Filosofia presocratica e socratica/Senofane

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Senofane nel VI secolo a.C. ritorna sulla tematica cosmologica ricorrendo alla forma del poema filosofico, un genere letterario che verrà poi ripreso anche da Parmenide e Empedocle. Già Esiodo era ricorso alla poesia per trattare argomenti cosmologici, ma era rimasto pur sempre ancorato alla mitologia. Con Senofane e i filosofi a lui successivi la poesia diventa invece uno strumento a uso dell'indagine razionale.

Senofane era originario di Colofone, nella Ionia, e all'età di 25 anni, dopo la conquista della città da parte dei Medi, si trovò errante e solitario per le strade della Magna Grecia. Viaggiò in Sicilia e poi in Italia meridionale, e morì ultranovantenne. Una tradizione antica lo pone come fondatore della scuola eleatica, ma gli studiosi moderni considerano questa notizia inattendibile, sia perché il filosofo-poeta non rimase mai stabilmente a Elea, e quindi non poté insediarvi una propria scuola, sia perché il suo pensiero è lontano da quello di Parmenide e dei suoi allievi.[1]

Sempre secondo le fonti, Senofane sarebbe venuto in contatto con la filosofia ionica e avrebbe conosciuto Anassimandro. Si interessò alla natura e studiò i fenomeni celesti riconducendoli a particolari nubi: così il sole, gli astri e le comete sono nuvole infuocate, la luna è una nuvola condensata, l'arcobaleno una nuvola colorata, ecc.[2] Ha inoltre individuato due princìpi della realtà, la terra e l'acqua (in alcuni frammenti però parla della sola terra), che sono intesi come origine degli esseri terrestri e non del cosmo intero – aspetto che lo separa nettamente dai milesi.[3]

Centrale nel suo pensiero è la riflessione sulla religione. Senofane critica i suoi predecessori come Omero ed Esiodo per aver rappresentato gli dèi antropomorfi, con tutti i difetti degli uomini, e sostiene che, se anche gli animali credessero nelle divinità, se le immaginerebbero simili a loro. Gli dèi non possono nascere o morire, né provare sentimenti o avere vizi. Il dio è infatti identificabile con il cosmo: vede, ascolta e pensa tutto senza fatica, e soprattutto non si muove.[4] All'immobilità del dio-cosmo fa però da contraltare la mutevolezza delle cose che popolano il mondo, le quali nascono, si trasformano e muoiono. Ciò quindi lo allontana, oltre che dagli ionici, anche da Parmenide e dalla sua fisica delle apparenze.[3]

Note[modifica]

  1. Reale, pag. 126
  2. DK 21 A 38, 40, 42, 43, 44, B 32
  3. 3,0 3,1 Reale, pag. 133
  4. Reale, pag. 131