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Ceramica a Pisa/Tecniche di produzione ceramica adottate a Pisa

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Indice del libro

Dai primi decenni del XIII secolo per la produzione ceramica furono impiegate a Pisa nuove tecniche totalmente diverse da quelle precedentemente in uso. Parliamo delle maioliche arcaiche e delle ingobbiate e graffite, queste ultime introdotte a partire dalla metà del XV secolo.

L'ingresso di nuove tecnologie produttive nel XIII secolo - lo smalto e l'invetriatura

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Per capire da dove è arrivato il sapere per l'impiego della smaltatura stannifera associata alla vetrina piombifera, gli studiosi si sono basati principalmente sullo studio dei “bacini ceramici” importati da vari centri del Mediterraneo[1].

Catino, recipiente privo di rivestimento - depurato (prima metà XII secolo).

Secondo le ricerche più accreditate, l’avvio delle produzioni smaltate pisane nel XIII secolo fu reso possibile dalla trasmissione di un ingente bagaglio di conoscenze sino a quel momento sconosciute a Pisa. Come già esposto nel primo capitolo, prima dell’avvento della maiolica arcaica l’unica produzione locale di vasellame era quella di recipienti in terracotta privi di copertura vetrosa e di decori colorati (detti perciò “acromi”)[2]. Questo nuovo tipo di ceramica rivestita comparve agli inizi del Duecento già nelle sue forme definitive e con una tecnica di realizzazione dei rivestimenti perfetta. Viene dunque scartata l’ipotesi che si tratti del frutto di un’esperienza maturata direttamente in città per mezzo di sperimentazioni successive.

L’ipotesi più plausibile rimane quella secondo la quale la produzione della maiolica arcaica pisana è stata stimolata dalle abbondanti importazioni che dalla fine del X secolo, e ancor di più dal secolo successivo, raggiunsero la città, e realizzata, probabilmente con l’aiuto di qualche maestranza straniera venuta a Pisa. Di conseguenza, per capire quale sia stato il punto di partenza della produzione della maiolica arcaica pisana bisogna spostare l'attenzione verso i centri che, prima di Pisa, fabbricarono manufatti con tecniche simili.

Catino, maiolica policroma (vert y manganeso) importata da Palma di Maiorca nel primo quarto dell'XI secolo (bacino ceramico della chiesa di San Piero a Grado).

Come detto nel capitolo precedente, nel panorama delle ceramiche importate da vari paesi del Mediterraneo[3], quelle alle quali si avvicinano di più le maioliche arcaiche di produzione pisana sono le ceramiche islamiche fabbricate in area spagnola peninsulare (Penisola iberica) ed insulare (Isole Baleari), con decorazioni in verde e porpora, o in verde e manganese. La tecnica di produzione, che prevede due diverse coperture vetrificate sulle superfici del corpo ceramico (rispettivamente smaltata in bianco sulla superficie principale e vetrina piombifera incolore o giallastra sulla superficie secondaria), venne usata in diversi centri della Spagna sotto il dominio islamico (al-Andalus) tra i quali Palma di Maiorca. Anche dal punto di vista delle forme, le maioliche arcaiche pisane sono molto simili a prodotti andalusi, come quelli fabbricati nel centro di Denia (Valencia) fra la metà del XII ed il primo quarto del XIII secolo[4].

Una volta identificate queste analogie decorative e morfologiche non ci resta che dare uno sguardo alla documentazione archivistica che riesce a fornire qualche conferma più solida. Per quanto riguarda Maiorca e le importazioni delle sue ceramiche, bisogna ricordare le intense e complesse relazioni che si sono instaurate tra quest’isola e la Repubblica di Pisa a partire dai fatti accaduti tra 1113-1116. In questi anni infatti, si svolse una crociata volta ad annullare la pirateria musulmana nel Mediterraneo. Questa, ricordata come “la spedizione delle isole Baleari”, era guidata dalla Repubblica di Pisa (alleata con i Catalani), alla quale nel 1085 era stata concessa la sovranità delle Baleari da Papa Gregorio VII[5].

Per quanto concerne la Spagna andalusa sappiamo che nel 1149 Pisa possedeva a Denia e a Valencia un fondaco, cioè una “casa commerciale” (o un complesso di edifici), adibita a magazzino che funzionava da “base operativa” per la gestione dei commerci in loco da parte degli operatori economici pisani. Del resto, la frequentazione del Porto Pisano da parte di navi provenienti da queste aree potrebbe essere suggerita pure da un documento (messo in luce dallo studioso O. R. Constable) del 1160 ca. riguardante i pedaggi del porto. Si viene a sapere infatti che[6]:

« Pisa avrebbe imposto pedaggi sulle navi che arrivavano da Malaga, Almeria, Denia, Valencia, Barcellona e Maiorca. Le fonti non dicono se questi oneri siano stati applicati a navi italiane o andaluse … »

A supportare questa tesi ci sono altri documenti. Per esempio, lo studioso Tito Antoni parla anche di un fondaco pisano presente a Maiorca sin dalla dominazione islamica, che fu distrutto durante gli scontri per la conquista cristiana voluta e capeggiata da Giacomo I d'Aragona tra il 1229 e il 1232[7].

Le prime migrazioni verso Pisa di alcuni maestri vasai musulmani maiorchini o andalusi, potrebbero essere state stimolate da questi rapporti commerciali[8]. La presenza islamica nella città del resto è già palese sul finire dell’XI e all'inizio del XII secolo. Ce ne dà conferma l'invettiva lanciata dal monaco Donizone di Canossa contro Pisa, luogo secondo lui indegno ad accogliere e conservare le spoglie della contessa Matilde di Canossa in quanto era frequentato da pagani (turchi e libici per esempio)[9]. Le migrazioni di artigiani musulmani potrebbero poi essersi intensificate in seguito alla “Reconquista” cristiana della Spagna andalusa e delle Baleari, che si compì proprio nei primi decenni del Duecento[10].

Gli aspetti tipici delle maioliche arcaiche pisane e la loro realizzazione

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Scodella, maiolica arcaica monocroma smaltata in verde (fine XIII - inizi XIV secolo).
Scodella, invetriata depurata monocroma in giallo (inizi XIII secolo).

Nelle maioliche arcaiche pisane il corpo ceramico sulla superficie principale (interna nelle forme aperte, esterna in quelle chiuse) era rivestito da uno smalto stannifero opaco bianco e, in rari casi, verde. Quando lo smalto applicato era di colore bianco, sopra di esso venivano eseguiti i disegni in bruno (manganese) ed in verde (ramina)[11]. La superficie secondaria veniva ricoperta invece da una vetrina piombifera, in genere incolore, verde o giallastra, piuttosto brillante. La decorazione di alcuni recipienti poteva essere affidata al solo bruno, oppure semplicemente alla monocromia, data da smalti bianchi o colorati (soprattutto in verde). Tra le ceramiche monocrome in alcuni casi la superficie secondaria non era invetriata, ma veniva smaltata come quella principale. Solo qualche volta, la superficie secondaria era lasciata priva di rivestimento[12]. Inoltre, si è riscontrato che parallelamente alla produzione delle maioliche arcaiche, probabilmente nelle stesse manifatture, erano realizzate ceramiche di forme analoghe, ma rivestite soltanto con vetrine piombifere incolori o colorate (in giallo o in verde). Pur essendo morfologicamente simili, queste, chiamate ceramiche invetriate depurate, non appartengono alla categoria delle maioliche arcaiche proprio perché non vi è presenza di smalto stannifero. Per realizzare la maiolica arcaica i recipienti dovevano essere sottoposti a due differenti e successive cotture in fornace[13].

La lavorazione del corpo ceramico e la prima cottura

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Tornio da vasaio a pedale.
Rappresentazione di una vecchia fornace nel trattato di Cipriano Piccolpasso. Si può notare un anziano signore (il maestro vasaio) seduto di fronte alla fornace, che coordina il lavoro degli aiutanti.
Ciotola, maiolica arcaica di Pisa, scarto di prima cottura ("biscotto"), (1530 - 1560).

L'argilla che veniva usata per modellare i corpi ceramici dei manufatti prodotti a Pisa era cavata da depositi alluvionali del fiume Arno[14].

Prima della lavorazione sul tornio, l’argilla veniva depurata in appositi recipienti o vasche[15] in modo da eliminare impurità (dette anche “inclusi”) come frammenti di pietra o parti calcaree, che avrebbero potuto compromettere le fasi di lavoro successive. Quindi usando il tornio veloce mosso a pedale si modellavano i recipienti nelle forme volute.

In seguito, i recipienti venivano posti ad essiccare all’aria nelle stagioni primaverili ed estive oppure in prossimità della fornace, per far evaporare l’acqua in eccesso contenuta nell’impasto argilloso[16]. Passato il momento dell’essiccazione, i manufatti venivano sottoposti ad una prima cottura, in gergo detta “biscottatura”. Gli scarti di fornace relativi a questa fase di lavorazione ci indicano che nella Pisa medievale ciò veniva effettuato cuocendo i pezzi in un ambiente ossidante, ovvero caldo e ricco di ossigeno: i “biscotti” sono infatti perlopiù di colore rosso mattone, ma non mancano fra i materiali delle discariche esemplari con il corpo scuro, annerito, a causa di cotture eccessive[17].

Il rivestimento e il processo di vetrificazione in seconda cottura

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Per determinare i componenti dei rivestimenti vetrosi delle maioliche arcaiche pisane sono state condotte analisi utilizzando la tecnica in Fluorescenza X. In base a queste si è constatato che i rivestimenti delle ceramiche pisane contengono in prevalenza piombo e stagno[18]. Non sono stati riscontrati elementi che riconducessero all’“ingobbiatura”, tecnica che fu introdotta in città soltanto alla metà del XV secolo[19].

Le “formule” per la creazione delle miscele che si vetrificano durante la seconda cottura, rendendo il corpo ceramico impermeabile, facevano parte molto probabilmente delle conoscenze empiriche dei vasai, frutto cioè di lunghe sperimentazioni, poi tramandate oralmente. Esistono però testimonianze di “ricette” precise e calcolate, presenti in alcuni trattati, giunte fino ai nostri giorni.

Li tre libri dell'arte del vasaio.

Si ricordano due opere in particolare, scritte in epoche e aree geografiche lontane tra loro. Un trattato è quello di Abû’l-Qâsim, membro di una famiglia di ceramisti di Kâshân che da generazioni passavano il sapere di padre in figlio. Quest’opera è composta da due manoscritti riguardanti la produzione di mattonelle e altri manufatti ceramici, e tra i tanti temi trattati nel manoscritto, si trovano informazioni preziose riguardo alla preparazione delle coperture vetrose[20].

Distanziatori per recipienti aperti ("zampe di gallo").

Il secondo trattato è quello che Cipriano Piccolpasso scrisse nei primi anni della seconda metà del Cinquecento. In esso sono presenti precise indicazioni per la preparazione delle vetrine piombifere e degli smalti stanniferi. Piccolpasso non si limita soltanto ad indicare le giuste proporzioni necessarie alla creazione delle coperture vetrose ma, ad esempio, descrive il modo di stendere le miscele sui recipienti che già hanno subito la prima cottura[21].

Una volta ricoperte con lo smalto e la vetrina per immersione o aspersione (le sostanze vetrificanti erano disciolte in una miscela acquosa), le ceramiche, ad eccezione delle monocrome, potevano essere ornate con disegni di vario genere, per essere poi poste di nuovo nei forni per una seconda cottura[22] che doveva consentire la vetrificazione con il conseguente fissaggio di colori ed eventuali ornamenti. I recipienti aperti, venivano impilati, separati l’uno dall'altro per mezzo di distanziatori costituiti da tre estremità equidistanti, detti “zampe di gallo”. Il loro impiego è testimoniato dal recupero degli stessi fra gli scarti delle fornaci, ma è provato anche dalle tracce lasciate quasi sempre dai tre piedini nell'area centrale dei vasi o dalla loro fusione con il pezzo ceramico qualora la temperatura di cottura fosse troppo elevata[23].

Boccale, maiolica arcaica (XIII secolo), dettaglio sequenza orizzontale a catenella (sotto la bocca trilobata) e verticale (accanto l'ansa).
Scodella, maiolica arcaica di Pisa (prima metà XIII secolo) usata come bacino ceramico sulla chiesa di Santa Cecilia. Il pezzo è decorato con motivi geometrici e vegetali (sequenza secondaria sotto l'orlo).

I decori delle maioliche arcaiche sono stati divisi in motivi principali e motivi secondari. Quelli principali delle forme aperte sono stesi sul fondo del recipiente e coprono un vasto repertorio che spazia da motivi geometrici a quelli figurativi. I primi raggruppano decori lineari, a graticcio, a reticoli, a raggi, di ispirazione vegetale, etc[24]. I motivi figurativi mostrano invece quadrupedi ispirati alla realtà o alla fantasia, pennuti e figure umane quali profili maschili e femminili[25].

I decori secondari, nelle forme aperte, sono disegnati sia sui recipienti privi di tesa sia in quelli che ne sono provvisti. Questi sono sequenze organizzate in fasce delimitate da una o più filettature per parte che circondano e abbelliscono il motivo decorativo principale. In prossimità di quest'ultimo le decorazioni sono spesso tracciate in bruno mentre in prossimità dell’orlo è più frequente trovarle in verde[26]. Si distinguono diversi gruppi di sequenze. Le più ricorrenti hanno carattere geometrico come, tratti paralleli, linee spezzate che danno forma ad angoli arcuati, segni ad "S", etc. Altri elementi delle sequenze si ispirano al mondo vegetale, ad esempio ramaglie di vario genere abbellite da fogliame[27]. Nelle forme chiuse si individuano tre tipi di sequenze: orizzontali, verticali e sequenze sulle anse. Anche questi motivi si trovano inseriti in fasce delimitate da uno o due filetti bruni. Spesso sono gli stessi motivi periferici incontrati nelle forme aperte[28].

La cronologia della maiolica arcaica

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Gli studiosi hanno identificato diverse fasi produttive[29]:

  1. Una prima che va dai primi del XIII (1210-1230) fino al 1280 circa.
  2. Una seconda fase si sviluppa dal 1280 circa fino al 1330-1340 circa.
  3. Una terza fase copre la seconda metà del XIV secolo.
  4. Una quarta fase comprende la prima metà del XV secolo (in questa fase Pisa comincia a sperimentare la produzione di maioliche arcaiche policrome e ceramiche rivestite di ingobbio e abbellite con decorazioni graffite "a punta").
  5. Una quinta fase copre la seconda metà del XV secolo.
  6. Un’ultima fase si estende sino alla fine del XVI secolo (in questo periodo le fabbriche pisane continuano a produrre maiolica arcaica nella sola versione smaltata monocroma bianca).

Maioliche arcaiche policrome e monocrome tarde

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Ciotola, maiolica arcaica monocroma bianca tarda (1530 - 1560). Il pezzo è stato scartato perché dopo la seconda cottura il distanziatore si è fuso con la ciotola.

Agli inizi del XV secolo, nel 1406, la città di Pisa fu conquistata dai Fiorentini. Poco dopo gli scontri, quando l’economia cittadina e i mercati si stabilizzarono, gli occupanti introdussero nei commerci pisani delle ceramiche che superavano in pregio le manifatture locali. Si tratta del vasellame prodotto nel contado fiorentino, in particolar modo proveniente da Montelupo fiorentino. I nuovi prodotti, denominati nella nostra epoca “Maioliche arcaiche blu”, “Zaffere a rilievo”, “Italo-moresche” o, più generalmente maioliche policrome, facevano largo uso di colori più vivaci, sgargianti, quali il blu o l’azzurro e il giallo, che donavano a queste ceramiche una maggiore bellezza rispetto alle maioliche arcaiche pisane. I ceramisti locali dunque, per far fronte a questa nuova concorrenza, tentarono di apportare modifiche al repertorio decorativo dei loro prodotti, introducendo nella tavolozza la nuova tonalità del giallo/arancio, che si accostava ai sempre caratteristici verde e bruno. L’innovazione riguardò solo la cromia delle maioliche, in quanto la morfologia delle forme e le “ricette” dei rivestimenti vetrosi rimasero invariate[30].

Se fino a qualche anno fa si pensava che la produzione della maiolica arcaica pisana fosse cessata nel XV secolo, lo studio di alcuni contesti di scavo urbani[31] ha mostrato come la maiolica arcaica sopravvisse fino alla fine del XVI secolo. A testimoniare meglio questa tendenza produttiva ci sono principalmente gli scarti di fornace e d’uso cinquecenteschi di Villa Quercioli e via Sant’Apollonia[32] che identificano ancora meglio l’evoluzione dell’ultima maiolica arcaica pisana. Nella sua fase finale la produzione perse molti dei caratteri distintivi dei secoli precedenti, limitandosi alla sola monocromia bianca e alla sola tipologia della ciotola emisferica, che venne fabbricata fino 1590 circa[33].

L'ingresso di nuove tecnologie produttive alla metà del XV secolo - l'ingobbio

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La tecnica dell’ingobbiatura, come quella della smaltatura stannifera della maiolica arcaica, non venne appresa dai ceramisti locali per esperienza maturata con il tempo, ma è più probabile che fosse stata trasmessa da maestranze alloctone.

I più[34] concordano con la tesi secondo la quale tale tecnica potrebbe essere arrivata a Pisa tramite la conoscenza portata da ceramisti originari della Pianura Padana che, nel XV secolo, attraverso i territori della Casa d’Este e più precisamente dalla Garfagnana, raggiunsero il nord della Toscana.

A tal proposito alcuni documenti attestano l’arrivo a Pisa e in zone limitrofe di ceramisti provenienti da Milano e Lucca. Soprattutto in quest’ultima realtà si registrano numerose attestazioni di ceramiche ingobbiate e graffite provenienti da aree modenesi, reggiane e ferraresi oltre che la presenza di ceramisti padani nella cittadina lucchese tra il Quattrocento e il Cinquecento. Appare dunque probabile che Lucca possa aver ricoperto il ruolo di “scalo” intermedio per questi ceramisti che con il tempo poterono spostarsi anche a Pisa[35].

Per stabilire meglio il momento in cui arrivò in città il sapere per la produzione delle ingobbiate, appaiono molto interessanti due fonti scritte. Entrambe riguardano un maestro vasaio pisano, tale Sano di Gherardo, che operò a cavallo della prima e seconda metà del Quattrocento. Il primo documento, datato al 1441, concerne il pagamento da parte del ceramista di alcuni sacchi di bianco presso la Dogana della Degazia[36]. Il secondo è più tardo (1485) e riguarda la spartizione dei beni di Sano di Gherardo tra i figli dopo la sua morte (avvenuta tra il 1472 e il 1478). Nel testamento viene esplicitamente indicata la presenza di terre bianche tra le numerose materie prime lasciate in eredità, necessarie alla creazione delle ceramiche ingobbiate[37].

A queste fonti archivistiche è possibile collegare il ritrovamento dei primi oggetti da mensa ingobbiati e graffiti “a punta” nel sottosuolo pisano a partire dalla metà-fine del XV secolo[38].

Maiolica di Montelupo fiorentino, piatto con l'arme dei Minerbetti, 1485 - 1495 ca.
Maiolica arcaica di Pisa, XV secolo.

Per capire i motivi che hanno spinto i ceramisti pisani alla produzione delle ceramiche ingobbiate e graffite, in contemporanea con l’ultima maiolica arcaica, bisogna tener conto delle condizioni politiche ed economiche nelle quali la città versava in quel periodo. Come detto in precedenza, agli inizi del XV secolo (1406) la Repubblica pisana non esisteva più; questa infatti era caduta sotto il controllo di Firenze che, tra assedi, conquiste e rivolte, mise in ginocchio la città per tutto il secolo costringendola alla definitiva resa agli inizi del successivo (1509), dopo la ribellione di fine Quattrocento. Negli anni di dominio l’occupante controllava il mercato imponendo pesanti dazi alle attività artigianali e commerciali pisane. Una conseguenza fu, oltre allo spopolamento della città, un importante calo di botteghe ceramiche. In questi anni si registrava inoltre l’entrata nei commerci di un nuovo tipo di ceramica, la maiolica policroma di Montelupo fiorentino, che relegò a ruolo marginale l'ultima maiolica arcaica pisana. Di contro, nei primi decenni del Quattrocento, i pochi artigiani pisani rimasti reagirono formando delle corporazioni per tentare di far fronte alla nuova concorrenza montelupina, le cui produzioni godevano di ben altro pregio[39]. Ai fiorentini dunque si deve, se non lo stimolo per l’introduzione della nuova tecnica dell’ingobbio graffito, almeno una forte reazione organizzativa da parte degli artigiani pisani, tale da rinnovare la produzione con l’abbandono graduale della maiolica arcaica che non soddisfaceva più il gusto del tempo[40].

I documenti che riguardano Sano di Gherardo Borghesi e il ritrovamento nel sottosuolo dell'ex convento delle Benedettine (presso la chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno) di maioliche arcaiche, ingobbiate e graffite "a punta" e "a stecca", hanno portato la studiosa Graziella Berti ad ipotizzare che la tecnica dell'ingobbio in tutte le sue varianti tecnologico-decorative fosse stata adottata a Pisa intorno alla metà del XV secolo (anni '30-'40), in concomitanza con il declino della maiolica arcaica e la sua ultima produzione[41]. Tale ipotesi ha incontrato pareri contrastanti nel corso del tempo, soprattutto per quanto riguarda il vasellame graffito “a stecca” più di frequente attestato in contesti del pieno XVI secolo. Negli ultimi anni infatti, nella stratigrafia di più punti del sottosuolo urbano, si sono trovati molti più indizi in grado di dare delle risposte esaustive a questo problema[42]. Le evidenze provenienti dagli scavi di Piazza Consoli del Mare, di via Facchini, di via Toselli, di Piazza delle Vettovaglie, di Palazzo Scotto, della chiesa di San Michele in Borgo, di Villa Quercioli e di via Sant’Apollonia[43], hanno mostrato che le ingobbiate e graffita "a stecca" sono assenti nel corso di tutto il Quattrocento, con primissime rare attestazioni solo agli inizi del Cinquecento[44]. L’unica ingobbiata e graffita che viene prodotta contemporaneamente alla maiolica arcaica tarda è perciò quella “a punta”[45]. Se la graffita “a stecca” non è presente nei contesti pisani del XV secolo probabilmente non veniva ancora prodotta; se è presente, seppur in rarissimi casi, agli inizi del XVI secolo è perché forse trattasi delle prime sperimentazioni[46]. Nel Quattrocento, quindi, le classi fabbricate dalle botteghe pisane sono la maiolica arcaica[47] e a partire dalla metà circa del secolo, la prima ingobbiata e graffita “a punta”.

Gli aspetti tipici delle ingobbiate pisane

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Come per le maioliche arcaiche anche le ingobbiate e graffite pisane vengono prodotte con argilla cavata da depositi alluvionali del fiume Arno. Questa conferisce al corpo dei manufatti ceramici il peculiare colore rosso mattone vivo che può tendere all’arancione. Lo strumento usato prevalentemente dagli artigiani pisani per tracciare i decori graffiti varia a seconda del tipo di decoro da ottenere: uno strumento a punta sottile nel caso della tipologia “a punta” e uno strumento con estremità più ampia per il decoro “a stecca”.

Scodella ingobbiata e graffita a punta arricchita da pennellate di colore (fine XVI - inizi XVII secolo).

I recipienti ingobbiati e graffiti sono quasi esclusivamente forme aperte che presentano decorazioni solo sulla superficie interna e, meno frequentemente, sono attestati recipienti chiusi decorati con graffiture tracciate con una punta. I motivi principali e secondari privilegiati avevano carattere geometrico e astratto, con richiami al mondo vegetale.

Tra le ingobbiate e graffite “a punta”, tuttavia, sono state trovate ceramiche ornate con motivi figurati: rappresentazioni di quadrupedi e di pennuti, pesci, frutti e figure principalmente femminili mostrate di profilo[48].

La tavolozza delle ingobbiate e graffite è molto povera in quanto nella maggior parte dei casi si tratta di ceramiche monocrome, che sfruttano il contrasto cromatico tra il bianco dell’ingobbio e il rosso del corpo ceramico come decorazione stessa. In pochi casi, soprattutto tra le graffite “a punta” e più raramente a “fondo ribassato”, le decorazioni sono arricchite con pennellate in verde e/o giallo (in rari casi è usato il bruno che può tendere al viola). La superficie, dopo essere stata ingobbiata e decorata è coperta con vetrina piombifera. Questa è soprattutto incolore ma non mancano i casi in cui si presentano vetrine gialle o verdi, mentre l’uso di vetrine di colore bruno-violaceo è molto raro. Il colore della copertura vetrosa dipende dall’aggiunta o meno di ossidi di ferro o di rame. Anche l’atmosfera presente nella fornace (ossidante o riducente) contribuisce a modificare il risultato finale[49].

Il rivestimento ad ingobbio e la graffitura

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Piatto ingobbiato e graffito a fondo ribassato (seconda metà XVI secolo).

I manufatti ceramici, dopo essere stati modellati sul tornio (previa depurazione dell'argilla) e fatti parzialmente essiccare una prima volta venivano ricoperti con una patina di “ingobbio”, una miscela che si otteneva tramite l’uso di fini argille caoliniche, setacciate e disciolte in acqua[50]. Dopo l’applicazione dell’ingobbio per immersione e un’opportuna parziale essiccazione dello stesso i recipienti potevano essere decorati[51], ma si sono riscontrati anche casi in cui l’ingobbio non veniva graffito[52]. Le decorazioni venivano realizzate asportando opportune porzioni della patina di ingobbio (allo stato ancora crudo del manufatto) e porzioni della superficie del corpo argilloso sottostante con una “punta” o con una “stecca”. Gli elementi ornamentali, dunque, una volta completata la cottura del pezzo, apparivano di colore rosso mattone in quanto con la graffitura veniva scoperto il corpo ceramico. Le principali produzioni “graffite” pisane si dividono in tre categorie:

  • Graffite “a punta”,
  • Graffite “a stecca”,
  • Graffite “a fondo ribassato”.

Purtroppo, non sono state trovate testimonianze materiali degli strumenti usati per asportare lo strato di ingobbio. Potendo formulare solo ipotesi, gli studiosi pensano che questi potevano essere fatti di diversi materiali, soprattutto in legno o in metallo, ma anche ricavati da ossa animali[53].

La prima cottura

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I recipienti dopo essere stati ingobbiati e, in caso, graffiti venivano infornati per la prima cottura dove si veniva a creare il contrasto cromatico tra il peculiare rosso mattone del corpo ceramico sottostante e il bianco dell’ingobbio[54].

Il rivestimento vetroso e la seconda cottura

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Dopo la prima cottura i “biscotti” venivano rivestiti da una vetrina piombifera e sottoposti ad una seconda cottura affinché la superficie del manufatto acquisisse impermeabilità. Durante la cottura nella fornace i recipienti aperti, che erano stati impilati per ottimizzare lo spazio, venivano separati tra di loro tramite le cosiddette “zampe di gallo”[55].

Catino ingobbiato e graffito a punta (fine XVI secolo - inizi XVII secolo).
Ciotola ingobbiata e graffita a stecca con graffiture a punta - scarto di fornace (1500 - 1530).
Scodella ingobbiata e graffita a fondo ribassato, 1560 - 1590.

I motivi decorativi principali delle forme aperte ingobbiate e graffite "a punta" sono tracciati sul fondo del recipiente e hanno soprattutto carattere geometrico, ad esempio croci, stelle o girandole. Alcuni motivi sono ispirati dal mondo vegetale quali fiori e frutti come la pera. Non mancano decorazioni figurative che rappresentano quadrupedi, pesci, uccelli e figure umane di profilo. Tra le ingobbiate e graffite “a punta” un motivo principale assai usato è quello araldico che in qualche caso rimanda alla famiglia dei Medici e ai Rosselmini. Questo tipo di decorazione è usato in fase tarda di produzione (XVII secolo)[56]. Sugli orli e le tese delle forme aperte troviamo sequenze secondarie di carattere soprattutto geometrico caratterizzate da graticci e decori vegetali. Un particolare motivo è quello "a penna di pavone"[57]. Le forme chiuse invece hanno graffiture sul ventre ma anche sul manico e sono principalmente figure geometriche come croci e linee rette o ondulate. Non mancano esempi di decori con elementi vegetali. I disegni graffiti "a punta" possono essere monocromi ma più frequentemente vengono impreziositi da pennellate in verde e giallo sotto vetrina[58].

I recipienti ingobbiati e graffiti "a stecca" (tutti forme aperte) sono invece caratterizzati dalla presenza di motivi a girandola sul fondo. Questa può presentarsi secondo diverse varianti e la più diffusa ha nella parte terminale dei suoi raggi degli elementi detti "scalari", costituiti dalla giustapposizione di semicerchi di diversa misura che vanno dal più grande al più piccolo. Gli elementi che costituiscono le sequenze secondarie, graffiti sull'orlo o sulla tesa del manufatto ceramico, possono essere linee parallele, tratti arcuati oppure elementi "scalari". Non di rado, tra gli elementi decorativi, si interpongono dei piccoli disegni chiamati dagli studiosi elementi "alfa"; questi hanno varia natura e ad esempio possono essere tratti circolari, linee rette, croci e angoli orientati verso destra o sinistra, verso il basso o verso l'alto[59].

Le ceramiche ingobbiate e graffite "a fondo ribassato", tutte forme aperte, hanno sul fondo motivi a girandola che si presentano in diverse varianti e motivi araldici. Come sequenze secondarie troviamo decori: ad archi costituiti da fiori a tre petali, a perla infilzata, a nastro spezzato, a festoni, a tralcio frondoso e a tralci vegetali. Non mancano disegni a foglia allungata e a pinza di gambero. Inoltre sono state riscontrate entro due o più linee parallele che delimitano la sequenza secondaria: barrette oblique, trecce o corde che possono avere lunghezza variabile, quadrifogli e sequenze di onde con apici[60].

Altri tipi di ingobbiatura

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Altri tipi di ceramiche ingobbiate sono le "marmorizzate" e le "maculate"[61].

Galleria Immagini

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  1. Per studi al riguardo si rimanda a varie pubblicazioni: Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 276; Berti - Tongiorgi 1977a, p. 5; Berti 1993a; Berti - Gelichi 1995c; Berti - Gelichi - Mannoni 1995; Berti - Tongiorgi 1981a; Berti - Giorgio 2011.
  2. Per dettagli sulla ceramica "acroma" vedi Busi 1984 e Alberti - Giorgio 2018.
  3. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 277; Berti 1993d; Berti - Giorgio 2011 e Giorgio 2018.
  4. Berti - Renzi Rizzo, p. 277.
  5. Altri due episodi significativi che mostrano gli stretti rapporti tra la città toscana e le isole Baleari sono: la nomina di Gherardo, nel 1111, a comandante di 20 galee che componevano la flotta di navi salpata per la conquista cristiana; e nel 1135, la nomina di Lamberto “canonico pisano”, da parte di Iacopo di Gherardo (che faceva parte dei XII deputati della repubblica), come regnante di Maiorca durante la dominazione cristiana.
  6. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 283. L’originale cita: “Pisa would impose tolls on ships arriving from Malaga, Almeria, Denia, Valencia, Barcelona and Majorca. The Sources do not say whether these charges were levied on Italian or Andalusian vessels …”, vedi Constable 1994, pp. 132-133.
  7. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 283; Calisse 1904, pp. 9, 140-141, 145; Antoni 1977, p. 5/nota 8. Tito Antoni inoltre espone notizie interessanti sulle relazioni commerciali tra Pisa e le Baleari in questo periodo e oltre, e afferma che a Maiorca erano presenti membri delle più famose famiglie dell’aristocrazia mercantile pisana (p. 4).
  8. Altra testimonianza di questi stretti rapporti di scambio sono i materiali negoziati dai pisani a Maiorca, fra il 1315 ed il 1322. Tra le tante merci importate nella città toscana figurano anche lo stagno ed il piombo, elementi indispensabili per la creazione delle coperture vetrose (vedi Antoni 1977, p. 13).
  9. Donizone nel primo libro della sua opera “Vita di Matilde” (Vita Mathildis), nei versi nn. 1370-1373 dice: “Qui pergit Pisas, videt illic monstra marina. - Haec urbs Paganis, Turchis, Libicis, quoque Parthis – Sordida Chaldei sua lustrant litora tetri” (vedi Davoli 1888, p. 142).
  10. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 283; Constable 1994, p. 140.
  11. Gli smalti bianchi quando avevano un tenore di stagno molto basso presentavano tonalità rosate. Per avere notizie riguardo all'approvvigionamento di stagno per la maiolica arcaica, si veda Giorgio 2012.
  12. Le decorazioni in fase di cottura potevano assumere diverse tonalità. Il verde, in base all’ambiente di cottura (ossidante/riducente) e alle temperature raggiunte nella fornace, poteva tendere a tonalità più o meno scure: bluastre, grigiastre oppure giallastre. Stessa cosa per i decori in bruno che potevano sfumare verso il violaceo, il rossastro o il nero.
  13. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 69.
  14. Per notizie relative all'approvvigionamento di argilla a Pisa nel Bassomedioevo e in Età Moderna vedi Alberti - Giorgio 2013, pp. 27-46 (studi condotti da Giuseppe Clemente: "Vasai e produzione ceramica a Pisa nel XVI secolo attraverso le fonti documentarie") e per studi più recenti si rimanda a Giorgio 2018b; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 57-58. Per una descrizione dei risultati delle analisi condotte sui corpi ceramici è possibile consultare Mannoni 1979, pp. 236-237/Gruppo VI.
  15. Durante tutto il Medioevo, le vasche usate per la depurazione dell’argilla erano solitamente quattro. Queste venivano chiamate con termini ben precisi: la prima vasca veniva chiamata pilla, le restanti venivano chiamate trogoli (vedi Berti - Migliori - Daini 1989, p. 13-14.
  16. Cuomo Di Caprio 2007, pp. 263-271.
  17. Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 57-59.
  18. Le analisi furono condotte da Claudio Arias.
  19. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 59; Berti - Tongiorgi 1982, p. 145; Berti - Cappelli - Tongiorgi 1986, pp. 157-160; Berti 1992; si rimanda anche a Giorgio - Trombetta 2011; Alberti - Giorgio 2013; Giorgio 2015; Giorgio 2018c, dove si identifica meglio il momento in cui le fabbriche pisane passano dalla produzione di maiolica arcaica a quella delle ingobbiate e graffite.
  20. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 66; Allan 1973.
  21. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 67; Conti 1976, pp.115 - 116, 141 - 145, 177 - 180: ( Cipriano Piccolpasso, I tre libri dell'arte del vasajo: nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti i secreti di essa cosa che persino al di d'oggi è stata sempre tenuta nascosta, del cav. Cipriano Piccolpasso Durantino, Roma, dallo Stabilimento tipografico, 1857.).
  22. La doppia cottura era una prassi conosciuta e adottata per varie categorie di ceramiche in numerosi paesi. Gli esempi a conferma sono molti: per quanto concerne le produzioni islamiche medio-orientali la doppia cottura è attestata a Samarcanda fino dal X secolo, si veda: Samarcande 1992, pp. 35, 77/21. A Palermo, ad Agrigento e in altri siti siciliani, sono stati trovati manufatti della seconda metà del X, dell’XI e del XII secolo che hanno subito la doppia cottura (si rimanda a D’Angelo 1984; Fiorilla 1990, p. 31-34. Le ceramiche rinvenute ad Agrigento sono esposte al Museo di Caltagirone). A Maiorca queste ceramiche sono state trovate tra i materiali risalenti al XI secolo presso il Testar Desbrull (Rossello Bordoy 1978, p. 321/4201, 4209).
  23. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 68.
  24. Berti - Tongiorgi 1977, pp. 36-89, Figg. 1-32, Tavv. V-XXI; Casini 1938, Tav. XI n. 1, 3, 5; Liverani 1971, Tav. LXVI nn. 9-10; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 118-123, 130, 132, Tavv. 70-80, 87-89, Figg. 29- 35, 49-54; Tongiorgi – Berti 1971, Fig. 10; Tongiorgi 1964, p. 19, Fig. 3/c, forma 1; Berti - Tongiorgi 1977b, p. 45, Fig. 44; Berti - Cappelli 1994, Tav. 45; Alberti 1990, p. 55/115; Berti - Tongiorgi 1981a, p. 146, n. 34; Berti – Tongirgi 1972, p. 8/n. 5; Batini 1974, p. 47; Frierman 1975, p. 71/n. 190.
  25. Berti – Tongiorgi 1977a, pp. 90-93, Figg. 38-40, Tavv. XV a-c, XVIa-c, XVII a-d. Si rimanda anche a D'Angelo – Tongiorgi 1975, Tav. II-IV; Berti - Renzi Rizzo 1997, pp. 143-145, Tavv. 100-101 (p. 144, 146), Fig. 68 (p. 145).
  26. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 105.
  27. Berti - Renzi Rizzo, pp. 106-112, Tavv. 60-70.
  28. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 186, Tav. 125.
  29. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 36, 57; per informazioni sulla maiolica arcaica tarda vedi Alberti - Giorgio 2013.
  30. Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 207; Berti - Tongiorgi 1982; Berti - Cappelli - Tongiorgi 1986, pp. 157 - 159; Berti - Renzi Rizzo 1997, p. 203.
  31. Alberti - Giorgio 2013, p. 16. I contesti di scavo sono stati editi da M. Giorgio e I. Trombetta (Giorgio 2011a e Giorgio - Trombetta 2011) e si riferiscono a quelli di via Toselli (Ducci - Baldassarri - Gattiglia 2009), Piazza Consoli del Mare (Anichini - Gattiglia 2009; Gattiglia - Giorgio 2007), Museo Nazionale di San Matteo (Baldassarri 2007; Baldassarri et al. 2005), Piazza delle Vettovaglie (Alberti - Baldassarri 2004) e Palazzo Scotto (Gattiglia - Milanese 2006).
  32. Per lo scavo di Villa Quercioli vedi: Alberti - Giorgio 2013, pp. 47-143. I primi dati sullo scavo sono stati pubblicati in Giorgio 2011b. Per quello di via Sant'Apollonia si rimanda a: Andreazzoli - Baldassarri - Mirandola 2002; Corretti - Vaggioli 2003; lo scavo è stato edito recentemente da Marcella Giorgio (https://www.academia.edu/13408119/Un_occasione_per_recuperare_il_passato_lo_scavo_di_Sant_Apollonia_a_Pisa). I lavori sono stati supervisionati dall'archeologa Roberta Mirandola e dall'architetto Chiara Prosperini.
  33. Alberti - Giorgio 2013, pp. 16, 47-153, in particolare pp. 79-81.
  34. (Vedi Alberti - Giorgio 2013, p. 14) Questa ipotesi è stata suggerita da Graziella Berti già nel 1994 (Berti 1994) e poi portata avanti da Trombetta nel 2009 (Trombetta 2009, p. 7).
  35. Alberti - Giorgio 2013, p. 14; Tongiorgi 1979, p. 19; Berti 1997, p. 266. Per le ceramiche ingobbiate e graffite rinvenute a Lucca e per la presenza di ceramisti padani in città tra il Quattrocento e il Cinquecento vedi Ciampoltrini 2013. Documenti d’archivio attestano l’avvio di alcune società tra stovigliai delle due città agli inizi del ‘400, si rimanda a Moore Valeri 2004, p. 96; Tongiorgi 1979, pp. 27, 29, 60, 98, 132.
  36. Alberti - Giorgio 2013, p. 14; Berti 2005, p. 124. Come dimostra la Dottoressa Daniela Stiaffini, i termini “bianco” e “terre bianche” venivano usati proprio per indicare l’ingobbio, vedi Stiaffini 2002.
  37. Berti 2005, pp. 124 - 125; Tongiorgi 1979, pp. 134-135; Berti - Tongiorgi 1977a, p. 151.
  38. Ad esempio, nello scavo di Villa Quercioli condotto tra febbraio e marzo 2011, il recupero della stratigrafia che comprende il 1470 e il 1590 circa, ha restituito maioliche arcaiche tarde (soprattutto monocrome bianche) e prime ingobbiate e graffite “a punta”. Non sono stati trovati frammenti di ingobbiate e graffite “a stecca” nei depositi anteriori al 1500.
  39. Si conoscono nella prima metà del XV secolo delle corporazioni create tra maestri vasai pisani. Un primo tentativo di organizzazione viene fatto nel 1419, con la stesura di un contratto tra gli affiliati che però non va in porto. Pochi anni più tardi, nel 1421, viene invece firmato un accordo da nove vasai, nel quale vengono fissate alcune clausole che interessano vari aspetti della produzione e del commercio di vasellame. Si sa che più tardi, nel 1427-28, viene a formarsi un'altra importante compagnia di tre vasai di cui uno era già firmatario del contratto del 1421 (vedi Berti 2005, pp. 110-115).
  40. Berti 2005, pp. 121 - 122; Berti - Tongiorgi 1977a, p. 150-151.
  41. Alberti - Giorgio 2013, p. 15; Berti 2005.
  42. Alberti - Giorgio 2013, p. 15; Giorgio - Trombetta 2011.
  43. Vedi in dettaglio Alberti - Giorgio 2013, pp. 47-143.
  44. Alberti - Giorgio 2013, p. 15; Giorgio - Trombetta 2011, pp. 231 - 235.
  45. Infatti, nella stratigrafia precedente al 1500 di Villa Quercioli e di altri siti di scavo, sono state trovate solo maioliche arcaiche tarde (monocrome), e ingobbiate e graffite “a punta”. Tra il 1500 e il 1530 circa, appare per la prima volta la classe delle ingobbiate e graffite “a stecca”. L’ultimo periodo che va dal 1560 al 1590 circa, vede protagonista la graffita “a stecca”, subito seguita dalla tipologia “a punta”. Sono presenti ancora maioliche arcaiche monocrome bianche (pochissimi esemplari) che probabilmente smetteranno di essere prodotte in questi anni.
  46. Alberti - Giorgio 2013, p. 15
  47. La produzione di maiolica arcaica dopo aver tentato di dare nuova linfa ai repertori decorativi con la policromia in giallo, tende a perdere la decorazione (voltando verso la monocromia) e a limitare il panorama morfologico precedente (vedi Alberti - Giorgio 2013, p. 16).
  48. Alberti - Giorgio 2013, p. 96, Tav. 8. I reperti sono stati ritrovati durante lo scavo di Villa Quercioli, databili tra il 1500 - 1530 e 1530 - 1560 circa. Per altri scavi vedi Berti 1994.
  49. Berti 2005, pp. 9, 11.
  50. Berti 2005, p. 9; Cuomo Di Caprio 2007, p. 287. Il Piccolpasso, chiamava questo tipo di argilla “terra bianca” o “ver terra visentina” in quanto a Vicenza in passato veniva cavata argilla di questo tipo. Per quanto riguarda l’argilla usata a Pisa per “ingobbiare” i manufatti, gli studiosi hanno riscontrato l’uso di diverse terre; per considerazioni al riguardo si rimanda a Berti - Capelli - Mannoni 2001, pp. 12-13; Capelli et al. 2001.
  51. L’applicazione dell’ingobbio poteva avvenire anche per aspersione o per pennellatura, vedi Cuomo Di Caprio 2007, pp. 289-293.
  52. Alberti - Giorgio 2013, p. 188-190, Figg. 2, 3.a-b, 4-7, 9; Alberti - Tozzi 1993, pp. 613, 628-632; Moore Valeri 2005, Fig. 13, p. 195; Moore Valeri 2004, Fig. 23, 6, p. 21.
  53. Berti 2005, p. 10; Berti 1993f, pp. 197-198; per esempi di strumenti usati per la graffitura vedi Berti - Migliori - Daini, p. 39; Cuomo Di Caprio 2007, pp. 444-446.
  54. Berti 2005, p. 10.
  55. Berti 2005,pp. 10-11. Sono state condotte analisi in Fluorescenza a Raggi X per determinare la composizione delle coperture vetrose, vedi Arias - Berti 1973, pp. 130-132.
  56. Alberti - Giorgio 2013, pp. 92, 94, Tavv. I (VI.a) - II (IX.b, X.a, XI); Berti 1994, pp. 361-362, Fig. 8/1-6 Motivi I. (p. 380), decorazione graffita su reperti da via Nicolo Pisano; Alberti - Giorgio 2013, pp. 193-194; Berti 1994, p. 362, Fig. 9/1-3 Motivi III (p. 381); Alberti - Giorgio 2013, p. 96, Tavv. I (I, III.b, IV.a-b, V, VII.a-b), II (IX.a-b, X.b-c); Alberti - Giorgio 2013, pp. 100, Tavv. I (III.a, VI, VIIa-b, VIII), II (IX.b, X.a); Berti 1994, p. 369 (motivi zoomorfi - uccelli), Fig. 20, p. 386; Alberti - Giorgio 2013, p. 194, Fig. 16 (A4)-18; Berti 1994; p. 385, Fig. 19; Berti 1994, p. 362, Fig. 19 Motivi II (p. 385); Berti 1994, p. 362, Figg. 9/1-2 (Motivi IV) p.381 e 10/1 p. 381.
  57. Alberti - Giorgio 2013, p. 94, Tav. IV (4.a.1-2); ibidem, p. 96, Tavv. III (1, 3.a.1, 3.c.1, 3.c.2), IV (4.b.1, 6.a.1), V (9.b.3, 9.c); ibidem, pp. 100-101, Tavv. III, (1, 2.a-e, 3.a.2, 3.b, 3.c.1), IV (4.a.1-2, 4.b.2, 6.a.1-2), V (4, 9.a, 9.b.1-2); ibidem, p. 102, Tavv. III (1), IV (5.a-b, 8.a); ibidem, p. 194, Fig. 19
  58. Alberti - Giorgio 2013, p. 96, Tav. VI (I); ibidem, p. 101, Tav. VI (II); ibidem, p. 102; ibidem, pp. 96-97 Tavv. VI (S.l.1-3, S.o.2, S.a.2); ibidem, pp. 101-102 Tav. VI (S.l.1-3, S.o.1.a, So.o.1.b, S.a.1-2)
  59. Berti 2005, p. 52, Tavv. 67-69; ibidem, pp. 53, 64, Tavv. 70-79; ibidem, pp. 65-66, Tavv. 80-81; ibidem, pp. 66, 68, Tavv. 82, 84/1-3; ibidem, p. 69, Tav. 87; ibidem, p. 69, Tavv 88-89; ibidem, pp. 41, 45, Tavv. 55-56; ibidem, p. 45, Tav. 57; ibidem, pp. 45-52, Tavv. 58-65 Gli elementi “alfa” sono schematizzati nella Tav. 59.
  60. Alberti - Giorgio 2013, p. 112, Tav. 21; ibidem, p. 113, Tav. X, I; Fig. 17, GR.R.1; ibidem, p. 198, Fig. 28; ibidem, p. 112, Tav. XI, 5.a, 6.a; fig. 17; ibidem, p. 113, Tavv. XI (1.a-b, 3, 4.b, 5.b, 6.b, 6.c.2); Fig. 17, GR.R.2-3; Tab.6; per il “tralcio frondoso” vedi Moore Valeri 2004, p. 53; ibidem, p. 198, Fig. 29.
  61. Berti 2005.