Filosofia presocratica e socratica/Socrate

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La vicenda umana e filosofica di Socrate (469 - 399 a.C.) è fortemente legata alla situazione ateniese in quegli anni. Come già ricordato, la capitale dell'Attica fiorì nei decenni successivi alla seconda guerra persiana, e nei trent'anni di governo del democratico Pericle assunse un ruolo di primo piano nella lega delio-attica. Contemporaneamente, anche la rivale Sparta aveva ampliato la sua egemonia nel Peloponneso. Le tensioni tra le due poleis sfociarono infine nella guerra del Peloponneso (431 – 404 a.C.), che si risolse con la sconfitta di Atene, a cui gli spartani imposero il governo oligarchico dei Trenta tiranni. Questo ebbe però vita breve: fu rovesciato dai democratici durante la battaglia di Munichia (403), nella quale morì anche Crizia, leader del regime. Si insediò così il governo di Trasibulo, che si proponeva di restaurare la democrazia e le sue tradizioni.[1]

Socrate conobbe quindi l'età d'oro della polis ateniese, la crisi dei valori e le incertezze dovute alla guerra. Fu contemporaneo dei sofisti, ma anche degli ultimi filosofi naturalisti, come l'atomista Democrito e il pitagorico Filolao. Il suo pensiero segnò una svolta nel campo della filosofia morale, concentrandosi sullo studio dell'uomo in quanto tale e sul concetto di aretè (virtù).[2]

La questione socratica[modifica]

Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C. da Sofronisco, scultore, e Fenarete, levatrice. Svolse la stessa attività del padre e sposò Santippe, da cui ebbe tre figli, Lamprocle, Sofronisco e Menesseno. Di fisico robusto, aveva un viso sgraziato e gli occhi sporgenti. Durante la guerra del Peloponneso partecipò come oplita ad alcune battaglie. Fu allievo di Archelao, discepolo di Anassagora, e la sua formazione filosofica risentì delle correnti diffuse in quel periodo, in particolare dell'eleatismo e della sofistica. È quindi plausibile ritenere che in età giovanile abbia coltivato studi naturalistici, e che a un certo punto - influenzato dai sofisti, e allo stesso tempo in polemica con loro - abbia mutato il proprio pensiero.[3]

Da varie testimonianze sappiamo che Socrate amava dialogare con le persone che incontrava durante la giornata: per lo più si trattava di giovani e artigiani, ma parlava anche con aristocratici, poeti e altri filosofi. Coerente con la sua preferenza per l'oralità non scrisse niente, e tutto ciò che sappiamo del suo insegnamento arriva a noi per via indiretta, attraverso il filtro delle rappresentazioni che ne hanno lasciato nei loro scritti altri autori. Le principali fonti sono:

  • Platone, che fu allievo del filosofo negli ultimi otto anni della sua vita e che lo scelse come personaggio principale di molti suoi dialoghi. In particolare, l'influenza di Socrate è maggiormente ravvisabile nella prima fase della sua produzione.
  • Aristofane, che nella commedia Le nuvole rappresenta Socrate come un sofista.
  • Senofonte, che conobbe Socrate e gli dedicò alcune opere (Memorabili, Apologia, Simposio, Economico). I suoi rapporti con il filosofo furono però limitati, e la sua ricostruzione della figura di Socrate risente del suo scarso rigore speculativo.
  • Aristotele, che in alcuni passi riporta testimonianze su Socrate. È però importante ricordare che i due filosofi non furono contemporanei, e quindi non ebbero contatti diretti.

A questi si aggiungono le testimonianze di altri allievi, i «socratici minori», che però ci hanno lasciato scarse informazioni. Inoltre, mentre Platone e Senofonte conobbero Socrate quando era ormai avanti con gli anni, Aristofane scrisse la sua commedia quando il filosofo era quarantenne, e questo in parte spiega le discordanze che si notano tra le diverse opere. La ricostruzione del pensiero di Socrate è dunque altamente problematica, poiché ci si muove nel campo delle ipotesi e delle congetture, rendendo impossibile giungere a risultati definitivi e condivisi.[4] Per questo motivo si parla di «questione socratica».

La centralità dell'uomo[modifica]

Con i sofisti la filosofia inizia a concentrarsi sull'uomo. Tuttavia, scrive Reale, questi autori non hanno indagato adeguatamente «la natura o essenza dell'uomo»,[5] cosa che invece riuscirà a Socrate. Il filosofo ateniese parte infatti dal fatto che l'uomo è la sua anima, intesa come coscienza pensante e operante, e non come un fantasma o un dèmone che dà vita al corpo. Questo comporta che l'anima sia una personalità intellettuale e morale.[6]

Da un passo del Fedone platonico sappiamo che Socrate non era soddisfatto da una filosofia della natura come quella di Anassagora, poiché il suo metodo non può essere utilizzato nell'ambito dell'uomo. Questo non può essere indagato a partire dalle sensazioni, ma richiede il ricorso ai ragionamenti e ai logoi per raggiungere la conoscenza di sé.

Il metodo socratico[modifica]

Socrate fu contemporaneo dei sofisti, condivise con loro la stessa situazione politica e culturale, oltre agli interessi nell'ambito dell'etica e dell'educazione. Ebbe però una diversa concezione della verità e del linguaggio: per il filosofo ateniese quest'ultimo non è un mezzo per ottenere la persuasione attraverso la retorica, poiché l'anima umana può raggiungere una verità certa, ma solo se correttamente instradata e soprattutto dopo aver esercitato a lungo la dialettica. Quest'ultima ha una funzione purificatrice per l'anima, e la rende in grado di raggiungere la sophrosyne.[7]

Il metodo d'indagine socratico si basa sul dialogo, e punto di partenza è sempre la richiesta di una definizione per l'oggetto della discussione, solitamente una virtù ripresa dalla tradizione. Si cerca quindi di trovarne l'essenza, superando la relatività dei singoli punti di vista per raggiungere il significato universale dei termini e dei concetti usati. Qui si pone un'ulteriore differenza con i sofisti, poiché Socrate contrappone alla loro macrologia (cioè lunghi discorsi tesi a persuadere l'ascoltatore) la sua brachilogia, fatta di domande e risposte brevi. In questo modo l'argomentazione viene spezzata e se ne possono mettere in discussione gli elementi, consentendo di riconoscere gli aspetti positivi e di eliminare quelli che si riveleranno opinioni errate o meri pregiudizi. Il fine di questa interazione tra il filosofo e il suo interlocutore è l'omologhia, cioè l'accordo razionale sulla correttezza della definizione trovata.[8]

L'ignoranza socratica[modifica]

Un celebre aneddoto racconta che l'oracolo di Delfi indicò in Socrate il più saggio tra gli uomini. Come spiegato dallo stesso filosofo nell'Apologia, questo episodio segnò una svolta nel suo pensiero. Interrogando infatti le persone che avevano fama di sapienti - come poeti, politici e artigiani - si accorse che non erano in grado di rispondere in modo soddisfacente alle sue domande, e che il loro sapere era ristretto a conoscenze specialistiche. Non potevano quindi spiegare che cosa fosse l'uomo e su cosa si basassero i princìpi che regolano la sua vita. Solo interrogando se stesso trovò la verità, e cioè che la sapienza degli uomini vale poco. Il vero sapiente è dunque chi, paradossalmente, si riconosce ignorante e cerca di raggiungere la verità prendendosi cura della propria anima, fedele in questo al motto dell'oracolo che dice: «conosci te stesso» (gnothi seauton).[9]

L'ironia[modifica]

Di Socrate è celebre l'ironia pungente, di cui faceva largo uso durante le discussioni. La funzione dell'ironia socratica all'interno della dialettica è di criticare e distruggere le opinioni sbagliate e i pregiudizi, attraverso l'elenchos (confutazione). Si tratta della prima fase del suo metodo, mirante a mettere in discussione le credenze preacquisite e preparare il campo per la parte «costruttiva» del dialogo.[7]

Come già ricordato, Socrate iniziava ogni dialogo chiedendo di definire l'argomento che si voleva trattare. La definizione veniva quindi analizzata dettagliatamente, mettendone in luce le debolezze e le contraddizioni.[10] Dopo essersi resi conto che la definizione data non porta da nessuna parte, la discussione prosegue nel tentativo di trovarne un'altra soddisfacente. Come scrive Reale, fu probabilmente questo aspetto del suo metodo d'indagine, teso a generare ulteriori domande e dubbi nell'interlocutore, che gli alienò le simpatie di molti e provocò l'accusa di praticare la sofistica.[11]

La maieutica[modifica]

In un celebre passo del Teeteto di Platone, Socrate paragona se stesso alla madre Fenarete, che essendo una levatrice praticava l'arte della maieutica, cioè assisteva le donne gravide nel momento del parto. Allo stesso modo, anche il filosofo fa partorire le anime, riconoscendo durante la discussione i ragionamenti corretti da quelli che sono meri fantasmi, e aiutando di conseguenza l'interlocutore a portar fuori da sé la verità. Questa, come già detto, non arriva all'uomo dall'esterno ma dall'interno: il filosofo non insegna nulla ai discepoli, ma piuttosto li aiuta scoprire la verità che hanno già dentro di sé attraverso la maieutica, ponendo domande e ricevendo risposte.[7] Inoltre, come la levatrice può esercitare questo compito essendo già avanti con gli anni e ormai incapace di generare, così anche Socrate può farlo perché è ignorante e non ha conoscenze preacquisite.[12]

La maieutica caratterizza la seconda parte del metodo socratico: dopo aver mostrato gli errori di ragionamento mediante l'ironia (pars destruens), si passa a cercare una risposta razionale e condivisa per l'argomento della discussione (pars costruens).

L'identificazione di virtù e sapere[modifica]

Come scrive Reale, alla domanda su cosa sia l'aretè (virtù) «la risposta di Socrate è ben nota: la virtù (ciascuna o tutte le virtù) è "scienza" o "conoscenza"».[13] Se l'anima è coscienza, la virtù è ciò che attua questa coscienza nella sua pienezza, e quindi non potrà essere altro che conoscenza. Diversamente dai sofisti, che la ritenevano relativa e variabile a seconda della cultura e delle tradizioni, per Socrate la virtù è qualcosa di «fondato razionalmente, di giustificato e fondato sul piano della conoscenza». Non è però una conoscenza qualsiasi, bensì la più elevata forma di conoscenza, «la scienza di ciò che è l'uomo e di ciò che è bene e utile per l'uomo».[14]

Da questo deriva il celebre assunto secondo cui nessuno compie il male volontariamente. Per il filosofo ateniese la conoscenza del bene è la condizione essenziale affinché gli uomini si comportino rettamente: se si è consapevoli che il bene è il fine della vita, allora ciascun uomo agirà necessariamente secondo giustizia.[15] Quella socratica è infatti un'etica eudemonistica, nella quale si ritiene che perseguire la virtù, fine dell'esistenza umana, renda l'uomo felice. Se non si può fare il bene senza conoscerlo, allo stesso modo se lo si conosce non si può fare a meno di farlo.

Il processo e la morte[modifica]

Nel 399 a.C. Socrate viene sottoposto a un processo con le accuse di introdurre nuove divinità nella città e di corrompere i giovani. Suoi accusatori sono Meleto, un poeta di scarso successo che affisse l'accusa scritta di empietà al Portico del Re e che sperava di trarre fama dalla vicenda, Licone, un oratore poco noto, e soprattutto Anito, un politico della fazione democratica che con la sua influenza è il vero istigatore della causa.[16]

Per comprendere le accuse bisogna considerare il periodo storico e il ruolo politico di Socrate. Sorteggiato come membro della bulé dei Cinquecento ed entrato nel Comitato dei pritani, nel 405 a.C. fu l'unico a opporsi al procedimento illegale intentato contro i generali ateniesi che avevano vinto la battaglia delle Arginuse, e che si concluse con la loro condanna a morte. Con l'instaurazione del regime dei Trenta tiranni, mantenne le distanze dal governo e si oppose quando Crizia gli comandò di arrestare il democratico Leonte, rischiando la vita. Tuttavia, con la restaurazione della democrazia, su di lui pesarono i legami che aveva avuto con gli ambienti aristocratici, e in particolare con la famiglia di Crizia (di cui Platone era nipote) e con Alcibiade, spregiudicato politico che si rese colpevole dello scandalo delle Erme. Inoltre, il filosofo non aveva mai lesinato critiche ai politici democratici, accusati di essere incompetenti, e all'assemblea popolare, che in più di un'occasione era stata in balìa di abili demagoghi. Tutto questo bastò a farlo ritenere un potenziale pericolo per il neonato governo di Trasibulo. Ad aggravare la situazione, Socrate si intratteneva in simili discorsi con i giovani: da qui l'accusa di corromperli.[17]

L'accusa di empietà si deve invece al fatto che Socrate, come molti altri intellettuali dell'epoca, non aderiva alle credenze popolari e alle leggende sacre, anche se non giunse mai a disprezzarle pubblicamente. Gli veniva inoltre addebitato di studiare argomenti che non gli competevano, investigando quello che c'è sotto terra e quello che è in cielo.[18] In un'epoca in cui, dopo la fine della guerra, si tentava di superare la crisi ristabilendo i valori tradizionali, una persona che diffonde atteggiamenti critici nei confronti delle leggi e della religione pubblica è vista con estremo sospetto, ed è quindi da eliminare.[19]

Socrate decise di difendersi da sé durante il processo. Platone nell'Apologia ricostruisce il discorso che tenne di fronte al tribunale. Il suo fu un atto di accusa contro i politici che governavano la città e una critica contro tutte le forme di falso sapere; sostenne invece la necessità di vivere perseguendo il bene e la virtù. Rifiutò di riconoscersi colpevole: se lo avesse fatto avrebbe ricevuto una semplice ammenda, ma non volle sottostare alle accuse ingiuste che gli erano addebitate. Alla fine l'assemblea si espresse per la colpevolezza con 360 voti su 500. Il filosofo, sempre rispettoso della legge, accettò la decisione e, stando a quanto racconta sempre Platone nel Critone, non volle fuggire quando gli amici, dopo aver corrotto una guardia, gli proposero di evadere di prigione. L'uomo giusto, vittima dell'ingiustizia, può e deve continuare a comportarsi rettamente secondo la legge della città, poiché in questo modo nulla di male gli potrà capitare, né in vita né in morte.[20] Nel Fedone Platone ricostruisce anche le ultime ore di Socrate, dove il filosofo, attorniato dagli amici raccolti in carcere prima dell'esecuzione per mezzo della cicuta, discute dell'immortalità dell'anima.

Note[modifica]

  1. Cioffi et al., pagg. 33-34
  2. Reale, pag. 217
  3. Reale, pag. 268
  4. Reale, pagg. 269-273
  5. Reale, pag. 273
  6. Reale, pag. 274
  7. 7,0 7,1 7,2 Cioffi et al., pag. 285
  8. Cioffi et al., pagg. 285-286
  9. Cioffi et al., pag. 281
  10. Reale, pag. 289
  11. Reale, pag. 291
  12. Teeteto, 148b-151d
  13. Reale, pag. 282
  14. Reale, pag. 285
  15. Cioffi et al., pag. 287
  16. Cioffi et al., pag. 278
  17. Cioffi et al., pagg. 282-283
  18. Apologia 18b
  19. Cioffi et al., pag. 284
  20. Cioffi et al., pag, 289