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Leonardo da Vinci/Parte III

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Ritratto di Leonardo (1510), di Francesco Melzi
Ritratto di Leonardo (1510), di Francesco Melzi


Sir Kenneth Clark ritiene che sia un errore parlare di Leonardo come tipico uomo del Rinascimento: "Se Leonardo dovesse appartenere ad una qualsiasi epoca, quella sarebbe il tardo diciassettesimo secolo; ma in realtà egli non appartiene a nessuna epoca, non rientra in nessuna categoria, e più sai di lui, più diventa misterioso."[1] In molti modi, sia Leonardo che i suoi contemporanei sapevano che egli era un uomo che "non apparteneva", un uomo così unico da poter dire: "Leonardo rimane l'uomo più solo che sia mai vissuto".[2]

Polimata unico e misterioso

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Fin da piccolo Leonardo coltivò uno stile di vita in contrasto con l'ordinario. Uno dei primi biografi di Leonardo, in un brevissimo schizzo, osserva con attenzione – commentando la bellezza della persona di Leonardo – che "egli indossava un mantello color rosa, che gli arrivava solo al ginocchio, sebbene a quel tempo fossero d'uso le vesti lunghe."[3] Anche nel vestirsi, Leonardo fece delle scelte appariscenti che attiravano l'attenzione e lo distinguevano. Il suo vegetarianismo, sia che fosse basato sul suo amore per gli animali – che di per sé era insolito ai suoi tempi – o sulle credenze di Pitagora, è un altro esempio di comportamento controculturale.

Leonardo aveva molte grazie sociali che lo rendevano ricercato presso le corti: abilità nella disputa, abilità musicale, magnanimità, nonché caratteristiche fisiche di forza e destrezza, e bellezza personale.[4] Tutte queste erano qualità molto apprezzate in un mondo in cui la persona si definiva in termini di relazioni coi suoi simili, con i quali viveva una vita di stretto rapporto. Il desiderio di trascorrere del tempo da solo non era caratteristico dell'italiano eminentemente socievole del Rinascimento, eppure era una pratica che Leonardo raccomandava come necessaria per coloro che sarebbero diventati pittori e che egli stesso esercitava. Credeva che sia la solitudine sia l'amicizia fossero requisiti della vita piena, ma i suoi bisogni di amicizia erano a livello personale e non lo facevano immettere nella partecipazione attiva alla vita pubblica.

Disegno del cadavere di Bernardo Bandini, eseguito da Leonardo da Vinci (1479), il quale assistette all'impiccagione

La mancanza di istruzione formale da parte di Leonardo e i suoi metodi di autoeducazione lo portarono su percorsi non comuni. Era abitudine di Leonardo cercare coloro che erano eminenti nei vari settori di indagine che lo interessavano. Trascorse molto tempo con uomini come Fra Luca Pacioli, matematico, per il cui libro De Divina Proportione Leonardo fornì i disegni, o con Marcantonio della Torre, con il quale iniziò la dissezione dei cadaveri che fu alla base dei suoi studi anatomici. Leonardo perseguì la sua formazione anche a piedi, all'aperto, in campagna, lungo fiumi, su montagne, un passatempo insolito per l'uomo "cittadino" dell'epoca.

Un rombicubottaedro. Illustrazione di Leonardo da Vinci per il De Divina Proportione

Ovunque andasse, Leonardo portava piccoli taccuini su cui registrava le sue osservazioni e pensieri, in disegni e in parole. Questa è la fonte delle migliaia di pagine di manoscritti lasciati in eredità, non organizzati e inediti, al suo erede, Francesco Melzi (1491–1568). Sebbene gli scritti di Leonardo non fossero apparsi in forma revisionata durante la sua vita, la loro esistenza era nota, come anche la natura peculiare della sua scrittura, da destra a sinistra e all'indietro (speculare). Questo metodo di acquisizione e registrazione della conoscenza, molto insolito, era conosciuto da tutti. Leonardo poteva così annotare impassivamente in schizzi l'agonia mortale di un uomo impiccato nella piazza pubblica di Firenze. Così dunque si evidenzia in un'aura di estrema razionalità e distacco la freddezza isolante della sua personalità.

In un'epoca in cui uomini di pensiero stavano riesaminando i concetti tradizionali alla luce delle nuove conoscenze, Leonardo si pone come estremo. Altri avevano spesso sostituito il pensiero classico con le astrazioni cristiane tradizionali, o avevano cercato una miscela dei due che fosse metafisicamente soddisfacente. Oppure avevano applicato un'analisi razionale solo a piccoli segmenti della loro esperienza e si erano ritirati per cercare conforto nel rifugio della Fede nell'universo finito. Leonardo ebbe la capacità di respingere con facilità tutta l'ortodossia, quando fosse in conflitto con l'evidenza dei suoi sensi. Il suo pensiero fu in gran parte aristotelico, ma ciò non limitò mai la sua mente libera. Il suo rifiuto di tutte le astrazioni metafisiche includeva quelle della religione. La prima edizione della Vita di Lionardo da Vinci di Vasari (1550) conteneva la frase: "Leonardo aveva una mentalità così eretica da non aderire a nessun tipo di religione, ritenendo che forse era meglio essere un filosofo piuttosto che un cristiano."[5] La frase fu omessa dalle successive edizioni. Il pittore dell’Ultima Cena non poteva essere considerato un eretico. L'idea era troppo sconcertante per i posteri.

Nella sua arte, Leonardo fu costantemente un innovatore. Era in grado di lavorare con un argomento relativamente comune, persino tradizionale, e di dotarlo di una nuova visione della realtà. In ognuno dei suoi dipinti ci sono, come abbiamo visto, elementi di nuove concezioni tematiche, nuove tecniche formali. Il suo impatto artistico sui suoi contemporanei fu immediato, ispirando timore reverenziale su larga scala. Il grande modello in terracotta del gran cavallo rimase nella piazza di Milano fino a quando non fu distrutto dagli arcieri di Luigi XII di Francia. Non ebbe bisogno di essere fuso in bronzo per trasmettere l'impressione della sorprendente visione del talento dell'artista. Come per il cavallo, così per i suoi dipinti ancor prima del loro completamento. Vasari ci dice che quando fu creato il cartone della Sant'Anna, la Vergine e il Bambino, "uomini e donne, giovani e vecchi, si affollarono a vederlo per due giorni, come se fosse stato un festival, e si meravigliarono estremamente."[6] Coloro che videro la Gioconda, che Leonardo portò con sé nel suo auto-esilio in Francia, diffusero la fama del potere dell'artista di creare vita nell'ambito del comune mezzo del ritratto. Sebbene gli effetti di Leonardo fossero prodotti da una tecnica e da uno stile che erano il ​​risultato di un processo scrupoloso e altamente intellettualizzato, ciò non era evidente allo spettatore. I suoi contemporanei arrivarono a crederlo "un mago, un uomo che dalla sua stretta familiarità coi processi della natura, ha imparato un inquietante segreto della creazione".[7]

« Se 'l pittore vol vedere bellezze che lo innamorino, lui è signore di generarle, e se vol vedere cose mostruose che spaventino, o che sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevole, lui n'è signore e dio. [...] Et in effetto ciò ch'è ne l'universo per essenza, presenzia o immaginazione, esso l'ha prima nella mente, e poi nelle mani, e quelle sono de tanta eccellenza, che in pari tempo generano una proporzionata armonia in un solo sguardo qual fanno le cose. »
(Leonardo, Libro di pittura, § 13)
  1. Kenneth Clark, Civilization, Harper and Row, 1969, pp. 133- 135
  2. K. Clark, in Philipson, op. cit., p. 208
  3. Vasari, in Goldscheider, op. cit., p. 32.
  4. Vasari, in Goldscheider, op. cit., p. 9.
  5. Vasari, in Goldscheider, op. cit., pp. 13-14.
  6. Vasari, in Goldscheider, op. cit., p. 20.
  7. Clark, Leonardo da Vinci, cit., p. 16