Il buddhismo mahāyāna/Origini del "mahāyāna"

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Il bodhisattva mahāsattva Mañjuśrī in una rappresentazione giapponese del XVI secolo conservata al British Museum. Mañjuśrī (giapp. 文殊 Monju) viene qui rappresentato come Siṃhāsana Mañjuśrī (Mañjuśrī a dorso di un leone ruggente). Tale raffigurazione ricorda la leggenda asiatica di un leone che aveva fatto resuscitare con un ruggito i propri cuccioli nati morti. La rappresentazione del "leone ruggente" richiama in Asia la capacità di provocare la rinascita spirituale. Mañjuśrī impugna con la mano destra la "spada" (khaḍga) ad indicare la distruzione dell'ignoranza (avidyā), mentre con la mano sinistra regge un rotolo dei Prajñāpāramitāsūtra con cui infonde la "sapienza" (prajñā).
La bodhisattva mahāsattva Prajñāpāramitā (Giava). Le mani sono poste nell'attivazione della Ruota del Dharma (dharmacakrapravartanamudrā). Pollice e indice della mano destra si toccano a formare la Ruota del Dharma, mentre quelle della sinistra la mettono in movimento. In quanto bodhisattva mahāsattva indossa una corona a "cinque foglie" (o "punte") che la indicano come una entità non soggetta alle leggi naturali.

Gli storici del Buddhismo hanno elaborato diverse ipotesi sulla nascita degli insegnamenti mahāyāna. Richard H. Robinson e Williard L. Johnsons ritengono che i loro primi testi di riferimento, segnatamente l'Aṣṭa-sāhasrikāprajñā-pāramitā (Sutra della perfezione della saggezza in ottomila stanze; risale al I secolo a.C.), siano frutto di una reazione di alcuni monaci esegeti che rifiutavano l'impostazione degli Abhidharma delle scuole del Buddhismo dei Nikāya prodotti nello stesso periodo[1]. Questo rifiuto era motivato dal fatto che, a detta di questi primi monaci mahāyāna, gli Abhidharma tradivano l'insegnamento del Buddha dimenticandone gli aspetti essenziali.

Come rileva Paul Williams[2], i primi Prajñāpāramitāsūtra consistono essenzialmente in esortazioni agli altri monaci a non dimenticare alcune dottrine buddhiste, come la vacuità (śunyata), già evidenziate negli Āgama-Nikāya e ritenute, in questi sūtra, a fondamento dello stesso Dharma buddhista.

È opinione di Paul Williams, che in questo richiama anche Heinz Bechert[3] che nonostante le differenze dottrinali con gli esponenti buddhisti non-mahāyāna la nascita del Mahāyāna non sia comunque in alcun modo attribuibile ad uno "scisma" (saṅghabeda) all'interno delle scuole buddhiste indiane: "uno scisma non ha niente a che vedere con divergenze dottrinali, ma è il risultato di divergenze riguardanti la disciplina monastica".

Quindi per questi autori:

« Il buddhismo è un'ortoprassi, più che un'ortodossia. Ciò che importa è l'armonia del comportamento, non l'armonia delle dottrine »
(Paul Williams, Op.cit. pag.97)

A controprova di queste tesi Williams ricorda anche l'evidenza che non esiste un codice disciplinare (vinaya) mahāyāna, oltre al fatto che i pellegrini buddhisti cinesi recatisi in India[4] raccontassero nelle loro cronache di viaggio giunte fino a noi di come monaci mahāyāna condividessero con monaci non-mahāyāna, e in tutta tranquillità, gli stessi monasteri.

Condividendo gli stessi monasteri, lo stesso codice monastico e lo stesso comportamento monastico, i monaci mahāyāna si differenziavano dai monaci non-mahāyāna unicamente per una diversa visione del fine ultimo del buddhismo[5].

Sempre Williams in tal senso richiama l'opera di Atiśa, un dotto missionario indiano recatosi in Tibet nell'XI secolo, il Bodhipathapradīpa. In questa opera Atiśa suddivide i praticanti buddhisti in tre classi in base alle loro motivazioni religiose: nella prima sono collocati coloro che cercano di acquisire meriti per migliorare le loro esistenze presenti o future; nella seconda coloro che cercano di uscire dalla prigione del saṃsāra guadagnando il nirvāṇa conseguendo lo stato di arhat; nella terza si collocherebbero invece solo coloro che hanno come obiettivo religioso la liberazione della sofferenza per tutti gli esseri senzienti e che quindi mirano ad un nirvāṇa superiore rispetto a quello degli arhat considerato 'inferiore' come la loro via spirituale (hinayāna). Il nirvāṇa di questi ultimi, detti i bodhisattva, è indicato come "non dimorante" (apratiṣṭhitanirvāṇa) ovvero oltre la dualità tra saṃsāra e nirvāṇa e che non abbandona gli altri esseri senzienti nella sofferenza.

« Il punto determinante che rende seguaci del Mahāyāna non è quindi l'abito, le regole monastiche o una filosofia: è la motivazione, l'intenzione »
(Paul Williams. Op.cit. pag.99)

In questo senso

« il termine Mahāyāna è usato semplicemente a scopi pratici. È un 'termine gruppo' che raccoglie una gamma di pratiche e di insegnamenti non necessariamente identici fra loro, e forse neppure compatibili. Il Mahāyāna non costituisce una scuola di buddhismo. Gli manca l'unità necessaria »
(Paul Williams. Op.cit. pag.101)

Atteso che inizialmente il Mahāyāna sembra condividere gli stessi luoghi di pratica del buddhismo non-mahāyāna occorre chiarire quando queste due correnti buddhiste si separarono. Dopo un'accurata analisi dei reperti archeologici disponibilie Gregory Schopen[6] conclude:

« Siamo in grado di ritenere che ciò che oggi chiamiamo Mahāyāna non iniziò a emergere come gruppo separato e indipendente sino al IV secolo »
(Gregory Schopen. Op.cit. pag.15)

Quindi, fatto salvo una iscrizione epigrafica scoperta nel 1977 che fa riferimento al Buddha mahāyāna Amithāba nonché di una iscrizione che menziona l'esistenza di "tre veicoli" (yāna) rinvenuta a Charsadda e risalente al 55 d.C.[7], non ci sono prove di una "istituzione" mahāyāna separata dalla restante comunità prima del IV secolo, nonostante sia evidente per gli studiosi che la letteratura scritta che va sotto l'alveo dottrinale mahāyāna fosse già presente in India da diversi secoli. Paul Williams ritiene improbabile una presenza della letteratura mahāyāna prima della stesura per iscritto della letteratura buddhista riguardante gli Āgama-Nikāya ovvero prima del I secolo a.C.[8], contro questa ipotesi si pone Tilmann Vetter[9] per il quale vi sarebbero prove evidenti di una trasmissione orale del più antico materiale mahāyāna.

Se quindi c'è generale consenso tra gli studiosi nel ritenere che le prime opere scritte contenenti dottrine mahāyāniste compaiano nei secoli a cavallo della nostra Era e che, fatto salvo casi sporadici, non siano presenti rilevanze archeologiche che testimonino una presenza istituzionalizzata del Mahāyāna se non a partire dal IV secolo, resta da comprendere l'origine del movimento mahāyānista che si diffuse lentamente nei monasteri buddhisti.

Akira Hirakawa[10] ritiene che tale movimento sia di origine prevalentemente laicale e legato al culto degli stūpa. Schopen è di tutt'altro avviso notando che le iscrizioni archeologiche sono quasi tutte monastiche, concludendo che:

« Il Mahāyāna era un movimento dominato dai monaci »
(Gregory Schopen. Two problems in the history of Indian Buddhism: the layman/monk distinction and the doctrines of the transference of merit. In Studien zur Indologie und Iranistik. 1985, X, pag.26)

Anche Paul Harrison[11] e Sasaki Shizuka[12] ritengono che il movimento mahāyānista sia di stretta origine monastica.

Paul Williams ricorda come i recenti lavori di Paul Harrison sui frammenti della letteratura mahāyāna nonché i suoi antichi sūtra conservati nel Canone cinese, e solo recentemente studiati, nonché le conclusioni degli studi archeologici effettuati da Gregory Schopen, possano far concludere che il nucleo centrale del mahāyāna sia certamente monastico e che il punto centrale del mahāyāna primitivo corrisponda all'aspirazione della perfetta buddhità ovvero al voto del bodhisattva da contrapporre a coloro che seguivano un sentiero 'inferiore' mirando alla liberazione della sola propria sofferenza invece di mirare a quella di tutti gli esseri senzienti[13].

Questi monaci mahāyāna corrisponderebbero a degli asceti della foresta intenzionati a tornare allo spirito buddhista primitivo:

« Una certa spinta ai primi sviluppi del Mahāyāna venne dai monaci dimoranti nella foresta. Lungi dall'essere il prodotto di un movimento urbano, laico e devozionale, molti sūtra mahāyāna rivelano un radicale tentativo ascetico di ritornare all'ispirazione originaria del buddhismo: la ricerca della buddhità o della conoscenza risvegliata »
(Paul Harrison.Searching for the origins of the Mahāyāna : what are we looking for? In Eastern Buddhist. 1995, XXVIII, 1, 65)

Il fatto che i primi mahāyānisti fossero dei monaci asceti delle foreste spiegherebbe, secondo Harrison, la scarsità di testimonianze archeologiche nei loro confronti.

La tesi di un Mahāyāna fondato da monaci conservatori e asceti delle foreste sarebbe dimostrata, secondo Gregory Schopen[14], anche dall'analisi di un sūtra mahāyāna molto antico, il Maitreyamahāsiṃhanāda (Ruggito del Leone di Maitreya), risalente al I secolo d.C. dove viene raccomandata l'ascesi monastica nelle foreste, la svalutazione della vita laicale e la denigrazione dell'adorazione degli stūpa.

Anche l'origine geografica del "movimento" mahāyānista è stata a lungo dibattuta tra gli studiosi.

Così Luis O. Gòmez[15]:

« Discordanti sono le opinioni degli studiosi occidentali riguardo all'epoca e alla collocazione geografica delle origini del Mahāyāna. Alcuni propendono per una origine antica, intorno agli inizi dell'era volgare, tra le comunità dei Mahāsāṃghikā della regione sud-orientale dell'Andhra. Altri propongono un'origine nordoccidentale, tra i sarvāstivādin, tra il II e il III secolo d.C. Ma forse è più verosimile, per la formazione del Mahāyāna, pensare a un processo graduale e complesso, sviluppatosi in varie regioni dell'India »

Mario Piantelli[16] evidenzia come

« Vi sono due distinti focolai di cui abbiamo notizia: le scuole degli andhaka fiorite attorno ad Amarāvati, presso una delle quali (i pūrvaśaila) sembra fosse conservato un testo dei Prajñāpāramitāsūtra ancora in pracrito, e l'ambiente ricco di fermenti dei sarvāstivādin dell'India di Nord-Ovest; importanti carovanieri congiungevano queste regioni e una continua migrazione di "bhikṣu" e di idee può aver avuto luogo nei due sensi: non è un caso che la presenza di una comunità del mahāyāna sia segnalata un po' dappertutto lungo tali itinera: Kapiśa (l'attuale Kabul), Takṣaśila, Jalaṃdara (l'attuale Lahore), Kankyākubja, Mathurā... »

Note[modifica]

  1. Richard H. Robinson e Williard L. Johnson. La religione buddhista. Ubaldini, Roma, 1998, pagg. 107 e segg.
  2. Paul Williams, Il Buddhismo in India. Roma, Ubaldini, 2002, pagg. 125 e segg.
  3. Heinz Bechert. The importance of Asoka's so-called schism edict in AA.VV. Indological and Buddhist Studies: Volume in Honour of Professor J.W. de Jong on his Sixtieth Birthday 1982 Faculty of Asian Studies, Canberra.
  4. Tra questi vanno ricordati: Fǎxián (法賢,340-418), Xuánzàng (玄奘 602-664) e Yìjìng (義淨, 635-713).
  5. Paul Williams. Op.cit. pag.99
  6. Gregory Schopen. Mahāyāna in Indian iscriptions, Indo-Iranian Journal XXI, 1-19
  7. Mario Piantelli, in Buddhismo (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 2007, pag.107.
  8. Paul Williams. Op.cit. pag.104
  9. Tilmann Vetter. On the Origin of Mahāyāna Buddhism and the Subsequent Introduction of Prajnāpāramitā. In Asiatische Studien 48/4 (1994): 1241-81.
  10. Akira Hirakawa. The rise of Mahāyāna buddhism and its relationship to the worship of stūpasin Memoirs of the Research Department of the Tokyo Bunko. Tokyo, Tokyo Bunko, 1963.
  11. Paul Harrison. Searching for the origins of the Mahāyāna: what are we looking for? In Eastern Buddhist, 1985, XXVIII, 1, 48-69
  12. Sasaki Shizuka. A study of the origin Mahāyāna Buddhims- On the Hirakawa theory. Opuscolo distribuito alla conferenza dell'International Association of Buddhist Studies a Città del Messico, cit. da Paul Williams, Op.cit. pag.255.
  13. Op.cit. pag.104
  14. Gregory Schopen. The bones of a Buddha and the business of the monk: conservative monastic values in an early mahāyāna polemical tract. Journal of Indian Philosophy. 1999, XXVII, 279-324.
  15. Luis O. Gòmez. Enciclopedia delle Religioni, vol.10. Milano, Jaca Book, 2004, pagg. 98 e segg.
  16. Mario Piantelli. Op.cit., pagg. 107 e segg.