Equitazione/L'assetto

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Parte I - L'equitazione normale o istintiva

Parte II - L'equitazione ragionata: l'addestramento del cavallo da sella con l'aiuto dei principi basati sull'esperienza dei maestri dell'arte equestre

Parte III - The scientific equitation

Parte IV - The defenses of the horse and their correction

Appendix

L’assetto del cavaliere sul cavallo è determinato nei suoi particolari dall’anatomia, dalla scienza veterinaria e dall’arte equestre.

Gli anatomisti hanno affermato, a ragione, che più la conformazione fisica dell’uomo si avvicina alla perfezione, più facilmente avrà un assetto corretto sulla sua cavalcatura, quando sono proporzionati l’uno rispetto all’altro. I veterinari hanno approvato la postura, non avendo trovato in essa cause di disagio, perdita in salute, o interferenza con i movimenti, con il portamento del peso e con la regolarità delle andature. I Maestri di equitazione hanno stabilito i particolari della posizione e ne hanno insegnato gli aspetti teorici alla luce della loro efficienza per controllare il cavallo attraverso mani, gambe e peso, sia da fermo che in movimento, a differenti andature e per ammortizzare i colpi dati dall’animale in movimento.

La teoria fornisce l’idea della posizione, ma solo la pratica porta all’aderenza, al contatto, alla stabilità, alla flessibilità e sicurezza che costituiscono la condizione chiamata assetto.

L’assetto è la base dell’equitazione. Attraverso l’assetto il cavaliere è in contatto con la sua monta, comunica all’animale la fiducia che ripone in esso, e, d’altra parte, si accorge immediatamente della disposizione del cavallo a sottomettersi o rifiutare. Solo con un buon assetto il cavaliere è in grado di usare mani e gambe e di variare andatura e direzione attraverso lo spostamento del proprio peso. Così come tutti noi siamo troppo inclini a trascurare le leggi fondamentali che controllano la nostra vita, dimenticando che, se queste leggi di natura fossero sospese anche solo per un quarto di secondo, la vita stessa verrebbe a mancare, così, da cavalieri, tendiamo a ignorare i principi base dell’inerzia e del peso e come influiscono sul movimento e sull’assetto. Se il cavallo commette un errore a causa della disposizione sbagliata del nostro peso sul suo dorso, diamo la colpa al cavallo. Invece la colpa è nostra; dal momento che il carico che gli imponiamo è veramente grande se consideriamo attentamente gli sforzi muscolari che l’animale deve sostenere nell’eseguire i nostri comandi.

Il cavaliere, una volta montato, deve sentire la sella a contatto con il coccige e gli ischi. Questi funzionano da base e portano il peso in uguale misura. Essi sono i punti fissi da cui la parte superiore del corpo si muove a destra o sinistra, indietro o in avanti, senza mai abbandonare il contatto, eccetto quando si alza al trotto. Le cosce, inclinate ad un angolo di quarantacinque gradi, dovrebbero essere girate, senza sforzo, così che la loro parte piatta aderisca alla sella, che viene compressa uniformemente. Se le parti piatte delle cosce non aderiscono alla sella, si perdono contatto e aderenza. Se sono mantenute in questa posizione con sforzo, i muscoli sono tesi, e perciò non possono rimanere piatti. Questo non solo impedisce l’aderenza, ma, inoltre, stanca i muscoli così che non potranno agire quando ce ne sarà più bisogno. (Frontespizio). Le cosce sono inclinate di quarantacinque gradi, perché in questa posizione fanno presa con più forza. Esse sono tenute lungo i fianchi del cavallo in modo uniforme, dal momento che altrimenti l’adesione sarebbe ineguale e l’assetto non sarebbe fermo, essendo stato disturbato per colpa del cavaliere. Le ginocchia devono essere libere da qualsiasi rigidità, così che i muscoli femorali possano essere in stretto e continuo contatto con i fianchi del cavallo per tutta la loro lunghezza e i ginocchi stessi, quando necessario, possano afferrare la sella con forza e rapidità. Essi non devono, tuttavia, premere costantemente e con forza, altrimenti, come nel caso delle cosce, i muscoli si affaticherebbero troppo per poter agire quando necessario.

Tale è la prima parte della posizione dell’assetto, la parte non in movimento, la base per tutto il resto. Altre due parti del corpo del cavaliere sono mobili, il tronco sopra i fianchi e le gambe sotto il ginocchio.

LA POSIZIONE DEL BUSTO

Le reni dovrebbero essere ferme, ma libere da ogni rigidezza. Altrimenti, trasmetteranno la loro mancanza di flessibilità a tutta la parte superiore del corpo che, di conseguenza, sarà meno pronta a rispondere ai movimenti inaspettati del cavallo. Il resto del busto, inoltre, dovrebbe essere diritto, comodo e indipendente. Deve essere flessibile, altrimenti non può essere usato come una massa libera, che oscilla in avanti e indietro e da lato a lato, senza influenzare l’assetto. Deve essere diritto per il bene dell’equilibrio. Le spalle dovrebbero scivolare in basso, altrimenti la respirazione non sarà libera e il cavaliere tenderà ad arrotondare la schiena, tirare indentro la pancia e così allontanare la spina dorsale dalla perpendicolare. Ma se le spalle sono mantenute con forza troppo indietro, si incaveranno e ostacoleranno la libertà di azione delle braccia.

Le braccia, allo stesso modo, dovrebbero essere libere, così che i loro movimenti possano essere totalmente indipendenti da quelli del corpo. Oltretutto, se le braccia sono rigide, la rigidezza si estenderà alle mani, che tengono le redini e diminuirà la loro “intelligenza” I gomiti dovrebbero trovarsi in una posizione comoda, naturale lungo i fianchi. Se sono tenuti troppo vicino al corpo, la posizione risulta scomoda e i polsi non possono venire sollevati o abbassati senza spostare le braccia e muovere la parte superiore del corpo.

La testa dovrebbe essere tenuta diritta, comoda e indipendente dalle spalle. La testa è pesante e, dal momento che si trova sulla parte terminale della colonna vertebrale e nel punto più lontano dalla base d’appoggio, qualsiasi cambiamento della sua posizione influenza marcatamente l’equilibrio sia del cavaliere che del cavallo. Tuttavia, non intendo suggerire una posizione come quella del soldato in parata, collo fisso e sguardo in avanti. Quello che intendo è che la testa del cavaliere dovrebbe muoversi a destra e sinistra, liberamente, ma senza chinarsi, lo sguardo rivolto lontano in avanti, poiché non si possono guardare gli oggetti lontani senza notare anche quelli intermedi. La testa dovrebbe essere diritta nei suoi movimenti e spostarsi senza portarsi dietro le spalle.

Gli avambracci dovrebbero formare un angolo retto all’altezza del gomito, ma solo come posizione intermedia che deve essere variata in altri modi quando sono desiderati altri effetti. I due polsi dovrebbero essere tenuti alla stessa altezza, con le dita che si fronteggiano e i pollici verso l’alto. Se un polso è portato più in alto o più in basso rispetto all’altro, la redine corrispondente avrà maggiore o minore effetto sulla bocca del cavallo. I due polsi dovrebbero stare alla distanza di circa quindici centimetri, la consueta ampiezza del collo del cavallo.

Se le redini sono tenute più lontane, agiranno, in proporzione alla loro distanza, più sul morso e meno sulle barre della bocca e saranno meno sentite. Se, tuttavia, le redini del filetto sono tenute più vicine, eserciteranno una pressione sulle labbra, che è efficace se non è applicata in continuazione. Non accenno qui a briglie, morsi, barbozzali e altri strumenti di tortura, da tempo abbandonati dalla sana arte equestre.

Le articolazioni del polso dovrebbero essere flessibili, in modo da non trasmettere rigidità a braccia e collo. Polsi rigidi, inoltre, impediscono al cavaliere di sentire la bocca del cavallo. I pollici dovrebbero essere rivolti verso l’alto, dal momento che in questa posizione le due mani sono più concordi e più pronte ad agire sulla bocca del cavallo, anche quando la risposta deve essere ricercata attraverso la cessione o quando il cavaliere allenta le redini. Inoltre, quando i pollici sono rivolti verso l’alto, premono alquanto più fermamente sulle redini, così che è meno probabile che queste scivolino via. Infine, se le dita fossero girate verso l’alto, i gomiti sarebbero rigidi e troppo vicini al corpo. Ma se fossero tenute verso il basso, i gomiti sporgerebbero.

La briglia è, dopotutto, il più importante mezzo di controllo del cavallo. La mano si serve del morso attraverso le redini. Il morso, tramite il contatto, governa la bocca. La bocca comunica con il collo. Il collo guida gli arti anteriori. Perciò le mani devono essere tenute nella giusta posizione e le redini devono essere di uguale lunghezza. Poiché, se le redini scivolano dalle dita, si perde immediatamente il controllo della parte anteriore. Per molte ragioni, quindi, diventa importante tenere i pollici sopra le redini.

LA POSIZIONE DELLA PARTE BASSA DELLA GAMBA

La gamba al di sotto del ginocchio dovrebbe scendere con naturalezza. Se la caviglia o il polpaccio sono rigidi, anche la giuntura del ginocchio si irrigidirà, le ginocchia tenderanno a salire in alto sulla sella e la gamba non lavorerà liberamente nel gestire il cavallo. La parte superiore del polpaccio dovrebbe fare una leggera pressione sulla sella. Se la pressione è troppo forte il risultato è l’affaticamento. Inoltre, il cavaliere non può portare le gambe indietro senza aprire le ginocchia e perdere così un elemento essenziale del buon assetto. D’altra parte, se il polpaccio non tocca la sella per nulla, allora la gamba è troppo lontana dal fianco, troppo in avanti o troppo indietro. Nei primi due casi, le gambe saranno troppo lontane dal corpo del cavallo per avere su di esso un qualsiasi effetto. Nell’ultimo caso, l’effetto sarà duraturo e quindi perderà efficacia.

Quando si cavalca senza staffe, il piede dovrebbe cadere liberamente, per evitare che l’immobilizzazione dell’articolazione della caviglia irrigidisca tutta la gamba.

Quando vengono usate le staffe, può essere inserita la maggior parte del piede oppure solo la sua parte larga. In entrambi i casi, il cavaliere deve essere in grado di usare la parte bassa della gamba, senza rigidità, per gestire il cavallo.

Si sente dire spesso che i talloni dovrebbero rimanere sempre più bassi delle punte. Questo, tuttavia, sembra essere niente di più di un vecchissimo pregiudizio dei cavalieri militari, che non considerano altro che l’aspetto nel suo insieme e rimangono aggrappati alla rassicurante vecchia routine. Finché le ginocchia non salgono troppo alte sulla sella e i piedi non sono troppo girati verso l’esterno, in modo da spronare il cavallo senza volere, le staffe possono essere calzate come meglio si crede.

Anzi, non si ha bisogno di usare le staffe per nulla.

Ci si deve solo ricordare che sebbene in maneggio un terzo del piede nella staffa è sufficiente, la caccia, la corsa in piano, il cavalcare in campagna e la carica in battaglia, necessitano che tutto il piede sia inserito nella staffa.

La posizione precedente dà maggiore libertà per far lavorare le gambe; ma non si cessa di essere un buon cavaliere se si inserisce il piede un po’ di più o di meno nella staffa, a patto che l’assetto non ne sia mai disturbato e le gambe rimangano libere di gestire la monta.

Ho descritto la posizione del cavaliere in sella minuziosamente e a lungo. Per un principiante ci vorranno cinque anni di esercizio per padroneggiarla in maniera soddisfacente. Perché, in primo luogo, per ottenere una perfetta adesione, i muscoli delle cosce devono acquisire una certa forma. Ma, mentre si cura la posizione della testa o delle braccia, le cosce finiscono fuori posto e devono essere riposizionate. Inoltre, solo una lunga pratica permetterà di chiudere con forza con le cosce, senza trasmettere la minima contrazione alle gambe o alla parte più alta del corpo, che deve sempre rimanere completamente indipendente dalle azioni degli altri muscoli.

Sembra facile, vero?

Bene, allora, sedetevi su una sedia e provate a portare le gambe e la parte superiore del corpo all’indietro contemporaneamente. Non è così semplice come sembra. Ma a cavallo bisogna ricordare tutto immediatamente e fare tutto allo stesso tempo. I miei lettori capiranno ora, che io, come tutti i maestri con esperienza, sono soltanto un libro aperto da cui un allievo attinge informazioni in qualsiasi momento. Ma, dopotutto, è l’allievo stesso il miglior maestro di se stesso, se solo farà pratica a lungo e con costanza.

Non mi è mai stato permesso di usare le staffe dai quattro anni di età fino ai dieci. Durante questo periodo ero solito accompagnare mio padre alle cacce; e se capitava che cadessi, egli contava dicendo sempre, ”Una in meno” riferendosi alle sette cadute che per tradizione precedono l’acquisizione dell’assetto.

Sì, per acquisire un buon assetto, bisogna imparare a cavalcare senza staffe! Ma cavalcare senza staffe, soprattutto al trotto, prima che tutti i muscoli siano stati distesi montando al passo e in modo progressivo, è sicuramente un’abitudine sbagliata. Perché, se il cavaliere contrae le varie parti del corpo per contrastare i movimenti del cavallo, immediatamente rende i muscoli troppo rigidi per assumere la forma necessaria ad una perfetta aderenza. Quindi bisogna montare al passo per mesi e anni? Certo, sarebbe il metodo migliore, sebbene abbastanza impraticabile in vista del probabile dispendio.

Io, pertanto, consiglio al principiante di usare le staffe, in modo da cadere il minor numero di volte possibile e così da non far preoccupare i suoi genitori. Ciò nonostante, fate in modo che il primo scopo sia diventare, il prima possibile, pienamente capaci di stare seduti su una sella, senza staffe, a tutte le andature.

Quindi, quale dovrebbe essere l’allenamento ordinario? Durante il primo inverno, cavalcate in maneggio, senza staffe, ma sempre con la presenza dell’istruttore. Imparate tutto quello che potete, finché non avrete raggiunto una certa stabilità di assetto; e non tralasciate di esercitarvi durante l’estate.

Per il secondo inverno, organizzate un gruppo classe di dieci o dodici giovani, solo ragazzi, di circa la stessa età e livello, niente ragazze. Mettete la classe sotto la supervisione di un insegnante, che, ricordando le proprie prime esperienze di allenamento, lavorerà con entusiasmo.

Fate lezione tre volte a settimana per sei mesi.

Qui espongo un programma per una classe di questo tipo: Al passo senza staffe. Esercizi leggeri di ginnastica. Alt e passo. Volta individuale. A seguire mezza volta. Al trotto, ginnastica, ecc., stessi esercizi citati sopra ma al trotto. Al passo. Mezza volta individuale. Volta individuale, alt e partenza al trotto. Al galoppo. Esercizi leggeri di ginnastica, ecc., come per il passo e il trotto. Alt e partenza al galoppo. Questo programma deve essere eseguito per intero, una prima volta con le staffe e una seconda volta senza.

Non è ancora arrivato il momento di imparare a condurre il cavallo. A questo si arriverà successivamente.

Alla fine del secondo anno, il giovane allievo dovrebbe essere in grado di eseguire tutti questi movimenti facilmente, senza staffe.

I movimenti circolari sono stati compresi nel programma, dal momento che l’allievo dovrebbe venire abituato a dirigersi in tutte le direzioni e a eseguire tutti i tipi di movimenti.

Fate anche ricordare all’allievo che, così come per diventare un buon marinaio non bisogna aver paura del mal di mare, così per diventare un buon cavaliere non bisogna aver paura dei movimenti bruschi del cavallo. Una volta abituati a questi, si impara a tempo debito ad ammortizzarli. Ma, se fin dall’inizio si prova a reprimere questi improvvisi scatti, non ci si abituerà mai a questi, e le contrazioni, presto o tardi, si trasformeranno in rigidità.

Ora, questa condizione di rigidità è esattamente quello che l’allievo dovrebbe evitare fin dal principio. Ma per il principiante la più grande difficoltà è usare la giusta dose di contrazione dei muscoli delle cosce, così da ottenere l’adesione, e, allo stesso tempo, evitare che questa forza di contrazione, appartenente alla parte immobile dell’assetto, interferisca con la scioltezza delle altre due parti mobili del corpo. Questa difficoltà è affrontata meglio se si eseguono i seguenti movimenti di flessione:

Movimenti della testa: giù, su, sinistra, destra. Delle braccia: su, giù, in avanti, indietro, rotazione delle spalle. Della colonna vertebrale: indietro, in avanti, sinistra, destra. Della parte bassa della gamba: in avanti e indietro, girare le punte all’interno da entrambe le posizioni. Delle caviglie: punte in dentro, in fuori, su, giù. Delle cosce: ginocchia alte e ginocchia basse, mantenere sempre il contatto fra la sella e la base della colonna vertebrale. Questi esercizi, eseguiti al passo, al trotto e al galoppo renderanno il principiante capace di muovere, liberamente, gambe, testa, braccia e corpo, e, allo stesso tempo, di mantenere l’assetto stabile.

Ma l’adesione dei muscoli della coscia deve essere creata e mantenuta esclusivamente dalla pieghevolezza e flessibilità di questi muscoli e, per nessun motivo, dalla loro costante contrazione.

Tale contrazione dovrebbe essere momentanea, non dovrebbe mai coinvolgere altre parti del corpo, che devono rimanere sempre indipendenti dal lavoro delle cosce. Inoltre, il tronco e la testa dovrebbero essere in grado di muoversi in avanti o indietro e a destra e sinistra rispetto alla perpendicolare, senza spostare minimamente il peso dalla sua base, e senza produrre alcun effetto su contatto, adesione o altri elementi dell’assetto. Così, anche la parte bassa della gamba dovrebbe essere in grado di oscillare all’indietro e di nuovo in avanti rispetto alla sua posizione, senza avanzare troppo e senza dare disturbo ad altre parti.

In breve, sia parte alta che parte bassa del corpo del cavaliere devono essere allenate a lavorare indipendentemente sulle loro rispettive articolazioni, separatamente e insieme, in qualsiasi direzione, tuttavia senza influenzare in nessun modo la parte immobile dell’assetto.

Perché l’assetto è il centro di tutta la sensibilità equestre. Attraverso l’assetto il cavaliere prevede i movimenti del cavallo.

Per mezzo dell’assetto, e di altri aiuti, li controlla o li previene.

Inoltre, succede spesso che un animale irrequieto si sottometta docilmente a un cavaliere il cui assetto è saldo, mentre un altro cavaliere, con un assetto non saldo, potrà gestirlo solo con difficoltà. L’animale è influenzato in un modo o nell’altro a seconda che possa o non possa spostare il peso del cavaliere.

Alcuni cavalieri sono dell’opinione che questa sensazione si trasmeta dal cavallo al cavaliere; mentre altri sono dell’opinione che si trasferisca da cavaliere a cavallo. Io penso che entrambi abbiano ragione. Perché, consideriamo un qualsiasi cavallo, fermo, montato da un cavaliere con l’assetto più perfetto, ma che non muove né mani né gambe. Come può trasmettersi questa sensazione? Ma lasciamo che l’animale cominci a muoversi, allora deve immediatamente rendersi conto della qualità del cavaliere. Il cavaliere che ha un assetto perfetto non permetterà alla sua monta di avanzare secondo suo capriccio, ma la costringerà, con sicurezza, senza esitazioni, attraverso mezzi razionali e positivi. D’altra parte, il cavaliere il cui assetto non è saldo a volte coglierà di sorpresa il cavallo e a volte lo lascerà andare. Il suo comando sarà teso, esitante e il cavallo lo percepirà.

Inoltre, nonostante le assurdità di qualche metodo, non posso non credere, e più studio più mi convinco, che l’assetto migliori addestrando cavalli per conto proprio. Perché dopotutto, importa poco quali siano l’origine e la qualità del metodo adottato, finché il cavaliere richiama e cede con mani e gambe, e impara così a muovere le parti del corpo senza disturbare l’assetto. Quando, attraverso la pratica costante, questa abitudine si sarà fissata, allora il cavaliere manterrà il suo assetto senza neanche pensarci. Solo in quel caso, egli comunicherà, ovviamente, la propria sicurezza al suo cavallo, mentre allo stesso tempo anticiperà facilmente qualsiasi movimento indocile: indietreggiamenti, sgroppate, smontonate, scuotimenti della testa, calci e altri.

Ma come può un cavaliere fare tutto questo senza sicurezza in sé e come potrà avere sicurezza in se stesso senza avere un assetto saldo? Il cavaliere mediocre, che lascia andare il suo cavallo come vuole, che si aggrappa alle redini, che stringe i fianchi dell’animale con i polpacci, non ha padronanza dell’assetto. Ma, chiunque desideri cavalcare alle normali andature con grazia e comodità, non avrà mai un assetto troppo solido.

Finché il cavallo cammina, il solo contatto è sufficiente. Cavalcare fuori del maneggio e sollevarsi al trotto, necessitano del contatto delle ginocchia, dal momento che a ogni falcata si perde il contatto delle cosce. Il trotto molto veloce richiede un assetto profondo. Per il trotto au rassembler, comunemente chiamato “passage”, la “presa” è fondamentale—dal momento che non conosco nessun cavaliere che riesca a trottare au rassembler con un assetto in sospensione. Anche il galoppo richiede un assetto profondo; mentre per i movimenti contrari e per il salto ostacoli, la “presa” è fondamentale durante l’azione e dovrebbe essere proporzionata alla forza del movimento.

CAVALCARE AI PILIERI PER PERFEZIONARE L’ASSETTO DEL CAVALIERE

Qui, infine, vi è quello che consiglio agli studenti al maneggio. Date grande peso a tutti i principi qui esposti. Non mancate mai a una sola lezione, perché l’istruttore ha il suo amour-propre e sarà più interessato ai vostri progressi se proverete a mostrare che davvero desiderate diventare un buon cavaliere attraverso la vostra partecipazione regolare.

Per ultimo, non pensiate di aver assimilato completamente ogni cosa. Siate sicuri di quello che avete compreso e siatene convinti.

Tali, dunque, sono i mezzi che l’equitazione razionale offre per ottenere un giusto assetto.

Le scuole militari utilizzano ancora cavalli da ostacoli ai pilieri. Questi sono abbastanza utili per formare reclute, che devono imparare nel minor tempo possibile a stare in sella, non importa con quali mezzi. Essi non sono utilizzabili con i civili di ogni età; non sono neanche utili per infondere coraggio.