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Teoria musicale/Ordinare le note

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Indice del libro

Appurato che alla base di tutta la nostra teoria musicale ci sono soltanto dodici note, dodici semitoni, in cui sono suddivisi intervalli di frequenze di volta in volta doppi, passiamo a vedere come questi suoni possono essere utilizzati per fare qualcosa di bello: in pratica iniziamo a definire le regole in base alle quali essi possono essere raggruppati o ordinati.

Facendo questo capiremo:

  • Perché se chiedi ad un bambino "Quali sono le note?" lui ti risponde "DO, RE, MI, FA, SOL, LA, SI", mentre abbiamo passato tutto il capitolo precedente a dire che le note sono 12.
  • Perché effettivamente le altre 5 note non hanno un nome.
  • Perché le "note senza nome" sul pianoforte sono rappresentate dai tasti "piccoli e neri" che godono di meno considerazione rispetto agli altri.
  • Perché l'intervallo dopo il quale le note si ripetono si chiama ottava.
Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Scala musicale.

Perché dunque il mondo musicale è spesso ridotto a 7 note?

È tutta una questione di convenzioni e di tradizione: abbiamo detto che la musica è composta di dodici suoni che si ripetono fino a costituire un gruppo di un centinaio di note, ma da quale di tutte queste bisognasse partire a contare non era chiaro a nessuno. Col tempo tuttavia emerse il ruolo di quella nota che poi fu chiamata DO, che fu scelta come "punto di partenza".

Consideriamo quindi l'intervallo tra DO1 (261,5 Hz) e DO2 (523 Hz), suddiviso in dodici semitoni come vuole la teoria: abbiamo visto perché tutti partono ad enunciare il nome delle note dal DO, ma non si capisce ancora per quale motivo alcune siano state messe in secondo piano.

La colpa dell'esclusione di cinque note dall'immaginario collettivo è imputabile al monaco che un giorno decise di dare un nome alle note, e lo fece assegnandone uno ad ogni nota della scala di DO maggiore, lasciando le altre nell'ombra.

Una scala è una successione tipicamente di 7 note scelte fra le dodici che compongono l'ottava; il termine ottava deriva proprio dal fatto che l'ottava nota della scala (la tredicesima contando anche le altre) è il punto in cui questa comincia a ripetersi.

La nota da cui si inizia a contare dà il nome alla scala, mentre l'aggettivo, che in questo caso è "maggiore", si riferisce al criterio con cui sono scelte le altre sei. Mentre però dal fatto che una scala sia "maggiore", piuttosto che "minore" o altro dipendono le impressioni che l'insieme di suoni suscita in chi lo ascolta, la scelta della nota da cui partire è del tutto arbitraria: come abbiamo già visto nel capitolo precedente, qualsiasi melodia, qualsiasi scala, può essere costruita partendo da qualsiasi nota.

Il nostro monaco scelse di partire da quella nota che sarebbe poi diventata il DO, e di costruire la scala secondo il criterio maggiore.

La scala di DO maggiore

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Vediamo ora come fare a costruire la scala di DO maggiore, ovvero scegliere correttamente le sette note che la compongono. Per fare questo sarà utile introdurre il concetto di tono. Un tono (t) non è nient'altro che una distanza doppia rispetto ad un semitono (s), due tasti di distanza invece che uno: semitono + semitono = tono.

Una scala chiamata maggiore si costruisce scegliendo le note secondo lo schema:

"(prima nota a scelta)TONO->TONO->SEMITONO->TONO->TONO->TONO->SEMITONO": la seconda nota avrà un tono (due semitoni) di distanza dalla prima, la terza un tono dalla seconda, la quarta un semitono dalla terza e così via...

Nell'assegnare il nome alle note il monaco in questione fece quindi questo lavoro partendo dal DO:

  1. Prima, DO
  2. non appartenente alla scala
  3. Seconda, RE
  4. non appartenente alla scala
  5. Terza, MI
  6. Quarta, FA
  7. non appartenente alla scala
  8. Quinta, SOL
  9. non appartenente alla scala
  10. Sesta, LA
  11. non appartenente alla scala
  12. Settima, SI
  13. Ottava, DO (la scala ricomincia)

...e fu così che cinque note furono definitivamente estromesse dalla cultura popolare.



Alle note prive di nome ci si riferisce considerandole alterazioni di quelle a loro vicine. Prendiamo ad esempio la nota tra il RE ed il MI, ad essa ci si può riferire come:

  • Semitono a destra del RE, ed in questo caso viene chiamata re diesis (RE#)
  • Semitono a sinistra del MI, ed in questo caso viene chiamata mi bemolle (MIb)

Notiamo quindi, che dire cose come MI diesis o DO bemolle equivale ad indicare delle note specifiche della scala e non alterazioni, in quanto alla distanza di un semitono verso destra dal MI c'è il FA ed analogamente alla distanza di un semitono verso sinistra del DO c'è il SI.

Le altre scale

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Nel capitolo precedente abbiamo visto che ogni melodia può essere costruita partendo da una nota qualsiasi.

Per questo motivo la formula "t-t-s-t-t-t-s" è utilizzabile per costruire una scala maggiore a partire da qualsiasi nota, da qualsiasi tasto del pianoforte, della chitarra o di qualunque altro strumento.

Ma certamente quella maggiore, pur essendo quella che da il nome alle note, non è l'unica scala esistente: è facile immaginare quante scale sia possibile formare partendo dalle dodici note. Pressoché ogni combinazione ha un nome, per un elenco completo si rimanda a Wikipedia.

Per il momento accontentiamoci di distinguere tra maggiore e minore. Naturalmente la differenza tra le due scale è il suono. La scala minore si compone secondo lo schema "t-s-t-t-s-t-t".

Per sperimentare praticamente il suono di una scala minore possiamo considerare due punti di vista:

  • o come scala a sè stante costruita a partire da una nota. In questo caso c'è poco da dire: basta scegliere la nota ed applicare lo schema. Prendiamo ad esempio il DO, la sua scala minore sarà composta da queste note: DO-RE-MIb-FA-SOL-LAb-SIb;
  • o come modo minore di una scala, ad esempio quella di DO. Finora abbiamo visto la suddetta scala suonata partendo dalla nota che le da il nome: DO-RE-MI-FA-SOL-LA-SI; scegliere un diverso modo della scala significa grossomodo cambiare la nota di partenza: il modo minore della scala di DO si ha partendo dalla nota LA: LA-SI-DO-RE-MI-FA-SOL. Notiamo seguendo lo schema precedente che gli intervalli sono stati correttamente rispettati, e che quindi suonare il modo minore della scala di DO equivale a suonare la scala di LA minore.

Tuttavia questo è un aspetto della teoria che andrà meglio approfondito in futuro.

La melodia e la sua scala

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Passiamo invece ad esaminare il rapporto esistente tra una melodia e la sua scala. Naturalmente a livello storico l'esistenza della melodia precede di gran lunga quella di scale, armonie ed altre elucubrazioni teoriche. L'umanità cominciò a studiare l'armonia quando uomini e donne che cantavano insieme si resero conto che, pur cantando la stessa canzone, gli uni emettevano note più gravi e le altre più acute, senza tuttavia stonare tra loro. La spiegazione di questo fenomeno è molto semplice: le donne cantavano note distanti un'ottava da quelle degli uomini, quindi alla fine entrambi cantavano la stessa cosa. La materia si fece più interessante quando qualcuno ebbe la bella idea di cantare note che stessero "a metà" tra quelle degli uomini e quelle delle donne, ottenendo ottimi risultati in termini di armonia. Di suddivisione in suddivisione si giunse a definire le varie scale musicali.

Una scala è per una melodia un po' come l'ambiente per un essere vivente: per questo note della scala suonate assieme a quelle della melodia non sembrano essere particolarmente dissonanti.

Generalmente una melodia è composta da più frasi, e può quindi toccare diverse scale in successione: ad esempio, "fra Martino", suonata in DO, si articola sulle scale di DO e SOL.

Scelta una scala, in genere si usa assegnare ad ognuna delle sette note che la compongono un nome o, meglio, un semplice ed intuitivo numero ordinale: la prima nota verrà chiamata 'prima', la terza 'terza', la quinta 'quinta', fino alla 'settima' e, "per sicurezza" all' ottava, che poi sarebbe la nota, uguale alla prima, da cui la scala ricomincia da capo, più alta.

Abbiamo visto come di 12 note ne abbiamo scelte 7; ora su queste sette opereremo un'ulteriore selezione e ne considereremo 3: la prima, la terza e la quinta (che nel caso della scala di DO maggiore sono DO, MI e SOL). Queste tre note, suonate assieme non sono cacofoniche come se pescassimo tre note a caso, ma, al contrario, la loro compresenza è armoniosa e ci dà un'idea della scala che rappresenta. Questo vuol dire comporre un accordo.

Per sperimentare questa situazione di "armonia" col pianoforte è sufficiente premere i tre tasti in questione contemporaneamente, mentre con la chitarra per ciascuna scala ci sono determinate posizioni della mano sinistra (destra, per i mancini) che, per amore o per forza, si finirà per imparare a memoria. Ma questo riguarda più che altro la parte pratica dello strumento.


In breve...

In questo capitolo abbiamo appreso che:

  • Ogni melodia fa riferimento ad una certa scala, un gruppo di 7 suoni scelti tra i 12 che compongono l'intervallo di ottava.
  • Un monaco medievale ha scelto per le note i nomi che tutt'oggi conosciamo (DO, RE MI, FA, SOL, LA, SI), ma li ha assegnati soltanto a quelle che appartengono alla scala di DO maggiore
  • All'interno della scala ogni nota ha un nome, che può essere sostituito da un numero ordinale. Ad esempio: la prima della scala di DO maggiore è il DO, la seconda il RE, la terza il MI ecc...
  • I nomi ordinali sono usati anche per indicare intervalli: facendo riferimento alla scala di DO maggiore, un intervallo di quinta è racchiuso tra le note DO e SOL.
  • Qualsiasi tipo di scala (maggiore, minore, ecc...) può essere costruito a partire da una qualsiasi nota, ma è anche vero che ogni scala ha diversi modi, a seconda di quale nota si scelga come inizio.
  • Ogni melodia appartiene ad una scala, questo implica che le note della scala di appartenenza risulteranno assonanti a quelle della melodia.
  • In particolare si usa accompagnare le melodie con gli accordi. Un accordo è un insieme di suoni costituito generalmente dalla prima, la terza e la quinta nota della scala.