori informazioni: Berti - Tongiorgi 1977b, pp. 44-53; Istria 1995, pp. 30-31, 33; Albertini 1995, p. 37; Marchesi 1995, pp. 55, 62-63; Demians D’Archimbaud 1972, pp. 12-13; Gayraud 1978, p. 189.
  11. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 263-266. Per ulteriori informazioni vedi: Demians D’Archimbaud - Picon 1978, pp. 38, 40/Pl.XIV, 42; Demians D’Archimbaud 1980, p. 392/fig. 389; Picon - Demians D’Archimbaud 1980, pp. 129, 133-134; Fevrier - Fixot - Rivet 1989; Michel 1989; Proust 1993; Richarte 1993; Hesnard - Pasqualini - Vallauri 1993; Chausserie Lapree - Nin 1993, p. 42/fig. 32; Amouric - Demians D’Archimbaud - Vallauri 1995, p. 190 (fotografie e schede di reperti a pp. 203-204, nn. 202-209).
  12. Il materiale è proveniente da un recupero in ambito urbano, poi trasferito al Museo negli anni Settanta del XX secolo.
  13. Berti 2005, pp. 8, 91-97. Per altri dettagli vedi anche Berti 1994, pp. 376-377; Berti - Stiaffini 2001, p. 99.
  14. Berti 2005, pp. 169-170. Per i ritrovamenti di Ripafratta vedi Redi 1987, p. 311; AA. VV. 1989, pp. 425, 445-447; Banti 1988, pp. 204, 213 (Vecchiano); Ciampoltrini - Abela 1998, pp. 137-140; Pasquinelli 1987, pp. 72-73, Tav. XXII/1-5; Cascarella et al. 1987|Tav. II/ 1-3.
  15. Per la Chiesa di Santa Giustina vedi: Berti 2005, pp. 170-171; Abela 1997; Berti - Stiaffini 2001, pp. 82-88; Citriniti 2003/2004, pp. 55-67. Per Palazzo Adinolfi: Ciampoltrini - Zecchini 2002, pp. 169-170, Tavv. 55-56/1-3. Per Palazzo Lippi: Ciampoltrini - Notini 1990, p. 571; Ciampoltrini 1992, pp. 707-710; Berti - Cappelli 1994, pp. 97-98. Per Palazzo Gigli e Piazza S. Giusto vedi Berti - Cappelli 1994, p. 94. Per via del Crocifisso si veda Berti - Cappelli 1994, pp. 94-95. Per il Castello di Gorfigliano: Quiros Castillo et al. 2000, pp. 163, 166, fig 16/41,43.
  16. Berti 2005, p. 145. L’uso di scarti di fornace per alleggerire le volte è stato riscontrato anche in un recupero a Siena, nel Convento del Carmine (Francovich - Valenti 2002, pp. 28-35). Per maggiori dettagli sui ritrovamenti dell’ex Convento di Sant’Agostino a Pietrasanta vedi Berti 2005, pp. 145-168.
  17. Berti 2005, p. 171 e Gallo 2001, p. 35 (Castello Aghinolfi).
  18. Berti 2005, p. 173; Manacorda 1985, pp. 294-302 - (testo Paola Palazzo), Fig. 91.
  19. Berti 2005, p. 173. Per i ritrovamenti a Genova in via San Vincenzo vedi Mannoni 1975a, pp. 95-97; Fig. 82 / 1-3, 7 e Mannoni 1969, pp. 86-87 - nn. 18-22; Milanese 1976, p. 272; Gardini - Milanese 1978, p. 100/Tav. IX-X; Gardini 1982; Milanese 1985, pp. 29/Fig.9, 102-103/Fig. 117; Bellatalla et al. 1989, p. 387/Tabella 1; Presotto 1971, p. 39. Per i ritrovamenti a Sarzana si rimanda a Berti 2005, p. 173; Bonora 1975; Frondoni - Geltrudini 2000. Per la zona costiera si veda Berti 2005, p. 173; Benente 1992, p. 208; Gardini - Benente 1994b, pp. 49-51, 60-61/Fig. 2. Si veda anche Berti 2005, p. 174 e Deferrari et al. 1992, pp. 637, 640-641, 648, 649/Fig. 11, nn. 50-51 (Valle Stura); Milanese 1982, pp. 123-125, 128-129, 141 /Tav. I, 144/Tav. V (per la produzione albisolese con affinità alle ultime graffite “a stecca” pisane); Bernat et al. 1992, pp. 119-120, 130/Fig. 22/4-9 (Albisola); Varaldo 2001, pp. 265-269, in particolare pp. 266-268/Fig. 117 (Savona).
  20. Berti 2005, p. 174; Porcella - Ferru 1991, pp. 176, 183/Fig. 31; Rovina 1986, pp. 204, 207/Tav. II.3.
  21. Berti 2005, p. 175; Gayraud 1978; Moracchini Mazel 1973, p. 15/Fig. 20; 1976, p .24/Fig.31
  22. Berti 2005, p. 175; Amouric - Richez - Vallauri 1999, pp. 81-83, Figg. 172-180
  23. Berti 2005, p. 175; Amouric - Richez - Vallauri 1999, pp. 84-85, Figg. 181-183 (Il vasellame superstite è conservato in vari Musei pubblici e in collezioni private)
  24. Berti 2005, p. 176; Amouric - Richez - Vallauri 1999, p. 85, Fig. 184.
  25. Berti 2005, p. 176; AA. VV. 1993, pp. 40-41, Fig. 29, pp. 45, 78
  26. Berti 2005, p. 176; Amouric - Richez - Vallauri 1999, pp. 186-187.
  27. Berti 2005, p. 176; Amigues 1998, Grafici 1 e 2, pp. 210, 216/Fig. 1a-b.
  28. Berti 2005, p. 176; AA. VV. 1993, pp. 32, 71-73; Amouric - Richez - Vallauri 1999, p. 90.
  29. Clemente 2017, pp. 144-145; Giorgio 2016, pp. 355-360; Berti 2005, pp. 145-178.