Filosofia presocratica e socratica/Pitagora e i pitagorici

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Oltre alla Ionia, la filosofia trovò terreno fertile anche nelle poleis dell'Italia meridionale. La colonizzazione della Magna Grecia era iniziata con la fondazione di Cuma in Campania nel 756 a.C., a cui seguirono Siracusa, Leontini e Catania in Sicilia, Reggio, Sibari, Crotone e Taranto nel sud della penisola. Al VII secolo a.C. risalgono Gela, Metaponto e Locri, mentre per Agrigento e Elea bisogna aspettare il VI secolo.[1] In questa area del Mediterraneo la filosofia si affina rispetto alle dottrine dei pensatori precedenti, grazie alle scuole pitagorica ed eleatica.[2]

La scuola pitagorica fu una realtà complessa: oltre che una corrente filosofica fu anche un movimento caratterizzato da un forte spirito religioso, dalla vita in comune, dall'esercizio della vita attiva (politica) e di quella contemplativa (ricerca pura). Del suo fondatore Pitagora si hanno scarse notizie. Originario dell'isola di Samo, si trasferì a Crotone, dove fondò una scuola che ebbe grande successo e acquistò un certo peso politico, tale da attirare una violenta opposizione. Fu costretto a riparare dapprima a Locri, quindi a Taranto e infine a Metaponto, dove morì all'inizio del V secolo. Durante la sua vita non scrisse nulla, e i suoi stessi discepoli erano tenuti a mantenere segrete le dottrine. Il primo a infrangere questa regola fu Filolao, che fu contemporaneo di Socrate: quando furono messe per iscritto, le dottrine pitagoriche si erano ampliate ed evolute, fatto che rende impossibile distinguere le tesi del maestro da quelle degli allievi. D'altra parte, è ragionevole ipotizzare che le posizioni all'interno della scuola fossero sostanzialmente omogenee.[3]

Il numero come principio della realtà[modifica]

I pitagorici individuano l'archè nel numero, pensato come entità inerente alle cose stesse e dotato di una propria consistenza spaziale.[4] Questo perché:

  • la numerabilità è una caratteristica che si può applicare a tutte le cose che, in quanto dotate di forma e dimensione, possono essere misurate e calcolate;
  • norme e leggi matematiche governano l'universo numerico. I pitagorici vedevano nelle leggi di combinazione tra i numeri un segnale dell'armonia dell'universo, perciò la matematica è il modo migliore per cogliere l'ordine del cosmo. Essi applicarono tale principio anche alla musica e all'astronomia.

I numeri sono raggruppabili in due specie, cioè «pari» e «dispari»; a questo fa eccezione l'uno, che può generare sia il pari sia il dispari (sommando uno a un numero pari si ottiene un numero dispari, e sommando uno a un numero dispari se ne ottiene uno pari). Princìpi supremi di tutte le cose sono però il limite e l'illimitato dai quali hanno origine anche i numeri. Tuttavia all'interno del numero prevale uno o l'altro dei due princìpi: pari e dispari rappresentano rispettivamente l'indeterminato e il determinante.

Per comprendere questo passaggio bisogna considerare che i pitagorici rappresentavano i numeri attraverso insiemi di punti disposti geometricamente. Raffigurando in questo modo i numeri pari, che possono essere divisi in due metà equivalenti, si nota che il processo di divisione (rappresentato dalla freccia) non incontra nessun limite. Questo rende i numeri pari imperfetti e difettosi, perché indefiniti.

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Nei numeri dispari, al contrario, la divisione trova un punto di arresto nell'unità, e questo li rende limitati e dunque perfetti.[5]

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Per i pitagorici a ogni numero corrisponde una figura: l'uno è il punto, il due la linea, il tre il triangolo, il quattro il tetraedro. Da ciò venivano ricavate corrispondenze magiche e religiose tra i numeri e alcuni fenomeni, come per esempio l'intelligenza, rappresentata dall'uno, o l'opinione, raffigurata dal due. Particolare importanza aveva il tetraktýs, una figura composta dai primi quattro numeri naturali disposti a triangolo, la cui somma è dieci. A questo veniva attribuito un valore divino, in quanto concentrato del potere generativo di tutti i numeri e simbolo dell'origine della bellezza. Il dieci è infatti il numero perfetto, poiché contiene la stessa quantità di numeri pari (2, 4, 6, 8) e dispari (3, 5, 7, 9).[6]

L'ordine del cosmo[modifica]

Per i pitagorici la matematica è indice dell'ordine, della misura e della proporzione del cosmo. L'universo non è governato da forze inconoscibili ma è il dominio del numero, e in quanto tale è conoscibile dallo spirito attraverso la ragione. Inoltre i pitagorici ritenevano che, poiché anche la musica non è altro che armonia e numero, le sfere celesti ruotando secondo rapporti matematici producessero una melodia celeste, non udibile dall'uomo.[7]

Anima e corpo[modifica]

Nel pitagorismo ricopre grande importanza anche la tematica religiosa. Probabilmente vicini all'orfismo, i pitagorici credevano nella metempsicosi: per espiare una colpa originaria, l'anima è costretta a incarnarsi diverse volte successivamente, non solo in corpi di uomini ma anche di animali. L'anima ha natura divina ed è quindi immortale ed eterna, esiste prima del corpo e continua a vivere anche dopo che questo si è dissolto; il corpo invece è un carcere che la imprigiona. L'uomo deve vivere in funzione dell'anima cercando di purificarla, cioè liberarla dai legami con il corpo, attraverso la scienza. I pitagorici prevedevano quindi molte regole per ottenere questo risultato, basate sulla purgazione e l'astinenza, ma anche sullo studio della musica e soprattutto della matematica.

A sottolineare lo stretto rapporto tra filosofia pitagorica e religione si può citare l'aneddotto secondo cui lo stesso Pitagora teneva lezione da dietro una tenda, così da separare l'insegnamento dalla persona fisica che lo comunicava. Gli allievi inoltre, appena entrati nella scuola, dovevano osservare le due regole di «tacere e ascoltare», e solo in un secondo momento guadagnavano la possibilità di porre domande. A differenza dei milesi, il sapere dei pitagorici era quindi un sapere iniziatico.[8]

Note[modifica]

  1. Cioffi et al., pag. 27
  2. Reale, pag. 101
  3. Reale, pagg. 102-104
  4. Reale, pagg. 106-107
  5. Reale, pag. 110
  6. Cioffi et al., pag. 72
  7. Reale, pagg. 113-114
  8. Reale, pagg. 114-117