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La religione romana/Premessa

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Indice del libro

Approfondimento

La nozione di "sacro" (sakros) nella cultura romana

Qui sopra il cippo del Lapis Niger risalente al VI secolo a.C. che riporta una iscrizione bustrofedica. In questo reperto archeologico compare per la prima volta il termine sakros (: sakros es)[1]. Dal termine latino arcaico sakros originano due successivi termini latini: sacer e sanctus. Lo sviluppo del termine sakros, nel suo variegarsi di significati procede, per quanto inerisce al sanctus per via del suo participio sancio che è collegato a sakros per mezzo di un infisso nasale [2]. Ma sacer e sanctus, pur provenendo dalla stessa radice sak, possiedono dei significati originari molto diversi. Il primo, sacer, è ben descritto da Sesto Pompeo Festo (II secolo d.C.) nel suo De verborum significatu dove precisa che: «Homo sacer is est, quem populus iudicavit ob maleficium; neque fas est eum immolari, sed, qui occidit, parricidii non damnatur.». Quindi, e in questo caso, l'uomo sacro è colui che portando una colpa infamante che lo espelle dalla comunità umana deve essere allontanato. Non lo si può perseguire, ma non si può perseguire nemmeno colui che lo uccide. L'homo sacer non appartiene, non è perseguito, né è tutelato dalla comunità umana. Sacer è quindi ciò che appartiene ad 'altro' rispetto agli uomini, appartiene agli Dei, come gli animali del sacrificium (rendere sacer). Nel caso di sacer la sua radice sak inerisce a ciò che viene stabilito (quindi ciò che è sak) come non attinente agli uomini. Sanctus invece, come spiega il Digesto, è tutto ciò che deve essere protetto dalle offese degli uomini. È sancta quell'insieme di cose che sono sottomesse ad una sanzione. Esse non sono né sacre, né profane. Esse non sono comunque consacrate agli Dèi, non appartengono a loro. Ma sanctus non è nemmeno profano, deve essere protetto dal profano e rappresenta il limite che circonda il sacer anche se non lo riguarda. Sacer è tutto ciò che appartiene quindi ad un mondo fuori dall'umano: dies sacra, mons sacer. Mentre sanctus non appartiene al divino: lex sancta, murus sanctus. Sanctus è tutto ciò che è proibito, stabilito, sanzionato dagli uomini e, con questo, anche sanctus si relaziona al radicale indoeuropeo sak. Ma col tempo, sacer e sanctus si sovrappongono. Sanctus non è più solo il "muro" che delimita il sacer ma entra esso stesso in contatto col divino: dall'eroe morto sanctus, all'oracolo sanctus, ma anche Deus sanctus. Su questi due termini, sacer e sanctus, si fonda un ulteriore termine, questo dall'etimologia incerta, religio, ovvero quell'insieme di riti, simboli e significati che consentono all'uomo romano di comprendere il "cosmo", di stabilirne i contenuti e di mettersi in relazione con esso e con gli Dei. Così la città di Roma diviene essa stessa sacra in quanto avvolta dalla majestas che il dio Iupiter ha consegnato al suo fondatore, Romolo. Attraverso le sue conquiste, la città di Roma offre una collocazione agli uomini nello spazio "sacro" da essa rappresentato. La sfera del sacer-sanctus romano appartiene al sacerdos che, nel mondo romano unitamente all' imperator [3] si occupa delle res sacrae che consentono di rispettare gli impegni verso gli Dei. Così sacer divengono le vittime dei "sacrifici", gli altari e le loro fiamme, l'acqua purificatrice, gli incensi e le stesse vesti dei "sacerdoti". Mentre sanctus è riferito alle persone: i re, i magistrati, i senatori (pater sancti) e da questi alle stesse divinità. La radice di sakros, è il radicale indoeuropeo *sak il quale indica qualcosa a cui è stata conferita validità ovvero che acquisisce il dato di fatto reale, suo fondamento e conforme al cosmo.[4] Da qui anche il termine, sempre latino, di sancire evidenziato nelle leggi e negli accordi. Seguendo questo insieme di significati, il sakros sancisce una alterità, un essere "altro" e "diverso" rispetto all'ordinario, al comune, al profano[5] Il termine latino arcaico sakros corrisponde all'ittita saklai, al greco hagois, al gotico sakan[6].

Con l'espressione "religione romana" si intende indicare quell'insieme di fenomeni religiosi propri dell'antica Roma considerati nel loro evolvere come varietà di culti, questi correlati allo sviluppo politico e sociale della città[7][8].

Le origini della città, e quindi della storia e della religione di Roma, sono controverse. Recentemente l'archeologo italiano Andrea Carandini[9] sembrerebbe aver quantomeno dimostrato di poter datare l'origine di Roma all'VIII secolo a.C., saldando quindi le sue conclusioni, queste basate sugli scavi da lui condotti nella zona del Palatino, all'età di fondazione stabilita dal racconto tradizionale[10][11].

Le origini della "religione romana" vanno individuate nei culti dei popoli pre-indoeuropei stanziati in Italia[12], nelle tradizioni religiose dei popoli indoeuropei [13]che, probabilmente a partire dal XV secolo a.C.[14], migrarono nella penisola, nelle civiltà etrusca[15] e della Grecia[16] e nelle influenze delle civiltà del Vicino Oriente occorse lungo i secoli.

La "religione romana" cessò di essere con gli editti promulgati a partire dal 380 dall'imperatore romano di fede cristiana Teodosio I il quale proibì e perseguitò tutti i culti non cristiani professati nell'Impero[17].

L'espressione "religione romana" è di conio moderno. Il termine italiano "religione" possiede tuttavia la sua chiara etimologia nel termine latino religio ma, nel caso del termine latino, esso esprime una nozione circoscritta alla cura nei confronti dell'esecuzione del rito a favore degli dèi, rito che, per tradizione, va ripetuto finché non risulti correttamente eseguito[18], e in questo senso i Romani collegavano al termine religio il vissuto di timore nei confronti della sfera del sacro, sfera propria del rito e quindi della religione stessa[19]:

(IT)
« Religio è tutto ciò che riguarda la cura e la venerazione rivolti ad un essere superiore la cui natura definiamo divina »

(LA)
« Religio est, quae superioris naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque effert »
(Cicerone, De inventione. II,161)

La nozione moderna di "religione" è invece più complessa e problematica [20] andando a coprire un più ampio spettro di significati:

« Le concezioni religiose si esprimono in simboli, in miti, in forme rituali e rappresentazioni artistiche che formano sistemi generali di orientamento del pensiero e di spiegazione del mondo, di valori ideali e di modelli di riferimento »
(Enrico Comba, Antropologia delle religioni. Un'introduzione. Bari, Laterza, 2008, p. 3)

Precisare la differenza di "contenuto" tra il termine latino religio e quello di uso comune e moderno di "religione", rende conto della caratteristica unica dei contenuti religiosi del vivere romano:

« La religione romana (o più in generale greco-romana) può essere caratterizzata da due elementi: è una religione sociale ed è una religione fatta di atti di culto. Religione sociale, essa è praticata dall'uomo in quanto membro di una comunità e non in quanto singolo individuo, persona; è squisitamente una religione di partecipazione e nient'altro che questo. Il luogo dove si esercita la vita religiosa del romano è la famiglia, l'associazione professionale o di culto, e soprattutto, la comunità politica. »
(John Scheid, La religione a Roma. Bari, Laterza, 1983, p. 8)

Ne consegue che per i Romani, la religio non aveva molto a che fare con quello che noi indichiamo come credenza religiosa individuale in quanto è lo Stato ad essere il tramite tra l'individuo e la divinità[21]:

« L'atteggiamento religioso del romano va [...] distinto dal sistema della fede. Religio non equivale a credo»
(Robert Schilling, Rites, Cultes, Dieux de Rome. Parigi, Klinck, 1979, p. 74; cit. in John Scheid, Op.cit., p. 8)

Il sentimento religioso romano (pietas) verte dunque nella forte volontà di garantire il successo alla respublica mediante la scrupolosa osservanza della religio, dei suoi culti, dei suoi riti, della sua tradizione, osservanza che consente di ottenere il favore degli dèi e garantire la pax deum (pax deorum)[22]. Tale concordia con gli dèi determinata dalla scrupolosa osservanza della religio e dei suoi riti è testimoniata, per i Romani, dal successo di Roma nei confronti delle altre città e nel Mondo

(IT)
« ... ma è nel sentimento religioso e nell'osservanza del culto e pure in questa saggezza eccezionale che ci ha fatto intendere appieno che tutto è retto e governato dalla volontà divina, che noi abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni. »

(LA)
« ...sed pietate ac religione atque una sapientia,
quod deorum numine omnia regi gubernarique perspeximus,
omnes gentes nationesque superavimus. »
(Cicerone, De haruspicum responso, 9; traduzione di Giovanni Bellardi, in Cicerone, Le orazioni, vol. III, Torino, UTET, 1975, pp. 302-305)

Il che fa concludere a Cicerone:

(IT)
« E se vogliamo confrontare la nostra cultura con quella delle popolazioni straniere, risulterà che siamo uguali o anche inferiori sotto ogni altro aspetto, ma che siamo molto superiori per quello che concerne la religione, cioè il culto degli dèi. »

(LA)
« Et si conferre volumus nostra cum externis, ceteris rebus aut pares aut etiam inferiores reperiemur, religione, id est cultu deorum, multo superiores. »
(Cicerone, De natura deorum. II, 8; traduzione di Cesare Marco Calcante. Milano, Rizzoli, 2007, pp. 156-7)

  1. Cfr. Julien Ries in Saggio di definizione del sacro. Opera Omnia. Vol. II. Milano, Jaca Book, 2007, pag.3: «Sul Lapis Niger, scoperto a Roma nel 1899 vicino al Comitium, 20 metri prima dell'Arco di Trionfo di Settimio Severo, nel luogo che si dice sia la tomba di Romolo, risalente all'epoca dei re, figura la parola sakros: da questa parola deriverà tutta la terminologia relativa alla sfera del sacro.»
  2. Cfr. Émile Benveniste: «Questo presente in latino in -io con infisso nasale sta a *sak come jungiu 'unire' sta a jug in lituano; il procedimento è ben noto.», in le Vocabulaire des institutions indo-européennes (2 voll., 1969), Paris, Minuit. Ed. italiana (a cura di Mariantonia Liborio) Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Torino, Einaudi, 1981, pag. 426-7.
  3. Qui inteso come ricolmo di augus, o ojas, dopo l' inauguratio, ovvero pieno della forza che gli consente di avere relazioni con il sakros, quindi non nell'accezione molto più tarda riferita prima al ruolo militare e poi politico di alcune personalità della Storia romana.
  4. Julien Ries, Saggio di definizione del sacro, in Grande dizionario delle Religioni (a cura di Paul Poupard). Assisi, Cittadella-Piemme, 1990 pagg. 1847-1856
  5. Julien Ries, Saggio di definizione del sacro, Op.cit..
  6. Julien Ries, Saggio di definizione del sacro, Op.cit.
  7. « “Roman religion” is an analytical concept that is used to describe religious phenomena in the ancient city of Rome and to relate the growing variety of cults to the political and social structure of the city. »
    (Robert Schilling (1987) Jörg Rüpke (2005), Roman religion, in Encyclopedia of Religion, vol.12. New York, Macmillan, 2005, p. 7895)
  8. Sul considerare la "religione romana" strettamente collegata alla città di Roma:
    « Although Rome gradually became the dominant power in Italy during the third century BCE, as well as the capital of an empire during the second century BCE, its religious institutions and their administrative scope only occasionally extended beyond the city and its nearby surroundings (ager Romanus). »
    (Robert Schilling (1987) Jörg Rüpke (2005), Roman religion, in Encyclopedia of Religion, vol.12. New York, Macmillan, 2005, p. 7895)
    Ma anche:

    « La religione romana esiste solo a Roma o là dove stanno i Romani »
    (John Scheid, La religione a Roma. Bari, Laterza, 1983, pp. 13-4)

  9. Cfr. Andrea Carandini, La nascita di Roma. Dèi, Lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà. Torino, Einuadi, 2003; Milano, Mondadori, 2010.
  10. La datazione al 753 a.C. risale all'erudito romano Marco Terenzio Varrone (I secolo a.C.). Altre datazioni come quelle proposte da Catone, Dionigi di Alicarnasso e Polibio non si discostano molto. Fabio Pittore indica il 748-747, Cincio Alimento il 729-728, Timeo si spinge fino all'814-813.
  11. Per una sintesi, cfr. Cristiano Viglietti, L'età dei re in La grande storia dell'antichità - Roma (a cura di Umberto Eco), vol. 9, pp. 43 e sgg.
  12. Così Mircea Eliade in Storia delle idee e delle credenze religiose, vol. II, p. 111: «orbene, l'etnia latina da cui è nato il popolo romano, è il risultato di una mescolanza fra le popolazioni neolitiche autoctone e gli invasori indoeuropei scesi dai paesi transalpini»; diversamente George Dumézil, in La religione romana arcaica, pp. 69-70: «A differenza dei greci che invasero il mondo minoico, le diverse bande di indoeuropei che discesero in Italia non dovettero certamente affrontare grandi civiltà. Coloro che occuparono il sito di Roma probabilmente non erano neppure stati preceduti da un popolamento denso e stabile; tradizioni come il racconto su Caco inducono a pensare che i pochi indigeni accampati sulle rive del Tevere siano stati semplicemente e sommariamente eliminati come lo sarebbero stati, agli antipodi, i tasmaniani dai mercanti venuti dall'Europa.»
  13. Per una introduzione alle religione degli Indoeuropei cfr. Jean Loicq, Religione degli Indoeuropei in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard). Milano, Mondadori, 2007, pp. 891-908; Renato Gendre, Indoeuropei in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993 pp. 371 e sgg.; Regis Boyer, Il mondo indoeuropeo in L'uomo indoeuropeo e il sacro, in Trattato di antropologia del sacro (a cura di Julien Ries) vol. 3. Milano, Jaca Book, 1991, pp. 7 e sgg.
  14. André Martinet, L'indoeuropeo. Lingue, popoli culture, Bari, Laterza, 1989, pp. 78-9; Francisco Villar, Gli Indoeuropei, Bologna, il Mulino, 1997 p. 480.
  15. Per le decisive influenze della cultura religiosa etrusca su quella romana cfr. Marta Sordi, L'homo romanus: religione, diritto, e sacro, in Le civiltà del Mediterraneo e il sacro, in Trattato di antropologia del sacro (a cura di Julien Ries) vol. 3. Milano, Jaca Book, 1991, pp. 7 e sgg.
  16. Per quanto attiene alla decisiva influenza della mitologia greca sulla religione romana si rimanda alle conclusioni di Georges Dumézil in La religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, 2001, pp. 63 e sgg.
  17. Cfr. al riguardo Salvatore Pricoco, in Storia del cristianesimo (a cura di Giovanni Filoramo) vol. 1, Bari, Laterza, 2008, pp. 321 e sgg.
  18. « Per i Romani religio stava a indicare una serie di precetti e di proibizioni e, in senso lato, precisione, rigida osservanza, sollecitudine, venerazione e timore degli dèi. »
    (Mircea Eliade, Religione in Enciclopedia del novecento. Istituto enciclopedico italiano, 1982, p. P121)
  19. Enrico Montanari, Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo, Torino, Einaudi, 1993, pp. 642-4
  20. « Ogni tentativo di definire il concetto di "religione", circoscrivendo l'area semantica che esso comprende, non può prescindere dalla constatazione che esso, al pari di altri concetti fondamentali e generali della storia delle religioni e della scienza della religione, ha una origine storica precisa e suoi peculiari sviluppi, che ne condizionano l'estensione e l'utilizzo. [...] Considerata questa prospettiva, la definizione della "religione" è per sua natura operativa e non reale: essa, cioè, non persegue lo scopo di cogliere la "realtà" della religione, ma di definire in modo provvisorio, come work in progress, che cosa sia "religione" in quelle società e in quelle tradizioni oggetto di indagine e che si differenziano nei loro esiti e nelle loro manifestazioni dai modi a noi abituali. »
    (Giovanni Filoramo, Religione in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, p. 620)
  21. In tal senso Pierre Boyance, Études sur la religion romaine, Roma, École française de Rome, 1972, p. 28.
  22. Deum al posto di deorum per l'arcaicità del genitivo.