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Riflessioni su Yeshua l'Ebreo/Gesù ebreo e greco

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"Mon âme est triste jusqu'à la mort", guazzo & grafite su carta di James Tissot, 1886-94

Gesù ebreo e greco

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Lo scopo di questo Capitolo è quello di mettere a confronto il reale Gesù ebraico con un Gesù greco-ortodosso orientale ellenizzato come viene percepito, reinterpretato e ricomposto dagli scritti degli apostoli e del paleocristianesimo. Sebbene si sappia poco del vero Gesù ebreo, si sa molto sulla rappresentazione di Gesù nella prima letteratura cristiana. Unica sarà la presentazione di Gesù come un'icona dell'ellenizzazione e una prospettiva ortodossa cristiana (orientale) di lingua greca.

Nel replicare l'impero romano ellenizzato, dove l'imperatore era idealizzato come Dio, ma sua moglie umana, e con lo sviluppo di una religione mistica segreta, i discepoli di Gesù lo ritrassero come il figlio di Dio e sua madre come il divino. Influenzato dall'ellenismo, Gesù fu il sottoprodotto della ricerca di una nuova divinità. I Vangeli e la chiesa primitiva iniziale incorporarono la filosofia e la scienza platoniche, che importarono dall'Egitto e da Babilonia, ma adottarono anche il culto orientale e in Grecia i sacerdoti rimasero semplici funzionari dei riti, guardiani dei santuari ed esecutori di atti religiosi. In questo scenario diasporico fu formulato e prese impulso il paleocristianesimo. Nello spirito di Roma e di Cicerone, era necessaria una religione di stato. In Asia Minore il paganesimo si era esaurito e c'era bisogno di creare nuovi dei. Il misticismo orientale tinto dall'ellenismo dovette essere superato dai divulgatori del nuovo cristianesimo, e quest'ultimo prese in prestito dai culti locali in Grecia e in Asia Minore l'immagine di un Santo basato su divinità pagane locali. Il giorno di Natale era in origine il compleanno del Dio-Sole, il battesimo e la comunione erano basati sul culto pagano all'interno dell'ellenismo.

Il Gesù ebreo

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Per approfondire, vedi Ebraicità del Cristo incarnato e Ecco l'uomo.
Gesù ebreoYeshua ישוע

Gesù (Yeshua = ebr. ישוע‎, con diacritici יֵשׁוּעַ‎ – yēšūă‘) era un ebreo di Galilea, che parlava una qualche forma di ebraico o aramaico, e conosceva solo abbastanza greco da cavarsela. Probabilmente era nato a Nazareth[1] e non a Betlemme, che fu un luogo di nascita inventato, creato da discepoli per collegarlo a un'antica profezia e attualizzare il suo ruolo messianico basato sulla discendenza dalla dinastia regale davidica con le sue origini a Betlemme di personaggi biblici come Noemi, Boaz, Rut, Perez e altri. In ogni caso, crebbe a Nazareth e in Galilea. Alla fine della sua vita, dopo essersi trasferito in Giudea e aver professato "nel suo ministero pubblico", tornò in Galilea per visitare famiglia, amici e colleghi.[2]

Per avvicinarsi il più vicino possibile alla personalità di Gesù, senza nessuna fonte archeologica o storica disponibile, bisogna analizzare l'ebreo di Galilea durante la sua vita e sotto il dominio romano — in una regione che aveva la popolazione più mista d'Israele, composta da ebrei, fenici, arabi antichi, pagani, siriani e greci. Gli ebrei galilei erano più informali di quelli della Giudea. I galilei erano meno vincolati da regole e regolamenti, più spontanei, meno dotti e più poetici, meno legalistici e più lirici. Alcune loro usanze e cerimonie differivano dalla Giudea. La loro lingua non era né accurata né pura come quella che si parlava a Gerusalemme, cosa che gli uomini di quest'ultima attribuivano alla mancanza di buoni insegnanti e all'indifferenza.[3] Tuttavia, avevano i loro illustri studiosi ebrei, ma i galilei erano più noti per enfatizzare Aggadah rispetto a Halakhah, preoccupandosi più dell'interpretazione poetica, etica e spirituale della Bibbia che del suo commento legalistico. I galilei erano industriosi, coraggiosi e ardimentosi, e produssero eroi e martiri nella lotta per l'emancipazione ebraica dall'oppressivo dominio romano. Secondo Enelow, gli ebrei galilei "erano un popolo capriccioso, secondo il Talmud, eccitabile ed entusiasta, capace di odio profondo oltre che di ardente amore e devozione".[4] Allo stesso tempo, gli ebrei galilei impararono la tolleranza vivendo sotto il dominio greco e romano, usando la lingua greca per parlare con i loro governanti e familiarizzandosi con il comportamento romano — sia in pratiche giudiziarie, dottrina legale, indovinelli, atletica, architettura, pratiche di commercio o usanze generali.

In questo spirito e ambiente galileiani, Gesù crebbe e si sviluppò. Gesù era un uomo di umore mutevole: era amorevole, ma anche capriccioso, lirico, non legalista, morale e, in uno spirito di non conformità, cercava di stabilire una nuova via nell'ebraismo. Non avrebbe intenzionalmente mai infranto la legge ebraica, ma cercava una struttura più spirituale e flessibile per la tradizione ebraica. Era un fariseo, sebbene denunciasse continuamente questa corrente, ma ne frequentava le scuole e sinagoghe dove pregava, imparava e predicava. Disprezzava i Sadducei aristocratici ellenizzati a Gerusalemme, ritenendo che essi abusassero del rituale del Tempio macchiandone la santità coi loro intrighi, ambizioni, rivalità e corruzione. Si ribellò chiaramente contro i Sadducei e denunciò le loro pompose e ipocrite pratiche templari.[5] Gesù non era un Esseno, non viveva isolato o in una comune del deserto, e si mescolava al suo popolo quando ebbe a lasciare la Galilea e lo ritroviamo a Gerusalemme.

Gesù non mostrò alcun segno di allontanarsi dall'ebraismo. Certamente fu circonciso, a differenza dei greci, che disprezzavano tale pratica. Alcuni ebrei invertirono la circoncisione mediante l'operazione di epispasmo per motivi di imbarazzo o per desiderio di ellenizzazione,[6] ma ciò non faceva parte dell'ambiente di Gesù. Più tardi, dopo il tempo di Gesù, il discepolo Paolo guidò il percorso di abbandono della circoncisione nonché la maggior parte delle leggi ebraiche del kasherùt.[7] Il prototipo ebraico di Gesù si oppose a usanze esteriori come la pratica di indossare tefillin tutto il giorno o di indossare ampi tallit popolari ai suoi tempi, ma alla fine la maggior parte degli ebrei abbandonò tali usanze. In conclusione, il Gesù ebreo del suo tempo fu sicuramente circonciso, lo avrebbe richiesto a tutti gli ebrei maschi e avrebbe rispettato le leggi del kasherut.

Attraverso i Vangeli, le controversie riguardanti il digiuno, l'osservanza del Sabbath, il ruolo delle donne e le regole di purezza, tra Gesù e i farisei vengono in primo piano. Mentre i Vangeli, influenzati dalla loro polemica paleocristiana contro l'ebraismo, possono distorcere Gesù nel suo opporsi al digiuno, tollerare l'adulterio, contestare il divorzio, non essere d'accordo sull'osservanza del Sabbath o essere un figlio disobbediente secondo la legge ebraica, queste questioni rappresentano problemi che Gesù aveva con la legge farisaica. D'altra parte, si opponeva anche agli zeloti nella loro ardente intolleranza per la violazione della legge ebraica. Gesù, pur osservando i principi farisaici basilari della legge ebraica, differì nella sua compassione per suoi simili, uomini, donne e bambini e, mostrando tolleranza, potrebbe aver cercato un'interpretazione più liberale di molte questioni halakhiche, tendendo inoltre al messianismo.[8]

Gesù non era noto per essere stato ufficialmente uno scriba, bensì un rabbino: spesso veniva chiamato rabi (mio insegnante, maestro). Secondo lo studioso Géza Vermes, Gesù "riconosceva la legge di Mosè quale pietra angolare del suo ebraismo".[9] Tra coloro che si trovavano nei suoi circoli più intimi, veniva chiamato "Signore" (ha’adon), un termine di alta autoconsapevolezza e non un segno di divinità.[10] Si riteneva che lui, o suo padre, lavorasse come falegname, una professione che aveva la reputazione di essere praticata da gente istruita.[11]

L'ebraismo del I secolo includeva una fede nell'aldilà, l'aspettativa di una venuta messianica, un desiderio di liberazione dal dominio romano, tendenze crescenti verso l'espiazione e un avvicinamento dell'individuo a Dio.[12] La maggior parte degli ebrei del periodo credeva ardentemente nell'aldilà e desiderava meritarsi "l'eternità nel mondo a venire".[13] Gesù fu arrestato e messo a morte per la sua opposizione al dominio romano. Gli ebrei erano disposti a sacrificare la propria vita pur di non trasgredire la legge ebraica e non offendere Dio, che avrebbe dato loro l'aldilà. I profeti profetizzarono non solo il Messia, ma anche l'aldilà nel mondo a venire, poiché Dio avrebbe premiato per coloro che attendevano con fiducia tale Messia.[14] Gli ebrei non erano soddisfatti dei soli sacrifici al Tempio al servizio di Dio, ma cercavano una relazione personale individuale e il pentimento era una dottrina comune all'ebraismo del I secolo e al cristianesimo primitivo. Alcune sette del Mar Morto vedevano il pentimento come una deviazione della volontà divina e della predestinazione, dei sentieri di luce e tenebre, e si sarebbero opposti a coloro che cercavano il pentimento come un percorso per una maggiore vicinanza a Dio cercando una spiritualità individualista. Nell'ebraismo del I secolo, tale opposizione si attuava in atti di violenza e insidiose uccisioni tra sette e correnti ebraiche, e questa è la parte di sfondo dell'ostilità ebraica verso coloro, come Gesù, che si distoglievano dalle norme percepite e che differivano teologicamente da qualsiasi altra setta ebraica.

Ponzio Pilato odiava gli ebrei e durante i suoi dieci anni come governatore della Giudea "crocifisse gli ebrei per il minimo sospetto di rivolta".[15] Gesù, l'ebreo, era uno dei tanti ebrei sospettati di ribellarsi al dominio romano.

Scrive Lawrence Schiffman:

« Dopo la crocifissione di Gesù, la chiesa primitiva si sviluppò come gruppo di ebrei che vennero a considerare il messia nella persona di Gesù. Non c'è dubbio che i primi cristiani siano stati influenzati dalle tendenze apocalittiche che abbiamo visto nella letteratura del Secondo Tempio. Gli insegnamenti basilari di Gesù e della sua comunità sono descritti negli stralci presi dal Vangelo di Marco, nel Nuovo Testamento. Gesù predicava il messaggio sociale dell'ebraismo farisaico in un ambiente in cui l'oppressione romana aveva portato alla povertà e al degrado per molti. Su alcune questioni rituali, egli fu diverso dai farisei, le più importanti autorità legali dell'epoca, ciononostante Gesù e i suoi primi seguaci rimasero ebrei osservanti.[16] »

Gesù, secondo gli apostoli, predicava alle folle della Galilea e di Gerusalemme.[17] Questa è una continuazione delle aspettative ebraiche di messianismo, un dialogo più personale con Dio di quanto riconoscessero i Farisei nel loro approccio legalistico, e se Gesù incontrava le masse, questo era di certo un segno minaccioso per l'autorità romana. Gesù, come rappresentato dai primi apostoli, era un insegnante, guaritore e profeta.[18] La maggior parte dei seguaci di Gesù erano poveri, ed egli viene ritratto come persona sensibile ai poveri e di supporto morale.

La lingua dei discepoli e dei seguaci di Gesù era principalmente greca, e in quel dominio tardo-pagano e paleocristiano fu formulata l'immagine di Gesù, il martire, personificato culturalmente e teologicamente. Ἰησοῦς (Jesus) è la forma greca comune di Yehoshua (cfr. supra). Ai suoi tempi, il nome di Gesù era pronunciato Yeshua (che in ebraico significa "salvezza". Nell'antica letteratura ebraica, il nome era indicato come Yeshu, una forma di pronuncia galileiana).[19] Simbolicamente, Gesù, o Yehoshua, prendeva il nome dal condottiero militare, Giosuè (Yehoshua), che catturò Gerico e guidò il popolo ebraico dopo la morte di Mosè. Secondo l'eminente ricercatore israeliano David Flusser, Gesù (Yeshua) era uno dei nomi più comuni del suo tempo. Il padre di Gesù era Giuseppe e i suoi fratelli erano Giacomo, Ioses, Giuda e Simone (Marco 6:3). Giacomo è la forma italianizzata del nome ebraico e greco Yaʿăqōḇ. Ioses è una variante ellenista di Giuseppe, il nome del padre di Giuseppe. Supponendo che il primogenito abbia ricevuto il nome del padre vivente (in conformità con il tardo Secondo Tempio romaniote o la tradizione greca ebraica bizantina, come anche altre tradizioni di denominazione ebraiche orientali e iberiche precedenti all'ebraismo ashkenazita, che non dà il nome del padre vivente) Ioses sarebbe il maggiore e non Gesù. Secondo Luca (2:41-51), Giuseppe era ancora vivo quando Gesù aveva dodici anni e durante il loro viaggio annuale di pellegrinaggio a Gerusalemme, dove Gesù rimase almeno tre giorni per studiare con gli insegnanti nel Tempio.[20] La madre di Gesù era Maria, la Maria greca (Matteo 1:16) nel Nuovo Testamento greco, o l'ebraico Miriam (ebr. מִרְיָם - Mir-yām), quest'ultimo nome popolare preso dalla sorella di Mosè. Nei libri di Matteo e Luca del Nuovo Testamento, la Vergine Maria partorì Gesù — mentre invece l'ebreo Gesù/Yeshua era il figlio di Giuseppe/Yosef e Maria/Miriam. Secondo Luca 2:4, la famiglia di Gesù si recò a Betlemme solo per il censimento, nacque Gesù e poi la famiglia tornò a Nazareth. Secondo Matteo 2:23, la famiglia risiedeva a Betlemme prima della nascita di Gesù e si stabilì a Nazareth solo dopo il ritorno dall'Egitto. Genealogicamente, entrambi i Vangeli in modi diversi riconducono Gesù, tramite suo padre Giuseppe, al re Davide. Entrambi raccontano anche della nascita di Gesù dalla Vergine Maria. Secondo Flusser, la genealogia da Gesù a Davide non è convincente, e ci sono tensioni (paradossi) tra i lignaggi paterni e la versione della nascita verginale senza un padre umano — il che lascia l'impressione che le genealogie siano state composte ad hoc per comprovare la discendenza da Davide.[21]

Gesù visse a Nazareth per circa trent'anni. Secondo Luca 3:23, Gesù fu battezzato da Giovanni nel 27-28 o 28-29 e.v. Secondo i primi tre Vangeli, il suo ministero pubblico non durò più di un anno tra il suo battesimo e la crocifissione.[22] Sua madre e i suoi fratelli si trasferirono a Gerusalemme dopo la crocifissione e lì si unirono agli apostoli (Atti 1:14). In seguito i suoi fratelli si convertirono alla fede cristiana e le loro mogli furono accettate nelle congregazioni dei seguaci.

Gesù parlò di sé come il "Figlio dell'Uomo" e la chiesa primitiva lo associò alla profezia della "venuta di un angelico Figlio dell'Uomo" in Daniele 7:13.[23] All'ebreo, bar-nasha, "Figlio dell'Uomo" comportava la visione messianica secondo Daniele.[24] Una lettura gentile del versetto getta luce su un angelico "Figlio dell'uomo" con celeste potere divino che viene a guidare un regno messianico eterno:

« Io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco sulle nubi del cielo venire uno simile al Figlio dell'uomo; egli giunse fino all'Antico di giorni e fu fatto avvicinare a lui. A lui fu dato dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli, nazioni e lingue lo servissero; il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà mai distrutto». »
(Daniele 7:13-14)

Il Vangelo di Marco descrive Gesù come prescelto divinamente per stabilire il governo di Dio sulla terra, divergendo quindi da una visione ebraica normativa come un uomo ordinario, proponendo invece una figura apocalittica. In Marco 2:10-12, Gesù come il Figlio dell'Uomo dimostra la sua capacità di fare miracoli e usa i suoi poteri divini per consentire a un uomo paralizzato di vincere il peccato alzandosi e camminando:

« "Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua". Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!" »
(Marco 2:10-12)

I greci consideravano il "Figlio dell'Uomo" come l'opposto di qualsiasi cosa al di là della figura umana; qualcosa che trasmetteva un'origine puramente umana e uno status metafisico; pertanto, la prima generazione di cristiani abbandonarono il termine e scomparve dal Nuovo Testamento ad eccezione del versetto in Daniele 7, "uno simile al Figlio dell'Uomo" per evitare confusione e incomprensioni.[25]

Harris Lenowitz nota che Gesù fu uno dei tanti messia ebrei di quel tempo, che egli fu un messia ebreo e atipico come ebreo ai suoi tempi nel cambiare l'ordine sociale, minando l'autorità rabbinica e non come un messia di salvezza, ma uno che sfruttò potenziali tradimenti e disastri. L'elenco degli altri messia ebrei include Yehuda o Theudas (Giuda), Menahem, figlio di Yehuda, noto come il "Galileo" e Simone (Shi’mon), figlio di Giora.[26] Questi messia sono indicati come re, capi e messia nei testi tra il 6 e il 70 e.v. Questi ribelli galilei, come Gesù, si rivoltarono contro i romani, ma usarono mezzi militari o furono condottieri incoronati. Theudas, nel 45 e.v., attirò molti seguaci, poiché intendeva dividere le acque del fiume Giordano[27] — la reazione romana fu di ordinare alla cavalleria di decapitarlo. Detto, fatto.

Il messianismo era decisamente nell'aria durante la vita di Gesù. Nel 35-36 e.v., quando Gesù era ancora in vita o già giustiziato, un messia samaritano volle mostrare ai suoi credenti i vasi sacri sepolti sul Monte Garizìm. Masse armate si radunarono attorno a questo messia e, vedendo questo comportamento ribelle, i romani attaccarono il messia samaritano e uccisero molti dei seguaci. Intorno al 56 e.v., ci fu un messia ebreo in Egitto, denominato da Flavio Giuseppe come il "Profeta egiziano", che aveva 30.000 seguaci e li chiamò ad ammassarsi sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme e ad aspettare il suo ordine per far cadere le mura del città e costringeree le forze romane ad arrendersi, promettendo che quando avrebbe governato, sarebbe diventato il messia e riportato l'indipendenza alla Giudea, espellendo l'autorità romana:[28]

« C'era un falso profeta egiziano che fece più male agli ebrei di quanto non avesse fatto il primo; poiché era un imbroglione, e fingeva di essere anche un profeta, e radunò trentamila uomini che erano stati illusi da lui; li condusse in giro per il deserto, fino al monte chiamato Monte degli Ulivi. Era pronto a irrompere a Gerusalemme con la forza da quel luogo; e se solo una volta fosse riuscito a conquistare la guarnigione romana e il popolo, intendeva governarli con l'aiuto di quelle sue guardie che dovevano irrompere nella città con lui. »
(Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, 2.261-262)

Lenowitz ha classificato Gesù come un leader anti-romano e un profeta all'interno di un contesto ebraico, e non come il Messia cristiano, ma uno dei tanti messia ebrei nel corso della storia. Lenowitz nota:

« I programmi sociali dei profeti settentrionali dall'VIII secolo p.e.v. in poi avevano stabilito che la condotta dei ricchi e dei potenti recava loro disastri e che la condotta dei poveri e degli impotenti assicurava la loro rettitudine. Gesù andò oltre. Insistette sul fatto che non si poteva essere potenti o ricchi ed essere giusti, né si poteva essere impotenti e poveri ed essere ingiusti. Una persona giudicata colpevole di un crimine da un tribunale esso stesso criminale, era innocente; i poveri erano impoveriti da una struttura sociale che li espropriava. Gesù fu inoltre diverso dagli altri messia nel suo apparente disinteresse per lo sviluppo di un programma che potesse ottenere potere contro le autorità politiche malvagie (cioè Roma) o governare sul suo regno quando tale regno fosse giunto. In effetti, il suo desiderio di essere messo a morte a Gerusalemme, di per sé unico tra i messia ebrei, mette insieme proprio queste due sue peculiarità. Sembrerebbe che Gesù si aspettasse tradimento e disastro e cercasse di sfruttare l'aspettativa, se non addirittura di realizzarla.[29] »

Lenowitz descrive inoltre Gesù non come un re, ma come un profeta, a cui si oppongono i circoli rabbinici dei Farisei. Aggiunge: "Per alcuni ebrei, egli (Gesù) è diventato il vero messia proprio perché non guida una forza militare contro Roma nei suoi tentativi di stabilire il Regno di Dio. Dopo la sua morte per mano dei romani, continua a compiere atti – miracoli, in particolare guarigioni miracolose – che erano l'elemento centrale della sua vita come messia".[30] Lenowitz include polemicamente Gesù come taumaturgo anche prima della sua risurrezione in un contesto ebraico — mentre invece la maggior parte degli ebrei non vede il Gesù ebreo come un operatore di miracoli, né la sua risurrezione come parte del Gesù ebreo, ma un'immagine cristiana ricreata. Lenowitz afferma che dopo l'esecuzione di Gesù da parte dei romani, i miracoli che egli compì testimoniarono il fatto che non era morto, ancor prima della risurrezione o della seconda venuta — anche questo un allontanamento dalla prospettiva ebraica convenzionale.

Mentre gli ebrei contemporanei considerano Gesù come un uomo ebreo con un programma poco chiaro, parte della sua immagine ebraica fu come un rivoluzionario contro i romani e come una figura messianica autoeletta con un seguito piccolo ma fervente. Yehuda Adler nota che mentre Gesù era mezzo nudo, miserabile e sofferente in croce, fornì compassione alle donne sterili che nei giorni successivi sarebbero state lodate durante la grande ribellione contro Roma. Adler nota anche che in precedenza Gesù aveva detto ai suoi seguaci: "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa" (Matteo 10:34-36). Dice Adler: "In quei momenti drammatici, nella sua ultima camminata, Gesù già non nascose la sua chiara intenzione di organizzare una miracolosa ribellione contro l'Impero Romano, nella sua profonda convinzione in tutti i giorni della sua vita, di essere il tanto agognato messia, che redimeva il popolo ebraico dalla cattività romana".[31]

In viaggio verso Gerusalemme per il pellegrinaggio pasquale, Gesù e i suoi seguaci furono insultati dai Samaritani. Continuando a sopportare la tensione quando passò da Gerico con il suo piccolo entourage attirando una grande folla, due ciechi notando il suo passaggio esclamarono: "Gesù, figlio di Davide", riferendosi a lui come al Messia.[32] Non volendo destare sospetti, rivelazione, possibile arrestato, o violento risentimento, i suoi seguaci cercarono di mettere a tacere il cieco e di mantenere segreto lo status di Gesù quale Messia. In Matteo 20:29-31 l'incidente è descritto come segue:

« Mentre essi uscivano da Gerico, una grande folla li seguì. Ed ecco, due ciechi che sedevano lungo la strada, avendo udito che Gesù passava, si misero a gridare dicendo: "Abbi pietà di noi, Signore, Figlio di Davide". Ma la folla li sgridava perché tacessero; essi però gridavano ancora più forte dicendo: "Abbi pietà di noi, Signore, Figlio di Davide! »

Robert Wolfe esprime la certezza che Gesù si considerasse il Messia, ma che ciò debba essere analizzato all'interno delle organizzazioni e delle ideologie ebraiche esistenti del suo tempo. Wolfe espande questa teoria:

« Questo riconoscimento ha dato origine a una vasta letteratura dedicata a temi come "Gesù lo Zelota" o "Gesù l'Esseno". Quello che va ricordato qui è che tutti e quattro i "vangeli" furono scritti, in greco, molti decenni dopo gli eventi che pretendono di raccontare. Furono scritti dai seguaci di San Paolo, un individuo litigioso che non andava d'accordo con i seguaci originali di Gesù Cristo. Nessuno sa o saprà mai bene quanta "storia" accurata abbiano registrato i vangeli e quanta pura favola s'inventarono. Ma di una cosa possiamo essere abbastanza certi: Gesù Cristo deve aver affermato di essere il Messia... Tuttavia questa affermazione è così centrale per il cristianesimo che è altamente improbabile sia stata inventata da Paolo e dai suoi seguaci. Può darsi che Gesù e i suoi seguaci abbiano usato un termine diverso da "Messia" per designare l'atteso Redentore descritto da Isaia e altri, ma ci sono tutte le ragioni per presumere che la fede in Gesù Cristo come "il Messia" sia iniziata con i suoi seguaci originali e fosse basata sulle parole e le azioni di Gesù stesso. Quindi, se vogliamo collocare Gesù nello spettro delle tendenze ebraiche dei suoi giorni, l'ovvio punto di partenza è che tra i vari gruppi il concetto di Messia era particolarmente importante. Come abbiamo visto, i gruppi erano invariabilmente quelli insoddisfatti del modo in cui veniva gestito il Tempio. Anche Gesù esprime questa insoddisfazione nel Nuovo Testamento.[33] »

L'Ultima Cena fu un banchetto simile a un simposio greco tenuto da qualche parte in modo discreto sul Monte Sion la notte prima del raduno pasquale sul Monte del Tempio, il giorno in cui Gesù fu arrestato dai romani e poi giustiziato. Tale cena sarebbe stata organizzata da Gesù e dal suo piccolo gruppo di seguaci all'inizio degli anni 30 e.v. Il seder pasquale fu una creazione post-70 e.v. in risposta alla distruzione del Secondo Tempio e alla cessazione dei sacrifici. Il seder pasquale completo emerse nel corso dei secoli. Gesù ei suoi seguaci non praticarono mai nessun seder di nessun tipo, e gli sforzi per resuscitare le immagini visive dell'effettiva "Ultima Cena" non hanno alcuna correlazione con il seder pasquale.[34] Matteo, Marco, Luca e Giovanni o i loro discepoli potevano sì aver assistito ad un primo seder pasquale o ad alcune delle prime caratteristiche di tale pasto commemorativo che celebrava l'esodo dall'Egitto, ma le analogie tra il bere vino durante l'Ultima Cena e le quattro coppe di vino e altre usanze del seder pasquale non sono credibili, poiché il seder pasquale in quanto tale fu formulato secoli dopo.

Secondo Moshe Bazes, il governatore romano Ponzio Pilato agì liberamente e da solo per arrestare Gesù, che egli considerava un pericoloso ribelle.[35] Quindi Gesù, secondo questo resoconto, non fu tradito dagli ebrei che informarono i romani. Pilato aveva una lunga storia di odio e crudeltà contro il popolo ebraico.

Il Gesù cristiano greco

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Per approfondire, vedi Biografie cristologiche e Noli me tangere.
Gesù greco – Ἰησοῦς

In base al cristianesimo, Gesù (gr. Ἰησοῦς) è il fondatore e la figura centrale di tale religione che lo riconosce come il Cristo. La parola "Cristo" (gr. Χριστός - Christos), traduzione dell'ebraico mashiakh (משיח) "unto", era un titolo o ufficio e non un nome proprio di Gesù.[36] Sulla base della percezione cristiana di Cristo, un'immagine coltivata nel corso di due millenni, si afferma che egli sia Dio, il Creatore del cosmo, l'unico e solo agente attraverso il quale l'umanità può entrare in paradiso. Dal punto di vista dei primi cristiani, dopo un po' che Gesù ebbe iniziato a identificarsi personalmente e a comunicare con Dio, quale creazione di quest'Ultimo e a Sua immagine, egli assunse la personificazione di Dio – un Dio incarnato – divenne Dio il Creatore e colui che avrebbe svolto l'agognato ruolo messianico, consentendo all'umanità di raggiungere il paradiso. Gli scritti degli apostoli ritraggono Gesù in una relazione astorica con Dio. Sebbene gli ebrei negassero Gesù come Messia e, con l'eccezione di Flavio Giuseppe, non lo menzionassero come parte del I secolo, i discepoli e i seguaci trovarono in Gesù una guida morale e spesso una figura messianica, mentre il Gesù ebreo potrebbe essersi considerato un insegnante (rabbino) e riformatore vissuto in un periodo di grande tensione ebraica interna e oppressione sotto il dominio romano.

Flavio Giuseppe identificò Gesù come un saggio ebreo del suo tempo. I cristiani in seguito distorsero il passaggio su Gesù in Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio (18:63-64), scritto in greco nel 93-94 e.v., più di sessant'anni dopo la crocifissione, modificandolo come segue:

(IT)
« Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità e attirò a sé molti giudei e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato per denunzia degli uomini notabili fra noi lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Ancora oggi non è venuta meno la tribù di quelli che da costui sono chiamati cristiani. »

(EL)
« Γίνεται δὲ κατὰ τοῦτον τὸν χρόνον Ἰησοῦς σοφὸς ἀνήρ, εἴγε ἄνδρα αὐτὸν λέγειν χρή: ἦν γὰρ παραδόξων ἔργων ποιητής, διδάσκαλος ἀνθρώπων τῶν ἡδονῇ τἀληθῆ δεχομένων, καὶ πολλοὺς μὲν Ἰουδαίους, πολλοὺς δὲ καὶ τοῦ Ἑλληνικοῦ ἐπηγάγετο: ὁ χριστὸς οὗτος ἦν. καὶ αὐτὸν ἐνδείξει τῶν πρώτων ἀνδρῶν παρ᾽ ἡμῖν σταυρῷ ἐπιτετιμηκότος Πιλάτου οὐκ ἐπαύσαντο οἱ τὸ πρῶτον ἀγαπήσαντες: ἐφάνη γὰρ αὐτοῖς τρίτην ἔχων ἡμέραν πάλιν ζῶν τῶν θείων προφητῶν ταῦτά τε καὶ ἄλλα μυρία περὶ αὐτοῦ θαυμάσια εἰρηκότων. εἰς ἔτι τε νῦν τῶν Χριστιανῶν ἀπὸ τοῦδε ὠνομασμένον οὐκ ἐπέλιπε τὸ φῦλον. »
(Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche (Testimonium Flavianum), XVIII, 63-64)

Secondo Flusser, fu proprio questo intervento che "garantì l'autenticità dell'affermazione di Flavio Giuseppe secondo cui Gesù era "un uomo saggio".[37] Inoltre, la parola greca per "saggio" condivide una radice comune con il termine greco "sofista", che a quel tempo era una designazione positiva. Giuseppe identificò altri due saggi ebrei come sofisti e usò regolarmente questo termine per riferirsi a eminenti saggi ebrei.

L'Ultima Cena sul Monte Sion a Gerusalemme è un adattamento greco del simposio al pasto che Gesù e i suoi discepoli mangiarono insieme prima del suo arresto. Il Vangelo secondo Giovanni dedica all'episodio dell'Ultima Cena i capitoli dal 13 al 17 e presenta, come in vari altri punti dello stesso vangelo, quelle che gli storici definiscono "cuciture letterarie", ovvero delle incongruenze dovute allo stratificarsi di più fonti ed autori nella stesura del testo; il Vangelo secondo Giovanni fu l'ultimo dei vangeli canonici a essere composto, verso il 90-95 e.v. in greco, al di fuori della Palestina. Ad esempio, durante l'Ultima Cena, i discepoli Pietro e Tommaso chiedono a Gesù dove sarebbe andato, eppure poco dopo – sempre durante la cena – lo stesso Gesù li rimprovera di non averglielo domandato. Inoltre, ai capitoli 13 e 14, nella stessa cena, Gesù tiene ai discepoli un lungo discorso e, alla fine, dice loro: "Alzatevi, andiamo via di qui"; subito dopo, però, come se non avesse appena espresso la volontà di andarsene, ricomincia un altro discorso che dura per ben 3 capitoli interi – 15, 16 e 17 – e, solo alla fine, dopo il commiato dai discepoli, esce con loro e va verso il monte degli Ulivi.[38]

Il sermone di Gesù parla inoltre dell'invio da parte sua, di "un altro paracleta" (gr. ἄλλο Παράκλητον), uno "Spirito di verità", un "Consolatore", che "testimonierà" di Gesù: "il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Giovanni 14. Paraclete deriva dalla parola greca koinè παράκλητος (paraklētos, "uno che consola, uno che intercede a nostro favore, un consolatore o intercessore"). Quando la definizione dogmatica della Trinità divenne necessaria nel III secolo, il brano divenne centrale per gli argomenti sul ruolo dello Spirito Santo. Le discussioni sul Filioque, che in parte causò lo scisma est-ovest tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa orientale, si incentrarono su questo versetto. In alcuni settori del primo movimento di Gesù, il paracleto era considerato una figura più umana e, nel II secolo, Montano affermò di essere lui stesso questo paracleto che era stato promesso.[39]

Gesù fu il primo paracleto, il consolatore, intercessore o coadiutore, venuto ad assistere i suoi discepoli; ma più centrale nel termine è che, come paracleto, Gesù è lo Spirito Santo della Santissima Trinità, il triangolo costituito dalla connessione tra il modo in cui Dio è rivelato e il ruolo di Dio nella salvezza. Nella teologia trinitaria, il paracleto o Spirito Santo è la terza persona della Trinità e fornisce guida, sostegno e consolazione alle persone. I titoli sinonimi dello Spirito Santo sono "Spirito di Verità", "Donatore di Vita" e "Signore della Grazia". Nella tradizione rabbinica del Talmud, il παράκλητος era l'avvocato o l'intercessore che salvava un dato imputato convocato in tribunale per affrontare la pena capitale. Oggi in ebraico moderno in Israele, il praklit (טילקרפ) è il pubblico ministero.

Il cristianesimo era basato sul Nuovo Testamento, che in latino significa "una nuova alleanza", che deriva dall'interpretazione greca di Geremia 31. Geremia profetizzò che "Dio avrebbe rinnovato la nazione distrutta di Israele con una nuova alleanza e ciò venne reinterpretato come una profezia dell'incarnazione di Gesù".[40] La chiesa primitiva propose la teoria del nuovo patto; ma non quella di Gesù. Tuttavia Gesù guidò un movimento apocalittico, non semplicemente un movimento di riforma sociale educativa. Alan Segal mostra una visione dell'apocalittismo nel senso biblico classico e del suo contesto moderno, che è applicabile anche all'adattamento del termine a Gesù:

« Fino a poco tempo fa, l'apocalittismo era definito esclusivamente dalle apocalissi letterarie, in particolare il Libro di Daniele nella Bibbia ebraica e l'Apocalisse di Giovanni nel Nuovo Testamento. L'apocalittismo, che deriva dal verbo greco che significa "svelare", "scoprire" o "portare la luce", ha sempre implicato la rivelazione del segreto della prossima fine dei tempi, i libri apocalittici hanno in comune la fine violenta del mondo e l'istituzione del regno di Dio... In contrasto col mantenere una visione ottimistica di progressione, che si muove verso l'obiettivo finale per lente approssimazioni, gli apocalittici sono totalmente impazienti con il presente corrotto, vedendolo come una serie di calamità senza precedenti. Di solito, la "fine dei giorni" è vista come un improvviso, rivoluzionario balzo in uno stato futuro idealizzato, quando i credenti saranno finalmente ricompensati per i loro anni di sofferenza, mentre i loro oppressori e gli altri malvagi infedeli saranno giustamente puniti.[41] »

Inizialmente il concetto di messia era estraneo all'ellenismo e alla società greca materialista e pagana. Questo concetto ebraico era basato sul mashiach, "l'unto". Nel rituale ebraico, quando un uomo veniva inaugurato in una posizione ufficiale divinamente autorizzata, come quella di re, o profeta o sacerdote, egli veniva assegnato alla sua funzione facendogli versare dell'olio sulla testa. Quando il termine fu tradotto in greco e divenne christos, il nome aveva poco contesto o quadro di riferimento.[42] Gli atleti si ungevano il corpo prima della competizione, ma i vincitori di gare, come quelli delle Olimpiadi rituali, venivano incoronati con rami di arbusti e di cespugli, come era consuetudine nella tradizione greca. Con l'eccezione della sepoltura di Gesù, il cui corpo fu curato con dovizia, il concetto è trascurato nel Nuovo Testamento. Un greco convertito al paleocristianesimo doveva imparare da un cristiano il significato del "messia", poiché era un concetto estraneo all'ellenismo.

In contrasto con il cattolicesimo, che cercò di sostituire l'ebraismo e cancellarne le tracce il più possibile, per poi diventare dominante e di vasta portata, la Chiesa greco-ortodossa e tutte le sue affiliate ortodosse orientali mantennero alcuni aspetti dell'ebraismo, come il calendario ebraico, il digiuno, la canonizzazione e codificazione della Bibbia, ed il misticismo. Tuttavia, condivisero la generale animosità cristiana verso gli ebrei per la morte di Gesù, accusarono il Giuda ebreo di aver tradito Gesù e in generale sfogarono la loro ira contro gli ebrei nella preghiera e nella violenza antisemita a Pasqua, con la loro accusa che gli ebrei avevano ucciso il loro signore e salvatore, Gesù.

Negli Apostoli e in tutto il Nuovo Testamento, scritto inizialmente in greco, quando Gesù parla, lo fa in greco. Una delle tante storie fantasiose, e ce ne sono molte, che ruota attorno a un Gesù umanista e altruista, viene trasmessa in greco. L'immagine di Gesù può essere quindi fraintesa come quella di un residente ebreo ellenizzato (e Sadduceo) di Gerusalemme invece di un semplice e marginale riformatore in Galilea, fariseo e che si opponeva all'insegnamento della Legge e della teologia ebraica ai non ebrei.[43] Numerose volte Gesù sottolinea e ripete:

« Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele»
(Matteo 15:24)

Nei Vangeli, Gesù avverte i suoi seguaci di diffidare del "lievito dei sadducei" e di quello dei Farisei.[44] In realtà, il Gesù ebreo, come i profeti, diede una nuova interpretazione delle leggi che governavano la vita spirituale ebraica e un nuovo significato e scopo alla religione, ma il cristianesimo lo creò come il Messia per una nuova religione.

Il Gesù cristiano era una novità spirituale in un'Asia Minore, dove all'epoca stavano emergendo nuovi mercati e nuovi manufatti. In Matteo 23:15-26, Gesù critica le pratiche legali farisaiche, disapprova il loro proselitismo e considera negativamente la loro distinzione tra diverse forme di giuramento e la loro enfasi sulle decime e le purificazioni. Non ci sono prove storiche a favore o contro tutto ciò, e in generale non si sa quanto degli scritti degli apostoli rappresentino la realtà storica. In Matteo 15, Gesù attacca la "tradizione degli anziani" farisaica. Basandosi ulteriormente su Matteo 16:14, gli ebrei che ammiravano Gesù lo consideravano un profeta probabilmente perché compiva molti miracoli, un altro fenomeno molto controverso e privo di testimonianze storiche. I nuovi discepoli cristiani riverivano Gesù come guaritore, per la sua umiltà e come insegnante. Nel ricostruire l'immagine di Gesù come pietra angolare della nuova religione cristiana, il carattere del Gesù ebreo fu frainteso e reinventato, ma alla luce della mancanza di prove storiche, l'estensione della ri-creazione del Gesù ebreo nel Gesù cristiano non può essere valutata e quantificata.

Seltzer dimostra che c'era già fede in Gesù prima che Paolo tentasse di convertire ebrei e pagani al cristianesimo primitivo, ma nota anche come il discepolo utilizzasse le loro preghiere e proclamazioni:

« L'area principale per l'attività di Paolo come missionario cristiano era l'Asia Minore e la Grecia, dove le comunità ebraiche esistevano da tempo. Tuttavia, Paolo non fu il creatore del cristianesimo della diaspora. Anche prima che diventasse attivo tra i cristiani all'inizio degli anni 40, ebrei e gentili in città come Damasco e Antiochia avevano già iniziato ad adorare Gesù come "Signore" (Kyrios) e Cristo (la traduzione greca dell'ebraico mashiah, unto). Pare che Paolo abbia fatto uso di preghiere e proclamazioni già formulate da questi gruppi per l'iniziazione battesimale e la Cena del Signore, riti centrali del movimento nascente. Ma Paolo trasse conclusioni drastiche e radicali dalla crocifissione e risurrezione di Gesù — conclusioni che furono un fattore importante nel favorire la diffusione del cristianesimo oltre l'orbita ebraica.[45] »

Saulo di Tarso, l'apostolo Paolo, fu significativo nel creare la dottrina secondo cui Gesù era l'atteso messia degli ebrei ma, più importante, egli creò una nuova fede attorno all'immagine di Gesù.[46]

L'eminente ricercatore Hyam Maccoby dalle epistole di Paolo ha dedotto che Paolo inventò l'idea dell'Ultima Cena (in greco kuriakon deipno, che significa "Cena del Signore") e aggiunse ad essa gli elementi pagani cannibalistici del ricordare Gesù spezzando il pane per simboleggiare il mangiare del suo corpo e bere vino per simboleggiare il bere del suo sangue. L'Eucaristia (il suo significato iniziale era "benedizione", da eucharistô – ‘ringrazio, rendo grazie’) inizialmente era un'usanza ebraica in cui prima del pasto il pane veniva benedetto, spezzato e dato da mangiare, e il vino veniva bevuto come ultima benedizione alla fine della preghiera di ringraziamento dopo i pasti. Paolo affermò di aver ricevuto i dettagli dell'Ultima Cena dal Signore Gesù stesso, in una rivelazione da parte di quest'ultimo dopo la sua morte riguardo a come istituire l'Eucaristia. Poiché Paolo voleva che Gesù fosse considerato il creatore del cristianesimo, affermò che Gesù aveva creato l'Eucaristia. Paolo voleva fondare una nuova religione, pertanto incorporò un'usanza pagana popolare in cui i fedeli mangiano parte del corpo della divinità per aumentare la fede in quel dato dio. Ma Paolo non voleva essere considerato il fondatore stesso della nuova religione, così diede a Gesù il ruolo mistico onnipotente per accreditarlo di aver fondato la nuova fede. Per dare credito alla nuova religione e mostrare il suo lato magico e mistico, Paolo affermò di aver ricevuto personalmente la rivelazione dal Signore Gesù: "nell'Ultima Cena, Gesù diede istruzioni sull'istituzione dell'Eucaristia".[47]

« Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me". »
(1 Corinzi 11:23-25)

Maccoby nota che la cerimonia eucaristica non era osservata nella chiesa di Gerusalemme, ma solo da quelle chiese che erano sotto l'influenza di Paolo, che era l'unica fonte per l'istituzione dell'Eucaristia. I tre Vangeli sinottici non associano Gesù all'istituzione del rito eucaristico, ma invece raffigurano Gesù mentre esegue una cerimonia che in seguito venne inserita per essere la base del rito eucaristico. In seguito, Giovanni non incluse l'Eucaristia nella sua rappresentazione dell'Ultima Cena, ma notò l'istituzione come parte della predicazione di Gesù. Tutti i Vangeli inclusero il rito eucaristico nella vita di Gesù, ma Gesù stesso non lo conosceva! Maccoby aggiunge che i primi Padri della chiesa erano così imbarazzati dall'espressione di Paolo, "la cena del Signore", che lo sostituirono con il nome "Eucaristia", che aveva associazioni ebraiche, piuttosto che pagane.[48]

Maccoby mostra con enfasi lo shock dell'idea eucaristica per gli ebrei:

« Giovanni si mostra ben consapevole del carattere scioccante dell'idea eucaristica agli occhi degli ebrei quando ritrae la reazione offesa degli stessi discepoli, e alcuni dei quali ne furono così alienati che "non camminarono più con lui". Ciò che Giovanni sta descrivendo qui non è lo shock provato dagli ascoltatori ebrei di Gesù (poiché Gesù non espresse mai idee eucaristiche) ma il trauma subito dagli ascoltatori di Paolo quando questi immise nella pratica del cristianesimo un rito così imbevuto di paganesimo, che coinvolgeva una nozione di incorporazione della divinità in un prodotto con forti sfumature di cannibalismo.[49] »

Il cristianesimo primitivo usò il motivo di Gesù come figlio di Dio. Una variazione pre-ellenistica e della prima età ellenistica della storia biblica di Ruben, figlio di Giacobbe, e Bila — in cui, secondo l'esegesi ebraica, Ruben sposta il letto del padre e della concubina Bila presso la tenda della propria madre in favore e nel rispetto di quest'ultima: per questo si dice metaforicamente che Ruben "si unisce" alla concubina del padre, Bila, ancella di Rachele, violando la spiritualità del padre, e per questo fatto perde la propria primogenitura (Genesi 35:22) — descrive "la maledizione reciproca con cui gli angeli caduti si legarono; i giganti divoratori di uomini da loro generati; la terribile punizione dei trasgressori celesti da parte di Dio".[50] Una delle prime interpretazioni cristiane nominava Ruben, il figlio di Dio, venuto alla figlia dell'Uomo. Sebbene ciò non abbia molto senso nella logica moderna, degno di nota è tuttavia il modo in cui i primi cristiani concettualizzarono il termine "Figlio di Dio" ed elevarono Gesù allo status divino.

Degni di nota sono anche gli Ebioniti[51] e i primi cristiani di lingua greca, e il modo in cui contribuirono all'immagine di Gesù:

« I discendenti dei seguaci originali di Gesù Cristo, che divennero noti come Ebioniti, si mantennero per qualche tempo come una piccola setta e poi si sciolsero. Oggi sono dimenticati, tranne quando sono raffigurati nel Nuovo Testamento, una raccolta di trattati in lingua greca messi insieme da Saulo di Tarso e dai cristiani. In questi trattati, l'insistenza degli Ebioniti sul fatto che Gesù Cristo era stato "il" Messia, ha un significato completamente nuovo. Diventa la base per un rituale pseudocannibalista in cui ai cristiani viene ingiunto di pretendere di mangiare la carne e bere il sangue di Gesù Cristo per ottenere la vita eterna. Dal rango di "Messia", il Nuovo Testamento promuove Gesù al rango di "Figlio di Dio", per meglio ingiungere la simulazione di mangiare la sua carne e bere il suo sangue.[52] »

Ora, forse Wolfe sta presentando la cosa in modo eccessivamente crudo, ma in sostanza vero. Gli ebioniti parlavano aramaico, mentre Paolo e i suoi seguaci parlavano greco. Per i primi tre secoli del cristianesimo, i documenti conosciuti sono in greco e furono i greci a rendere popolare e diffondere il cristianesimo; usarono la lingua greca, in Egitto, Siria e Turchia e successivamente ampliarono le loro attività di proselitismo e la loro influenza in Grecia e a Roma. Dopo il 70 e.v. gli Ebioniti si stabilirono in Giordania e non ebbero più molta influenza, ma mantennero comunque la legge mosaica, a differenza dei cristiani greci. Ironia della sorte, i cristiani del secondo e del terzo secolo e.v. condannarono gli Ebioniti come eretici per l'usanza ebionita di pretendere di mangiare la carne e bere il sangue del loro defunto leader Gesù. Rituale che tuttora si ripete nella messa cattolica ed in altre funzioni liturgiche cristiane.[53]

Sia gli Ebioniti che in seguito i primi cristiani di lingua greca affermarono che Gesù aveva poteri magici.[54] I cristiani aggiunsero l'affermazione che Gesù era il "Figlio di Dio" per promuovere la sua immagine soprannaturale.

Un altro punto di vista su Gesù, formulato nel Nuovo Testamento e basato sul termine greco κήρυγμα (kérygma), che è il termine greco neotestamentario per la predicazione (o la proclamazione, l'annuncio o l'invocazione). Gesù è descritto nel Nuovo Testamento mentre entra nelle sinagoghe per predicare o proclamare e leggere il libro del profeta Isaia, un'analogia con la proclamazione di Gesù come Messia basata sull'interpretazione appunto del libro di Isaia. Tuttavia, fondamentalmente, il Nuovo Testamento descrive Gesù come colui che proclama la "buona novella" ai poveri, ai ciechi e ai prigionieri. Il cristianesimo ebraico considerava il ruolo combinato di Gesù come guaritore, taumaturgo, insegnante, profeta e messia — personaggio molto più importante del semplice Signore risorto del kerygma. Nelle prime congregazioni cristiane ellenistiche, fondate da ebrei greci e composte principalmente da non ebrei, l'idea di Gesù come il Signore risorto del kerygma si sviluppò fino allo stato in cui "la redenzione attraverso il Cristo crocifisso e risorto divenne il fulcro della predicazione".[55]

Secondo lo studioso biblico cristiano C. H. Dodd, l'antico kerygma contribuì alla convinzione che "in virtù della risurrezione, Gesù è stato esaltato alla destra di Dio come capo messianico del nuovo Israele".[56] Il kerygma non solo fu un mezzo, ma anche un fine, e si chiudeva sempre con un appello al pentimento, un'offerta di perdono e la promessa di salvezza. I seguaci furono attirati nella nuova religione con un'offerta di perdono dei peccati nello spirito di Gesù e per grazia dello Spirito Santo. Il perdono per i peccati non era collegato nella chiesa primitiva alla morte di Gesù, ma a tutta la sua vita, morte e risurrezione. Inoltre, il kerygma di Gerusalemme non includeva l'intervento di Gesù a favore dei peccati dei nuovi convertiti, ma Paolo aggiunse questo più tardi. Quindi, il kerygma portò alla teoria della sostituzione, che devia dal Gesù ebreo, ma il Gesù "risorto" iniziale non sostituiva Dio nel perdonare i peccati.

Dom Gregory Dix afferma che, dopo la crocifissione di Pietro a Roma, gli apostoli presentarono documenti siriaci (un aramaico medio diffuso nella Mezzaluna fertile) del Nuovo Testamento e l'influenza ellenica cessò:

« Quel balzo stupefacente da un mondo all'altro fu la conquista della generazione cristiana "apostolica", tra la crocifissione di Gesù a Gerusalemme e la crocifissione di Pietro a Roma. E solo dopo che quel salto fu compiuto le Chiese gentili produssero i documenti più sostanzialmente e ovviamente "siriaci" del Nuovo Testamento – i Vangeli – quale registrazione di quel κήρυγμα ebraico-cristiano che li aveva portati ad essere cristiani. Se c'è un "processo" osservabile nella composizione dei Vangeli, esso è un processo di "traduzioni" piuttosto che di "adattamento". A rigor di termini, non c'è più pensiero "ellenistico" in loro (per quanto possiamo scoprire) di quanto non ci fosse in Gesù stesso. Dobbiamo riconoscere questo fatto. I Vangeli presentano idee puramente siriache, non elleniche, anche se sono scritte in greco, e per un pubblico greco e gentile. Sono, in generale, la testimonianza autentica di Gesù stesso, di ciò che disse e fece e di ciò che fu nei fatti storici. Ma sono anche la prova del suo continuo potere di dirigere questo processo dirompente di espansione cristiana attraverso un estraneo mondo greco in una sola generazione, perché sono anche l'essenza e il prodotto di ciò che le chiese gentili credevano e predicavano alla fine di quella espansione prodigiosa e rapida. Altrimenti non sarebbero quello che sono.[57] »

Sebbene la succitata rappresentazione scritta da un monaco anglicano possa essere più teologica che storica e neghi le raffigurazioni sopra discusse in merito alla forza dei testi greci e dell'ellenismo nel cristianesimo primitivo, e aggiunga un po' di preminenza latina successiva nel cristianesimo che potrebbe non essere appropriata per una chiesa primitiva dominata dal greco, Dix aggiunge l'elemento dell'influenza aramaica nel paleocristianesimo che andava ben oltre gli Ebioniti e la Giordania.

Secondo la tradizione cristiana, uno dei primi dodici discepoli di Gesù, l'ebreo Giuda Iscariota, fu indotto a tradire Gesù per una somma di denaro: trenta denari d'argento (26:14-16). Adler cita gli evangelisti Matteo, Marco e Luca e lo studioso francese Renan, che osserva che Giuda consegnò Gesù ai romani con il segnale identificativo di un bacio. Secondo Marco, i sommi sacerdoti stavano cercando un modo astuto per arrestare Gesù e non volevano farlo durante la festività della Pasqua, ma la sera prima, al fine di evitare una rivolta da parte del pubblico. Tuttavia, Adler differisce da loro in quanto afferma che Giuda consegnò Gesù ai romani, non in modo aggressivo o in cambio di corruzione, ma per amore e ammirazione.[58] Ci sono studiosi che ipotizzano che Gesù abbia accettato il complotto volentieri o addirittura lo abbia iniziato per essere ricordato come martire e persino come il Messia.

La storia del tradimento di Gesù da parte di Giuda, secondo lo studioso Hyam Maccoby, fu parte di un tentativo di riempire la biografia di Gesù in un modo che Paolo non tentò mai, e vari dettagli furono importati dalle tradizioni storiche della chiesa di Gerusalemme — i seguaci di Paolo cercarono invece una narrazione che ricreasse l'immagine di Gesù come sacrificio divino.[59] Maccoby fornisce un ampio contesto e relativi dettagli per inserire ulteriormente questa affermazione nel giusto contesto storico.

Gesù nominò Giuda Iscariota tesoriere dei discepoli, e ci fu anche un altro discepolo con lo stesso nome, Giuda, la cui lealtà non fu mai messa in dubbio. Gesù sapeva che Giuda Iscariota intendeva tradirlo e, sulla base di numerosi racconti menzionati nei Vangeli, durante l'Ultima Cena, Gesù gli porse un pezzo di pane intinto nel vino, affermando che la persona che riceveva quel pezzo lo avrebbe tradito.[60] Successivamente, Giuda Iscariota fece riconoscere Gesù ai soldati romani, che lo arrestarono, e poi Giuda, pentitosi e pieno di rimorsi, restituì i denari ai sacerdoti del Tempio e cercò di suicidarsi. Giuda come ebreo era uno del gruppo di Gesù, ma lo tradì: il discepolo Giuda tradì Gesù, ma così fecero gli ebrei a livello comunitario. In nessun punto dei Vangeli Giuda è specificato che rappresenti il popolo ebraico nel suo insieme,[61] ma è comunque un simbolo in virtù del suo nome ebraico e storicamente viene accusato della morte di Gesù; i seguaci cristiani gentili mostrarono quindi una virulenta animosità contro gli ebrei associandoli a Giuda e come popolo che si opponeva al cristianesimo e rifiutava la fede nel Gesù messianico.

Giuda è la forma greca del nome Yehudah, il figlio di Giacobbe e progenitore della grande Tribù di Giuda, a cui apparteneva il re David e che diede il nome al suo regno. Il messia Ben David doveva venire da questa tribù. Giuda Iscariota fu scelto "per un ruolo diabolico, come parte della campagna antisemita all'interno della Chiesa paolina, che aveva designato gli ebrei come popolo del diavolo e nemici del Dio incarnato".[62] Non solo Giuda fu scelto per rappresentare il tradimento di Gesù da parte dei suoi correligionari ebrei, che si rifiutarono di riconoscerlo come il Messia — il tradimento ricadde su tutti e dodici i discepoli originali. Pietro, che fu scelto da Gesù ad essere il sostenitore del suo regno, fu il più rimproverato nei Vangeli:

« Non solo rinnega Gesù tre volte la notte della sua prigionia (sebbene non lo abbandoni come fanno gli altri discepoli); ha inoltre avuto una seria lite con Gesù al momento del Commiato (cfr. Marco 8:32-33, Matteo 16:21-23). Quando Gesù rivelò il suo imminente sacrificio, Pietro non riuscì a capire la necessità della crocifissione di Gesù e lo "rimproverò" per averla predetta. In questa occasione, Gesù si rivolse a Pietro con asprezza chiamandolo "Satana" (Marco 8:33, Matteo 16:23).[63] »
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"Rétire-toi Satan!"guazzo & grafite su carta di James Tissot, 1886-94
(Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana!»)

Secondo Maccoby, "Durante questo periodo che portò alla composizione dei Vangeli, l'incipiente antisemitismo che si trova nelle epistole di Paolo si trasformò in una vera e propria accusa contro il popolo ebraico in quanto ricusatori, traditori e infine assassini di Gesù".[64] Maccoby mostra, in un passaggio di una delle epistole di Paolo, una diatriba antiebraica che accusa gli ebrei di aver ucciso il Signore Gesù:

« Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Gesù Cristo, che sono nella Giudea, perché avete sofferto anche voi da parte dei vostri connazionali come loro da parte dei Giudei, i quali hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i profeti e hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma ormai l'ira è arrivata al colmo sul loro capo. »
(1 Tessalonicesi 2:14-16[65])

Maccoby indica il passaggio di cui sopra ad intendere gli ebrei vittime del tipico antisemitismo ellenistico, per cui gli ebrei sono accusati di essere "nemici dei loro simili" nei testi degli scrittori ellenistici alessandrini, Apion e Manetho, e degli scrittori romani, Tacito e Seneca. Maccoby spiega inoltre l'antisemitismo ellenistico osservando che gli autori di cui sopra descrissero gli ebrei come condannati all'espulsione dalla loro terra e li incolparono di crimini, peccati e uccisione di profeti, culminando con l'uccisione di Gesù. Dopo la guerra giudaica contro Roma, che si concluse con la sconfitta militare e la distruzione del Secondo Tempio, la Chiesa Paolina rinnegò tutti i legami ebraici, negò che Gesù fosse un ribelle contro Roma, e invece asserì che Gesù si ribellò contro l'ebraismo, "gettando così la tutta la colpa per la crocifissione di Gesù agli ebrei".[66] Le posizioni paoline antiebraiche sono stabilite nei Vangeli e negli Atti. Il primo dei Vangeli, Marco, probabilmente scritto a Roma al tempo della guerra giudaica, esprime una veemente ostilità contro gli ebrei e si conclude con la proclamazione della divinità di Gesù da parte di un centurione romano (Marco 15:39), "contrastando la fede del romano con il tradimento ebraico".[67] Maccoby nota la rappresentazione di Gesù e degli ebrei nel Vangelo di Marco:

« Il Vangelo di Marco è scritto in un greco duro e colloquiale. Raffigura Gesù come un taumaturgo galileo, che è il Figlio di Dio, e sa che deve soffrire sulla Croce. Fornisce una versione grafica e laconica della storia della Passione, raffigurante gli ebrei come i principali nemici di Gesù, senza considerare per niente l'obsolescenza della loro religione. Termina bruscamente con la "tomba vuota" e non dà conto delle apparizioni della risurrezione.[68] »

In Marco 14:10-11, il tradimento di Gesù da parte di Giuda Iscariota è descritto come segue:

« Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. Quelli all'udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l'occasione opportuna per consegnarlo. »
(Marco 14:10-11)

L'influenza gnostica aiuta a spiegare l'origine del ruolo di Giuda nel tradimento di Gesù. Gnosticismo significa "conoscenza" in greco (γνῶσις), e gli gnostici erano coloro che conoscevano i segreti che potevano portare la salvezza.[69] Per gli gnostici, una persona veniva salvata conoscendo i segreti del mondo — chi erano il vero dio o gli dei. Il mondo materiale non era la dimora degli gnostici; essi erano intrappolati nei loro corpi di carne e avevano bisogno di trovare la via per il paradiso. Per gli gnostici cristiani (la maggior parte degli gnostici non lo erano), Cristo portò questa conoscenza segreta e rivelò la verità ai suoi seguaci, in tal modo liberandoli. Secondo il cristianesimo, un unico vero Dio ha creato la terra, ma secondo gli gnostici, c'erano altri dei oltre a quello che aveva creato la terra e che era inferiore agli altri. Alla luce dei molteplici cataclismi fisici della terra, gli gnostici credevano che la salvezza venisse solo da coloro che sapevano come fuggire da questo mondo. Bart Ehrman elabora alcuni insegnamenti gnostici su Gesù:

« Alcuni gnostici insegnavano che Cristo era un eone del regno superiore — che egli non era un uomo di carne e sangue, ma che veniva dall'alto e solo nella struttura di carne umana. Era un fantasma che aveva preso le sembianze della carne per insegnare a coloro che erano chiamati (cioè gli gnostici), e che hanno la scintilla delle verità segrete di cui hanno bisogno per la salvezza. Altri gnostici insegnavano che Gesù era un uomo reale, ma che non aveva la tipica scintilla interiore del divino. La sua anima era uno speciale essere divino che veniva dall'alto per essere temporaneamente ospitato nell'uomo Gesù, per usarlo come un condotto attraverso il quale rivelare le verità necessarie ai suoi più stretti seguaci. In questa interpretazione, l'elemento divino entrò in Gesù a un certo punto della sua vita – ad esempio al suo battesimo, quando lo Spirito discese su di lui – e poi lo lasciò una volta terminato il suo ministero. Questo spiegherebbe perché, sulla croce, Gesù gridò "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Era perché l'elemento divino dentro di lui se n'era andato prima della sua crocifissione, poiché, dopo tutto, il divino non può soffrire e morire".[70] »

Per gli gnostici cristiani, il Cristo è questo divino rivelatore delle verità della salvezza e questo fantasma reincarnato aveva letteralmente abbandonato (o lasciato indietro) Gesù. "Dopo la morte di Gesù, però, lo risuscitò dai morti come ricompensa per la sua fedeltà, e continuò attraverso di lui a insegnare ai suoi discepoli le verità segrete che possono portare alla salvezza".[71]

Secondo Ireneo, gli gnostici Cainiti credevano che il Dio dell'Antico Testamento non fosse il vero Dio, ma l'ignorante creatore del mondo dal quale avevano bisogno di fuggire. Così, tutti gli uomini della storia ebraica e cristiana che si opposero a Dio, come Caino, gli uomini di Sodoma e Gomorra, e più tardi Giuda Iscariota, erano quelli che avevano assistito alla verità e compreso i segreti necessari per la salvezza. I Cainiti erano estremi nella loro opposizione al Dio dell'Antico Testamento. Si opponevano a qualsiasi cosa Dio comandasse e sostenevano qualsiasi cosa fosse proibita. Nel fare il contrario, ignoravano il Sabbath, mangiavano carne di maiale e commettevano adulterio per mostrare la loro libertà dal Dio dell'Antico Testamento. I Cainiti consideravano Giuda Iscariota l'unico discepolo di Gesù che avesse capito il suo messaggio e che fece quello ciò che Gesù aveva voluto, "consegnandolo alle autorità per la sua crocifissione. Giuda era quindi visto come il seguace ultimo di Gesù, uno le cui azioni dovrebbero essere emulate piuttosto che respinte: poiché era lui colui al quale Gesù aveva consegnato la conoscenza segreta necessaria per la salvezza".[72]

Nel Vangelo gnostico di Giuda del II secolo e.v., Gesù sfida i dodici discepoli a vedere chi sia perfetto e capace di salvezza. Solo Giuda è capace di esserlo. Ha la stessa scintilla divina che ha Gesù. Solo Giuda conosce la vera identità di Gesù, non un semplice mortale proveniente solo da questo mondo, ma dal regno immortale di Barbelo, che secondo gli gnostici serbi, è uno dei principali esseri divini nel regno perfetto del vero Dio. Poiché Giuda percepì correttamente il carattere di Gesù, quest'ultimo lo prese da parte per insegnargli i "misteri del regno", la conoscenza segreta necessaria per la salvezza. Gesù assicurò a Giuda che avrebbe ottenuto la salvezza, ma nel frattempo si rattristò, poiché Giuda sarebbe stato rifiutato dagli altri discepoli e sarebbe stato sostituito. Nel Libro degli Atti del Nuovo Testamento, Giuda viene sostituito da Mattia. Giuda può raggiungere la salvezza, mentre gli altri apostoli si preoccupano del loro Dio, il dio creatore dell'Antico Testamento, che sia Gesù sia Giuda possono trascendere.[73]

Nel Vangelo di Giuda, questi ha una visione di essere lapidato dai dodici discepoli, e vede una casa in cui vuole entrare. Gesù dice a Giuda che nessuno nato da mortali può entrare nella casa e che è riservata ai santi. A Giuda, che ha una scintilla divina dentro di sé, sarà concesso di entrare una volta che avrà lasciato la sua carne mortale. Deve superare gli altri dodici discepoli, verrà a governarli e sarà di gran lunga superiore a tutti nel mondo materiale una volta che avrà raggiunto la salvezza basata sulla conoscenza segreta che Gesù rivelerà. La rivelazione comprende "un regno eterno grande e sconfinato, del veramente divino al di là di questo mondo e molto al di sopra delle divinità inferiori che hanno creato l'esistenza materiale e gli umani. Numerosi esseri divini superiori sono nati molto prima degli dei di questo mondo; El (Dio dell'Antico Testamento), il suo aiutante Nebro (chiamato anche Yaldabaoth) che è contaminato dal sangue e il cui nome significa ‘ribelle’ e Saklas, che significa ‘stolto’".[74]

Riassumendo il Vangelo di Giuda, Gesù insegnò a Giuda che la salvezza non si raggiungeva adorando il Dio di questo mondo e accettando la sua creazione, ma piuttosto rinnegando questo mondo e rigettando il corpo che lega l'uomo al mondo. "Questa è la ragione ultima per cui l'azione che Giuda compie per Gesù è un atto giusto, che gli fa guadagnare il diritto di superare tutti gli altri. Consegnando Gesù alle autorità, Giuda permette a Gesù di sfuggire alla propria carne mortale per tornare alla sua dimora eterna".[75]

Gesù fu un ebreo galileiano associato alla ribellione contro l'oppressivo dominio romano, ebbe un gruppo di discepoli e disprezzò le pratiche e gli abusi ellenistici dei Sadducei nel sacro Tempio. Fu considerato una minaccia non solo per il regime romano, ma forse dal Sommo sacerdote dagli altri sacerdoti ebrei. Pur essendo un devoto ebreo praticante, la sua enfasi fu posta nell'aiutare la società ebraica in cui visse e nel creare un nuovo percorso, unico in tale società ebraica, e le sue attività deviarono quindi dalle correnti legalistiche dei Farisei.

Il messianismo certamente permeava la società ebraica che cercava la liberazione dai romani, e Gesù ed i suoi discepoli furono esposti a tale pensiero, ma orientarono le loro attività verso la salvezza. Wolfe si spinge fino ad affermare che Gesù si considerò "il Messia e Lenowitz porta i Vangeli letteralmente al punto in cui descrive Gesù come una delle tante figure messianiche ebraiche e un operatore di miracoli. Il lignaggio di Gesù in verità non tende ad essere in linea con la dinastia davidica, almeno da quanto è possibile accertare dalle fonti esistenti, e la composizione della sua famiglia – i suoi genitori, i fratelli e le sorelle – suggerisce una struttura convenzionale, con poco spazio per relazioni "soprannaturali". Furono presentate teorie astoriche sia di Gesù che di Giuda Iscariota, che emulavano la redenzione divina assumendo compiti divini.

Il "Gesù greco" fu un'immagine di Gesù stabilita postmortem dai Vangeli, dai discepoli successivi (cfr. Paolo et al.) e man mano che la chiesa cristiana si sviluppò. A un certo punto, tra la morte di Gesù e l'attivismo di Paolo di Tarso nel diffondere il cristianesimo agli ebrei e ai pagani dell'Asia Minore, i discepoli e la chiesa primitiva crearono un "Gesù messianico", includendoci una resurrezione simbolica e un'evoluzione in status e missione divini. Paolo aggiunse l'immagine del "Gesù crocifisso" e usò il motivo del traditore Giuda per incolpare gli ebrei del tradimento di Gesù nel guidare la strada verso una nuova religione. Paolo riuscì – predicando e galvanizzando la società di lingua greca dell'Asia Minore e della Grecia ad adottare il cristianesimo – a creare un cuneo tra ebraismo e cristianesimo, alimentando quindi la polemica tra la vecchia e la nuova religione. Non solo demonizzò gli ebrei, ma portò anche ad una netta divisione tra ebrei e cristiani, espellendo le pratiche ebraiche dagli aspetti teologici dalla religione emergente. Riuscì a reclutare numerosi pagani greci e accettò la sfida missionaria di spiegare la nuova religione in termini a loro sconosciuti. Il paleocristianesimo prese in prestito concetti pagani per creare la cerimonia eucaristica, un simbolico mangiare del sangue e della carne del Gesù divinizzato. Anche gli Ebioniti di lingua aramaica introdussero l'idea del Gesù messianico e sostennero la convinzione della miscela eucaristica di sangue e carne al fine di promuovere la vita eterna del Messia.

Infine, gli gnostici Cainiti fornirono lo sfondo teorico per la risurrezione di Gesù e la sua partenza dal proprio corpo per diventare il nuovo dio eterno necessario per la salvezza. Giuda, il traditore, fu l'agente necessario per realizzare la crocifissione, consentendo così a Gesù di uscire dal suo corpo per raggiungere il Cielo.

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Panorama dalla Montagna Ari nella Alta Galilea

(IT)
« Noi ebrei lo conosciamo [Gesù] in un modo – gli impulsi e le emozioni della sua ebraicità essenziale – che rimane inaccessibile ai Gentili soggetti a lui. »

(EN)
« We Jews know him [Jesus] in a way – the impulses and emotions of his essential Jewishness – that remains inaccessible to the Gentiles subject to him. »
(Martin Buber, ‘Christus, Chassidismus, Gnosis’, Werke vol. III, 1963, p. 957)

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Panorama della Valle Harod, estensione orientale della Valle di Jezreel
Per approfondire, vedi Serie cristologica.
  1. David Flusser, che ha svolto ricerche su Gesù per gran parte della sua vita professionale, è d'accordo su questa ipotesi. Si veda David Flusser, Jesus (Gerusalemme: The Magnes Press, The Hebrew University, 1997), 27.
  2. Hyman G. Enelow, A Jewish View of Jesus (New York: New Bloch Publishing, 1931), 32.
  3. Ibid., 34.
  4. Ibid., 35.
  5. Ibid., 41.
  6. Stephen M. Wylen, The Jews In The Time Of Jesus, An Introduction (Mahwah, NJ: Paulist Press, 1996), 90-91.
  7. Ibid., 91.
  8. Helmut Merkel, "The Opposition between Jesus and Judaism", in Jesus and the Politics of His Day, curr. Ernest Bammel & C. F. D. Moule (Cambridge: Cambridge University Press, 1984), 129-144.
  9. Géza Vermes, The Religion of Jesus the Jew (Minneapolis: Fortress Press, 1993), 189.
  10. Flusser, Jesus, 32.
  11. Ibid., 33.
  12. Wylen, The Jews In The Time Of Jesus, 92-93.
  13. Ibid., 93.
  14. Talmud Berakhot 34b.
  15. Moshe Bazes, Jesus The Jew — The Historical Jesus, The True Story of Jesus (Gerusalemme: Alpha Press, 1976), 53-54.
  16. Lawrence H. Schiffman, Texts And Traditions, A Source Reader for the Study of Second Temple and Rabbinic Judaism (New York: Ktav Publishing, 1998), 370.
  17. Wylen, The Jews In The Time Of Jesus, 172.
  18. Shaye J. D. Cohen, From The Maccabees To The Mishnah, II ediz. (Louisville: Westminster John Knox Press, 2006), 116.
  19. Flusser, Jesus, 24.
  20. Ibid., 29.
  21. Ibid., 25.
  22. Ibid., 27.
  23. Alan F. Segal, Rebecca’s Children, Judaism and Christianity in the Roman World (Cambridge: Harvard University Press, 1986), 78.
  24. Dom Gregory Dix, Jew and Greek, A Study in the Primitive Church (Westminster, England: Dacre Press, 1953), 77.
  25. Dix, Jew and Greek, 78.
  26. Harris Lenowitz, The Jewish Messiahs, From the Galilee to Crown Heights (New York: Oxford University Press, 1998), 25-28.
  27. Jehuda Adler, Jesus—Jew and Rebel (Tel Aviv: Hadar, 1997), 21 (He)
  28. Ibid.
  29. Lenowitz, The Jewish Messiahs, 35.
  30. Ibid., 33.
  31. Adler, Jesus—Jew and Rebel, 12.
  32. Jehuda Adler, Jesus, Who Are You? (Tel Aviv: Hadar, 1986), 51 (He).
  33. Robert Wolfe, The Origins Of The Messianic Ideal (New York: J-Rep, 2003), 94-95.
  34. Michael J. Cook, "Christian Appropriation of Passover: Jewish Responses Then and Now", Jewish History and Thought, vol. 5 (New York: Hunter College, 1998), 49-63.
  35. Bazes, Jesus The Jew, 34.
  36. Rudolf K. Bultmann, Theology of the New Testament, Baylor University Press, 2007, p. 80.
  37. Flusser, Jesus, 30.
  38. Bart Ehrman, Il Nuovo Testamento, Carocci Editore, 2015, pp. 181-182,195; cfr. anche idem, (EN) Jesus, Interrupted – Revealing the Hidden Contradictions in the Bible, HarperCollins Publishers, 2009, p. 9
  39. Christine Trevett, Montanism: Gender, Authority and the New Prophecy, Cambridge University Press, 2002, passim.
  40. Segal, Rebecca’s Children, 68.
  41. Ibid., 69-70.
  42. Ibid., 64-65.
  43. Cfr. int. al., Matteo 10:5-6: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele"; anche Matteo 15:24-25, ecc.
  44. Cohen, From The Maccabees, 143.
  45. Robert M. Seltzer, Jewish People, Jewish Thought, The Jewish Experience in History (Upper Saddle River, NJ: Prentice Hall, 1980), 234.
  46. Wolfe, The Origins, 53.
  47. Hyam Maccoby, The Mythmaker, Paul And The Invention Of Christianity (New York: Harper and Row, 1986), 110-18.
  48. Ibid., 116.
  49. Ibid., 115.
  50. Elias J. Bickerman, The Jews in the Greek Age (Cambridge: Harvard University Press, 1988), 206.
  51. La parola ebioniti (in greco ebionaioi), è una traslitterazione del termine ebraico evionim (in lettere ebraiche: אביונים), che significa "poveri".
  52. Wolfe, The Origins, 54.
  53. Ibid., 55.
  54. Ibid., 56.
  55. Flusser, Jesus, 20.
  56. Charles Harold Dodd, The Apostolic Preaching and its Developments: Three Lectures with an Eschatology and History (Londra: Hodder and Stoughton, 1936), Cap. 1.
  57. Dix, Jew and Greek, 3-4.
  58. Adler, Jesus, Who Are You?, 66-67.
  59. Hyam Maccoby, Judas Iscariot and the Myth of Jewish Evil (New York: The Free Press, 1992), 26.
  60. Ibid., 2.
  61. Ibid., 5.
  62. Ibid., 29.
  63. 62. Ibid.
  64. Ibid., 27.
  65. Ibid.
  66. Ibid., 27-28.
  67. Ibid., 28.
  68. Ibid., 34.
  69. Bart D. Ehrman, "Christianity Turned on its Head: The Alternative Vision of the Gospel Judas" in The Gospel of Judas from Codex Tchacos, cur. Rodolph Kasser, Marven Mayer e Gregor Wurst (Washington DC: National Geographic, 2006), 77-120.
  70. Ibid., 87-88.
  71. Bart D. Ehrman, Misquoting Jesus, The Story Behind Who Changed the Bible and Why (New York: HarperCollins, 2005), 171.
  72. Ehrman, "Christianity Turned on its Head", 89-90.
  73. Ibid., 97-99.
  74. Ibid., 99-100.
  75. Ibid., 101.