Leonardo da Vinci/Parte VI

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search


"San Giovanni Battista"... col sorriso leonardesco

Abbiamo esaminato la natura del genio di Leonardo mentre si manifesta in schemi di pensiero ed espressione che sono originali e immaginativi. Tuttavia c'è un significato più profondo nella sua creatività, un significato che deriva dalla radice stessa della parola "creatività". Creare significa anche "far esistere, come per potere divino" o suo equivalente, in particolare l'atto di far nascere dal nulla, o far esistere l'universo o il mondo.[1]

Leonardo sentì dentro di sé il potere divino di far esistere qualcosa, di assorbire l'essenza attraverso la sua scienza e dotarla di esistenza attraverso la sua arte. La sua visione dell'artista come creatore, rivaleggiando con la Divinità, è esplicita nei suoi scritti. Egli ammette che ci sia un potere supremo e ineffabile dietro il disegno della natura, identificabile con Dio, ma è anche convinto che una conoscenza concreta non possa rivelare la natura della divinità stessa. Piuttosto, egli ritiene che lo sforzo umano di conoscenza debba essere rivolto a svelare le meraviglie della natura, le quali parlano della creazione divina in maniera più eloquente di quanto qualsiasi libro di teologia possa parlare di Dio stesso. Nessuna conoscenza è per lui valida se non può essere desunta da una "sperienzia". Egli riconosce una grande importanza all'esperimento — sebbene non nella maniera sistematica della moderna "scienza sperimentale". Leonardo è soddisfatto della "prove" dedotte dall'osservazione dei fenomeni allo stato naturale e dei risultati dei suoi esperimenti mentali (come molto più tardi avrebbe fatto Einstein), tanto quanto lo è di test controllati, ossia condotti utilizzando degli ambienti specificamente progettati. A volte, quando ha già condotto un certo tipo di esperimento, egli scrive "sperimentata" a lato del relativo disegno — volendo indicare che i risultati osservati sono definitivi.[2]

C'è qualcosa di molto terra terra nel suo insistente limitarsi ai fatti tangibili dell'universo fisico così come sono percepiti attraverso i sensi. Eppure la fertilità della sua immaginazione – che egli chiama fantasia – è tale che, pur poggiando su solide basi empiriche, i suoi sforzi lo portano fin dove solo pochi tra i più immaginifici artisti e filosofi si sono mai potuti spingere.

Con la sua profonda capacità di percepire l'interconnessione di tutti gli aspetti della natura, di pensare per analogie, Leonardo cercò nell'universo quella stessa forza creativa che dimorava in se stesso. Tutti i suoi talenti erano dedicati ad un'esplorazione di questa forza, della vitalità nascosta e della spiritualità sotto le apparenze superficiali. Come Henry Adams che, a [[Mont Saint Michel e a Chartres del XIII secolo, si rivolse all'immagine medievale della Vergine come all'equivalente della moderna Dinamo,[3] anche Leonardo pensò di individuare una forza universale che emanava quintessenzialmente dalla donna per antonomasia. I suoi ritratti della Madonna, della Gioconda, della Leda, furono eseguiti in questo senso di ricerca del potere supremo.

La ricerca di Leonardo non si limitò alle espressioni simboliche dell'arte. Per tutta la vita fu attratto da uomini di forte personalità che esercitavano potere sugli altri, spesso un potere di vita e di morte. Uomini come Ludovico Sforza e Cesare Borgia furono esempi primari, ai tempi di Leonardo, della libera forza di volontà individuale che non riconosceva limiti stabiliti da uomo o Dio. Leonardo ebbe ampie opportunità di studiare le manifestazioni di tale forza, in pace e in guerra. L'attrazione di Leonardo per le fonti di potere si estese al reame pratico della meccanica. La sua era una visione, insolita ai suoi tempi, di alleggerire i fardelli degli uomini e, allo stesso tempo, aumentare enormemente la loro capacità di produrre. Paradossalmente, dedicò le stesse energie alla progettazione e costruzione di macchinari da guerra. La sua ossessione per il potere era, a volte, stranamente insensibile agli usi di tale potere, ma in armonia con le realtà dell'Italia del suo tempo.

Altre forze[modifica]

L'unica fonte di energia ai tempi di Leonardo, oltre alla semplice potenza meccanica, era l'idraulica. Molti degli schemi e dei progetti di ingegneria di Leonardo prevedono l'uso diretto e indiretto di questa forza. Egli concepì studi per deviare fiumi, costruire canali e far funzionare macchine con l'energia idrica, studi che non erano fattibili ai suoi tempi perché la società preferiva dirigere le proprie risorse altrove.

La grande capacità ingegneristica di Leonardo si esprime in maniera spettacolare nella straordinaria serie di visioni grafiche nota come i Disegni del Diluvio, sei disegni con una serie di quattro o cinque fogli annessi, riguardanti eventi apocalittici. I disegni, soprattutto le granulose spirali di gesso nero (vedi immagini), sono carichi d'un fragore spaventoso. L'aria è lacerata da enormi rapide. Vortici giganteschi trascinano via le terre sottostanti, strappando a viva forza rocce, polvere, acqua e abitazioni, indiscriminatamente, e trascinandole alla distruzione in una danza frenetica. La furia degli elementi rende inutile ogni resistenza umana. Le descrizioni leonardesche del diluvio, o fortuna, recano del resto traccia del linguaggio dell'impeto della dinamica medievale, com'è possibile constatare anche dalla seguente citazione:

« Ma la ringorgata acqua si vada raggirando pel pelago, che dentro a sé la richiude, e con retrosi revertiginosi in diversi obbietti percotendo e risaltando in aria con la fragorosa schiuma, poi ricadendo e facendo refrettere in aria l'acqua percossa. E le onde circolari, che si fuggano del loco della percussione, camminando col suo impeto in traverso sopra del moto dell'altre onde circolari, che contra di loro si movano, e dopo la fatta percussione risaltano in aria sanza spiccarsi dalle lor base. »
(Windosr Castle, Royal Library, f. 12665r: Leonardo, Scritti scelti, cit., p. 542)

Questo brano prosegue con una verve straordinaria, mescolando fisica e fantasia, e saranno necessarie ancora molte righe prima che la tempesta della sua immaginazione si plachi.[4]

Leonardo: disegno di "Diluvio"
Leonardo: disegno di "diluvio con una città distrutta"


L'interesse di Leonardo per i progetti di incremento della potenza umana non sembrava essere diminuito dalla mancanza di risultati concreti. I suoi sogni erano sogni inebrianti che si alimentavano con la propria forza ottimista. Solo un uomo intossicato dalle possibilità della potenza fisica avrebbe potuto, nel XV secolo, considerare seriamente la possibilità di volare. Solo Leonardo, che sentiva dentro di sé l'unicità dell'universo, dell'uomo con l'animale, con l'inanimato e la concomitante unicità dell'energia vitale di tale universo, avrebbe potuto immaginarsi di librarsi sulle ali. E solo Leonardo, dopo aver compiuto questo salto immaginativo, ai suoi giorni avrebbe proceduto poi con meticolosi studi sul volo degli uccelli per dare vita, con la propria arte, alla vera fonte di energia che spinge queste creature verso il cielo.

Il giovane Leonardo aveva avvertito un mistero nella forza creativa dentro di sé e nell'universo. Il sorriso enigmatico, il dito puntato, i paesaggi primordiali trasmettono questo messaggio nella sua arte. Era un mistero che sfidava il suo spirito. Il Leonardo maturo, col passare degli anni, si rese conto che non avrebbe trovato la risposta all'enigma, che l'energia spirituale del cosmo non era a portata di mano dell'uomo, che c'erano forze di cambiamento e distruzione su vasta scala che facevano impallidire i gracili sforzi dell'uomo. "Dimmi se mai fu fatta alcuna cosa" ripete Leonardo nei suoi quaderni, in quello che Clark chiama "il leit motif della sua vecchiaia",[5] "Dimmi se è mai stato fatto qualcosa." Questo pessimismo si espresse artisticamente nei disegni di catastrofi, nuvole di tempesta in continua espansione che distruggono uomini, animali e campagne.

È del tutto possibile che esistesse una connessione cosciente diretta tra il crescente pessimismo di Leonardo, le sue profezie di sventura, e le convulsive condizioni storiche dell'inizio del XVI secolo. "Ma per chiunque abbia seguito lo sviluppo del suo spirito, queste hanno un significato più profondo e più personale... esprimono il suo senso di tragedia... il fallimento della conoscenza umana di fronte alle forze della natura."[6] Ed è in questo senso che possiamo vedere l'abisso che separa Leonardo dalla sua epoca storica. Per quanto radicato nel suo tempo e nutrito dalle opportunità del suo ambiente, egli aveva superato i limiti intellettuali dei suoi giorni e aveva lottato con concetti scientifici per i quali il vocabolario corrispondente non era ancora stato inventato. Alla fine, Leonardo rimase solo sulla soglia del futuro, ignaro di ciò che aveva veramente fatto, dell'immortalità che aveva conquistato.

Il mito[modifica]

La sopravvivenza di Leonardo da Vinci come mito del ventunesimo secolo si basa sulla sua mente e sul suo spirito piuttosto che su risultati tangibili. La figura mitica di Leonardo dimora nel il reame del reale, così come il prototipo in carne ed ossa a suo tempo. Non è un potere soprannaturale che ci attira, ma il potere del potenziale umano di comprendere il suo posto nel cosmo solo in termini della propria "sperenzia".

Il mito di Leonardo ricorda all'uomo moderno gli ingredienti essenziali della mente creativa: piacere nell'esplorare l'intera gamma delle proprie attività mentali, indipendenza della mente, coraggio dello spirito; e il necessario onere della solitudine. Può essere visto anche "come un paradigma... un esempio vivente per stimolare l'immaginazione... L'immagine di Leonardo funziona come un'occasione per considerare quale sia il valore intrinseco delle attività di una vita. "[7] Come conclude Jaspers: "Ci sono pochi uomini che per tutta la vita sono vagabondi, apparentemente distaccati da altri uomini, desiderando solo di vedere il mondo e comunicare ciò che hanno visto. Questi uomini fanno per noi ciò che possiamo fare solo inadeguatamente da noi stessi... altri uomini agiscono, lottano e cambiano il mondo degli affari umani. La loro è una lotta diversa, una lotta intellettuale per percepire le essenze eterne nella superficie e nell'aspetto del mondo."[8]

Il genio di Leonardo da Vinci non può essere spiegato dalle particolari circostanze del suo tempo. Fu un genio che prese parte al movimento in avanti della mente umana nel corso della storia, un movimento che richiede balzi immaginari che superano i limiti di tempo e spazio; un movimento che rispecchia la forza creativa dell'universo. "L'artista e lo scienziato tirano fuori dal vuoto oscuro, come il misterioso universo stesso, l'unicità, lo strano, l'inatteso."[9]

Noi, com'è accaduto in ogni altro periodo storico, ci costruiamo un po' il Leonardo che preferiamo. La cosa salta agli occhi quando gli scienziati esaminano la sua vita e le sue opere. Il lascito di Leonardo è così ricco, variegato, suggestivo, seducente e indefinito, da offrire innumerevoli opportunità a chiunque voglia incastrarlo a forza negli spazi lasciati vuoti dalle testimonianze storiche. Come tutti i grandi maestri della magia visiva, egli sa istintivamente come introdurre nel suo mondo di gioia sensoriale, sa come nutrire i nostri occhi e le nostre menti, e sa come fermarsi in tempo, per lasciare a noi il compito di chiudere il cerchio della comunicazione tra la cosa, l'artista e lo spettatore.[10]

« Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni varie rispondendo con vari strumenti a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione più bella né più facile né più breve della natura, perché nelle sue invenzioni nulla manca e nulla è superfluo. »
(Windsor Castle, Royal Library, f. 1911r: Leonardo, Scritti scelti, cit., p. 503)

Note[modifica]

  1. Vedi Enciclopedia Treccani, s.v. "Creare".
  2. Si veda Martin Kemp, Leonardo, cit., pp.29-30.
  3. Henry Adams, Mont Saint Michel and Chartres, 1904.
  4. Kemp, op. cit., pp.104-106.
  5. Kenneth Clark, in Philipson, op. cit., p. 219.
  6. Kenneth Clark, in Philipson, op. cit., p. 220.
  7. Philipson, op. cit., p. 5.
  8. Karl Jaspers, op. cit., p. 57.
  9. Loren Eiseley, "The Mind as Nature", in The Night Country, Charles Scribner’s Sons, 1971, p. 204.
  10. Kemp, op. cit., p. 158.