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Filosofia presocratica e socratica/Naturalisti ionici

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Indice del libro

Con naturalisti ionici (detti anche fisici, fisiologi o ilozoisti) si intendono i filosofi della scuola di Mileto, che si dedicarono alla ricerca di un principio fisico come origine e sostanza delle cose. Gli esponenti di questa scuola sono tre: Talete, Anassimandro e Anassimene.

La fiorente società che si sviluppa nel VI secolo in Ionia, nell'Asia Minore, ha come principali centri Mileto, Efeso, Samo e Chio. Nate dopo la seconda colonizzazione greca nel Mediterraneo, queste colonie erano diventate importanti centri di scambio e di contatto con l'Oriente: fu in questa situazione di vivacità intellettuale che, come abbiamo visto, si sviluppò una «nuova cultura, liberata da credenze magiche, mitiche e religiose»,[1] destinata a essere la culla della filosofia.

La ricerca del principio

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L'osservazione della natura porta i primi filosofi a confrontarsi con il problema della realtà primaria. Di fronte alla realtà del mondo che empiricamente si presenta come una molteplicità di cose che nascono e muoiono, i naturalisti sono convinti che esiste una realtà unica ed eterna che si oppone al divenire (il nascere e il corrompersi delle cose) e le dà ragione. Questa sostanza (da substantia, cioè «che sta sotto le cose»), denominata inizialmente physis (cioè realtà prima, originaria e fondamentale[2]) e poi archè (cioè principio), è la fonte o scaturigine delle cose, loro termine ultimo e loro permanente sostegno.

La parola greca physis deriva dalla stessa radice del verbo phyein, che significa «generare». Per i primi filosofi la natura è la totalità di ciò che esiste, e comprende quindi non solo le cose che si trovano sulla terra ma anche quelle in cielo. Inoltre, per gli antichi la natura non è contrapposta all'uomo, bensì lo comprende, insieme a ciò che egli produce. Le cose che compongono la natura non sono isolate, ma sono rette da un ordine e governate da leggi. Il termine physis quindi fu in un primo momento usato per indicare anche il principio che determina lo sviluppo di una cosa.[3]

Archè deriva invece dal verbo archein, che significa «essere il primo» ma anche «governare». Il termine indica quindi ciò che è primo per importanza e che ordina e governa il tutto. I primi filosofi cercarono di identificarlo con uno o più elementi della natura che potevano essere ritenuti il fondamento delle cose e spiegare razionalmente il cambiamento.[4]

Per una consuetudine risalente all'antichità, Talete è considerato l'iniziatore della filosofia greca e il fondatore della scuola ionica. Le date di nascita e di morte ci sono sconosciute, ma sappiamo che l'apice della sua attività è stato verso l'anno 585 a.C., quando riuscì a prevedere un'eclissi.

Pur non avendo scritto nulla,[5] il suo pensiero è arrivato fino a noi tramite le parole di Aristotele, secondo il quale Talete fu l'iniziatore della filosofia della physis, in quanto fu il primo a ricondurre tutta la realtà a un principio originario, che identificò con l'acqua. Le ragioni di tale congettura secondo Aristotele risiedono nel fatto che «il nutrimento d'ogni cosa è umido, e persino si genera e vive nell'umido [...] ed anche perché i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l'acqua è [...] il principio della loro natura».[6] Reale afferma che «il principio è l'acqua, perché tutto viene dall'acqua, sorregge la propria vita con l'acqua, finisce nell'acqua».[7]

Tuttavia bisogna precisare che con «acqua» Talete non intende semplicemente il liquido ma un vero e proprio dio, un elemento divinizzato che si supponeva governasse il mondo. È una nuova concezione della divinità, intesa con la ragione e destinata a soppiantare la vecchia religione pubblica. È inoltre un dio che pervade tutto, implicando che ogni cosa abbia un'anima (panpsichismo), come il magnete che manifesta la sua anima attirando il ferro.[8]

Anassimandro

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Anassimandro, molto probabilmente discepolo di Talete, fu il primo a introdurre il termine archè nella ricerca del principio, che identificò con l'apeiron. Questo non è un principio naturale come l'acqua, ma è di natura infinita. Il termine stesso a-peiron significa «privo di limiti (peras) esterni e interni». Nella prima accezione, l'apeiron è l'infinito quantitativo, spaziale, mentre nell'altra accezione è l'infinito qualitativo, senza limitazioni di qualità.

L'apeiron è quindi l'infinito e l'illimitato che contiene tutte le cose e dal quale esse si generano. Come afferma Aristotele parlando di Anassimandro, l'infinito abbraccia e regge ogni cosa, cioè comprende ed è sostegno di tutte le cose. Inoltre, sempre Aristotele riporta che «(l'infinito) appare come il divino, perché è immortale e indistruttibile»:[9] come l'acqua di Talete, l'infinito di Anassimandro era considerato divino, in quanto possedeva la principale caratteristica della divinità, l'immortalità.

Anassimandro fornisce inoltre la descrizione di come le cose derivano da questa sostanza primordiale. Ritiene che l'apeiron sia in continuo movimento e da esso avvenga una separazione delle coppie di opposti (caldo/freddo, umido/secco ecc.); a causa di questo si generano infiniti mondi, nei quali le coppie di opposti sono in lotta e danno origine al divenire.

Un frammento ritenuto autentico di Anassimandro riporta: «Donde le cose traggono la loro nascita, ivi si compie la loro dissoluzione secondo necessità; infatti reciprocamente pagano il fio e la colpa dell'ingiustizia».[10] Il filosofo collega quindi il nascere e il dissolversi a una ingiustizia, una colpa che richiede un'espiazione.[11] Tale colpa è doppia: da un lato di avere in qualche modo corrotto la perfezione dell'apeiron separandosi da esso e dando origine agli opposti; dall'altro di avere tentato, nella continua lotta del divenire, di sopraffare il loro opposto, tentando quindi di assumere le prerogative di unico dominatore dell'apeiron.

Anassimene di Mileto, forse discepolo di Anassimandro, raggiunse l'apice della sua attività nel 546-545 a.C. In un certo senso, corregge la teoria del maestro: il principio, l'archè, è sì infinito in quantità e qualità, ma non è indeterminato, e viene identificato con l'aria.

Nell'aria Anassimene vede la forza in incessante movimento che anima il mondo. Nella sua concezione il cosmo intero è un unico essere vivente che respira, e l'aria è il suo respiro e la sua anima.[12] Alcuni studiosi ipotizzano invece una possibile derivazione della teoria di Anassimene dall'osservazione della natura, poiché dall'aria, infinita e illimitata all'occhio umano, scendono la pioggia (l'acqua) e i fulmini (il fuoco), e a esso salgono i vapori e le altre esalazioni.[13]

Anassimene spiega anche come la realtà derivi dall'aria attraverso il processo di condensazione e di rarefazione (la rarefazione dà origine al fuoco, la condensazione all'acqua e alla terra); allo stesso modo il freddo è la materia «che si contrae» mentre il caldo è la materia dilata e allentata (Plutarco).[14]

L'importanza di Anassimene sta nell'aver spiegato razionalmente come da una differente quantità del principio originale possa derivare una realtà di volta in volta diversa in qualità. La sua teoria è in perfetta armonia con il principio,[15] fornisce una causa che fa derivare dall'archè tutte le cose senza ricorrere a concezioni orfiche.

  1. Abbagnano, pag. 34
  2. Reale, pag. 73
  3. Cioffi et al., pagg. 60-62
  4. Cioffi et al., pag. 62
  5. Reale, pag. 71
  6. Metafisica A, 3, 983b
  7. Reale, pag. 74
  8. Reale, pagg. 75-76
  9. DK 12 A 15
  10. DK 12 B 1
  11. Reale, pag. 81
  12. Abbagnano, pag. 37
  13. Reale, pag. 86
  14. DK 13 B 1
  15. Reale, pag. 88