Filosofia presocratica e socratica/Pluralisti

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Il pensiero di Parmenide rappresenta un momento fondamentale nella filosofia presocratica, poiché per primo pone l'attenzione su tematiche ontologiche. Tuttavia, l'unità e l'immutabilità dell'essere da lui dimostrate razionalmente si scontrano con l'esperienza quotidiana, che mostra le cose soggette alla pluralità e al divenire. Ciò pone non pochi problemi che gli autori successivi tentarono di risolvere dimostrando, in modo altrettanto rigoroso, che è possibile ammettere la molteplicità degli enti e così «salvare i fenomeni» (sozein ta phainomena). I filosofi noti come pluralisti - cioè Empedocle, Anassagora e gli atomisti Leucippo e Democrito - sostengono quindi l'esistenza di una pluralità di enti, ciascuno dei quali possiede le caratteristiche di eternità, immutabilità e unitarietà affermate dagli eleati.

Empedocle[modifica]

Discendente da una famiglia aristocratica di Agrigento, Empedocle (c. 481 – c. 421 a.C.) oltre che filosofo fu anche poeta, mistico, taumaturgo, medico e politico di indirizzo democratico. Secondo alcune fonti fu il primo a dare lezioni di eloquenza, ed ebbe come allievo Gorgia. Su di lui si narrano varie leggende, come per esempio che abbia resuscitato una donna morta da un mese e che si sia suicidato gettandosi in un cratere dell'Etna. In realtà, testimonianze più attendibili affermano che sarebbe morto nel Peloponneso, esiliato dai ceti aristocratici con cui era entrato in contrasto.

Le quattro radici[modifica]

Cercando di spiegare i fenomeni naturali mantenendo però l'assunto parmenideo per cui l'essere è ingenerato e imperituro, Empedocle individua come elementi primordiali quattro radici (rhizòmata), cioè la terra (elemento solido), l'aria (elemento gassoso), l'acqua (elemento liquido), il fuoco (luce e calore). Tali radici si mescolano e si separano dando origine alla realtà e al suo divenire. Si noti che, a differenza degli ionici, per i quali il principio si trasformava negli altri elementi, per Empedocle ciascuna delle quattro radici rimane qualitativamente immutata. Il numero di quattro, invece, è probabilmente dovuto all'influenza pitagorica.[1]

La realtà è governata dai princìpi di amicizia (philia), che porta le radici ad aggregarsi tra loro, e di inimicizia (neikos), che le separa. Si tratta di realtà naturali, che stabiliscono i ritmi dello sviluppo e dei mutamenti naturali:[2] il divenire è un moto ciclico che vede contrapporsi amore e odio, dando vita a quattro età. In una prima fase in cui predomina l'amicizia e le cose sono unite in armonia (sfero) si inserisce l'odio (età dell'odio), il quale prende il sopravvento e separa tutto ciò che era unito (caos), fino al ritorno dell'amore (età dell'amore).[3]

Ciascuna delle quattro radici è ingenerata, imperitura, piena, indivisibile e immutabile. Empedocle concepisce ogni ente come qualificato (per esempio, il fuoco è caldo), e l'altro da sé, cioè il non essere, è interpretato come un essere differente (come l'acqua, che non è calda e quindi è diversa dal fuoco). Inoltre, nei composti le radici sono presenti secondo precisi rapporti quantitativi.

Tutto questo ha dei risvolti nel campo della conoscenza. Basandosi sul principio secondo cui «il simile conosce il simile», il filosofo afferma che, siccome tutte le cose sono composte dalle quattro radici, la conoscenza avviene quando gli elementi che sono in noi vengono a contatto con gli stessi elementi all'esterno. La sensazione avviene per mezzo di effluvi che si distaccano dagli oggetti e penetrano in noi attraverso pori.

La purificazione[modifica]

Nel pensiero di Empedocle ricopre un ruolo importante l'aspetto religioso. Uno dei suoi poemi, le Purificazioni, tratta del tema della divinità, intesa come una mente in grado di muoversi per l'intero universo a una velocità istantanea, non coglibile attraverso i sensi. L'anima dell'uomo è invece un dèmone cacciato dall'Olimpo per una colpa originaria, il quale potrà però ritornavi in seguito a una purificazione, attraverso una serie di incarnazioni in vite via via sempre più nobili.[4]

Anassagora[modifica]

Con Anassagora (c. 496 – c. 428 a.C.), originario di Clazomene in Asia Minore, la filosofia si trasferisce dalle colonie ad Atene.[5] Svolse infatti la sua attività di filosofo nella capitale dell'Attica, dove fu consigliere di Pericle. Il suo pensiero si basa su un'indagine razionale della natura, e si dimostra invece critico verso i miti e le credenze popolari, inserendosi nel movimento di laicizzazione della società che vedrà come protagonisti i sofisti. Questo suo atteggiamento lo rese però inviso ai ceti aristocratici legati ai valori tradizionali, e con la scomparsa di Pericle cadde in disgrazia. Sottoposto a un processo per empietà nel 433, fu costretto a fuggire e a tornare nella Ionia, dove terminò i suoi giorni.

La dottrina dei semi[modifica]

Diversamente da Empedocle, che riduceva il tutto a quattro elementi, Anassagora è consapevole della complessità della natura. Distingue la cosa, conosciuta tramite l'esperienza, dai semi, nei quali la cosa è contenuta, ma ha dimensioni talmente piccole da sfuggire alla percezione. Fedele al principio parmenideo per cui non è possibile il passaggio dal non essere all'essere, e basandosi sull'osservazione degli organismi viventi, definisce il divenire come lo sviluppo di un seme. È infatti importante sottolineare che per il filosofo le cose non si formano dal nulla, ma crescono partendo da qualcosa di antecendente, all'interno del quale hanno un'esistenza reale sebbene siano ancora invisibili; solo con lo sviluppo raggiungeranno uno stato in cui saranno percepibili.[6] Interessanti sono le sue considerazioni sulla nutrizione, resa possibile dal fatto che nelle cose mangiate sono presenti sotto forma di seme le qualità di cui è fatto il corpo.

Il principio della physis è quindi individuato da Anassagora in un'infinità di semi - che vengono chiamati omeomerie (cioè «composte da parti simili»)[7] - a loro volta divisibili all'infinito. Per spiegare le trasformazione il filosofo ricorre al principio del «tutto in tutto», secondo il quale in ogni cosa sono contenuti i semi di ogni cosa: queste quindi non si generano né si distruggono, ma mutano le une nelle altre, poiché tutto, in determinate condizioni, può diventare tutto. Tutte le qualità sono ugualmente originarie e tutte si scompongono in parti omeomere. La nascita e la corruzione delle cose avvengono per composizione o scomposizione di elementi, e le cose devono le loro caratteristiche alla prevalenza di una tipologia di seme rispetto a un'altra. Inoltre, i semi possono essere suddivisi all'infinito, ma a ciascun livello la divisione avviene solo in un numero sempre finito di semi. Le qualità di «grande» e «piccolo» rapportate ai semi sono puramente relative.[8]

L'intelletto ordinatore[modifica]

La teoria dei semi non era ancora sufficiente a spiegare l'origine e la natura del movimento, cioè a spiegare perché le omeomerie tendano ad aggregarsi in un modo piuttosto che in un altro, dando vita alle forme con cui si presentano a noi gli elementi naturali. Che esse si aggreghino e si scompongano per pura casualità è escluso da Anassagora, che introduce in proposito il principio del noùs (intelletto), il quale, imprimendo il movimento ai semi originariamente immobili e caoticamente mescolati, li spinge in determinate regioni dello spazio dove si aggregano e si ordinano secondo un piano prestabilito.

« [Anassagora] per primo pose l'Intelligenza al di sopra della materia. L'inizio del suo scritto - che è composto in stile piacevole- è il seguente "Tutte le cose erano insieme; poi venne l'Intelligenza, le distinse e le pose in ordine". »
(Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, II, 6. Edizione a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006, p. 151)

Quel movimento che Parmenide aveva negato alla radice, viene dunque spiegato da Anassagora a partire da un'intelligenza. Così riferisce Platone:

« Ma, un giorno, io udii un tale leggere un libro, che affermava essere di Anassagora, il quale diceva che è l'Intelligenza che ordina e che causa tutte le cose. »
(Platone, Fedone 97 b; traduzione di Giovanni Reale, in Platone Tutti gli scritti, Milano, Bompiani,2008, p.105)

Si tratta di un'Intelligenza "divina" [9] che non si mescola alla materia: mentre nel mondo esistono anche semi del nous, questo non contiene semi del mondo, perché in lui non c’è mescolanza.[10] Esso li dirige dal di fuori, creando dal caos originale (ἄπειρον, apeírōn)[11] un cosmo nel quale si dispiega l’ordine della natura. È principio vitale presente in ogni organismo, ma è anche principio cosmogonico, che all'inizio dei tempi ha dato origine al moto rotatorio dei semi che li ha portati a unirsi tra loro a formare sfere, dando così vita all'universo.[12] Esso prelude in un certo senso al demiurgo di Platone e al motore immobile di Aristotele.

Il nous di Anassagora non sembra tuttavia avere alcun carattere di intenzionalità, essendo un puro intelletto che "pensando" si autogoverna e così involontariamente governa anche il mondo.[13] Stando ai frammenti che Anassagora ci ha lasciato [14], se ne deduce che esso che è puro, perché non è mescolato con gli altri semi, è esterno alla materia, eterno, autonomo,[15] ordinatore del mondo, intervendendo a separare le cose che prima erano mescolate [16]. Con lui, «il pensiero del divino si affina, ma non riesce a sganciarsi dai suoi presupposti naturalistici»[17]: per la mancanza di un fine, di una volontà ordinatrice, Anassagora riceverà l'accusa da parte di Socrate, Platone ed Aristotele di non aver portato alle ultime conseguenze la sua teoria.

Dottrina della conoscenza[modifica]

Per il filosofo di Clazomene vale il principio secondo cui «il diverso conosce il diverso». Le sensazioni vengono percepite con una forza inversamente proporzionale alla presenza della qualità percepita dall'organo di senso. Ciò è tale per tutti gli animali. Gli uomini si differenziano da questi ultimi perché possiedono esperienza, memoria, sapere e arte (téchne). La sensazione non è infatti sufficiente a produrre il sapere, che richiede un'interpretazione dei dati e la verifica di ciò che si è ipotizzato.[18]

Democrito e l'atomismo antico[modifica]

Secondo le fonti antiche il primo filosofo a formulare tesi atomistiche fu Leucippo, originario probabilmente di Mileto e allievo di Parmenide e Zenone. Tuttavia delle due opere che gli vengono attribuite non ci è giunto pressoché niente. Maggiori informazioni abbiamo invece del suo allievo Democrito (460? - c. 370 a.C.). Originario di Abdera in Tracia, visse più di cento anni e fu contemporaneo di Socrate. Di famiglia agiata, si dedicò esclusivamente allo studio e compì viaggi in Egitto, Asia Minore e Persia. Si interessò di molti ambiti del sapere, ma delle sue innumerevoli opere possediamo solo pochi frammenti.

Gli atomi e le loro proprietà[modifica]

Per gli atomisti il movimento non è un'illusione, ma una realtà resa possibile dal fatto che oltre all'essere esiste qualcosa di diverso da esso: il vuoto, cioè il non essere, inteso come uno spazio nel quale gli enti non trovano ostacoli e possono quindi muoversi. I corpi possono essere divisi in parti sempre più piccole, frapponendo tra una e l'altra uno spazio vuoto. Dal punto vista fisico però la realtà non può essere divisa all'infinito, perché alla base vi sono elementi primi non ulteriormente divisibili, gli a-tomi (cioè, appunto, «non-divisibili»). Questi tuttavia sono divisibili all'infinito in senso matematico, poiché si possono rapportare gli uni agli altri attraverso numeri irrazionali (per esempio Democrito afferma che un atomo può avere un volume pari a un terzo di un altro).[19]

Gli atomi sono eterni, ingenerati, imperituri, immutabili e «pieni d'essere», cioè non contengono al loro interno spazi vuoti. Si differenziano tra loro solo per

  • forma (intesa come forma intuibile dall'intelletto e non visibile con gli occhi),
  • grandezza (cioè il volume),
  • posizione (che può essere relativa, cioè rispetto agli altri atomi, o assoluta, cioè rispetto al vuoto).

Non hanno invece qualità come colore o odore. Le loro caratteristiche primarie sono pertanto geometriche, e da queste derivano le altre.

Le cose sensibili si creano dall'aggregazione e dalla scomposizione degli atomi, dovute all'urto delle particelle tra loro durante il movimento. In questi casi gli atomi possono dare origine a un moto vorticoso, che richiama altri atomi e origina in questo modo nuovi mondi. Democrito ha una visione deterministica dell'universo: gli atomi sono destinati a incontrarsi o non incontrarsi per via della direzione del loro movimento, e non può accadere il contrario.

Le caratteristiche delle cose, a loro volta, dipendono dalla forma, dalla grandezza e dall'ordine degli atomi che le compongono. A queste, esistenti per natura, si affiancano altre proprietà «soggettive», dovute a impressioni che agiscono sui nostri organi di senso, come ad esempio i colori o la temperatura. La prima è una forma di conoscenza genuina, mentre la seconda è oscura: «Opinione il dolce, opinione l'amaro, opinione il caldo, opinione il freddo, opinione il dolore; verità gli atomi e il vuoto».[20] Mentre infatti gli atomi sono immutabili, le cose sensibili sono soggette a trasformazione, e tutte le mutazioni sono spiegabili per via meccanica attraverso lo spostamento degli atomi da uno spazio all'altro.[21]

La conoscenza[modifica]

Democrito spiega la percezione delle cose sensibili partendo dal presupposto che anche l'anima è composta da atomi, corpuscoli particolari di natura ignea, sferici ed estremamente mobili. Gli atomi provenienti dal mondo esterno entrano in contatto con quelli dei nostri organi di senso, creando uno stampo che riflette le caratteristiche dell'oggetto. Anche la vista è spiegata attraverso un contatto fisico: continuamente atomi che riproducono la struttura dell'oggetto si staccano e riempiono l'aria circostante. La percezione è quindi un'interazione tra uomo e realtà.

Per il filosofo la percezione è sempre vera, poiché si tratta di un rapporto tra soggetto e oggetto. Tuttavia questa ci mostra come sono le cose per noi, e non consente di conoscere la cosa in sé. Alla convenzionalità e relatività della percezione si contrappone la conoscenza intellettivo-razionale, mediante la quale si accerta la verità delle cose, per giungere alla quale si deve andare oltre la verità sensibile delle cose. Attraverso processi mentali è possibile separare una qualità di un oggetto dalle altre, intuirla nella sua purezza e stabilire relazioni con altre qualità di ordine sensibile e intelligibile. L'intelletto quindi non può conoscere prescindendo dal sensibile.[22]

Politica ed etica[modifica]

Come la realtà, anche la società è composta da singoli elementi che si uniscono per azione di una forza esterna, ma senza dare vita a una vera unità. Dalla situazione di alegalità iniziale, gli uomini furono spinti a vivere insieme dal timore delle fiere, riconoscendo l'utilità del mutuo soccorso in caso di pericolo. La legge è quindi garanzia del maggior piacere e minor dolore per l'individuo.[23]

Anche in etica Democrito è mosso da assunti individualistici, secondo i quali l'individuo ricerca sempre una precaria felicità. Il concetto portante è quello dell'euthymìa, tranquillità dell'anima, intesa come esercizio di controllo e razionalizzazione dei desideri. Eliminare il thymòs significa eliminare la vita stessa, perciò è necessario renderlo buono per guadagnare la serenità di vita. Non compare, invece, alcun dio che controlli la realtà, quindi i progressi dell'uomo nel campo del sapere e della tecnica sono frutto del suo lavoro.

Note[modifica]

  1. Reale, pag. 161
  2. Reale, pag. 162
  3. Cioffi et al., pag. 148
  4. Reale, pagg. 167-168
  5. Cioffi et al., pag. 166
  6. Cioffi et al., pag. 150
  7. Reale, pag. 173
  8. Cioffi et al., pagg. 151-152
  9. Tale "Intelligenza" viene indicata da Giovanni Reale come "divina" in Storia della filosofia greca e romana, vol.1 Milano, Bompiani, 2004, p.232; ma anche Giovanni Reale, Il pensiero antico, Milano, Vita e Pensiero, 2001, p.49, anche se nei frammenti del filosofo che possediamo tale qualifica "divina" non viene mai assegnata al νοῦς (Cfr. Werner Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci, Firenze, La Nuova Italia, 1982, p.249), ma Werner Jaeger nota in merito:
    « Recentemente si è fatto notare che le affermazioni di Anassagora sul nus ricordano per la forma linguistica lo stile dell'inno e imitano volutamente questo modello. [...] in nessuno dei frammenti che possediamo è detto esplicitamente che egli abbia attribuito allo spirito qualità divine. Ciò nonostante questo deve essere stato il suo insegnamento, e lo conferma la forma dell'inno con la quale egli riveste gli attributi del nus. Un'altra conferma è data anche dal contenuto di queste sue affermazioni. Gli attributi: illimitato, sovrano, non-misto e autonomo giustificano pienamente il tono elevato in cui il filosofo parla di questo principio supremo. »
    (Werner Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci, Firenze, La Nuova Italia, 1982, p.249)
  10. Cfr. frammento 7, da I presocratici, cit. in André Pichot, La nascita della scienza: Mesopotamia, Egitto, Grecia antica, pag. 506, Dedalo, 1991.
  11. Vocabolario greco della filosofia, a cura di Ivan Gobry, Milano, Bruno Mondadori, 2004, p.146.
  12. Reale, pagg. 176-177
  13. B. Mondin, ,Storia della metafisica, pag. 94, vol I, ESD, Bologna, 1998.
  14. Giovanni Reale, I Presocratici. Sui semi, aggregazione e disgregazione pag. 1071 e sgg. per l'azione del nous pp. 1013, 1035-1039, 1059
  15. Anassimandro D-K 59 B 12 e D-K 59 B 14.
  16. Anassimandro D-K 59 B 13
  17. C. Carbonara, I presocratici, 1962, cit. in B. Mondin, op. cit.
  18. Cioffi et al., pagg. 153-154
  19. Cioffi et al., pag. 155
  20. DK 69 B 9
  21. Cioffi et al., pag. 157
  22. Cioffi et al., pag. 158
  23. Cioffi et al., pag. 159