Teatro greco/Sofocle

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Se Eschilo era ancora ricollegabile alla poesia arcaica, sia per il suo stile sia per il suo sistema di valori, Sofocle può invece essere considerato il principale rappresentante della poesia classica e della cultura nell'età di Pericle. Molti critici hanno infatti indicato due sue opere, l'Antigone e l'Edipo Re, come i più tipici esempi della tragedia greca.

Cenni biografici[modifica]

Busto di Sofocle, copia romana di un originale greco. Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen, Danimarca

Sofocle ebbe una lunga carriera artistica, coronata da successi ma anche da cariche pubbliche e religiose. Nato nel 496 a.C. nel demo di Colono, esordì nel 468 a.C., riuscendo a vincere alla sua prima partecipazione a un agone drammatico e avendo tra i competitori persino Eschilo. La sua personalità lo rese uno degli uomini più in vista dell'Atene dell'epoca, al punto da diventare un punto di riferimento per vari aspetti della vita cittadina. Fu un politico attivo e ricoprì cariche prestigiose: nel 443 fu ellenotamo (tesoriere della lega delioattica) e nel 445 arconte. Morì ad Atene nel 405/406 a.C., continuando fino all'ultimo a comporre tragedie.

Caratteri della drammaturgia di Sofocle[modifica]

Le tragedie di Sofocle si caratterizzano per la loro armonia e per il loro equilibrio. Eppure, i suoi drammi sono attraversati da ambiguità e inquietudine. La differenza tra bene e male non viene mai rimarcata esplicitamente e manca completamente una visione provvidenziale della realtà. I suoi personaggi sono lasciati soli a soffrire, spesso senza una ragione. In questo modo il mondo sovrannaturale viene posto fuori dalla vista degli uomini, considerato un insieme di forze inconoscibili che guidano il destino dei mortali. Accanto a questi temi però si affacciano anche quelli che erano oggetto di dibattito nell'Atene periclea, come il rapporto tra la legge della città e la legge della natura, o tra l'individuo e la collettività.

L'eroe sofocleo è un individuo isolato che, suo malgrado, è posto da forze sconosciute di fronte al suo dolore. Dotato di grandi qualità morali e intellettuali, l'eroe tragico si staglia sugli altri personaggi, che non riescono e non possono essere al suo stesso livello. Sono figure profonde e dotate di spessore psicologico, capaci di riflettere su se stesse, sulla propria condizione, e di evolversi. Elemento tipico della tragedia sofoclea è infatti la metabolé (μεταβολή), il momento in cui il protagonista comprende con dolore il proprio destino e l'incapacità di opporvici.

Sofocle fu però anche un innovatore: introdusse il terzo attore, aumentò il numero dei coreuti da 12 a 15, migliorò le macchine sceniche ed allentò il vincolo tra le opere di una trilogia. Quest'ultima fu un'innovazione particolarmente importante rispetto al teatro eschileo, perché in questo modo ogni tragedia poteva avere una propria autonomia. Per quanto riguarda lo stile, invece, pur mantenendo un tono elevato, adottò un linguaggio medio, che raggiungeva vette lirica solamente nei cori.[1]

Le tragedie[modifica]

Come per Eschilo, anche per Sofocle la tradizione ci ha tramandato solo sette tragedie, a fronte degli oltre centotrenta titoli che gli venivano attribuiti: l'Aiace, le Trachinie, l'Antigone, l'Edipo Re, il Filottete, l'Elettra e l'Edipo a Colono.

Aiace[modifica]

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La più antica tragedia di Sofocle è l'Aiace (Αἴας), risalente forse al 450 a.C. circa.

Trama
Odisseo e Atena raccontano l'antefatto: Aiace si è infuriato perché le armi di Achille sono state date a Odisseo, suo rivale, e ha pensato di vendicarsi degli Achei, ma a causa di un artificio di Atena ha finito per aggredire un gregge, scambiandolo per i suoi nemici. Resosi conto dell'accaduto, Aiace decide di darsi la morte. A nulla valgono le preghiere della moglie Tecmessa e del coro, composto da marinai di Salamina: dopo avere salutato il figlioletto, l'eroe si sposta alla spiaggia, dove si uccide dopo un lungo monologo. Il coro e la moglie ritrovano il cadavere, che Agamennone e Menelao vorrebbero lasciare agli uccelli. Odisseo e Teucro, fratellastro di Aiace, ottengono invece di poter dargli degna sepoltura.

Nell<nowiki'</nowiki>Aiace compaiono alcuni temi propri della poetica di Sofocle, come la vulnerabilità dei grandi uomini, la solitudine, la violenza della divinità, impossibilità di sottrarsi al destino di infelicità proprio dell'uomo. La tragedia inoltre appare divisa in due dalla morte di Aiace, in quella che forse è una sperimentazione dell'autore: la seconda parte è occupata da un dibattito in cui Teucro vuole concedere i funerali al fratelli, controllo al volontà dei due Atridi, il cui odio è inarrestabile. La parola finale, di pietà, sarà pronunciata da Odisseo. In tutto questo tempo il cadavere dell'eroe rimane sulla scena, a simboleggiare che la sua sorte non si compie con la morte, e che la sua vita ha saputo trovare una redenzione e un riscatto presso gli uomini.[2]

Antigone[modifica]

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L'Antigone (Ἀντιγόνη) fu rappresentata nel 442 a.C.

Trama
La guerra tra Eteocle e Polinice si è conclusa con la morte di entrambi. Il nuovo re Creonte ordina però che a Polinice non venga data sepoltura, violando così una delle principali norme religiose greche. Antigone, sorella di Polinice, disubbidisce e per due volte viene sorpresa a gettare terra sul corpo del fratello. Creonte la condanna quindi a morte, ignorando le richieste del figlio Ermone, fidanzato di Antigone. Rinsavisce solo dopo avere ascoltato gli ammonimenti dell'indovino Tiresia, quando ormai è troppo tardi. Antigone si è infatti impiccata nella caverna in cui era stata rinchiusa, mentre Ermone si è ucciso dopo avere maledetto il padre. Anche la regina Euridice, saputa la notizia, si ritira per togliersi la vita. Creonte rimane così solo nel suo dolore.

La tragedia è stata letta come la contrapposizione tra lo Stato, incarnato da Creonte, e la famiglia, di cui è portavoce Antigone: i due personaggi si dividono la scena, come due protagonisti. Eppure la situazione di Antigone non conosce mutamento, l'eroina rimane identica a se stessa, consapevole e determinata fino alla fine, quando si toglie la vita. Creonte viceversa conosce una trasformazione, la sua scelta iniziale lo porterà alla follia e alla solitudine. Gli dèi puniscono quindi la tracotanza del re che ha osato opporsi a una norma sacra. Eppure, nella loro punizione le divinità hanno colpito anche Antigone, secondo una decisione insondabile che conferisce tensione tragica all'opera. Con la sua determinazione eroica, Antigone ha commesso lo stesso errore di Creonte: ha rifiutato di riconoscere le norme che limitano l'autonomia umana, un comportamento che ha pagato con la morte.[3]

Trachinie[modifica]

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Incerta è la data in cui furono rappresentate le Trachinie (Τραχίνιαι), anche se probabilmente sono precedenti all'Edipo Re.

Trama
Deianira, moglie di Eracle, attende a Trachis il ritorno del marito ed esprime la sua angoscia al coro delle donne della città. L'eroe viene preceduto da un gruppo di donne, fatte prigioniere dopo la presa della città di Ecalia. Tra esse c'è Iole, che rivela di essere stata il motivo per cui Eracle ha compiuto l'impresa. Per riconquistare l'affetto del marito, Deianira gli invia un abito intriso di un filtro d'amore fatto con il sangue del centauro Nesso, non sapendo però che era stato contaminato con il sangue dell'Idra, un potente veleno. Ciò che accade dopo è raccontato da Illo, figlio di Eracle: appena il padre ha indossato il vestito è stato colto da atroci dolori, tali da ridurlo in fin di vita. Deianira, disperata, si uccide. Eracle, giunto a Trachis, inizialmente pensa di punire la moglie, ma scoperta la verità ricorda di una profezia, secondo cui sarebbe morto a causa di un morto. L'eroe dispone quindi che il figlio sposi Iole e chiede di essere deposto sulla pira funebre, sulla quale appiccherà personalmente il fuoco.

Nelle Trachinie Sofocle ricorre alla sua ironia, nata dalla drammatica constatazione che l'uomo vive in una realtà irrazionale e che le azioni fatte a fin di bene spesso hanno risultati nefasti. In questo caso, il filtro d'amore di Deianira si rivela un veleno. Eracle alla fine della tragedia riconosce che tutti i vaticini ricevuti collimano, ma questa scoperta non gli serve a cambiare la sua sorte. La sua figura è interpretata come quella dell'eroe che ha sconfitto i mostri e ha dato inizio a una nuova fase per l'umanità, ma che tuttavia non può sottrarsi al destino di morte. Gli uomini non possono opporsi né conoscere il volere degli dèi, ma possono solo vivere senza sapere quali circostanze hanno determinato la loro vita e quali provocheranno la loro rovina.[4]

Edipo Re[modifica]

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L'Edipo Re (Οἰδίπους τύραννος) è probabilmente anteriore al 425 a.C.

Trama
La città di Tebe è colpita da una contaminazione, a cui si potrà porre fine solo quando verrà punito l'assassino del re Laio. Il re Edipo, su richiesta del coro, si impegna a trovare il colpevole. Interroga l'indovino Tiresia, che dapprima rifiuta di rispondere alle domande e poi accusa Edipo in persona, che inizialmente crede a una congiura. La moglie Giocasta, già vedova di Laio, ricorda che al vecchio re era stato predetto che sarebbe stato ucciso dal figlio, ma il loro unico nato era stato assassinato subito dopo la nascita. Anche Edipo ricorda che un vaticinio aveva predetto che avrebbe ucciso suo padre. Intanto, un messaggero da Corinto annuncia la morte di Polibo, padre di Edipo, ma informa anche che Edipo era stato adottato. Giocasta, intuita la verità, si suicida. Edipo invece prosegue le indagini e infine viene a sapere di essere il figlio di Laio da un vecchio servo del re. Per punirsi, Edipo di acceca e lascia la città, mentre Creonte, fratello di Giocasta, viene acclamato nuovo re.

L'Edipo Re è considerata dalla critica moderna come uno dei vertici della tragedia greca classica. Tutto il dramma si svolge come un enigma: da una parte c'è Edipo che indaga sui misteri che lo circondano, dall'altra però è lo stesso Edipo ad essere un mistero che deve essere decifrato. La colpa di Edipo non sono né il parricidio né l'incesto, ma è il suo stesso ingegno a compiere una hybris, nel momento in cui cerca di superare la propria debolezza. Edipo è quindi un simbolo dell'uomo che non può niente contro le forze che trascendono la sua volontà e che gli sono incomprensibili. La catastrofe è inevitabile e l'eroe tragico non può evitarla.[5]

Elettra[modifica]

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Non è nota nemmeno la data in cui fu rappresentata l'Elettra (Ἠλέκτρα), anche se si ipotizza che sia successiva di pochi anni all'Edipo Re. Il tema è lo stesso delle Coefore, anche se non è possibile individuare, negli intenti di Sofocle, la volontà di rivaleggia con Eschilo.

Trama
Giunto a Micene per vendicare l'uccisione del padre, Oreste e il suo pedagogo visitano la tomba di Agamennone. Elettra intanto piange per la sua condizione. Clitemnestra, in seguito a sogni di cattivo auspicio, manda la figlia Crisotemi a compiere libagioni sulla tomba di Agamennone, ma Elettra convince la sorella a pregare non per la madre, ma per il fratello. Segue un duro confronto tra Elettra e Clitemnestra, a cui pone fine il pedagogo, che annuncia la morte di Oreste. Clitemnestra è sollevata, mentre Elettra cade nella disperazione; pensa addirittura di portare avanti da sé la vendetta del fratello, ma è fermata dall'inazione di Crisotemi. Oreste comunque torna a palazzo e uccide Clitemnestra, quindi, con l'aiuto di Elettra, tende una trappola a Egisto, che viene assassinato.

Nell'Elettra Sofocle rinuncia alla sua visione tragica del mondo. Il punto di vista viene spostato da Oreste a Elettra, della quale viene dato un approfondito ritratto psicologico. La ragazza prova un profondo odio per la madre e per l'amante di lei, che l'hanno costretta a una vita di sudditanza. Clitemnestra, viceversa, si rivela meschina, facendo risaltare ancora di più la grandezza della figlia. Nel finale non c'è accenno a una colpa dei due fratelli per il delitto commesso. Il gesto di Elettra può infatti essere visto come positivo, come rivolta di chi è stato vissuto in uno stato di libertà negata e che sa di avere un destino da compiere.[6]

Filottete[modifica]

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Il Filottete (Φιλοκτήτης) fu rappresentato nel 409 a.C.

Trama
Odisseo e Neottolemo raggiungono l'isola di Lemno, dove Filottete era stato abbandonato dieci anni prima dagli Achei perché colpito da un orribile morbo. Il loro compito è riportarlo nell'esercito, poiché è stato vaticinato che senza l'arco e le frecce di Eracle, custodite da Filottete, Troia non sarebbe stata sconfitta. Odisseo mette a punto un piano: Neottolemo finge di odiare gli Atridi, che Filottete considera propri nemici, e si guadagna così le simpatie del vecchio. Commosso dalla sua condizione di infermo, Neottolemo però finisce per rivelargli tutta la verità. Segue un duro confronto tra i tre eroi, durante il quale Filottete rifiuta di unirsi agli Achei e consegna le sue armi a Neottolemo, che però gliele restituisce. Alla fine il vecchio si lascia persuadere da Eracle, che lo convince a raggiungere i Greci.

Sofocle porta all'estremo la sua capacità introspettiva, in questa tragedia che si basa unicamente sul dialogo tra tre personaggi, uno dei quali, Filottete, alla fine si ritrova diverso dall'inizio in seguito a un processo interiore. È un fatto abbastanza unico nella tragedia greca del periodo: Filottete, nella sua solitudine, ha imparato a conoscere la natura e le leggi dell'universo che lo circorda. Proprio questa conoscenza gli ha consentito di sapere che la volontà di scelta è tutt'uno con la necessità: Filottete accetta di partire per Troia solo dopo che Eracle, uomo diventato dio, gli dice di farlo. Decisivo inoltre è il rapporto con Neottolemo, in un dialogo tra giovane e vecchio in cui ciascuno dei due ha raggiunto qualcosa: Neottolemo la maturità, Filottete la solidarietà tra gli uomini.[7]

Edipo a Colono[modifica]

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Postumo fu rappresentato l'Edipo a Colono (Οἰδίπους ἐπί Κολωνῷ), che venne portato sulle scene nel 401 a.C.

Trama
Edipo, cieco e vagabondo, raggiunge il bosco sacro di Colono, guidato dalla figlia Antigone. Il coro degli abitanti di Colono, spaventati dalla sua presenza, vorrebbero scacciarlo e mandano a chiamare il re di Atene Teseo, che accorre a promettere protezione a Edipo. Nel frattempo Ismene, altra figlia di Edipo, rivela che a Tebe è in corso una guerra tra i due fratelli figli di Edipo, Eteocle e Polinice, e che la vittoria andrà a chi avrà il padre dalla sua parte. Creonte, alleato di Eteocle, tenta di convincere Edipo a seguirlo, arrivando a prendere in ostaggio le due figlie, che vengono però liberate da Teseo. Arriva poi Polinice, che cerca a sua volta l'appoggio del genitore. In risposta, Edipo esplode in una maledizione contro entrambi i figli. Dopo la partenza di Polinice, un tuono annuncia l'imminente morte di Edipo, che si allontana da Teseo e dalle figlie.

Secondo una legge misteriosa, lo stesso uomo è punito con il dolore ma anche benedetto dagli dèi. Edipo è un vagabondo che incontra biasimo e orrore per i delitti di cui è accusato. Allo stesso è anche un santo, e gli dèi hanno deciso di dare protezione alla terra in cui sarà sepolto. Da questo punto di vista, Edipo si pone al di là della dialettica tra colpa e innocenza. Ma non è solo questo: ultima opera di Sofocle, l'Edipo a Colono è una riflessione sulla vecchiaia e sulla vita passata. Tutta la tragedia è dilaniata da momenti di tensione a cui seguono scene di serenità, un anelito di pace tipico di un personaggio che, come Edipo, ha conosciuto le contraddizioni del mondo.[8]

Note[modifica]

  1. Giulio Guidorizzi, Il mondo letterario greco. L'età classica, vol. 1, Torino, Einaudi, 2000, pp. 134-136.
  2. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 201-2012.
  3. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 201-202.
  4. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 204-205.
  5. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 207.
  6. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 207-208.
  7. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, pp. 208-209.
  8. Dario Del Corno, Letteratura greca. Dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale, Milano, Principato, 1995, p. 210-211.