Teatro greco/Menandro

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Massimo esponente della commedia néa, Menandro porta sulla scena situazioni quotidiane che si sviluppano all'interno di una sfera intima e familiare, indagandone i sentimenti e le tensioni.

Cenni biografici[modifica]

Busto di Menandro, copia romana di un originale greco del IV secolo a.C. Hermitage, San Pietroburgo, Russia

Menandro nacque da una famiglia nobile nel 342/341 a.C., nel demo di Cefisia. Ebbe un'educazione filosofica: fu allievo di Teofrasto e frequentò Epicuro. Fu amico del filosofo Demetrio Falereo, che tra il 317 e il 307 a.C. governò Atene sotto il protettorato macedone. Esordì come poeta nel 322 con la commedia Ira, ma raggiunse l'apice della carriera nel periodo del governo di Falereo. Ottenne il suo primo successo nel 317 con Il misantropo, e in seguito ebbe altre sette vittorie. Si tratta tuttavia di un numero esiguo, spiegato dai contemporanei con i brogli messi in atto dal rivale Filemone. Le informazioni sono comunque molto scarse e risulta difficile datare le opere e i successi. Quando Falereo fu scacciato, Menandro rischiò un processo e si salvò solo grazie all'intercessione di un parente di Demetrio Poliorcete, diventato nuovo leader della città. D'altra parte, il poeta non si interessò mai alla politica, ma si dedicò unicamente al teatro e alla sua passione per le donne (e in particolare per un'etera di nome Glicera). Rimase ad Atene anche quando il re Tolemeo Soter lo invitò a trasferirsi ad Alessandria. La morte lo colse prematuramente nel 291 a.C., annegato mentre nuotava nel Pireo.[1]

Caratteri della drammaturgia di Menandro[modifica]

Il pubblico ai tempi di Menandro era diverso da quello dell'epoca di Aristofane, e andava agli spettacoli teatrali solo per trovare momenti di intrattenimento ed evasione. Eppure, memore della grande tradizione della commedia greca, Menandro non rinunciò a partecipare alle tensioni e alle ansie della collettività attraverso i suoi drammi. I suoi personaggi sono alle prese con vicende personali e familiari del tutto simili a quelle che incontrano gli spettatori nella vita di tutti i giorni. Diversamente da quanto avviene nella realtà, però, i grandi eventi storici non sono in grado di distruggere questo micromondo fatto di sentimenti, ma al massimo lo incrinano. C'è una fiducia inossidabile in una giustizia immanente: niente può imporre la vittoria del male sul bene. Ogni commedia si conclude con un lieto fine, in cui gli equivoci si chiariscono e le tensioni familiari si risolvono felicemente. Il mondo del teatro di Menandro è quindi un mondo ideale, attraverso cui viene esorcizzato il disorientamento tipico della sua epoca. I protagonisti arrivano alla felicità, ma solo dopo aver provato la sofferenza e solo dopo aver approfondito la conoscenza della condizione umana, giungendo alla solidarietà e al rispetto reciproco.[2]

Dal punto di vista tecnico, Menandro rispetta le tre unità di tempo, spazio e azione, e negli intrecci segue due tipologie:

  • nel primo tipo, un personaggio ha un desiderio, ma la sua realizzazione viene ostacolata da un equivoco oppure da un altro personaggio, e la commedia si risolve con il superamento dell'ostacolo e il raggiungimento del desiderio;
  • nel secondo tipo, un equivoco minaccia di incrinare una situazione che si credeva definitiva, e la commedia procede con il chiarimento dell'equivoco.

Per quanto riguarda invece la lingua, Menandro ricorre a uno stile più colloquiale, meno immaginoso di quello adottato da Aristofane. Viene inoltre ridotta la presenza dei termini attici, una conseguenza del nuovo ambiente cosmopolita tipico dell'Ellenismo.[3]

Una particolarità dell'opera di Menandro è la sua fortuna postuma. Le sue commedie furono infatti usate come modelli dai commediografi latini come Plauto e Terenzio. Spesso veniva ripresa fedelmente la trama, a cui però venivano aggiunti elementi originali. Altre volte, trame di commedie diverse venivano assemblate insieme. Dal teatro latino è quindi possibile farsi un'idea delle caratteristiche della commedia néa.

Le commedie[modifica]

Autore prolifico, Menandro compose più di cento commedie. Per lungo tempo si è però ritenuto che l'intero corpus delle sue opere fosse perduto, finché a metà del Novecento non furono rinvenuti in Egitto alcuni papiri che contenevano i frammenti di una ventina di commedie. Tra queste, l'unica completa è Il misantropo, mentre di altre possediamo ampie parti: La donna di Samo, La donna tosata, Lo scudo, L'arbitrato. Più lacunosi sono invece L'uomo di Sicione e L'odiato, dei quali è difficile persino ricostruire la trama.[4]

Il misantropo[modifica]

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Il misantropo o Il bisbetico (Δύσκολος) diede a Menandro la sua prima vittoria, nel 317 a.C.[5] Il titolo deriva dal carattere di uno dei protagonisti, Cnemone.

Trama
Il giovane Sostrato si innamora della figlia di Cnemone, un vecchio contadino solitario e misantropo. Per tentare di accattivarsi le simpatie del vecchio, Sostrato si finge contadino e va a lavorare nei campi, dove conosce Gorgia, un figliastro di Cnemone. Nel frattempo la madre di Sostrato decide di offrire un sacrificio al dio Pan, e il rito si svolge nella grotta vicino alla casa di Cnemone. Il vecchio, alla vista di tanta gente, decide di rimanere in casa. Sostrato, deluso per non essere riuscito a incontrare il padre della sua amata, torna dalla campagna e si unisce ai festeggiamenti. Qui giunge improvvisamente la notizia che Cnemone è caduto in un pozzo mentre tentava di recuperare un'anfora persa da una serva. Salvato da Sostrato e Gorgia, e reso più ragionevole dallo scampato pericolo, Cnemone accetta la proposta del giovane e gli concede in sposa la figlia. Anche Gorgia, a sua volta, sposa la sorella di Sostrato

Prima opera di Menandro, dimostra di essere ancora acerba nella composizione: il piano serio, espresso da Sostrato e Gorgia, e quello burlesco non sono ancora saldati l'uno all'altro, ma sembrano piuttosto giustapposti. Anche il ravvedimento di Cnemone, per la sua portata etica, è troppo repentino e collegato con un semplice incidente casuale. Menandro, in compenso, è particolarmente abile a disegnare i caratteri e a costruire situazioni briose e divertenti.[6]

La donna di Samo[modifica]

Incerta è la data della Donna di Samo (Σαμία), così come quella di tutte le altre opere di Menandro. Rispetto al precedente, questa commedia risulta meglio compiuta: gli eventi discendono direttamente dai caratteri dei personaggi, e Menandro si dimostra un attento osservatore dell'animo umano.[7]

Trama
Demea ha un figlio adottivo, Moschione, che è innamorato di Plangone, la figlia del vicino di casa Nicerato. Mentre i due padri sono lontani da casa, Plangone partorisce un figlio, avuto da Moschione. Per evitare uno scandalo Criside, la concubina di Demea, una ragazza originaria di Samo, accetta di far passare il neonato per suo figlio. Al ritorno di Demea però iniziano le complicazioni: ascoltando i discorsi di una serva, il padrone di casa intende che il padre del bambino sia Moschione. Credendo quindi che tra il ragazzo e la concubina ci sia una relazione sconveniente, allontana da casa Criside, che viene ospitata da Nicerato. La situazione si risolve nel finale, quando Demea e Moschione si chiariscono. Demea riesce anche a calmare il furibondo Nicerato, che nel frattempo aveva scoperto che la vera madre del bambino era la figlia Plangone: i due padri si accordano per un matrimonio riparatore. Moschione però, offeso dai sospetti del padre, minaccia di partire soldato, e solo le parole benevole di Demea riescono a convincerlo a celebrare le nozze.

La donna tosata[modifica]

La donna tosata (Περικειρομένη) porta sulla scena nuovamente una figura femminile, a cui la società ha dato un ruolo subalterno e inferiore rispetto alle sue doti morali. La protagonista, donna sensibile ma relegata in una condizione umile, può sposare l'uomo che ama solo dopo che è stata fatta luce sulle sue origini, secondo il principio di giustizia poetica proprio di Menandro.

Trama
Glicera è figlia adottiva di una vecchia di condizioni povere, e ha per amante un soldato di nome Polemone. Poco prima di morire, la madre adottiva le rivela che Moschione, il giovane adottato dalla vicina di casa Mirrina, è in realtà suo fratello gemello. Glicera non rivela a nessuno il segreto e quando Moschione, innamoratosi di lei, cerca di baciarla, lei lo abbraccia teneramente. Alla scena assiste però Polemone, che punisce l'amata tagliandole i capelli. La soluzione arriva però grazie a un altro vicino di casa, Pateco, che rivela di essere il padre di Glicera e Moschione e di averli abbandonati perché povero. Glicera, riconosciuta dal padre, può legittimamente sposare Polemone, che si pente per il suo gesto dettato dalla gelosia.

Lo scudo[modifica]

Della commedia Lo scudo (Ἀσπίς) possediamo ampie parti, ma non il finale, che è comunque ricostruibile a partire dai frammenti.

Trama
Davo, servo del ricco Cleostrato, torna a casa con lo scudo del padrone che crede morto in battaglia (ma che in realtà è ancora vivo). Si scatena così un conflitto tra i due zii di Cleostrato per la mano della sorella di lui, l'unica erede delle sue ricchezze: Smicrine vorrebbe sposarla per accaparrarsi l'eredità, mentre Cherestrato, a cui la ragazza è stata affidata, l'ha già promessa sposa a un suo figliastro. Davo propone quindi di ingannare Smicrine, facendogli credere che Cherestrato sia morto. In quel caso, infatti, Smicrine, che è mosso dall'avidità, rinuncerà alla sorella di Cleostrato per sposare la figlia di Cherestrato, erede di una patrimonio maggiore. Solo a quel punto Cherestrato rivelerà l'inganno. Il seguito della commedia è lacunoso, ma si riesce comunque a ricostruire che nel finale Smicrine cade in trappola e Cleostrato ritorna sano e salvo.

Menandro dà prova di grande virtuosismo compositivo, mescolando gioia e sofferenza: l'intrigo arguto architettato da Davo si collega con la condizione di pathos e sofferenza in cui si muovono i personaggi. Riesce inoltre a dipingere con maestria i caratteri dei personaggi, e in particolare in Davo, che si dimostra fedele ma anche risoluto quando è necessario risolvere la situazione.[8]

L'arbitrato[modifica]

L'arbitrato (Ἐπιτρέποντες) mostra ancora una volta i meccanismi e i sentimenti interni a un microcosmo familiare.

Trama
Carisio viene a sapere dal servo Onesimo che la moglie Panfile, appena sposata, ha approfittato di una sua assenza per esporre un bambino, avuto prima del matrimonio. Deluso, Carisio si ritira a casa dell'amico Cherestrato, insieme con la flautista Abrotono. Intanto Smicrine, il padre di Panfile, deve intato fare da arbitro in una delicata situazione: un carbonaio e un pastore si contendono un trovatello e gli oggetti preziosi che aveva addosso. Smicrine deciderà di assegnare al carbonaio il bambino e i preziosi. Tra questi, però, Onesimo riconosce un anello appartenuto a Carisio e da lui perso una notte, dopo avere sedotto una ragazza sconosciuta, e Abrotono, presente quella notte, riconosce in Panfile quella ragazza. Carisio scopre quindi di essere il seduttore di Panfile e di avere dubitato a torto della moglie. Nel finale, perduto, Cariso riprendeva con sé la donna e il bambino.

La commedia si basa sulla struttura tradizionale del gioco di coincidenze, che però viene superato dalla riflessione morale di Menandro. I due sposi sono sottoposti a una prova, alla fine della quale Carisio deve riconoscere la statura morale della moglie. Alla fine, la coppia rinsalda la propria unione e rinnova i sentimenti che li avevano legati. Tutta la trama si muove seguendo la dialettica che si instaura tra i caratteri dei personaggi, secondo un destino immanente agli esseri umani.

Note[modifica]

  1. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 418-419.
  2. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 417.
  3. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 425-427.
  4. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 418.
  5. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 419.
  6. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 420.
  7. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 420-421.
  8. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 424.