Teatro greco/Eschilo

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search

Eschilo si pone a cavallo tra la poesia arcaica e quella classica. Le sue tragedie sono percorse da un rigido sistema di valori e risentono delle strutture che caratterizzavano la società greca dell'epoca arcaica. Allo stesso tempo, Eschilo può essere considerato il fondatore del linguaggio tragico, con il suo tono aulico ed elevato.

Cenni biografici[modifica]

Eschilo

Eschilo nacque a Eleusi nel 525 a.C. Partecipò alla prima guerra persiana, combattendo a Maratona nel 490. In seguito, nel 479, celebrò la vittoria degli ateniesi a Platea nella seconda guerra persiana portando sulle scene i Persiani. Fu un fervente democratico e poté godere a lungo dei favori del pubblico: vinse molti agoni drammatici, dai tredici ai ventotto (il numero varia a seconda delle fonti). Trascorse gli ultimi anni Sicilia, alla corte di Ierone di Siracusa, e morì a Gela 456 a.C.

Caratteri della drammaturgia di Eschilo[modifica]

La caratteristica principale delle tragedie di Eschilo è la loro grandiosità. Le sue opere hanno senso solo nella forma della trilogia, al cui interno ciascuna tragedia rappresenta solo una fase. Questo porta a strutture complesse, in cui l'azione procedete lentamente e con solennità, secondo una caratteristica tipica della poesia arcaica. I suoi personaggi sono statici, impenetrabili e irremovibili nell'affrontare il loro destino, fino alle più estreme conseguenze. Sebbene abbiano una forte volontà di affermare se stessi, non riescono comunque a sfuggire alla necessità: il loro è un mondo ancora sovradeterminato, in cui l'autonomia dei personaggi è limitata da forze invisibili e inarrestabili. Le loro azioni sono sempre dettate da fattori esterni, come divinità o demoni, che influenzano il comportamento degli uomini e li portano alla sciagura. Al di sopra del mondo degli uomini c'è quello sereno degli dèi, chiamati a garantire la dikē (δίκη), la giustizia, intesa in termini religiosi come la legge imposta dagli dèi agli uomini, con la quale viene spiegato il difficile equilibrio che sussiste tra la colpa e la punizione. I temi principali delle sue opere affondano le radici nella società greca arcaica: vi troviamo la vendetta, la tracotanza (ὕβρις, hybris), il rapporto tra il diritto familiare e quello della polis, e la contaminazione collettiva, che lega tra di loro le generazioni di una famiglia. Tutto questo viene descritto attraverso un linguaggio straniante, lontano dal quotidiano, che ricorre a parole auliche, neologismi, inversioni sintattiche, metafore ricercate e insolite.[1]

Le tragedie[modifica]

Le fonti antiche attribuiscono a Eschilo una novantina di titoli; di questi però ci sono giunte solo sette tragedie, selezionate durante l'età imperiale: la trilogia dell'Orestea (composta da Agamennone, Coefore ed Eumenidi), i Persiani, i Sette contro Tebe, le Supplici e il Prometeo incatenato.

Persiani[modifica]

Wikisource-logo.png

I Persiani (Πέρσαι) furono rappresentati nel 472 a.C., a meno di un decennio dalla vittoria ateniese a Salamina, che è il tema dell'opera. È inoltre la più antica tragedia che ci sia giunta integralmente.

Trama
La tragedia si svolge alla reggia di Susa, dove il coro composto da vecchi Persiani attende notizie dalla guerra e teme per il peggio. Atossa, vedova di Dario e madre di Serse, dice di avere avuto pessimi presagi e orribili sogni, che sembrano preannunciare la disfatta di Serse. Questa viene confermata alla fine da un messaggero, che racconta della sconfitta dei Persiani a Salamina. Atossa e il coro si abbandonano ai lamenti. La donna inoltre invoca il marito Dario, il cui spirito si palesa sulla scena, criticando l'arroganza del figlio e preannunciano una nuova sconfitta a Platea. Infine, giunge sulla scena anche Serse, che instaura un dialogo, fatto di lamenti, con il coro.

È una tragedia che presenta ancora caratteri arcaici, come l'impiego di due soli attori, la staticità della situazione di attesa, la lentezza dei discorsi, l'estensione dei cori. C'è però, allo stesso tempo, un tentativo di raccontare una situazione in divenire: la rovina dei persiani viene anzitutto presagita dal coro, poi richiamata dai sogni della regina Atossa e poi, quando l'attesa viene portata all'estremo, un messaggero giunge con la notizia della disfatta. Tema centrale della tragedia è l'encomio di Atene, capace di vincere contro la potenza persiana. Come ribadito da Dario nella sua apparizione, Serse si è macchiato di hybris e accecato di potere ha cercato di ridurre a sudditi i liberi cittadini della Grecia. La sconfitta è quindi la punizione per la sua colpa. Ma sullo sfondo c'è anche la constatazione della condizione umana e dell'infelicità a cui è votato ogni tentativo dell'uomo di rendersi artefice del proprio destino.[2]

Sette contro Tebe[modifica]

Wikisource-logo.png

I Sette contro Tebe (Ἑπτὰ ἐπὶ Θήβας) furono rappresentati nel 467 a.C. e facevano parte di una trilogia sul destino dei Labdacidi (la dinastia sovrana di Tebe), composta da Laio, Edipo e dal dramma satiresco Sfinge, tutte e tre andate perdute. In quell'anno, Eschilo si aggiudicò la vittoria.

Trama
È in corso una guerra tra i due figli di Edipo: Eteocle, re di Tebe, e Polinice, che cinge d'assedio la città. Sull'acropoli di Tebe, Eteocle guida la resistenza, quando irrompe il coro delle donne tebane, atterrite per le violenze. Il re riceve poi un messaggero, che gli riferisce informazioni sui sette campioni argivi schierati contro la città, tra i quali c'è anche Polinice. A loro Eteocle contrappone, in difesa di Tebe, altri sei guerrieri, riservando a se stesso lo scontro con il fratello. Segue un canto del coro, dopo il quale il messo rivela che gli assalitori sono stati respinti, ma che i due fratelli si sono feriti a morte a vicenda. Nel finale (che però si sospetta che sia un'interpolazione di un grammatico, per creare un legame con l'Antigone di Sofocle) viene decretato che Polinice, nemico della città, non riceverà sepoltura, provocando lo sdegno della sorella Antigone.

Come i Persiani, anche i Sette contro tebe prevedono due soli attori. La prima fase è dominata da Eteocle, che si atribuisce il ruolo di difensore della città, fino a quando non prende la solenne decisione di fronteggiare il fratello sul campo. È l'apice del dramma e viene posto da Eschilo al centro della tragedia: la vittoria ha avuto un prezzo enorme, la morte di Eteocle e Polinice, e quindi la fine della dinastia regnante. In questo modo si doveva chiude il ciclo, che nel disegno della trilogia era stato iniziato con le due tragedie precedenti. Il coro nel finale piange la sorte dei due giovani, morti per scontare una pena a un male che non hanno commesso, una sorte che può essere allargata a quella dell'umanità intera.[3]

Supplici[modifica]

A una data imprecisata, ma comunque successiva ai Sette contro Tebe, vengono fatte risalire le Supplici (Ἱκετίδες), che era la prima di una trilogia che comprendeva Egizi, Danai e il dramma satiresco Amimone.

Trama
Danao e le figlie, che compongono il coro, chiedono aiuto a Pelasgo, re di Argo, per difenderle dai figli d'Egitto, re dell'Egitto, che vogliono sposarle con la forza. Dopo lunghe meditazioni Pelasgo, che ha rapporti di parentela con Egitto, accetta di proteggere le supplici, onorando una sacra legge; la decisione viene poi ratificata dall'assemblea cittadina. I figli d'Egitto raggiungono infine la città reclamando le Danaidi, ma a loro si oppone Pelasgo, che alla fine li respinge. Le fanciulle possono così fare ingresso nella città, ma la guerra è inevitabile.

Nelle Supplici il coro occupa il centro dell'azione, e a questo ruolo preminente corrisponde una maggiore estensione delle parti corali. Per certi aspetti la tragedia è ancora legata a una fase arcaica, prevede ancora due soli attori sulla scena e i dialoghi sono ancora molto rigidi. Tuttavia un elemento di innovazione è dovuto al dilemma che deve affrontare il personaggio di Pelasgo, diviso tra l'accettare la protezione delle giovani supplici e inimicarsi i parenti, con il rischio di una guerra, oppure scacciare le fanciulle e violare la legge divina che richiede che si dia assistenza agli esuli. Analizzando la situazione con il raziocinio proprio della cultura ellenica, Pelasgo alla fine prende di decisione di accogliere le fanciulle. La guerra è inevitabile, e nella seconda tragedia della trilogia si narrava della sconfitta degli argivi e la morte di Pelasgo. Le Danaidi, costrette a sposare gli Egizi, si vendicavano uccidendo i loro mariti, a eccezione di Linceo, che viene graziato dalla moglie Ipermestra, innamorata di lui: dalla loro discendenza nascerà Eracle. La trilogia si concludeva quindi con l'affermazione della volontà divina, che agisce all'interno di un'unica vicenda; anche la volontà umana però raggiunge una sua nobiltà, espressa dal dilemma di Pelasgo, che apre la strada all'indagine sulla responsabilità delle scelte degli uomini.[4]

Agamennone[modifica]

Wikisource-logo.png

L'unica trilogia integra che ci è giunta dall'antichità è l'Orestea, che comprende l'Agamennone, le Coefore e le Eumenidi. Con essa Eschilo vinse nel 458 a.C. e concluse la sua carriera.

L'Agamennone (Ἀγαμέμνων) è la tragedia che apre la trilogia, e riporta dell'uccisione dell'eroe dopo il suo ritorno dalla guerra di Troia per mano della moglie, istigata dall'amante Egisto.

Trama
Clitemnestra e l'amante Egisto apprendono del ritorno di Agamennone ad Argo dopo la guerra di Troia. La notizia viene confermata dalla regina stessa al coro dei vecchi Argivi. Quando Agamennone giunge infine al palazzo, viene accolto con calore da Clitemnestra, che lo invita a entrare nel palazzo passando sul tappeto porpora deposto per l'occasione. Rimasta sola sulla scena, Cassandra rivela al coro che presto sarà uccisa insieme al re. Il ritorno in scena di Clitemnestra è preceduto dalle grida di Agamennone: la regina, con una scure in mano e in preda all'esaltazione, racconta al coro la sua vendetta. Compare così sulla scena anche Egisto, rimasto fino ad allora in attesa, che rientra nel palazzo con Clitemnestra, nonostante le proteste del coro.

La tragedia di Agamennone aveva però degli antefatti importanti: il padre dell'eroe, Atreo, aveva ucciso i figli del fratello Tieste, a cui aveva dato in pasto le carni, e l'unico sopravvissuto era stato Egisto. Agamennone stesso, inoltre, aveva sacrificato la figlia Ifigenia alla dea Artemide per propiziare la partenza delle navi greche verso Troia. Tutti questi precedenti fanno da sfondo alle prime parti dell'Agamennone, dove alla gioia per la vittoria si sovrappone l'angoscia per il sangue versato durante la guerra e il timore che il re possa subirne le conseguenze. Il re è infatti al centro dei piani di vendetta di Clitemnestra, un personaggio che rivela una particolare profondità psicologica: il suo odio per il marito è dovuto al suo dolore di madre, che ha visto la figlia uccisa, alla sua devozione verso l'amante Egisto, che vuole così vendicarsi di Atreo, e alla gelosia, nata dal fatto che Agamennone giunge alla reggia con Cassandra, diventata sua concubina. L'epilogo, che segue l'uccisione del re, è di grande intensità, con Clitemnestra che irrompe sulla scena grondante di sangue per raccontare l'accaduto.[5]

Coefore[modifica]

Wikisource-logo.png

Le Coefore (Χοηφόροι), seconda tragedia della trilogia, è ambientata alcuni anni dopo la morte di Agamennone.

Trama
Mentre visita la tomba del padre ad Argo, accompagnato da Pilade, Oreste, figlio di Agamennone, incontra la sorella Elettra, che è stata mandata dalla madre, insieme alle donne del coro, a compiere dei sacrifici per il defunto. La regina ha infatti avuto un sogno carico di presagi, che l'hanno sconvolta. Dopo il riconoscimento tra i due fratelli, il coro invoca Agamennone come protettore dei figli, che lo vogliono vendicare. Oreste mette in atto il suo piano: presentatosi sotto le spoglie di un messaggero, dice alla madre di essere morto. Clitemnestra manda a chiamare Egisto, e quando questi arriva Oreste lo uccide; poco dopo, nonostante invochi pietà, uccide anche la madre. Appena compiuto il gesto, Oreste viene però subito aggredito dalle Erinni, spiriti vendicatori, ed è costretto a fuggire.

La tragedia si svolge in un crescendo di tensione che passa attraverso il riconoscimento tra i due fratelli Oreste ed Elettra, e il pianto, comune con il coro, sulla drammatica sorte del re Agamennone. Da lì la situazione precipita, portando rapidamente al duplice omicidio. Oreste però sente da subito il peso della sua vendetta, nonostante proclami da subito che il suo è stato un atto di giustizia. Questo peso è manifestato dalle Erinni, che perseguitano Oreste, e che simboleggiano come la soluzione della tragedia dei figli di Agamennone sia ancora lontana.[6]

Eumenidi[modifica]

Wikisource-logo.png

La soluzione si ha nella terza e ultima tragedia della trilogia, le Eumenidi (Εὐμενίδες).

Trama
All'interno del tempio di Delfi, la sacerdotessa sorprende Oreste che viene perseguitato dal coro delle Erinni. Interviene in suo soccorso Apollo, che ammansisce le Erinni e invia Oreste ad Atene, dove potrà essere purificato. Le Erinni però vengono risvegliate dallo spirito di Clitemnestra e tornano a inseguire il giovane. Sull'acropoli di Atene viene lasciato ad Atena il compito di giudicare il delitto commesso da Oreste; la dea, a sua volta, lascia il giudizio a un'assemblea di dodici cittadini ateniesi, a cui le Erinni e Apollo racconto i fatti. La giuria si divide equamente: sei voti sono per l'assoluzione e sei per la condanna. Atena decide quindi di assolvere Oreste. La minaccia delle Erinni di rivalersi sulla città di Atene viene scongiurata dall'intervento della dea; abbandonati gli intenti vendicativi, le Erinni si trasformano nelle Eumenidi, divinità benigne protettrici della città.

Le Eumenidi, e in generale tutta l'Orestea, risentono della fase di cambiamento che stava attraversando Atene in quegli anni. La trilogia è per esempio divisa tra un passato segnato dalla legge del taglione, in cui le famiglie avevano il compito di vendicare un delitto, e il presente, in cui la comunità ha il diritto di intervenire nei fatti di sangue. In questo senso, le Eumenidi sono un superamento dell'Agamennone e delle Coefore, poiché la comunità assume direttamente l'amministrazione della giustizia. In questo modo si impone una norma basilare del vivere civile, e vengono valutati non solo il fato, ma anche i moventi e le intenzioni, riuscendo così a porre fine al ciclo delle uccisioni attraverso la pacificazione. Tuttavia la decisione dell'Areopago termina con un ex equo, l'assemblea si divide in due sulla scelta. Gli uomini non sono quindi in grado di risolvere il dubbio, e l'istanza alla fine spetta agli dèi: è Atena che decide per l'assoluzione di Oreste.[7]

Prometeo incatenato[modifica]

Wikisource-logo.png

Del Prometeo incatenato (Προμηϑεὺς δεσμώτης) non si conoscono né l'anno esatto né il periodo in cui fu composto e portato in scena. Parte della critica è arrivata anche a dubitare della paternità dell'opera, che sembra lontana dallo stile di Eschilo.

Trama
Prometeo viene incatenato a una rupe da Efesto, aiutato da Kratos (Violenza) e Bia (Forza). Una volta rimasto solo, il titano si abbandona ai lamenti e inveisce contro Zeus, che lo ha punito ingiustamente a causa dei benefici che ha donato agli uomini. La sua sorte viene compianta sia dal coro delle Oceanine, sia da Oceano in persona, che lo invita senza successo ad abbandonare ogni desiderio di ribellione. Riceve la visita anche di Io, l'amante di Zeus che fu tramutata in vacca e costretta da Era a vagare per il mondo: a lei Prometeo rivela che sul Nilo diventerà madre di Epafo. Giunge infine Ermes, che chiede al titano di rivelagli il contenuto di una profezia di cui è l'unico a essere conoscenza, e che riguarda un possibile pericolo per Zeus. Prometeo si rifiuta di parlare e Zeus, adirato, fa sprofondare la rupe a cui è incatenato nel Tartaro.

Prometeo custodisce un segreto: un giorno Teti, di cui Zeus è invaghito, genererà un figlio che con il suo potere sarà la rovina degli dèi. Zeus tenta di estorcegli questo segreto, promettendo anche la liberazione, ma il titano consegna la propria dignità di eroe, non rinnega l'aiuto dato agli uomini ma accetta il proprio destino, per quanto le conseguenze possano essere atroci e ingiuste.[8]

Note[modifica]

  1. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, pp. 41-44.
  2. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 185-186.
  3. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 186-187.
  4. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 187-188.
  5. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 189-190.
  6. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 191.
  7. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 192-194.
  8. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 188-189.