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Gesù e il problema di una vita/Capitolo 4

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Testa del Cristo, di Rembrandt (c.1655)

Capitolo 4: Potenze, Politiche e Pressioni

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Ai tempi di Gesù, la realtà in cui vivevano gli ebrei era plasmata dalla cultura greca e dal potere romano. Entrambi erano una minaccia.

Cultura greca

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Mappa dell'impero macedone ellenizzato, stabilito dalle conquiste militari di Alessandro Magno nel 334-323 p.e.v.

La diffusione della cultura greca in Palestina era dovuta ad Alessandro Magno (356-323 p.e.v.) che, alla sua morte all'età di trentadue anni, aveva creato un impero che si estendeva dalla Grecia ai confini dell'India. La visione di Alessandro e dei suoi seguaci non era soltanto per il potere e l'impero: era per la diffusione del modus vivendi greco. ovunque conquistavano, le forze armate di Alessandro costituivano colonie e costruivano città che diventavano avamposti della Grecia. E sebbene l'impero di Alessandro non sopravvisse a lungo dopo la sua morte, la sua vsione trionfò e la lingua e cultura greche iniziarono ad assumere una parte sempre più importante nel Medio Oriente. Tale tendenza, chiamata ellenizzazione (dalla parola "Hellas" o Grecia), ebbe un grande impatto in Palestina, che fu conquistata da Alessandro Magno nel 332 p.e.v.

Dopo il collasso dell'impero alessandrino, la Palestina cadde sotto il dominio di dinastie ellenistiche. L'ultimo di tali sovrani, Antioco IV, si dichiarò un dio e saccheggiò il Tempio. Non c'è da sorprendersi che, nel 167 p.e.v., gli ebrei si ribellarono. Il risultato fu quella che venne chiamata la Ribellione dei Maccabei, dal nome di uno dei suoi condottieri, Giuda maccabeo. Il successo di tale ribellione portò ad un periodo di ottanta anni di indipendenza ebraica, sotto gli Asmonei (dall'eponimo Asmon, il nome del bisnonno di Mattatia, padre dei Maccabei).

Nonostante l'indipendenza, le pressioni verso l'ellenizzazione continuarono e quando, nel 63 p.e.v. l'espansione dell'Impero romano prese il controllo della Palestina, tali pressioni aumentarono. I romani avevano sì il potere, ma la loro cultura lungo il Mediterraneo orientale era definitivamente greca. Infatti, la lingua greca continuò ad essere la lingua universale degli scambi e del commercio, specialmente nella parte orientale dell'impero. Il latino veniva usato solo nell'esercito e sui documenti ufficiali.

L'ellenizzazione interessò quasi tutti i settori della vita in Palestina. Architettura, medicina, filosofia, arte e scienza greche divennero importanti, i vestiti greci divennero di moda e la lingua greca venne diffusa ovunque. A volte l'ellenizzazione veniva imposta, ma si sparse comunque di sua iniziativa. Se in carriera eri orientato verso l'alto, il modo di fare greco era molto attraente e la chiave per lavoro, istruzione, commercio e il progresso nella scala sociale. Ad un giovane erbreo la scelta doveva esser sembrata chiara: o rimanevi ai margini della cultura o ti "facevi greco" e sperimentavi l'eccitante corrente principale del mondo civilizzato.

Al tempo di Gesù, l'influenza della cultura greca era inevitabile, persino in Galilea. Cinque chilometri a nord di Nazareth stava la città di stile greco Zippori (Σέπφωρις, Sépphōris), che era in fase di ricostruzione agli inizi del primo secolo. Ci vien detto che il padre di Gesù,[1] Giuseppe, era un carpentiere (téktón, anche "falegname") e, poiché Gesù seguiva il di lui mestiere, avrebbe potuto lavorare anche là, a Zippori, ed esser esposto alla cultura greca.

Le reazioni degli ebrei all'ellenizzazione variavano. Alcuni aspetti erano considerati innocui o persino ben accetti; altri erano molto dibattuti. Per esempio, l'atletica greca richiedeva la nudità e l'educazione greca includeva la filosofia pagana. Fino a che punto un vero ebreo poteva essere coinvolto in entrambi? Alcuni aspetti dell'ellenizzazione erano reputati decisamente malvagi dagli ebrei più religiosi: i templi ed i teatri greci raffiguravano i numerosi dei e dee greci. E più ti ellenizzavi, e più difficile diventava rimanere ritualmente puri.[2]

La potenza romana

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IL DOMINIO ROMANO:
UN POSCRITTO
La crocifissione di Gesù avvenne nel 30 o 33 e.v. Vale la pena ricordare ciò che accadde in Palestina nei decenni subito susseguenti. Tali eventi forniscono il contesto dell'espansione della prima chiesa e alcune delle profezie di Gesù sul futuro che li riguarda.

Dopo la morte dell'imperatore Tiberio nel 37 e.v., le cose iniziarono a peggiorare in Palestina e una serie di governatori incompetenti, corrotti e insensibili provocò una crescente agitazione. Infine, nel 66 scoppiò in Palestina una ribellione su larga scala. Preoccupati che potesse incoraggiare altri territori conquistati e facenti parte dell'Impero a ribellarsi, i romani decisero di fare un esempio degli ebrei e di Gerusalemme. Nel 70 e.v. Gerusalemme fu catturata e distrutta con enormi perdite da parte degli ebrei: Flavio Giuseppe, che ne fu testimone, stimò che vennero uccisi circa un milione di ebrei.[3] Centomila ebrei furono presi prigionieri e portati a Roma (l'Arco di Tito ne fa da testimone) e il grande Tempio di Erode fu raso al suolo. La Guerra Giudaica fu catastrofica per l'ebraismo e provocò cambiamenti nella fede che persistono a tutt'oggi. Per il cristianesimo, che già nel 70 era una fede diffusa in tutto l'Impero, i tragici eventi della rivolta giudaica non ebbero grandi conseguenze.

Quando i romani presero il controllo della Palestina nel 63 p.e.v., seguirono quella che ormai una procedura operativa standard: cercarono dei re locali adatti e che potessero essere controllati a distanza e facessero il loro sporco lavoro.

Dopo un periodo di caos, questa politica produsse Erode il Grande, uno dei personaggi storici più spiacevoli. Emerso re indiscusso nel 37 p.e.v., Erode regnò su na vasta area geografica fino al 4 p.e.v. Furbo, avido, spietato e guardingo, Erode si adattava perfettamente agli scopi romani. Sotto Erode, le tasse venivano pagate a Roma e i piantagrane venivano velocemente e permanentemente eliminati. Considerato solo ebreo a metà dai suoi sudditi, Erode preferiva la cultura greca e si dilettava in progetti edilizi sontuosi. Il suo successo più famoso – ancora in costruzione alla sua morte – fu il Tempio di Gerusalemme, una struttura costruita in gran parte per pacificare quei critici che dicevano che egli non era un vero re ebreo.

Col tempo, la diffidenza di Erode si incupì diventando una paranoia omicida. Face assassinare molte persone, quasi sicuramente uno zio, due sommi sacerdoti, una suocera, tre figli (incluso un erede) e la sua moglie preferita. Erode ricorre nel resoconto di Matteo sui Re magi che cercavano il bambino Gesù, e il suo ritratto in tale episodio – paranoico, ingannevole, preoccupato della sua ebraicità e talmente brutale da assassinare i neonati maschi di Betlemme (la cosiddetta strage degli innocenti, Matteo 2:1-18) – risponde perfettamente alla realtà storica.

Erode morì nel 4 p.e.v.[4] e il suo regno venne suddiviso in tre parti, spartito tra i tre figli sopravvissuti, Archelao, Antipa e Filippo. All'epoca del ministero di Gesù, Antipa e Filippo erano ancora regnanti sulle rispettive porzioni, ma Archelao era stato rimosso da Roma per incompetenza. Come risultato la Giudea e la Samaria furono messe sotto il controllo diretto di Roma e vennero governate da una serie di governatori, appunto, il più famoso (o infame) dei quali fu Ponzio Pilato.

I romani diffidavano della Palestina e degli ebrei. Non avevano mai capito questo popolo semitico né la loro fede ebraica e consideravano la Palestina un covo di vipere, una rivolta in attesa di esplodere. Inevitabilmente in una tale regione turbolenta, il dominio romano veniva mantenuto con metodi spietati: una rete di informatori, l'uso di arresti immediati e la veloce, pubblica e crudele esecuzione degli agitatori.

Al tempo di Gesù, un esercito su vasta scala e permanente controllava l'esteso Impero Romano. Tale esercito doveva essere pagato e questo significava che gli stati conquistati dovevano versare tasse pesanti. Alessandro e i suoi compatrioti potevano aver avuto un'elevata visione della diffusione della cultura greca nel mondo, ma i romani volevano solo sicurezza e tasse. Questo approccio pratico significava che i romani erano disposti a permettere una considerevole quantità di libertà legale e religiosa ai territori conquistati a patto che non fossero una minaccia per la stabilità e redditività. Significava inoltre che i romani erano contenti di appoggiare mostri come Erode il Grande purché fornissero sicurezza e tasse. Le implicazioni per la fede ebraica erano chiare: fintanto che arrivavano i soldi e non c'era minaccia di ribellione, gli ebrei potevano continuare con la loro religione.

Le reazioni ebraiche

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Gesù e Nicodemo, di Matthias Stomer (c.1640)

La doppia minaccia della cultura greca e potenza romana produsse una crisi nell'ebraismo. Era impossibile osservare i requisiti della Legge in una terra governata dai romani e colma di influenza greca. Come si poteve essere una nazione santa quando venivi corrotto da una cultura aliena e dominato da una razza empia?

All'epoca di Gesù, esistevano diverse reazioni a questa crisi. Una reazione era quella della separazione; cercar di essere distintamente differente da coloro che ti circondavano. Tale era la politica dei Farisei,[5] un gruppo che figura in modo prominente nei vangeli. I Farisei sembrano esser stati un gruppo di pressione nell'ambito dell'ebraismo, che si concentrava sulla purezza e la corretta pratica delle osservanze religiose. Aggiungevano la tradizione alla Legge scritta, cosicché nessuna area della vita esulasse dalla sua regolamentazione. La speranza dei Farisei sembra essere stata che, se molti osservavano le leggi di Dio nel modo giusto, Dio sarebbe intervenuto e avrebbe soccorso la nazione. Sebbene Gesù e i Farisei avessero molto in comune, c'erano dei conflitti. Gesù criticava i Farisei perché gli sembrava che un gran numero di tradizioni e leggi avessero contribuito ad oscurare la Legge di Dio. I Farisei si opponevano alla pratica di Gesù di mangiare con persone che consideravano impure. Erano inoltre a disagio per il modo in cui egli offriva personalmente il perdono alle persone. Tuttavia la rappresentazione dei Farisei nei vangeli non è del tutto negativa: per esempio, nel vangelo di Giovanni, un Fariseo chiamato Nicodemo viene rappresentato come molto sensibile a ciò che Gesù predicava, diventandone infatti discepolo.[6]

Una seconda reazione alla crisi nell'ebraismo fu quella della concessione: il venire a patti con il modo in cui stavano le cose. Tale era la politica dei Sadducei, gruppo che i Farisei consideravano i loro pricipali opponenti. Sappiamo poco dei Sadducei, ma si trovavano comunque più in alto nella scala sociale dei Farisei e erano basati a Gerusalemme, dove mantenevano un profittevole controllo del Tempio. I Sadducei credevano solo nei primi cinque libri dell'Antico Testamento e non si attenevano a nessuna delle aggiunte alla Legge proposte dai Farisei. I Sadducei erano cauti circa l'idea che Dio avrebbe inviato un Messia a salvare la nazione, in parte perché non credevano nei libri successivi della Bibbia e in parte perché, come aristocratici, a loro non piacevano aspetti che implicassero un cambiamento di potere. Erano i Sadducei che avevano il miglior accordo coi romani.

Una terza reazione che serpeggiava tra gli ebrei nella Palestina di Gesù era la ribellione. Molti gruppi e individui credevano che l'unica soluzione alla crisi era di ripetere la strategia della Rivolta Maccabea e cacciar via i romani. Il più noto di tali gruppi erano gli Zeloti, fortemente coinvolti nella guerriglia contro Roma e nella guerra del 66-73 p.e.v. Sebbene il partito degli Zeloti non esistesse al tempo di Gesù, ce n'erano molti che sostenevano la ribellione come risposta ai romani. Uno dei discepoli di Gesù era "Simone lo Zelota" e la sua scelta sia di lui che di Matteo il Pubblicano (e quindi collaboratore dei romani) indica che i dodici discepoli erano un gruppo alquanto diversificato.[7] Quasi ogni aspetto degli insegnamenti di Gesù oppone l'idea della ribellione, e l'insegnamento dei suoi seguaci – come registrato nelle lettere del Nuovo Testamento – non mostra alcun interesse a provocare turbolenze politiche.

Una quarta reazione alla crisi fu quella dell’isolamento. Tale fu la politica degli Esseni, un gruppo che, sebbene esistessero al tempo di Gesù, non appaiono sulle pagine del Nuovo Testamento. La reazione degli Esseni fu quella di ritirarsi del tutto dalla società, creando comunità alternative in zone riservate in cui aspettare che Dio intervenisse. I famosi Manoscritti del Mar Morto furono quasi certamente scritti, o raccolti, da un gruppo di Esseni di qualche corrente.

In effetti, al tempo di Gesù la grande maggioranza della gente, coloro che nei vangeli vengono chiamati "gente comune" o "folla", probabilmente non apparteneva a nessuno di questi gruppi. Sia i Farisei che i Sadducei erano sprezzanti di questo "popolino/gente comune della terra". Il disprezzo dei Farisei era dovuto all'incapacità di questa gente di attenersi alla Legge nei rigorosi particolari che essi richiedevano.[8] Il disprezzo dei Sadducei probabilmente era solo snobismo.

Non è difficile immaginare come vivesse la gente ordinaria. Si attenevano alle festività il meglio possibile, cercavano (e spesso fallivano) di mantenersi ritualmente puri, si disperavano per la corruzione e le tasse e attendevano speranzosi al da tempo promesso Messia. E vivacchiavano. Se uno dovesse caratterizzare la vita di queste persone, le parole più consone sarebbero confusione e disperazione.

Questa "gente ordinaria" è importante per due ragioni: in primis, gran parte dell'insegnamento di Gesù si rivolgeva a queste persone del popolo, che reagivano entusisticamente alle sue parole. In secondo luogo, la maggioranza di noi si riesce meglio ad identificare con questa gente ordinaria, nella sua confusione e sommessa disperazione, piuttosto che con gli altri gruppi.

Si racconta che per molti anni negli uffici delle Nazioni Unite nel Libano meridionale, era affisso un segnale che diceva: "If you understand what's going on here you haven't been properly briefed".[9] Tradotto in latino e portato indietro di duemila anni, duecento chilometri più a sud, tale segnale poteva benissimo essere appeso nell'ufficio di Ponzio Pilato. Quello di Gesù era un mondo dove si mischiavano turbolenti correnti di cultura, fede e potere. Purtuttavia, quando uno guarda al di là dei termini e concetti inusitati dell'epoca, si scorgono contesti molto simili ai nostri odierni in un mondo tuttora confuso.

Per approfondire, vedi Serie cristologica.
  1. I vangeli e la dottrina cristiana affermano che il vero padre di Gesù è Dio: Maria lo concepì miracolosamente per intervento dello Spirito Santo (Vangelo di Giovanni), senza aver avuto unione di carne con il suo promesso sposo Giuseppe che, inizialmente intenzionato a ripudiarla in segreto, fu messo al corrente di quanto era accaduto da un angelo apparsogli in sogno e accettò di sposarla e di riconoscere legalmente Gesù come proprio figlio. Perciò la tradizione lo chiama "padre putativo" di Gesù (dal latino puto, "credo"), cioè colui "che era creduto" suo padre (sulla scorta di Luca 3:23, ma cfr. anche Matteo 13:55).
  2. Un effetto collaterale dell'ellenizzazione fu la crescente popolarità della traduzione greca dell'Antico Testamento, la Septuaginta, spesso indicata pure con LXX.
  3. F. Giuseppe, Guerra giudaica 6.9.3. I calcoli di Flavio Giuseppe sono generalmente considerati esaggerati; ciononostante, non si può dubitare che il bilancio delle vittime fu spaventoso.
  4. L'apparente paradosso che Erode visse oltre la nascita di Gesù ma riuscì comunque a morire prima dell'1 e.v. è il risultato di un errore di calcolo quando il calendario moderna fu creato nel sesto secolo dal monaco Dionysius Exiguus (Dionigi il Piccolo).
  5. Il termine fariseo deriva dal latino pharisæus, -i; dall'ebraico פָּרוּשׁ, pārûsh (al plurale פְּרוּשִׁים, pĕrûshîm), cioè "distinto", participio passivo (qal) del verbo פָּרָשׁ pārāsh, per via del greco φαρισαῖος, -ου pharisaios.
  6. Giovanni 3:1;7:50-52;19:39-40.
  7. Cfr. Luca 6:15.
  8. Giovanni 7:49.
  9. Tradotto liberamente: "Se capite cosa sta succedendo qui non siete stati adeguatamente informati."