Teatro greco/Tragedia

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La tragedia è la massima espressione dell'Atene democratica: il nuovo genere si sviluppa e raggiunge i suoi risultati più importanti in concomitanza con la fioritura della polis. Genere attico per eccellenza, la tragedia è inoltre figlia di una «civiltà della colpa», in cui l'esistenza umana viene interpretata alla luce di valori morali e religiosi ritenuti universali.[1] Massimi autori della tragedia greca furono Eschilo, Sofocle ed Euripide, la cui autorità fu riconosciuta fin dall'antichità.

Origini della tragedia[modifica]

Dioniso con i satiri su una ceramica del V secolo a.C.

La nascita della tragedia ateniese è uno degli argomenti più dibattuti tra i filologi. La principale fonte di informazioni è la Poetica di Aristotele, che descrive brevemente le origini della tragedia e della commedia:

« Entrambe nacquero dall'improvvisazione: la tragedia da quelli che intonano il ditirambo, la commedia dalle processioni falliche che tuttora restano in uso in molte città. [...] partendo da trame brevi e da un linguaggio scherzoso dovuto all'elaborazione dell'elemento satiresco, la tragedia acquistò col tempo solennità, e il metro da tetrametro di trasformò in giambo. »
(Aristotele, Poetica 1449a)

Si è già detto che ad Atene gli spettacoli drammatici si svolgevano in occasione delle feste dedicate a Dioniso. È possibile immaginare che, in tempi più antichi, il corifeo durante il rito si staccasse dal coro e iniziasse a dialogare con quest'ultimo. Solo in un secondo momento il corifeo doveva avere abbandonato la propria identità per assumere quella di un personaggio del passato, iniziando così a recitare una parte. In questo modo, l'interazione tra l'attore e il coro ha iniziato a creare una realtà altra, la cui forza mimetica era tale da attirare lo spettatore e renderlo partecipe dell'azione. Nasceva probabilmente così il teatro.[2]

Allo stesso modo, è ipotizzabile che il ditirambo abbia ampliato i suoi temi: se in origine era dedicato solo a Dioniso, successivamente ha iniziato a trattare anche di eroi e personaggi mitologici. Su questo punto è importante la testimonianza di Erodoto, che scrive:

« I Sicionidi veneravano Adrasto in molti modi, e fra l'altro celebravano con cori tragici le sue sventure, venerando non Dioniso ma Adrasto. Clistene invece restituì i cori a Dioniso [...] »
(Erodoto, Storie V, 67)

Giambo

Metro composto da una sillaba breve e una lunga (∪ —). Il nome deriva probabilmente dal verbo iapto (ἰάπτω), che significa "scagliare", con riferimento agli oltraggi, mentre il verbo iambízo (ἰαμβίζω) significa "schernire". Il termine sembra poi avere affinità con dithyrambos (διϑύραμβος), ditirambo, cioè un inno in onore di Dioniso.

Con il nome di "giambo" si indica anche un genere letterario che utilizza questo metro e che si caratterizza per il suo tono di beffa e derisione. Principali autori della poesia giambica furono Archiloco, Semonide e Ipponatte.

Questo concorda con la struttura di molte tragedie giunte fino ai giorni nostri, in cui il protagonista è un eroe; solo le Baccanti di Euripide, invece, hanno Dioniso per protagonista.[3] Tuttavia resta difficile, in base alle fonti disponibili, ricostruire le caratteristiche della tragedia antica e quale fosse il suo rapporto con il ditirambo. La questione è resa ancora più complessa dal fatto che al giorno d'oggi sono noti solo due ditirambi completi, scritti però da Bacchilide in anni tardi, quando la tragedia aveva già assunto la sua forma canonica. Entrambi sono dedicati a Teseo: il primo è in forma narrativa, mentre il secondo riporta uno scambio di battute tra due semicori.[4]

Aristotele inoltre attribuisce alla tragedia origini doriche: la parola drama (δρᾶμα) è per lui riconducibile al dorico dran (δρᾶν), che significa "fare, agire". Di diverso avviso erano però gli Ateniesi, che consideravano la tragedia un'antica invenzione della loro polis. A questo proposito va detto che, sia per la loro struttura sia per l'ispirazione concettuale, i drammi sono strettamente legati alla civiltà ateniese; è pur vero che i cori presentano una patina linguistica dorica, ma questa è una caratteristica comune che si ritrova in tutta la lirica corale. La parola drama, poi, rimanda esplicitamente al fatto che la tragedia è un'azione rappresentata e non narrata, e sembra quindi ipotizzabile che sia stata adottata successivamente, quando il genere aveva ormai raggiunto la sua forma canonica.[5]

Altrettanto difficile è ricostruire l'origine del termine tragodìa (τραγῳδία), che secondo la maggior parte degli studiosi è da mettere in relazione con le parole trágos (τράγος), "capro", e ōdē (ᾠδή), "canto". Sembra tuttavia che già gli antichi avessero dimenticato a cosa si riferiva l'espressione "canto del capro": forse ai travestimenti caprini che indossavano i primi attori per imitare i satiri, oppure al fatto che il vincitore degli agoni riceveva in premio un capro.[6] Non è inoltre da escludere che il capro fosse un animale totemico, associato a Dioniso, oppure ancora che un capro venisse sacrificato in occasione dei riti del dio.[7]

I Greci e il tragico[modifica]

Tragedia ed epica[modifica]

Uno dei primi elementi su cui riflettere è l'affinità tra tragedia ed epica. Un rapporto stretto, se si considera che Eschilo amava definire i suoi drammi «avanzi del banchetto di Omero». Entrambe nascono dall'oralità, cioè dalla viva recitazione di fronte a un pubblico, ed entrambe traggono i loro temi dal mito. Tuttavia diverso è il contesto culturale. L'epica, più antica, affonda le sue radici in quella che gli studiosi chiamano «civiltà della vergogna», in cui ogni individuo viene apprezzato dalla società a partire da ciò che rappresenta. La tragedia, che è successiva all'epica, è invece il risultato di una «civiltà della colpa», in cui invece l'azione degli uomini è valutata a partire da valori etici universali. I poeti tragici tentano di ricondurre a verità e giustizia le contraddizioni degli uomini, ma questi risultano alla fine imperfetti perché sottoposti a una legge più forte, quella della necessità (ἀνάγκη, ananke). Diverso è anche il modo con cui il mito viene la raccontato. La tragedia, in particolare, seleziona un frammento della narrazione e lo approfondisce, narrandolo dal punto di vista di un personaggio, cioè dell'eroe tragico, con cui gli spettatori sono chiamati a identificarsi.[8] L'epica inoltre è principalmente parola, narrazione, mentre la tragedia è azione.

Funzioni del tragico[modifica]

Copia romana in Palazzo Altemps del busto di Aristotele di Lisippo

Sempre Aristotele scrive che la tragedia

« è imitazione di un'azione seria e compiuta, [...] che attraverso la pietà e la paura produce la purificazione (κάϑαρσις) di questi elementi. »
(Aristotele, Poetica 1449b)

Il passo, ampiamente dibattuto tra gli studiosi, fornisce una definizione della tragedia («imitazione di un'azione seria e compiuta»), ma anche una chiave per ricostruire il rapporto tra la rappresentazione drammatica e il pubblico. La tragedia mette anzitutto in scena la sofferenza (πάϑος, pathos) di un eroe, che a seconda dei casi può essere dovuta a una colpa o alla volontà di una divinità, oppure può essere addirittura immotivata e assurda. Il dolore del protagonista, destinato a vedere ogni propria azione fallire contro le avversità, è una metafora della condizione umana, che quindi si rivela essenzialmente tragica. Spesso l'eroe è posto di fronte a una scelta, ma qualsiasi sarà la sua decisione non porterà ad altro che a nuove sofferenze; nonostante ciò, l'eroe non si abbandona all'angoscia ma affronta la vita, ben conscio delle conseguenze infelici di ogni azione. D'altra parte, la sua libertà di scelta è limitata dal fatto di essere sovradeterminato da altri fattori, come la morte, il destino, le divinità, le leggi della città, ma anche i moti interiori dell'animo umano.[9]

Tutto ciò faceva sì che tra attori e spettatori si instaurasse un forte coinvolgimento emotivo: il pubblico si immedesimava completamente con l'azione scenica, e da essa veniva purificato. Più complesso è però stabilire che cosa intendesse Aristotele con catarsi, cioè purificazione, un termine che rimanda sia a una pratica magica sia alla medicina. È comunque evidente che la tragedia non era un mero intrattenimento, ma era un evento collettivo che aveva ricadute psicologiche su tutti i cittadini.[10]

Struttura di una tragedia[modifica]

La tragedia aveva una struttura fissa, suddivisa in diverse parti.[11]

  • Prologo (πρόλογος, prólogos, "discorso preliminare"): introduce all'argomento del dramma, attraverso un monologo oppure un dialogo tra due personaggi. Nel teatro di Eschilo e Sofocle spesso segna l'inizio dell'azione drammatica, con l'ingresso sulla scena dei protagonisti.
  • Parodo (πάροδος, párodos): il coro entra sulla scena attraverso due corridoi laterali (πάροδοι) e occupa il centro dell'orchestra, eseguendo un canto all'unisono accompagnato da passi di danza. In casi molto rari, prologo e parodo coincidono (gli unici esempi conosciuti sono le Supplici e i Persiani di Eschilo).
  • Episodi (ἐπεισόδια, epeisódia): le parti in cui viene divisa l'azione scenica vera e propria. In genere sono tre e contengono i dialoghi tra i vari personaggi oppure tra un personaggio e il coro. Nelle tragedie più antiche c'era un unico attore, che dialogava con il coro; la tradizione attribuisce a Eschilo l'introduzione di un secondo attore e a Sofocle l'aggiunta del terzo. Talvolta l'attore poteva essere accompagnato in scena da una comparsa, che rimaneva muta.
    Gli attori potevano cantare oppure recitare, e in quest'ultimo caso si distingueva tra la recitazione vera e propria (in trimetri giambici) e la parakataloghé (παρακαταλογή), cioè la recitazione accompagnata da flauti, la cui musica sottolineavano l'intensità emotiva di una scena. Nel dialogo tragico è inoltre possibile riconoscere alcune forme fisse.
    • La rhēsis (ῥῆσις) è un lungo monologo di un personaggio (in genere un messaggero che riporta fatti non rappresentati direttamente sulla scena); talvolta, in particolare nelle tragedie di Euripide, viene usata anche nelle parti dialogate per creare un agone, in cui due personaggi si confrontano a parole.
    • La stichomythía (στιχομύθια) è uno scambio di battute, ciascuna di un solo verso, tra due personaggi, ed è usata soprattutto nei momenti più concitati.
    • La monōdía (μονῳδία), è il canto a solo di un attore; questi può cantare anche in duetto con il coro (κομμός, kommós) oppure alternandosi con un altro attore (ἀμοιβαῖος, amoibáios).
  • Stasimi (στάσιμα, stásima): sono parti liriche cantate dal coro, e sono poste tra la fine di un episodio e l'inizio del successivo, quando gli attori escono di scena. La tragedia veniva sospesa e il coro commentava e analizzava gli eventi, introducendo tematiche morali o dando spunto a dibattiti sulla società. Con il passare del tempo il coro perse di importanza, e gli stasimi diventarono una semplice occasione per virtuosismi poetici (come sembra avvenire in alcuni drammi di Euripide).
  • Esodo (ἔξοδος, éxodos): la parte finale della tragedia, con lo scioglimento dell'azione drammatica e l'uscita di scena del coro.

I poeti tragici[modifica]

I primi poeti tragici[modifica]

I primi agoni drammatici furono istituiti da Pisistrato attorno al 535 a.C., e secondo la testimonianza del Marmor Parium furono vinti da Tespi del demo di Icaria, che ricevette come premio un capro. Tespi è però una figura semileggendaria legata al culto di Dioniso: Icaria era infatti il luogo in cui, secondo il mito, Dioniso sia era manifestato a un uomo chiamato appunto Icario, il quale a sua volta aveva diffuso il vino tra i pastori locali. Si racconta inoltre che Tespi si dipingesse il volto di bianco usando la biacca e che solo in un secondo momento abbia inventato la maschera.[12]

Storicamente accertata è invece la figura di Frinico, uno dei più antichi poeti tragici conosciuti, che secondo le fonti fu il primo a introdurre personaggi femminili nelle tragedie.[13] La sua opera più famosa è La presa di Mileto: portata in scena forse nel 493 a.C., narrava della distruzione della città da parte dei Persiani. A lui si devono anche le Fenicie (476 a.C.), un altro dramma storico, dedicato però alla vittoria ateniese contro i Persiani. Gli vengono poi attribuite varie opere di tema mitologico, come Danaidi, Alcesti, Tantalo e Atteone. Delle sue tragedie non rimangono che i titoli e pochi frammenti.

Pratina di Fliunte (attivo tra il V e il IV secolo a.C.) è invece ricordato come l'inventore del dramma satiresco.[14] Si dice che Pratina abbia composto 50 opere, 32 delle quali erano appunto drammi satireschi: un numero enorme, che contrasta con le informazioni che abbiamo sull'organizzazione degli agoni drammatici, nei quali ogni autore presentava tre tragedie e solo un dramma satiresco. Non è nemmeno chiaro se abbia effettivamente inventato il genere o se si sia limitato a introdurlo nei concorsi.[15]

I tragici minori[modifica]

I principali tragediografi greci sono Eschilo, Sofocle ed Euripide. Dei primi due possediamo sette tragedie complete, mentre del terzo ne abbiamo ben diciannove. Le loro sono però una minima parte della produzione teatrale dell'epoca, che dovette essere enorme. Ad Atene erano infatti attivi molti altri poeti tragici, dei quali si sono noti solo i nomi, i titoli di alcune loro opere e brevi frammenti.

Ione di Chio fu un poeta versatile, che si dedicò a diversi generi. Partecipò al suo primo agone drammatico attorno al 450 a.C. e secondo le fonti antiche le sue tragedie erano la parte migliore della sua produzione, che dovette essere molto varia e ampia. Tuttavia su di lui pesa il giudizio dell'anonimo del Sublime, secondo il quale il solo Edipo di Sofocle valeva più di tutta quanta l'opera di Ione, segno che probabilmente il punto di forza dei suoi drammi era la raffinatissima cura formale.

Agatone ci è noto perché ampiamente citato da altri autori. Dal Simposio sappiamo che vinse l'agone del 416 a.C., e nello stesso dialogo Platone gli fa pronunciare un discorso fittizio sull'amore, molto probabilmente imitando il suo stile poetico. Agatone doveva usare molti artifici poetici, ricorrendo in particolare a raffinate figure ritmiche. Aristotele invece gli attribuisce l'introduzione degli embolima, intermezzi corali estranei alla trama, e il ricorso a fatti e personaggi non ripresi dalla tradizione. Purtroppo però delle sue opere rimane solo un esiguo numero di frammenti. Tra i titoli si ricordano Aerope, Alcmeone, Oreste, Misi, Telefo e Antheus.[16]

Nel IV secolo la tragedia del secolo precedente era ormai assurta a modello: basti pensare che a partire dal 386 a.C. fu stabilito che le Dionisie si sarebbero dovute aprire con la rappresentazione di una tragedia antica. Le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide divennero presto degli esempi da imitare, ma giudicati irraggiungibili per la loro perfezione. Questo scoraggiò gli autori dal tentare nuove sperimentazioni, che divennero sempre più rare. Viceversa, se la figura dell'autore perdeva di importanza, cresceva il prestigio dell'attore, le cui doti di recitazione divennero sempre più apprezzate dal pubblico. Tra i pochi nomi di tragediografi dell'epoca si ricordano Teodette di Faselide e Moschione.[17]

L'età ellenistica[modifica]

Durante l'Ellenismo la tragedia varcò i confini di Atene: teatri furono costruiti in molte altre polis, dove vennero fondate anche compagnie di attori che mettevano in scena i drammi antichi. Si formarono inoltre cerchie di poeti, autori di tragedie. La più famosa fu la cerchia dei poeti della Pleiade, che si riunì ad Alessandria attorno alla corte di Tolomeo II Filadelfo. Della loro vasta produzione si conserva al giorno d'oggi solo l'Alessandra di Licofrone di Calcide (prima metà del III secolo a.C.), che tuttavia non ha le caratteristiche della tragedia classica. Si presenta infatti come un lungo monologo in cui Cassandra (qui chiamata Alessandra) espone una serie di profezie, usando un linguaggio oscuro ed enigmatico, secondo il gusto diffuso alla corte alessandrina.[18]

Note[modifica]

  1. Giuseppe Zanetto, Il teatro, in Alla fonte delle Muse. Introduzione alla civiltà greca, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 113.
  2. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 170.
  3. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 171.
  4. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, pp. 26-27.
  5. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 171-172.
  6. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, pp. 28.
  7. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 172.
  8. Giuseppe Zanetto, Il teatro, in Alla fonte delle Muse. Introduzione alla civiltà greca, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 113-114.
  9. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, pp. 25 -26.
  10. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, p. 24.
  11. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, pp. 33-37.
  12. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, p. 32.
  13. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 178.
  14. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, pp. 33-34.
  15. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 179.
  16. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 242-243.
  17. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 243.
  18. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 243-244.